et
NUOVA
ANTOLOGIA
LETTERE, SCIENZE ED ARTI
,UART A SERIE
VOLUME CBNTOSEESlM(>
DELLA RACCOLTA VOLUME CXC
(Luglio-Agosto 1903)
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KO.M A
DIREZIONE DELLA NUOVA ANTOLOGIA
Corso Umberto I, 131
1903
PROPRIETÀ LETTERARIA
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GLI AMMONITORT
n O M A N z o
È venuto il tempo di comitieie il mio grande atto. Fra alcuni
jfiorni tutto sarà tinito. Questo memoria!'» che invio in due copie, una
M' A va» ti.', l'altra alla Petite Eépii1>ti(inp. iia il solo scopo di dichiarare -
ili caso die si volessero liavisare le mie intenzioni o spiegare l'avve-
mito come un accidente lorliiito - il processo per cui io venni nella
determinazione di farmi uccidere in modo tanto eccezionale.
I.
Nacqui a Gassino, nell'alta valle del Po. .Non ho conosciuto mia
nuulre. Mio padre eia fornaciaio: colle gambe nude nella fossa, ta-
gliava la creta gialla, l'impastava, la metteva nella forma da maltoiii:
e s'allineavano innumerevoli i mattoni sull'aia levigata, i)arevano
grandi pani, inzuccherati di sabbia fina. Pane invece non ne guadagnava
molto: ma i suoi ottanta centesimi giornalieri procuravano a lui e a
me polenta il mezzogiorno e minestra la sera. L' inverno non si lavo-
rava; quando i primi geli ci avevano coperte le mani di crepacci, ces-
savamo: ci riparavamo allora nella staila d'un vicino che aveva be-
stiame, e quando non nevicava, andavamo a far legna nei boschi dei
signori, raccogliendo .soltanto il seccume e i ceppi putridi che vende-
vamo a un soldo il fascio: stando tutto il giorno nei boschi e portando
sulla schiena fino al villaggio due o tre fasci, guadagnavamo sette od
olio soldi.
Perciò l'inverno si mangiava meno, quantunque avessi molta più
fame: è vero che il pane di granturco, pesante e giallo come i nostri
mattoni, ci faceva credere d'aver sempre lo stomaco pieno.
A febbraio, sull'aia! R anch'io nella mota gialla fin sopra il gi-
nocchio, col sole che dava la febbre: per ciò mio padre era giallo e
io ho l'aria d'aver l' itterizia. Ma questo non monta.
Mio padre mori. Il sindaco ricorse per me a Torino e fui raccolto
nella Pia Casa. Qui mi si insegnò qualche cosa: d'inverno al paese
ero andato a scuola e sapevo il catechismo e la storia sacra: qui mi
fecero ripetere la storia sacra e il catechismo e un po' di stoiia romana.
.Muzio Scevola e Bruto, più i diritti e doveri del cittadino italiano.
Più tardi mi posero come apprendista in una stamperia. Correvo
lutto il giorno per città a portare commissioni e bozze. Quando mi
misero alla cassa di compositore, imparai rapidamente. Kbbi tosto un
buon salario e potei uscire dalla Pia Casa. Intanto frequentavo le
scuole serali: studiai |>arecchio: imparai l' italiano e il fraiU'ese e così,
4 (U.l AM.MOXnoKI
da me, nella mia sotìilla - abita\o in Boi'go San Secomlo e miiii^iiaxo
alla (liieina popolare - volli anche conoscere un po' la f>rammatiea
latina, senza di cui non si possono approfondire quelle lin^Jiie. l'erctiè
il mio scopo era di diventare correttore. Non avevo alcuna pieoccupa-
zione che mi Irastoi-nasse seriamente: otteinii presto un posto di cor-
rettore alla Società Editrice Scientifica: dapprimu fui impiegato in
lavori di poco conto: indi, conosciutasi la una buona volontà, mi si
pose attorno a lavori di maugior im])ort;inza, sopratutto a traduzioni
di opere scientifiche.
La mia professione mi dava iiiolle comiiiacenze. Kio a contatto
con gente di scienza e talvolta cercavo mostrare a cjualcuno, che
comprendevo molto di pili che non desse a presumere la mia condi-
zione: più d'uno mi |)iantò gli occhi in faccia con stu|)oie. quando
gli indicai certe contiaddizioni nel corso d'un lavoro e gli suggerii
umilmente certe tiasposizioni che avrebbero giovato all'ordine, all'equi-
librio non soltanto tipografico, d'\ma tiattazione.
Passarono, credo, cinque o sei anni. Nel gettar su calta tiuesti
ricordi non ho tempo d'indugiarmi: ricordare è dolce, anche i dolori,
ma la vita incalza -o piuttosto la morte...
Or son quattro anni, andai ad abitare in Borgo San Donato. A
questo punto incomincia la -mia vita. Perchè prima i;on avevo vis-
suto, vale a dire non avevo sentito nulla dentro di me. non mi ero
detto neanclie un momento: « To', sei qui. Martino: c'è tanta gente
al mondo: In vali (luanto qualcheduno... »
Abitavo nella soffitta della casa N." ** di via San Donato. C'erano
142 scalini che facevo ogni sei'a a due per volta, riducendoli cosi a 71.
Allora non iivevo il batticuore... Una sera, montavo allungando il braccio
alla ringhiera di ferro, a testa china; rischiai di sfondare il ventre a un
che discendeva, il quale per l'urto sedette sugli scalini senza fiato.
Ahi. lo j^tesso m'eia già accaduto qualche settimana ]irima con un
giovinotto elegante che aveva alzato il bastone a percuotermi, ma
aveva colpito soltanto la ringhiera, perchè io era già in salvo...
Chiesi perdono con una grande vergogna al povero diavolo che
avevo innanzi. Vidi un sorriso di fanciullo in una faccia pallifla e
patita : l'aiutai ad alzarsi : era jjìccoIo, di membra gracili, con un viso
fine dominato da una fronte enorme. Egli riprese a discendere dopo
avermi guardato con due occhi acuti e dolci, indimenticabili.
10 non avevo mai badato di proposito agli inquilini delle soffitte.
Uscivo la mattina, alle cinque d'estate, alle sei d'inverno, e non tor-
navo che la .sera tardi. stanehis.simo. Qualche bestemmia d'ubbriaco,
qualche urlo di donna percossa, qualche strillo di bimbo, le martel-
late di un calzolaio matto, chiamato Cimisin, mi destavano talvolta
d'improvviso, ma non mi davano iniiuietudine. A poco a poco, senza
volerlo, vidi chi fosse 1' ubriacone e la donna percossa che stavano
entrambi nella soffitta attigua alla mia, e parecchi degli squallidi abi-
tanti di quel lunghissimo corridoio a ferro di cavallo fiancheggiato
d'una quarantina di cellette dall'uscio color caffè, quasi sempre chiuse
lungo il giorno e piene la notte di agitazioni e di sonni più pesanti
che la morte.
11 giorno dopo, era una domenica di noveiidjre. limasi in casa
tino a tardi, cosa che mi capitava ben di rado, perchè ([uel bugigat-
tolo non m'invitava a trattenermici fuorché per dormire, e, nato in
campagna, amavo jtassarvi tutto il di festivo, da vero vagabondo so-
GI,I AMMONITORI o
litario (Feci perfino una piccola collezione di piante e d'insetti, aiu-
tandomi per la classificazione con le visite al museo zoologico). La
ragione era in questo, che attendevo dal calzolaio matto le mie scarpe,
r quegli non se la sbrigava. Bel tipo! Egli zufolava come un flauto
e sapeva a memoria tutto il Barbiere, che eseguiva secondandolo colla
Imttuta del martello o colle bracciate dello spago: zufolava dei fu fu
interminalìili o vocalizzava agilissimamente lalld Uro lìroìla! Un merlo
ili una y:abbia garegtiiava con lui. rii)etendo migliaia di volte la prima
lialtufa deWInìio di Garihuldi. Cimisin aveva inventato una macchina
per volare e diceva che senza i framassoni essa sarebbe già adottata
dairesercito italiano.
Dopo averlo lasciato fischiettar Rossini paiecchie ore, mi risol-
vetti ad affrontarlo nella sua lana. Aveva sempre l'uscio aperto, anche
la notte, perchè temeva che i fabbri glielo scassinassero, - i fabbri erano
altri suoi persecutori, come i tramassoni - soltanto teneva sempre
dinanzi alla porta una tenda, per la decenza.
Stavo per gridare : « Si può '! » cfuando al fondo del corridoio vedo
uscir dall'ombra una figura di giovinetta, pallidissima, cogli occhi
stravolli, come pazza, lo occupavo il passaggio: quando mi fu vicina
si coprì la faccia, strisciò contro il muro e prese a scendere i-apida-
mente. Appena scomparsa lei. dalla stessa parte un uomo si slancia.
Rra il giovane che avevo urtato per le scale il giorno prima. Aveva
la faccia come pesta e gli occhi smarriti.
— Mia sorella"? -singhiozzò rivolgendosi a me.
— R scesa, - diss'io subito.
Si precipitò anch'egli per la scala. Ed io dietro in ciaijatte. cliic-
dendogli con imbarazzo :
— Signore, scusi, signore !
Giunsi anch'io sulla strada. Ma la portinaia, che aveva veduto
scendere il giovane, lo afferrò pei- un braccio e lo spinse nella sna
camera. Là la sorella, accosciata in terra, si torceva in singhiozzi
convulsivi.
Egli diede un gran sospiio. strinse il braccio di lei per sollevarla :
ma il coi'iio non consentiva : l'alzò con forza, con ira. Poi s'intenerì
subito :
— Povera Lena ! - mormorò.
La sua voce era profonda e vibrante d'una dolcezza repicssa. .\d
1111 tratto strinse con ambo le mani la fac(Ma di lei, liggendolc gli
ocelli negli occhi, poi lasciò cader le braccia come esausto :
— Meni sopra. Lena !
RUa chinò gli occhi e obbedì.
Che fare"' Seguirli mi pareva sconveniente. (Juando iurono salili,
cinesi alla portinaia :
— Che avviene"? Ne sapete (pialcosa voi ?
— Rh ! non ne so niente... Ma lo dicevo io! I signori sono tutti
uguali.
I signori"? Non si riferiva certo ai miei compagni delle solììttc.
— Che c'entrano i signori'? -dissi.
— Mah! Misteri! t)el resto lo sanno lutti. Non lia visto mai un
bel gioviiiotto nei corridoi"? Ria lui. R adesso chi l'ha \isl() l'ha \ islo.
Tutti compagni... Buon giorno, signor Stanga!
R mi piantò in asso. Risalii. Appoggiato al davanzale della mia
linestra, che dava nel cortile, ascollavo. Tialtavasi forse del gioviiiotto
fi (ìli ammonitori
eleganle da me urtato sulle scale..."? Le finestre di fronte eran tulle
allerte, fuorché una : doveva esser quella... E un pianto lontano, pianici
di bambino, non discernevo se di lei o del fratello, si mescolava ora
al tischiettio allegrissimo del mio calzolaio.
La mia vita, il lavoro, le lezioni .serali ali" Università Popolale,
mi ripresero. Ma rincasando tardi, mentre mi sedevo a sbrigar i miei
compiti sotto la lampada a petrolio, davo più retta ora ai rumori della
soffitta, alla vita notturna di quella specie di chiostro aereo ove nes-
suno conosceva o vedeva forse mai il vicino: esseri umani le cni sof-
ferenze, le cui gioie d'un attimo, i cui riposi pesanti, divisi soltanto
da un sottil muro, gettavan nei corridoi rumori indistinti, vagiti, gemiti,
ronfi, bestemmie. E alloia senii\o qualcosa che entrava in me, qual-
cosa di tutti quegli esseri, con un senso quasi di molestia: pareva che
la loi' vita grave pesasse sulla mia: non mi sentivo piìi libero di esser
solo: non ero più solo : coloro m'imponevano qualcosa ch'io non accet-
tavo se non con riluttanza. Forse s' io non avessi mai sofferto non
avrei sentito questo : ora la sofferenza altrui ridestava quella mia antica,
sopita nelle mie libre di fanciullo: e il pensiero che altri ora dolorava
com'io allora, mi dava l'illusione che degli a?<r» me stesso, degli alt li
esseri come quel fanciullo giallo ch'io vedevo e vedo ancora, col ventre
lacerato dalla fame e le gambe nella mota, raspassei'o eternamente nella
terra infeconda, per coricarvisi alla fine.
Intanto io che prima lavoravo a libri di poca importanza, passai
a correggere opere di gran valore. Fu allora ch'io lessi per mio ufficio
volumi di cui non capivo gran fatto, ma ove, dopo cento pagine per
me mute, certi periodi spandevano nella mia mente onde di splendore.
Basti dire che corressi le opere tradotte di Darwin, di Haeckel, di Scho-
penhauer, di William .fames. di Wundt. di Flammarion. Ogni sera
dinanzi alla mia lampada rileggevo quelle pagine, di cui dal bozzista
compiacente, con qualche pietesto, mi facevo tirare una bozza per me: e
le pareti della mia soffitta si dilatavano, scomparivano: la mia lampada
diventava un sole.
Talvolta il mio cai)o era talmente pieno di calore, pei'corso da fre-
miti e posseduto dalla febbre, che aprivo la finestra e mi pareva d'im-
mergermi nelle stelle. Oh! gl'immensi mondi, nati ieri o già decrepiti,
pieni di vita o bruciati, irradiati o spenti nelle tenebre !
E sovente la finestra di fronte era illuminata : talvolta s'apriva,
e una mezza figura si curvava sul davanzale, la gran fronte del fra-
tello di Lena.
Una sei'a m'awiavo all'Università Popolare, dopo cena: aveva
nevicato tutto il giorno. In jtiazza Statuto lo spettacolo era stranissimo
ed energico. Mucchi di neve venivano ammonticchiati iiua e là da uomini
neri, i cni volti erano illuminati fortemente da fumiganti torce a vento,
piantate in cima a quelli: carretti si caricavano e trascinavano fino
alle botole, ove il carico si sprofondava. Mi soffei-mai a contemplare
un istante. Ad un tratto fui colpito di stupore.
Un mingherlitio. avvolto in un pastrano assai leggero, con due
occhi ardenti sotto un gran cappello a cencio, sollevava a stento le
sue palate di neve che gettava sul cumulo: lui! il tìatello di Lena.
Mi scorse e sorrise:
— Buona sera -disse con la voce tenera e profonda.
(HA AMMONITORI /
— Anche lei qui;? - esclamai.
~ Come vede ! Bisojina lavorare !
Ma le sue mani erano gracili e livide, e le hraccia laievano lalica
a sollevar la pala.
— Non è lavoro per lei, credo !
— Quando non e" è altro...! leii iio guadagnalo due liic. - K la sua
Taccia magra jiareva raggiasse di gioia.
Un assistente s'avvicinava. Mi incamminai.
Al mio ritorno egli era là ancora :
— Non viene a casa "? É quasi mezzanotte.
— Si, a momenti.
— Allora, l'attendo.
KvA trafelato, col cappello buttato indietio sulla nuca: e la sua
gran fronte splendeva alla luce sanguigna delle torce. Intorno a lui il
lavoro diveniva più lento, prossimo alla line, monotono e triste : pareva
una fatica interminabile d'una bolgia dantesca.
S'avvicinò l'assistente. Era mezzanotte. Aveva untoKlio in mano
e chiamava ciascuno, lo stavo attento; ad un nume. Crostino! egli si
levò e s'avvicino a colui.
Si chiamava Crastino: il mio latino me ne diceva qualcosa : con un
nome simile doveva essere un trovatello. Venne a me sfinito e conlento:
— Tre lire oggi !
— Ma perchè non cerca un'altra occupazione più a<latta per iei.'-
(liss'io. - Dall'aspetto immagino che abbia studialo.
— Appunto! Perciò sono un buono a nulla. Questo è. un lavoro
che non richiede preparazione. Dovrei avere un buon mestiere, ecco.
— Non potrebbe trovar lavoro in qualche ufficio, come .segretario,
o in ima tipogratia, o che so io"'
— Ho provato : non si trova nulla.
lo pensavo: avrei cercato io stesso, poi sarei sialo ben conlcnlo
di offrirgli un posto.
— E sua sorella"/ - osai domandargli.
Egli sospirò profondamente, ma non risiiose. Di lì a un momento
liprese :
— Tre lire... Nevicherà di nuovo, non è vei'o"?- E guardò il ciclo
brillante di stelle.
— Non credo - risposi. - Domani è sole: d'alti'ondc è domenica.
— È vero. Ija domenica dev'esserci il sole, per chi la\()ta tuttala
settimana. Chi sa quando lavorerò di nuovo! Dovrebbe nevicare domani
notte, no f
— Se le fa piacere ! - e risi anch' io.
— Ci son di quelli che guadagnano uno scudo: l'assistente li .s(|ua-
di-a, ti pesa coll'occhio, e ti fa la tai-a. Io peso poco.
aravamo giunti al noslio palazzo. Aprimmo: dallo scalone coperto
di tappeto, intiepidito dal calorifero, alla scaletta nuda dei nosti'o lub-
bione i gradini erano sempre più alti : traversavamo cosi ogni sera tutte
le zone della società: caldo, temperato, freddo: noi eravamo al jiolo.
In cima della scala io tiravo da una banda e luì dall'alti'a:
— Viene un momento da me.' Sono solo.
E come io esitavo :
— Domani lei non lavora... Chiacchieriamo. \'iene"'
E mi prese per un braccio. Traversalo il corridoio pieno come di
ronzii indistinti, entrammo. Eiu la mia soffitta tal e quale : la mede-
8 GLI AMMONITORI
sima disposizione del letto, col capezzale verso la parete maggiore e
i piedi veiso lo spiovente, poiché la lorma del tetto non ne comporta
altra. Un angolo era nascosto da una tenda.
— È solo lei ora".' - gli domandai.
— Solo, sì.
E mi guardò in modo che pareva mostiasse una intensa pietà di
me: e gli occhi gli si empierono di lacrime. Aggiunse:
— Lei non può dormire'?
— Io dormo come un ghiro! Al mattino non mi leverei mai.
— Percliè si mette alla finestra tardissimo V
— Oh, un momento, per cacciare il puzzo del petrolio, dopo avere
scritto o letto per ore intere.
— Ah, studia lei"? Ha dei libri"? - E i suoi occhi s'illuminarono.
— Moltissimo. Ho una curiosa biblioteca. Sono correttore di bozze
alla Società Editrice.
— Pei'dio! - interrupi)e egli. - Dunque lei può leggeir Spencer,
Nietzsche...
— Sicuro! Li posseggo quasi per intero, e molti altri.
— Li ha là, in quella sotfitta"? - e s' appressò alla finestra come
jier penetrare laggiù con lo sguardo.
Ma il suo entusiasmo cedette subito. S'abbandonò a sedere sul
letto, che fece un crepitio di toglie pigiate: appoggiò il gomito al cu-
scino e la testa sulla mano, poi l'iprese colla voce dolce e profonda:
— D'altronde, è inutile studiare, lo so già tutto. Ciascuno sa
quello che gii è necessario.
La lucerna gii illuminava la fronte troppo ampia, sotto cui le or-
hite si approfondivano: gli zigomi prominenti e le mascelle forti con-
trastavano colla forma della bocca nettamente .segnata sotto baffi neri
e radi e le labbra avevano increspamenti infantili con una perenne
piega dolorosa agli angoli.
La sua affermazione lo fece sorridere col suo sorriso melanconico.
Soggiunse :
— E lei non sente che il necessario a sapersi è molto |>oco'i'
— Non saprei, caro signore - risposi. - lo ho studiato moltissimo
e ci-edo che non cesserò mai di studiai'e, finché non senta di sapei'ne
abbastanza, cioè tino a quando quel poco che conosco sarà unito e
compatto. Oh, so bene! Ogni ramo di scienza richiede una vita intera.
Io ero pazzo f)er l'entomologia : ebbene, l'ho piantata perchè sentivo
che sarei andato al camposanto senza conoscerla interamente.
— Se la sarebbe fatta insegnar dai vermi !
— No, perchè mi farò cremare.
Egli si mise a ridere :
— Inutile, amico. Ci sono i microbi che ci fanno vivere e quelli
che ci fanno morire. (^)uesti ultimi la vinceranno... E ci sono altri
microbi che spazzano anche le nostre spoglie per far posto ai nuovi
arrivati.
— Questo l'ho letto anch'io. È dunque vero?
— Verissimo.
— Già: noi siamo colonie. Ogni gruppo di microi'ganismi ita l'uf-
ficio di mantenei-e un organo. Una volontà regge tutta quesla collet-
tività. Ecco l'uomo!
liimasi stupito della mia audacia: stupito e insieme lelice, come
se in tpiel momento io primo avessi scoperto d'un balzo ipiella verità.
GLI AMMONITORI 9
Egli mi guardò sorridendo di compiacenza:
— Questo non c'entra... Saremo amici, non è vero"? - E tosto si
oscurò. Mi afferrò la mano, poi la ritrasse subito e si stese sul letto:
— La vita è un male.
— No, la vita è un bene - protestai incoraggiato e quasi petulante.
Ero così poco avvezzo a parlare con jiersone colte di cui non avessi
soggezione, che il trovar finalmente uno col quale parlare da pari a
pari delle cose che erano divenute tutta la mia vita mi riempiva di
entusiasmo e di un'audacia che non sapevo contenere.
— È il solo bene la vita! - affermai con forza. - Tutto il lesto non
esiste che nella nostra immaginazione : labbiaino farneticato perchè
non .sapevamo il valore della vita.
— E questo che esiste nella nostra immaginazione vale molto più
che la realtà - egli riprese. - Io vedo un'altra vita e confido in essa...
Guardi un po' fuori della finestra. Perchè non si mette alla finestra
come le altre sere"?... Io sono troppo stanco!
Apersi: là dentro era freddo e senz'aria. La notte invece pareva
tfuasi tepida. I tetti bianchi: una distesa interminata di tetti, su cui»
i camini in fila parevano armenti immobili e candidi. Un augusto
mistero splende\a in cielo ove le stelle limpidissime tremolavano.
Egli aveva gli occhi ciiiusi. Disse:
— Il cielo! Che bellezza! Quando .spengo il lume, la finestra par
che si apra sull'immenso!
Poi, dopo un po' :
— Sa lei che io ho fatto un libro di poesie"? Non ha mai letto il
mio nome"? Io mi chiamo Vigile Cràstino: i)are uno pseudonimo. Infatti
c'è chi nasce sotto uno pseudonimo... Chi sa qual anima di rivoluzio-
nario mi dette questo nome, affatto fuor di proposito! Perchè io non
sono né del domani, né dell'oggi. Sono fuor della vita... Sa lei che
significa "?
— Si; so un po' di latino. Ma io l'ho sentito chiamar Luigi...
— Infatti Vigi era il mio nome da bimbo, e così mi chiama mia
sorella.
Tacque un istante, poi ripigliò:
— Ma ])er me non c'è né oggi, né domani. C'è l'eternità, cioè un
putito, e tutto é contemporaneo: il tempo e lo spazio non sono che
apparenze: le variazioni, il numero, gli individui non sono die appa-
l'eiize. La realtà è l'uno, l'Essere.
— Cosicché lei non vive, e neanch'io...
— Non esistiamo. Ombre... Così non ab'oiamo colpa e merito di
quello che agitiamo nella nostra vita, come non l'alibiamo nel sonno.
La vita è un sonno. Ci sveglieremo. Allora io (lofiò anche alìbracciare
mia sorella e baciarla in fronte...
— È morta dunque"? - interruppi io pieno di stupore.
— No. È nel sonno come noi. Ma il suo sonno è un incubo. Ella
soffre fisicamente e moralmente, dolore e onta. Alia sorella!...
Non potè proseguire, la voce divenne stridula, si spense. Iiuli ri-
prese con un grande sforzo e con voce mutata :
— Mia sorella è una disgraziata !
Pareva che da un sogno di languore fosse piombato in una realtà
disgustosa. Io non seppi che soggiungere. Dopo un po' mi feci colaggio:
— Dunque ])ensa lei che non esiste la colpa o il merito. Esiste
il perdono: no"?
10 (ir.I AMMONirOHI
— No, no! Né colpa, né perdono. Quello che deve avvenire av-
verrà, l'ercilè siani nati noi'? Non sa|)|)ianio, io e mia soiella, chi ci
Ila messi al mondo. Un burlone ci chiamò Oràstino. come se ci afìi-
dasse ima missione e forse una vendetta, di che? e noi siamo i)eitella-
mente all'oscui'o. Che dobbiamo fare? Intanto mia sorella ha ri|)elul<)
(piello che ha fatto probabilmente mia madre... Ella è ricoverata alla
.Maternità...
— Qui? - chiesi io, volgendomi verso di lui e sentendomi atterrale
da una gran commozione. - Lei va a trovarla? Domani è festa. Andiamo
a trovarla? Posso accompagnarla?
Mi stupii del mio ardire. Avevo quasi il senso d' un" intrusione
(^h' io compiessi, ma mi ci sentivo spinto imprudentemente.
— Non ci sono andato ancoi-a. N.m so perchè. Ho una immen.sa
pietà di lei. Ma sento una specie di rancore. Che obbligo aveva ella
vciso di me? Io sì, grandissimo, verso di lei. Ella guadagnava da
\ivere per entrambi. Io sono buono a nulla: non sono un uomo io.
Non dovevo nascere: perciò desidero morire!
Tutto la faccia nel cuscino e io udii come se il suo petto si rom-
pesse. Che fare? Forse il meglio era eh' io lo lasciassi piangere. K
avevo un nodo in gola, e i miei occhi dilatali verso la notte si riem-
pivano di lacrime.
Riprese dopo un momento :
— Non avevn confidenza in me. Sono sempre stato fuori del In
vita. Ero sempre astratto. Klla sentiva forse degl" im|)ulsi prepotenti
nel suo corpo robusto. Che ne so io? Uno studente, un commesso,
un seduttore di professione, un signore, dice la jjortinaia... doveva
essere bello e ben vestito, che ne so io? lo non fho mai veduto, non
ho sospettato nulla. Forse chi sa quante volte ella fu in procinto di
contidarsi : doveva pesarle il segreto... massime quando lui scomparve
senza lasciarle una parola d'addio... Infine non ne potè più. Un giorno
credette ch'io le osservassi i fianchi : m'era caduto lo sguardo lì: non
sapevo nulla, io...! E ruppe a piangere e mi svelò tutto... Tutto? Cioè
nulla. Un giovane... Chi? Dove abita? Nulla. E non lo sajirò mai...
Ora avrà un tiglio... di chi? Lo chiamerà Cràstino anche quello, e
così di generazione in generazione, procrastinando...
Lo scherzo orribile mi riscosse. La tiiannia delle parole! Gli si
era imposta, ed egli aveva dovuto eruttarla per liberarsene. N" ebbi
maggior pietà. Me gli appressai : aveva sulla faccia una smorfia amara,
(ili presi una mano e mi sedetti accanto :
— Sei mio amico, hai detto. Diamoci ilei tu: ((uassìi non si fanno
cerimonie. Io non credo che la vita è un sogno. Prima e dopo la
vita non e" è nulla per noi, vale a dire per la nostra coscienza
che è la nostra memoria e la nostra induzione dal passato al futuro,
dico bene? Pciciò doblìiamo vivere la vita. Tua soiella ha tentalo
di vivere... Bene o male? (Perchè abbiamo anche quelle parole li.
Ma ipielle parole li non hanno mica il significato che dà loro la jior-
tinaia, ad esempio). Io dico: bene. Bene, se ella pensa che ha amato,
che fu amata foise un istante, che una nuova vita nasce da lei, affi-
data alla sua lealtà. \'oi non avete ciu- da ricevere questo dono che
vi fa la vita, lealmente, ed essere poi leali con essa, coniai, col nuovo
essere, quando acquisterà il diritto di sapere chi egli è, dico bene?
Egli taceva: aveva gli occhi chiusi, paicva dormire, ma il suo le-
spiro era troppo silenzioso: ascoltava.
(ìli ammonitori 1 I
— Vedi, contimiai. C'è qui sopra unceniinaìo di sorterenli e liilli
sono estranei l'uno all'altro. Sembrano estranei, e non sono. Io sento
l)esare su me le loro sofferenze : così essi devono sentir le mie, e nessuno
cerea di togliersi di dossoquesto malessere. Noi. peresempio. g:uardavamo
le nostre finestre illuminate, ed ecco che un pensiero ci univa, questo
solo pensiero : « egli è là ». E ci siamo avvicinati : ora la nostra mutua
sofferenza non ci pesa più tanto, perchè la conosciamo e la dividiamo.
Egli aperse gli occhi:
— E tu... soffri?
— lo no, ora. Ma ho sofferto moltissimo in un'età in cui non ci
dovrebbe essere sofferenza. Ora soffro soltanto del dolore degli altri,
ed ho tale desiderio di sollevarlo, che ciò mi diventa un tormento, e
non posso scuotermelo se non coli' azione. Cosicché vo pensando ad
un'azione ch'io debbo fare, e non la trovo.
— Dovresti scrivere.
— Non sono capace. Le mie idee sono confuse. Potrei scrivere,
per esempio, quello che ho detto a te adesso, ma questo serve soltanto
jìer il tuo caso. Io. vedi, avrei bisogno di sistemare tutti questi pensiei'i.
di farne un organismo saldo, e darlo agli uomini perchè vedano chiaro...
Tacemmo un istante.
— No: sarel)be una ct)sa fredda. (ìli uomini non vanno innanzi con
la luce elle apparisce alla ragione, ma col sentimento... Questo non con-
clude che io ti seguirei. Dovresti far delle conferenze. Ma io non ti credo.
— Conferenze? Ho paura... E poi. un correttore di bozze! È vero
che adesso anche gli operai fanno delle conferenze... Socrate diceva:
« So di non sapere ». Oi-a io non posso dir questo, ma non posso neanche
dire: « So di sapere ». Ho udito dei professori di Università i quali non
dicevano una sola cosa ch'io non sapessi già. ma la dicevano in modo,
come se sajìessero molto di più. anzi, come non esistessero piii mi-
steri per essi. Io non sono neanche sicuro di quello che so... 0 me-
glio, tinche non l'ho tirato fuori, non ne .sono sicuro. Ma quando l'ho
affermato, allora ne sono certo. Per esempio, io credo affatto tutto
(|uelIo che t'ho detto questa notte.
Chiacchierammo cosi ancora per ini po' di tempo, e io venni in
lai mod<i a raccontargli la mia povera storia e lui la sua. Poi andai
a (loi'mire, dopo averlo fatto coricare e copertolo ben bene. Entralo
in letto, mi sentivo contento, e mi pareva anche di esser diventalo
(|ualche cosa, o almeno di aver riconosciuto una forza dentro di me che
stava nascosta prima.
II.
Al mattino mi svegliai laidissimo .^otio l'impressione d'un sogno
afi'atlo fuor di proposito, ma, secondo iiu', molto bello, sì che potrebl)e
fornire un ottimo argomento per un diamma. lo non sono capace di
cDncretar nulla, sebbene mi senta nato superiore a tanti altri. Ma è
certo che se io fossi stato in condizioni di svolgermi secondo la mia
forza interiore armonicamente, e intorno tutto non mi avesse compresso,
come un germoglio tra i sassi e gli steipi... Via! I^in-chè ariivi il temi)o
in cui tutti i naii dell'uomo siano eguali di fronte alla vita, aftinché diven-
tino quello che devono, di per sé stessi. Adesso intanto si nasce mala-
mente : le nostre madri ci foggiano come possono, da povere affamate
e sfinite che sono... Le nostre madri! Mia madre...! Basta. Ecco il sogno.
12 <iM AMMONITORI
l)im(|ii<'. piazza Statuto, e la stessa scena della sera innanzi. Le
piaiilc cofìcrte di neve, la piramidi' del Fréjns coU'angelo sospeso nel
cielo. (Iràstino è là, in mezzo al hiidichio dei piccoli uomini incapi»iic-
ciati die le torce a vento arrossano di scorcio, e la neve è tutta ro-
sata. Da quanto tempo raspano il selcialo e per quanto tempo ancora?
Ma il silenzio è stranissimo. La neve soffoca ogni rumore e tutti quei
sesti e quell'agitazione senza strepito danno proprio 1" impressione di
un sogno senza tempo.
Crastino è fermo, ap|)oggiato al manico della pala : si prova a lare
un gran respiro per sollevarsi il petto: quando una carrozza passa...
Un giovinotto è li dentro. È lui! Glii"? Adesso si ricorda: l'aveva ve-
duto per le scale e non l'aveva mai notato. È lui certo. Un moto ful-
mineo: il giovane cade dalla carrozza, stramazza, col[)ito alla testa da
un colpo di pala...
Un'agitazione enorme. Un fanciullo di sei o sette anni si lancia
alle ginocchia di Crastino, come per proteggerlo contro la l'uria dei
circostanti. E tutto stranamente silenzioso... Crastino salta su un cu-
mulo di neve e fa grandi gesti e apre la bocca come volendo gridale.
Infatti si sente, ma fiochissimo: « Fratelli, quell'uomo lui fatto morire
mia sorella dopo averla resa madre... K morta alla Maternità... morta
di ])arto, perchè aveva troppo sofferto... lo e mia sorella siamo tro\a-
lelli : suo tiglio, eccolo, non ha conosciuto la madre. Kcc(j1o ! » Lo
prende sulle braccia e lo alza sul suo capo. Allora si leva un tumulto
sterminato. La piazza è gremita d'un popolo immenso, bimbi, donne,
\('cchi. Tutti gridano con grida altissime.
In un momento Crastino è afferrato da due guardie nere, scompare.
Ma il tumulto non cessa. Tutta quella turba si stringe, alza i pugni :
tutte le braccia sono levate, tutte le voci vanno al cielo : e un uomo
altissimo ha afferrato il fanciullo alla vita e lo solleva colle due braccia
al disopra del suo ca|)0 :
— Il tuo bimbo, popolo !
Destatomi, il tumulto continuava nelle mie orecchie. Ma non era
già quello: veniva dal ()ianerottolo, dalla scala, dal corridoio. Fra un
vocìo di bimbi e di mamme. C'era il sole. Aprii la finestra e guardai
di fronte. Quella di Crastino era chiusa ancora.
Il pianerottolo, in cui il sole scialbo gettava un largo sprazzo, era
brulicante di biiidji. Alcuni avevano il grembialino pulito : i più erano
laceri e sporchi in viso. Una donna frugava nella selva ispida d'una
testa riluttante. Un ragazzo, tulio bianco di calce, un bicc muratore,
esponeva al sole i suoi piedi escoiiati dalla calce e dai geloni. Un cai-
bonaio rigirava la testa sotto il robinetto comune dell'acqua potabile,
inzuppandosi d'un sapone dall'otlor nauseabondo. Un uomo stava se-
duto in terra appoggiato al muro, con una faccia ebete e gli occhi i)roprii
degli ubriachi e dei morti, simili ad acini d'uva mezzo crepati : can-
tava una nenia compassionevole :
Minca 'u Crus, Minca 'n Crus
Le ninsole son pa nus
E le lUTS snii pa niiisnle... (1).
Spinilo dal basso della scala un cappello color caffé, (lue spalle
nirvc, e un viso da /(«//(/o// si alzò nel sole a «iiiardar la canaglia. Foi
^ 1) Cantilena pifUioiitesi,'.
(JM AMMONITORI 1 -i
traversò, senza badar molto acciuatainente dove mettesse i piedi, tra
i ceiiei e le gamt)ette dei bamliini e cominciò a l)ussare all'uscio del
11. 1. Era il segretario della casa.
Tutte le domeniche egli taceva il suo giro a riscuotere i fitti del
mese : cominciava sorridendo e finiva ruggendo e bestemmiando : spesso,
la sera della domenica, il pianerottolo era ingombro dei mobili di qual-
clie inquilino scacciato.
Di li a poco sentii vociare e strillare nella soffitta attigua alla mia,
II. 7. Era la moglie dell'ubriaco : protestava al segretario clie non
aveva da mangiare, ne da sfamare i suoi tre bimbi : uno. il più pic-
cino, strillava nelle sue braccia.
Sul pianerottolo un ragazzo patito, dalla faccia pallida e intelli-
gente, occhi inquieti, gran bocca ed orecchie ad ansa, inginocchiato
su un gradino, sporgendo la testa sul balcone, guardava verso quella
hnestra : doveva esser suo figlio. Una bambina ricciuta, colle guance
flosce e le labbra mocciose, tendeva una inanuccia verso di lui e rag-
giuntolo lo tirava pel |ìiede. piagnucolando: « Notu. Notu! » Notu le
diede un calcio e scappò lungo il corridoio.
Il segretario si acquietava con la moglie deirubriaco. Ciò conti-
nuava da mesi : il segretario finiva sempre con acquietarsi, il che non
avveniva con nessun altro inquilino, fuorché con la Salamandra, una
ragazza equivoca che era lo zimbello e insieme il castigo dei monelli.
Passata la mia soffitta (io pagavo anticipato al suo ufficio, ogni
mese) bussò al n. 9. Chi ci abitava^ Nelle rare notti in cui non po-
tevo dormire udivo, dopo la mezzanotte, scricchiare la chiave nella
toppa e due passi pesanti avanzarsi di là dal muro, e talvolta un
piccolo tonfo, come d'un sacco. Xieufaltro.
Nes.suno rispose alla picchiata, ed egli passò oltre. Quando, di li
a qualche tempo mi parve d'intravederlo nella .soffitta di Crasfino,
rimasi un momento ansioso. Ma come si tratfene\a |»iù che nelle altre,
mi risolvetti di intervenire. Traversai il pianerottolo: « Ciao, tijìografo».
mi mormorò l'ubriaco. Le donne mi guardarono con indiiterenza.
Bussai alla porta:
— Son io. Sfanga.
— Avanti! -rispose la voce di Crasfino.
11 segretario mi ricevette sorridendo in aria di condiscendenza.
Salutai l'amico:
— Hai dormito''
— Si. La fatica, vedi. LTn mestiere... Faticare... non c'è di meglio.
A ppunto chiedevo al signor segretario se avesse qualcosa da farmi fare...
Il segretario sorrideva tra il furbo e il fatuo. Che mistero, la
bruttezza! Cohii aveva un naso rintanato nella faccia come se tuffa
fo.sse stata dissestata da un pugno; gli occhi sporgevano, le labbra e
i denti grossi e gialli si protendevano. Aveva qualcosa di un batrace.
Quando rideva era orribile. .-Vveva un tic all'occhio sinistro e ammic-
cava spesso fuor di proposito.
— Veda, signor Stanga - cominciava con la sua pronunzia bal-
buziente. - lo sono lietissimo di vederli amici, loro due. Il signor Cra-
sfino... non può che avvantaggiarsi della compagnia d'un giovane
ammodo e pratico come lei! Vede, io sono molto ben dispo.sto verso
il signor Crasfino. E siccome so in che condizioni si trova, e la di-
sgrazia di sua sorella... vorrei perdonargli la pigione, affinchè porti
un regaietto a lei...
14 (HA AMMONITOHI
«Buon cuore'» |>ensavo diffidente. Ma l'amico oli poi>e il denaio
con un gesto hrusco.
l/allio lo intascò affeltanilo noncuranza.
— A rivederla, signor Stanga. Lei è un giovane assestato. Ci ho
una bella camera per lei, al quarto piano, se vuol discendere. Ah, lei
è un amico prezioso. Se il (Irastino favesse conosciuto prima... sua
sorella...
— A rivederla - l'interruppi, indo\inan(lo dove parava.
— Si, sì. lei è un giovane... - richiuse l'uscio dietro di sé. mor-
morando lungo il corridoio.
— L'hai trovato li, colui che ti darà un impiego! - esclamai a
(;rastino. - Non accetterei neanche un bicchier d'acqua! Immagini clic
possa rendere un ser\igio a qualcuno?
— È vero, ma a chi vuoi tu clie mi rivolga"^
— A chiunque, tuoi- ciie a i[uello li... Non ti pare che la laidezza
sia una cosa l)en misteriosa"? - continuai, es])rimendo le ritlessioni che
mi suggeriva sem|)re la vista irritante di quell'uomo. - L'no ti s'affac-
cia per la prima volta e tu iiai qualcosa che ti avverte subito die
([uegli è nocivo: egli è laido. Hai notato come i bambini non sono mai
brutti, fuorché quando nidrono un progetto crudele? Cosi gli uomini
buoni non sono mai brutti... I segni del dolore e i segni del genio
lamio sgomento sulla faccia d'un uomo : anche qui c'è del mistero,
ma un mistero di l)ellezza. Non ti pare?
Ora vedevo il segretario in lui'altra soffitta: era seduto su un
letto, immobile, le mani nelle tasche dei calzoni. LTna ragazza giova-
nissima, ma colla figura cadente e sciupata, dimenava le braccia
davanti a lui, come per respingere qualcosa d'invisibile che le si strin-
gesse intorno. Non udendo le voci traverso quei vetri, mi |)aie\a
ch'egli fosse un ragno schifoso che guardasse con cupidigia una mosca
<libattersi nella sua tela.
« Trovar cinque lire mensili è dunque sì terribile? » riflettei.
— Quella è la Salamandra - disse Crastino: - credo che paghi pii'i
degli altri per poter abitare qui.
« Tre classi della società? pensai. In realtà ce n'è un'altra : la
classe di quelli che non mangiano, non pagano pigione, muoiono
coidinuamente. fino allo strappo definitivo che li stacca dalla vita... »
E continuai ad alta voce:
— Senti. Io guadagno quattro lire al giorno: non ho nulla che
fare con costoro, ma ne sono sì vicino, ne soffro come se fossi dei loro.
Ora, metà del mio salario può essere impiegato a benefizio di quelli che
non ne hanno alcuno. Come fare?
— Non serve, caro mio - rispos'egli naturalmente come se avesse
seguito da principio le mie ritlessioni: - il tuo danaro servirebbe forse
a impedire a un povero diavolo di sloggiare, da un momento all'altro,
dalla soffitta e dal mondo, ma le cose rimarrel)bero allo stesso piudo:
soltanto lascerebbe a te l'illusione di aver fatto la tua parte, di cre-
derti sdebitato verso gli altri...
— È vero. Ma il danaro può far due cose, questa che tu dici, poi
un'altra: diffondere la verità, la scienza, la scienza che dice: « Reco,
tu, ricco, non sei felice: ti stordisci e chiami questo la gioia: provali
a guardar in te stesso: ci troverai tanti cantucci inesplorati, tante
libie che ti danno dolore: perchè? Sono le fibi'e che li legano agli
altri, agli allri che soffrono; ed esse soffrono. Per farle lacere, per
fll.l AMMONITORI *" 1ii
sanarle, bisogna sanare il dolore altrui ». Alloia si capila che la fe-
licità consiste nella giustizin. cioè nella tua rinunzia libera a ([ualcosa.
che è necessario pei' il tuo vicino. i/e(|uilil»ii(). rarinonia e la felicità...
— Fai delle conferenze. Stanca! Tutto questo è buono, ma ci vuole
l'uno e l'altro! Beco qui una gabbia di affamati: dar loro da mangiare
è urgente, da mangiare, capisci^ oggi, subito. Stasera commetteranno
una viltà, un delitto... Invece sai qual' è la morale della favola"? Sei
nato? Colpa tua ! Paga il fitto dell'esistenza. Ne in terra uè in aria
c'è posto per le tue quattr'ossa. Paga! Non hai soldiV Ingegnati!... .Mi !
Sci un utopista, come me, caro amico.
— Hai ragione. Ti annoio.
— No, no: al contrario. Come ti ammiro! Dovevi farti prete. Cioè,
tu sei uno dei preti nuovi, della religione nuova...
Fu interrotto da due colpi rapidi alla porta.
— Avanti, - rispose egli, avvicinandosi curioso all'uscio.
Rimanemmo entrambi interdetti. Era una signorina sorridente, ro-
sea, coi capelli lisci, a bande, tino agli angoli degli occhi.
— Oh, lei qui ! - disse ella apjìena mi scorse. - Lei è il correttore della
Società Editrice...
— Si. signorina, lo la conosco... Vedi, - aggiunsi rivolgendomi pie-
iiiiuoso a Ci'astino, e sentendo che arrossivo fino alle orecchie - la si-
gnorina dottoressa...
— Non importa, m'interruppe ella con un gesto... E lei è il si-
gnor CrastinoV - disse all' amico. - Io conosco sua sorella, le voglio
molto bene. Oggi lei doveva venire a vederla''
Il volto di Crastino si oscurò:
— C'è qualche pericolo"? Le fanno l'operazione"?- proruppe con ansia.
— No, nulla per ora. Ma il medico la tiene in osservazione: non
vuol che abbia nessun motivo di commuoversi, vuol che si riposi, per-
cliè l'operazione è imminente. Sua sorella è molto estenuata e... i)o-
Irebbe esser grave...
Crastino si sedette sul letto e si strinse la fronte tra le mani.
Ci fu un momento di silenzio lungo.
- Lei va in tipografia domani"? - mi chiese la signorina. - lo devo
passarci - aggiunse guaidandomi con intenzione.
Ebbi un brivido.
— Signor Crastino ! - cominciò la dottoressa con la sua voce infan-
tile. Tutta la sua persona era infantile. Pareva che non dovesse aver
coscienza atfatto della gravità di quel che mi aveva fatto indovinare. -
Signor Crastino! - e gli pose la mano sugli occhi, una manina di
i)imba. - Si faccia coraggio. Domani lei verrà a vederla : ci sarò an-
ch' io. lo voglio bene a lei, signor Crastino. Ho letto le sue poesie e
le ammiro. Lei può far molto: è giovane: ha un bel dono che è dato
a pochi, e deve tenerne buon conto... Domani lei può venire verso le
(lue del pomeriggio. Verrà anche lei, signore - disse rivolgendosi a me.
Parlava in fretta, di seguito, premurosa di andarsene.
Crastino s'era acquietato e la guardava con gli occhi atoni, come
attendesse ad altro: ella ne ])areva preoccupata e lo esaminava, menile
proseguiva, come per rompere la dolorosa impressione ch'ella ci aveva
pollata:
— lo conosco queste soffitte. Ho fatto una statistica sulle abita-
zioni operaie, l'anno scorso: poi parecchi di questi bimbi vengono al
Pane quotidiano.
Itì s liM AMMONITOIU
— Vfiiiiiiciilf (lucstc 11011 sono al)ilazioiii (»|)tTai('. signorina- a^;-
«iun^i io ()i()ritanieiite, arrossendo (li nuovo e luoleslalo dalla mia tinii-
dilà. - Sono nidi da gufi per gente che non lavora e non mangia. Su
conto inquilini o poco meno, venti soli lavorano: gli altri succliiano
il sangue di questi : le mogli e i figli. E le famiglie dove l'uomo non
lavora e si ubriaca, o è assente, o è morto, mangiano la neve dei tetti,
che non hanno altro... Solo io e Cimiiiin siamo senza famiglia... e (ba-
stino pei momento...
Questi si mosse udendo il suo nome: mi guardò con un profondo
scoramento, e volto verso la signorina, forse per una specie di rancore,
vedendola tutta un mite sorriso, un mite fiore di giardino al sole, mor-
morò fra i denti :
— La vita è una cosa malvagia.
— Si, - diss'ella semplicemente. - Bisogna mutarla!
— Bisogna...
E le liraccia di lui si levarono rigide in atto di violenza... Ma si
rilassarono subito. Gli occhi gli si riempirono di lagrime.
— Bisogna finirla! Ed appoggiò un braccio al muro e vi premè
la testa singhiozzando.
— Poveio fanciullo - disse ella con voce commossa e cantante,
chinandosi a guardare dei libri logori su un cassettone. - Povero fan-
ciullo, che è nato per cantare e per far della musica come gli usignuoli,
nato per godere il sole e gli alberi fioriti della primavera, nato per
sentirsi padrone dell'aria, e del giorno, e rinchiuso qui colle ali le-
gate. Povero fanciullo!
La voce era tenerissima e pareva cantare per non spezzarsi d'emo-
zione; e le sue mani e i suoi occhi passavano da libro a libro, come
se non sostenesse di guardare e di essere guardata. Anch'io sentivo
una strana soggezione. Sentivo qualcosa di vibrante sospeso nell'aria
fra noi. E non mi pareva di esser estraneo fra lor due, fra l'addolo-
rato e la consolatrice, che non mi sembravano più due individui, ma
da una parte l'uomo che si crede re della vita e se ne sente lo zim-
bello, e la donna dall'altra, che vede la vita qnal'è, frenando gli slanci
imi)rudenti, sollevando gli abbattimenti, immagine della vita stessa,
che è buona.
E con un tono di risoluzione :
— Su, infine. Non siate tanto debole. Domani verrete da vostra
sorella. Addio. Datemi la mano, su...
Gli prese la mano e la strinse, poi si volse per partire.
— L'accompagno fin sulla strada;? - chiesi io in fretta.
— No. Gì sono avvezza. A rivederla - aggiunse guardandomi.
Richiusi l'uscio. Clrastino s'era seduto sul letto e aveva la faccia
nel cuscino. Io guardai dalla finestra. Sul pianerottolo un vocio: « Si-
gnorina Lavriano, signorina Lavriano ! » 11 ragazzo dalle orecchie ad
ansa le correva dietro zoppicando.
— A proposito. Sai chi è .' - dissi a Crastino. - È la figlia del grande
psicologo, la dottoressa Eva.
Egli non si mosse, come se non avesse inteso, lo ascoltai le voci
scendere dietro la signorina. Comparve in basso, traversò il cortile
seguita da un nugolo di bimbi. On fiore di sole. E pensai che la donna
sanerà la società inferma.
(il,! AMMOMTf)Rl 17
IH.
11 giorno dopo, seduto nel gabhiolto dei correttori, lavoravo di-
stialto. Nulla di peggio ! I refusi passano davanti agli occhi lungo le
linee fitte. Glie tormento i refusi ! Io li sogno di notte. Nel principio
(lell'assopiniento i caratteri, nitidi sul bianco, mi scorrono dinanzi,
con lo stesso moto irresistibile di un viale (falberi o d'una serie di
solchi interminabili davanti allo sportello d"un vagone, che vi porta
fatalmente, senza che la vostra volontà possa farlo rallentare o sostare.
Quando si scorrono bozze, l'occhio e perfino la testa intorno al collo
prendono un molo regolare automatico: mentre infilzate un refuso sul
margine bianco, l'occhio e il capo continuano il loro moto di pendolo
e arrestarlo è quasi un dolore tìsico, un urto al cervello.
Per correggere bisogna essere tutt'occhio : la mente deve eclissarsi :
se |)ensate al senso intimo del periodo, i .soldatini di piombo vi sfug-
gono affatto o vi nascondono una |)arte del loro uniforme vecchio o
rotto o irregolai'e. Talvolta un soldato d'un altro corpo s'è intruso fra
estianei, un corazziere tra bersaglieri. (Immagini tolte al militarismo.
Ne ho rimorso).
Bisogna passare in rassegna i caratteri come individui a sé. E
certi esseri invisibili anche; i vuoti cioè. Bianchi tra nero e nero, sono
entità di cui bisogna tener conto, punti e interlinee. Ma io faccio un
trattato...
Fatto sta, nondimeno, che i protàni a stento riescono a ca|)ire da
(|ual pesante lavoro materiale risulti il leggiero foglio su cui gli occhi
atferiano, come a volo, le più delicate sfumature di sentimenti e le idee
eteree. Innumerevoli e minuscoli jirismi di piombo formano le pagine:
ima pagina pesa d'ordinario... da un chilo in su: un giumento non
porterebbe sulla groppa tutta una laude di Gabriele D'Annunzio.
Io diventai un pessimissimo correttore, lo leggevo, cercavo incon-
sciamente di capire, e se il testo mi [)rendeva la mano, andavo innanzi,
deponevo la penna e lasciavo che gli errori facessero il comodo loro,
facessero gazzarra, sfacciatamente: sicché mi toccava riprendere poi
da capo, afTerrando ben bene la mia attenzione, dividendola cioè in
due, ardua faccenda, una parte costringendo a Itadar a' segni neri,
l'altra facendo tacere il più possibile.
Quella mattina ero più (iistratto del solito. (ìuardavo ad ogni
trailo verso la portii. e chinando la te.sta sulle prove, vedevo ad ogni
momento l'immagine della sorridente, di quel vivente .sorriso, che
entrava e guardava verso la gabbia nel canto, ov'era scritto in grande:
Correttori.
Ed ecco appunto, di li a poco, entrare la signorina, dire una
parola ad im ragazzo e guardar-e verso il nostro angolo, volgendomi
un saluto, mentre il ragazzo giungeva a me col messaggio.
— La signorina Lavriano la desidera un momento.
Mi mossi col batticuore.
1 compositori avevano vòlto la testa dalle loro casse a ricevere
quel sorriso che raggiava dal vano della porta sotto la gran volta
vetrata, fumicosa e buia. Era vietato di entrare, ma ella con la sua
imperturbabile tranquillità si attacciava all'uscio e talvolta traversava
le corsie, andava fino alle macchine o alla legatoria per parlare con
18 ril.I AMMONITORI
qualche lapazza. II flirettore sorrideva anch'egli. non senza iin'occliiala
(li rimprovero verso quella gentil distrazione che attirava tutti gli
sguainili per un momento e li rallegrava.
Mi trasse nel gabinetto del direttore e mi disse, con un moto di
tristezza subitanea che la lece somgliafe ad una bimba che stesse jiei-
dare in pianto:
— La signorina (Iràstino, sa'.' è in condizioni dispei'ate. Questione
di giorni.
Rimasi accasciato.
— Perciò è necessario - ripiese - di preparare fin da oggi il fratello,
e prima ancora che egli la veda, alla ])ossibilità della sua moite. Perchè
la sorella che sa di morire è capace di dirglielo d'un colpo, e ciò gli
potreblie far molto male. Mio padre lo crede un pò" debole di cervello
e magari epilettico... Lei non conosce le poesie del francese VerlaineV
(Tè molta affinità fra i due temperamenti, salvo i costumi e l'incoe-
renza. Crastino è un debole, condannato probabilmente ad una ma-
lattia progressiva di esaurimento. Un'emozione forte potrebbe essergli
fatale.
Io ero fortemente colpito da quelle rivelazioni. Ella aveva ripreso
la sua serenità. La miseria, la malattia, la morte eran divenute il suo
ambiente ordinario, la sua atmosfera, perchè ella vi si movesse con
una tale calma v Parlava tenendo le mani incrociate sul grembo come
una bimba che voglia darsi l'aria di donnina, ma spesso le sue mani
scappavano a toccare un oggetto sul tavolo, a brandire un tagliacarte,
una penna. Com'io la esaminavo con evidente curiosità mista d'am-
mirazione, ella restava qualche istante leggermente interdetta, poi sor-
rideva.
— K di lui che avverrà do{)o la morte della soiella' -ripresi io. -
Non si potrà già nascondergliela per molto tempo... E il bambino'!? Non
potiemo mica affidare un bambino a questo fanciullo...
— Il bambino è morto - interruppe ella -fortunatamente. Un di-
sgraziato di meno. Quanto a lui, ci penseremo. Ne ho già parlato a
mio padre: chi sa, nell" insegnamento o in ini ufficio d'Opera pia...
— For.se è incapace d'una qualsiasi occupazione continuala. Co-
nosce lei la sua infanzia"?
E le raccontai in breve quello che avevo udito da lui il gioriu)
prima. Dalla Casa dell' Infanzia Abbandonata, la Cà Grmida. i due
orfani erano passati ad un Orfanotrofio, sempre tenuti con molto ri-
guardo. Poi una donna li aveva ritirati e aveva provvedido loro tino
alla sua morte, avvenuta due anni prima. Ella viveva agiatamente,
faceva dar lezioni ai bimbi, creduti suoi figli: ma alla sua morte non
aveva lasci.ato nulla affatto. Con la vendita dei mobili, gli orfani ave-
vano vissuto un anno. Poi la Lena s'era messa a lavorar di ricamo
e di cucito, il che le rendeva qualcosa. Avevano continuato così ali ri
due anni.
— Quanto alla loro nascita non sanno nulla essi'.'
— Nulla affatto: la donna pare che avesse detto che il figlio do-
vesse la vita ad un illustre ])ersonaggio, morto or son poclii aiuii. clic
bazzicava sovente in via San Donato.
— Ah! - fece lei. - Può darsi. Ne hanno seminalo in tutta la jiro-
vincia... — E i suoi occhi ebbero una punta d'ira.
Tacque un momento, come riflettendo, poi depose il tagliacarte
GI,I AMMONITORI 19
([liei punto il mezzogiorno era scoccato. Ella rimase tacita un istante,
come ascoltando piena di stupore.
lo sorrisi. Allo .scocco del mezzodì le macchine s'ariestaiio come
per incanto e il silenzio che ne segue reca un hreve intontimento anche
ai più assuefatti.
E subito nel coiridoio un rimescolìo di voci e di passi. Donne e
uomini, giovani in gran i>arte. vi si ingolfarono e ciascuno dava una
occhiata curiosa per la porta aperta.
Ella mi porse la mano.
— Verrà anche lei oggi? Vada a jiigiiarlo a casa, e non lo abbandoni
in questi giorni.
— Non dubiti, signorina.
E si inoltrò nella folla.
Afferrai le mie bozze e corsi verso casa.
Ingollando prestamente un boccon di colazione, non riuscivo a
fìs.sar la mente sulle pagine che tenevo innanzi, secondo il mio uso
di intrattenermi con ([ualche libro o giornale dinante l'antipatica
faccenda di rifornire la macchina... Mi preoccuiiava il pensiero del
povero amico, e .sopratutto rimmagine della sorella. Le sue fattezze
fine, animate di grandi occhi, mi erano stampate nella memoria. Non
mi ricordavo di averla veduta più che una volta, ma certamente l'avevo
rasentata più volte salendo o scendendo le scale a salti come facevo,
lincantucciata su un pianerottolo ad aspettar che passasse la va-
langa dei miei passi giganti. Dovevo sembrarle uno strano animale,
un di quei ragni magri del granturco, d'autunno. Fatto è che ora
la vedevo nitidamente e non come una persona estranea: mi pareva
che anche allora, (luando dovevo esserle passato vicino senza osser-
varla, qualcosa fosse entrato in me, forse .soltanto un alito della sua
atmosfera. Non è così? Ognuno di noi ha intorno un'atmosfera propria,
come le stelle. *
Quando bussai al n. 30, (Irastino attese un momento prima d'a-
prirmi, non senza cagionarmi ansietà: aveva la taccia stanchissima e
pallida e gli occhi rossi. (ìli chiesi se aveva mangiato. Mi rispose:
— Credo.
Non potei far a meno di sorridere. Avevo portato meco due ova
crude e lo pregai di berle, il che fece docilmente e con indiffeienza.
— Vuoi che andiamo? - dissi.
— Come vuoi. È già tempo?
E si guardò in un pezzo di specchio sostenuto sul muio da Ire
chiodi: si dette un colpo ai capelli colla mano:
— Come sono pallido! Sono mortuario...
— Perchè non sai faiti coraggio. Bella faccia che porti (Jiiianzi a
tua sorella !
Afferi'ai la spazzola e gli pulii il pastrano pieno di polvere: gli
porsi il cappello. Egli si rigirava intorno come se dovesse cercar molte
cose da portar seco. Prese un libro e fece ])er uscire. Poi si rivolse e
alzò la tenda: c'erano alcune sottane appese al muro e un lettino li-
piegato : mise le mani in un piccolo baule: brancicò non so che:
— Non avrà bisogno di qualcosa? (Ihe devo portarle delle cose
sue, qui?
lo lo afferrai per un braccio e lo spinsi fuori. I coriidoi erano de-
serti e silenziosi. A un tratto scoppiò un pianto fortissimo di doiuui.
Mi volsi indiclro; lulli gli usci ciano cliiiisi : (lo\('\a venir dal fondo.
':2() (il.l AMMONITom
- I'] la Hiondiiia ilei 4() - disse (aastiiio. - Le è morii) il liaiiihiiii»
ieispia: lei è a letto, assistita dalla moglie dell" iibiiaco, e il hinilio
nella culletta: un'ora fa dormivano tutti due: sì. pareva etie dormis-
sero tutti e due. Va" a vederla.
Mi ricoitlai. Era l'inquilina deirultima softitta. una eantarina bionda
di 17 anni, sarta: sul rullio della macehina a cucire la sua voce in-
stancabile finiva per dai' noia a chi doveva sentirla a lung:o : a me che
facevo rare appai-izioni di giorno, faceva 1' effetto d' uno si)razzo di
sole. Un giorno la ragazza aveva messo al mondo un bimbo: di chi ".'
Nessuno lo sapeva. Lo portava in braccio, seminudo, per tutta la casa,
continuamente: entrambi con una faccia tondeggiante, bianca e rosa,
ella pareva la sorella maggiore del suo bimbo. Una signora del piano
infeiiore, che aveva avuto, pochi giorni dopo, una bambina troppo af-
famata, la mandava sojìra a finir di pascere, e io avevo veduto una
volta la ragazza con due batuffoli rosei in braccio, baloccandosi : do-
veva divertirsi lui mondo.
— Non abbiamo tempo - dissi a Grastino. - Povera ragazza I Ma
d'altra parte non è meglio così"? Per lei no, forse, ma per il bimbo...
Scendemmo. 11 tiscliiettio di Cimisin trillava a tutTandare al bat-
tito del martello. Ai pianti di donna e alle bestemmie degli ubriachi,
da tanti anni, l'allegria di quel pazzo innocuo si mescolava senza riposo.
Non ricordo molto di ([uella visita. Ricordo un viso bianco, ca-
pelli neri umidi e appiccicati alle tenijiie: le fattezze parevano di marmo.
A un certo momento due grandi occhi s'aj)rirono e le labbra bianche
sorrisero, dosi la vidi sempre di poi, così mi sorge ora negli occhi,
un volto d'alabastro, come tras]iarente per un lume nascosto. Disse
qualche parola, tiochissima ; eia così stanca ! Ma gli occhi erano pro-
fondi, intensi, volevano signitìcare quello che non potevano dire le
lal)bra: passavano da Vigi a me, come se volessero intessere intorno
a noi una misteriosa trama che ci unisse per sempre.
Intorno erano altri letti bianchi, altre teste esangui, altri occhi che
ci guardavano. E il sole era stranamente puro e dolce in quell' aria
uguale e tepida.
La dottoressa venne |)er condurci via. Si sedette un iiioiuento,
prese la mano dell'inferma e cominciò a paiiare, come jier cullarla,
con parole carezzevoli, le parole dell'illusione per la moribonda e per
il povero hatello, ciie non si sarebbero veduti mai più.
Poi ci guidò tino alla porta. In tutto ((uel tem|)o Crastino rimase
stranamente calmo.
IV.
Tornando dall'ospizio in Iranvia, il Iragilto fu silenzio.'^o. Egli era
mollo accasciato, (iiunti in piazza dello Statuto scendemmo, lo volevo
trarlo lontano da casa. Entrammo nello stradale di Francia.
— Facciamo due passi"? - proposi. - lo ho vacanza oggi.
— Come vuoi.
Camminammo un buon tratto in silenzio. I prati erano velhrtati
di bianco. La neve prendeva una leggei-issima tinta azzurra nella
lontananza: gli alberi neri non par'evano scarni, ma aprivano conti'o
il cielo dei ventagli di iiiume. Ouando fummo fuori dell" aliitato. le
01,1 AAr.MOMTORI Ì\
Alpi si presentaiono in tutta in loro enormità, dalle punte spiccanti
sul cielo niorliido. ijianclie e chiazzate qua eia di azzurro denso, alle
basi che poggiavano sulla linea vaporosa della [)ianura. Cràstino, che
camminava curvo col mento in seno, alzò a poco a poco la testa, e i
suoi occhi parevano riscldararsi. Vicino a un ponticello si volse in-
dietro come a misurar la distanza ]ieicoisa dopo le case, poi guardò
dinanzi a sé:
- 1 monti! Che bellezza!
Ad un tratto la sua bocca si contrasse, gli occhi si empirono di
lagrime. Fece uno sforzo grande e liprese con voce natnrale:
— Ti darò a leggere i miei versi. Ne ho dei nuovi anche. Ma da
un po' di tempo non posso più comporre. La poesia nasce adesso in
me: quando sarò meno infelice, me ne ricorderò e scriverò. Adesso,
ecco, se fossi solo, piangerei. La notte, il sole, la neve mi fanno sempre
piangere, lo sono sempre solo.
Si avviluppò nel pastrano e prese a camminare più rapidamente.
— Ho freddo. Non hai freddo tu"? Io patisco molto il freddo: per
(piesto Testate è la mia stagione: proprio nel meriggio io cammino
per la campagna delle ore intere. Credo che morirò di freddo.
— Via! Fai conto di proseguire nella vita irregolare che hai tenuto
li noia"? Lavorerai: avrai un imi»iego, e nelle ore libere farai dei versi.
— Hai ragione. Lavorerò e non farò più dei versi... Devo pensare
a mia sorella adesso.
L'immagine della morente mi si i-ipresentò, dandomi una commo-
zione violenta.
Una figura umana tutta curva e affastellata sotto un gran ca])pello
logoro dalle tese pendenti \ eniva verso di n(ji. Quando fu a pochi passi,
scorgemmo un vecchio appoggiato a un bastone nodoso, con tre giacche
logore indossate Funa sull'altra e il petto aiierto rugoso e rosso: si
fermò e ci guardò con due piccoli occhi azzurri : tra la bocca ispida e il
cappellaccio non si scorgeva altro della faccia. Gli porsi una moneta:
— Grazie. Ora prò e/s.'
S'incamminò, poi si rivolse:
— Sentite, giovinotti: laggiù c'èil Re: adesso passerà sullaniacchina.
l'roseguinimo la passeggiata :
— Hai sentito"? - diss' io. - Laggiù c'è il Re. Che sia andato a Rivoli
in automobile"?
— Il re!... C'era un re, - rispose con la sua ai'ia di trasognato - un
re!... Ami le leggende? lo ne sapevo tante. Mia madre... mia zia, via!,
(piella che ti ho detto che ci teneva con sé, ne sapeva d'ogni colore.
— Anch'io ne sapevo molte. Andavo nella stalla, d'inverno. Dopo
il rosario e i paternoster a tutti i santi che ci lil)erino diit feii. ila la
losiia e dal troiai (t), mia nonna ne contava delle interminabili. Kra del
tempo di Napoleone: jiiegata in due dalla sciatica, sembrava una po-
vera bestia supplichevole. Foi, sull'aia della fornace, piena di sole,
io cantavo coi liamliini:
Andouma a Ronma
A coumpré una eouroiifia,
'uà couroiifia par im Re.
Giiirapapé (2).
(1) « Dal fuoco, dal fuliuiue, dal tuono ».
(2) ■• Andiamo a Roma, a comprare una corona, una corona ppr un re, ijiu-
rapapè! » Cantileua di ragazzi piemontesi.
22 (ÌLI AMMONTTOKI
Volevo farlo ralk'firiire.
[1 soie eadeva dictio i monti e il cielo su di e!«si era diveimlo roseo.
lia^tiiCi appunto, di là dai monti, eia forse il i>aese delle lejjiicnde.
( ;rast ino disse :
— Eppui'e sono esse, le leggende, elie ci fanno inabili a vivere, lo,
per esempio, |)enso sempre a Nausica. alle sibille, ai Nibelunghi, a
Bruto magari: e più ancora alla madonna, a Santa Teresa, a San Fran-
cesco d'Assisi... Tutto questo ini ha fatto dimenticare che mia sorella
lavorava per me, che un bel giovane può i)assare |)er la strada e farle
delle proposte, e che l'amore conduce all'ospedale...
Si tirò su il bavero e affondò le inani nelle tasche:
— lo penso alla biondina del n. H). Che diverrà"^? Mi pare perlino
che l'amerei. Sciocco! Intanto non mi ha mai neanche guardato...
Kppuie qualche anno fa le donne mi guardavano con certi occhi! Non
hai mai amato tu"?
— lo no. Non ci ho mai pensato, o quasi.
— lo non lo so. Ma credo che non ho mai amato. Mi ha sempre
disgustato. È vero che non ho mai incontrato una donna sopra la
mia condizione. Ma credo che una donna \iva non potrei amarla,
lo amerei la princijjessa di Tri])oli, per esempio, ossia Elisabetta
d'Austria.
Una forma nera in mezzo alla strada, lontanissima, ingrossava
rapidamente avvicinandosi. L'automobile del Re'! In brevissimo tempo
fu accanto a noi e passò. Due ciclisti lo seguivano. Mi pareva avere
scorto la fisionomia del re, giovane e ardita. Guardammo indietro
seguendolo coH'occhio.
Una piccolissima figura nera, il mendicante, era ferma in mezzo
alla strada: s'vidì la tromba: il mendicante si scostò. Avevamo avuto
un momento d'ansia.
— Se l'avesse travolto'' - disse Crastino.
— Orribile !
— Per entrambi - aggiunse egli dopo un silenzio.
— Infatti... - risposi, e non proseguii.
E c'immergemmo in un jiensiero che ci dava i brividi.
Tornammo che i fanali erano già accesi. Lo condussi alle Cucine,
presso casa: entrava per la prima volta in un ambiente simile. Se-
demmo ad un posto libero.
11 luogo era pieno di strepito e d'un vapore nauseabondo. Io man-
giai, secondo l'abitudine, in gran fretta e macchinalmente: l'amico
provò a trangugiare qualche boccone, ma la gola gli si chiudeva e
gli occhi gli s'empievano di lacrime. Alla sua destra un grosso uomo
appoggiava al tavolo due enormi braccia che sostenevano un testone
bovino: egli metteva in moto due grosse ganasce. In faccia a questo,
la Salamandra mangiava svogliata, versandosi di frequente un vino
nero e denso : gettandogli qualche parola e voltandosi a sorridere in-
torno con aria di civetteria.
— Non sei mai venuto qui .' - domandai a Crastino.
— No. Mi fa nausea.
— Ma si paga poco. D'altronde potresti mandar a prenderti da
mangiare pei- mezzo d'un ragazzo.
Volevo cosi insegnargli a vivere da solo.
Lo accompagnai tino alla sua stanza e gli diedi la buona iiollc
Seduto al mio tavolo sotto la lampada a [H-tiolio uhe aveva as-
sistito alle mie \ef>iie sui C('»mpiti di scuola, alle mie lotte conilo i
refusi, alle mie divagazioni lantasticlie sopra i periodi clie più affer-
ravano la mia intelligenza, mi provai a fìggere gli occhi sul Wundt
the avevo portato dalla tipogratia. E tosto Timmagine di Lena mi si
affacciò : mi guardaA'a con gli occhi supplichevoli, quasi imperativi :
mi pareva che m'imponesse con una dolce forza il pensiero costante
che aveva animato la sua vita per quello strano fanciullo che da due
giorni mi era divenuto fratello. Un passo pesante nel corridoio, ac-
cDuqìaguato da urti contro le pareti e da spergiuri, interruppe le mie
ritlessioni : Tubriaco aveva fatto il lunedi. Un uscio s'aperse; poi
un tonfo, e non sentii piìi nulla : quella sera non avrebbe più avuto
la forza di picchiare la moglie...
Ripresi a scorrere le mie bozze: inutilmente. Non potevo fermare
la mia attenzione ; forse d'ora innanzi queste cose, l'ufticio, la scuola,
i libri, non mi avrebbero mai piìi interessato come prima : qualcosa
(li estraneo era subitamente penetrato in me e faceva si ch'io non mi
sentissi più come prima affatto libero e solo : ne avevo a tratti una
punta di malessere che mi pareva fosse puramente immaginario : in
fondo non avrei affatto desiderato che non fosse avvenuto così. .\d un
certo momento mi domandai : « Ma che faccio io nella vita '? » Fino
a quel momento dunque io non ra'ei'o ancora accorto di me stesso,
perchè non guardavo che me e nessun altro: non avevo termini di
paragone. Che facevo io"? Lavoravo, cioè vendevo la mia opera ad
un padi'one, estranei l'uno all'altro. Fortunatamente, non amando il
padrone o i padroni, che non conoscevo, né lo stipendio se non come
una necessità, amavo invece il mio lavoro e avevo un ideale di me
stesso a cui il mio lavoro poteva condurmi. E d'intorno a me* Cor-
rettori, compositori, macchinisti, entravano, uscivano, vendevano mente
e mano a ore e a tariffa fissa. Nessun amore al loro lavoro, cioè alla loro
vita, e nessun ideale. Ciascuno vedeva di continuo uscir dalle sue mani
pei- sempre e anonimo il lavoro di un'ora, un frammento, e nessuno
poteva dir mai di qualche cosa : « Quello l'ho fatto io ! » Che cosa
resterà loro alla tin della vita a pi-ovare che hanno vissuto ? Non hanno
vissuto : questa è la verità.
0 forse in quella uniformità d'azione, estraneo, lontano dal mo-
notono affaticarsi che li esaurisce, qualcosa esiste, sorride, splende?
Oualcuno ha un piccolo usignuolo che gli canta in cuore mentre le
sue mani s'insudiciano attorno alle ruote '? E qui, intorno, in queste
celle tra di ])rigione e di chiostro, qualcuno di quelli che tornano ogni
sera abbrutiti dallo sforzo della giornata, si as.sopisce in un sogno
sereno e un ritornello di canzone suona al ritmo del suo respiro "?
Guardai intorno la mia sottitta : non era più sì fredda, si nuda.
La lampada diffondeva in essa una luce calma, dorata, che pareva quasi
sottilmente intepidire l'aria. 0 era il senso d'una presenza invisibile"?
Appoggiai la testa su ambe le mani e chiusi gli occhi : traverso le
palpebre la luce mi riempiva le pupille d'uno splendore marmoreo.
Rimasi a lungo così, quasi ascoltando il brusìo nelle mie vene d'un
tepore nuovo e vibrante. La finestra dietro il paralume era tutta az-
zurra. La neve era azzurra, il cielo quasi nero seminato di stelle,
.apersi, .\nche la finestra di fronte era aperta e una figura v'era in
mezzo, china sui gomiti. Non mi maravigliò : non mi pareva infatti
testé quasi d'essermi sentito chiamare 1
24 aiil AMMONITOKI
Che avveniva in quella gran saia bianca, lontano.' Rabbrividii.
Ma un'altra finestra laggiù neirangolo, 1" ultima, era illuminata:
vi si vedevano due candele, e un gemito uguale ne usciva, tranquillo
come se perdurasse nel sonno. Un'ombra di donna anche vi si moveva,
alcuno vegliava il morticino, forse la moglie dell'ubbriaco... Il silenzio
era intinito. Le stelle jiaiiìitavano, il cielo non pareva una volta eui)a,
ma lo spazio senza limite in cui stavano sospese nel lor molo iin-
percettibile quelle \ite luminose. In teira eia lutto bianco: tetti senza
fine, e in fondo il profilo delle Alpi : esse jiaievano inerti e morte.
La vita era qui, intorno a ine, su queste altezze tese verso il cielo :
la vita e la morte.
Lungo le scale un passo saliva e una luce si proiettò sul piane-
rottolo, scomparve nel corridoio. Dopo un po', lo sentii tornare, più
pesante e cauto ; vidi vacillare su la parete lungo la scala il profilo
d'un uomo con ispalla un oggetto oblungo : discendeva. Nella softifta
d'angolo le candele si mossero, l'ombra della donna si disegnò un
momento sui vefr'i : poi si spenseio. Il giMiiito continuava uguale nel
sonno.
— Crastino! - chiesi verso la finestra dirimpetto, pianissimo, come
temendo di svegliare quel gemito. Egli si mosse, accennò con la mano
alla finestra ora buia e si ritrasse.
Tre giorni dopo lui chiamato nella sala d" ingresso della ti|)ogratia.
Mi attendeva un signoie alto, biondo, che avevo già veduto nel labo-
ratorio. Infatti egli rivedeva delle bozze. Riconobbi il primo foglio di
un'opera che passava ora sotto le mie mani.
— Senta - incominciò egli guaidandomi con due occhi azzurro-
chiari. - La dottoressa l^avriano m" incarica di informarla die la sorella
del suo amico è morta iersera...
Quantunque fossi preparato alla notizia, ne rimasi costernato: egli
lo vide e i suoi occhi tranquilli si velarono leggermente:
— La dottoressa è andata stamani a trovare il suo amico : intanfo
vuol eh' io avverta lei, perchè l'assista questa notte, che può essere
terribile per lui, un po' ammalato, a quanto mi si dice...
lo non seppi rispondere parola. Egli proseguì:
— È morta d'emorragìa. Se fosse venuta all'ospizio subito... Invece
ha creduto poter superare la crisi da sola. Quando ce l'ha portata la
dottoressa Lavriano, era già tardi: aveva già dei guasti interni cui
non si potè rimediare...
Diede un'occhiata alle sue bozze, poi si decise a posar la penna
e volgendosi tutto a me, mi chiese :
— Il suo fratello, che tipo è"?
— Oh, un bravo giovine! - m'affictiai a rispondere. - Probabil-
mente non ha sa))uto nulla di nulla. V] un poeta. Ha scritto Tristiu.
— La rimproverava, che lei sappia"?
— Non credo. Soltanto, ella doveva averne soggezione, da quel
che posso iunnaginarmi. Doveva poi temere enormemente di addolo-
rarlo. Credo che gli facesse un ;h)' da madre...
— Ah, le parti s'erano in\ertite! Lui, ceito. non sapeva pioteg-
gerla. Lì sta il male.
— Lo crede colpevole';'
— Non posso giudicarne. Ad ogni modo, tutti gli uomini sono col-
pevoli in complesso, se non della motte dei neonati (i|uelli, pazienza!)
CilJ AMMONITORI 29
certo della morte delle madri; non sono soltanto indirettamente respon-
sabili... Ora lei legge il mio libro'? La signorina mi dice che lei ha
studiato molto di questioni sociali.
— Io"? - protestai contuso, sentendomi arrossire. - lo non ho stu-
diato che le bozze che vo correggendo già da dieci anni.
— Bene! Mi dicono che dà dei punti agli autori, qualche volta. -
E sorrise della mia contusione: nei suoi occhi brillava un" ironia bene-
vola che non mi cagionava disagio. In i|uel momento il sole clu' en-
trava dalla finestra l'aveva raggiunto sulla sua sedia e illuminava la
sua bella testa bionda, dall'alta fronte calva, dai baffi radi spioventi,
traverso i quali i denti brillavano nel sorriso simpatico. Aveva qual-
cosa del sognatore e dell'apostolo; e subito sentii per lui un segreto
moto di simpatia.
Egli si trasse indietro dal sole e riprese la penna, ma tosto la
depose per porgermi la mano, lo la strinsi e tornai al mio gabbiolto.
11 seguito delle sue bozze che avevo dinanzi (L'allevamenlo del-
l'uomo. V ediz.) diceva:
« Il ilovere primo e assoluto d'una società civile è di favorire e
sorvegliare le nascite. Tutti gli altri momenti della vita umana sono
secondari vicino a questo, e in essi l' indi \iduo può in diverso grado
piovvedere a sé stesso: qui due vite sono in pericolo e l'una, la più
indifesa, comincia appena, e guai se comincia male!
« Invece oggi la nascita è lasciata al caso. La procreazione, ch'èin
fondo il solo fine visibile della vita, viene dall'uomo considerata come
la s|)iacevole conseguenza d'un atto di piacere egoistico, dalla donna
ora una sofferenza senza compenso, oia una condanna, una diminu-
zione del suo essere, tuffai più una funzione semplicemente animale.
« Una gran parte di coloro che sentono in sé inquietudine, squi-
librio tisico, difetti od eccessi, germi di male, di pazzia, di delitto,
possono rintracciarne la causa nella nascita. Chi ne ha la colpa"? Di
rado la madie, spesso il padre, sempre la società... »
Quando fui libero dal mio lavoro m'affrettai verso casa. Crastino,
nel suo letto, aveva un febbrone. Deliiava. Minca. la moglie dell'ubriaco,
lo assisteva, colla sua faccia patita e la persona lunga e magra: gli
umettava le labbra ardenti e cercava di farlo rimanere quieto e coperto.
Non mi riconobbe, e rimasi lunghe ore accanto al letto, mezzo intor-
ui(lit(j e colla testa ondeggiante e vuota.
V.
La febbre durò sei giorni. Il medico era inquieto e la dottoressa,
che venne i)iù volte, temette seiiamente che il cervello gli si sconvol-
gesse. Era divenuto s]taventosamente arido e secco. Un giorno scorsi
così nitidamente la forma del teschio sotto la sua barba rada che n'ebbi
un istantaneo ribrezzo.
Nondimeno si risollevò lentamente. Pareva che si fosse dimenti-
cato d'ogni co.sa e una dolce convalescenza mi fece apparire il mio
povero amico come un fanciullo nuovo e ingenuo, ignaro d'ogni do-
lore, anche privo d'ogni iiensiero. come una pianta, un semplice es-
sere di senso.
Poi si ricordò, a spiazzi, del passato; macoli lieve dolore. L'alli-
vità del suo cervello, lideshitosi all' improvviso con un vigor nuovo.
26 OLI A:MJfONITOKI
lo elevava siil)i((), dai singoli casi, alle considci a/ioni j^eiieiali (hdla
vita: essendo stalo si vicino alla morte, diceva ejili, non si conlava
[>iù tra i vi\'i e i sofferenti, pensava agli altri che soffrivano e iniiiia-
"inava come avrebbero poi nto non soffrire, trovando ciò, intine, molto
facile, tanto viveva nelT astratto.
lo lo vedevo dne volte al giorno. Era debolissimo, talché ci volle
più (Tiin mese, prima ch'io potessi condurlo a fare qnalche passo al-
l'aperto.
Passammo così alcuni mesi in una intimità inelTabile: io am;ii
quel ragazzo di genio come avrei amato una creatura mia, la mia donna
o mio tiglio. La bellezza di quell'essere, che sorpas.sava la mia facollà
d'ammirazione, che mi riempiva spesso di slupore e di riverenza, (-ome
dinanzi a un mistero che si nianifesta.sse in lui, mi' affascinava. La
ligui'a divina eh' egli diventava, quando i suoi occhi contemplavano
certi spettacoli eterni di natura o d'umanità, non iiu uscirà più dalla
mente.
Mi condusse a visitai'e le gallerie, ove mi colpi la sua dottrina e
la sua ammirazione ragionata e istintiva dei capolavori. Lo affascinava
il museo egiziano, ov' egli passava ore intere a sognare in presenza
delle mummie e dei resti cosi viventi e strani di quel popolo miste-
i-ioso. Diceva che gli Egiziani dovevano somigliare ai grandi uccelli e
ai grandi fiori delle acque, ci-eature sospese su una linea d'orizzonte,
e sopra, il cielo infinito, e sotto, lo specchio del cielo infinito: nul-
r altro che cielo: perciò furono astronomi e matematici, e |)robabil-
mente musici...
Ma la natura vivente aveva potere di trasfigurarlo. Dinanzi al pae-
saggio dilatava gli occhi che diventavano luminosi come se concen-
trassero in sé quei colori e quella luce: guardavano così, al tramonto,
il cielo grande che si continuava dentro lo specchio del Po, chiuso
dalle masse dei pioppi: in principio gli sfuggiva qualche monosillabo :
ero ancora presente a lui. Poi mi dimenticava allatto : drizzava le sue
spalle gracili, ergeva il petto come per levarsi un'oppressione e respi-
rava a larghi sorsi: non tornava a me che all'annerirsi delle forme,
per ripetermi con i-are frasi, tirate fuori a stento, le sue solite tristezze,
la sua inettitudine ad un'opera grande, la morte che lo chiamava con
voce sempre più insistente.
Le piccole agitazioni degli uomini lo toccavano talvolta jìronta-
niente e vivacemente. Egli gironzolava ])er la città, ruminando di con-
tinuo i suoi pensieri o « coiniettendo a musaico », com'egli diceva, qual-
che sonetto. I moti soliti dei passanti non lo distraevano punto: ma
ogni più minuto incidente insolito lo richiamava : e come usciva da
mi mondo di sogni, la cosa prendeva un senso profondo e gli dava
subito cagione di risalire a idee generali o a visioni d'umanità che lo
prendevano alla gola: uso sempre, sciupandolo, il suo modo d'espri-
mersi. Ricordo che, avendolo incontrato una domenica in corso Vittorio
lutto in preda a' suoi pensieri, non mi peritai di distramelo, salutan-
dolo e accompagnandomi con lui. Ma pareva ch'egli duiasse fatica a
mantenersi con me nel mondo reale. Ad un tratto una fanfara sbocca
da un angolo di via e parecchie squadre di ragazzi marciano dietro
di essa.
I primi gonfiavano le gote rosse sulle loro trombe con un misto
di letizia e di baldanza: gli altri marciavano seiii, ma baldi e lieti
anch'essi, come compresi della loio azione, che eia di solidarietà e di
GLI AMMONITORI 27
Hiinonia, di thliicia verso l'avvenire. Egli li guardò passare con gli
occhi lucidi, attentissimo, li seguì a lungo con lo sguardo: poi lo prese
l'affanno, aprì la bocca a respirar forte per non piangere, singhiozzò
dueo tre volte, indi si acquetò. Di li a un momento: — Vedi !? - disse -
I nostri tigli quelli... i nostri nipoti!... Come sono belli, sani! E gli
altri, i nostri fratelli ! Là, su le soffitte o nelle tane. I nostri fratelli !
Ma il mondo cammina, caro Stanga, domani camminerà così, come
questi bimbi... quando noi saremo sotterra!
Una sera volle portarmi ad ogni costo a vedere il Faust. Fu per
entramììi una fonte di grande emozione. Egli pianse dal principio alla
tine. lo gli tenevo una mano nella mia, premendola ad ogni tratto for-
temente quando temevo che scoppiasse in singhiozzi : ma il suo pianto
era piuttosto calmo. Eravamo in loggione: egli appoggiava la lesta sul
parapetto, senza mai guardare il palco: ed io sentivo con angoscia
inesprimibile ch'egli faceva una tiasposizione : ascoltava la storia di
sua sorella.
Ala io che la musica occupava soltanto ad intervalli, poco avvezzo
a lati spettacoli, facevo amare ritlessioni. Ecco: il pubblico ama questi
quadri: dei burattini ridipinti, caricature dell'uomo, congesti che tra-
discono le cerniere nascoste nelle giunture, fanno grandi passi, si vol-
tano verso il pubblico ([uando devono parlale coll'amante: nel duetti
i due amanti tanno perfino un mezzo giro l'uno inforno all'altro come
i giuppi dei nuisei che hanno un perno sotto il [)iedestallo...
Il mio amico eia pienamente afferrato dall'azione, o piuttosto dalla
musica e dalla sua stessa fantasia, lo pensavo a quella Margherita.
Ecco che cosa è la donna oggidì. Da una jiarfe il diavolo che la tira
per la lunga treccia, dall'altra Dio, che finisce col salvarla per far pia-
cere agli spettatori e con lei l'altra allegra vittima del diavolo, Faust.
Margherita non esiste di pev sé: soffre, uccide la sua creatura... Che
strazio e che ridicolo insieme in (piella scena alla porta della chiesa!
Accanto a noi c'erano delle ragazze che avevano veramente paura. E
mi s'affacciò irresistibile la domanda: « Come si può chiamar conso-
lante la religione?... »
Dio finisce per trionfare, ma che importa se il diavolo ha conti-
nuato a torturarmi durante quattro atti e mezzo, cioè quasi tutta la vita?
Più tardi \'igi divenne sempre più instabile e inquieto. La mia
compagnia non gli bastava più. Egli mi dimenticava spesso quando
l'accompagnavo: si concentrava e rimaneva muto, non rispondeva; non
udiva, forse, il più delle volte. Io l'annoiavo, probabilmente, e ricor-
dando gli sguardi su|)pliclievoli di sua sorella, una profonda angoscia
mi prendeva. Mi sentivo impotente, meschino, nullo : in certi momenti
avrei voluto stendermi a' suoi piedi, farmi calpestare, perchè s'accor-
gesse di me.
Talvolta poi, all'improvviso, parlava e le sue frasi erano una con-
linuazione di un discorso inferno ch'io non riuscivo a ricostruire. E
l'idea insistente era l'amore. Che cos'era quest'amore, per cui sua so-
rella aveva tanto sofferto in silenzio ed era morta con tanta serenità?
L'amore! lo non ci ho mai pensato. O per dir meglio: ho pen-
sato moltissimo alla donna, senza che potessi neanche concepire di
aver mai una donna mia. una famiglia mia. I miei coetanei, i miei
colleghi di lavoro sono tutti ammogliati: ma si dibattono in tali dif-
ficoltà, che il far saltare sulle ginocchia 1" ultimo marmocchio e veder
gli alti-i rotolarsi nei prati, fuori porta, seduti colla mogliettina sotto
28 GLI AMMONITORI
la perKola di iiualclie osteria, è loro Iropjio scaiso coiiiiìeiisi). Alili non
vogliono i-aiii|)olli, e sono i più duri, e i più ciiiiisi, quelli che soiri-
douo di più. ina di un sorriso scoraggiante, niolleggiatore; tristissimi
certo, in fondo. Parlate di amore e di laniigiia in una società che dà
la medesima razione di pane a chi è solo e a chi ha moglie e bimbi !
Ma tutto ciò non bastava a tenermi lontano dal matrimonio, in
fondo io ho un'immensa nostalgia della carezza femminile che non ri-
cordo d'aver sentita mai. For.se, appena messo in luce, mia mamma
|)olè ancora stringermi al suo seno e baciarmi'? Non lo so. Ma mi [)are
die una donna (ora sono vecchio, ho trent'anni), luia donna che mi
avesse amato come avevo bisogno io di essere amato, saiebbe stala
un pochino mia mamma, e avrei avuto bisogno, si. di piangere, quando
l'avessi sentita mia, quando avessi sentito che tutto il suo mondo ero
io. io; di piangere nel suo seno tutte le lagrime che non ho pianto
in trenfanni; di versare tutta la immensa tristezza accumulata giorno
per giorno, da bimbo nelle giornate fredde e senza pane, da ragazzo
nella reclusione priva sempre del conforto d'una faccia femminile, da
giovanotto quando la sera trovavo sempre la mia soffitta buia e gelida.
Avevo una forza, accumulata in tanti anni di lotta contro un vero
strato di terra pesante su di me : non sono uscito dalla mia tomba
di creta come un germoglio in mezzo a un sentiero battuto ? Non avevo
rinunziato a quello che molti altri hanno, alla vita facile, apparec-
chiata dinanzi a loro come una mensa imbandita: rinunziato perchè
ero riuscito a non desiderare, sebbene me ne sentissi un diritto uguale
a quello di essi?
E avevo una debolezza : l'infermità, portata in me sia dalle incon-
scie sofferenze e piivazioni dellinfanzia, sia da quella rinunzia terri-
bile. Una donna avrebbe soddisfatto a questo mio bisogno di proteg-
gere e di essere protetto.
Non venne. L'attendevo e non la cercavo. Non osavo cercarla : ero
timidissimo di fronte alla donna, ])erchè conscio fin da ragazzo del mio
aspetto triste e deficiente, lo sono alto, magro, giallo, con un torso
gracile, gambe e braccia troppo lunghe: a sedici anni mi ricordo d'aver
avuto per un periodo di tempo una fame da canniliale: quando cessò,
io ero cresciuto di trenta centimetri! Da qualche anno non mi guardo
più nelle vetrine, e quando per caso l'occhio mi cade sul mio individuo
ritlesso, m'esilaro non ])oco : ma prima fui di una suscettibilità mala-
ticcia. Avevo un orecchio prodigioso per sentir dietro di me tutte le
gaiezze ch'io suggerivo alle ragazze che mi passavano accanto, e il
mio occhio, che pare un po' uguale e muto, non si lasciava sfuggire i
menomi moti che apparivano su le facce dei passanti. A qualche mo-
nello avrei ben volontieri non poche volte tirato le orecchie. Ma mi
contenevo: chiudevo gelosamente tidte queste ferite di spillo: credo che
avevo una vera faccia di diplomatico, tanto sapevo di.ssimulare. Ora
dicono invece che ho una faccia buona come il pan caldo. (Ili è che
vedo di quante piccole cose soffrono gli uomini : e sono tanto indulgente
verso il me stesso d'allora, che m'intenerisco stranamente all'aspetto
di tutte le ]>iccole sofferenze che gemono o tacciono intorno a me.
Non avevo poi molto tempo da cercarla. Rra necessario eli" io in-
contiassi per cdfio una donna che mi guai'dasse. mi trovasse simpatico,
mi parlasse e mi conoscesse: conosciutomi, mi aviobbc iir61)abilmente
amato, perchè mi |)are impossibile, dio buonol.il contrario, (liascuno
di noi ila dentro di sé di che far felice un altro essere. Ma dov'è que-
fi LI AMMONITORI "29
srullro.' Kcco lulto. Lei era forse ben lonlana e io slavo là noi mio
Imco (li correttore... 0 era torse a due passi: forse ni' lia guardato,
m'avrà anclie parlato... ma non m'ha eonosciuto: e neppur io.
Dunque io scrivo qui come su una pietra sepolcrale : io non ho
.\MATO.
Tutte queste riflessioni e questi rimpianti furono sollevati in me
dalla intimità con Crastino. Egli viveva così intensamente dentro di
sé che le sue parole, da cui ricevevo delle momentanee rivelazioni,
come dei lampi, di quella vita, mi riconducevano immediatamente alla
mia e mi sentivo tutto rimescolato. Una volta mi disse, come conse-
guenza d'una serie di suoi pensieri :
— lo non ho mai creduto veramente a una vita mia oltre a questa,
ad una vita individuale : non ci ho mai creduto, ma ho vissuto come
se ci credessi: vale a dire che, in vista d" un'altra vita, non ho vis-
suto questa...
« Vero», riflettei. E pensavo a me: io ho fatto lo stesso: anche
nel mio piccolo avrei ottenuto qualche felicità se 1' avessi voluta con
tutte le forze. Credo che molti oggidì sono simili a me : non ci si
rifa a nuovo tanto facilmente. Ma vedo che i nostri figli nascono già
diversi: guardano il sole con maggior confidenza. 11 sole è il nostro
vero bene: per ora non ce n'è uno maggiore. Godetelo, figli nostri!
Questa riflessione di Crastino era forse dedotta da mie idee ante-
riori che ero venuto quasi costruendo e connettendo dinanzi a lui :
a mano a mano che le dicevo, si organizzavano e diventavano più
persuasive, solide anche dinanzi a me stesso. Io dimque ebbi una
influenza sul suo pensiero: ho paura, ahimè, di averla avuta anche
sulla sua vita, o, dirò meglio, sulla sua morte I Ala non ho rimorsi.
11 professor Lavriano gli aveva trovato un im])iego nel dazio: lo
esortava a mantenercisi per un mese, intanto ch'egli avrebbe cercato
(|ualcosa di piìi consentaneo alle sue attitudini. Crastino ci si mise
(li buona volontà. Tornava a casa parlandomi dei carri pittoreschi
che scendevano dalle Alpi ed entravano nella barriera di Francia, dei
sotterfugi curiosissimi a cui ricorrevano i carrettieri per nascondere
qualche chilo di salume o qualche litro di vino. Ma ben presto il
lavorìo dei calcoli e della contabilità lo annoiò, lo irritò, e, passato
il mese, se ne partì, insalutato ospite.
Allora il professore lo ammise nella redazione d' una livista di
sociologìa, affidandogli, poiché non aveva alcuna cognizione speciale
della materia, la compilazione dei fascicoli. Né ciò gli piaceva gran
che. Pure tirò innanzi quasi un anno.
Un giorno, era di novembre e cadeva la prima neve, ero venuto
a casa nel meriggio, contro il mio costume, e stavo per tornare alla
tiliografia. quando sento altamente urlare fuori. Mi pareva la voce
dello zoppetto. Xofu. Infatti lo scorgo sul tetto opposto, aggrappai'si
agli spigoli delle ardesie, colle mani gonfie. Nella soffitta attigua
alla mia l'ubriaco urlava, sporgendosi dalla finestra e minacciando di
tirargli una scarpa. 11 ragazzo si voltava con una faccia pavonazza :
jiiangeva e insieme gli faceva le beffe. La Biondina aveva aperto la
sua finestra e lo chiamava, lanciando degl'insulti all'ubriaco. Ora il
ragazzo si trovava sul crinale, all'altezza dell'abbaino di Crastino. D'un
tratto, torcendosi verso di noi, jierdette presa colla mano, i piedi
scivolarono.
•10 OLI AMMONITORI
Dei tiiidi (li terrore seguirono, il ragazzo era sceso l)occoiii coi
piedi innanzi e le mani uncinate sulle ardesie. Il canale di scolo io
arrestò. Rimase immobile un sec(mdo. Allora la tinestra di (Iraslino
s'apri e la Hiondina gli afferrò un braccio. Era salvo.
Respirai. Per un momento ebbi la visione di un mucchietto di
cenci sparso sul lastricato del cortile. Udii allora aprirsi Tuscio attiguo
al mio ed uscir l'ubriaco. Lo seguii. Egli andava senza dubltio a con-
tinuar la scenata nella stanza di Grastino... Ma giuntovi, afferrò il
ragazzo e se lo strinse al petto piangendo forte. Noi lo guardavamo
sdegnati e inteneriti.
Io dovetti correre all' ufficio. Fu allora che s'iniziò 1' amicizia fra
la Biondina e Grastino, che doveva presto mutarsi in amore, e togliermi
per sempre quella dolce intimità che m'era divenuta necessaria.
VI.
Un giorno penetrò nel nostro convento una grande novità. L'n
giovanotto, un pittore, venne al n. "11. Egli non vi dormiva spesso
in principio, avenda anche un'altra abitazione. Era un bellissimo tipo,
un modello d" umanità : alto, proporzionato, elastico, con una testa
dalle fattezze forse un po' troppo fine, ma resa maschia da due grossi
batti e da una gran barba che si mescolavano a coprirgli tutta la
parte inferiore del viso d'una ondulata seta color di bronzo, nonché
da una capigliatura folta cui sormontava un piccolo cappello tondo.
Un gran vocione dalle sonorità di rame dava tale eco nel suo largo
|ietto che a qualche distanza, quando l'udivo nei corridoi, non distin-
guevo più le parole, e pareva talvolta un bordone d'organo. E l'udivo
s]iesso. perchè egli, appena tornato dal lavoro (era disegnatore nella
fonderia Nebiolo). interpellava tutti gl'inquilini delle soffitte, provocava
le loro risa con facezie a freddo, si traeva dietro tutti i bimbi, a cui
gettava dei pomi e delle noci lungo il corridoio, per farli ruzzolare a
mucchi e scompisciar dalle risa. Non so quando dormisse, perchè la
sua sottltta era sempre illuminata e lavorava moltissimo di notte,
traendosi dentro i modelli; un dopo l'altro tutti i piccoli scavezzacolli
(MVaeropoli.
Aeropoli è il battesimo ch'egli aveva dato al nostro convento, che
era, a suo avviso, il più numeroso e vasto di Torino: ed era il titolo
d'un album di acqueforti die voleva eseguire e mandare in Erancia,
ad un suo amico pittore che là veniva molto valutato e aveva promesso
fli farlo conoscere e chiamarvelo hen presto. Egli lavorava la notte e
tutto il giorno di festa. Aveva fatto subito conoscenza con tutti gli
abitanti della nostra piccola città; fatto lo schizzo di tutti. Di Grastino,
di me e della Biondina del 4<) volle fare dei veri ritratti.
Non ho mai creduto d' aver una fisionomia interessante. Le mie
fattezze oggi mi sono perfettamente indifferenti. Ma Quibio (che nome
strano!), altrimenti detto Criì/ic ! era un mago. Il ritratto di Grastino
è meraviglioso e io non ho visto più bello il mio amico nei suoi mo-
menti di trasfigurazione: quando gli sarà resa giustizia ei suoi pochi
versi saranno considerati come i più significativi che abbia prodotto
la poesia italiana in questi ultimi venfanni, questo ritratto costituirà
un prezioso ilocumento. Oia non è che uno dei tipi più suggestivi di
un'aeropoli !
GLI AMMONITORI 31
Il mio è molto strano e non credo di essermi mai veduto con quel-
l'espressione, per quanto quelli siano certo, ad uno ad uno, i miei tratti,
rutto è alterato curiosamente; la pallidezza sopiatutto colpisce e un
senso di terrore che ho negli cechi. Forse ciò proviene dal momento in
:-\ù egli esegui il disegno, un momento che non dimenticherò più.
Ma andiamo per ordine.
Quibio aveva la pili buona indole del mondo, sebbene la portinaia,
jh'era moglie d'una guardia civica, lo guardasse con diffidenza. Il se-
gretario era evidentemente oi'goglioso di tenere un simile inquilino e
o aveva consultato a proposito di certe oleografie che voleva comprare
ler il padrone di casa il giorno delle sue seconde nozze, al che Quibio
ìli aveva dato del filisteo e peggio. Ma la considerazione e la diffi-
lenza della poitinaia e del segretario provenivano da certe lettere pro-
fumate che gli pervenivano e più ancora dal fatto straordinario che
liù d'una signora (o era probabilmente sempre la stessa) aveva fel-
pato la carrozza davanti alla casa ed era salita a veder lo studio.
Per parecchi mesi, Quibio fu la mia compagnia nelle ore di libeifà,
poiché Vigi s'era evidentemente allontanato da me per passar quasi
e intere giornate solo o con la Biondina, verso la quale sentivo uiui
specie di rancore.
Una domenica Quibio bussò al mio uscio. Entrò tutto lieto.
— Due notizie, Martino, - cominciò col suo vocione: - una, che ho
^'into il concorso della Calcografìa di Roma, l'altra... che gli abitanti
li Mai'te fanno segnali verso la Terra.
— Tutt'e due dello stesso valore queste notizie"? - risposi io.
— Sì - riprese. - Ecco qui l'annunzio della Calcografia e il Popolo
li stamane col telegramma di Marte. Ora ti affeiro con una mano, e
k'ado ad afferrar Vigi coU'altra, poi partiamo per \'alsalice a far festa.
Non ci fu modo di replicare. Mentre mi vestivo, egli andò da Cra-
fitino a partecipargli la doppia notizia.
Io avevo sentito d"un romanzo inglese molto strano in cui si sup-
poneva un'invasione di Marziani sulla Terra. Ora l'annunzio del glor-
iale, che alcuni punti luminosi, supponenti una direzione intelligente,
fossero stati notati sul nostro pianeta più affine, mi colpì fortemente,
fi mio cervello, forse ])er mancanza d'un organismo scientifico com-
plesso, è prontissimo ad accettare di botto le cose pili straordinarie.
Questa concezione mi dava un singolare senso quasi di smarrinuMdo,
:(uasi sentissi di essere veramente colia terra lanciato nello spazio, lo
L-redo che quando codesti pensieri siano entrati profondamente in noi.
potremo sentir meglio la vertigine dell'isolamento nell'infinito. Dicono
li non so qual poeta francese, che avesse trovato un frisson nouveaii.
Questo j)are invece a me il brivido nuovo.
Uscirono dal corridoio e mi attesero un momento sul pianerottofo.
scendemmo. Quibio era in jtreda alla sua allegria rumorosa e rideva
;'on tutti i suoi denti brillanti in mezzo a quel bai'b(me biondo. Cra-
■ìtiuo paieva invece un po' contrariato. Da qualche tempo non lo vedevo
più: lasciato l'impiego, s'era chiuso nella sua soffitta: lavorava '?■ Kra
diventato diafano, cògli occhi cerchiati e ardenti, le narici mobilissime
e la bocca nervosa. Io m'ero inquietato molto per la sua salute: il suo
aspetto ora mi aumentava l'inquietudine.
Nonostante la gaiezza del pittore cui cercavo di tener dietro, N'igi
taceva, jtur rimanendo in apparenza sereno e un po' assorto in sé stesso.
Quibio eia tanto fefice. clie me ne sentivo ancli'io contentissimo : oar-
;V2 i:i.l AMMONITORI
laudo, tahiilla in voce uli si altorava : la tiioia lo piciidcxa ali
gola. Ah, che gusto di sentir ridere a ([iicl tiiodoi (Té chi nasco pre
potentemente felice.
Valsalice era piena di gente: tutte le cantine risonavano di orga
netti e rigui'gitavano di borghesi e di operai indomenicati. Quibio i^
piaceva enormemente dell'allegria popolare in campagna: e io pure ni
ne consolo lutto: è sincera, larga, sana. Ci sedemmo sotto un pergolato
e il pittore fece portare un certo vinetto frizzante, che l' inuzzoli v
tutto e gli faceva schioccar la lingua. Crastino ne assaggiò un sorso
fece una smorfia : io sono astemio.
— Ah miei cari! - fece Quibio. - Che bella cosa se la terra produ
cesse più vigna e meno ferro da cannone. Che ne dite"' La vigna è i
segreto della pace universale. Guardate: appena due uomini sono brilli
subito si abbracciano. Non è vero, Mincan Crus? - disse alzando l
voce verso la padrona grossa e rubiconda che si attannava a poita
bicchieri qua e là... Si era innamorato di quel nome, e lo ripeteva!
tutte le donne.
Un organetto entrò nel cortile e cominciò a suonare. Tosto Quihi'
si levò e afferrò la padrona per le braccia: questa, girando pesante
mente, rideva e oscillava tutta. La lasciò subito quando vide entrar
una ragazza con un gran cappello a piume di gallo.
— Oh! - esclamò. - La principessa d'Acropoli. Facciamo un giro
Era la Salamandra. E senza lasciarla rifiatare la trascinò in ui
valzer vertiginoso. l'olvere e ciottoli sprizzavano dalle sue scarpe chic
date. Quando non ne potè più si fermò e trasse la ragazza fino al nostn
tavolo.
Ella sedette, guai'dandoci con atto fra d'interrogazione e di non
curanza: poi bevve d'un fiato il bicchiere che Quibio le porse.
lo sentivo un leggero batticuore, il .senso che ho sempi'c di fronf
a una donna, di timidezza e insieme di dispetto contro la mia timidità
— Ebbene, come va la salute, Minchin"? - chiese Quibio sorri
dendo.
— Sempre bene la mia - rispose la ragazza quasi offesa. - Chiaiiiaiii
Olga intanto!
— Quanti anni hai.' Venti, non è vero?
— Ventuno.
Quibio rise fragoiosa mente: ella gli die del ventaglio sul capo
Aveva i capelli biondissimi, radi, gli occhi allungati agli angoli da un;
riga di bistro, la pelle delle guancie disuguale e guasta: la bocca, as.sa
bella, nelle mosse del discorso prendeva sempre delle inflessioni igno
bili. Aveva forse quell'età e poteva anche avere più di trenf'anni.
— Che farai quando sarai vecchia.'
— lo veccbia "' - rise, e un'ombra d'inquietudine mi parve le pas
.sasse un momento sul viso :
— Farò l'aftittacamere jiei- le ragazze come me.
— Bene! Per vendicarti di chi ti fa fare questa vita"' Tu ti ripa
gherai sulle disgraziate come te : la tua padrona fa lo stesso ora, i
la catena non finirà più - disse Quibio tra grave e ironico.
Ella volgeva gli occhi sovente a osservai^ Crastino: d'improvvise
chiese a me, sommesso, ma sì che lui sentisse :
— Sua sorella dov'è"?
— Morta - risposi subito sottovoce.
Crastino ci guardò entrambi con un rimprovero triste negli occhi
GI,I AMMONITORI 33
Ella diede un sospiro, crollò il capo, poi percosse il pittore forte sulla
spalla :
— Andiamo a ballare, biondo?
— No, grazie. Troppo liscio il pavimento e tu pesi troppo, cara
Olga mia, e poi... io non voglio essere un rivale per nessuno...
E accennò ad un giovinotto che sedeva davanti ad un bicchier
di birra tutto solo e guardando fissamente il nostro gruppo. La Sala-
mandra lo adocchiò di sfuggita e arrossì :
— Quello... sapete chi è quello là"? Guai se ve lo dicessi!
— Brr ! - fece Quibio. - !'] il re dei gargagnan, scommettiamo ! - e
vedendo passare la padrona ordinò un altro mezzo litro.
— Quello è il contino Raffi: ha pochi soldi ma molta sfacciatag-
gine, e mezzi i barabba delle Ca neire gli fanno i servitori.
Si volse a lui e lo guardò fisso atteggiando la faccia a un disprezzo
indicibile, poi si levò, cercò collo sguardo tutt'intorno, e si sedette di
nuovo rassicurata.
— Vuol che facciamo un giretto, signor Crastino"? Io posso con-
taile delle belle cose... E la Biondina non è venuta"?
Crastino arrossì e rise nervosamente, poi mise le labbra al bic-
cliiere e bevve con una smorfia.
— Ti proibisco di sedurre il poeta! - vociò Quibio. - Lui è tutto
scombussolato perchè Marte fa dei segni a Venere, cioè alla Terra...
e non bisogna disturbarlo nelle sue meditazioni...
— Sì, si, lasciamolo meditare. Che vuol dire aver la testa nelle
nuvole !
Poi si fece improvvisamente seria: - Ma è malato il vostro amico,
non vedete?
Egli era difatti pallidissimo, ma protestò vivamente.
La padrona si avvicinava: depose il vino sul tavolo con una leg-
gera smorfia verso la ragazza, che si levava dando un colpo di ven-
taglio a Quibio.
— ^"edi ([ui la donna onesta e si)ietata - mi disse Quibio sommesso,
accennando alla padrona.
— È vero. Non ha un'itlea della infelicità di questa povera ra-
gazza.
E tosto mi s'affacciò l'idea della orribile piaga sociale che, riu-
scendomi inesplicabile nelle sue cause e nei suoi rimedi, è la sola
la quale mi faccia quasi disperare. Intanto seguivo coli' occhio la Sala-
mandra. Subito il giovane solo che dapprima ci osservava fece una
mossa per seguirla. Ella gli lanciò un'occhiata che l'inchiodò sulla
panca, poi s'appressò ad una tavola ove un ubriaco in mezzo a parecchi
bevitori urlava con quanto flato aveva nei polmoni:
Cruce delissia,
Criice delissia,
Delissia al cor!
E si sedette nel gruppo accanto a un giovanotto mingherlino.
Quando ella gli accennò il contino, i due si guardarono, e il mingher-
lino ebbe un istante la faccia illuminata da un sorriso cosi maligno,
fino ed energico ch'io ne fui scosso. Aveva due occhi agilissimi e
mutevoli, che in certi momenti parevano quasi luccicare fuor d'una
guaina e ringuainarsì sotto le palpebre subito. Io pensai che il suo
coltello doveva apparire e scomparire bene spesso a quel modo.
o Voi. evi, Serie IV - !• luglio 1903.
34 OLI AMMONITORI
La sua fisionomia non mVia nuova. L'avevo visto torse alle Cucine.
C'è dinique una società sotterranea dove la sopercliieria, la lotta,
la solidarietà, sono praticate all'insaputa dell'altra, ma con la stessa
intensità. Qualche sommovimento lancia ogni tanto alla superficie un
cadavere. E tutto ciò viveva accanto a me: ne sentivo le pulsazioni
quando rincasavo tardi la sera e udivo dei susurri o delle risse negli
angiporti: qualche volta avevo udito accanto a me, nell'ombra, due
parole che mi causavano un fremito di teri'ore e subito dopo mi aveva
colto un moto di fiducia e quasi di compiacenza: « No, è Stanga! »
Mi conoscevano dunque: avevano una polizia anch'essi: io ero nella
lista degl'innocui o degl'insignificanti... Tutto ciò nelle tenebre. Alla
luce del sole nient'altro che uno sguardo d'odio, di provocazione, di
vittoria, come quello che avevo veduto luccicare un momento sulla
faccia di quel mingherUno...
Intanto una reminiscenza mi perseguitava. Dove avevo visto io
il contino"?
Imbruniva. Il cortile si riempiva sempre più. Entravano ora fa-
miglie intere con marmocchi e sedevano alle tavole facendo preparare
da mangiare. Mangiavamo anche noi in mezzo al tumulto, ma tutti
tre eravamo taciturni ; l'allegria del pittore era sparita.
Ci levammo e movemmo per uscire. Ad un tratto mi sentii toc-
care. Era il mingherlino che mi sorrideva coi suoi occhi aguzzi:
— Una parola.
— Dica - feci io imbarazzato.
Tacque lui momento, poi accennò dall'altra parte al contino.
— La sorella del vostro amico... Eccolo là!... E ora lasciate fare
a me. Nient'altro. Stia tranquillo, monssìi Stanga!
E sparì nella folla che ingombrava il portone. Noi ci avviammo
verso la città.
Molta gente scendeva per lo stradone battuto e bianco. Le donne,
stanche, si sospendevano al braccio degli uomini, i bimbi ruzzolavano
per le chine: su tutte le facce era la stanchezza e rintontimento delle
giornate di sole passate all'aperto da gente che vive tutta la settimana
nei laboratori e nelle case buie.
A un certo punto Quibio prese per mia via traversa :
— Allungheremo un poco, ma saremo tranquilli.
Era un sentiero fra le vigne: a quando a quando si cingeva ai
lati di siepi o di muri a secco.
Il cielo era tutto popolalo di nubi ineguali, fra cui il sole spargeva
i suoi colori.
— Mi par che il paesaggio vada mutando - incominciò Quibio - o
muto iof o mutiamo tutti"? Io non so piìi come si può dipingere il
cielo: è molto più difficile che una volta, perchè bisogna far intrave-
dere qualcosa di là.
— È vero - aggiunsi io. - I pittori dipingono uno strato d' aria
azzurra o un movimento di nuvole. Questo non è il cielo, è sempli-
cemente l'atmosfera.
— Oh certo! - rispose Quibio ridendo. -Non vorrai mica che di-
pingiamo fuori dell'atmosfera! Forse il hkutco e nero \mò far qualche
cosa di più. II mio amico Chedda mi mandò da Parigi delle fotografie
di Odilen Redon, da cui ho presentito quel che si potrebbe fare da uno
che tosse ben addentro in quello che mi hai mostrato tu. Stanga, coi
libri di Flammarion. .Ma non sarà un tentativo inutile"? Eppure mi
GIÀ AMMONITORI 35
attira. Vedi, pensavo poco fa di far qualcosa con quella ragazza, ma
non ne ho piii voglia. A che scopo studiare questi tipi, far della cri-
tica anarchica colla pittura"? E poi credo che non si può andar più oltre
di quel che ottennero certi francesi deir^s.s/e/<e au fieurre. Bisogna
trovar del nuovo.
— È la letteratura che deve precedere - esclamò Crasi ino che usciva
un momento dalla sua distrazione.
— È vero - diss'io. - La letteiatiua d'oggi mi fa pietà. Dopo d'aver
parlato tanto di sé stesso, l'uomo c'insiste ancora; eppure ne parla a
vanvera, perchè vede poco di sé stesso: si vede poco perchè non vede
pernulla gli altri esseri, non si considera in giusto rapporto cogli altri
esseri. Dico l'uomo letterato... Infatti chi sa che cosa è l'uomo? L'uomo
non è altro che la realizzazione della coscienza della terra, è la terra
che sente sé stessa. Che cosa è la terra? Un punto. È la figlia del sole,
un punto un po' pifi grande. 11 sole l'ha creata. Il sole scalda l'aria,
trae l'atmosfera dai poli all'equatore e crea il vento; il sole crea le cor-
renti del mare, assorhe i vapori e li cristallizza sui monti in ghiacciai
e ne fa scendere i fiumi; il sole solleva il mare come un seno che re-
spira. Il sole forse solleva il cuor della lena, il nucleo plastico che
freme dentro la scorza, e lo trae a sé e lo farà esplodere un giorno.
Noi siamo figli del sole.
— Bravo! - gridò Quihio. - E tu sei figHo dei lihri. Qual' è l'ul-
timo libro che hai letto?
— È vero: questo è un mio sunto dell'ultimo libro che ho cor-
retto, la Geologìa generale. E che perciò? La poesia sta tutta lì.
— Sì, - inferi'uppe Crastino colla gola stretta. - Questa è la poesia
nuova !
Sentii nella sua voce le lagrime. Lo guardai : la luce del tramonto
illuminava la pallidezza della sua fronte: aveva i pomelli accesi come
per febbre.
— Chi la farà? - aggiunse.
Tacque. 11 cielo si chiudeva: le nuvole s'erano assiepate, avvici-
nando i lor nuclei bigi fra cui brillavano delle lagune d'argento.
— I giornali - ripresi io - stimano che la notizia dei segnali di
Marte sia una fantasia di un astronomo poeta. Può darsi. Che importa?
Non ne sappiamo nulla, ma intanto l'ipotesi che il cielo tutto sia vi-
vente non ci stupisce più: ne cresce la coscienza in noi senza chela
scienza ci aiibia portato una sola prova. Com'è ciò? Forse tra i mondi
esiste qualche nujzzo di comunicazione che gli psicologi direbbero sub-
cosciente: forse domani questo sarà una certezza. Avete notato come
le scoperte più strabilianti si accettino con un'estrema facilità? I raggi
Roentgen, le onde Marconi, tutto questo era già nella coscienza del-
l'umanità. Donde?
Ma mi accorsi che i miei compagni non mi seguivano più. Essi
erano entrambi assorti in sé stessi, nella lor vita particolare. Ne ebbi
la sensazione quando Crastino concluse quasi un suo ragionamento in-
teriore, che pareva anche chiudere il mio discorso.
— E dopo tutto si muore.
— No, - protestai con veemenza. - La vita ha foise una fine rispetto
all'eternità. Per noi, per la nostra concezione, non ha né principio né
fine. Ma pensate che le cifre assegnate dagli astronomi alla vita dei
mondi più vicini a noi sono già una eternità per noi uomini. Non si
muore !
36 GLI AMMONITORI
— Si muore, si muore!... - insistè egli quasi con angoscia.
— Purtroppo, caro Stanga! - appoggiò Quibio. - E ciò non impe-
disce cbe non me n'importi un fico secco ! Io e Crastino abbiamo la
stessa idea della vita, intendo della nostra particolare: ma lui pensa
alla fine, io penso al momento. Ecco la differenza. Tu poi vivi nelle
nuvole e nei libri o, se vuoi, di là dalle nuvole... Sei un uomo felice!
Essi pensavano infatti alla lor vita [)articolare. Il crepuscolo li in-
teneriva mentre contemplavano in sé stessi un' immagine d'amore. Per
un momento io sentii acutamente la nostalgia di questa accompagna-
trice esistenza femminile che la natura assegna come complemento a
tutti gli uomini.
.Allora m'accorsi d'una puntura interna, come d'una di quelle ferite
troppo rapide e dirette che non si avvertono subito e si rivelano al
bruciore lentamente.
Anelai di esser solo per interrogarmi e sentirmi. Giunto a casa, mi
coricai e spensi il lume e m' immersi in me stes.so.
Fu prima un tumulto confuso e doloroso che mi riemjiiva il capo
e il petto, una ridondanza di amarezza e di calore da sottocarmi. Poi
divenni straordinariamente lucido e calmo, come se il mio sangue si
fosse sedato e tacesse, e sola l'intelligenza splendesse come una luce
a illuminare il mio passato e la mia miseria e la miseria di tutti i miei
simili.
Amare, amare, amare! Sentirsi vivo e pieno e perfetto nell'amore
dell'altra creatura necessaria, sentirsi un perfetto individuo che tende
a una comunità, a una umanità piìi ricca e piena. L'ideale mi appariva
semplice e lucido, e per me lontano, passato, morto forse con quella
povera morta cbe m'aveva sorriso nell'agonia. Ella era una povera
creatura : aveva seguito innocentemente il suo istinto di felicità : la
pei-tidia e la morte l'avevano ghermita.
E l'acre gioia e l'angoscia datami dalla scoperta dell' infame che
l'aveva tradita, si dissiparono. Potevo io vendicarmi di cohii? Chi era
egli"? Forse nulla: forse un essere non ancora apparso alla superfìcie
ove respirano gli esseri coscienti. Aveva seguito il suo istinto perver-
tito dall' eredità di generazioni oppressive e malefiche. Creature che
nascono senza doveri, ricche di tutti i diritti, che possono fare se non
approfittarne?
Reagire su di esse! Reagire colla luce!
Ma i malvagi si sopprimono fra loro. Quello era in buone mani
e avrei voluto potergli desiderare che la punizione non fosse fatale, da
impedirgli un ritorno alla sua vera natura umana.
Ma sono uomo e figlio d'uomo.
Io vorrei credere ad una legge inflessibile: chi ha fatto soffrire.
soffia !
E risolsi di non dirne nulla a Vigi. A che prò?
fContiiniii .
Giov.\NXi Cex.a..
IN FINLANDIA CON L'AMICO COCCHI'^'
Ti ricordi, o Igino, le nostre passeggiate della domenica- nelle
verdi foreste di San Rossore? Son più di cinquant'anni che son pas-
sati sul nostro capo, spargendovi le nevi che nessuna primavera è
capace di fondere; ma io le ricordo vive e care, come se le avessi
godute ieri.
È una bestemmia, che pure è in bocca di tutti, quella di dire che
il passato è morto per sempre e sepolto neireternità. Per me almeno
il passato è vivo, più vivo del presente e sopratutto più caro, perchè
il tempo gli ha tolto le spine e le ortiche quotidiane e gli sbadigli
delle noie ufficiali e le menzogne della civiltà, che si pettina e si tinge
più di quel che si lavi, conservandone solo il profilo nobile e piu'o di ciò
che non può jiiù morire, perchè vive solo nelle anime. 11 passato è
una moneta divenuta medaglia, è un uomo grande senza le debolezze
e le vergogne; il presente è una moneta viva, che si spende, ma che è
anche sudicia di tutti i sudori umani : ed io preferisco la ruggine al
sudiciume.
E di certo le ricordi anche tu quelle serene, gaie e gioconde pas-
seggiate pisane. Liberi per tutta una giornata, come operai della setti-
mana universitaria, ci lanciavamo nel verde e verso il mare senz'altro
bagaglio che la nostra giovinezza e con una scatola, che doveva racco-
gliere il nostro bottino, che con ingenua prosopopea chiamavamo
scientifico. Anche la colazione doveva essere una sorpresa, una con-
quista, e la si trovava in una delle tante fattorie, che il buon granduca
aveva sparse nella bandita colla dolce illusione di fabbricare in Toscana
il cacio parmigiano.
Si camminava tutto il giorno e le nostre gambe non erano stanche
mai. Si pescavano tritoni, che per noi erano coccodrilli, si acchiappavan
farfalle, e coleopteri e ramarri, si raccoglievano pietre, si coglievauo fiori
e rami d'albero, rispettando sempre i nidi, che per noi eran sacri.
Un giorno presi perfino un germano, che ferito in un'ala si era accovac-
ciato in un cespuglio di gine])ri. Lo portai trionfante nella città ancor
vivo, dovetti pagare mezzo paolo di dazio, e lo diedi a cucinare il giorno
dopo nella modesta trattoria, dove per un paolo al giorno pranzavo
con due piatti e un dessert e vino a discrezione, che io non beveva.
Eran davvero deliziose quelle nostre passeggiate! Anzi non erano
punto passeggiate, ma veri viaggi d'esplorazione, perchè ci si perdeva
più d' una volta in ciuell' immensa foresta e ci si trovava sulla spiaggia
(1) Prof. Igino Cocchi, Ln Finlnndìd. « Bicordi e studi ». Firenze, 1902,
Successori Le Monnier.
38 IN FINLANDIA CON l'AMICO COCCHi
del mare, quando meno lo si pensava, o chiusi a un (ratto tra dm
lanche si dovea passare 1" acqua a guado, senza paura di reumi o d
ratt'reddori.
Fin da quei giorni ci sentivamo viaggiatori e sognavamo vergin
foreste e selvaggi e belve mostruose. E abbiam viaggiato poi la nostri
parte, ma io anche in India, anche nel Brasile, anche in Lapponi^
Ilo sempre ricordato i viaggi delle domeniche fatti con te nella Banditi
di San Rossore.
*
» *
Il lettore mi perdoni, se volendo parlare della Finlandia, som
andato prima a Pisa, ma egli è ])erciiè in Finlandia sono andato ii
compagnia dell" amico Cocchi, purtroppo non già colle mie gambe
ma cogli occhi, leggendo il bellissimo libro, che ha dedicato a que
poetico e infelice paese, ch'egli ha percorso e studiato.
Anche i più ignoranti di geografia hanno dovuto ai nostri temp
ricordare e amare quella terra fredda e onesta; ricca di acque com
nessun' altra e più ricca ancora di onestà, dove ogni uomo e ogn
donna sa leggere e scrivere e dove la cifra dei delitti segna uno de
numeri più piccini e più gloriosi dell' Europa; quel paese che la Russi;
vuol abbattere colla violenza, col peso enorme della sua mano vuo
schiacciare, colla prepotenza vuol russificare. Vorrebbe anche coli
lusinghe corromperla, ma a ciò non airiva, perchè 1" animo di quelli
gente è troppo nobile e puro e come il granito si può fare in polvere
ma non si può stemperare. Non feste popolari, non stipendi, non deco
l'azioni possono piegarli. Finlandesi sono e finlandesi resteranno. Il
questi giorni il giovane professore Yrjo Hirn, che fa un corso di estetici
nella Università di Helsingfors, mi faceva una cara visita nel mi(
Museo in compagnia della sua dotta signora, che lo aiuta nei suo
studi. Fa un viaggio di tre anni in tutta l' Europa per studiare l'estetica
come la intendono i popoli diversi e come diversamente la intesen
nel tempo e mi meravigliavo di trovarlo tanto profondo conoscitori
della nostra letteratura antica e moderna.
Dopo una certa esitazione osai domandargli : Che cosa faret-
contro l'invasione russa? Ed egli, serenamente, senz' ira. e direi anch
senz'odio, rispondeva: Resister sempre, disubbidir sempre! In quelli
risposta mi parve sentire la calma forte di chi non si piega mai, d
sentire la forza del freddo, dia conserva e dura. Intanto, però, sotto
nostri occhi, in piena luce di civiltà umanitaria, vediamo compiers
due grandi iniquità commesse fra popoli civili: la guerra anglo-boeri
e la distruzione della Finlandia. Ma l' Inghilterra vuole allargare 1
frontiere africane e la Russia vuol giungere all' Oceano. Volete voi torsi
impedire il respiro a chi ha il petto largo: non ingrandite anche vo
gli abiti ai figliuoli, quando crescono"? Lasciate che i forti respirim
largamente e le membra gagliarde si muovano liberamente. 11 monde
è dei forti.
E ancora una volta il lettore mi jierdoni, se. parlando della Fin
landia, vi faccio della politica umanitaria, ma egli è perchè pensandi
ad essa il cuore palpita irresistibilmente pili che il pensiero noi
ragioni.
*
* *
Non so se io abbia torto, ma credo che quando si voglia viaggiar*
in un paese senza andarvi, il miglior modo è quello di lasciar parlare eh
vi è andato, e noi andremo in Finlandia, a braccetto del nostro Cocchi
IN FINLANDIA CON L AMICO COCCHI
39
La Finlandia è il regno delle acque, le quali si versano nel mare
limpide e chiare da 25i2 foci, e gli uomini, congiungendo fiumi con
fiumi e laghi con laghi, hanno ti'acciato il paese più ricco di rive
acquee che si conosca e il più variato per ampiezza e forma di hacini
^ji-^-fc \
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Tipi di douiie finlandesi.
lacuali, dal Ladoga, che oltrepassa i 4000 chilometri quadrati nella
sola sua parte finlandese, a quelli che ne contano pochi. Le acque,
che scendono dalle alpestri giogaie, si uniscono a quelle che incontrano
per via e insieme riunite non si avviano alle foci, formando giù
Tipi dell'Ostrobiitniil.
per le valli dei rigagnoli come quelli dell' Apennino, ma obbedendo
nella loro discesa alle depressioni ed ai rialzi di suolo, che inconti'ano,
si adunano in larghissime conche, formando laghi, o in ristretti solchi
a modo di fiumi spesso profondissimi, gli uni agli altri l'iuniti come
maglie di una medesima rete e lontani o prossimi al mare, vanno
a scaricarsi tutti nel mare.
4(J IN FINLANDIA CON l'AMICO COCCHI
Il movimento di discesa però non è sempre conforme e tranquillo.
Le acque incontrano dislivelli improvvisi, che le obbligano ad allar-
garsi o a lesti'ingersi o a Italzare di roccia in roccia, da un piano a
un altro, in forma di rapide correnti e di cascate. Un lago piii alto
si precipita in uno più basso a pochi metri di distanza, rumoroso,
spumante, e l'acqua, riducendosi in un pulviscolo minuto come nebbia,
i-icade in pioggia sui lati dopo aver fatto brillare i colori dell'arco-
baleno.
Imatra è la più celebrata fra tutte le cascate, ammirata da ogni
buon finlandese e visitata dagli stranieri. Enorme è la massa d'acqua,
che con sbalzi vertiginosi precipita dal lago alto nel basso. E vastis-
sime piu'e sono le cascate di Valinkoslci, di Kyriskoski e tante altre.
Tutte queste acque vanno a riposare nel Baltico, mare di un'acqua
poco salata e che è in gran parte mare finlandese e che coi suoi 410,000
chilometri quadrati di superficie tempeia il rigore del freddo. Mare
dolce, ma terribile ai navigatori per le sue fitte nebbie, pei suoi
ghiacci impenetrabili nelF inverno, terribili quando li rompe la pri-
mavera; mare che genera i più abili e coraggiosi marinai del mondo,
che combattono lotte di vita e di morte colla furia delle tempeste,
coir impeto delle correnti, col prodigioso sollevarsi della marea, che
si caccia dentro gli stretti con onde di 40, 50 e più piedi d' altezza.
E il Cocchi, parlando del Baltico tormentoso, richiama al pensiero lo
splendido inno al mare di Basilio il Grande, più eloquente del grido
di Orazio contro le navi.
E le rive di quel mare si frastagliano all' infinito con seni e baie
fantastiche, con isolette innumerevoli tutte coperte di cupe foreste di
pini e di betule sorridenti nella loro veste argentina; scene che per
la loro pittoresca freddezza si possono mettere al polo opposto delle
foreste policrome, feconde, esuberanti di fecondità, che in queste stesse
pagine abbiam percorso in compagnia del nostro Beccari.
Il clima della Finlandia è rigido, ma non quanto si dovrebbe
aspettare dall'alta latitudine. Dei dodici mesi dell'anno, l'inverno
se ne prende sei. cioè dal novembre all'aprile, e non ne restano che
due per la primavera, due per 1' estate e due per 1" autunno. Si può
dire che questo paese gode di un clima quasi marittimo, dacché
neir estate la temperatura sorpassa di raro i 30°C e nell' inverno la
temperatura più bassa fu di — 48°C.
11 clima finlandese tende a migliorarsi, dacché il suolo si va
progressivamente innalzando e così riceverà più direttamente i raggi
solari; non unico esempio di climi, che anche in tempi moderni si
sono cambiati di bene in meglio o di bene in peggio.
L'inverno in Finlandia è lungo e forte. Tutta la terra è sepolta
sotto la neve gelata, i fiumi son ghiacciati, gli albeii delle foreste si
piegano sotto la neve e i porti son chiusi. Ad Abo però e in qualche
altro poi'to entra il postale, ma solo rompendo il ghiaccio con potenti
ordegni.
Nell'inverno però i finlandesi lavorano e si divertono. 11 lavoro,
che più si adatta a questa stagione, è il taglio dei boschi, e i tronchi
tagliati scorrono facilmente sul suolo ghiacciato e si accatastano,
preparando nello stesso tempo le zattere, che porteranno tutti quei
rio in Finlandia.
42 IX f^IXLAXDIA CON l'aMICO COCCHI
poveri morti della foresta al mare. Si cambieraniio poi in case, in
barche, in carta.
Né solo al bosco si riduce il lavoro invernale. Si dissodano i
campi, si scavano canali, si lavora nelle cave, e celebri sono quelle
di granito rosso e di porfido. E chi può rinunziare ai rudi lavori del
povero, esercita i muscoli nelle slitte, nelle partite di caccia e di
pesca, nelle gare di pattinaggio o nelle corse sui siiksit. La pesca è
una delle industrie più ricche della Finlandia, ricca com'è di acque
dolci e salate, ed è interessante assai l'assistere alla gran fiera del
pesce, che si fa in ottobre nell'Esplanade di Helsingfors, e vi accorrono
a comprarvi i pesci salati o altrimenti conservati dalla Svezia, dalla
Danimarca, dalla Russia e dalla Germania. E col pe.sce in quell'occa-
sione si fa mercato di animali domestici, di selvaggina, di pelli, di
granaglie e persino di stoffe. Le trote e i salmoni formano la delizia
dei pescatori appassionati che, come avviene in Norvegia, vengono
dall'Inghilterra ed anche dall'America, prendendo in affitto una por-
zione d'un illune per dedicarsi allo sport dell'amo. Per la pesca com-
merciale più della canna serve il Loliipato, specie di laberinto o di
trappola, che si prepara in vicinanza di rapidi corsi o di cadute
d'acqua, dove il pesce si sofferma a riposare per jirender lena a
risalire la corrente e dove invece trova la morte.
La pesca non è impedita neppure dal ghiacciarsi dell'acqua. Il
pescatore nel più crudo inverno, quando l'aria è così fredda da far
gelare il mercurio, prende la sua slitta e con essa va al mare o al
fiume, dove vuol pescare. Rompe il ghiaccio, facendovi a viva forza
un pertugio, che poi allarga faticosamente. Il pesce curioso accorre
al nuovo spiraglio e là diviene preda dell'amo e della fiocina.
Quella della foca (descriviamola colle stesse parole del nostro
compagno di viaggio) è piuttosto caccia che pesca e vieii fatta in
comitive. Non una slitta, ma una barca di forma speciale, è trascinata
sul ghiaccio per servir di riparo e per imbarco in qualche tratto di
mare libero o di ghiaccio non resistente e sempre poi per l'accolta delle
provvigioni da bocca e da caccia non meno che per il trasporto della
preda al ritorno. Si usa farla quando per la stagione o per burrasche,
rottosi il mantello di ghiaccio, che copre il mare, vi sono ghiacci
galleggianti sull'acque. Alle foche di lago, considerate nocive alla
piscicoltura, si dà la caccia in qualunque stagione dell'anno.
Giunta in luogo propizio la comitiva e montata la vedetta, si
fanno i prejiaiativi d'uso. I tiratori, indossate lunghe cappe bianche,
imbracciano spingarde e carabine e si distendono bocconi sul ghiaccio,
tenendo fra corpo e ghiaccio un'asse sottile e leggera, che ne sorpassa
la testa; ivi è imperniata un'altra assicella verticale, la quale ha due
fori, che permettono al cacciatore di vedere davanti a sé e può pas-
sarvi al momento voluto la bocca dell'arma; i suoi forti stivali
hanno armate le punte di uncini di ferro, coi quali aiutandosi egli
può spingersi davanti in qualunque direzione, senza mutar di positura,
coll'assicella sotto a sé, il paratesta in avanti. Se la foca non scopie
l'insidia o se scoprendola non ha vicino qualche tratto di mare libero,
presto cade vittima della palla micidiale. Non di raro però cacciatore
ed apparecchio cadono nell'acqua gelata e i compagni devono farne
il salvataggio.
IN FINLANDIA CON l/ AMICO COCCHI - 43
Anche la terra dà al finlandese non troppo avari frutti. Egli coltiva
il grano, la segala, Forzo, l'avena, le patate, le rape e le carote e da
poco tempo nel mezzogiorno coltiva il grano saraceno. Antichissima
è la coltura della canapa e del lino.
Il lavoro cainpestre in Finlandia è legolato con criteri e con
sistemi diversi dai nostri. 11 lavoi'atore è proprietario o affittuario
{arentimies) della terra che coltiva e dove non sia né Funo né l'altro
è locatore dell'opera propria. Locano la loro opera i nullatenenti,
la locano quei piccoli possidenti, che hanno famiglia e tempo esube-
rante ai bisogni della loro piccola azienda. Locazioni di questa natura
le fanno ad anni o per determinati lavori - a<l esempio, per la mietitura,
per il taglio di un bosco, per lo scasso e il dissodamento d'un terieno.
Le condizioni variano secondo la natura e la durata degli obblighi
contratti. Generalmente hanno salari con alloggio in comune e vitto
gli opeiai fissi, scapoli i i»iù.
L'istruzione agraria tiene in Finlandia il primo posto nell'inse-
gnamento e vi è dettata nell'Università di Helsingfors come nella più
modesta scuola di villaggio. Le scuole rurali d'agricoltura sono divise
in primarie, in superiori e in professionali. Alcune delle professionali
sono destinate ad istruire i giovani nella custodia e guardia del be-
stiame, altre a formar lavoratori e lavoratrici nell'arte del caseificio,
altre mirano a dar nozioni meccaniche e fisiche per certe arti e indu-
strie rurali. Nel 1897 delle scuole rurali se ne noveravano una per
ogni 1050 fanciulli sotto i quindici anni e fin d'allora fu deliberato
di triplicarle. Per esservi ammessi i fanciulli devono dare esame di
leggere e scrivere.
Una società fondatasi fin dal 1797 col modesto nome di Società
di economia domestica prosperò con piena libertà di azione e col con-
corso di uomini distinti per nascita, censo e dottrina e impresse uno
straordinario movimento ai diversi rami dell'agricoltura. Il suo primo
successo fu la creazione nel 1809 di un gi'ande istituto agronomico,
che lo Staio «loto subito di una vasta tenuta di ben 60011 ettari di
terreno. È questo l'Istituto di Mustiala. che ha lo scopo di diffondere
i buoni metodi nell'agricoltura, nella pastorizia e nella silvicoltura,
di sjterimentare nuove razze di animali domestici e i relativi incro-
ciamenti.
Tutto l'organismo economico e educativo è in Finlandia fatto in
modo da accrescere sempre il numero dei piccoli proprietari di terre,
ed è evidente che questo è il mezzo più sicuro per sciogliere i più
ardui problemi della felicità collettiva. La legge vuole che sianvi in
ogni provincia agronomi provinciali coadiuvati da ingegneri agricoli;
Consigli speciali in ogni provincia per le diverse branche, e per citarne
taluni, vi sono Consigli e consiglieri per l'arte delle latterie, consi-
glieri per l'allevamento del bestiame in genere, mentre ve ne sono
altri per l'ippica, per la veterinaria e altri per la coltivazione
del lino.
La scuola è in Finlandia l'organo più robusto e a questo forse si
deve, che sia uno dei paesi più morali e più colti d'Europa, tfno scet-
tico maligno potrebbe dire, che si deve invertire la frase e che la Fin-
44
IN FINLANDIA CON L AMICO COCCHI
landia, appunto perchè per natura onesta e operosa, lia dato alla scuola
il più grande dei suoi amori. Lasciamo che lo scettico rumini il tiele
della sua malignità e t)attiamo le mani airorganisnio scolastico tin-
landese. In Finlandia abbiamo licei moderni e licei classici. Nei primi
si insegnano le lingue vive invece delle morte, che si studiano nei
licei classici. Il russo, l'inglese e il tedesco sono obbligatorii e il fran-
cese è facoltativo. Tutti sanno che in quel paese si ])arlano lo sve-
-;ala interna di-
dese e il fìnno. Anche nei licei moderni però si può imparare il greco
invece del russo da quegli scolari, che vogliono dedicarsi a studi filo-
logi o teologici.
Le scuole si aprono di settembre e si chiudono col 31 maggio. Alle
vacanze estive si aggiungono venticinque giorni a Natale e alcuni altri
pochi a Pasqua e a Pentecoste e un giorno di riposo obbligatorio
ogni mese.
Qualunque studente di liceo classico o moderno, che ripete due
volte vni corso senza poter passare a un corso superiore, è radiato per
sempre dalla scuola.
IN FINLANDIA CON I/AMICO COCCHI 45
L'istruzione primaria è urbana e rurale e vi sono anche scuole
ambulanti, che portano nei luoghi deserti l'alfabeto della scienza. In
qualunque luogo, dove sieno trenta fanciulli in età da frequentare la
scuola, il Comune ha l'obbligo di creare il distretto scolastico e nessun
maestro può avere contemporaneamente sotto di sé più di cinquanta
scolari, i quali jiagano pochissimo, quando non ne siano dispensati
per povertà, e quel poco va a benefìzio dei maestri. I locali di queste
scuole rurali sono spaziosi e ben aereati, con jiiccoli quartieri per il
maestro, che maschio o femmina, deve aver fatto gli studi in una
scuola normale, e se studiò nel solo liceo, deve però essere approvato
da una scuola normale. Le scuole urbane si distinguono in popolari
elementari e in popolari propriamente dette; le prime frequentate da
bambini dai sei ai dieci anni di età, le seconde da ragazzi dai dieci
ai quattordici anni. Ciascun sesso ha le proprie. Ai giovanetti, che
devono imparare un mestiere e passare la giornata nell'officina, sono
aperte le scuole serali.
In questi ullimi tempi si sono fondate alcune scuole speciali, che
si chiamano priinuri.e superiori e che sono aperte da novembre ad
aprile. Vi si ammettono studenti d'ambo i sessi dai diciotto ai venti
anni, e che pagano dalle quindici alle venti lire all'anno. Queste
scuole, mantenute da privati, danno un'istruzione più larga a quelli
che, volendo dedicarsi all'agricoltura, vogliono una coltura più pro-
fonda di quella che si dà nelle scuole agrarie.
L'Università finlandese, fondata in Abo da Per Brahd, fu distrutta
nel 1827 da un terribile incendio che ridusse in cenere tutto un tesoro
<ii libri, di manoscritti e di cimelii preziosissimi. E fu allora che se
ne costrusse una nuova in Helsingfors. che riunisce in sé l'osserva-
toilo. la biblioteca, le cliniche, il manicomio modello. Essa è auto-
noma ed è amministrata da un Consiglio che ha per capo un rettore di
turno. Conferisce i gradi accademici e le lauree con solennità antica,
nell'aula magna, in forma pubblica alla presenza dei dignitari, con
imposizione del berrettone, della toga, con l'anello e la corona d'alloro.
Essa conta quaranta professori ordinari, venti straordinarii e sessanta
professori aggiunti o docenti, oltre un gian numero di lettori, di
assistenti e di conservatori di musei, ecc.; tutto un esercito di grandi
operai delle scienze.
Accanto all' università, che è di un'architettura solenne e gran-
diosa, troviamo il palazzo o la casa degli studenti, magnifica anch'essa,
e che è una specie di club o di casino per uso esclusivo degli studenti,
che vi si radunano per studiare e per conversare.
L'Università finlandese fra le sue dipendenze ha anche delle sta-
zioni polari per studiarvi il magnetismo terrestre, l'induzione elettro-
magnetica del sole sulla terra, le aurore boreali e tutti quei grandi
fenomeni, che non si possono studiare che nelle regioni misteriose
del jiolo.
* *
11 nostro Cocchi ha toccato di volo l'arte finlandese e di certo non
:si potrebbe pretendere da lui, che con un soggiorno breve e in un
sol volume egli potesse dare fondo a tutta una monografia della Fin-
landia. Egli però si è soffermato con amore all'esame della poesia e
specialmente di quel grande poema, Kalei^ala, che fu cosi profonda-
mente studiato dal nostro Compa retti e clie si ])otrebbe battezzare per
la Bibbia dei Finni.
46 I.V FINLANDIA CON l/ Ali ICO COCCHI
In un'appendife eyli ce ne dà alcuni brani tradotti la italiano e
che vorrei almeno in parte riportare in questa breve rivista, se lo
spazio me lo consentisse. Meglio sarà che i lettori della Xttoua Anto-
logia li ricerchino coi propri occhi e ne avranno un grande diletto,
spaziando in un mondo mistico, tanto lontano da noi nello spazio e
nel tempo: ma che è pieno di una jìoesia nebbiosa, evanescente, grande
come i misteri del polo e affascinante ai)punto, perchè piena di fan-
tasmi giganteschi, ma pur sempre umani. E i fantasmi in ogni tempo
e in ogni terra scrissero poesie e poemi piii delle storie, e se la Bibbia
e la Divina Commedia non fossei'o piene di fantasmi, non sarebbero
i due più grandi libri della biblioteca umana.
Ciò che sorpicnde un lettore di lazza latina nel leggere il libro
del Cocchi, nel cercai' di vedere in quelle pagine il profilo dei fin-
landesi, è il contemplarne la serena onestà.
Case di ricchi e capanne di poveri son sempre aperte di giorno
e di notte e qua e là la gruccia e il saliscendi tengono il posto delle
toppe di sicurezza e delle nostre complicate serrature. E voi vedete
ville signorili campate in campagne deserte, senza cancelli dalle punte
crudeli e senza porte ferrate per difenderle da ladri che non esistono.
E il Cocchi percorre solo campagne e boschi, senza aver bisogno di
armi o di coraggio, perchè sapeva di trovarsi in un paese tutto di
onesti e dove non si incontra mai, come tra noi, un odioso, ma pur
tanto necessario rappresentante della forza. E il nostro autore vide
nelle case dei contadini, degli ojierai, da per tutto, scene di famiglia
tenerissime, bambini cullati o imboccati da vecchi e fanciulli che bal-
bettavano il sillabario fra le ginocchia del babbo. Non è senza orgo-
glio che ogni cittadino della Finlandia vi dice: noi non abbiamo anal-
fabeti, ed è con tristezza profonda e invidia grandissima che leggo
nelle statistiche, che il suicidio è in Finlandia rarissimo (1 per 10(),(X)0)
e vedo cosi bianche le pagine, che devono registrare le cifre del delitto.
Triste davvero questa fisica sociale, che c'insegna che il freddo è un
educatore del cuore, un calmante delle passioni, un preventivo del
delitto ! Il ghiaccio è dunque miglior maestro di morale del prete e
del carabiniere e per non peccare conviene mettere la co.scienza in un
refrigerante e le mani sotto la neve. Ma è proprio così. Il freddo
rallenta la vita e può anche spegnerla, e il delitto, come l'amore, come
il genio, è una forma della vita, che suda o si arroventa. Forse la
civiltà futura troverà modo di farci onesti senza metterci in ghiaccio.
Paolo Mantegazza.
MATERNITÀ
DRAMMA IX QUATTRO ATTI Hi
PERSONAGGI.
Marchesa Claudia di Montefranco. Suor Filomena.
Marchese Alfredo di Montbfrani'o Olghina.
Maurizio Dorixi. Filippo.
Il Duca di Vigen.\. Decio, domestico di Maurizio Dorini.
Rosalia. Un servo del March, di Montefranco.
Teresa. Tre bimbi.
EPOCA ATTUALE — A XAPOLI E PRESSO NAPOLI.
ATTO PRIMO.
Un salotto da celibe in casa di Maurizio Dorini. — Una porta in fondo.
Una porta laterale. — Una Bnestra. — Alla porta in fondo una pesante portiera
a guisa di cortina.
SCENA I.
Olghina, Decio, la voce di Maurizio.
Olghina — {entra dalla porta laterale con hi capo il cappello, ab-
bottonandosi l'abito. Apre la finestra. Bespira giocondamente). Ah !
che bella giornata! (Tocca il bottone del catnpancllo elettrico).
La voce di Maurizio. — Non tare complimenti, Olghina. Comanda
qnello che vuoi.
Olghina. — Non faccio complimenti. Grazie.
Decio — (entrando dal fondo). Caffè nero? Caffè e latte '^ Cioccolata?
Tè"? Burro? Confettura?
Olghina — (timida). Del caffè e latte e del burro.
Decio — (esce).
Olghina — (siede dinanzi a un tavolino e aspetta).
La voce di Maurizio. — Olghina. hai dimenticato i guanti.
il) Siamo grati all'Autore di questo lavoro, che ebbe sì favorevole accoglienza
sulle scene italiane, per aver consentito ad attenuare il verismo di alcuni punti
ed a modificare certi brani nel testo che pubblichiamo sulla nostra Rivista, seb-
bene le modificazioni fatte rendano, secondo lui. qua e là, meno snello ed efficace
il dialogo. Il testo autentico sarà pubblicato in volume.
{.V. II. D.)
48 MATERNITÀ
Olghixa. — Portameli tu se tiai fatto il tuo bagno. Mi manderesl i
via senza salutarmi ?
La voce di Maurizio. — No. cara. Mi vesto e vengo.
Decio — (ritorna. Porta e mette sul tavolino un vassoio co)i tuffn
Voccorrente). Faccio io"?
Olghi.xa. — Fate voi.
Decio — {servendo). Basta zucchero?
Olghina. — Basta.
Decio. — Basta latte?
Olghina. — Basta.
Decio. — Basta caffè "?
Olghina. — Basta.
Decio — (ind'cando). Basta pane e burro?
Olghina. — Sì, basta.
Decio. — Tutto a discrezione. Questi sono gli ordini che ho ricevuti.
Olghina — {cerimoniosa). Troppa cortesia!... {Chiamando) Maurizid!
La voce di Maurizio. — Amore mio !
Olghina. — E tu non pigli niente?
La voce di Maurizio. — A quest'ora, mai. Sarebl)e come un veleno
per il mio stomaco.
Decio. — Fa colazione ogni giorno alle dodici precise. E alle dodici
meno un minuto beve un bicchierino di aperitivo. Questa è la
regola. Ah ! Lui è un orologio. Vi ci troverete bene. Tutto sta a
capire le sue abitudini, lo mi ci trovo bene perchè le ho capite. È
vero che una cosa è fare il domestico è un'altra è fare... quello
che fate voi. Ma abbiamo dei doveri tutt'e due...
Olghina. — Io spero di accontentarlo. È cosi buono !
Decio — {confidensiabnenté). E poi le tratta bene le donne. Nessuna
si è mai lamentata.
Olghina. — Ne cambia spesso?
Decio. — No. '
Olghina. — Si vede che è molto delicato.
Decio. — Le tratta, vi dico, come se fossero sua moglie.
Olghina. — Difatti, me ne sono accorta. Non mi ha dato quasi nes-
suna noia.
Decio. — Avete dormito bene?
Olghina. — Benissimo.
La voce di Maurizio. — Decio! Decio! Prepara i manubri.
Decio — {da un angolo della camera, prende i manubri, il porta nel
mezzo e li spolcera).
Olghina. — A che servono ?
Decio. — Fa la ginnastica per riscaldarsi.
SGENA II.
Maurizio, Olghina, Decio.
Maurizio — (entra dalla porta laterale fregandosi le mani. Cava di
tasca un paio di guanti e li porge a Olghina). I tuoi guanti.
Olghina. — Come sei gentile !
Maurizio. — Chi è che ha aperto quella finestra?
Olghjna. — lo.
Maurizio — (rabbrividendo). No, bambina! Non lo fare più. Dopo il
MATERNITÀ 49
bapno freddo una tinenlra spalancala è la morie. Chiudi. Decio!
Chiudi.
Decio — {esegue).
Oi.GiiiNA. — Scusami. Non sapevo.
Maurizio — {cominciando le snc esercitazioni con i manuhri). Mi jier-
metti, eh f
Olghina — {bevendo l'ultimo sorso). Ti prego.
Maurizio. — Ho dei brividi addosso e hisogna che affretti la rea-
zione, altrimenti mi busco un malanno. Già, è così : se non dormo
le mie otto ore di seguito, resto sconcertato. Sbarazza, Decio.
Decio — (a Olghina). Basta zucchero"? Basta caffè"? Basta latte? Basta
pane e burro 'i?
Olghina. — Non desidero altro. Sbarazzate.
Decio — (esegue).
Maurizio — (a Decio die sta per uscire). Ehi! alle dodici...
Decio. — Colazione.
Maurizio. — Alle dodici meno un minuto...
Decio. — Aperitivo. (Via dal fondo).
{Un silenzio).
Maurizio — (è tutto intento alle esercitazioni ginnastiche).
Olghina. — Ne hai per un pezzo"?
Maurizio. — Ancora un poco. Ma hi parla pure
Olghina. — Volevo domandarti...
ìMaurizio. — Domanda, caia.
Olghina. — Non hai da lamentarti di me"?
Maurizio. — No. cara.
Olghina. — Temevo che...
ìMaurizio. — Ma no.
Olghina. — Hai detto di non aver riposato al)l)aslanza.
Maurizio. — Su questo ci accomoderemo.
Olghina. — Certo.
Maurizio. — La cosa che m'impensierisce un pochino è uiraltra.
Olghina. — Dimmela subito.
Maurizio. — Noi non ci vediamo che tre volle la settimana.
Olghina. — L'hai voluto tu.
Maurizio. — E così dev'essere. Chi tocca la (luai-anlina deve fare
economia di emozioni...
Olghina. — E dunque"?
Maurizio. — Ma probabilmente tutti gli altri giorni non resterai... sola.
Olghina. — Sei geloso"?
M.^urizio. — Neanche per sogno. Senonchè, io vorrei sapeie chi è che
li terrà compagnia. Con certe cose, non si scherza.
Olghina. — Quando qualcuno mi farà la corte, io te ne informerò. E
se egli non ti garba, lo manderò al diavolo.
Maurizio. — Questo significa essere una ragazza a modo.
Olghina. — Che se poi è di tuo gusto...
Maurizio. — lo chiuderò un occhio, ed egli ne chiuderà un altro.
Olghina. — Però... pensavo...
Maurizio. — Tu pensavi "? È un bel fenomeno !
Olghina. — Sujiponiamo che ciascuno chiuderà l'occhio che deve
chiudere.
Maurizio. — Supponiamolo.
Olghina. — Potrà darsi il caso che io...
4 Voi. evi, Serie IV . 1° IngUo 1903.
r^ MATERNITÀ
Maurizio. — Che tu...'.'
Oi-GHiNA. — TjO dicono tutti fhe somiglio a mia madre quando era
giovane !
Maurizio. — Brava!
Olohina. — Mia madre alla mia età cominciò ad aver figliuoli.
Maurizio — {lasciando d' mi colpo i matitthri die cascano rumorosa-
mente). Eh"?
OlCtHINA. — Se ne ho uno io. olii sarà il padre"?
Maurizio. — Nessuno!
Oi.ohina. — Come nessutto ?
Maurizio. — Ma che idee malinconiche adesso ti passano per la mente"?
Mi sentivo meglio, ed ecco che il sangue mi è affluito alla testa.
Avrò l'emicrania tutta la giornata.
Olghina. — No. non temere, lo non sarei una di quelle che. col pre-
testo dei bimbi, si aggrappano agli uomini e diventano un eni-
piastro. Non te ne darei mai dei fastidii.
{Pausa).
Maurizio — {preoccupato). Non è questione di fastidii. (Mettendo a
posto i manubri) Ciò che hai detto, bambina mia. è più serio
che tu non creda, perchè, in sostanza, se quel caso si desse, non
ci saiebbe nemmeno da seguire... l'impulso della propria coscienza !
Come diavolo si potrebbe appurare la verità"?
Olohina. — Appunto. Hai ragione tu. Nessuno sarebbe il padre.
Maurizio. — Senti, visto che ci sono di queste probabilità, lasciamo
andare. Meglio non vederci pili.
OuGHiNA. — Sei cattivo!
Maurizio. — Se fossi cattivo, farei il comodo mio! Invece no. lo mi
conosco. Con un tale pensiero nella testa, io non vivrei più in
pace. Ne. piglierei una malattia. Senza dire poi che diventerei...
inabile a qualunque pratica galante! No. no! Non ci dobbiamo
più vedere.
Oi.GHiXA. — lo mi ci sono affezionata a te.
M.U'Rizio. — Di già"?!
Olghixa. — Stiamo insieme da undici oie...
Maurizio. — Hai l'affetto galoppante!
OuGHiNA. — E non voglio finirla. Tu mi tratti bene. Mi tratti come
una signora... come una moglie... E piuttosto che finirla, prefe-
risco... che nessun altro mi faccia la corte.
Maurizio. — Io ti ringrazio del gentile pensiero, ma con questo non
si risolve il problema.
Olghina. — Al resto penserò io.
Maurizio. — A che cosa vuoi pensare tu '?
Olghina — {dopo un istante di riflessione, decide). Allora... te lo pro-
metto : non farò come mia madre.
Maurizio. — Ora sì che possiamo intenderci. Sei veramente una l'a-
gazza a modo. Qui, qui, un bacetto, e a rivederci.
Olghina — {gli dà un bacio). A domani sera?
Maurizio. — A domani sera, carina.
Olghina — [esce dal fondo).
Maurizio — {toccandosi le tempie). Ahi, ahi, ahi! L'emicrania!... un
poco di riposo mi gioverà. {Si stende sopra il canapè).
MATERNITÀ 51
SCENA III.
Maukizio. Decio. donna Claudia.
Decio — {entra lemme lemme con la sua aria stupida).
Maurizio. — Non disturbarmi, Decio. Ho l' emicrania. Finché non
viene il marcliese di Monlefranco, lasciami liposare.
Dkcio. — Non posso. Di là, ce n'è un'altra.
.Maurizio. — Ce n'è un'altra!?
Decio. — Un'altra donna. Per un punto non si sono incontiale
tutt'e due !
Maurizio. — E chi è '?
Decio. — Non ha voluto dire il suo nome, io non volevo riceverla,
perchè sapevo che... essendoci stata quella lì... era pei lettamente
inutile... imjìortunarvi. Ma ha insistito.
Maurizio. — Che aspetto ha ?
Decio. — Buono.
Maurizio. — Che vuoi dire buono?
Decio. — Belloccia... Elefante...
Maurizio. — Una... delle solite"?
Decio — (fìlosofìramente). Chi io sa! A me come me non c'è nessuna
donna che non sembri una delle solite.
Maurizio. — Giacché ti sei preso 1' incarico di annunziarla, la devo
ricevere per forza. Falla passare.
Decio — {via).
Maurizio — {tra s'è). Santo cielo! Chi è che viene a seccaimi a (pic-
st'ora "?
Claudia — (entra dal fondo).
Maurizio — {scatta in piedi in un sussulto di meravifilia). \'oi. mar-
chesa !
(Claudia. — Vi sembra strano che io vi faccia una visita "?
Maurizio — {confuso). Non lo nego... Mi sembra stranissimo... lo non
ho mai sperato d'avere quest'onore... E poi... alle undici del mat-
tino... Non so... Non intendo... E vi chiedo peidono. marchesa...
della mia... delle mie... dei miei...
Claudia. — Dei vostri?
Maurizio. — No. Del mio imbarazzo, ecco. Accomodatevi ; vi prego,
accomodatevi... lo sono mortificato di dovervi ricevere in (piesto
disordine, in questo piccolo salotto... Se l'avessi saputo...
Claudia. — L'avreste fatto ingrandire?
Maurizio. — Sì !... Cioè... Forse... Scusatemi, marchesa, io sono emo-
zionato !
Claudia. — Ma non c'è di che. Calmatevi. Prendete fiato.
Maurizio. — Non vi è accaduto nulla di grave ?
Claudia. — Nulla, nulla. Non vedete che sono sorridente?
Maurizio. — Lo vedo. Siete molto sorridente. E allora... io non mi
spiego la vostra... preziosa... inaspettata... inverosimile presenza
in casa mia. Certo, io sono un vostro antico e devoto servo, sono
l'amico più intimo di vostro marito ; ma sono anche...
Claudia. — Lino scapolo.
Maurizio. — Uno scapolo. È la verità.
.^"2 MATHHNITA
Ci.vi'DiA. — R una signoia che alle umlici del niaUiiio l)iissa alla pnita
(li imo scapolo è una si<j:uoia... Aiutatemi a dire...
Maliuzio. — Dite, dite voi.
Clai'dia. — È una signora... iiiuttoslo bizzarra.
MALiHizro. — E piuttosto imprudente, mi permetterei di agginn<iere
Claudia. — Aggiungete senza cerimcmie.
Maurizio. — Imprudente, intendiamoci, dal punto di vista delle con-
venienze sociali. La marchesa di Montefranco - questo è asso-
dato - è tale donna da costringere al rispetto i più audaci; e io
sono tale uomo da rispettare...
(Claudia. — Anche le signore che vengono a vedervi alle undici del
mattino f
.M.vuRrzTO. — Marchesa... luia donna come voi è rispettabile a tulle
le ore.
Claudia. — Resta a sapei-e se a tutte le ore è rispettoso un uomo
come voi.
Maurizio. — Certamente.
Claudia. — Mi fa piacere di appienderlo. E poiché avete di me e di
voi questa magnifica opinione, io ne profitto e vi chiedo un i»)'
di ospitalità. {Siede).
M.VURiziO — {sempre più confuso). \'oi, marchesa di Montefranco, chii'-
dete ospitalità a questo misero mortale"?
Claudia. — Vorreste... indorale la i)illola della paura.
Maurizio. — lo non indoro niente.
Claudia. — Ma che abbiate paura, si vede a occhio nudo.
Maurizio. — Tutt'altro ! Soltanto io supplico la vostra cortesia di uoii
tacermi più oltre il motivo per cui vi de.miate di chiedermi ospi-
talità.
Claudia. — Se io fossi nei vostri |)aiini, la concederei subito e illi-
mitatamente. (Cow- grazia umoristica) È vero die voi siete ri-
spettoso e io sono rispettabile: ma la rispettabilità d" una donna
non è che un pallone di carta. Un vento lo dirige di là. un altro
lo dirige di qua... Poi a un tratto si brucia in aria o si sgonfia
e... cade do\e meno lo credett'.
Maurizio — (sudando freddo). Marchesa !...
Claudia. — Dio buono, non vi turbate di nuovo. Vi pare forse che
la caduta sia imminente 1
Maurizio. — Marchesa!...
Claudia. — Parola d'onure. se tutti i mariti avessero degli amici in-
timi come voi, le povere mogli mi farebbero pietà! Ma rassicu-
ratevi. Il pallone di carta è ancora gonfio. È ancora su. Non sono
qui per offrirvi la mia mano sinistra.
Maurizio. — Ne ho la profonda convinzione.
Claudia. — Io sono qui, a quest'ora, esclusivamente perchè so che
a quest'ora, di solito, ci viene mio marito.
Maurizio. — E appunto perciò mi par d'essere sui carboni ardenti.
E indiscutibile che se egli vi trova in casa mia, sarà un fatto or-
ribile ! lo non saprò come regolarmi, non saprò come salvarvi...
Claudia. — Siete d'una esperienza commovente ! Quando verrà Ini,
io mi nasconderò. Si capisce.
Maurizio. — Vi nai;conderete ";" !
Claudia. — E ascolterò, dalla prima alluUima parola, la vostra con-
versazione.
MATERNITÀ 53
Maurizio — (cominchindn a mccapeszarsi). Ah !... Questo è il vostro
progetto ?
(Ii.AUDiA. — Voi siete il confidente di mio marito. Egli è con voi come
con un fratello. V'i racconta tutto. \'ì la i suoi sfoghi. Vi rivela
(luel che pensa, quel che sente, quel che desidera, quel che vuole,
quel che gli passa pel capo anche fugacemente, quel che per la
pigrizia della sua coscienza non rivelerebbe forse neppure a se
stesso ;ed io. nascondendomi dietro un uscio di casa vostra quando
egli è qui. apprenderò tutto ciò che non potrei apprendere altri-
menti. Né più, né meno. Che ve ne pare ?
.Macrizio. — Un agguato !
CiAiDiA. — Un po' di fotografia istantanea che una moglie applica
al cervello di suo marito. Il congegno è nuovo, semplice, carino,
e di successo sicuro.
Maurizio. — Ci vorrebbe poco a guastarlo, per altro.
Claudia. — Lo so. Basterebbe che avvertiste in tempo il vostro amico,
dicendogli: «Attento che tua moglie è qui: è dietro quell" uscio,
ti ascolta... » Ma voi non glielo direte.
Maurizio. — Glielo dirò!
/^.laudia. — E avrete poi il modo di provare j)ositivamente che la mia
^' venuta in casa vostra non sia stata un" im])rudenza di amante"?
La vostra denunzia parrebbe un espediente trovato con soverchia
furberia per iscansare l'eventuale pericolo della scoperta: e ogni
sforzo per dimostrargli la \erità parrebbe, viceversa, artificio e
menzogna. Voi com])rometlereste me. lo comprometterei voi. Tutt'e
due comprometteremmo lui. E vi avverto che ci metterei tutta la
mia buona volontà a compromettervi per vendicarmi della vostra
denunzia.
.Maurizio. — Sicché?
Claudia. ^ 0 passare per il mio amante senza esserlo e subire tutte
le conseguenze della compromissione, o rassegnarvi, almeno pei-
una volta, a essere più ^mico mio die di mio marito.
Maurizio. — 0 la borsa o la vita?!
Claudia. — Precisamente.
ìMaurizio. — Ma passare per il vostro amante senza nemmeno esserlo.
sarebbe d'una gravità eccezionale !
Claudia. — Pettegolezzi, responsabilità, duelli, processi 1 E, per giunta.
una figura alquanto odiosa al cospetto della società...
Maurizio. — Alquanto ridicola al cospetto mio!
Claudia. — Scegliete.
Maurizio. — Sarò il vostro conqilice. marchesa!
Claudia. — E farete una buona azione.
Maurizio. — Credo nondimeno che la mia complicità non approderà
a niente. La vostra fantasia di moglie diftìdenfe immagina chi sa
quali conversazioni sovversive fra me e lui. Sì, di tanto in tanto,
è possibile ch'egli mi faccia delle confidenze, che mi chieda o mi
dia dei consigli, che mi apra l'animo suo: ma dai nostri colloqui
non vengono mai fuori rivelazioni o indizi di cui voi, che avete
molto spirito e poche rosee illusoni, vi potreste meravigliare o
d(jlei-e. D'altronde, stamane egli potrebbe parlarmi di cavalli, di
autoM'.obili, dei sospetti che desta la vena di Mario Corlini ; po-
ti('bl>e parlarmi, non so. di tutto, fuoichè di ciò clic v'interessa,
fuorché di ciò che é oiigctlo dei xoslil (lul)bii ; e in lai caso io
54 MATRKNITÀ
avrei tnuiito ramicizia senza neaiii'he la sotldislazioiif d'avervi
reso un servigio. Via. marchesa, rinunziate.
("-i.Ai'DiA. — Mio carissimo amico di mio marito, se i miei calcoli non
sono sbagliati, egli, stamane, non vi parlerà ne di cavalli, né di
automobili, né di baccarat. \'edrete. L'uomo più scaltro è sempre
un po' un fantoccio nelle mani di una donna, sia pur essa la più
ingenua. Io non sono ingenua, e mio marito non è scaltro. R
convinto di esserlo, ma non è. (Confondere lo scetticismo con la
scaltrezza è un ei'rore. Io ho data la corda al mio fantoccio, e per
oggi egli non vi parlerà di cose futili. Del resto, gliel' ho data
senza nessuna maligna premeditazione. Ho compiuto anzi un mio
dovere, annunziandogli un fatto molto serio e per me anche molto
bello ! Il suo contegno mi ha paralizzata. Ho sentito il bisogno
di conoscere tutto infero il suo pensiero. Ne ho sentito il diritto.
P^i'a breve, lo conoscerò. E non c'è altro.
Maurizio. — Tutto questo, marchesa, è d'una solennità che m'im-
pensierisce, che mi sconvolge.
Claudia. — Io vi assicuro, mio buon Maurizio, che. mentre vi parlo,
nessuna donna è più felice di me.
Maurizio. — lo participerei volentieri alla vostra felicità se mi fosse
consentito di non trovarmi qui. vicino a voi.
Claudia. — th-edele dunque pro|)rio che stia per cascare il mondo?
Maurizio. — 11 mondo, no ; ma una tegola sul mio capo, si. Io ne
ho il presentimento.
Claudia — (alandosi}. Guardatemi in faccia e avrete invece il pre-
sentimento più lieto che si possa avere.
Maurizio. — Ma è permesso almeno di saper la ragione della vostra
insuperabile felicità .'
Claudia — {con (ili ocelli pieni di luce). Una ragione grande grande
grande !
Maurizio. — Che non volete ilii'ini .'
Claudia. — Ve la dirà lui, non dubitate.
Maurizio — {solibahondu). A proposito!... Egli può capitarci addosso
da un momento all' altro. Entra spesso senza farsi anmmziaie.
Per carità, marchesa, non ci lasciamo .sorprendere ! Avete defini-
tivamente deciso di aspettarlo?
Claudia. — Ne dubitate ancora ?
Maurizio. — Ebbene, se siete irremovibile, nascondetevi subito, e che
Dio mi protegga ! {Indicando f uscio laterale) Qui, qui...
Claudia — {prima di aprire, maliziosamente). Che camera è questa?
Maurizio — {i mìiarazzatissimo) . Marchesa, è la mia camera... da letto.
Ne sono dolente, ma è cosi. È la .sola che sia attigua al mio salotto.
Claudia. — Meglio! È la camera più conqirometteiite. Ciò mi garantisce
la vostra complicità. {Apre. Guarda). C.amera da letto... per due?
Maurizio. — Io... di notte... ho l'abitudine di...
Claudia. — Di raddoppiarvi ?
Maurizio. — Press'a poco, marchesa.
Claudia. — Meraviglioso !
Maurizio. — Mah !
Claudia — {uscendo). Vi raccomando, Maurizio. Lasciatelo parlare.
Maurizio. — Io ne piglio una malattia !
Claudia — (chiude).
MATERNITÀ
SCENA y\\
Maluizio. Decuo. indi Au'kkdu.
Maiirizio — [in (jrande orgasmo, tocca due, tre. quatlro vuìfe urgente-
mente il fiottone del campanello elettrico).
Decio — (entrando, assume il suo aspetto di serco esperto).
Maurizio. — Decio... la signora di poco fa se n'è andata.
IJecio. — Diciamo così, la seconda signora.
Maurizio. — La seconda signora.
Decio. — lo, non 1" ho vi-sta uscire.
Maurizio. — Perchè sei uno stordito. {Martellando le parole} Se ne è
andata !
Decio — {ride}. Eh, eh, eh!
Maurizio. — Non ridere ([iiando ti do degli ordini.
Decio. — Se ne è andata.
Maurizio. — Se viene il marchese di Montetianco. \n\ò entrare libera-
mente come al solito.
Decio. — 11 marchese è venuto un minuto tii.
Maurizio — {spaventato}. Santi numi! E che gli hai (h'tloV
Decio. — L'ho pregato di aspettare un momentino.
Maurizio. — Non gli hai detto altro".'
Decio. — Non una parola di più. Conosco i miei doveri.
Maurizio. — \'a! Presto! Chiamalo! Presto! Decio! Muoviti! Muovili!
Decio — (esce correndo).
Maurizio. — Io ne piglio una malattia !
Alfredo — (entrando). Come! Sei solo'.'
Maurizio. — 0 perchè non dovrei essere solo";?
Alfredo. — 11 tuo servo mi ha fatto aspettare.
]\1aurizio. — Ti domando mille scuse. È stato un ecpiivoco.
Alfredo. — Egli aveva una certa faccia!
Maurizio — (accalorandosi). Ma che faccia si è [M'iiucsso di avere ([uel-
r animale?!
Alfredo. — La faccia del servo di un padrone che è in buona com-
pagnia.
Maurizio. — Io mi meraviglio di te che stai a guardare la faccia del
mio servo! Queir uomo è un bugiardo.
Alfredo. — Se non ha parlato !
Maurizio. — È un bugiardo sopratutto quando tace. Io non ero né in
buona né in cattiva compagnia. E ti prego di credermi. Domando e
dico: perchè non dovi'ei esser solo"?
Alfredo. — Ma tini.scila. .\vevo creduto che non ti fossi ancora libe-
rato dalla piccola Olga.
yi.\.vsR.uio — (rasserenandosi). Ah! Dalla piccola Olga:'... Difatti...
Alfredo. — Ma guarda che gesuita! Ci scommetto che per non far-
mela incontrare 1' hai mandata via, alla chetichella, per la porla
di servizio !
Maurizio. — R probabile.
.\lfredo. — Come se io pi)i non fossi al corrente di tutto! Tre volte
la settimana! Lunedì, mercoledì e venerdì. Oh! Hai fatto un buon
contratto. Olghina è un'oca, ma ha delle attrattive. Quasi inedita,
salute eccellente...
ó(j ' MATERNITÀ
Maurizio. — Ottima salute, questo si.
Alfredo. — Ieri sera mi fece ridere tanto l'Elvira Melfi, curi cui Olsi-hina
si era consigliata. tJià, il salotto della Metti è diventalo di\erten-
tissimo: una specie di Borsa in cui...
Maurizio — (dando uìi'occhiafd alla porta a destra e interrompendo
vivacemente). Hai visto il l'isultato della gara Parifii-Vienna"' Il
trionfo delle Mercedes! Ma le Panhard si sono battute bene! lo,
per me, sono sempre per le F^anbaid. p] vero clie non possederò-
mai un automobile, ])erchè l'automobile è decisamente il meno
igienico dei veicoli. Chi ci sta dentro non ha come respirare. Clii
non ci sta dentro ne è investito. L'uno crepa d'asfissia, l'altro si
rompe la nuca, quando non se la rompono l'uno e l'altro. Tutto
ciò non è igienico... Ma non importa. Io sono per le Panhard. Se
mi si condanna ad andare in un automobile, io vado in una Pan-
hard. È inidile! La sento così. Le corse non provano niente. Mi
dirai: la velocità, l'er conto mio, potrei rispondere: io della velo-
cità me ne impipo. Ma comprendo che i miei gusti nOn faiuio
legge! E neppure 1" igiene fa legge! La migliore igiene, del resto, è
((nella di scomodarsi il meno possibile. La questione della velocità
è ritenuta di iJiimaria importanza '.' Ebbene, ragioniamone un po'!...
Alfredo. — Ma che diamine hai con gli automobili'?
Maurizio. — No, volevo assodare che...
Alfredo. — Mi sembri uno scimunito stamane. La buona salute della
piccola Olga ti ha dato alla testa. Si vede che invecchi. Lascia
stare gli automobili, e dammi retta, pei'chè ln) da parlarti di cose
molto stabili.
Maurizio — (paurosamente). Parla, parla.
Alfredo. — Dunque...
Maurizio. — Scusa però una bi'eve sospensiva |)er soddisfare una cu-
riosità. Come è andata Jeri sera la partita"? Che giuoco ha fatto
quel buon Gorlini"? Bada che io sono uno di quelli che lo mande-
rebbero dritto in Corte d'assise. Mi dirai: la fortuna ! Nix! Altro che
fortuna! S'intende che avrà guadagnato anche jer sera, e tu sarai
stato una delle vittime...
Alfredo. — Ma no. ma no, non. ci stetti iei'i sei-a al Club. Fui seque-
strato dalla Melfi e capirai...
Maurizio — {subito, a voce alta), lo sono uno di quelli che lo mande-
rebbero dritto alle Assise. Abbi pazienza: come mi spieghi...
Alfredo — {interrompendo). Vuoi sentire si o no ciò che lio da dirti"?
Maurizio. — Sono qui ])er ascoltarti.
Ai,FREDO. — E cerca di essere chiaroveggente perchè è pi'obabile che
tu debba un po' aiutarmi. {Siede).
Maurizio — {perplesso). Figurati! A tua disposizione. {Siede anche lui).
Alfredo. — Mio caro Ma inizio, io sono ini gi'and' nomo.
Maurizio. — Questa è una lenona notizia.
Alfredo. — Ieri, io avevo dei debiti... molti debiti! K oggi...
Maurizio. — Non ne hai più"?!
Alfredo. — Ne ho sempre. Ma posso farne degli altri.
Maurizio. — Non mi pare eccessivamente facile!
Alfredo. — Ti pari'à facilissinio (piando salirai che sono riirscito a far
la pace con mio zio.
Maurizio. — Pei'liacco! K iirr miracolo! K come (■ accaduto ciò"? Come
MATERNITÀ ■.)!
hai potuto calmare il suo sdej>no anuoso? Aveva giurato di iiou
darti quartiere. Ti aveva diseredato cosi <-i)rdialiiieiite. Aveva testato
in favore di cincjue ospedali.
Alfredo. — Gli ospedali, amico mio, sono spacciati !
Maukizio — (levando molto la voce). Immaoino la conlentezza di tua
moglie!
.Alfredo. — tUaudia non ne sa ancoia nulla. La pace è stata falla
mezz'ora la, e uscendo di casa non le lio voluto comunicare il mio
disegno. Oh! Un disegno estemporaneo! Un momento di genio!
Malrizio — (titiiha)ìfe). - -]je farai... una hella sorpresa!
.\lkredo. — K sarà per lei una i-agione di legittima fierezza, percliè.
bada che. in fondo, questo miracolo è proprio a lei che lo devo.
Maurizio — {interroga con gli sguardi).
Alfredo. — Non inclovini?
Maurizio. — No.
Alfredo. — Claudia mi lui rejialato un tìglio.
Maurizio. — All'impensata.'!
Alfredo — Repentinamente!
Maurizio. — Aspetta... tu mi fai ammattire... Rei>entinamente t'è ve-
nuto fuori un tiglio.'
Alfredo. — Non è ancora venuto, ila verrà. Questa mattina ne ho
avuto da lei il preannunzio uftìciale.
Maurizio — (ricorda le parole di Claudia). Ah. ecco! Ora intendo
tutto!... 0, meglio... non intendo quasi nulla. Tua moghe ti dà
un tìglio e tu fai la pace con tuo zio"/
Alfredo. — Sei ottuso. Non era solamente per la mia vitaccia che lo
zio mi aveva abbandonato. Che cosa lo aveva reso addiiittura im-
placabile' La sterilità di mia moglie... o la mia: quella della nostra
unione, insomma. Avere un pronipotino era stato il suo sogno, e,
dopo le mie prime scapataggini di marito, era sfata la sua formale
imposizione. Gli premeva |)ure che la stirpe continuasse, capisci. Lo
desiderava maschio, naturalmente, il continuatore: ma in via transi-
toria si sarebbe accontentato anche d'una femmina. Lui me lo aveva
detto a chiare note: « Se avrai un bam))ino. io ti perdonerò senza
restrizioni: se avrai una bambina, io ti perdonerò a metà ». Era
evidente che il perdono, tiadotto in cifre, sarebbe stato un ama-
bile accomodamento tinanziario durante la sua vita e avrebbe as-
sicurato per lo meno l'eredità alla jirole e l'usufrutto a me. Come
vedi, mio zio aveva avuto un modo molto jìiatico d'incoraggiare
la fecondità. E ti accerto che mi bastava di pensare alla sua pro-
messa per sentirmi...
Maurizio. — Non dire sciocchezze se vuoi che io ti ascolti.
.\i,FREbo. — Hai torto di chiamarle sciocchezze. Mio zio, con la sua
imposizione, aveva mostiato di essere un psicologo e un fisiologo
di prim'ordine. Egli avea compreso bene che la sua promessa mi
avrebbe fatto finalmente amare mia moglie.
Maurizio — {ostentando, a voce alta, un tono di convincimento). Ma
se l'hai sempre amata tua moglie! Senza averne l'aria, non hai
amata che lei. Non ti sei innamorato che di lei !
Alfredo. — Va là che non è vero.
Maurizio — {riscaldandosi, come per suggestionarlo), lo ti garantisco
che, in qualche momento di es])ansione siuceia. in (pialche mo-
mento di franchezza, tu me l'hai confidato.
58 MATERNITÀ
Ai.KHKDO. — Mai. mai. mai ! Xoii fi ho mai rietto una corbelleria simile!
Del resto, questo è un dettaglio che non ha importanza. La verità
è che il mio amore fu. per cosi dire, tiafo sprecato, e la .seconda
luna di miele non fu più produttiva fiella iirinia. Mi scoraggiai.
Mi rassegnai, lo e lei, (li comune accordo... tacemmo. E mia moglie
mi pareva così abituata... al silenzio, che quando poi, fatta che
ebbe una cura di bagni a l.schia. nell'isola dei tremuoti. mi ritornò
in casa con delle velleità affettuose e fece sorgere la terza luna di
miele, io non potetti a meno di sospettare di lei e di manifestare
a te, come a un fratello, i miei dubbi.
M.\LiR[Zio — {vivissimamente), lo non mi ricordo di nulla, e non te
ne ricordi neanche tu !
.Vi.KKKDO. — Ma io me ne ricordo perfettamente, ed è per questo che
mi do la pena di raccontarti i fatti miei. In uno di quei tali mo-
menti di franchezza, in uno di quei tali momenti di espansione,
che poc'anzi mi citavi a sproposito, io ti dissi di sospettare che
il non breve soggiorno di tllaudia nell' isola vulcanica l'avesse de-
cisa a fare il gran passo. Mi pento ora dello sfogo: ma tant'è. te
lo feci; e non c"è nulla di strano che io mi sia aperto con te, che
sei la sola persona innanzi alla quale non mi .sono mai messa la
maschera. Tu potresti attestare d'altronde che, nel dubbio, o nella
quasi certezza, ero giusto vei'so di lei. La trovavo colpevole '' No.
Le movevo rimprovero"? No. Anche perchè, poi, se lei non comin-
ciava ad essermi infedele che dopo dieci anni di costante infedeltii
mia, me l'ero cavata bene !
Maurizio. — Alfredo! Alfredo! Ti prego!...
Ai.KUKDO. — lo vorrei sapere come ti vengono oggi queste smanie ila
|iuritano?
Mal'rizio. — Anzitutto, io non sono mai stato un pervertito!...
.Vi.FREDO. — Questo è vero, ma per misura igienica !
Maurizio. — E poi, puritano o no. non ti permetto di parlare con tanta
leggerezza di tua moglie ! E tengo a dichiararti che io come io
ho sempre ritenuto che ella fosse insospettabile e invulnerabile !
Ai.KREDO. — Di" la verità : le hai fatto la corte e ti ha detto di no.
Maurizio. — Ti proibisco di continuare su questo tono !
Alfredo — {celiando). Se ti scaldi così, e" è quasi quasi da pensare
che....
Maurizio. — Sei noioso !
Alfredo. — Evvia ! Rammollito ! So quali riguardi bai per quella
donna : e te ne ringrazio.
Maurizio. — Ma devi conveniie cun me che il tuo sospetto era cam-
pato in aria.
Alfredo. — Campato in aria, no ! Quando una moglie, che abbia da
un pezzo esonerate^ suo marito da certi doveri, ricomincia un bel
giorno a coltivarlo, la faccenda può non esser liscia. Tanto piii
che la contemporaneità del marito e dell'amante non guasta nem-
meno la poesia d'un convincimento, in cui s'incontrano tutte le
donne. Il loro convincimento è che se ci sono delle... conseguenze,
queste son sempre dovute all'amante. .\1 marito, mai! Una illu-
sione di più ! Ma intanto il brutto è che il lìovero marito è co-
stretto a subire dei rit(»rni intempestivi per far piacere a quell'altro.
Questo, per esempio, è immorale ! lo non l'ammetto. Ed ecco
perchè, impensierito del ritorno di mia moglie, mi projiosi di sin-
MATERNITÀ 59
cerarmi. In fin dei conti, c"pra o non c'era l'amanle? E se c'era.
(•Ili era ?
,M AiKiz[o. — Ma |iercliè le dici a me (|uesle cose?
Ai.iiìEno. — Per concludere che ho avuto torto marcio di sospettare
e per confessarlo a te. a cui ebbi la (leb(dezza di esprimere i miei
dubbi e nel cui animo essi avevano potuto lasciare un qualche
verme roditore.
Maurizio. — Nessun verme, credimi.
Alfredo. — E sai com' è che oramai sono certo di avere avuto torto"?
Maurizio. — Dimmelo.
Alfredo. — Da più d'un mese io faccio pedinare mia moglie.
Maurizio — (spalanca gli occhi). Benissimo !
Alfredo. — Quel degno personaggio di Filippo, che mi è devoto perchè
gli debbo dei quattrini, la segue scrupolosamente, e giorno per
giorno mi riferisce a che ora esce, dove va. quello che fa...
Maurizio — (cercando di celare il suo turbamento). Benissimo !
.Vi.FREDo. — E sino a jeri, neanche la più lieve traccia di un amante.
Modiste, sarte, medici, delle visite innocue, delle passeggiate...
JIaurizio. — Sino a jeri?...
.\lfredo. — Ma giacché un mese d' indagini basta e ne avanza, sta-
sera ordinerò al mio lido esploratore di smettere l' inutile spio-
naggio...
Maurizio — (stentando a mostrarsi calmo). Dopo che ti avrà fatto l'ul-
timo resoconto, beninteso...
Alfredo. — R siccome sarà insignificante come gli altri...
Maurizio — (alliinto). Naturale !
Alfredo. — lo potrò vantarmi domani, mio caro Maurizio, di essere
completamente padre !
.Maurizio. — Che gio.ja !
■\lkredo. — Una gio.ja immensa! Quando slamane mia moglie, tutta
commossa e timida, mi ha data 1' inattesa notizia, io, non te lo
nego, sono limasto un 110' male. Non accade s]iesso di mettere al
mondo il primo figlio dopo dieci ainii di matrimonio. Ma ajipena
r immagine di mio zio, cioè di due milioni, è appai'sa dinanzi a
me, l'orizzonte mi si è rischiarati), e la maternità di mia moglie
mi è sembrata una delle opere più grandiose compiute dalla mo-
derna civiltà !
.M.\irizio — {con iiìì fìl di (Hìce). E adesso che ci dovrei fai'e io in tutto
questo idillio ?
Alfredo. — Tu, col tuo tatto, col tuo garho, dovrai affrettare gli av-
venimenti.
Maurizio. — Quali ?
Alfredo. — Mio zio si è lamentato della tua lunga assenza. Ha do-
mandato di te con tenerezza.
Maurizio. — Troppo buono, tuo zio !
Alfredo. — E quindi tu andrai da lui col pretesto di congiatularti
della pace fatta. Gli parlerai di me diffusamente. Gli dirai clie io
mi sono ti'asformato. che sono diventato un marito esemplare, un
liadre ifiijìareggiabile. . .
Maurizio. — Prima che sia nato il tiglio?
Alfredo. — Ma si. Il buon padre si dislingue anclie |)rima che il figlio
nasca. Si vede subito. Tu lo iiai già visto in me. E con rajuto
della tua perorazione i() indurrò mio zio. il (piale non ha (die
(io MATERNITÀ
seflaiifanni, a una emissione finanziaria provvisoria, per cui, al
postutto, egli nvih il vantap-gio di potersi godere la sua longevità ..
senza clie alcuno gliene serbi rancore. Ti va?
.Maiuizio. — Non mi \a molto; ma tu lo hai stabilito e cosi sia. Sa-
ranno menzogne dell'altro mondo !
Ali'kedo. — Non c'è che la menzogna per fare un po' di bene all'uma-
nità. {Alzandosi) E con questa piofonda sentenza tilosotica. me ne
vado. Vieni a colazione con me"?
Maurizio — {sodduurdaìido l'uscio a destra). No!... no!... a colazione
con te, non posso...
.Vlfhedo. — E allora ti saluto. Mia moglie mi asi)efta, e io voglio es-
sere gentilissimo con lei: pieno di delicatezze, pieno di pensieri
carini...
Maurizio. — Va', va'. Se ti aspetta, non ritardare.
Alfredo. — Ma perchè non vieni"? Un po' di platea mi piacereld»^
tanto ! Fammi questo favore.
Maurizio. — T' ho detto che non è possibile. Anzitutto, non mi sento
bene. Ho un peso alla testa... un altro al cuore... un altro allo
stomaco...
.Vlpredo. — Dil'atti, sei pallido.
Maurizio — (con siiì>ita)iea preoccupazione). Sono pallido"?!
.Vi. PREDO. — Si, abba.stanza. (lerca di non ammalarti pi()|)rio oggi. Più
tardi devi andare da lui. E stasera poi, a ))ranzo con me tutfe
due. E senza fallo! Mettiti un pochino a letto ora.
Maurizio — (guardando di nuovo, più che mai allarniato, la porla a
destra). No! A letto, no! (Ihe esagerazione!
Alfredo. — Ma cura la tua salute, i)erdinci! Tu non ti curi come
dovresti. E grazie, eh"?... Grazie anticipate! (Gii sfrini/r la maim).
Maurizio. — Carissimo Alfredo!
.ALFREDO — (s'avvia per uscire: indi a un Iratlo .sv' rolla). Ti senti
meglio "?
Maurizio. — Meglio, meglio! Sta" trancpiillo, mi senio meglio!
Alfredo. — Addio. (Esce).
SCENA V.
Maurizio e Claudia.
Maurizio — (ansiosamente va alla porla in fondo per assicurarsi
che Alfredo sia partilo : quiìidi corre alla porla laterale, come per
chiamar Claudia).
Claudia — (senza aspettare che etili la chiami, entra. Viso calmo, di
una calma disdegnosa fatta di profondo disgusto e di fierezza. Il
sarcasmo acre è sulle sue labbra, atteggiate a un sorriso amaro).
Maurizio — (agitatissimo e disfatto). Avete udito!"?
Claudia. — Ero qui per questo.
Maurizio. — La persona da cui vi ha latta seguire gli dirà ceitamente
che siete venuta da me.
Claudia — (fredda). Glielo dirà.
.Maurizio. — Tutto sommato, sarà meglio che glielo dica subilo io
stesso.
Claudia. — Non sarà uè meglio né peggio, perchè risulterà chiaro
MATERNITÀ 61
clic voi s:lielo avrete detto, in mancanza di iiilii espedienti, dopo
di avere appreso che io sono stata pedinata anclie stamane.
Mai itizio. — E allora"?... Che cosa facciamo?... In che modo ci sal-
veremo ?. . .
Claldia. — Cioè: in che modo vi salverete "? Quanto a me, non sento
punto la necessità di salvarmi. E non sarebbe neppure possibile
il salvataggio. Per mio marito, con o senza di voi, io sono già
una donna che ha un amante. Spero che la vostra perspicacia vi
abl)ia permesso di com]ìrendere ch'egli mi crede la più furba delle
adultere e che dal momento che io gli rendo il servigio di for-
nirgli il bamboccio per cui suo zio gli riapre le braccia e la borsa,
egli vuole perfino evitare il fastidio di sapere da che parte gli
venga la fortuna. Chi si deve salvare, dunque, siete voi, non
sono io.
Mal'kizio. — Donna Cllaudia. io lo avevo presentito che un grosso
guajo sarebbe accaduto !
Claudia — (sempre fredda, con una punta di grazioso umorismo).
Vi dispiacerebbe proprio molto di passare per il mio amante ?
^Ialrizio. — Voi avete il coraggio di burlarvi di me quando io mi
sento morire...
Claudia. — Rispondete, intanto.
iJAURizio. — Al «"onspetto di vostro marito, certo che mi dispiacerebbe!
Claudia. — E al conspetto degli altri, no?
Maurizio. — Al conspetto degli altri me ne vergognerei !
Claudia. — Grazie del complimento !
Maurizio. — Ma no! Voi fraintendete.... lo ne avrei vergogna e ne
sarei orgoglioso... Voi siete una donna per la quale un uomo...
Basta, non divaghiamo, ve ne prego... Datemi almeno un consi-
glio... .\jutatemi... Non mi lasciate solo in questa terriiiile situa-
zione...
Cl.vl dia. — Mio buon Maurizio, io sono diventata un ])o' egoista. Ho
sajiuto ciò che desideravo di sapere. Ho saputo che mio marito «^
molto più vile, è molto più volgare, è molto più spregevole di
(|uanto m'era parso sinoia. Io vi sono riconoscente della vostra cor-
lese condiscendenza e di tutto quanto, nel colloquio con lui, avete
rivelato di veramente gentile per me. .Ma non contate sul mio aiuto,
e, per quel che può riguardare la mia esistenza, non abbiate ne
scrupoli né paure. Io mi preparo a vivere della mia felicità, d'una feli-
cità che è soltanto mia. sempre più distaccata da lui - lo spero -.
sempre più attaccata al grande bene che tinalmente ho ottenuto da
me stessa ! lo non so, ora, con precisione, che cosa avverrà : ma
so che. dato il vostro temperamento, io vi ho piocuiata qualche
noja... Perdonatemi. E. non ostante il mio egoismo, iiermettete ch<'
da oggi in poi io vi chiami: amico. \'olete darmi as.sai cordial-
mente la vostra mano?
Maurizio — {mi po' commosso). Marchesa... (Le porge la mano).
Cl.audi.v — (ffliela stringe con effusione).
Maurizio. — Siete... una santa donna!
Claudia. — Santa, è troppo. Sono una donna... che è madre. .\ ri-
vederci .
Maurizio. — A rivederci.
02 MATERNITÀ
SCENA VI.
Decio, Maurizio, Claudia.
Decio — {entra difilato portando mi vassoio con tino, hottUfliu e un
hiccìiierino). Aperitivo! {Vedendo Claudia) Oh!?
.Maurizio. — Idiota!
Decio. — Mi avevate ordinato di eredere clie la signora non ci
era più.
Maurizio. — E ve l'ordino ancora !
Decio. — Posso annunziare ciie la colazione è |)ronta ".'
Claudia — (sorridendo). Potete.
Decio. — Pronta... per uno. (Serio e dignitoso, sogguard<tndn Clau-
dia, attraversa la camera e poggia il vassoio sul tavolino).
Maurizio — {pianissimo e rapidamente, a Claudia). Adesso, è neces-
.sario che io vi tratti come una cocotte.
Claudia — {con un moto istintivo di sorpresa). Cosa?
Maurizio. — State accorta! Bisogna far deviare la curiosità di questo
imbecille. La sua testimonianza potiebbe toglierci ogni speranza
di salvezza! (A Decio, che sta 2><'>' svignarsela) Restate li. voi!
Tenete su quella jiortiera. {A Claudia che .s'arria per ii.'icire)
Addio. Nini !
(Claudia — (si rotta con caricata civetteria inesperta).
Maurizio — {le manda un bacio sulle dita).
Claudia. — Addio. Nunù (imitandolo graziosamente, gli ricamhia il
bacio). E tanti saluti...
Maurizio. — A chi?
Claudia. — A Olghina.
Maurizio — (con un soprassalto), (ila!
Claui)l\ — (esce).
SIPARIO.
MATERNITÀ
63
ATTO SECONDO.
Salotto ol'unii fine elesanzii iiol>ilf>8eii in casa del maiflios.- ili Montefranco. -
Una porta in fondo. Una a destra. Una a sinistra. — A una parete. Tapparec
chio del telefono. — È sera. Ijumi accesi.
SCENA I.
Un servo, Filippo, indi .\LKHEno.
(La scena è vuota).
II. .-^ERVO — (entra dalla porta a destra, affacceìidato. Va al telefono.
Gira la manovella. - Tintinnio di risposta). Coniunicazioue col VHt:3.
(Dopo un istante, altro tintinnio). Con chi parlo"? {Pan.'sa). .Vile
dieci, la carrozza del signor duca. (Pausa). No, non al Circolo
del Whist. Qui. qui. Sono il cameriere del marchese di Mcmtefraiico.
Il signor duca ha pranzato qui. (Pausa). SI, va bene, il landau
chiuso. (Gira la manovella e toglie la comunicazione). {Va alla
porta in fondo e introduce Filippo). Favorite. Il signor marchese
viene a momenti. Ha finito di pranzare e gli ho potuto far Tam-
basciata senza che gli altri se ne accorgessero. (Esce).
Filippo — (ha l'aspetto d'un cameriere al riposo. Faccia losca. Fedine
hreoi. Niente baffi. Grosse anella alle dita. È entrato rispettosa-
mente, con in mano il cappello. Ora che è solo guarda un po' alle '
porte curiosaìtdo. Come vede avvicinare il marchese di Montefranco
assume un'aria umile e misteriosa).
Alfreoo — (in frack e cravatta Inanca, entra dalla destra). Che c'è,
Filippo? Avresti dovuto venire al Circolo verso la mezzanotte,
come al solito. Non qui. Sai bene che mi annoia che ti si veda
bazzicare in casa mia.
Filippo — (sottovoce, accostandosi al marchese). Col dovuto rispetto
a Vostra Eccellenza, ho anticipato perchè ci sono delle novità.
Alfredo. — Delle novità?
Filippo. — 11 servizio, finalmente, è stato fatto.
Alfredo — (scosso). Davvero?!
FiLiPPja. — Credo che ci siamo, Eccellenza.
Alfredo. — Tu non devi credere nulla. Devi solamente raccontare.
E presto, perchè ho di là degli invitati.
Filippo. — Racconto, Eccellenza. Stamattina la signora marchesa è
uscita di casa alle dieci e trentacinque minuti.
Alfredo. — Beh, sbrighiamoci. Dove è andata?
Filippo. — La signora marchesa era vestita magnificamente...
Alfredo. — Questo non mi riguarda. Tira via.
Filippo. — No, ecco, voleva dire a Vostra Eccellenza che così vestita
non l'avevo mai vista a quell'ora...
Alfredo. — Abbrevia, santodio! Dove è andata?
Filippo. — Eccellenza, è andata alla Riviera di Chiaia, trecentoven-
tiselte.
B4 MATKHMTA
.Vi-KKKi>o — {situsulUtndo). Non è possiljiie!
Filippo. — Treceiifoventiselte, Eccellenza.
(Breve jja»sa).
Alfredo. — Garantisci?!
Fn-ippo. — Garantisco.
ÀLfREDO — {con una certa reticenza). E... a (iiiale piano è salita?
Filippo. — Col dovuto rispetto a \'ostra Eccellenza, la signora mar-
chesa è entrata in casa del signor Maurizio Dorini.
Altredo — (stranamente impacciato). Sta bene. (Indi, pensando alla
sinriolarità del caso, abbozza un sogghigno eli beffe per sé stesso.
E, tosto, agilmente s'infìnge e prende un tono di tranquillità in-
differente). Non c'è altro?
Filippo. — Non c'è altro, Eccellenza.
Alfredo. — E a te sembra d'avere scoperto qualche cosa d'impor-
tante?
Filippo — (rispettosamente). Se... non seinlìia importante a Vostra
Eccellenza... non sembra importante neanche a me.
Alfredo. — Chi ti ha riferito che la marchesa si è recala in casa
di... quel signore ?
Filippo. — Ho date venti lire di mancia al jiortinaio per sapere la
verità.
Alfredo. — Hai fatto malissimo!
Filippo. — Come piace a Vostra Eccellenza.
Alfredo. — Le mance troppo grosse non servono che a pagare delle
menzogne ! Ti sia di regola. (Cava del danaro dal portafogli e
glielo porge). Prendi. Ce n'è anche per te.
Filippo. — Ma no... non voglio che Vostra Eccellenza s'incomodi ora.
Abbiamo tanti conti pendenti...
. Alfredo. — E penderanno per un |)ezzo. Prendi questo, provviso-
riamente.
Filippo. — Per obbedire (iìifasca).
Alfredo — (soccorso ad un tratto da una idea). E di' : quanto
tempo la marchesa si sareblìe trattenuta in quel palazzo?
Filippo. — La signora marchesa è montata alle undici precise. A che
ora sia scésa, in coscienza, non lo so. lo sono stato ad aspettare
una ventina di minuti. Ma poi ho detto fra me e me: — Qui, col
dovuto rispetto a Sua Eccellenza, le cose vanno per le lunghe...
Alfredo — (interrompendo severamente). Non ti ho chiesto confo dei
tuoi soliloqui ! Il certo è che non hai aspettato abbastanza. Se avessi
aspettato un poco di più, avresti veduto entrare anche me in quel
palazzo. Il che dice con chiarezza che proprio lì io avevo un ap-
puntamento con mia moglie. Te l'ho taciuto poc'anzi per control-
lare la tua puntualità. Sono indignato della improntitudine con
cui vieni a raccontarmi delle fandonie !
Filippo. — Eccellenza !
Afredo. — Basta così ! Da oggi in poi ti è assolutamente proibito di
seguire e sorvegliare mia moglie. Si trattava di una semplice cu-
riosità, e l'ho soddisfatta altrimenti. La marchesa - ricordatelo
bene - è una signora a cui bisogna fai- tanto di cappello.
Filippo. — Como piace a Vostra Eccellenza.
.MATKKNITÀ (>5
SCENA 11.
[|, Duca di Vhìena, Claudia, Ai.fuedo, Filippo, Maurizio.
Il Dltca — {di dentro). Eccolo lì il disertore.
Al!'redo — {in fono disinvolto). Andate, Filipjio.
{Sulla soglia della porta a destra, si fermano il Duca in frak
e cravatta bianca, e Claudia appoggiata al hraccio di lui).
FiiJPi'O — {inchinandosi ad Alfredo). Servo. {Ed. esce dal fondo).
Alfreoo. — Dico, zietto: mi rapite la moglie'?
Il Duca. — Te la conduco, invece. Si annoiava cosi lealmente
con me !
Alfredo. -- Non ti difendi, (Uaudia?
Claudia - {freddamente, lasciando il hraccio del Duca). Il Duca mi
perdona.
Alfredo. -- Tutte le mie s(;use, zio, per lei che non è brillantissima,
e per me che mi sono allontanato. Ma gli è che avevo da fare
delle comunicazioni interessanti al mio segretario e i)erciò...
Il Duca — {avanzandosi). Hai un segi'etario"?
Alfredo. — Sì... per il disbrigo di qualche affare urgente... {Mutando
subito dixorso) Questa poltrona, zio, è per voi.
Il Duca — {■'fedendo). Grazie.
Alfredo. — E Miurizio dov'è? Dov'è Maurizio':? Dov'è (piel caro
Maurizi'j'.'
Il Duca. -- Passeggia.
Alfredo. — Ah, toso. Lui |)asseggia. Dopo pranzo, doviin(|ue si trovi,
passeggia un;', mezz'ora per digeriie. K la sua igiene. Ma non è
una ragione per privarci della sua compagnia. ( Va alla porta in
fondo e chiama:) Maurizio! Maurizio! {Al Duca) E lauto buono!
Il Duca. — Mi è simpaticissimo !
Alfredo. — Per noi è come una |)ersona di famiglia. LTii amico
d'oro. Anche Claudia permette a lui (piel che non ha mai per-
messo a nessuno !
Claudia. — A nessuno.
Maurizio — {come gli altri, in abito nero e craralta liianca. - En-
trando, he. uiito). Che cos'è che permettete soltanto a me donna
Claudia ?
Claudia — {sedendo lontano dal Duca). Per lo meno di farmi la corte.
Maurizio — {ha una smorfia d' impazienza; e comincia a passeggiare
con passo piuttosto affrettato intorno intorno la camera).
Ai^FREDO. — Ah no ! lo ti smentisco. {Al Duca) È una blnguc, zio.
{Accostandìsi a Claudia e tenendole le mani alle spalle) Questa
qui è una donnina eccezionale : una moglie come non se ne tro-
vano più.
Il Duca. — Dev'essere difatti una eroina del matrimonio, per aver
saputo rinuamorare un marito quando questi più correva la ca-
vallina.
Alfredo. — I*] oramai ci sono dentro fino ai capelli, zio. {Le carezza
il collo).
Claudia — {dominando il disdegno, cerca di scansarsi).
Il Duca. — Bravo !
5 VoL evi, Serie IV - l-> luglio 1903.
66 MATERNITÀ
Alfredo. — Ho preso una colta come si può. prendere a vent'anni !
Maurizio — {sema volerlo, gli getta litio sguardo di stupore).
Alfredo — {andando verso il nuca). \^edete, io vi potrei raccontale
dei particolari da farvi intontire.
Il Duca. — Raccontami tutto. Intontirò con molto piacere.
Alfredo — {sedendogli accanto). Ve ne dico uno, ma all'orecchio.
Maurizio — {ancora passeggiando). Perciiè poi all'oreccliio"? Piacerebbe
molto anche a me d'intontire.
Alfredo. — Scusami, ma ho due jiudori da rispettare : il mio e quello
di mia moglie.
Claudia. — Del mio non te ne preoccupare.
Maurizio — {ad Alfredo). Sei d'una correttezza irreprensibile!
Alfredo — {al Duca). Dunque, .sentite... {Gli parla all'orecchio con
dimestichezza gaja).
Il Duca — {lo ascolta or sorridendo di maraviglia ed or di compia-
cimento).
Claudia. — Mentre mio marito rispetta i due pudori, Maurizio, sacri-
ficatemi un po' della vostra digestione. Abl)iate la cortesia di se-
dere. Mi fate venire il mal di mare.
Maurizio. — Sarà un disastro per il mio stomaco : ma eccovi servita.
{Siede).
Claudia. — Non cosi lontano! Dcno diivi più chiaramente clie vi vo-
glio vicino a me?
Il Duca — {ascoltando Alfredo). Vii là ! Non è possibile !
Alfredo. — Sì, sì, ve lo confesso : è la verità !... {Continìia a [jarlargli
. empre piìi confidensialmente).
Maurizio — {malvolentieri prende posto accanto a Claudia. Impacciato.
Pianissimo). State attenta : mi conqtromettete anche (iinanzi al
vecchio, adesso.
{Parlano sommessamente).
Claudia. — Gli siete estremamente simpatico.
Maurizio. — Lo so bene : è vostro maiito che mi fa la reclame per
appiccicarmelo addosso.
Claudl\. - - Avete visto l'uomo che è uscito di cpii poco fa"?
Maurizio. — No.
Claudia. — Era il traftichino di mio marito.
Maurizio. — L'uomo che vi lia spiata "i?
Claudia. — Il fido esploratore.
Maurizio. — Ne siete sicura"?
Claui)l\. — A me è parso di ricordarmi d'averlo spesso incontrato per
istrada da un mese in qua. Ha una lisonomia che non si dimen-
tica. K poi mio marito lo ha chiainato Filippo !...
Maurizio. — E dunque era lui !
Claudia. — Era lui certamente.
Il Duca — {con gioconda soddisfazione, ad Alfredo). Ma è enorme !
Alfredo. — Sentite ancora, zio!...
Maurizio — {a Claudia, iìKinicto). Sicché, itoco fa saiehbe accaduto
ciò che io prevedevo"?
Claudia. - Non ne dubito.
Maurizio. — V^ostro marito avrebbe appieso che voi ipiesta mattina,
di nasco.sto. siete venufit da me ?
Claudia. — Non ne duhilo.
Maurizio. — A conti fatti, noliebbe essere già convinto che io sono...
MATERNITÀ 07
Claudia. — Il mio amante.
Maurizio. — Io ne piglio una malattia !
Claudia. — Ed io sarò felicissima di curarvela. Così almeno ])otrò fli-
sobbligarmi.
Maurizio. — Voi siete la mia perdizione, donna Claudia !
Claudi.^. — Purché voi siate la mia buona stella, che importa'!?
Maurizio. — Ecco: il sangue mi affluisce alla testa... Mi permettete,
se non altro, di passeggiare "ì
Claudia. — Passeggiate.
M.URIZIO — {si alza. Si tocca le tempie. Si tocca lo stomaco).
Il Duca — (n cui il racconto di Alfredo ìia procurato uìi crescendo
di buon umore, prorompe ora in una gran risata). .\ questo punto,
abbi pazienza, mi \ ien voglia di congratularmi più con lei che con te!
Claudi.a. — Di che cosa vorreste congratularvi con me. caro Duca"'
Il Duca. — Dei prodigi della vo.stra novella luna di miele.
Claudia. — Pare che sieno specialmente i segreti di alcova che risve-
gliano il vostro affetto di zio !
Aj.fredo — (si alza annoiato).
Maurizio — {passeggiando, lo sogguarda con trepida curiosità).
Il Duca — {risentito). L'affetto di zio è risvegliato in me in tutto
(pianto mi conferma d'aver ritrovato in questa casa l'organismo
(l'una famiglia. Quando dico /"aoi/^/to, dico anzitutto owes^à coniu-
gale. E questa onestà, donna Claudia, se non vi dispiace, comincia
l)recisamente dall'alcova.
Claudia. — Peccato che la storia veridica delle alcove non si scri-
vei'à mai !
Alfredo. — Lo storiografo della situazione, dovendo esseie un testi-
mone oculare, si troverebbe in un beli' imliarazzo !
Il Duca. — lo ho voluto soltanto giustificarmi, marchesa, di avere
ascoltate volentieri le confidenze di vostio marito.
Alfredo. — Ma sì, zio. Claudia scherza. Nessuno meglio di lei intende
(pianta bontà sia nella vostra compiacenza: e nessuno jiiù di lei,
credetemi, ve n'è grato.
Il Duca. — Se ci sia della bontà, non so. È probabile che ci sia sopra
lutto dell'egoismo. Non lo nascondo. Ero stanco di solitudine. E
il dolore che il mio unico nipote fosse imyieritevole della mia
liducia e non mi avesse nemmeno dato un erede, condannandomi
j a guardare con malinconia i parecchi chilometri quadrati di terre
r che per volontà di Dio mi sono stati trasmessi insieme con un
nome immacolato, s'era così inasprito che quasi andava mutandosi
in rancore verso me stesso e quasi mi faceva pentire d'aver vissuto
troppo sobriamente la mia vita di vedovo.
Claudia. — Pote\'ate pensare a costruirvelo voi un erede.
Il Duca. — In che maniera f
Claudia. — Non avrete avuto sempre settant'anni !
Il Duca. — Ne avevo venticinque, cara signora, quando amai e sposai
la donna più eletta che io mi abbia conosciuta. La morte me la
rapì ben presto, ed io giurai che le sarei stato fedele.
tii.AUDiA. — \'eramente, un vedovo, che non vuol tradire la sua prima
moglie, se ne piglia subito un'altra. È il solo preservativo per amar
sempre quella che è morta.
Il Duca. - Intorno all'amore e alla fedeltà ho i miei criteri, e li pre-
ferisco.
68 MATERNITÀ
Gj^AUDiA. — Rohii iraltri liMn|)i.
II. Duca. — Io penso e spero che certi sentimenti possano essere di
tutu i tempi, li sentimento ehe lia guidato me è in (piesle parole :
avendo amato una volta sola, non Iio saputo sposare due volle.
(iLAuniA. — Ma il matrimonio non serve soltanto a ini|)iefraie il propiio
amore. Serve anche a impie<i:are i propri capitali, quando se ne
hanno come voi. Se vi foste i-iammoglia)o, avreste avuto prolta-
hilmente il piacere di produrre illegittimo destinatario di tutti
quei chilometri quadrali che vi hanno messo di cattivo umore.
li. Duca — {con eìiercfia). Non sarà un erede meno legittimo, donna
Claudia, quello che aspettiamo.
CI1..UJDIA. — Per una transazione!
II. Duca — {scattando). Non c'è nessuna transazione, marchesa, in ciò
che è un atto spontaneo del mio cuore !
Alfredo — ■ {urgentemente, piano, a Maurizio). F\unmi la grazia: cerca
di troncare...
Maurizio. — Che c'entro io?
Claudia. — Del vostro generoso proposito, io vi ringrazio. Ma la velila
è che io non vedo e non c'è eftettivamente nulla di comune fra
il figlio che faccio e le ricchezze che avete voi !
Alkrkdo — {pianissimo, sospingendo Maurizio). Ti'onca ! Tronca !...
Il Duca — {alzandosi fieramente). In altii termini, voi disdegnale...
Maurizio — {costretto, interrompe). Ma no. non disdegna nulla!...
Alfredo. — Non di.^degna nulla, zio. Se ve l'ho avvertito che scherza!
Lo fa ap]iosta per stuzzicai-vi. Fa così con tutte le persone a ciu
vuole molto bene. Ne sa (|ualche cosa Maurizio, poveretto, che è
il suo bersaglio. .Non è vero, Maurizio, che sei il suo bersaglio'?
Maurizio. — 11 suo bersaglio, io?!
Alfredo. — Appunto perchè te ne vuole del bene.
Maurizio. — Cioè, distinguiamo...
Alfredo. — Non ti allarmare, che non ti pie|>aro mica una scena di
gelosia. Pusillanime !
Maurizio. — Pusillanime, no!
Alfredo — {ostentando un brio motteggiatore e mtaffeitnosUà csitan-
sica). Taci là che ti conosco! {Indi a Cliulia) E conosco anche
te, sai! angelo caro! {E rivolgendosi al Duca) Nelle sue celie e
nei suoi paradossi, che sembrano amari, c'è sempre invece un fondo
di gentilezza e di poesia. (Di nuoro a Claudia, avvicinandosi a
lei) Vuoi scommettere che t'indovino? Tu avevi destinati i tuoi
piccoli risparmi, la tua piccola dote, salvata a stento dal naufragio,
dal mio naufragio, all'educazione del bimbo: e ades.so. sapendo
che lo zio ha stabilito di educarlo a sue spese con la larghezza
che i suoi mezzi gli permettono, tu sei... un tantino gelosa. In-
dovino, si o no?
Claudia — {invelenita, si comprime e si chiiide nel silenzio).
Alfredo. — Ma sei una bambinona, vedi! Che sarebbero tutti i mi-
lioni di Rothschild senza le tue cure, senza le tue carezze, senza
il tuo soffio?
Il Duca. — Mi pare che Alfredo dica benissimo.
Alfredo. — Nessuno oserà usurpare il tuo posto. Io mi propongo di
essere un babbo tenerissimo. Va bene. Lo zio si propone d'assu-
mere la parte del nonno, e sarà un nonno incantevole. Ma per
lui e per me nulla parrà più bello e più rassicurante di questa
MATERNITÀ (19
iiianimiiia tutta assorta nel suo compito e spadioneggiaiite presso
la culla che ci deve tenere insieme. Quanto poi a quel signore che
fa l'indiano {indicando scherzosamente Maìirisio), visto che siamo
abituati a vedercelo tra i piedi, dovremo pine annnetterlo qualche
volta al circolo domestico. A una sola condizione però: che non
si dolga più di sentirsi dire che gli si vuol bene.
II. I)uc.\ — (ride).
Maukizio. — lo non me ne sono doluto, ma...
Ai.i'HEDo — {con solennifù comica). Chiedete scusa a doinia Claudia
della vostra inconsulta protesta. Sconoscente! lo offro intanto da
fumare allo zio. (Prende la scatola dei sigari).
Il Duca. — Dopo pranzo, o un avana o niente.
Alfredo — (porgendogli la scatola). Me ne ricordavo e ne avevo com-
perati apposta.
Il, Duca — (scegliendo un sigaro). Sì, un avana e una ]iarti1a a scacchi.
Ecco quello che ti scroccherò spesso e volentieri. Olfi'e il pranzo.
l)en inteso.
Alfredo. — Una partita a scacchi? Maurizio, hai sentito? Una fortuna
per te!
Maurizio. — Cosa?
Alfredo. — Lo zio è un forte giuocatore di scacchi.
Maurizio. — Beh ?
Alfredo. — Sei un accanito giuocatore anche tu.
Maurizio. — Io!
Alfredo. — Tu ! tu !
Il Duca. — Pei- bacco! Un accanito scacchista? Siiii]iaiicissimo! Ci
misureremo.
AiJ'KEDO. — Egli non chiede che di misurarsi. Su, su. Maurizio! Co-
raggio e all'opera! (Al Duca) Potrete giuocare agli scaccili lullc
le sere, zio.
Maurizio. — Con me?
Ai.FREDO. — Con me certamente no. perchè non li so giuocare.
Maurizio — (sperando ancora di sottrarsi). Ma io li giuo<-avo una
volta... Adesso non sono più in esercizio... Non potrei.
Alfredo. — Zio, non gli credete. È una civetteria.
Il Duca — (che si è già seduto presso la scacchiera). Qua. (|ua. mio
degno avversario.
Alfredo — (a Maurizio). E tu non fumi? Prendi tu pure un axaiia.
(Mettendogli la scatola fra le mani, sottovoce, in fretta) Non li litiii-
tare, te ne prego. Devo dire due jiarole a mia moglie. Se non mi
aiuti tu, chi vuoi che m'iiiuVil {Indi, lecando la roce come .<ie con-
tinuasse un discorso) E io... sempre fedele alle mie sigaielle. [(Uiint
di tasca il portasigarette).
Il Duca. — Un po' di fuoco, Alfredo.
Alfredo. — Immediatamente.
(vLAUDiA. — Me ne duole assai, ma sono costretta a pregarvi di non
fumare. Sento che il fumo mi farebbe un po' male.
Il Duca. — Per conto mio. ci rinunzio subito, donna Claudia.
Alfredo. — Ma no, ma no. Piuttosto andate a giuocare nel fumoir.
Starete più raccolti. (Tocca il hnttone del campanello).
Il Duca. — Ah si! Questo è un benedetto giuoco per cui non ci si
raccoglie mai abbastanza.
Maurizio — (sospirando di pazienza). Haccogliamoci.
70 MATERNITÀ
11, SKRVO — {entra dal fondo).
Alfredo. — Accendete nel fumoir. E portaU' li (infila scacchiera.
Il, SERVO — (esce a siìiislra, portando via la scacchiera).
Il Duca — {alzandosi). Siamo noi intanto, donna (llavulia, che (loh-
hiamo chiedere ()eidono a voi. Avremmo dovuto pensare che nelle
vostre condizioni...
Alfredo. — È la prima volta, per altro, che ella avverta di non i)oter
tollerare il fumo. Da oggi in poi, ci baderò. {A Claudia) in casa,
mia bella mammina, non fumei'ò più.
Il Duca. — Molto galante!
Ai,i'REDO — {abbreviando). Buon giuoco, zio ! Buon divcrtiiuenlo, Mau-
lizio !
Maurizio. — Grazie tante!
Il, Duca — {presso la porta, a Maurizio). Prego, caro avversario!...
Maurizio. — Prego, prego, Duca...
Il Duca — {via a sinistra).
Alfredo — {sottovoce, in fretta). Ti laccomando: fammelo vincere.
Maurizio. - Ma tu lo sai che lo star seduto dopo pranzo per me è
una catastrofe.
Alfredo. -- Giuoca all'impiedi.
Maurizio. — lo non voglio, cai)isci, non voglio!
Alfredo. ~ Ed è questa ramicizia die hai per me e per mia moglie"?
Il Duca — {di dentro, iinpazievte). Signor Maurizio! Signor Maurizio !
M.^URizio. — Uhm ! {Dando un pM(jno in aria, esce).
SCENA 111.
Alfredo e Claudia.
Alfredo ^ (dopo un silenzio). Desideravo di aver subito un colloquio
con te. {Cerca di tenere un fono gentile, mte, cordiale). Lo desi-
deravo, perchè il tuo contegno, mia buona Claudia, mi crea una
posizione diflicile. In tutto ciò che fai e che dici dinanzi a mio
zio e specialmente in tutte le parole che rivolgi a lui e' è sempre
un non so che d'ironico, di acre, e perfino d'insolente che è... inop-
poituno. Mio zio non è un rimbambito. Egli si è ravvicinato a noi
per partecipare alla festa della nostra famiglia, e questo ravvici-
namento è iier noi - tu ne sei persuasa - un bene, sotto tutti i
rapporti. L'avvenire della nostra creatura è assicurato. Noi po-
tremo vivere con essa e per essa nella sicin-ezza della sua prospe-
rità. Ma viceversa, se mio zio dubitasse della nostra gratitudine,
se non vedesse in questa casa mi perfetto accordo, dovuto appunto
alla più dolce delle aspettazioni, noi saremmo liquidati.
Claudia — (siede, in silenzio. Il suo volto dice tutta V amarezza dcl-
l'anima sua e l'estremo sforzo della sua prudenza).
Alfredo — (accostandosi a lei). D'altronde, perchè non dovremmo mo-
strargli ciò che è vero? Dopo la mia jìrima sensazione di sorpresa,
che stamane ti è giustamente dispiaciuta, a poco a ])Oco io ho
ritrovato quello che s'era per un pezzo nascosto nel fondo del mio
cuore. La tua dignità severa aveva, apiiarentemente, mutato in
rispetto profondo Tamoie die In mi avevi ispirato. Ma esso è ri-
masto sempre vigile dentro di me per avvertirmi, se non altro, di
lutto ciò che vi era di efimero in qualche mia momentanea... di-
MATERNITÀ / 1
vagazione. E se tu sapessi quante volte io ho sentita la nostalgia
d'una unione più intima fra me e te! Pei- dare impulso al mio
affetto, io avevo bisogno di un tìglio, sì, di un figlio, il solo vin-
colo che possa davvero far combaciare fra loro due volontà, due
temperamenti diversi. Ed è per questo che adesso 1" accordo e' è.
E tu che non hai mai cessato di essere la più nobile, la più fedele
delle mogli, puoi stringerti a me e prepararti, insieme con me, a
una vita tutta bella. {La circonda delicatamente col braccio). Via,
Claudia ! Non ti accorgi che oramai non so più stare vicino a te
senza darti la prova... del mio affetto"? (La bacia).
Claudia — (levandosi con atto di ribresso). Ah, no !
Alfredo. — Claudia!...
Claudia. — No! no! no! Questa sozza commedia mi fa schifo !
Alfredo. — Silenzio, per carità! E rientra in te, Claudia, rientra
in te!
Claudia. — lo avrei voluto parlarti con tranquillità, avrei voluto an-
nunziarti pacificamente la risoluzione ferma e irrevocabile di se-
pararmi da te e d'andare a vivere sola, lontana da tutti...
Alfredo. — Tu sei un'insensata !
Claudia. — Ma, in poche ore, mi si è così appesantita addosso que-
st'afa pestifera di transazioni, di finzioni e d'infamia che non mi è
più possibile nemmeno di serbare una calma relativa, non mi è più
possibile di tacerti ancora quanto ti disprezzo, lo mi sento .sotto-
care ! Io mi sento morire d'asfissia! Aria! aria!
Alfredo. — Abbassa la voce, maledizione! (Citi ade in fretta l' uscio
a destra, e torna a lei). Abbassa la voce!
Claudia — {in tono piii sommesso, come per una concessione). È com-
pletamente inutile, dunque, che tu ti dia la pena di fingere e di
mentire. Io ho deciso di scavare un abisso fra me e te. E Io farò !
Alfredo — (padroneggiandosi). Senti. Claudia, non è questo il mo-
mento di discutere la tua risoluzione. Ciò che per ora devo chie-
dere alla tua... cortesia è che tu mi risparmi adesso l'imbarazzo
grave d'uno scandalo, che, tutto sommato, tu non puoi temere
meno di me ! Andiamo di là, Claudia... Parleremo a nostro agio
quando saremo soli in casa... Andiamo di là...
Claudia. — E tu, senza pensarci su due volte, fidi nella certezza che io
tema Io scandalo?
Alfredo — (tentando di parer sempre mite e remissivo). Forse non
lo temi. Non hai ragione di temerlo. Sta bene. Ma una cosa è non
temerlo e un'altra è invocarlo addiiittura.
Claudia. — Orbene, è proprio così. Io lo invoco ! Io lo voglio !
Alfredo. — Ma nella tua ribellione, vedi, ci dev'essere un errore di
fatto, ci dev'essere un equivoco.
Claudia. — Nella mia ribellione c'è l'idea chiara ed esatta di ciò che
è stato e di ciò che .sarà.
Alfredo. — Appunto di ciò ragioneremo.
Claudia. — Ciò che è stato, te Io dico subito. (Parla rapido e con-
citata). Non erano trascorsi pochi giorni dalle nostre nozze e io
comprendevo già che mi avevi spesata per una capricciosa osti-
nazione di uomo corrotto dal quale una fanciulla non s' era. la-
sciata prendere. La percezione della realtà incenerì a un tratto il
mio amore o quel sentimento che avevo creduto amore. Eppure
rimasi al mio posto. Non per omaggio alle convenienze sociali e
nemmeno per rispetto al tuo nome clie tu per il primo non ri-
spettavi : no, no!; ma percliè ron volevo rinunziare a un"aiflente
speranza, non \olevo linunziare a un'ambizione che tutta mi te-
neva, lo ero presa, ero dominata da un singolare istinto di ma-
ternità, che andava assumendo le proporzioni d'una necessità im-
prescindibile della mia vita e che era sempre stata la guida, la
luce, la fiamma della mia esistenza ! {Più dolce) Quando ero bam-
hina, carezzando le mie bambole, io costruivo nella mia inco-
scienza qualche cosa che era assai più della tenerezza infantil';,
di cui. a quella età, si circonda la marionetta graziosa. E più tardi,
mano mano che la mia indole si è sviluppata, mano mano che
il tuiiudto vario del mondo mi ha investita, una sola voce ho ben
distinta, una sola voce m'è parsa limpida e convincente, quella
che mi parlava della t.irza, della gioia e della gloria di sentirsi ma-
dre! Io porto oramai nel mio seno l'oggetto di lutili miei sogni,
di tutte le mie aspirazioni. Ho trionfato ! Ho trionlalo I Posso de-
nunziare la tua indegnità ! Fosso respingerti come un intruso !
lo basto a n)e stessa. Dio, te ne ringrazio ! E non devo chiedere
più nidla a nessuno ! Vallone.
Alfredo — (con-elile iiii'eire contro 'li lei. ro, rebbe metterle un ba-
vaglio per costringerla a tacere; ma k lui che è costretto a frenarsi
e ad ingoiare la rabbia che gli sale alla bocca). (Una pausa). (Indi
con un sorriso bieco) Dopo tutto, mia cara Claudia, questo figlio,
che già prima di nascere li rende così orgogliosa e così battagliera,
è anche mio.
Claudia — {seccamente). Tu non lo credi che sia tuo.
Alfredo. — Ti ho detto io di non crederlo ".'
Claudia. — Non lo credi !
Alfredo. — E re ])ure io non lo credessi o se appena ne dubitassi,
non ti affrelleiesli tu a protestare per il tuo decoro '
Claudia. — Il fatto è che io so ((uello che tu i)ensi, e non piotesto!
Alfredo. — • La tua audacia è un lusso inutile.
(Claudia. — Non protesto !
.■ALFREDO. -- 11 mio convincimento è già formalo!
Claudia. -- Formato o no, la verità vera non può essere che il mio
segi'eto !
A],FRED0. — Ma dove vuoi arrivare tu'' Quale scopo ti prefiggi".' Quale
altra illusione nascondi nella tua fatua spudoratezza'?
Claudia. — Non è un'ir.usione. È il diritto di salvaguardare la mia
creatura dalle ingiurie della tua falsità !
Alfredo. — K un diritto fantastico, condannato a resfare nel mondo
della tua immaginazione.
Claudia. - lo saprò gridare a tutti che non sei il padre di mio
figlio!
Alfred(j. — Il Codice non attribuisct^ alcun valore alle confessioni di
tal genere.
Claudia. — E ti rassegnerai tu allo scandalo che poc'anzi temevi'.'
E il tuo nome, la tua stirpe, il tuo... il tuo onore ti permette-
lanno di rassegnarli e di covrirli di ridicolo, negando quello che
io affermerò '? E anche ammesso che tutto questo non ti spaventi,
che importanza lia la legge nel caso nostro";' Tu hai bisogno della
paternità j)er carjiire del denaro a un parente milionario. Sei tu
sicuro che la mia confessione non basterà a l'aiti perdere la partita''^
MATERNITÀ 73
i^r.FREDO — {offuscato daìl'ira). Non insistere, per Dio, perchè se tu
ti ostinassi a volermi rovinare, io non so che cosa accadrebbe.
Un uomo, che è giunto dove sono giunto io, non ha e non deve
più avere scrupoli di coscienza !
jLAUDIA — {hrvasa dalla paura, sharra>ic1o gli occhi). Alti'edo!
U,KREDO. — Sì, io potrei essere capace di tutto!...
ìi.AUDiA — (indietreyfjiando). Di percuotermi, anche!'?
ILFREDO. — Taci, te ne supplico!
Il.'VUDia — {serrando al corpo le braccia incrociate per difendersi,
grida:) Sarebl)e la distruzione! Portatemi via! Portatemi via!
{Il Duca e Maurizio accorrono).
SCENA IV.
Il Dica, MArRizio, Claudia e Alfredo.
ALFREDO. — No... nidla di grave, zio. Non vi spaventate. Una crisi
nervosa che...
jLaudia. — Non è vero ! Egli mi ha minacciata di violenze inaudite!
L Duca — [ad Alfredo). Tu!?
u.FREDO. — Zio, io conto sul vostro buon senso. Questa donna è in
preda a un accesso di follia, di cui mi sfugge la causa. Ella vi
dice e vi dirà delle cose enormi. Ma sono certo che voi non le
presterete fede.
jLAUdia — {affannosamente, assorgendo, esaltandosi). Duca di Vigena,
voi siete tornato tra noi per amore di pace e di concordia".'... Vi
hanno ingannato, lo vi giuro che detesto mio marito e che egli
mi detesta! Voi avete scelto a erede mio tiglio come continua-
tore della famiglia illustre a cui mio marito a|ìpartiene "'... Eb-
bene, avete scelto male, ])erchè egli stesso è convinto che questo
tìglio non è suo I
I- Duca — (impetuosamente, a Claudia). Un'accusa orribile che voi
respingete ! 1?
ÙLAUDIA. — (con frenesia). Se avessi voluto lespingerla, non l'avrei
rivelata a voi. lo sono qui per confermarla, e nessuno la sosterrà
con pilli fervore di me.
ALFREDO — (con energia audace). Non bisogna crederle, zio lo non
ho mai sospettato di lei.
J.AUDiA. — Fino a stamane, mentre cercava di riconquistare il vostro
affetto, l'accontandovi i suoi ravvedimenti e le mie virtù, egli mi
faceva seguire, mi faceva spiare da una persona di sua fiducia; e un'ora
fa... un'orafa ha dovuto avere la certezza che appunto stamane mi
sono recata di nascosto in casa d'un uomo! (Siede affranta).
i. Duca — (ad Alfredo). Dunque, ti rassegnavi a tutto!?
Maurizio. — Ah! Vivaddio, io non devo permettere che la signora
marchesa si lasci andare al capriccio di accusarsi così ingiusta-
mente. Ella conta sulla mia timidità? Ella conta sulla mia pru-
denza egoistica? Ma io parlerò, perbacco! Io parlerò! Anche perchè,
dopo di aver parlato, mi sentirò meglio! È proprio in casa mia
che ella si è recata stamane. Se la spia è stata diligente, Al-
fredo non ))uò ignorare ciò. Questa mattina, sì. la marchesa di
Montefranco mi ha onorato di una sua \isita per ragioni che
spiegheiò più tardi se sarà utile e che adesso sarebbero fraintese.
^
74 MATERNITÀ
lo non sono ramante della marcliesa di MontetVaneo. Reco qnello
elle i)er ora è necessario .sapere. E lo attermo in lìerfella coscienza,
impegnando la mia parola di gentiluomo.
Alfredo — {die lo ha guardato dissimulando la sua completa incre-
dulità, si affretta ad aggiungere:) È la verità, zio!
li, Di'CA — {ironicamente). Ed era lui, intatti, il solo che ce la potesse
dire. {Camhiando tono) lo creilo che da quando esiste l'islilu-
zione delfinfedeltà coniugale, sia questa la prima volta che un
marito si convince che sua moglie non ha un amante esclusiva-
mente perchè è l'amante stesso che glielo garantisce.
Maurizio. — Ma sono bene io che posso sapere di non esserlo !
Il Duca. — Voi non fate che compiere, nel modo più rudimentale, il
vostro dovere, e cercate, se non altro, di seguire la tradizione.
Chi se ne guarda dal seguirla è mio nipote. E me ne felicito
molto con lui. Egli è un innovatore. La prammatica gli sugge-
riva di mettervi alla porta questa sera e di ammazzarvi, possibil-
mente, domani...
Maurizio. — Non ci mancherebbe altro !
Il Duca — {continuand>). Ma chetatevi, perchè ciò non avverrà. Egli,
invece di pensare ad aramazzarvi, vi ha chiamato in suo soccorso,
e, tacitamente, vi ha domandato: Sei l'amante di mia moglie'?
Voi gli avete risposto di no. E tutto si è appianato. \Diventando
sempre più serio) 11 che significa che sullo scandaloso teatro
dell'odierno sfacelo morale, dove perfino 1 pii'i degeneri dei suoi
pari. Ira i disastri del tappeto verde e quelli dei mercati usurarii,
tra il ludibrio della prostituzione |)rofumata e quello delle tresc'he,
hanno saputo talvolta ivippresenlare l'einsodio tragico della loro
decadenza facendosi saltare le cervella in omaggio alla antica
purezza del blasone, egli, iniziatore della degenerazione allegra,
ha preferito di fare del suo stemma il simbolo del buonumore,
l'insegna della più grottesca comicità !
Alfredo — {con risentimento). Zio!
Il Duca. — Vi proibisco di chiamarmi zio. lo sono stato bensì per
un giorno il vostro zimbello. Non saprei rimproverarne voi. Ma ne
chiedo scusa a me stesso. E me ne vado. {Rivolgendosi a Claiulia)
Donna Claudia...
Claudia — {sorpresa che il Duca Ir diriga la parola, si alza rispet-
tosamente).
Il Duca. — Io... superfluo il dirlo... non ho nessuna predilezione per
l'adulterio. Mi è sempre parso una cosa abbastanza... abietta. Ma
devo convenire che nei limiti inalterabili dell'errore voi lo avete
alquanto nobilitato. Se tutti i mariti del bel numero fossero come
vostro marito, e se tutte le mogli adultere fossero come voi, ho
paura... ho paura... che l'adulterio... finirebbe col piacermi. Vi
saluto, donna Claudia. {Fa un inchino).
Claudia — {incliinandosi unciie lei). Duca...
Il Duca — {esce dal fondo).
MATERNITÀ 75
SCENA V.
Maurizio, Alfredo e Claudia.
Maurizio. — Kd ora, marchesa, spero die vi unirete a me nel dare
delle spiegazioni a vostro marito.
Alfredo — (con la bile sulle labbra), lo non ti ehiedo nessuna spie-
gazione e te ne dispenso.
Maurizio. — Ma non me ne dispenso io.
Alfredo. — Mi hai seccato.
Maurizio. — Non mi pare.
Alfredo. — Mi hai seccato!
Maurizio — {vivacemente). Io ripeto che non sono...
Alfredo — {con maggior vivacità). Se tu non fossi ramante di mia
moglie, saresti qualche cosa di peggio !
Maurizio. — Tu impazzisci!
Alfredo. — Saresti il traditore pettegolo e malvagio d"un amico di
vent'anni senza nessuna attenuante!
Maurizio. — Ma lasciami dire...
Alfredo. — Io preferisco di non crederti tale! E, non per fare della
tragedia, come vorrebbe mio zio - perchè già, tanto, il farla con
te sarebbe un bel tour de force - ma per essere pratico e spic-
ciativo, ti prego di risparmiare a me, da oggi innanzi, l'incomodo
della tua presenza.
Maurizio. — Ah, questa è la conclusione' {A Claudia) lo ne piglio
una malattia! {Poi, ad Alfredo) Ma prima di ammalarmi definiti-
vamente, e prima di lasciare ]ier sempre questa casa, giacché ti
fa tanto piacere che io sia ramante di tua moglie, mi affretto a
renderti felice, mi affretto a colmarti di gioia! Sì, si, io l'adoro,
ella mi adora, noi ci adoriamo come due pazzi sfrenati; e se si
continua di questo passo, con l'aiuto della Divina Provvidenza,
andremo tutti e due al manicomio, dove ci adoreremo con la
camicia di forza. 11 che sarà semplicemente delizioso! E buona
sera! (Esce difilato).
SCENA VI.
Claudia, Alfredo, il servo.
Alfredo. — Buffone! {Breve pausa. Si stringe nelle spalle cinicamente.
Si avvia verso il fondo come per uscire).
Claudia — {per trattenerlo). Dunque"'
Alfredo — {si volta. Dopo un altra pausa, con accento freddo e secco)
Sta bene. Ci siete riuscita. Ci .se))arereino.
Claudia. — Legalmente"'
Alfredo. — Legalmente.
Claudia. — E la vostra... paternità"/
Alfredo. — Riconosco che Taibitra naturale siete voi. Voi la negate;
e quindi io la nego.
Claudia. — E dinanzi ai tribunali?
Alfredo. — La negherò.
Claudia. — È quello che io desidero; ma vi pieglierete voi certamente
ad accettare la parte del marito ingannato"?
7() MATERNITÀ
Alfredo. — Oramai commetterei la più ingenua delle stoltezze assu-
mendo dei doveii che non mi sjìettano. Fra i due mali, scelgo il
minore.
Claudia. - Sarà per altro indis|)ensal)ik> esibire delle prove con-
vincenti.
Alfredo. — Senza dubbio.
Claudia — (riflettendo). Quali '^
Alfrkdo. — Se non ce ne sono, bisognerà inventarne.
Claudia. - Stabilirete... delle circostanze, delle date, dei confi-onli...
Alfredo. — Ma badate che anche pei' inventare io non \)(An) che
lasciarmi dirigere da voi, perchè i confronti, le fiate, le circo-
stanze si devono subordinare a un fatto... che è il « vostro segreto ».
CiiAUDiA. — Questo è giusto.
Alfredo. — R allora"^
Claudia. — Ci metteremo d'accordo.
Alfredo. — Ecco: ci metteremo d'accordo.
Claudia. — Voglianio parlare adesso"?
Alfredo. — Parliamo adesso.
Claudia. — (tocca il bottone del campatiello).
Il servo. — (comparisce subito dal fondo).
Claudia. — Non siamo in casa per nessimo.
Il servo — (via).
Claudia. — (siede presso mi tavolino).
Alfredo — (paziente, prende una sigaretta, l'accende. Poi siede dirim-
petto a CAaadia). Sono a voi.
Claudia. — (con un lieve gesto, severamente avverte), frego...
Alfredo. — È vero, si! (Getta via la sigaretta).
SIPARIO.
fJl tergo e il quiirlti atta al prossiiini fdsiiculo).
lioHi-.iiTo Bracco.
VIOTTOLI DI CAMPAGNA
La corda d'acciaio.
Su la corda di Jniono ai-ciar prolesa
fino al villaggio da un' alpestre gola,
scivola e rade, infaticata spola,
la messe nuova ai saldi rostri appesa.
Non più il villan per l'erma via scoscesa
cui d'aspre vampe il mezzo luglio assola,
sotto il cai'co che lieve oggi trasvola
le dure spalle piaga ne la scesa.
Grato così dei provvidi metalli
mirar da solatie vette un baglioie
che ininterrotto solca le convalli;
o ne le mute, notti udirne un lento
ritmo di lontananti onde sonore
che vibrano or sì or no col vento!
La cartiera.
Strepila notte e dì senza mai soste
nei duri magli la cartiera in riva
al fiume che di schiette forze avviva
le industri ruote a sua corrente opjìoste.
Giungon, morendo ne la sera estiva,
fioche da tante fabbriclie discoste
le Totle voci del favor, composte
dat vento in sola un'armonia giuiiva.
Ma diletta e distinta odo fra tutte
l'opra dei magli che fedeli all'arte
dei padri picchian macere e distrutte
trame di tele: per la loggia sparte
domani al sol biancheggeranno asciutte,
già pronte a rattener l'idea, le carte.
78
La sega.
\'iv(' riiidustre casa col respiro
cruii t'eii'o aguzzo che rapido sale
discende incide, e di due ruote a pale
muscose che si volgon lente: in giro
l'isola e il fiume. Io qui seggo e rimiro
aprirsi blandamente tra un' eguale
chiarità d'acque, specchio al ciel d'opale,
presso le chiuse, gorghi di zaffiro.
L'assi recise odorano di selve
lontane. Io penso, mentre in ogni fibia
sotto gli strazi torconsi gl'immani
tronchi con urli di ferite belve
(stride il ferro e più rudi piaghe vibra):
(luaiile baie con (lucstc assi domani".'
L' osteria.
Le feste l'osteria dei colli è piena
di gente e fresca la cantina: sgoccia
scarsa dai putrì legni d'una doccia
l'acqua, li presso, d'un'alpestre vena.
Saggio un'ora impetrar lutta serena
dal patrio vin che spuma ne la boccia
tonda e ricolma! Un fior d'oro ne sboccia:
il fervor che le risa agili sfrena.
Fin da mattina, dopo messa, al sole
in corte o de le pergole all'ombria
come fraterni i giuochi e le [ìarole!
.\ sera un gran cantar lungo la via
dei colli: fioche voci, roche gole,
occhi aperti al sognar... Ciii sogna, oljlìa.
79
Lungo il fiume.
Dopo i tramonti a nuvole di bragia
asil dall'afa n"è la solitaria
via lungo il fiume: ivi più fresca l'aria
che vien dai boschi e reca odor di ragia.
Mormora in suo passar l'onda randagia;
giungono un bimbo e l'ava ottuagenaria;
dietro ai rondoni il bimbo gli occhi svaria
e corre; ella su l'argine s'adagia.
Giungon gli amanti ; è l'ora. Da le fratte
un cantare di donna all' im])rovviso
si leva come lucido zampillo...
Ma se la giovenil coppia s'imbatte
in noi che andiamo ebliri del i)ar, nel riso
naufraga tra le rosse labbra il trillo.
I vecchi gelsi.
Felice la campagna s'inorgoglia
di sua verzura tra un ronzar di sciami;
soli sovra i noccliiosi ignudi rami
i vecchi gelsi non recano foglia.
D'atroci piaghe biancica la spoglia
scorza; sembran di mostri aridi ossami
dopo una strage i bronchi irti che a grami
gesti rattrasse l'iterata doglia.
S'allietano d'un brulichio di vermi
calde le case ; ai venti della sera
i vecchi gelsi abbrividano inermi;
e pazienti aspettano per giorni
innumeri una tarda primavera
che ai rami le perdute gemme tomi.
80
Falciatori.
Voi tornate col vespro. Lenii i passi
strisciano sui viottolo sonoro:
le falci grevi penzolan dai lassi
omeri : lungo ed aspro oggi il lavoio !
Ma un rìso scuole gli arsi volti bassi:
vedeste il gran già biondo come l'oro,
dei tieni oggi recisi i pingui ammassi,
e dei già folti grappoli il tesorof...
La donna attende e il nato ultimo allatta:
(piesto il pensier che sa dai duri campi
a le case gioiosi ricondurvi?
No: velava una nuvola scarlatta
il sole; e dava stranamente lampi
di foco e sangue sui ferri ricurvi.
La cava.
Lenti ed attenti all'opera concorde,
sparsi per vene occulte de la ricca
montagna - vuote vene ornai ! -, la picca
stretta in pugno, a la cintola le coi-de,
scavano: il ferro l'aspre selci morde:
ecco, vittorioso un lo conticca
tra masso e masso, e vampe altri v'appicca:
(lan le rocce squassandosi urla sorde.
Per nuove case edificar, ruina
santa! Che importa, oscuri eroi, se prima
di sangue la qui nata calce è rossa ?
Altre ruine ogni scoppiar di mina
affretta... E già la vecchia torre in cima
al monte, trema da la base scossa.
Giovanni Ghiggiato.
IMPRESSIONI DI SICILIA
Un amico dell'Italia.
Le brevi e simpatiche impressioni di Sicilia, che pubblichiamo con
animo lieto, ci offrono gradita occasione di ricordare ai nostri lettori un
vecchio e sincero amico dell'Italia: il signor P. D. Fischer.
È anzitutto per noi un piacere porre in rilievo i notevoli progressi che
un osservatore, cosi acuto e cosi sperimentato, come il Fischer ha constatati
in Sicilia. Come egli stesso ci ricorda, l'eminente tedesco aveva visitata
l'Isola per la prima volta nel 1861, quarantadue anni or sono; vi è ritor-
nato quest'anno per cercarvi un quoto riposo per alcune settimane.
Quali cambiamenti! Il Fischer ce ne scrive in breve, colla parola pacata
e misurata dello studioso e dell'economista: ma con quale calore, con quale
affetto, egli ce ne ha parlato a Roma, nella sua recente e cara visita! Strade,
ferrovie, scuole, alberghi, sicurezza, igiene, spirito pubblico ed operosità pri-
vata - tutto ha progredito, tutto ha mutato. La nuova Italia si va affermando
anche nell'Isola con progresso misurato, ma continuo e costante. E tutto vi
accenna a più liete speranze, ed a rinnovate energie economiche e morali.
Di ciò nessun giudizio più sicuro di quello del Fischer. Come straniero,
il suo pensiero è sereno ed imparziale: ma il suo cuore di amico dell'Italia
palpita e si compiace con noi. Egli è ritornato nell'Isola con i suoi ricordi di
quarantadue anni or sono; l'ha riveduta, osservata e studiata alla stregua
di ciò che dovevano fruttare quarantadue anni di libertà e di progresso :
ed egli più volte ci ha ripetuto che le sue speranze, le sue aspettative fu-
rono spesso di non poco superate. Ed il suo volto, sereno e simpatico, si
apriva ad un sorriso di compiacenza e di fede che ci riconfortava.
Nessun straniero ha studiata l'Italia con tanta competenza e con tanta
simpatia, quanto il nostro illustre amico. Perché in lui c'è la mente dello
studioso e l'osservazione dell'uomo pratico.
Il Fischer è figlio delle sue opere, del lavoro e dello studio. Egli ha
passata la vita laboriosamente nell'Apiministrazione delle poste e dei tele-
grafi della Germania e vi raggiunse l'alto grado di Sotto-segretario di Stato,
carica che tenne per lunghi anni. Ma sovra ogni cosa, il Fischer fu il più
devoto ed abile collaboratore dello Stephan, il grande ministro delle poste te
desche, il fondatore deìV Unione postale internazionale; è a questa affettuosa
collaborazione, che solo la morte dello Stephan interruppe, che il mondo intero
va debitore dei maggiori e più recenti progressi dei servizii postali, tele-
grafici e telefonici, che il Fischer più volte promosse ed illustrò con sapienti
pubblicazioni. Ed all'opera concorde di Stephan e Fischer è pure dovuto il
grandioso risorgimento della marina postale tedesca, la cui potenza, in breve
tempo conquistata, rappresenta uno dei maggiori avvenimenti economici
dei tempi nostri.
Morto lo Stephan verso il 1897, il Fischer usci dall'Amministrazione
postale e chiese il collocamento a riposo. La sua simpatia per l'Italia, che
6 Voi. evi. Serie IV - 1° luglio 1903.
82 IMPRESSIONI DI SICILIA
più volte aveva visitata nella prima giovinezza, l'attirò ben presto a Romi,
dove visse a lungo, dedicandosi con intensità di pensiero e di affetto alii
studio delle nostre condizioni politiche, sociali ed economiche. Frutto ih
queste indagini fu l'opera migistrale di oltre 603 pagine, Italien uinl
Jtaliener am Schlusse des neunzehnten Jafirhunderts - (L'Italia e ii\\
Italiani alla fine del secolo xix) - che il Fischer pubblicò a Berlino w\
1899, e di j;ui si fecero già parecchie edizioni.
Il volume del Fischer è oramai diventato il manuale politico ed ecoii.i-
mico dell'Italia all'estero. Non v'ha amico e studioso del nostro paese, in
qualsiasi parte del mondo, che non consulti le successive edizioni dil
Fischer, come testo indiscusso delle condizioni, dei progressi e delle sih-
ranze del nostro paese. Perchè l'opera sua può dirsi concepita sotto un
duplice aspetto : da un lato egli constata i progressi innegabili già da ii'i
compiuti; dall'altro 'egli apre al lettore, con prudente perspicacia, i nuoNi
orizzonti di un' Italia che risorge.
Quando comparve a Berlino la prima edizione del libro del Fischer fu
quasi unanime, in Germania, l'opinione ch'esso fosse ottimista e che la
seduzione del bel paese lo avesse tratto a colorire le sue speranze. Quattro
anni sono appena trascorsi, e le previsioni del Fischer sono raggiunte : la
consolidazione della finanza e del credito italiano è un fatto compiuto.
Egli fu uno dei pochi, all'estero e persino all'interno, che ebbero fede nei
destini economici del ijostro paese : e nei fatti trovò il conforto migliore
dell'opera sua. Pochi mesi or sono, quando il 16 gennaio comparve nella
Nuova Antologia l'articolo dell'on. Maggiorino Ferraris sopra, Il progresso
della finanza italiana, esso non ebbe lettore più simpatico e più lieto del
Fischer, che ha un'ottima conoscenza anche della nostra lingua. Ed egli
immediatamente ne scrisse festante al Ferraris, con lui felicitandosi a
vicenda, di aver insieme tenuto fede, anche in momenti difficili, « alle spe-
ranze italiche! »
Uscito dal Ministero delle poste, il Fischer non credette con ciò finita
la sua attività, ma con giovanile ardore attese a nuove e grandi intraprese.
L'espansione economica della Germania ben presto lo attrasse ed il suo nome
venne cosi a collegarsi all'intraprese tedesche in China, specialmente alla
ferrovia ed alle miniere dello Sciantung, di cui è amministratore. Desideroso
di conoscerne a fondo le condizioni, il Fischer, due anni or sono, benché
già oltre i sessant'anni, con giovanile vigoria intraprese un viaggio in China,
visitò e studiò le aziende tedesche e ritornò in patria, attraverso gli Stati
Uniti, compiendo così il suo antico desiderio di un giro attorno al globo.
Tanta attività non poteva a meno di essere apprezzata dai suoi concit-
tadini. Chiamato a far parte della grande Banca di Berlino, la Disco i>to
Gesellschaft, il Fischer è attualmente Presidente del Consiglio di ammi-
nistrazione del potente Istituto, che recentemente festeggiò il primo cin-
quantenario della sua esistenza , colla pubblicazione di uno splendido
volume (1), in cui sono pure particolarmente illustrati i molteplici rapporti
d'affari, che la Disconto ebbe coll'Italia, soprattutto per ciò che riflette
l'emissione di obbligazioni ferroviarie e la costituzione della importante
Banca commerciale italiana. La presenza di un amico dell'Italia, come il
Fischer, alla testa di un Istituto cosi potente, ci f<t sicuri della simpatica
e poderosa cooperaziane del capitale tedesco alle future operazioni, indi-
spensabili a proseguire l'opera della ricostituzione economica del nostro
(1) Di:; Discììtto-Oesellschaft 1851 bis 1901. Dankschrift zum 50 Jilhrigen
Jubiliium.
84 IMPRESSIONI DI SICILIA
paese. Perchè, a dare un" idea della potenza della Disconto Geselìsc/n
basti dire che essa possiede circa 250 milioni di lire tra capitale e ri?i
e che essa negozia ogni anno circa 2 miliardi di valori di borsa e 3 milia
di cambiali.
Camminare non vuol dire essere giunti alla meta. Pure constatane!'! :
non lievi progressi che la Sicilia ha compiuti, il Fischer non disconi -
la molta strada che v'ha ancora a percorrere. Ma. egli ha fede e noi 1
biamo con lui. Egli sente che alcuni problemi economici, specialmente i
carattere agrario, presentano una particolare gravità: fa anzi comprende ni-
di volo che richiederebbero soluzioni ardite, alla tedesca. Più volte gli a li-
biamo chiesto, quale sarebbe l'avvenire della Sicilia e del Mezzogiorno m
genere, se quelle Provincie avessero la benedizione di uno Stato operos.j
e risoluto come quello prussiano, e di popolazioni dotate dello spirito di
iniziativa e di associazione, come quelle tedesche. Egli sorrideva in elo-
quente silenzio od al più ci animava ad aver fede.
La fede in noi stessi - ecco ciò che manca in questo momento agli
uomini migliori della nostra Italia: ecco ciò che soprattutto difetta alle
popolazioni ed alle classi dirigenti del Mezzogiorno. Meno recriminazioni
contro questi o quelli, contro lo Stato ed i Municipii, contro il Nord e
contro tutti! Meno querimonie, meno domande al Governo - maggiore con-
cordia di voleri, maggiore continuità di propositi, maggiore operosità per
il bene di ognuno e di tutti. Il Governo adempia ai suoi doveri meglio di
quanto non abbia saputo fare finora; ma le popolazioni non aspettino tutto
da esso e lottino per il meglio, con energia e con fede.
Con questo augurio diamo la parola al Fischer, al vecchio e sincero amico
dell' Italia.
Berlino, maggio 1903.
Mio onorevole Amico,
Ella mi ha richiesto di scrivere alcune ri<ilie sulle impressioni rice-
vute nel viaggio che ho recentemente compiuto attraverso la Sicilia e
l'Italia meridionale: con piacere aderisco al suo grazioso invito.
Due volte ho visitata la Sicilia: la prima nella primavera del 1861.
la seconda adesso. Allora, quarantadue anni or sono, vidi cpiella terra
immediatamente dopo la liberazione dal giogo dei Borboni. Da un
estremo dell'Isola risuonava l'inno di Garibaldi: la camicia rossa era
l'abbigliamento favorito dei giovani; dovunque sentivo narrare della
semplicità, della bontà fanciullesca e del coraggio da leone dell'eroe
nazionale. Mi riuscì assai commovente e gradevole il riandare questi
ricordi nell'ultima gita, pochi giorni dopo il mio arrivo a Palermo,
quando incontrai, alla tavola ospitale in casa del sindaco, un signore
che si era unito ai Mille, poco prima della presa della capitale siciliana,
ed aveva combattuto con Garibaldi a Milazzo ed al Volturno. « Nulla vi
era di cui non lo avremmo creduto capace, nulla che noi non avremmo
creduto di poter compiere sotto il suo comando. Il suo potere sopra
i giovani era sconfinato, noi ci trovavamo quasi sotto un incantesimo.
Noi, un pugno di giovani, avevamo appena conquistato Palermo che
Egli disse: - Ragazzi, ora al Faro! -e quando avemmo sbaragliato le
schiere napoletane a ililazzo. ci fu ordinato : - Adesso, a Napoli ! -
Allora noi tutti avremmo giurato che quella marcia vittoriosa non
avrebbe dovuto arrestarsi, e che noi, sotto una simile direzione, saremmo
giunti a Roma e poi all'Isonzo».
IMPRESSIONI DI SICILIA 85
Orbene, le cose non procedettero così rapidamente, ma quelle mire
che parevano tanto facili a conseguirsi a quei giovani pieni di entu-
siasmo, sono state pure in pochi anni fortunatamente realizzate. Innanzi
tutto non si è avverato ciò che gli scettici ed i paiu'osi davano allora
per sicuro: il periodo di calma che doveva seguire e seguì infatti ai
sorrisi della fortuna ed ai primi entusiasmi, non ha avuto per con-
seguenza la rovina dell'unità agevolmente conquistata. Sento ancora
suonarmi nelle orecchie quelle profezie di malo augurio, con le quali
allora mi si assaliva : « Il Nord ed il Sud, così fondamentalmente diversi
per indole, temperamento, cultura e ricchezza, una volta che sia passato
il sogno primaverile di questo episodio, dovranno fatalmente disgiun-
gersi; la Sicilia ed il continente, separati da un odio secolare, non
potranno vivere d'accordo. Noi meridionali non ci lascieremo governare
lai freddi, rigidi piemontesi; tropjio profonde radici ha nel nostro
sangue il particolarismo; e quelli sono troppo convinti della loro pro-
pria eccellenza, per potersi indurre ad aver riguardo alle nostre spe-
ciali qualità... »
Ed ora?
Certamente, lo so. si trovano anche fra voi certi dotti così attac-
cati alle loro teorie etnografiche delle differenze fra Nord e Sud, che
mcor oggi si sforzano di dimostrare teoricamente l'incompatibilità dei
S'ari gruppi di italiani. Ma il reale stato delle cose ha dato ragione a
coloro che prevedevano fin da allora l'unità d' Italia come la soluzione
ieflnitiva ed irrevocabile dell'assetto del paese. E questa è 1" impres-
sione che io, qiumto alla situazione ])olitica, ho ricevuto inalterata,
con mia soddisfazione, anche in Sicilia. La Sicilia si è fusa nell'Italia,
3d è divenuta una parte vitale del corpo della Nazione italiana. Per
lunghi anni, dei siciliani hanno retto le sorti politiche dell'Italia. Anche
Jopo la morte di Crispi e le dimissioni di Rudini, i siciliani sono ono-
revolmente rappresentati nei Ministeri, nei più alti e più importanti
uffici dell' amministrazione, dell'esercito, della diplomazia, dell'alta
finanza e dell" industria. La coscrizione generale, sconosciuta e odiata
in Sicilia, come in alcune altre regioni, ha preso, in breve, piede nel-
l'Isola, come in ogni altra ])arle d'Italia ; a Dogali e ad Adua sono caduti
molti siciliani, insieme coi figli del continente e i loro nomi sono tra-
mandati alla i)ietosa posterità, su monumenti che si incontrano nei
centri grandi e in quelli minori dell'isola, come anche di qua dallo Stretto.
Fin dal tempo dei Vespri Siciliani - il ricordo dei quali, noterò qui
ii passaggio, ricorre in Sicilia con meravigliosa frequenza - l'isola della
Frinacria si è sempre dibattuta in convulsioni violente contro l'oppres-
sione del giogo straniero, impostole da Angioini, Absburghesi, Spagnuoli
3 Borboni. Più lunga che non per le altie regioni d' Italia è la lista che
ia Sicilia può vantare, di sollevazioni, di cospirazioni e di martirii poli-
tici. Sotto questo aspetto le pietre di Palermo parlano un linguaggio
molto eloquente. Sulla piazza della Ci'oce dei Vespri, adorna di una
copia di quella croce, che vi fu eretta per ricordo della cacciata dei
Francesi avvenuta in seguito ad una solle\azione popolare, si mostra
incor oggi il palazzo in cui ha risieduto il governatore francese. Fra
le rovine di S. Giovanni degli Eremiti, il custode di questa vecchia
chiesa, ora trasformata in monumento nazionale, narra come la cam-
pana dei Vespri abbia suonato come segnale dello scoppio dell" insur-
rezione, e come sia avvenuta la cacciata dell'oppressore straniero. Una
lapide di tVonte al palazzo in cui abita il sindaco di Palermo tramanda
86 IMPRESSIONI DI SICILIA
ai posteri i nomi della Giunta che diresse rinsurrezione del 1848. Nell.i
contigua piazza della Rivoluzione, l'antico Mercato Vecchio, trovai l.i
lapide, ornata di corone fresche, che ricorda i capi dei patrioti, col.i
fucilati dai soldati del Re Bomba. Vicino airantico ])orto si eleva un
obelisco che porta i nomi di parecchi martiri della libertà, fucilati sui
principio dell'insurrezione del 1860: Li. piazza si chiama « Piazza delie
Tredici Vittime ».
E quando si mette il piede nel magnitico ornamentale giardino
Garibaldi, che nel bel centro della città offre un luogo di ricreazione
assai ricercato in tutte le ore del giorno da giovani e da vecchi, al-
l'ombra di nobili altissimi alberi, si trovano, vicino ai busti di Gaii-
baldi, Mazzini e La Farina, collocati su piedistalli, i visi espressivi di
altri patrioti siciliani, che sostennero vivamente la resistenza contro
il dominio borbonico, e ne prepararono la caduta per mezzo di con-
tinue cospirazioni e di sollevazioni sempre rinnovate. Sul piedistallo che
porta il busto di Giuseppe La Farina, sono enumerati come titoli ono- ]
rifìci quelli di « cospiratore, oratore, soldato, esule ». Cospiratore dunque \
in prima linea. Potrebbe, ciò posto, biasimarsi la gioventù che ha dap- '
perlutto davanti agli occhi questi, monumenti, queste statue e queste
iscrizioni onorifiche, se ancor oggi considera l'espressione « cospiraloi-e »
come segno di un talento degno di una speciale venerazione, capace
di assicurare in particolar modo la gloria presso i contemporanei e j;
presso la posterità? Si potrà farle un rimprovero, se essa, che ritrova
di preferenza nei nomi delle vie e delle piazze nelle sue città natali ;
quelli di Timoleonte, dei Gracchi, di Giordano Bruno, di Savonarola, '
e di altri precursori nella lotta per la libertà politica e religiosa, si ■^.
entusiasma innanzi tutto per ciò che si ribella contro l'esistente stato '
di cose, e se batte vie radicali all'estremo"?
Anche in Sicilia, dunque, i giovani non mancano di essere attratti
dal radicalismo, e saranno rinvigoriti dalla predilezione per questo |
modo di vedere le cose, attraverso i gravi e seriissimi inconvenienti,
che sono abbastanza numerosi nelle condizioni amministrative e so-
ciali della loro patria. La questione della terra e le condizioni dei lavo-
ratori dello zolfo basterebbero da sole a giustificare un ampio bisogno !
di riforme radicali. È tanto più facile scagliarsi contro l'assenteismo
dei latifondisti e contro la crudeltà dei proprietari delle zollare, che
non proporre vie pratiche conducenti al miglioramento dello stato di
cose. Non da me, che sono stato nel paese solo poche settimane. Ella
avrà da aspettarsi simili proposte.
Dappertutto ove mi sono recato, in Sicilia, sempre con viva pre-
mura, mi è stato domandato, dagli amabili italiani coi quali ho avuto
contatto, come io trovassi trasformato il paese.
Che dopo quarantadue anni dovessero essersi verificati grandi e
profondi cambiamenti, è evidente: ciò io comprendevo perfettamente;
ma sotto parecchi aspetti li ho trovati ancor più grandi di quello che
mi fossi aspettato.
Mi occuperò innanzi tutto della viabilità del paese.
Nel 1861 in Sicilia non esistevano ancora ferrovie. Le strade maestre
e le altre di campagna, per le quali si potesse andare in carrozza, erano
in numero estremamente limitato. Se la memoria non mi inganna, non
ve ne erano che due: quella sulla costa orientale da Messina a Sira-
cusa, e quella da Messina a Palermo; la prima da principio segue la
IMPRESSIONI DI SICILIA 87
costa orientale, e poi, un po' piìi al sud di Taormina, si annoda all'an-
tica strada maestia. sul versante settentrionale dell'Etna, penetrando di
traverso nell'interno dell'isola, verso occidente. Perle comunicazioni
fra le città della costa si ricorreva a piccoli vapori, che erano per la
maggior parte di qualità veramente dubbia, e per le comunicazioni fra i
luoghi interni ci si serviva dei cavalli. Anche molti anni dopo vi erano
ancora popolose città nell' interno dell' isola non congiunte fra loro da
alcuna strada. 1 fiumi, e specialmente le numerose fiumare, nell'interno,
erano non di rado prive di ponti. Quando le acque crescevano, allora il
viaggiatore doveva scegliere : o cercai si il passaggio traverso le acque
per guadi malsicuri, oppure, come i contadini nel verso di Orazio, aspet-
tare ilum eie fl lied atmiis: metodi ambedue che mal si accordano conia
necessità di percorrere rapidamente e sicuramente una data distanza.
Certo si è che in generale allora non si viaggiava rapidamente: nel-
l'aprile del 1861 sono stato in viaggio ben cinque giorni col mio bravo
vetturino per andare da ilessina a Sii'acusa; ora questo tragitto, con un
treno diretto della rete sicula, si percorre in quattro ore e mezzo !
Tale .stato di cose ha subito un profondissimo cambiamento per
opera delle strade ferrate. La Sicilia possiede ora una lete che orla
completamente le sue coste settentrionali ed oriejitali. e in gran parte
quelle meridionali, e che traversa l'interno dell'isola andando da noid
a sud e da occidente ad oriente, lo sono andato da Palermo a Cìir-
genti senza cambiare vagone, in quattro ore e quaranta minuti, e da
Girgenti a Siracusa in otto ore, con un solo trasbordo. Quest'ultimo
treno incontra a Santa Caterina-Xirbi il treno quotidiano che va da
Catania a Palermo, il solo che, corrispondendo a tutte le esigenze della
moderna comodità nei viaggi, porti seco un vagone-ristorante, ed abbia
potuto offrirci la gradita opportunità di far colazione in viaggio. In
queste linee, come pure in quella da Siracusa a Taormina e nella cir-
cumetnea da Taormina a Catania, ho trovato il servizio delle strade
ferrate siciliane bene ordinato, meravigliosamente puntuale e il mate-
riale d'allestimento delle stazioni rispondente a tutte le esigenze normali.
Quale somma di facilitazioni, comodità e maggiori agevolezze siano da
ciò derivate al viaggiatole può valutare solo colui che ha conosciuto
il paese senza le ferrovie !
Vi erano nel 1861 in Sicilia, date le misere proporzioni del movi-
mento dei forestieri, pochi alberghi, e di quelli pochissimi erano buoni.
Ero allora giovane, senza esigenze, e perciò, pieno delle meraviglie
che il \iaggio attraverso la bella isola mi offriva in abbondanza, poco
mi curavo di tali cose. Ciononostante mi è rimasto impresso nella me-
moria come la questione dell'alloggio lasciasse molto e talvolta mol-
tissimo da desiderare, con la sola eccezione dell'albergo Trinacria, a
Palermo, già allora famoso. Come era oscuro e sudicio l'alberguccio
che faceva poco onore al suo titolo di Albergo del Sole, l'unico del quale
il viaggiatore potesse allora valersi a Siracusa! Nel ISfil a Taormina
riuscimmo appena a pernottare. 11 nostro vetturale si fermò ad una
modesta locanda che si trovava isolata in basso, vicino al mare, presso
all'odierna stazione ferroviaria di Giardini, e lasciò che ci arrampicas-
simo, per mezzo di asini, su per le balze scoscese delle rocce di Taor-
mina. Lassù, in quel miserabile paesello, non vi era alcun luogo in
cui il viaggiatore potesse ristorarsi. Ricordo ancora nettamente come
88 IMPRESSIONI DI SICILIA
mi rispose la locaiidiera di Lentini, presso la quale avevamo preso
quartiere per la notte. Quando le richiesi che cosa ci avrebbe servito da
pranzo, essa con tutta semplicità ci rispose: « Quello che vi siete por-
tato». Siccome in quell'albergo niente altro poteva trovarsi all'infuori
del vino immancabile, così io andai al mercato della piccola città cir-
costante e comperai un pollo, uova, pane ed insalata per la nostra cena.
La Trinacrìa è ancor oggi in Palermo un buon albergo, mentre
per comodità, ampiezza e qualità delie stanze è rinomato da alcuni anni
V Hotel des Palmes, che parimente appartiene alla famiglia Ragusa, ed
è situato nella moderna parte della città che si trova Inori dell'antico
recinto delle mura. Nella nuova magnifica Villa Igiea che è fuori del
porto, solenne sul mare, alle falde di Monte Pellegrino, l'altiera capi-
tale dell' isola possiede imo stabilimento pel movimento dei forestieri,
capace di soddisfare alle più raffinate esigenze : esso costituisce un centro
di attrazione della più alta importanza e comprende un'ottima agenzia
internazionale di viaggi. Girgenti e Siracusa, ambedue allora terribil-
mente abbandonate e desolate, sono ora meta di un'amplissima cor-
rente di viaggiatori; ambedue quelle città posseggono alberghi buoni,
dei quali l'Hotel des Temples in Girgenti e la Villa Politi, situata splen-
didamente nel margine superiore della meravigliosa Latomia dei Clap-
puccini, sono divenuti punti di fermata assai ricercati dai forestieri
elle viaggiano in Sicilia. Anche a Taormina, allora cosi inospitale, si
trovano adesso, olti'e a parecchi ottimi alberglii di prim'ordine, fra cui
il Grand Hotel, il Belleiuie. il San Domenico, ecc., anche un certo
numero di altri buoni e raccomandabili. L" intera città, in cui allora
non si poteva avere una tazza di caffè, è adesso per la maggior parte
tlelfanno percorsa da una notevole quantità di forestieri. Ed aumenta
il numero dei visitatori tedeschi, inglesi, americani, svizzeri, russi, ecc.,
che giungono a questo meraviglioso punto di vista jier farvi una più
lunga dimora. Qui come in Aci Reale sono venute sviluppandosi
alcune particolarità che ricordano le stazioni climatiche invernali
della Riviera. È per me assolutamente fuori di dubbio che anche in
Sicilia le ferrovie si siano dimostrate mezzi apportatori di cultura di
prima importanza, in rapporto al movimenfo dei forestieri; ma io
sono inclinato a credere che la loro missione di fronte alla cultura non
sia limitata al movimento dei viaggiatori.
La prima cosa che mi diede nell'occhio a Palermo fu il fatto che
sono scomparsi i balconi chiusi con una grata, che formavano allora
pel Cassaro un cammino sospeso lungo la via principale fino al Duomo,
per offrire alle pie signore una via per giungere alla chiesa, lungo la
quale non fossero disturbate da sguardi profani. Adesso è caduto il
congiungimento fra i balconi delle singole case e la maggior parte dei
balconi si sono anche liberati dalle anguste grate. In seguito a ciò la
strada principale di Palermo ha perduto una delle caratteristiche per
la quale sorgeva assai vivo il ricordo del tempo dei saraceni.
Anche sotto altri aspetti trovai Palermo assai rimodernata. La
pulizia delle strade, dirò, servendomi di un eufemismo, vi lasciava spesso
a desiderare. Adesso ho potuto francamente manifestare all'onorevole
sindaco la mia meraviglia per lo stato attuale di cose, grazie alla bene-
merita attività della « nettezza pubblica », che fio incontrata senza
eccezione anche nei luoglii jilù angusti del dedalo di viuzze della parte
IMPRESSIONI DI SICILIA 89
mtic i della città. Attribuisco a questo miglioramento, che è al tempo
;tesso della i)iù alta importanza per l'igiene di Palermo, maggior valore
;he non ad altri che a molti cadono innanzi tutto sott'occhio, come, per
esempio, il sontuoso edifìcio del Teatro Massimo e del Politeama, poiché
0 ritengo quelli più necessari e più salutari che non questi jmlazzi
)rnament,ali, che hanno imposto gravi carichi alle finanze della città.
Di pesi spirituali di ogni specie non vi è penuria neppure nella Palermo
l'oggi. Però mi sembra che il grave regime conventuale, sotto il quale
gemeva una volta la metropoli siciliana, sia ora non poco diminuito.
n grandissimi possedimenti di ordini religiosi ho trovato ora istituti
alci ; nel grandioso chiostro dei gesuiti vicino al Duomo ha preso stanza
1 Convitto Nazionale, ed ho osservalo con piacere che il refettorio dei
'adri della Società di Gesù costituisce ora la sala da pranzo dei 180
dunni di questo ottimo istituto di educazione, che è di indole asso-
utamente secolare. 1 suoi alunni ricevono le lezioni rispettive nel
ginnasio Giovanni Meli, e nella scuola tecnica, situati nello stesso
;aseggiato e comunicanti per mezzo della corte posteriore.
In forte contrasto col comjileto stato di abbandono in cui si trovava,
il tempo della mia prima visita, la pubblica istruzione, si incontra ora
n Palermo e nelle altre città dell' isola una folla di istituti di ogni
specie, dedicati all'educazione popolare. Scuole elementari. Scuole serali:
isili d' infanzia, Scuola professionale femminile. Scuola commerciale ;
jueste sono le iscrizioni che spesso ricorrono sulle case nell'interno
Iella città. Secondo il bilancio, quale è stampato nei resoconti del Con-
iiglio comunale, che deblio alla cortesia del sindaco senatore Tasca-
^anza, furono nel 1901 stanziate le seguenti somme per le scuole di
Palermo :
Stipendi ai maestri delle scuole elementari L. 267.357. »
Stipendi alle maestre delle scuole elementari » 328,711.50
Basso personale delle scuole elementari » 85,678. »
Affitto dei locali per le scuole elementari >> 95,000. »
Valore locativo dei luoghi di proprietil comunale usati da dette
ìcuole » 26,000. »
Manutenzione della suppellettile scoslatica e del mobilio. . . » 28,200.-50
Ciò dà una spesa annua per l'istruzione popolare in Palermo, rag-
!:iungente una somma superiore ai tre quarti di milione di lire. Oltre
1 ciò vengono le numerose scuole popolari private, aventi carattere
•eligioso ed antiquato, non municipali. Così pure nelle alti'e città, anche
1 viaggiatore più frettoloso può vedere che i municipi si sforzano di
•isolvere nel miglior modo possibile il problema delle scuole, che è loro
mposto. La mia piccola guida sulla rupe Atenea a Girgenti, alla
lomancla se sapesse leggere e scrivere, mi rispose: « Signor mio, io ho
ivuto il premio alla scuola per il buon profitto nello studio! » Ed a
Siracusa, mentre attraversavo la corte di una nitida casa sulla quale
!Ì leggeva l'iscrizione « Scuola elementare femminile », fuicoiiesemente
nvitato a visitare le classi. Chi avrebbe mai pensato a Siracusa nel 1861
ìd una scuola pubblica, per giunta ad una scuola femminile ! Eppure,
iella statistica degli analfabeti, le provincie siciliane si trovano tuttora
id un livello assai basso con una percentuale spaventosa.
Come segno dell'abbandono e del deperimento che incontrai a Sira-
;usa nel IStil, mi è rimasto in mente il misero aspetto che allora pre-
sentavano le sorgenti di Ai'et usa. L'Antichità aveva tributato a questa
bnte onori divini, e le aveva dedicato uno splendido culto, lo vidi
90 IMPRESSIONI DI SICILIA
allora la Ninfa, dolente, adattarsi ai più umili servigi: intorno al su
dicio orlo della fontana, rasente ai piedi del muro del grande porto ,
completamente deserto, stavano sedute le lavandaie, intente a pulire
in mezzo ad un alto gridio la biancheria di dubbio candore, nei tlutti
abbondanti della sorgente. Ora la nuova bella passeggiata lungo il \
porto è interrotta da un emiciclo, in cui la bella fonte riversa le sue
lim])ide acque. Alti fusti di papiro piantati fin qui. dalle rive della
vicina Ciane, susurrano una pace lieve e soave su questo ospitale
emiciclo, mentre, nelle acque mormoranti, guizzano allegramente nu-
merosi pesci ed alcune palme sollevano maestose verso il cielo le loro
chiome. Come una volta nel suo abbandono, così ancor oggi Arelus.i
può, nella sua modesta e pur meravigliosa bellezza, rappresentare il
simbolo del miglioramento che Siracusa ha subito dal 1861 in poi.
Adesso è interamente demolita la cinta di fortiiicazioni che una volta
teneva segregati dal continente, sull'isola, loro origine, i poveri resti
di Siracusa. Fra il porto grande e quello di Acradina è stata fatta una
comunicazione navigabile. Se la foresta degli alberi di nave che animano
questi porti, per lungo tempo non ha corrisposto a ciò che ci si ri-
prometteva dal canale di Suez allora in costruzione, pure io vi ho
veduto, oltre ad un discreto numero di feluche e di altri legni di ca-
botaggio, un grosso vapore ancorato che caricava agrumi, ed ogni
giorno il porto è toccato dall'uno o dall'altro vapore, che mantengono
le comunicazioni con altri luoghi della costa orientale e di quella me-
ridionale.
Quanto non dovetti penare nella mia prima visita per trovare la
bella statua di Venere, che costituisce una delle glorie di Siracusa e
una delle più nobili reliquie del suo passato! Oggi Siracusa possiede
un museo suo proprio, che è stat(j collocato degnamente in un palazzo
di fronte al Duomo. Al piano terreno, vicino agli avanzi di architettura,
alle urne e ai sarcofagi, è stata posta una raccolta di sculture che con-
tiene, oltre alla Venere Anadiomène, una serie di notevoli statue romane
drappeggiate, ed un magnifico rilievo sepolcrale della buona epoca
greca. 11 piano superiore presenta una mostra etnografica ricchissima e
bene ordinata, che risale fino al passato preistorico dell'isola. Una
l'accolta di magnifici vasi e una collezione quasi completa di monete
della città danno un'immagine evidente del talento artistico che ha
reso, per secoli, Siracusa uno dei centri della vita intellettuale dei Greci.
Ma quando poco prima dicevo che le ferrovie hanno dimostrato
di essere anche in Sicilia mezzi di diffusione della cultura, non avevo
di. mira soltanto il rifiorire del benessere e dell'istruzione, quale si pre-
senta nella città ad ogni osservatore. Dopo tutto ciò che avevo letto
ed udito sugli ettetti del regime dei latifondi in Sicilia e della cultura
tendente a divenire sempre più estensiva, debbo confessare aperta-
mente che quanto ho veduto nella coltivazione ilei paese mi ha viva-
mente sorpreso. Non parlo qui della fiorente cultura delle vigne e degli
agrumeti che danno alla Conca d'oro intorno a Palermo, alla striscia
di costa da Catania a Taormina e a molte parti dei paesi traversati
dalla Circumetnea, un aspetto più ricco di tutti i giardini più curati e più
intensamente coltivati. No; io ho trovato anche nell'interno dell'isola,
tanto nel viaggio da Palermo a Girgenti, quanto in quello da Girgenli
a Siracusa, una coltivazione che ha superato la mia aspettazione.
IMPRESSIONI DI SICILIA 91
Innanzi tutto mi ba sorpreso il numero degli alberi cbe si osservano
dal treno. Non soltanto i gruppi di Eucalyptus cbe sempre annunziano
la vicinanza di una stazione, ma parecchi alberi fronzuti, come pioppi,
salici, ulivi e piti lontano alberi fruttiferi delle specie più varie, fra i
quali il mandorlo cbe si trova quasi dappertutto, danno al paese un
aspetto oltre ogni dire grazioso. Oltre a ciò, non di rado si incontrano,
neirinterno, dei tratti diligentemente coltiviiti ad agrumi. Debbo però
ritenere cbe queste siano eccezioni che si possono spiegare col fatto
che la linea ferroviaria, sempre quando è possibile, segue le valli dei
fiumi, e in Sicilia là dove è acqua là sono anche agrumi, come mi
spiegava un siciliano, mio compagno di viaggio. Ma anche la cultura
dei cereali, osservata dalla ferrovia, si presenta molto meno interrotta
di quello cbe avrei creduto : fino alle regioni montuose che limitano
l'orizzonte, ho veduto distendersi i campi di frumento, sulle plaghe
lontane. I terreni deseiti, i pascoli aridi, le paludi non bonificate che
non di rado incontra chi viaggia per il Mezzogiorno, non mi sono
mai venuti soft' occhio in Sicilia. E debbo anche riconoscere che ciò
che mi è capitato di osservare in fatto di edifìci rurali, attrezzi, be-
stiame, vestiario e mantenimento dei lavoratori della terra, non è
affatto rimasto indietro a ciò che ho veduto in parecchi distretti del
continente.
Mentre scrivo, so bene ([uanto poco facciano fede queste fugge-
voli osservazioni e quanto poco valore esse abbiano in confronto alle
testimonianze di esperti conoscitori delle condizioni dell' isola, e per
il terribile posto che la Sicilia occupa nella statistica degli omicidi,
ila Ella, mio onorevole amico, mi ba invitato a scrivere queste righe,
benché le fosse noto perfettamente che io non ho affacciato alcuna
pretesa di un'esperienza particolare: debbo ritenere che sia stato desi-
derio di Lei di udire con tutta semplicità, così come esse sono, quelle
impressioni di viaggio, che ho raccolto durante la mia visita, purtroppo
tanto breve, in Sicilia, e perciò non mi sono vergognato di esporle
ciò che mi ba sorpreso e rallegrato in rapporto alle condizioni della
economia rurale. Pure non potrei a meno di difendermi, nel modo più
esplicito, dall'accusa di aver sostenuto die in Sicilia tutto va per lo
meglio, come se io credessi che la riforma delle condizioni agricole e
sociali, cbe sono urgentemente richieste da profondi conoscitori del
pae.se, non sia di una necessità impellente e tale che non si possa dif-
ferirla. Una simile falsa interpretazione delle mie parole mi dispia-
cerebbe sommamente.
Del resto, alla fine dei conti, io ho ritrovato la Sicilia, dopo qua-
rantadue anni, di molto ringiovanita, arricchita e più coltivata di
quello che io non avessi sperato, fondandomi sui miei ricordi. Ariche
la Sicilia ha da sopportare la sua grave quota del carico imjiosto da
più di quarant'anni alla vostra nobile patria, dalla conquista dell'indi-
pendenza e dalla fondazione di uno Stato unitario nazionale. Ma anche
in Sicilia non vi è luogo a trarre tristi presagi sull'avvenire dell'Italia,
nel quale tanto io quanto Lei, abbiamo piena fiducia. Certo, chi sente
amoi'e pel paese, non deve starsene colle mani in mano, né in Sicilia,
né in altie parti d'Italia. Infatti, come diceva Orazio? Bi(sticus expe-
ctat cium defluat ainnis...
Sempre suo aff.mo
P. D. Fischer.
ELEZIONI UNIVERSITARIE NEL CINOUECENTO
Da documenti ixediti sl'llo Studio di Perugia.
I.
La storia dello Studio di Perugia è ancora da fare, nonostante che
ne apparisca verauiente cospicua l'importanza. Quello Studio è già in
fiore a metà del Trecento, quasi solo, può dirsi, da Siena a Napoli.
L'aver riprodotti, come dimostrò il Padelletti, ordinamenti e statuti
dell'Università bolognese non diminuisce lustro all'Università peru-
gina : che anzi Perugia destava per ciò, a quanto pare, nella città
d'Accursio gelosie e timori di concorrenza.
E la gloria dello Studio perugino s'accresce nel Quattrocento e nel
Cinquecento : esso prospera libero in liberi ordinamenti, senza neppure
le protezioni di mecenati che nelle altre città italiane alimentavano
le LTniversità, fossero essi Medici o Estensi o Visconti.
È notevole poi che anche quando con Paolo 111 l'autorità ponti-
fìcia si rinsalda sulla città, lo Studio risente bensì, per varie vie, la
nuova più diretta dominazione, ma non perde la sua tenace auto-
nomia.
Occasione a guardare un po' nella storia di questa insigne Uni-
versità mi s'è offerta per qualche ora testé passata in quella Biblio-
teca Comunale, ch'è allettamento grande agli studiosi per il molto
d'inedito clie vi si trova accolto.
Fra le numeiose carte sciolte che il tanto benemerito Annibale
Mariotti riuniva e, in parte, ordinava, molte ve n'ha che concernono
l'Università, e queste sono ancora quasi tutte inesplorate. Noto, per
esempio, un gruppo contenente quinterni ove son registrati i salarli
degli insegnanti (1), un altro che ci dà le riforme degli Statuti della
Sapienza vecchia (i2). Ancora: una busta conserva gli J.cto scholarium
per tutto un ventennio (1497-1517) (3) e un'altra contiene - incitamento
anche piìi vivo alla curiosità del ricercatore - molte centinaia di fogli
ingialliti (sec. .xvi) ai quali, nel linguaggio moderno, daremmo il nome
di atti elettorali (4).
(1) Porta il N." 148S Eì nel diligente e pregevole Inventario di A. Bellucci,
formante il voi. V degli Inventava dei manoscritti delle Biblioteche d' Italia, a
cui-a di A. Mazzatinti.
(2) N. 1470 G del d» Inventario.
(3ì N. U72 L del A" Inventario.
(4) N. 1467 C del d" Inventario.
ELEZIONI U.N'IVERSITARIE NEL CIXQUECEXTO 93
Su quest'ultima busta mariottiana mi soffermo di preferenza nella
presente notizia, perchè i documenti ivi compresi illustrano quello che,
tra i varii aspetti della vita universitaria italiana, mi pare il ]iiù at-
traente: voglio dire quell" autonomia per la quale l'Università italiana
nella sua età dell'oro rajipresentava quasi uno Stato nello Stato.
Fra gli scrittori che, dal Denifle in poi, trattarono la storia delle
nostre Università, pochi, in verità, studiarono questo lato della vita
universitaria. S' insistè piuttosto a dimostrare come gli Statuti degli
3tudii sorsero e s'elaborarono, come e (piando furono riformati anche
dalla pratica : meno invece si badò alle continue ripercossioni che
[{uegli ordinamenti avevano fuori della vita universitaria nell'esistenza
giornaliera degli scolari e nella stessa vita comunale. Eppure, di contro
alla conoscenza teorica e generale della storia, piace e diletta l'episodio,
dal quale spesso emana i)iìi luce che dalle grandi linee storiche.
S'aggiunga che, nel caso nostro, questi episodii di vita universi-
taria, e 1 documenti dove sono consacrati, appariscono sempre infor-
mati a quello spirito di libertà, che può perfino sembrare a noi mo-
derni disordinato, scomposto, eccessivo, ma che non cessa d'avere il
suo fascino simpatico. Agli scolari si davano piivilegii su privilegi!:
soltanto dinanzi al loro Rettore essi potevano portare accuse e difese,
contestazioni civili e penali; e ogni altra specie di franchigie, fino
alla esenzione dalle gabelle, era loro concessa. Ciò turbava l'egua-
glianza degli altri cittadini; ma che importa"? Quei cittadini tenevano
a sommo vanto l'accogliere quanti più scolari si potesse ed erano lieti
che ogni anno la spensierata turba se n'aumentasse e si studiavano
di rendere ad essa sempre piìi liete e facili le condizioni di vita.
Così dagli occhi nostri dileguano le ragioni teoriche inspirate al
concetto moderno dell'eguaglianza, giacché la visione di quella vita
studentesca arriva a noi atti'averso la trasformatrice lente dei secoli
che sopra vi corsero.
Per noi il quadro degli scolari d'un libero Studio, radunati per
eleggere tra loro il Rettore o i Consiglieri o i Lettori straordinarii, è
bello e attraente per sé medesimo.
Tali la mia mente si rappresentava questi scolari per l'esame
di queste carte perugine, che pure appartengono ad un'era non più
felice per la libertà politica del Comune. Ma è degno di nota il con-
statare che, nella seconda metà del Cinquecento, al vecchio e glorioso
Studio perugino era lasciata intera anclie dai Pontefici la sua legge
di autonomia e di libertà. Illusione o realtà"'
Non divaghiamo più oltre, e guardiamo più da vicino i mano-
scritti.
II.
I manoscritti raccolti nella busta mariottiana abbracciano il ven-
tennio 1571-1590, e altro non sono in sostanza che gli atti originali
delle elezioni dei Consiliarii compiute in quel periodo.
Ciascun foglio registra, per ciascun anno, tutti i nomi degli scholares
che hanno preso parte alla votazione. Accanto al nome dell' elettore
sta quello del candidato cui questi dà il voto.
I Consiglieri dello Studio (Consiliarii) costituivano, com'è noto, una
specie di consesso o corpo consultivo intorno al Rettore. Era quasi
un Senato, cui il Rettore doveva in certi casi chiedere il suo parere.
94 ELEZIOXI UNIVERSITARIE NEL CINQUECENTO
Oltracciò i Consiglieri avevano certe funzioni proprie e le esercitavano
all'infuori del Rettore: principalmente quella di decidere suU' accusa,
che taluno movesse, di sospetto rettore.
L'elezione di questa magistratura universitaria risulta dai nostri
manoscritti avvenuta ogni anno, senza lacune o interruzioni : ciò che j
era, del resto, conforme al precetto degli Statuti riformati nel 1511, |
secondo i quali l'elezione era appunto annuale. \
Gli scolari votano divisi per Provincie: e provincie si chiamano
anche le nazioni straniere. Ciascuna provincia nomina due consiglieri.
Universalis è designato l'eletto dall'Università; Sapientiarius quello
eletto dalle Sapienze, le quali a Perugia, com' è noto, eran due nel
Cinquecento: Sapienza vecchia o Collegio Gregoriano ; Sapienza nuova
o Collegio Gerolimiano.
11 numero dei votanti appare per talune provincie assai grande;
scarso è per altre, specialmente, come s'intende, per le provincie fo-
rastiere.
Sotto quest'aspetto i manoscritti in esame potranno essere indice
a segnare il progresso o la decadenza dello Studio perugino nella se-
conda metà del secolo xvi. Per restringermi ad un solo anno - il ,
primo (1571)- basti notare che l'esser venti i Consiliarii da eleggersi
in quell'anno mostra indubbiamente un progresso, almeno numerico,
in confronto di ciò che l'Università era al principio del Cinquecento.
Infatti, nel 1504, come si ti'ae da altro gruppo di manoscritti stu-
diato dal Dr. Pardi (1), si eleggevano soltanto otto Consiglieri : due della
Provincia Romana, due delle Marche, due del Regno, due alemanni,
mentre i precedenti Statuti del 1457 ne stabilivano a dieci il numero.
Evidentemente, la legge teorica degli Statuti soggiaceva a mutamenti
suggeriti di volta in volta dalla pratica e dalla consuetudine. Cosi per
la scarsità o per l'assenza di scolari d' una data provincia poteva o
numericamente variare o mancare del tutto l'elezione dei rispettivi
consiglieri. Per esempio, nell'elezione del 1504 si trovano mancanti i
Consiliarii toscani, e ciò - nota il Pardi - sta a provare che Pisa e
Siena e soprattutto Bologna dovevano attrarre di preferenza gii studenti
di Toscana e privarne intieramente lo Studio di Perugia.
Invece, se guardiamo in base ai nostri documenti l'anno 1571,
troveremo che di ben dieci Provincie s'eleggono consiglieri, due per
ciascuna provincia, e che non fanno difetto, benché in numero infe-
riore a quello delle altre provincie, gli studenti toscani. L'Università
dunque si trovava sempre in un felice periodo di progresso.
E sempre limitando la mia rassegna al solo anno 1571, rilevo dalle
votazioni che al corpo degli scolari il maggior nucleo è dato dalla
Provincia Romana. Infatti per il consigliei-e delle due Sapienze {Sa-
pientianus) prendon parte alla votazione 23 scolari: per il consigliere
dell' Università ( Universalis) ne accorrono al voto 74. Sono dunque 93
scolari del solo Lazio.
Curioso è poi il notare che, contro la diversa previsione a cui
c'indurrebbe la lontananza dell'Umbria dalle provincie meridionali, il
Regno delle Due Sicilie tenga nella graduazione numerica degli scolari
il posto immediatamente successivo alla provincia romana. Si vede così
che fin dal mezzogiorno d'Italia salivano, a traverso l'Appennino, alla
(1) È la sopra ricordata Busta 1472, L, dottamente illustrata da G. Pasdi:
Bollettino della R. Deputazione di Storia Patria per l' Umbria, toI. IV, pag. 487.
ELEZIONI UNIVERSITARIE NEL CINQUECENTO 95
apitale dell" Umbria, gli studenti. Nel 1571 erano 36 votanti, tra Uni-
ersilà e Sapienze.
Vengono })oi, in ordine numerico, le Marche (!2S scolari), la Lom-
ardia (13), la Toscana (8).
In ogni filza annuale di carte si trova intine un gruppo intitolato :
nnominatae (sottintendi Provinciae), nel quale sembra fossero riuniti
non iscritti in nessuna speciale provincia. Nell'anzidetto anno il nu-
lero di tali scolari è di 11.
A questi sei gruppi è da aggiungere quello della provincia o città
i Perugia, del quale però non ho trovati i singoli fogli di votazione,
lo trovato invece i soli nomi dei Consiliaril riusciti eletti registrati in
na specie di specchio riassuntivo costituente il primo foglio della filza.
Un particolare interesse presentano inoltre i nostri documenti in
uanto porgono nuovi dati utili a determinare la proporzione in cui
Perugia la studentesca italiana trovavasi con quella forastiera.
Non è già che la viva forza d'attrazione con cui la cultura italiana
però su tutto il resto d" Europa abbia bisogno di nuove prove per
ssere riconosciuta. Ma, a buon conto, l'accertare sempre meglio se,
3me a Bologna ed altrove, così anche a Perugia, centro pii^i modesto .di
ita universitaria, continuassero ad accorrere fino a tutto il Cinquecento
polari stranieri, riuscirebbe di non poca importanza. Devesi però no-
ire che pochi sono, nell'anno che qui teniamo presente, gli stranieri :
inque spagnuoli, tutti di Valenza ; due francesi ; due tedeschi o ultra-
lontani (dacché la parola ultramontani si trova sempre usata ad in-
icare soltanto i tedeschi, indifferentemente coU'altro appellativo di
lamanni). Questi ultimi sono, per necessità, elettori di se medesimi,
tutt'al più si danno il voto a vicenda. E nel costume studentesco
el tempo questo fatto era meno strano che non sembri oggi a noi
loderni. In molti altri punti di questi documenti elettorali mi è acca-
uto di leggere di questo o quel votante : « elegit semel ipsum ».
Ma all'infuori di tali rilievi, giova interrogare i nostri documenti
il modo onde l'elezione procedeva.
III.
Le elezioni, nel giorno fissato, si bandiscono dal Bidello.
Le mansioni di questo ch'è oggi collo stesso nome {Bidelhis) umile
ersonaggio in umilissimo ufficio, erano, secondo le vecchie costumanze
gli ordinamenti universitarii, meno volgari e assai più varie: anda-
ano dall'obbligo di controllare se Doctores e Lectores facessero rego-
irmente lezione tino all'incombenza delle notificazioni al domicilio
egli scolari.
Certo però l'atto più solenne del Bidello era la convocazione de-
li scolari per le elezioni. Ciascuna infatti delle carte che ho avuto
ott' occhio contiene, prima d'ogni altra cosa e dopo la intestazione
ella Provincia cui il foglio si riferisce, la formula sacramentale della
onvocazione dei votanti. Seguono poi, come ho già accennato, in due
alonne i nomi del votante e del designato, congiunti dalla formula :
legit in Consiliarimn. Per tal modo il voto riesce palese. Per esempio :
« D. Stephanus Vimes de Valencia elegit iti Consiliarinm D. Ca-
olum Sanleglium de eadem ».
E così di seguito; usandosi la formula : « elegit eumdem » quando
n elettore vota per Io stesso pel quale ha votato il precedente.
96 ELEZIOXI UNIVERSITARIE NEL CINQUECENTO
Se taluno sia impedito di recarsi di persona all'Università, seni
bra che gVi si consenta di mandare il suo voto per iscritto. Ho Irò
vato i)iii d'un foglio volante nel quale, quasi sempre coli" intervento d
publìlico notaio, è dichiarato il voto di studenti trattenuti in casa
Talvolta però la dichiarazione è fatta senza autenticità notarile, e al
lora s'abbandona il latino pel volgare, come, per esempio, nella se
guente carta, concernente l'elezione del 1572:
« Io Domenico Lucio de Collestatti elego per consiglieie della Na
tion Romana M. Gioan Baptista Maninio Romano et in fede del vero hi
fatta la presente de mia propria mano questo dì 15 de decembre 1572
« lo Domenico Lucio manu propria »
L'accorrere degli studenti alla votazione durava per tutto il giornc
e se n'ha una conferma nella stessa formula di convocazione.
Questa in tutti i fogli dal 1571 al 1590 è, tranne 1 cambiamenl
di date ed altre minime varianti, la seguente :
« Die lune XVII decembris Macca Bidellus retulit se hodie citass
dominos scholares qui per totam hodiernam diem accedant ad Pala
tium ad creandum Consiliarios Provincie... » (equi segue il nome dell
Provincia).
La data dell'elezione non cambia, da foglio a foglio, se non per
giorno : il mese è sempre il dicembre. Quiinto al luogo delle elezioni, no
era il palazzo dell' Università, ma il palazzo pubblico della Città, divei
tato a quel tempo la sede del Governatore. Se n" iia una riprova nell
formula di ratifica che quest'ultimo appone a ciascun elenco dei votan
e con la quale termina ciascuna carta. Non è dunque il Rettore eli
imprime alle votazioni compiutesi la forma legale e la sanzione def
nitiva: è il rappresentante dell'autorità politica. Una tale deroga ali
autonomia dello Studio non è priva di significato. Essa, del resto, :
spiega anche meglio se si consideri che, come ho già accennato di sopn
il corpo dei Consiliarii giudicava dello stesso Rettore. Anche la cot
fìnnatìo del Governatore è redatta in forma sempre uguale, alla flr
dei singoli fogli di votazione. Eccone, per esempio, una:
« Die Veneris xix decembris de sero, instante dicto domino, (qv
il nome dell'eletto) et infrascripta fieri petente et nemine contradicent
R. Dominus Gubernator Perusie et Umbrie confirma vit in Consiliariu
diete Provincie dictum Doininum (si ripete il nome) presentem et acc
ptantem cum honoribus et oneribus solitis et consuetis » (secfue la fìrm
del Governatore). Altra volta, il nome del Governatore è inserito nel tes
stesso della Conferma. Nel 1572 si trova menzionato: « R"""* D"""* ■}■
hannes Thomas Sanfelicius episcopus ».
In alcuni casi l'eletto dichiara di non accettare il consigliera
ed emette, seduta stante, la dichiarazione di voler surrogare nell' ufhlc
un altro scolaro. Il Governatore prende atto della surrogazione.
Fin qui, e nella maggior parte dei casi, la proclamazione dei Co:
siliarii procedeva tranquillamente e senza contrasto. Ma molto p
interessanti agli occhi nostri di ricercatori riescono quelle elezioni
cui contro l'investitura d'uno scolaro altri scolari insorgono. Anc!
sotto questo aspetto le carte |)erugine possono essere consultate e st
diate col più vivo interessamento.
ELEZIONI UNIVERSITARIE NEL CINQUECENTO 97
IV.
Il Governatore è in questo tempo anche giudice delle contestazioni
leltoiali. Queste avevano principio nel giorno stesso della votazione
sembrasi agitassero piuttosto aspre. Si capisce: erano giovanilmente
ive le passioni ed era ambita la carica. Ma, in verità, nelle carte
he ho avuto sotfocchio moltissime elezioni - anzi la maggior parte -
rocedono regolari e tranquille. La nostra curiosità s'accresce là dove
i manifestano dissensi e s'impegna la lotta. Così, per esempio, limi-
indoci sempre a ricercare negli anni 1571 e 157"2, troviamo due sco-
iri. se ad iuvicem coutradicentes, contrastarsi il posto di Consi-
larixs Innoìninatae Procincine e contendere sull'attribuzione di un
oto - un voto solo - d'un Jiilhis Menyacii de Mondnlfo, che bastava
cambiare il risultato e che apparve dolo assigiiatiis all'uno invece
he all'altro candidato.
Un'altra contestazione ha luogo pure nel 157'2 tra uno scolaro di
livita vecchia {Romana Provincia) ed un umbro, di Calvi.
Per dare un'idea del modo onde tali dibattiti procedevano, cito
ncora' una contestazione, che trovo consacrata nei fogli dell'elezione
er il Consigliere uiìiversalis della Provincia Romana, e che si svolge,
no alla decisione del giudice, a traver.-;o un sistema procedurale fìsso
disciplinato.
Tale procedura riesce, per dippiìi. interessante anche alla storia
el diritto, ritiovandovisi concetti che. come quello della contumacia,
el termine ed altri, sono proprii dei procedimenti rituali conservatisi
ino ai nostri giorni.
- Alla fine della giornata elettorale (15 decembre 157'2) dovrebbe avve-
lire la proclamazione del Consiìiarins per gli scolari della Provincia
lomana. Sarebbe, pare, da proclamarsi un Americus Egius de Spoleto;
questi infatti, de sero, domanda al magistrato competente la conferma
[ella sua vittoria.
Ma uno scolare romano, quel Johannes Baptista Maninius de Urbe
opra citato, interviene ad im]ieilire che sia pronunciata la formula
acramentale: « Nemine contradicente... ». No. è lui che contradice la.
stanza di Americo. Trascrivo dal verbale:
« Petente D. Johanne Baptista Maninio de Urbe et predictis con-
radicente et dicenle se creari debei'e in ConsiUarium diete Provincie
labentem plures voces et ita fieri libere petente;
« Petente dicto D. Americo et dicente dictum D. .lohannem Bapti-
lam esse inhabilem ad Consiliaratum attento quod non servavit con-
titutionem inscribendo se in matricula per uno mense ante electionem
jonsiliariorum. et ipsum Americum esse habilem ad Consiliaratum
ìum se scripsisset in Matriculam secundum formam dictarum consti-
utionum ».
Secondo gli Statuti universitarii perugini del 1511. che ho riscon-
rato, la deduzione dello scolaro spoletino contro il romano sarebbe
ìtala attendibile: ivi infatti troviamo stabilito che nella creazione dei
consiglieri non avessero voto gl'iscritti in Matricola da meno d'un
nese prima. Donde la conseguenza: chi non è elettore, non può essere
iletto. La tèsi sarebbe parsa inoppugnabile; ma... purtroppo quella
'egola era stata derogata!
7 Voi. evi, Serie TV - 1° luglio 1903.
98 ELEZIONI UNIVERSITARIE NEL CLVQLECENTO ^
Una deliberazione dell'assemblea degli scolari, presa il 15 teli-
brajo 1511) e già nota (1). aveva derogato a quella disposizione.
Essa suona cosi :
« Proponitur ut derogetur constltutionibiis quibuscunque facien-
tibus contra creationeni consiliarorum, et maxime ubi habetur quod
qui non fuerit matriculatus per unum menseni non possit dare vocem
in creatione consiliariorum : quibus derogetur prò hoc vice tantum,
scilicet quod omnes matriculati possint dare voces, non habita ratione
temporis».
L'eccezione di Americo si direi)be. nel linguaggio moderno, di
forma. Quahuique ne fosse il valore, il Maiiinio pretendeva d'opporre
ragioni di sostanza. Egli chiedeva pertanto al Governatore: « sibi assi-
gnari termininn ad docendum de inhabilitate et incapacitate dicti do-
mini Americi ».
L'assegnazione del termine era obbligatoria nella procedura elet-
torale : e trovo intatti l'ordinanza del giudice che assegna al cotitra-
dicente il termine di otto giorni per proporre, in altrettanti Capifula,
le varie deduzioni contro l'avversario.
Questi capitoli si conservano in un foglio a parte, staccato dal
verbale, e scritto in carattere diverso; probabilmente di mano dello
stesso scolaro contendente. A parte le questioni formali, che costitui-
scono i primi quattro capitoli, sembra che questo bravo Giambattista,
nonostante il calore della sua difesa, in realtà avesse torto. A buon
conto, non si può negare che lo spoletino abbia conseguito il maggior
numero di voti: ma il romano, se non può raccomandare all'aritme-
tica la propria causa, la raccomanda ad argomenti, diciamo così, mo-
rali, ma di mediocre importanza. |
Egli, per esempio, si dichiara pronto a provare che Americo non.
avrebbe voluto esser candidato, ma che vi fu tratto a forza dagli avver-
sarli di lui. Giambattista. Quanto a sé, vuol mostrare che tutti gli
scolari della Provincia in questione lo hanno reputato e lo reputano-
più adatto ali" ufficio che non l'Egio, « qui nullam habet aptitudinem ».
Ma non basta ; udite questi altri due capitoli :
« Item quod ipse Dominus Americus est minor xxv annis et ex
eius aspectu minorem huiusmodi demonstrat aetatem :
« Item quod est simplex, facilis ac inhabilis ad curandum numera
sibi commissa ».
Come si vede, le ragioni del contradittore non erano molto solide.
Il foglio dei Capìtiila è presentato nel termine prefisso, cioè al-
l'ottavo giorno {^2'ò di dicembre). All'udienza (si legge nel Verbale)
« superdictus Johannes Baptista comparuit et exhibuit et producit iu-
frascripta Capitula » e fa istanza che Americo sia citato per il giorno
seguente, al fine di confutarli.
Infatti, il Bidello cita lo scolare spoletino, notificandogli il foglio
nel suo domicilio. Edeccjlo infatti il di appresso comparire personal-
mente nel giudizio di contestazione.
Ma il giovane e bollente Jlaninio tarda a presentarsi. Pronto,
l'altro scolare solleva l'eccezione di contumacia, e chiede « transapta
bora termini, prout est transapta, se deputari, eligi et contìrmari in
Cousiliarium ».
(1) Publjl. in nota dal Pardi, op. cit.
ELEZIONI UNIVERSITARIE XEl. CINQUECENTO 9^^
Il contestante, tuttavia, giunge all'iiltim'ora: ma il Giudice « visti
i Capitoli esibiti da Giovanni Battista benché nell'ultima ora del ter-
mine, e poiché se anche tutto quanto in essi è contenuto fosse pro-
vato e accertato, non avrebbe effetto sul risultato dell'elezione, e
poiché Messer Americo consegui più voti che Giovanni Battista, con-
ferma il primo a consigliere, con tutti gli onori e gli oneri eie. etc. »
Non può dirsi che la Sentenza fosse ingiusta 1
Eppure, seguitando a scorrere lo stesso gruppo di carte, mi é ve-
nuto fatto di scoprire questo curioso particolare : che, poche settimane
dopo, la baldanzosa tenacia del candidato romano riuscì ad ottenere
dalla bonaria acquiescenza dello spoletino ciò che non aveva potuto
ottenere dal regolare giudizio di contestazione. Infatti, un atto notarile,
rogato da nota.jo perugino, Angelo Castellino, dichiara che innanzi
a quest'ultimo s'è presentato, a di 8 Gennajo 1573, Americo Egio da
Spoleto per dichiarare che « discessurus de civitate Perusia prò suis
negotiis » rinunzia alla carica e intende gli sia sostituito chi di ragione.
E così lo scolare (7e Urbe è finalmente appagato nelle sue as|iirazi<mi!
Quest'esempio, sul quale mi sono meno fugacemente intrattenuto,
basta a mostrare qual sapore di modernità abbiano questi curiosi atti
elettorali. Una vera ed analitica illustrazione di essi potrà in seguito,
meglio che questa mia notizia sommaria, cogliere tutto {|uel geniale
ambiente studentesco nella funzione forse la più significativa e solenne
della vita luiiversitaria.
AXNIB.4LE G.\BRIELL1.
GIUDITTA PASTA E MARIA MALIBRAN
Nel tempo in cui Rossini con il GuciUelmo Teli prendeva com-
miato dal teatro e che, insieme a lui, si accomiatavano la Marcolini,
la Pisaroni, la Belloc, Garcia, Nozzari e Galli suoi interpreti gloriosi,
due altri maestri di genio - Bellini e Donizetti - venivano a collo-
carsi, astri parimenti radiosi, nel firmamento dell'arte.
Con Bellini e Donizetti il melodramma, pur conservando i vezzi
e gl'incanti della lussureggiante melodia rossiniana, assumeva fisono-
mia più umana e commovente. La melodia, che Rossini avea creato
e data agli uomini come miraggio di supremo sollievo e letizia, con
BelUni e Donizetti diveniva canto soave e doloroso, poesia divina
d'amore e di lagrime.
Allo stesso modo che il genio alto e sorridente di Rossini aveva
con la sua musica fatto vivere sulla scena artisti d'impareggiabile virtù
e leggiadria, cosi parimenti il genio elegiaco di Bellini e quello so- '
vranamente eclettico di Donizetti creavano intorno ad essi uno stuolo
elettissimo di cantatricì soavi e appassionate, lìa le quali - prime e
insuperate - Maria Malibran e Giuditta Pasta. j
Tentare un ritratto artistico di queste due regine del canto vor- j
rebbe dire scrivere addirittura un volume. D'altra parte non è lecito ]
passare, anche fugacemente, a traverso la loro epoca senza trattenersi |
un momento sopra quella mirabile leggenda d'arte e di gloria. ]
Sembra impossibile che Rossini, il quale ebbs agio d'udire le due
somme cantatrici, dalla loro radiosa aurora sino al loro luminoso tra-
monto, abbia avuto la forza di serbare il suo olimpico silenzio, e di-
nanzi alla voce e all'ingegno meraviglioso delle due insigni non abbia
sentito il bisogno irresistibile di scrivere per esse almeno un altro dei
suoi deliziosi capolavori.
Le voci tanto della Pasta quanto della Malibran avevano una esten-
sione straordinaria. Da un la sotto le righe esse potevano salire fino
a un do diesis e magari a un re acuto, estensione che permetteva loro
di cantare a vicenda e con uguale disinvoltura la musica di soprano
e quella di contralto. La Pasta, al suo apparire, die subito prova di
questa sua virtù portentosa cantando con pari bravura nel Tancredi
di Rossini, nella Mede'i di Pacini, nel Rom^o e Giulietta di Bellini
e negli Orazi e Cariasi di Gimarosa. Una singolarità della sua voce
era la disuguaglianza del timbro, difetto di cui essa si prevaleva con
rara abilità per ricavarne una maggior potenza d'espressione. Del resto
la storia dell'arte c'indurrebbe a ritenere come ben difficilmente sia
dato alle voci, d'un metallo perfettamente omogeneo, di esprimere un
cauto appassionato, laddove quel leggero velo che si distende sul suono
GICDITTA PASTA E MARIA JfALIBRAN 101
lerve talvolta ad aggiungere efficacia al canto nei momenti d" agita-
tone e di angoscia. Affinchè ciò accada fa di bisogno però che l'ar-
ista possieda quel fascino sublime, retaggio del solo genio, mediante
1 quale è dato mandare in visibilio la platea d'un teatro.
Altra singolarità della Pasta era quella di poter unire con sor-
)rendente facilità la voce di petto alla voce di testa. -Dall'unione di
[uei due suoni essa traeva effetti stupefacenti. Per ravvivare il colore
l'una frase, ovvero per infondere il chiaroscuro ad una semplice me-
odia, essa adoperava il falsetto, suono completamente diverso da quello
Iella sua voce di petto, pura, limpida, brillante, d'una leggerezza am-
Qirabile.
Dalla Fama di Milano riproduciamo (piesto sintetico giudizio in-
orno alla Pasta :
« Corde basse un po' sot^'ocate. corde medie leggermente velate,
;orde acute che vanno all'anima, abilità sorprendente, presenza che
miione e ispira il più grande interesse, azione ammirabile, dramraa-
icità sublime - forse impaieggiabile. - Qualche volta pcco studio nel
lascondeie gli sforzi e gli espedienti dell' arte. Nel suo insieme un
fenomeno assolutamente portentoso ».
Più volte venne chiesto invano alla Pasta chi fosse stato il suo
naestro sulla scena. Probabilmente questi fu il suo gran cuore d'ar-
ista, cosi disposto per natura a vibrare innanzi alle più intime pul-
sazioni della sofferenza umana e alle più sottili e delicate manifesta-
:ioni del bello.
Un giorno a Trieste, mentre essa passeggiava lungo il molo, ini
novero bimbo di tre o quattro anni le si avvicinò e le chiese l'ele-
uosina per sua madre cieca. La grande cantante ruppe in un pianto
ìirotto e donò al fanciullo tutto il contenuto della sua borsa. Le per-
sone che l'accompagnavano non seppero trattenersi dal lodare viva-
nente l'atto pietoso e caritatevole, ma essa asciugandosi le lagrime
lisse loro: « Non accetto le vostre lodi. Quel fanciullo mi ha doman-
iato l'elemosina in una maniera sublime, in un batter d'occhio io
io visto la sventura di sua madre, la miseria della loro casa, la
mancanza delle vesti e il freddo ch'essi debbono soffrire, lo mi sen-
irei veramente una grande attrice se. all'occasione, riuscissi a trovare
jn atteggiamento, un gesto ch'esprimesse un dolore così piofondo con
pari verità ed efficacia! »
LTn'altra \olta una giovine inglese, corista al Teatro Italiano di
Parigi, non avendo denaro sutficiente per seguire la Compagnia a
Londra, pensò di dare un'accademia. Sempre disposta a render ser-
vigio, la Malibran acconsenti di cantarvi e bastò il sno nome per
riempire la sala. Senonchè, contro il suo costume, quella sera essa
arri\ò tardi facendosi lungamente aspettare. Finita l'accademia essa
chiamò in disparte la beneficata e le disse: «Vi ho promesso la mia
serata: ebbene, ho trovato modo di far due raccolti. Prima di venir qui
bo cantato dal Duca D'Orleans ed eccovi i cinquecento scudi d'oro che
mi ha regalato ».
Innumerevoli sarebbero gli esempi e gli aneddoti che si potreb-
bero narrare in prova della bontà e generosità d'animo di queste due
celebri prime donne. Le lagrime infinite asciugate col proprio denaro
a col prodotto della loro voce, tanto dalla Pasta quanto dalla ilalibran,
possono soltanto far loro perdonare lo sperpero favoloso dei monili,
gioielli, corone, poesie, epigrafi, medaglie, busti, monumenti e onori
101^ GIIDITTA PASTA E .MARIA MALIBRAN
d'ogni sorta a loro prodigati ilairaminiiazioiie di popoli, piiiK-i[)i e
poeti.
Non so trattenermi dal riprodurre due originali poesie, una del
Monti per la Malibran e Taltia del Romani per la Pasta.
A Giuditta Pasta.
Voce sola.
Ascoltate!.. Qual dolce lamento
della notte i silenzi interrompe?
E sospiro di querulo vento?
Fhttto è forse che al lito si rompe?
Alci'on che predice tempesta?
Usignolo che geme d'amor?
Coro.
È Giuditta che intuoua la mesta,
la notturna elegia del dolor.
Voce sola.
Ascoltate !.. Suonar da lontano
più gioconda una voce si sente.
L'inno è fca-se d'augello montano
che saluta l'aurora nascente '
È liuto che invita siill'aja
a danzar forosette e pastor ?
Cono.
E Giuditta che intuona la gaia
canzonetta d'un ilare cor.
. Tutti.
Ah! l'orecchio all'alterna porgete
melodia di quel labbro celeste.
Aure, augelli e voi rivi tacete,
emularla giammai non potreste.
Men cortese natura vi diede
scioglier voce d'un solo tenor.
Canti e modi a lei sola concede
quanti sono gli affetti del cor.
Felue Romani.
Le seguenti terzine di Vincenzo Monti sono per la Malibran :
Ma, oh! cessi alquanto da' dorati palchi
cessi il furor di ripercosse palme,
cessin l'arpe, i liuti e gli oricalchi ;
che tu, cortese, già ti volgi e l'alme
luci a me inchini, e par già di Talia
quasi abbi a vii le ambiziose palme,
E ben fai: che tra quel che a te s'invia
misto suon di favor, quel ch'io favello,
forse più caro al paragon ti fia.
Quel plauso popolar che par si bello
come folgore passa e si fa vano,
né va de l'ampia arena oltre il cancello.
Solo di Vati il plauso ogni lontano
lito celer trasvola e solo sprezza
l'ala del tempo che lo tenta invano.
Per eiò che riguarda le paghe, queste salgono a cifre, per quei tempi,
assolutamente favolose.
GIUDITTA PASTA E MARIA MALIBRAN 103
Vediamo inlatti la Malibran nel carnevale del 1834-35 scritturata
al San Carlo di Napoli per lire ottantamila, poi a Londra al Covent-
Garden a lire cinquantamila per venti recite e più tardi al Drury-Lane
a sterline 1*25 per sera.
Un impresario americano, certo Caldwell, olfii alla Malibran per
un solo anno lire duecentocinquantamila ; offerta che venne rifiutata
poiché la Malbi'an guadag'nava più in Europa, dove le sole beneficiate -
una diecina all'anno in media - le fiuttavano ognuna lire diecimila!
Così le scritture della Pasta vanno da lire quarantamila sino ad
ottantamila. Neil' ^c/e e letteratura di Bologna, in data 1^2 aprile 1841,
si legge: « Madama Fasta in seguito al suo ritorno da Mosca, dopo
aver dato a Pietroburgo un'Accademia che fece accorrere al solito tutta
l'alta società unitamente alla Corte imperiale, e le procurò, oltre al-
l'infroito, tìn ornamento preziosissimo regalatole da S. M. l'Imperatore,
pensava di recarsi direttamente a JSerlino. Senonchè l'Imperatore, ap-
prendendo l'imminente partenza della Pasta, osservò esser cosa scon-
veniente che questa grande artista, dopo aver cantato sulle scene di
Mosca, abbandonasse la Russia senza comparire su quelle di Pietro-
burgo. Inoltre è d'uopo sapere che una sottoscrizione di trecento fra i
più distinti personaggi, ammontante alla somma di sessantamila rubli,
era già stata a tale effetto raccolta sino dalla sua partenza per Mosca.
La Pasta protrasse quindi la sua partenza per Berlino e nelle otto rap-
presentazioni di Pietrobuigo, ove cantò Norma, Semiramide e Anna
Bolena, ricavò un guadagno oltrepassante gli ottantamila rubli (L. 3!2O,O()0
circa) ! »
Queste due insigni attrici-cantanti, sorte a breve distanza una
dairaltra, avevano creato attorno ad esse un'atmosfera d'entusiasmi
cosi intensi, che i ]nibblici. vedendole ed udendole, non sapevano più a
quale delle due accordare la jireferenza.
La Pasta, venuta prima della Malibran, aveva naturalmente il van-
taggio d'ima riputazione già consacrata da una serie gloriosa di trionfi.
Quando la Malibran, la sera del 18 maggio 1834, si presentò intatti sulle
.scene della Scala, sotto le spoglie della Sacerdotessa d'Erminsul, il pub-
blico milanese accolse con diffidenza quasi sdegnosa l'arrivo di questa già
celebrata cantante su quelle massime scene. Anzitutto vuoisi conside-
rare che la Xorma, come è noto, era stata scritta dal Bellini per la
Pasta. Le più favorevoli circostanze e i più lieti auspici avevano ac-
compagnato l'esperimento della Pasta nella Norma. La musica era
nuova: lo stesso autore siedeva al cembalo. Al canto della Pasta si
univa inoltre la voce formidabile di Donzelli, uè v'era per lei alcun con-
fronto da vincere. Aggiungasi che la Pasta era considerata come milanese
€ circondata quindi da una sim])atia universale. D'altra parte la Malibran,
sebbene nuova per Milano, sconvolgeva da due o tre anni il mondo
musicale e il suo rapido passaggio attraverso l'Europa avea destato un
rumore straordinario. L'annunzio (piindi ch'essa sarebbesi presentata
nella Norma era stato come miccia che ap])iccasse il fuoco a migliaia
di razzi ad un tempo.
Da una lettera d'un dilettante milanese al direttore dell' Arte e
letteratura, di Bologna in data 19 maggio 1834 stralciamo il seguente
brano che ci dice a quale alta temperatura fosse salita in quei giorni
la pubblica curiosità :
« Per quel giorno addio colazione, addio pranzo. La febbre e il
convulso mi trascinano al teatro. Erano le tre dopo mezzodì. Biglietto
104 GIUDITTA PASTA E MAHIA MALIBKAN
d'ingresso uno scudo. (Con la Pasta il biglietto era d'un solo fiorino).
Per una sedia chiusa in orchestra sino a otto scudi. Il prezzo dei
palchi addirittura favoloso. Quando io arrivai mille e più persone sta-
vano già facendo ressa alla porta del teatro con le grida : - Si apra, si
apra ! - Mi caccio, m"inoltio fra quella siepe umana e mi metto a gri-
dare anch'io come un matto senza sapere di che e perchè. Mi capitano
alcuni pugni, ne restituisco alcuni altri e chi tocca, tocca. Finalmente
si spalancano innanzi a noi quelle porte, divenute una voragine, entro
la quale ci slanciamo tutti come tanti demoni a jirender d'assalto le
panche dell'immensa platea, con uno schiamazzo, un chiasso, una ca-
gnara - diremmo noi - mai più sentita.
« Di quella guisa, sepolti nelle tenebre, vivemmo dalle tre e un
quarto dopo mezzogiorno sino alle otto di sera. La noia dell'aspettare,
l'impazienza d'udire, l'affanno di quell'imprigionamento era giunto al
colmo. Una mano come di ferro mi stringeva il petto e mi toglieva il
respiro.
« Comparve alla fine, sfolgorante come un sole in mezzo al teatro,
la grande lumiera che irradiò di luminosissimo giorno quel vasto re-
cinto. Apparvero quasi subito, fra le acclamazioni dell'aflollato udi-
torio, il Viceré, la Viceregina, Maria Luigia, il liatello del Duca [di
Modena, la Corte e tutta una schiera interminabile di leggiadre dame.
A un tratto gli spettatori della jilatea tutta si volgono tutti da una
parte : era madama Pasta che elegantemente vestita prendeva posto in
un palchetto di seconda fila...
« Finalmente ci siamo. Echeggia la prima arcata della sinfonia...
vola il sipario, vola il coro col basso Marini, e l'aria del tenore Reina
se ne vanno con esso, ed ecco starmi dinanzi agli occhi la Malibran.
Essa tremava. Avvertita da qualche imprudente che un partito av-
verso avrebbe cercato di abbatterla, aveva pianto lungamente nel suo
camerino, rifiutandosi perfino di comparire in scena...
« 11 poco o nulla ch'essa fece in quella prima sera bastò tuttavia
perchè il giorno di poi - venerdì - in tutta Milano non si discorresse
d'altro. Si contendeva se la Malibran fosse paragonabile alla Pasta ;
quindi liti, contrasti, discussioni, dispute senza fine ».
Uscirono in quel giorno, cosa eccezionale per quel tempo, tre gior-
nali : la Gazzetta Privilegiata di Milano con un articolo del Lamber-
tini in cui l'illustre critico non ebbe il coraggio d'un giudizio deciso;
YEco sollevò la Malibran al settimo cielo: il Barbiere di Siviglia
- altro periodico - ne parlò invece in modo quasi obbrobrioso.
Alla seconda raj)presentazione, ch'ebbe luogo il 17 - sabato -, il
trionfo della Malibran fu veramente completo. 11 solito corrispondente
del peiiodico liolognese cosi scriveva :
« Che vi dirò ■; Milano è tutta sossopra. La seconda sera in teatro
si piangeva, si gridava, si urlava con un esaltamento inesprimibile.
Si gridava Bis ! bis ! anche ai recitativi. L'ultima scena fu cosa da non
potersi descrivere!... Che cosa diranno i milanesi se udranno da lei
I Capiileti e Montecchi'ì... Domani sera la Malibran va in scena con
l'Otello... ».
E la sera infatti del ^0 maggio 1834 Maria Malibran si presentò
nelle dolci e amorose sembianze di Desdemona, parte di puro e libero
soprano - a due giorni soli di distanza dall'aver cantato quella di
Norma d'un registro assai più basso. - Onde dar risalto anche mag-
giore alle sue mirabili facoltà vocali essa introdusse nell'atto primo
GIUDITTA PASTA E MARIA MALIBRAX 105
i cavatina della Donna Caritea composta da Mercadante per voce di
sro contralto. Miracoli ai quali oggi si stenterebbe prestar fede se
ivi non fossero tuttavia coloro che li videro.
Dopo V Otello l'entusiasmo dei milanesi per la Malibran divenne
inatismo, deliiio. idolatria. Fu una vera ebbrezza, il cui racconto
ombrerebbe leggenda anzi che storia.
Per avere un'idea del grado di commozione estetica, o meglio del
rado di astrazione fìsica a cui la virtù di queste due somme cantanti
■asportava il ]iubblico di allora, citerò questo stupefacente esempio:
Nello stesso anno 1834, la sera del i2 ottobre, la Pasta e Donzelli
lutavano la Norma al Comunale di Bologna. Una folla immensa era
ccorsa in teatro: la Pasta avea già cominciato a innalzare il canto
jblime della « Casta Diva » quando una tortissima scossa di terre-
loto preceduta da un lugubre rombo, « con direzione dall' est-nord-est
IFovest-sud-ovcst. prima di sussidio, poscia di ondulazione, che durò
irca otto minuti secondi », fece traballare spaventosamente il teatro,
terrore fu immenso. Non uno spettatore però, malgrado la paura,
bbandonò il proprio posto. Cessato il fenomeno, dopo brevissimo in-
;rvallo. la Pasta ripigliò il suo dolcissimo canto e dieci minuti dopo,
l cessare di esso, nessuno rammentava quasi l'ansia spaventosa pro-
ata poc) prima.
Più che il terrore avea potuto la voce paradisiaca della Pasta.
La contemporaneità sulla scena di queste due cantatrici fenome-
ali non fu molto lunga. Maria Malibran dovea ben presto estinguersi,
Dnsumata forse dall'eccesso del suo fuoco.
E strano come ella abbia potuto presagire la sua prossima fine.
Fn noto editore di Parigi riceveva infatti la seguente lettera scritta
alla Malibran il 1^ luglio 18'^(i, alcuni mesi prima della sua morte:
« Mio caro amico,
« Fareste molto bene se riuniste in una nuova edizione tutte le
jmanze ed altre melodie che aveste la bontà di far stampare e le
endeste al miglior prezzo che fosse possibile. 11 loro prodotto do-
rebbe esser destinato a sollievo dei poveri di Parigi, lo credo che
on vi tornerò più perchè mi sento molto male, lo canto ancora per
uesli inglesi con tutto l'impegno, ma la mia voce se ne va: è finita
er me.
« Domani vo a Birmingham ma, purtroppo, dubito fortemente di
oter ritornare.
« Questa è forse una di quelle strane idee delle quali, come voi
apete, me ne vengono tante. Ciò nonostante io non voglio morire
enza rivedere codesta grande città la quale mi diede le prime prove
i affezione che commossero il mio cuore.
« Maria M.ìlibrax ».
Il 23 settembre 1836, in età di soli 28 anni, questa donna mera-
igliosa soccombeva agli accessi di una febbre nervosa all'Albergo delle
jmi di Morley in Manchester dopo una breve malattia di nove giorni.
L'annunzio della sua morte percosse il mondo d'uno stupore dolo-
Dso. La storia non ricorda forse la partenza d'un' anima seguita da
na mestizia così intensa e universale.
Tempi vecchi e beati in cui il pubblico aveva in teatro la sua re-
igione, i suoi altari, i suoi idoli e in cui gli artisti facevano a gara
106 GU'DITTA PASTA E MARIA MALIBRAN
neir infondere nel popolo quella fede atta a procurar loro maggior nu-
mero di proseliti ardenti e sinceri. Ali! vecchi tempi beati invero, in
cui l'arte e il teatro tacevano palpitare il cuore d" una moltitudine e
le facevano dimenticare in una sera le amarezze di lunghe e penose
giornate... Quei tempi non sono più! Di quelle gioie trascorse e dei
grandi fattori di esse unica breve consolazione è ormai questa di rie-
vocarne il ricordo.
tloloio. e purtroppo la schiera va ingrossando, i quali nel teatro
non vedono e non sentono che una specie di palestra speiimentale e
scientifica, non arrivano a rendersi ragione di questo clamoroso e fe-
stante tripudio delle anime plebee, e certi entusiasmi non toccano i
loro cuori chiusi alle commozioni pronte, facili, spontanee. I loro spi-
riti aridi e disseccati si ribellano alla musica che batte rapida e di-
retta alla porta dei loro cuori : essi preferiscono affaticare i loro sensi
alla ricorca d'una idealità lontana che sfugge loro dinanzi senza me-
mori dolcezze. Ebbene, se a questi sjtiriti, cosidetti forti, si rammen-
tassero le pazze frenesie, gli sconfinati deliri e le idolatrie teatrali di
una volta, essi ne riderebbero!... Eppure, nulla di tutto ciò che può
coiinnuovere il cuore dell'uomo deve ritenersi insignificante. Dovunque
l'uomo versa una lagrima esiste una passione ossia un soggetto ài go-
dimento artistico. L'arte, ricordiamolo, vive di passioni, e queste
soltanto conducono ai forti e nobili entusiasmi.
Benedetti gli artisti che con la virtù della loro musica o del loro
canto ne schiudono la benefica sorgente !
Gino Monaldi.
GLI ISTITUTI DI CREDITO IN ITALIA
11 190:2 fu torse il primo anno, dopo la grave crisi del 189:2-1894,
durante il quale il movimento economico dell'Italia si svolse in modo
normale.
Nessui^ grave avvenimento politico né all' interno ne all'estero
venne a turbare il risveglio dei commerci e delle industrie, le quali
cominciarono, bencliè lentamente, a riaversi dalla crisi dell'anno pre-
cedente; il prezzo del denaro, se non facile come poteva far sperare
la pace nel Transvaal, non fu però tale da troncare ogni iniziativa, ed
infine nel nostro paese l'assetto della finanza consolidò il credito pub-
blico, e, fatto più di ogni altro importante, l'aggio della moneta metallica
scomparve e si aprì così al credito privato il mercato internazionale.
11 momento sembra quindi opportuno per esaminare, colla scorta
delle relazioni presentate alle assemblee degli istituti di emissione e di
credito ordinarlo, quale sia l'assetto odierno delle banche in Italia. Ciò
vorremmo fare in queste brevi note, considerando la questione da un
punto di vista completamente obbiettivo.
1.
Narrare come si esplicava il credito negli antichi Stati tra i quali
era divisa l'Italia, quale contributo portarono, specie nel Piemonte,
gli istituti di emissione e di credito ordinario alla grande opera di
libertà e di unità, come l'alta mente del Cavour seppe giovarsi anche di
questi strumenti, quanto profitto trasse il paese dalle banche e quanto
le banche dal paese, come dal 1859 al 186(5, dal 18(56 al 187i2, dal 187:2
al 1894 si andarono organizzando e sviluppando, con alterna vicenda
di successi e di cadute, le varie specie di banche, e quali infine furono
le cause e gli effetti della crisi del 1893, sarebbe opera degna di uno
studioso delle discipline eonomiche.
Opera lunga e difficile, non tenteremo qui di esporla neppure per
sommi capi: occorre pero dare un rapido sguardo alle condizioni in
cui si trovavano gli istituti di credito prima del 1893 per poter giu-
dicare della diversa situazione del credito jirima e dopo quell'epoca.
11 risveglio economico dell'Italia, effetto in ])arte naturale del lavoro
serio e pertinace, in parte fittizio della abolizione del corso forzoso,
aveva fatto nascere e crescere molte banche, senza che un esame
accurato e sereno dei bisogni, delle forze e delle condizioni del paese
avesse dato modo di tracciare un programma ben chiaro e determinato.
Da ciò una grande confusione nei mezzi e nei fini del credito, una
■cura affannosa più a creare che a consolidare, una distribuzione del
108 GLI ISTITUTI DI CREDITO IX ITALIA
denaro spesse volte così eccessivamente larga da compromettere la
sicurezza dell'istituto che lo dava, e, ciò che è peggio, da eccitare nel
cliente che lo prendeva desideri eccessivi, ed attività non fi'enate dalla
prudenza.
Una netta distinzione tra le varie forme di banche è assai difficili^
anche là dove la costituzione politica e la economica sono assodate da
un lungo periodo di pace interna e di piosperità; è naturale quindi
che fosse più difficile in un paese nuovo come V Italia, ove tutto,
o quasi, era da creare e da organizzare.
Determinare con precisione le funzioni degli istituti di emis-
sione, delle banche di credito mobiliare, delle banche di deposito e
sconto, quando un paese giovane e pieno di vigoria prova il bisogno
di espandere le sue forze e di acquistare nel mondo economico il posto
che sente di poter meritare, è opera che avrebbe richiesto menti sui»'-
riori, conscie delle proprie forze e sopratutto sicure di trovare mi
poteri dello Stato continuità di indirizzo e serietà di propositi.
Cosi non fu in Italia, per colpa più forse delle cose che degli
uomini.
L'azione coordinatrice e moderatrice avrebbe dovuto essere esei-
citata dagli istituti di emissione, sorretti e guidati alla lor volta dal
Governo, ma il Governo nonché trattenerli sulla retta via li incita\a
ad uscirne, spinto alla sua volta da interessi economici o politici cui
non sapeva o non poteva porre freno. La stessa condotta prudenlc
dello Stato nella gestione della finanza pubblica fu causa per far de-
viare gli istituti di emissione dalla retta via, poiché tolse loro occa-
sione di guadagni.
Quando gli Stati moderni trasformarono la loro organizzazione
economica in armonia coi nuovi bisogni della società, le banche di
emissione portarono ai governi un prezioso contributo, ma ne furono
anche compensate con larghi profitti. Le ojìere della pace e della
guerra, i lavori pubblici, la trasformazione delle imposte, resero neces-
sarie grandi operazioni di credito, dalle quali le banche di emissione
trassero copiosi utili, accresciuti poi dall'aumentato valore dei titoli
di Stato, nei quali era rimasta impiegata parte notevole delle loro atti-
vità. E quando queste sorgenti, di lucri eccezionali vennero a mancare, e
le operazioni ordinarie divennero sola tonte di profitti, resi sempre più
scarsi dal diminuire del piezzo del denaro e dal crescere delle spese
e delle tasse, esse trovarono nel frutto delle riserve accumulate e dei
titoli acquistali a basso prezzo compenso ai redditi diminuiti.
Anche in Italia i banchi di emissione coopeiando. specie nei primi
tempi, spesso anche con patriottico ardiie. all'opera del nostro ri-
scatto raccolsero benefizi assai lauti. Ala, credendo forse che questa
causa di lucro duiasse più a lungo, non ne fecero uso così moderato
da serbarne parte per i tempi meno favorevoli; e quando questi giun-
sero, corsero affannosamente alla ricerca di nuovi attari.
A tale indirizzo poco prudente contribuì lo stimolo del Governo,
il quale per eccitare in alcune legioni le industrie manifatturiere, in
altre le edilizie, in altre le agricole, alcune volte anche per salvare
enti la cui caduta temeva potesse scuotere il credito pubblico, spinse e
quasi obbligò gli istituti ad operazioni pericolose e affatto contrarie allo
spirito ed anche alla lettera delle leggi e degli statuti che regolavano
gli istituti stessi. E gli istituti di emissione spinsero alla lor volta gli isti-
tuti di credilo ordinario a dare un impulso eccessivo agli affari, promet-
GLI ISTITUTI DI CREDITO IN ITALIA 109
tendo ogni maggiore facilità di denariì e rassicurandoli contro ogni peri-
Colo di restrizione nei mezzi monetari, poiché scarso o nullo era il treno
airemissione dei biglietti ed in ogni modo era l'erma la convinzione
che così fitta erasi fatta la rete di interessi che tutti legava, da dar cer-
tezza che al momento del bisogno i mezzi per venire in aiuto non sareb-
bero mancati. Situazione tanto più grave in (juanto che era creata non
da interessi privati, contro i quali l'onestà degli uomini che reggevano
i maggiori istituti di emissione e di quelli che erano a capo del Go-
verno si sarebbero ribellati, ma dall'interesse pubblico o meglio da
quello che si credeva esseie l'interesse pubblico.
Gli istituti di emissione, dimentichi così della loro funzione, di-
vennero anche istituti di credito mobiliare, di credito ipotecario, di
credito fondiario, di credito agricolo, e per salvare il denaro prestato
dovettero divenire grandi proprietari di case, grandi proprietari di fondi
rustici, costruttori, industriali, agricoltori. E per accrescere i mezzi dispo-
nibili senza allargare soverchiamente la circolazione dei biglietti, dovet-
tero escogitale nuovi mezzi per attrarre a sé il denaro; sicché nei depositi
in conto corrente l'opera loro non si limitò ad essere integratrice, rap-
presentando il deposito più sicuiamente rimbonsabile e per conseguenza
meno lai'gamente rimuneiato, ma divenne anche efficiente, allettando i
depositanti coU'alto saggio deg l'interessi. Così si fecero concorrenti non
solo delle banche di credito mobiliare ed immobiliare ma anche di
quelle di credito ordinario e di deposito e sconto. Le prime, incorag-
2:iate, come si é visto, dagli istituti di emissione, spinsero gli affari oltre
ogni limite di prudenza: dimenticando gl'insegnamenti della teoria e
ieir esperienza, non serbarono alcuna ])roporzione fra gl'impegni e le
disponibilità e corsero esse pure affannose alla ricerca delle somme
in deposito immohilizzandole poi in operazioni a lunga scadenza; le
ultime, tradendo il loro programma, si volsero esse pure ad impieghi
kinghi ed aleatori. Tra queste, con errore ancor più colpevole, non
mancarono alcune Casse di risparmio.
Numerose é vero furono le eccezioni; il più gran numeio di quei
mirabili istituti che sono le Banche Popolari tennero fede agl'insegna-
menti del loro fondatore, molte piccole banche locali e la maggior parte
ielle Casse di risparmio non abbandonarono la via della prudenza, e
[e une e le altre silenziosamente, modestamente, rinvigorirono cosi da
poter senza scos.se superare i momenti difficili.
La crisi, che ai più avveduti appariva inevitabile, cominciata nel
1891, maturata nel 1892, scoppiò nel 1893 in tutta la sua intensità e
iprì col 1894 un nuovo perìodo. La leg^e del "20 agosto 1893 sugli
stituti di emissione, per quanto imperfetta e rispondente alle neces-
sità impellenti del momento piuttosto che alle finizioni organiche di
jn buon ordinamento bancario, valse però a ricondurre i nostri isti-
tuti di credito a pili sani principii.
II.
Le vicende della crisi attraversata dall'Italia nel 189'^ e nel 1893 sono
i tutti note. Le difficoltà in cui si trovarono grandi società industriali
;d edilizie, la sfiducia che invase il pubblico, il ritiro dei depositi che
le fu la conseguenza, provocarono la caduta delle due maggiori banch e
3er azioni, le quali, istituti di credito mobiliare e banchi di deposito
110 (ìli ISTITl'TI DI CREDITO IX ITALIA
ad un tempo, non poterono far fronte alle insistenti domande di rin.
borso da parte dei loro creditori ne trovar aiuto nei banchi dieini-
sione, sia perchè anche questi erano in un periodo di disorfj:anizzazioiic,
non più sotto 1" impero della vecchia legge non ancora saldameli It
costituiti sotto rimpei'o della nuova, sia perchè non erano in grado
di offrile garanzie abbastanza pronte e sicure. Le infauste rivalità
che da lungo tempo esistevano fra i vari grupj)! tiancari, la debo-
lezza stessa di tali gruppi non consentivano di liquidare senza scosse
una situazione che già da lungo tempo si era andata aggravando.
Fu allora a tutti gli osservatori diligenti e spassionati ancora una
volta manifesta la grande importanza che ha per un paese la solida
cos tituzione dei banchi di emissione : i nostri, ])er sostenere nel passalo
il credito di posizioni deboli, avevano siffattamente indebolito sé sfc-ì
che giunto il momento in cui il loro aiuto morale e materiale avreblu-
])otuto essere di vero soccorso, furono iin|iotenti a darlo perchè ad essi
per i primi mancava ogni forza morale e materiale.
Solamente nei primi mesi del lSi)4 la Ranca d' Italia potè, mercè
eccezionali provvetliinenti legislativi, ]iromettere il suo aiuto a quelle
banche e a quelle Casse di risparmio le (|uali malgrado la loro salda com-
pagine, potevano temere il contraccolpo della sfiducia che aveva invaso
il pubblico verso tutte le aziende bancarie. Il 1894 fu anno di licpii-
dazione. Alla crisi bancaria si aggiunsero le difficoltà del Tesoro : de-
presso il credito pubblico, salito il cambio a glandi altezze, conveni\a
provvedere a saldare ingenti debiti all'estero, a rimliorsare gli spezzali
metallici di cui avevamo ottenuto dalla Lega latina la nazionalizzazione,
a liquidare molte operazioni di tesoreria fatte sotto la i)iessione del bi-
sogno nell'anno precedente. Ij'energica ed intelligente condotta del Te-
soro, le leggi fiscali fatte approvare dal Parlamento, gli accordi stretti
con la Banca d" Italia eia cooperazione cordiale da es.sa prestata allo
Stato, senza venir meno ai suoi doveri ed ai suoi fini, valsero a salvare i
il paese da una crisi piìi grave ed a porre le basi di una salda rico-' ]
stituzione delle forze economiche.
Cominciarono allora a sorgere nuovi istituti di credito, a trasfor-
marsi e a consolidarsi quelli che avevano supei'ata la bufera. Ma que-
st'opera di ricostituzione fu condotta con un prograiiniia perfettamente
definito ":f Furono chiaramente, esattamente separate le funzioni del
credito mobiliare da quelle del deposito e sconto ? Non sempre ; forse
perchè le condizioni in cui si trova ancora il nostro Paese non per-
mettono una esatta distinzione di funzioni.
Il banco di credito moliiliare, c[uello cioè che ha jier programma
la creazione o la trasformazione di società per azioni e tutte le opera-
zioni di borsa che ne sono la conseguenza, richiede un capitale assai
vistoso, sia fornito dagli azionisti del banco, sia accresciuto dall'ag-
gruppamento attorno al banco stesso di ])rivati capitalisti. Inoltre, per la
natura medesima delle sue funzioni, richiede negli azionisti e negli amici,
la conoscenza di tali funzioni e la virtù di non perdere la fiducia se
ad anni di grande prosperità succedono anni di pochi utili o di per-
dite. Donde o una grande varietà nei dividendi, o la necessità di co-
stituire nei tempi pi'osperi forti riserve, per fronteggiare i tempi meno
fortunati. Il banco di deposito e sconto, il cui programma comprende
oltre le operazioni di sconto anche quelle di banca richieste dal com-
mercio interno ed estero, vuole invece capitale scarso, ottime orga-
nizzazioni [)er attrarre i depositi di denaro ed assicurare loro pronta
restituzione, e dà utili forse meno lauti, ma più costanti.
GLI ISTITUTI DI CRliDITO IN ITALIA 111
Malgrado l'aiuto dato dalle banclie forestiere che ben si accorsera
elle prospere sorti a eui si avvia\ a 1' Italia, non sarebbe stato possi-
lile raccogliere capitali sutficieiiti per un potente istituto di credito
nobiliare, il quale del resto non avrebbe, senza fare opera imprudente,
rovaio campo sufficiente di azione. E la fiducia conservata o riacqui-
tata da molte Banche popolari e Casse di risparmio e da alcune banche
li credito ordinario non avrebbero lasciato alimento bastante ad un
stituto che avesse vohìto tondare la sua azione quasi esclusivamente
ui depositi di denaro.
Per questo gli istituti nuovi o rinnovati seguirono un progiamma
uisto : capitale relativamente importante, organizzazione tale da invi-
are i depositi, studio di dare largo sviluppo alle operazioni d'indole
'eramente commerciale. Alcuni pochi fallirono alla prova, altri, i piìi
'd i più importanti, andarono e vanno ogni giorno meglio consoli-
landò la loro situazione.
Anche l'opera che essi diedero alla ricostituzione economica fu
mportante e benefica. Aziende indu.striali ridotte a mal partito furono
•iordinate. altie nuove furono create : la diffidenza che aveva invaso il
lubblico per ogni iniziativa fu a poco a poco vinta, se non interamente,
Umeno in parte.
Maggior cammino si sarebbe fatto se per un momento il peri-
colo di ricadere negli antichi ei-rori non fosse riapparso. Illudendosi
mila potenza del paese, credendo troppo presto che ogni traccia dei
inali passali fosse cancellata, le riorganizzazioni e le creazioni furono
nel 1898 e nel 1899 spinte con soverchia alacrità, giovandosi di una
3ccessiva facilità di denaro, che favori nella borsa un movimento di
rialzo disordinato e fittizio. Ma l'esperienza del passato non era di-
menticata, e gli istituti, pur favorendo tali tiasfoi-mazioni e creazioni,
procedettero in generale con maggior ]irudenza. Ebliero cura di non
conservare in grande quantità i titoli emessi, di collocarli nel pubblico
0 quanto meno di suddividere il rischio, chiamando a partecipare nella
operazione finanziaria i capitalisti amici e ad essi richiedendo il ver-
samento effettivo della partecipazione assunta ; non si ripetè così il
male che gli istituti rimanessero con un grosso portafoglio di titoli
industriali e con una importante somma di crediti verso gli amici, parte-
cipi in tal modo piìi di apparenza che di fatto dei pericoli e degli esborsi.
Questi avvedimenti, una salutare restrizione nella circolazione dei bi-
glietti e accenni di sfiducia ricomparsi nel privato capitalista valsero
ad arrestare il movimento espansionista in tempo iievcbè nessun danno
(all' infuori di poche eccezioni) risentis.sero gli istituti di eredito. 1
quali anzi pongono ora ogni studio per raffei'uiare il programma di
lavoro ordinario ; è notevole il fatto che quasi tutte le relazioni dei
Consigli d'amministrazione sidl'esercizio 189^2 insistono nell'affermare
che gli utili ])rovengono quasi totalmente dalle operazioni ordinarie di
banca e che il portafoglio di titoli industriali ed il capitolo delle ^iar-
tecipasioni (dell' interessenza cioè in gruppi di capitalisti che possie-
dono titoli industriali) si vanno assottigliando. Ed è cpiesta una buona
via, sulla quale è bene persistano.
Non per questo però ancora gristituti di credilo ordinario devono
e possono precludersi ogni iniziativa di operazioni di credito mobiliare.
Di nuovi organismi ha ancora bisogno la pubblica economia. Il cre-
dito agrario, il credito navale, il credito coloniale non hanno ancora
strumenti adatti e sufficienti. Molte industrie vanno rinvigorendosi ed
112 GLI ISTITITI DI CREDITO IN ITALIA
lianno d'uopo di accrescere i mezzi disponibili, di rifare e migliorali-
gli impianti tecnici; raiimento di capitale o l'emissione di obbligaziMni
divengono una necessità a soddisfare la quale gl'istituti di creditu
possono e devono servire quali organi intermediari. Le opere pubblicin .
bonifiche, ferrovie, acquedotti, offrono pure un campo assai vasto; ii
problema dell'esercizio ferroviai'io, comunque si risolva, richiederai i a
parte delle banche studio ed attiva cooperazione. E lo Stato, se voiià
preparare e condurre a termine la grande opera della conversione del
debito pubblico, dovrà, più che non abbia mostrato di voler fare in
questi ultimi tempi, assicurarsi il concorso dell' alta banca italiana ;
la quale, malgrado quanto si è affermato, non potrà da sola assu-
mere operazioni cosi imp )rtanti come son quelle della conversione
del consolidato 5 per cento, ma potrà, per il piestigio di cui gode,
aggruppare intorno a se le maggiori Ijanche d'Europa.
Nella creazione e nella emissione di obbligazioni di enti privati e
pubblici, nelle operazioni in titoli di Stato hanno quindi i nostri isti-
tuti vastissimo campo d'azione.
Un'altra manifestazione dell'attività economica dovrà richiamale
l'attenzione degli istituti di credito: la industria edilizia. Quali e quanti
errori siano stati commessi è noto a tutti: la grave crisi che ne fu la
conseguenza ha seminato il campo di rovine, istituti di emissiour.
banche ordinarie, privati, hanno perduto qualche centinaio di milioni.
La crisi fu liquidata, l'equilibrio si va ristabilendo, ma ancora istituti
di emissione, istituti di credito fondiario, banche, privati, trascinano
il peso di terreni e di case (specie a Roma e a Napoli) redditizie o
infruttifere, non finite o minanti per difetto di manutenzione. Gli isti-
tuti di credito fondiario ancora opeianti funzionano egregiamente,
qualche istituto di credito immobiliare si è ricostituito, qualche altro,
come la vSocietà del Risanamento di Napoli, sta per riprendere attività.
Ma molto ancora è da farsi.
11 jiroblema edilizio, specie a Roma, si dibatte fra molte difficoltà.
Gli istituti di emissione, le banche e i privati vorrebbero vendere i
loro immobili, ma chi compra? Qualche ricco ed ardito capitalista ha
potuto fare acquisti importanti, ma molto e molto è ancora da ven-
dere. Le società di assicurazioni e i privati sono poco propensi ad ac-
quistare immobili, che, per il modo con cui sono costruiti, richiedono
amministrazioni costose, minute, fastidiose; sono, come è noto, per
lo più case con un centinaio di inquilini che pagano ciascuno sei o
settecento lire di fìtto. Peggio se l'immobile non è finito: gli istituti
di emissione perchè la legge vieta loro di accrescere le cifre delle im-
mobilizzazioni, le banche e i capitalisti privati perchè non vogliono o
non possono volgere nuove somme in imiiieghi immobiliari, lasciano
l'edificio inadempiuto sfasciarsi a poco a poco, quando non preferi-
scano abbatterlo per idilizzarne i materiali.
Occorrerebbe un istituto il quale fosse in grado tli acquistare un
buon numero di immobili e potesse quindi (poiché a Roma non è pos-
sibile come a Napoli e a Genova) vendere separatamente piani o quar-
tieri, con un ben congegnato sistema di ammortamento restituire a
poco a poco agli azionisti le somme impiegate e costituire così in
un periodo lungo di anni una proprietà immobiliare che non rappre^
senterà più una immobilizzazione di cajtitali. Gioverebbe inoltre la
creazione di un ente il quale avesse per uttìcio di amministrare gli
immobili per conto di terzi ; provvedendo cosi a gestire con economia
GLI ISTITUTI DI CREDITO IN ITALIA Ili}
! con unità d'indirizzo e togliendo al proprietario anche di una sola
ìasa i fastidi e le cure deiramministrazione, esso eliminerebbe uno dei
naggiori ostacoli alla vendila degli immobili.
III.
Un altro quesito s'impone agli istituti di credito, oltre quello del
)rogramma di operazioni : devono cioè limitare la loro azione diretta
id uno o a pochissimi centri importanti o devono estenderla con un
:ran numero di uffici dipendenti 1
Negli altri paesi d'Europa il sistema dell'espansione va ora pre-
valendo, sia per effetto di assorbimento da parte di istituti maggiori e
legli istituti minori, come in Inghilterra e in Germania, sia per irradia-
;ione dal centro politico, finanziario ed economico come in Francia.
Ma gli esempi della Germania, dell'Inghilterra e della Francia
nal si addicono all'Italia. In Italia è scarsa ancora la classe dei pie-
oli e medi capitalisti, i quali coU'impiego in titoli di Stato ed indu-
triali, coli' acquisto e la vendita di questi titoli, coU'impiego dei
oro averi, in riporti o in altre forme di prestiti, sanno trarre profitto
[al capitale; manca quindi quella larga clientela che dà tanto alimento
gl'istituti francesi. In Francia inoltre il movimento finanziario fa
[nasi esclusivamente capo ad un centro. Paiigi. e la clientela di pro-
'incia ha quindi bisogno di istituti potenti che la mettano in contatto
liretto col mondo parigino, sia per l'impiego del denaro, sia per la riscos-
ione delle rendite. Ed infine in Italia^ oltre alcune banche di credito
irdinario autonome, che esercitano nelle piccole città ove hanno .sede
m'azione preponderante e sono giustamente gelose della loro auto-
lomia, esistono le moltissime Banche popolari e Casse di risparmio,
mai divenute abbastanza forti per meritare la fiducia dei cittadini
he le hanno viste sorgere e prosperare, organizzate in modo da poter
oddisfare ai bisogni della clientela locale e che a nessun patto con-
entirebbero ad essere assorbite da istituti maggiori.
Si aggiunga a ciò la grandissima difficoltà di trovare un personale
datto a dirigere tante aziende, le quali per essere strumenti efficaci
evono avere una certa libertà di azione. La nostra coltura tecnica, specie
legli affari di banca, è ancoia deficiente ; gli istituti maggiori hanno
ncora troppo breve vita, |)er essersi potuti formare un numeroso
lersonale esperto a dirigere con la larghezza di vedute e la quantità
i cognizioni oggi necessarie. È questa una difficoltà transitoria, la
uale a poco a poco scomparirà, specie sei capi degl'istituti andranno
lersuadendosi, come in gran parte mostrano di persuadersi, che a
len condurre gli affari non basta piti la pratica acquistata in molti
nni di tirocinio ma occorre un corredo di cognizioni teoriche e che,
ome per dirigere una manifattura occorre avere studiato ingegneria
ndustriale, a dirigere un'azienda commerciale e bancaria occorre avere
tudiato alcune almeno delle discipline economiche ed averne seguito
D svolgimento ed il progresso.
Non è dunque possibile dare in Italia ad un istituto di credito
1 espansione che ha, per citare un esempio tipico, il Crédit Lijonnais
a Fiancia. Però non è d'altra parte completamente da escludersi la
reazione di succursali che possano trovare alimento di affari e rac-
ogliere abbondanti depositi di denaro in alcune città dove maggiore
il movimento o dove, per ragioni speciali, non esistono o sono ve-
lute a mancare buone banche locali.
8 Voi. evi, Serie TV - 1° luglio 1903.
114 GM ISTITUTI ni CRliDITO IX ITALIA
IV.
Le considerazioni che siamo andati svolgendo hanno preso li-
mosse dall'esame delle relazioni presentate alle assemhlee dei no- ri
principali istituti di credito. Ma sono queste relazioni, e i bilanci ; !!■•
esse illustrano, abbastanza chiare, abbastanza complete per foiiiiie
una guida veramente sicura a giudicare della consistenza patrimo-
niale e del modo di operare degli istituti stessi -! Malauguratamente no,
e chi non abbia modo di addentrarsi nelle complicate aziende scarso
sussidio può trarre dai documenti che si fanno di pubblica ragione.
Salvo alcune rare eccezioni, i bilanci e i conti profitti e perdite con-
tengono poche cifre riassuntive ed i quadri statistici sono pochi e
poco analitici.
Conviene riconoscere che l'ostacolo maggiore alla chiarezza dei
bilanci è cagionata dalle leggi fiscali complicate, gravose e applicate
in modo da fare di ogni contribuente un presunto colpevole, di ogni
agente finanziario un feroce inquisitore. Fu più volte osservato che
mentre il privato commerciante, industriale, professionista, trova il
modo di pagare le tasse in misura inferiore al dovuto, le società ano-
nime pagano non solo tutto quanto è dovuto, ma spesso anche piìi
del dovuto, e che se tutti i contribuenti fossero tassati con eguale
giustizia, l'aliquota della ricchezza mobile potrebbe essere diminuita.
Da ciò deriva che gli amministratori delle società per azioni sono co-
stretti, nel formulare i bilanci, ad aver sempre presenti le conseguenze
che da essi i)otrebbero trarne gli agenti fiscali, ed a conciliare il ri-
spetto alla verità colla difesa degli interessi loro affidati, non per sot-
trarsi a pagare il dovuto ma per non essere costretti a pagare più
del dovuto o almeno a sostenere lunghe e fastidiose controversie.
Anche la cognizione ancora scarsa da parte della maggioranza del
pubblico dei congegni bancari e la diffidenza creata dagli errori e dalle
colpe del passato rendono difficile la compilazione di bilanci chiari
e particolareggiati. Un nuovo capitolo aggiunto nell'attivo o nel pas-
sivo con l'onesto intendimento di render conto più preciso agli azio-
nisti, dà spesso occasione a supposizioni maligne, ad interpretazioni
contrarie alla verità. Quanti erronei aj)prezzamenti. ad esempio, non si
fanno sulle cifre dei titoli di proprietà, dei riporti, delle partecipazioni,
dei corrispondenti? Alcune imperfezioni si po'rebbero correggere, alcune
deficienze si potrebbero colmare, ma scarso effetto se ne trarrà fino a
quando il pubblico non abbia acquistato fiducia nei dirigenti delle
società anonime. Fiducia che essi meriteranno tanto più, quanto più
larghi saranno di notizie e di dati statistici, quanto maggior cura
porranno nel dire intera la verità.
11 legislatore nello studio delle leggi fiscali e del codice di com-
mercio no;i dimentichi questo lato del problema, non crei esso stesso
ostacoli alla sincera e completa esposizione degli affari, non impedisca
l'accumularsi di quelle riserve di utili, che oggi occorre alcune volte
nascondere per non vederle falcidiate dal fisco, senza speranza di ria-
vere le tasse pagate se disgraziati avvenimenti imponessero di valer-
sene. Ed alla lor volta gli azionisti mostrino di far maggiore assegna-
mento sul valore efTettivo del patrimonio e delle azioni che sul valore
transitorio attribuito dalla Borsa e consentano che non tutti gli utili del-
(ìli l^iTITUTI DI CREDITO IN ITALIA 115
l'esercizio, sinceramente dichiarati, vengano distribuiti in dividendo,
ma che parte se ne serbi per gli anni meno prosperi. Ottimo provve-
dimento questo seguito dalle società inglesi e da molte francesi e
tedesche, di passare tutti i profìtti dell'esercizio ad un fondo dal quale
si prelevano i dividendi, conservando così sempre nei bilanci una
abbondante scorta tli benefìzi per fronteggiare gii anni meno prosperi.
V.
In questa opera di riordinamento e di consolidamento del credito
quale fu l'azione degli istituti di emissione"? Buona ed efficace in ge-
nerale, malgrado qualche dubbiezza, e qualche deficienza dovuta, più
che a loro colpa, alla situazione nella quale essi erano posti.
La legge del 1893 non ha dato e non poteva dare agli istituti di
emissione la forza necessaria in quei momenti diffìcili. Soltanto la
liquidazione degli antichi istituti e la creazione di un unico ente, costi-
tuito con capitale modesto ma nuovo ed interamente liquido, avrebbe
consentito di disciplinare la circolazione in modo da corrispondere
interamente ai fini dell'economia nazionale ed al vantaggio particolare
deiristituto.
Invece, dei tre istituti rimasti qviello che per essere di gran lunga
il pili potente è il vero regolatore del credito, la Banca d'Italia, si
trovò fin da principio a dover cercare l'equilibrio tra l'interesse gene-
rale ed il proprio. Sorta quasi senza capitale reale (poiché le perdite
occulte o palesi delle così dette immohUizzasioni. del credito fondiario,
della liquidazione della Banca Romana e delle operazioni che figura-
vano ancora nel portafoglio ordinario, ma che erano men che sicure,
quasi lo pareggiavano), premuta dall'interesse degli azionisti i quali,
cullati da ingannevoli lusinghe, imputando allo Stato la più gran
parte delle perdite, pretendevano di aver dividendi eguali o quasi a
quelli avuti fino allora, legata <la ogni parte da una vigilanza dello
Stato inspirata dalla profonda sfiducia che giustificavano gli errori e
le colpe del passato, la Banca d'Italia, avrebbe dovuto limitare le sue
operazioni negli strettissimi confini segnati dalla legge e restringere
la circolazione, diminuendo così la fonte dei guadagni, ma nello stesso
tempo avrebbe dovuto raccogliere profitti tanto larghi da ricostituire
il suo patrimonio e da soddisfare almeno in parte ai desideri degli
azionisti.
Da questa antinomia fra i doveri che incombono ad un istituto
di emissione (doveri troppo poco compresi dagli azionisti) e l'interesse
proprio, difficoltà, lotte, incertezze, che ostacolarono una azione pronta,
efficace, risanatrice. Le convenzioni fra la Banca e Io Sfato, durante
i ministeri degli onorevoli Sonnino e Luzzatfi, portarono in parte ri-
medio a questo stato di cose, permettendo di dare un sia i)ur modesto
dividendo agli azionisti (mentre se si fossero volute strettamente se-
guire le norme del codice di commercio nessun dividendo avrebbe potuto
esser dato fino a completa ricostituzione del patrimonio), di accrescere
i profitti, e di assicurare l'avvenire dell'istituto anche dopo la scadenza
dell'attuale convenzione, sia perchè, esercitando l'istituto stesso il ser-
viziodi tesoreria, lo Stato è interessato alla sua conservazione, sia perchè
la proroga è promessa come un premio alla fedele osservanza della leo'oe.
Ma ciò malgrado, il pericolo che deriva dal contrasto fra l'interesse
pubblico e il privato non fu interamente evitato, né è quindi cessata
IKi GLI ISTITUTI DI CREDITO IN" ITALIA
la pressione dej>:li azionisti perchè la Banca dia maggior impulso ali-
operazioni e, uscendo dalla ristretta cerchia degli affari propri ad un
istituto di emissione, raccolga in un campo |)iù vasto benefici più
larghi. Pi'essioni alle quali tratto tratto si aggiunge quella degli opi'-
ratori di borsa e di alcuni uomini d'affari che nell'allargamento dellii
circolazione vorrebbero trovare alimento alla speculazione.
A queste pressioni la Banca ha saputo quasi sempre resistere.
Non forse sempre ed interamente: qualche anno fa. come abbiamo
accennato, non ebbe la forza di opporsi come avrebbe dovuto a tentativi
di soverchia espansione negli affari di credito mobiliare e di borsa e
stava per lasciarsi trascinare su una via che avrebbe condotto il Paese
e la Banca stessa sopra un terreno pieno di pericoli. Per buona sorte
se ne ritrasse a tempo.
Non miglior fortuna ebbe la campagna aperta pii!i tardi per modi-
ficare la legge bancaria, sopratutto nei rispetti del limite della circo-
lazione. Si diceva, e si pretendeva dimostrare, che i limiti fìssati dalla
legge del 1893, se suftìcienti in condizioni di depressione economica,
divenivano troppo ristretti ora che il commercio e l'industria avevano
ripigliato ardire e vigore, e si accusava Banca e Governo di non voler
favorire la restaurazione economica del paese negandogli i mezzi di
lavoro. La legge non fu modificata, i limiti della circolazione restarono
gli stessi, eppure non solo il lavoro sano e onesto trovò sempre alimento
nel capitale italiano a condizioni eque, ma, assodato il credito del
paese, scomparso l'aggio sull'oro ed assicurata la fiducia verso l'Italia,
il capitale estero si offrì abbondante e a buon mercato.
Una tale situazione non deve per altro far credere che il tempo
abbia cancellato o diminuito i difetti della legge del 1893. L'azione
benefica, ausiliatrice e moderatrice, ad un tempo, esercitata dagli isti-
tuti di emissione è dovuta non alla legge, ma al modo con cui da
qualche anno a questa parte quegli istituti sono guidati. Le ultime
relazioni del direttore generale della Banca d'Italia pongono in chiaro
l'efficacia dell'opera sua, ma non nascondono la difficoltà contro cui
si deve dibattere ancora il maggiore istituto.
Noi non crediamo, come abbiam detto più sopra, che il limite
della circolazione debba allargarsi, ma crediamo possa consentirsi con
le debite garanzie una maggiore elasticità ; non crediamo che si debba
permettere agli istituti di emissione di fare operazioni non consentanee
all'indole loro, ma crediamo che una maggiore libeità, in quei servizi
che non importano rìschio, si dovrebbe pur lasciare e che per alcune
operazioni si dovrebbe tollerare maggiore larghezza. È assurdo, per
citare un solo esempio, che oggi essendo i nostri titoli di Stalo e le
cartelle fondiarie al di sopra della pari non si possano fare anticipa-
zioni se non fino ai quattro quinti od ai ti'e quarti del loro valore;
questa limitazione e la tassa di un centesimo al giorno per mille lire
rendono impossibile l'anticipazione presso gli istituti di emissione e
possono costringere in determinate contingenze (e si è visto in occasione
dell'emissione del 3 ' ., per cento) a sostituire almeno transitoriamente
alla forma corretta e legale delle anticipazioni, quella meno schietta
della sovvenzione col mezzo delle stanze di compensazione. Strunìento
questo che torna oggi utilissimo, anzi indispensabile come sovventore
giornaliero, ma che può divenire, sotto amministrazioni meno rigide,
pericoloso ed al quale converrebbe quindi poter sostituire con eguali
fini e con eguali mezzi l'anticipazione o il conto corrente garantito da
titoli di primo ordine.
GLI ISTITUTI DI CREDITO IN ITALIA 117
Ed infine, bandite ormai ie diffidenze che lianno inspirato la parte
della legge del 1893 ritlettente la vigilanza, si dovrebbe ricondurre
l'ingerenza del Governo neiraraniinistrazione degli istituti di emissione
a più ristretti e giusti contini: impedire che la sorveglianza continui,
come è ancora oggi, minuziosa e vessatoria, inspirata al sospetto,
pronta a cogliere ìq fallo gli istituti per i minimi atti, tale da sovrap-
porsi alcune volte non solo ai direttori degli istituti ma ai più alti
funzionari dello Stato ed agli stessi ministri ; un vero comitato insomma
di salute pubblica, un tribù uale dei sospetti, una inquisizione, senza
ghigliottina e senza roghi, ma armata di leggi, di regolamenti, di de-
creti, pronta a lanciare ad ogni minimo dubbio eserciti formidabili
di note e di divieti.
Gli uomini, è vero, possono mutare, gli istituti di emissione pos-
sono, è vero, cadere nell'avvenire in mani meno sicure di quelle che
oggi li governano, ma ormai il Paese, il Parlamento, il Governo hanno
compreso quali siano i doveri dei banchi di emissione, ed assai diffì-
cile sarebbe il ripetersi degli errori passati. Una maggior libertà di
movimenti è necessaria, pur serbando ai poteri dello Stato un'azione
integratrice e sorveghatrice : che se gli uomini mutassero o venissero
meno alle regole della prudenza, l'opinione i)ubblica prima, lo Stato
poi (grazie anche al sistema, che dev'essere mantenuto, delle inchieste
triennali) saprebbero sempre ricondurre o col consiglio, od occor-
rendo anche coi provvedimenti legislativi, gli istituti all'osservanza
dei loro doveri.
I banchi di emissione potranno esercitare sull'ordinamento eco-
nomico del Paese l'azione regolatrice e moderatrice che loro compete
con tanta maggiore efficacia, quanto più liberi essi saranno dai legami
che oggi ne imiiediscono i movimenti e che in ogni modo distolgono
spesso l'opera e l'ingegno di chi li dirige dai più elevati problemi, per
immiserirli in minute polemiche, e, col considerarli quasi dei pupilli o
degli imputati, tolgono ad essi prestigio ed autorità.
Aiireus.
IL PROFESSORE KOERBITZ
Ricordatevene; avrete pur dovuto incoiitrailo qualelie volta, nelle
ore del vespero, lungo la via Nazionale, al Macao, su pe' Quartieri
Ludovisi.
Sono i siti ov'egli jìasseggia di preferenza.
Anche gli osservatori meno superfleiali, a prima vista, lian da
concepire di lui la migliore opinione.
Alto, corpulento, dall'incesso maestoso; col magnifico cappello a
stajo a larghe tese, un po' indietro, affinchè la bella fronte; gli si veda
tutta; gii scintillanti occhiali d'oro sul naso aquilino; l'alta soddi-
sfazione personale impressa nella bella faccia quadra, ornata dalla ma-
gnifica barba, che gli scende fin sull'ampio torace sporgente; la zazzera
inanellata, da dio Odino, spiovente sulle spalle erculee ; piena di dolce
austeiità la fisonomia, come di solennità tutta la persona, degiiaiiiente
modellata dallo stiffellio autoritario.
È un principe oltramontano"? un addetto a qualche ambasciata?
lina personalità esoticav un letterato slavo"? un drammaturgo scandi-
navo"? un poeta sassone, o semplicemente un qualunque miliardario
a piedi?
Certo, voi potete scambiarlo per uno di questi, o per tanti altri
simili semi-dei; ne avete il diritto: il suo fisico e la frequenza dei
forestieri d'alto bordo, nella capitale d'Italia, può farvi cadere in
errore.
E quale errore!...
Colui è semplicemente un maestro privato di lingua tedesca, a
trenta soldi l'ora, il professore Waldemaro Koerbitz.
Da anni, egli vive a Roma; vive solo, più per timidezza che per
tendenza alla misantropia.
Timidezza: e come no"? combattetela, se siete bravi; cercate di
non lasciaivi sopraffare, dopo certe grottesche vicissitudini della vita,
dalla triste scontrosità che tien dietro alle sventure domestiche"?...
Dato il caso occorso al professore Koerbitz. delle due l'una, o si
diventa spudorati, o timidi.
Più naturale la seconda cosa.
La fatalità, pel povero Waldemaro, tu la sua passione per l'Italia.
Oh, rttalia non gli portò proprio fortuna!...
Quando non si crede al contagio! Da giovane, nel suo ])aese,
ebbe per maestro un innamorato dell'Italia, dell'arte italiana, della
IL PROFESSORE KOERBITZ 119
vita nel mezzogiorno del nostro bel paese, e, per amico, il figlio di
uno squilibrato inventore siciliano, il quale, dopo lungbe peregrina-
zioni, era andato a morire colà. Quel suo primo amico soffriva di qo-
stalgìa, e Waldemaro fini per soffrir dello stesso malore, peggio che
se fosse nato quaggiù.
Una bella mattina, pianta Stoccarda, gli onesti bottegai che gli
avevano data la vita, e, via pel Brennero, in Italia.
Aveva poco più di vent'anni, quando, fuori di sé dalfeutusiasmo
per Roma, decise di finirvi i suoi giorni.
Andava per le vie, respirando a pieci polmoni, palpitando nella
soddisfazione di quA suo immenso desiderio, di quel sogno di luce,
d'aria, di tripudio, realizzato. Passava giornate intere a Villa Borghese,
al Pincio, a Mila Pamphily, a Monte Mario, componendo, dentro di
sé, odi, canzoni, elegie, e dimenticando di mangiare. Sì, qualche volta
entrava nella prima bettola che trovasse sulla sua via, per mandar
giù, alla svelta, una dozzina di pagnottelle gravide, con un litro di
vino...
Amava Roma; ma più che FArte, le memorie gloriose, amava il
limpido color turchino del cielo latino, il tiepido .sole, l'aria vagamente
piofumata de" colli. Amava Roma tanto, da dimenticar che la Germa-
nia, che il resto del mondo esistes.sero ancora: e tale « colpa » gii valse
l'addio esti'emo de' suoi, in una lettela che Waldemaro non terminò
nemmeno di leggere.
Amava Ronia, tanto che fini per dare il propiio nome alla figlia
della sua « padrona di casa » ; la quale, una notte, aveva scambiata
la propria camera con quella di Waldemaro : e poiché il gruzzolo che
s'era portato da casa stava per esaurirsi. ^Valdemaro, a sua volta,
scambiò Lalletta per la provvidenza, quindi, il matrimonio. Altro che
provvidenza!... Una mattina, nel rincasare, trova... un secondo equi-
voco di Lalletta: aveva « equivocato» con un altro.
Coljnto in pieno petto, Waldemaro fuggì via come un disperato;
ed i Monti Albani furon testimoni delle sue lagrime, de' suoi lamenti,
de' suoi sospiri.
Quindici giorni dopo, risoluto a togliere dal mondo l'indegna si-
gnora Koerbitz, torna a casa, e vi trova soltanto la suocera, nuotante
in un mare di lagrime :
— Qua' poera cratura s'è annata a hiittù a finme'....
Waldemaro, stupefatto dallo spavento, aspetta la scoperta del ca-
davere: e, due giorni appresso, arriva una lettera da Livorno: Ma-
dama Koerbitz dichiarava che il proprio carattere non andando d'ac-
cordo con quello del « tomo » cui apparteneva, aveva voluto provare
l'altro polo dell'antitesi, ond'era scap])ata da Roma con un canzonet-
tista francese.
— Fio! non me l'ammazza'.... - strillava la madre, ai ginocchi del
genero: mentre costui pensava a ben altro.
Pensava, nel primo avvilimento, il povero Waldemaro. che i ca-
daveri non ammazzano, e poiché tale sentiva che lo aveva reso quella
disgraziata, egli, nonché lei, avrebbe dimenticato financo d'esser mai
esistito al mondo egli stesso !
Cosi fece, piantò la vecchia ; cambiò camera, andò a depositare
orologio, spillo, anello nella pia istituzione per gli spostati, e fece an-
nunziar nel Messaggero che il professore Waldemaro Koerbitz, da
Stuttgard, dava lezioni di lingua tedesca a trenta soldi l'ora.
120 IL PROFESSORE KOERBITZ
Il sipario era calalo sulla sua vita ; a tutto rinunzia va, meno alla
sua fatale Italia, a Roma : d'ora innanzi, al lutto del proprio cuore,
avrebbe fatto contrasto il sole eterno del bel paese. Dal contrasto,
l'unica consolazione, povero VValdemaro !
E gli scolari vennero : una dozzina, che gli permisero di vivac-
chiare meschinamente ; né mai gli mancarono : diavolo ! chi poteva
fargli concorrenza, col modesto emolumento del quale si contentava?
Nella monotonia della sua nuova esistenza, l'anima aveva fatto
presto ad invecchiare. Appagata quella sua ardente smania giovanile,
il fuoco degli anni migliori s'era smorzato, e. in essa, pareva gli si
fosse esaurita ogni energia.
Non vedeva più nessuno; sfuggiva specialmente le poche conoscenze
che aveva fatto a Roma, ne' primi tempi. Una preoccupazione lo per-
seguitava : che qualcuno (v'han tanti indiscreti che si tingono inge-
nui !) non gli dicesse :
— Professore, jersera, al Caffè-concerto Margherita, abbiamo ap-
plaudito freneticamente la vostra signora !
A poco a poco, Waldemaro era riuscito a farsi dimenticare da
tutti; a sparire. L'apatica quiete della sua solitudine gli assorbiva
l'esistenza.
La mattina era con gli scolari.
Venivano Tun dietro l'altro, quelli del primo corso: sedevano intorno
ad una larga tavola, nella stanza che gli serviva anche per ricevere
e per desinare ; e avanti : « lei) hin - Du List - Er ist - \\ ir shid - Ihr
seid - Sie shid ». E questo, per due ore di seguito.
Poi, la zuppa flaccida, il lesso sciapito. la montagna di patate ed
il boccale di birra romana, acidula.
Dopo il sonnellino del pomeriggio, arrivavano gli scolari del se-
condo corso.
La sera, usciva a prendere una boccata d'aria, a fare un po' di
moto, in vie lontane dal centro: e talvolta andava a leggere qualche
giornale in uno de" caffè meno frequentati, ed a casa, per ricominciar
l'indomani la stessa vita, per riveder le stesse facce, gli stessi sco-
lari : giovani, per lo più, destinati al commercio : solleciti, rispettosi,
avidi di saper presto scrivere una lettera e dir quattro parole nella
lingua di Schiller.
Non c'era da scambiar nemmeno un'idea con quella gioventù ta-
pina, la quale poteva appena pagargli i soldi delle lezioni.
Bravi ragazzi, nondimeno, che sapevano dir tanto bene del pro-
fessore attorno, da non fargli mancar mai nuove lezioni.
Unica vanità del buon Waldemaro era il comparir, per le vie, nella
signorile decenza di persona rispettabile, a seconda del grado sociale
che gli spettava : negli abiti degli insegnanti, di tutte le persone serie
del suo paese.
E una cura minuziosa, amorosa, per la propria persona, per la
toletta : si capisce, non aveva da pensale ad altro !
Bisognava vederlo, la sera, prima di andare a letto spazzolarsi il
soprabito, i calzoni, la giubba, lucidarsi le larghe scarpe, lisciarsi te-
IL PROFESSORE KOERBITZ l!21
eramente la tuba ; e, a prim'ora, al bagno salutare nella conca, ove
iguazzava beato, lavorandosi di spugna per tutto il corpo.
Finalmente la tazza di tè, la grossa pipa di porcellana ; poi :
— Professore, sono di là - veniva ad avvertirlo la padrona di casa.
— Gruten Morgen, meine Kinder!
Principiava la lezione.
Cosi, tìn presso alla quarantina.
D'allora, le sue veccbie preoccupazioni andarono abbandonandolo:
rano anni che nessuno de' rari superstiti tra le sue antiche cono-
cenze, incontrandolo, lo ravvisasse. I suoi scolari gli raccontavano
he i quartieri nuovi della Roma alta, tra il colle Esquilino ed il Qui-
inale, si facevano sempre più belli : perchè non allargherebbe egli il
ircuito delle sue passeggiate vespertine '?
Una sera, invece di andarsene a giionzare lungo quel malinconico
Taccio di Via Cavour, da Santa Maria Maggiore al Foro Romano, come
i solito, quando usciva dalla sozza stradetta degli Zingari, ove di-
lorava, salì un po' più su, verso la stazione ; di là, giunse al Macao,
irò per Castro Pretorio, arrivò a Porta Pia, svoltò pel Corso d'Italia,
rimase estatico davanti alla magnificenza dei Quartieri Ludovisì.
Vi mancava da anni ; li aveva lasciati cosi che parevano una de-
olata pianura, irta di « ruderi moderni », e li ritrovava irriconosci-
ili : tagliati da belle vie regolari, spiranti la signorilità, fiancheggiati
a vaghi villini, da svelte palazzine, disegnate con simpatica bizzarria,
ircondate da piccole a.juole, vagamente screziate di fiori, di fontanine,
i statue ; e, di tratto in tratto, alberghi sontuosi, pensioni eleganti.
u tutto ciò, sorrideva il più bel cielo del mondo.
Colassù, si respirava ogni benessere dell'esistenza !
Pochi minuti in quella delizia di città nuova bastarono perchè
^'^aldemaro si sentisse tornato come da morte a vita.
Quella sera doveva segnare un'epoca per lui. Dopo l'intorpidimento
urato oltre quindici anni, egli si ridestava e si accorgeva di quelli
he gli vivevano intorno, assai meglio del modo com'egli vivesse.
Tutte quelle palazzine, que'villini, la sfilata delle carrozze eleganti,
i corsa vertiginosa degli automobili; tutti qiie'signori che prendevano
fresco davanti ai caifè, alle birrarie, alle trattorie, confortandosi con
none bottiglie; ma specialmente quegli alberghi per gli oltramontani
'alto bordo, quelle pensioni pe' forestieri ricchi (li vedeva aggrupparsi
avanti ai magnifici vestiboli) gli parlavano alla fantasia un linguaggio-
uovo, che egli traduceva pel Lazare, veni foras!
La vita dello spirito, con tutti i bollori della poesia giovanile,
ramai era tramontata; e, adesso, quasi d'un subito, si sentiva spri-
ionar dentro tutta una falange di desideri inaspettati; i quali, presto
tardi, sarebbero diventati bisogni, e Io avrebbero fatto sofirire ben
iversamente dall'ardente aspirazione sui A'ent'anni, a Stuttgard : gli
vrebbero intlitto il martirio d'ogni ora, d'ogni momento.
E gli parve tanto strana l'occasione di quel suo risveglio, che
srvì come da punto di partenza a quanto aveva concepito di poi.
i'^aldemaro si era fermato dietro allo « Schweitzerhoff » di Via Veneto,
ella piccola via Liguria, ad osservar giù, nel sottosuolo di quell'al-
ergo, l'aftàccenda mento nelle cucine: vaste, pulite, lucenti, come
5mpi evangelici, e fragranti, poi!... Ecco, ecco, proprio l'inebriante
'agranza del pranzo sontuoso che apparecchiavano laggiù, gli era
alita alla testa, gli aveva messo dentro come un'anima nuova, sle-
l!22 IL PROFESSORE KOERBITZ
gandogli le ali della fantasia, intorpidita dalla lunga vita grigia che
aveva menato, ridestandogli lo stomaco, atrotìzzato da quelle eterne
minestre flaccide, dagli immutabili lessi sciapiti, dalla crudele birra
acetosa.
Inconcepibile!... l'odore delle sfogliantine à ht fiìiaucière, che
stavano sfornando laggiù, gli aveva fatto tornare alla mente la sua
infanzia: tutfuna sorprendente visione... Come al solito « Wald », uscito
di scuola, correva dal pasticciere, volava alla gioia de' pasticcini caldi
caldi, ripieni di carne, di tartufi, di fegato grasso sti-asburghese e d'altre
delicatezze ! Ecco, sentendo lo stesso odore, il professore Koerbitz era
tornato il piccolo « Wald ».
E il poveraccio pensava, poi, amaramente:
— « Non mi avevano ancora parlato dell' Italia, in quel tempo!... »
Quando quella sera fu a casa, invece di risentirsi del piacere che
tutti i sensi pareva avessero aspirato, il professore Koerbitz era pieno
d'uggia, d'impazienza, di scontento; e non capiva che tutto ciò gli
venisse da una subita ribellione all'esistenza da tal|ia, durata fino
allora.
Nonj)ertanto, messosi a fumare nella grossa pipa di porcellana,
seduto al balconcino che rispondeva in un vicolo buio, Waldemaro si
abbandonò alle più affliggenti resipiscenze.
— « Povero imbecille !... - pensava - a che mai f ha menato l'ubria-
catura, il malanno nella tua prima giovinezza? A durare nella più
umile tra le esistenze, che oramai non si cangerà... oh, questa è cosa
certa ! Bella piospettiva, se cosi !
« Ma di', ]irofessore mio? era quella la maniera di soddisfar la
tua passione |)er la terra wo die Citronen hWin''. 1 poeti tedesclii,
gli storici, i filosofi, ed anche i bottegai tuoi connazionali, vengono
qui a dimorare per qualche tempo: gli uni si pigliano un bagno di
classicismo, di archeologia, di estetica; gli altri vi fanno una provvista
di luce, d'ai ia. di calore, di delizie naturali, e poi se ne tornano a casa...
Ma - un momento! - come vengono essi in Italia, i tuoi connazionali?...
con la scarsella gonfia di fiorini, di marchi, per sentire, per saggiare,
con le bellezze dell'arte e della natura, anche le altre, che confortano
l'esistenza negli alberghi di prim'ordine. Persuaditene, i tuoi conna-
zionali vengono ad ammirare comodamente la patria di Dante, di Ma-
chiavelli, di Michelangelo: essi, prima di dedicar.'^i alla via-crucis
dei musei, al calvario de' ruderi e dei panorami, fanno semplicemente
colezione (e che colezione!); prima di passar la serata ne' teatii, a
russare in cadenza della vecchia musica italiana, trascorrono lunghe
ore alla tavola rotonda - da veri paladini della forchetta! -; insomma,
i tuoi connazionali, al poetico purgatorio deirainmiiazione. fan prece-
dere il prosaico paradiso della buona mensa.
« Ecco come avresti dovuto fare anche tu, niein armen Freiind!
Prima il covo a casa tua. metter da ])arte il superfluo, e, col superfluo,
soddisfar comodamente il tuo idrofobo entusiasmo per l'Italia.
« Che. forse, Goethe fece diversamente, lui?... e tutti gli altii
famosi della Germania, non fecero altrettanto?
« Vuoi te lo dica, in questo momento di sincerità?... A te. la
saviezza è venuta do])o i quarant'anui: questo, il guaio!
« Adesso, che vuoi f'aici più?... a Stuttgard i tuoi se ne saranno
andati tutti all'altro mondo, e fin gli amici avran dovuto, da un pezzo,
■dimenticare quel matto di Wald !
IL PROFESSORE KOERBITZ 123
« Protessore mio, non si può tornare indietro; troppa premurati
ésti di bruciar le tue navi : resta, dunque, a far la fine delle cicale,
ella tua bella Italia!...»
Questa conclusione, o il fumo della sua pipa negli occhi, gli pro-
ocarono una lagrima dolorosa.
Sul fatto, prese un'eroica risoluzione: spense la pipa, e se ne andò
letto.
in.
Sì, ma il di appresso, non seppe trovar la forza di prendere
n'altra risoluzione: dimenticare quanto aveva visto, provato, il giorno
recedente, e tornare all'esistenza solita, senza pensar più. Niente!... e,
oichè un suo scolaro (caso unico più clie raro) gli aveva regalato un
Manilla » da venticinque centesimi, il professore Koerbitz andò a
limarselo sui Quartieri Ludovisi.
Colassù, quell'aria del lusso, de' milioni, delle mollezze che circon-
ano i privilegiati, resuscitò la sua fantasia, meglio ancora del giorno
irecedente.
Mentre accendeva il « Manilla », ecco un hrenck venire a corsa
frenata e fermarsi dn vanti al Savoy Hotel. Era un'allegra comitiva
sotica, coperta di polvere, reduce da qualche scampagnata. Q)uei gran
ignori aiutavano chiassosamente le dame a scendere, mentre, dall'al-
lergo, venivano a riceverli due statuarii camerieri: i quali, cavati
uori dall' interno della carrozza, un cestone vuoto ed una paniera che
,veva dovuto contenere la provvista dei vini di lusso, rientravano
iella casa dietro alla comitiva; ed il breack si allontanò.
Osservando la scena. Waldemaro tirava lunghe boccate di fumo
lai sigaro; e (curioso!) quell'elegante profumo, per un momento, gli
liè così chiara l' illusione di aver fatto parte della comitiva, che si
orprese a gridare all'albergo :
— Aiif ìviedersehen'...
Quando la sera, seguente, ripreso dalTavidità di rivedere e di ri-
entire la bella vita degli altri, il professore usci di casa per dedi-
arsi ad una passeggiata lungo via Nazionale, ebbe un'idea : entrare
n una spaccio di .sigari, e chiedere un « Manilla » ; cosi fece.
L'accese, ne aspirò forte il fumo, poi si squadrò, con un immenso
ospiro di soddisfazione : il miliardario della sera precedente gli era
ornato dentro.
Prese a passeggiare con un beato sussiego : la testa g'^ttata in-
lietro, le falde dello sfiffellio al vento, il sorriso di sovrumano piacere
legli occhi.
Si sentiva come se avesse tracannato una l)uona bottiglia del-
'eccellente « Kirscbwasser » dei suoi vent'anni.
Difatti, passando d'avanti all'Albergo del Quirinale, si sentì spinto
id entrare nel gran vestibolo : muto, silenzioso, discreto.
Il portiere, dalla marsina sopraccarica d'oro, gli mosse incontro.
!ol berretto gallonato in mano, per aspettar gli ordini.
Waldemaro usci da un naturale momento di confusione, per do-
nandargli, alteramente :
— Ist der Pfinz von Schtvartzenberg schon yekunimen?..
124 IL PROFESSORE KOERBITZ
— Nein, mein Herr, tvir haben keinen Prinzen von Schìvart::i'ii~
berg hier.
— Ich clanke Ihnen, aher er schnell kommen wird - rispose il
professore, ed uscì come volando sulle nuvole, maestosamente.
Poco appresso, egli si scosse, e rimase estatico di fronte a qin!
grosso mascalzone di marmo, col quale lo scultore cremonese volle
ditfamare il Condottiero degli El)rei, sulla fontana di Piazza San Ber-
nardo.
— «Oh, che mai aveva egli fatto?! E chi era ipiel Principe della
Montagna Nera, di cui aveva chiesto, poc'anzi, all'Hotel Quirinale .'...
Ma che ammattiva egli, forse ? »
No, Waldemaro era entrato così bene nell'altro personaggio, tla
andare a chiedere d'un nobilissimo teutono della sua imaginazioni',
in uno de' primi alberghi di Roma, annunziandone, poi, l'immineiih
arrivo!... Ma e che perciò? Egli era tanto felice!... egli si sentiva
una così schietta giocondità addosso!...
Non si die, quindi, la pena di spiegarsi niente; mentre, sceso per
Santa Susanna, risalÌA'a ai Quartieri Ludovisi.
Andò a fermarsi a Via Liguria.
Quando giunse dietro allo Schweitzerhoff : ,
— Ci siamo! - esclamò, nel risentire l'odore delle cucine. 1
Che concerto di vertiginose esalazioni !... Alla fragranza del pescea
in casseruola (doveva essere un dentice, non s'ingannava), si univa
quella dell'arrosto allo sj^iedo (eccolo laggiù, a sinistra, girante sulla^
bragia, come sur un letto di rubini); al profumo dei brodetti e delle
salse, si mischiava il forte odore de' pasticci al forno : cento vivande
delicate formavano una sinfonia degna d'un Beethoven gistrononio.
alla quale facevan da « dominante » le inebrianti emanazioni de' piii
famosi vini da ]iasfo. che i camerieri imbottigliavano nella vicina di-
spensa.
D'un subito, le finestre al piimo piano sulle cucine, furono avvam-
pate di luce elettrica, e, contemporaneamente, un giocondo scampa-
nellare risonò dall'interno : la campana dell'albero chiamava i fore-
stieri alla tavola rotonda.
Addossato ad un fanale di rimpetto. Waldemaro chiuse gli occhi,
e ci si trovo anch'egli nel tepore fragrante del salone sontuoso; seduto
intorno alla lunga tavola, scintillante pei cristalli, pei vasellami, pei
trionfi, per le fioriere, per le dolciere dorate, per gli scaldavivande
d'argento, per la tersa porcellana, sulla candidezza della tovaglia
istoriata.
Gli girava la testa : lì dentro, la sinfonia delle fragranze era ben
più inebriante d'un momento fa 1...
— Pardon, Moìisieiir. me dontieriez-voiis evcore de la sauce?
— Certame»ie>ìf.. Madame - ed aveva servita quella gran dama,
russa probabilmente, carica di brillanti, di merletti e di languore.
— Bitte, die Wasserfìasche ?
— Geviss - ed aveva versata l'acqua al rotondo signore che gliene
aveva chiesta la bottiglia.
— Zn gate, mein Herr!
Intorno, i camerieri superbi nelle eleganti marsine, officiavano in
quell'atmosfera ove si respirava la gran vita del lusso, e le sterline
jiareva fiammeggiassero per terra ; tra l'acciottolio dei piatti, il tin-
tinnar dei cristalli e l'eco lontana dei campanelli elettrici.
IL PROFESSORE KOERBITZ 125
— Encore do la timballe aux macaroni, s' il vous plait?
Il cameriere, che aveva in custodia lui ed i suoi due compagni che
li sedevano affianco si era avvicinalo per servirlo, mentre il dispen-
ere, con due pretensiose boltigUe, avvoltolate per metà nei tovaglioli,
li domandava neirorecchio, quasi gli chiedesse la rivelazione d'un
;greto di Stato :
— Dii Saiiterne, oh bien da Chahly, Monsieitr ?...
— Verses dìi Saiiterne.
« Ah !... delizioso !... »
Ed aveva riaperto gli occhi.
« Follie ! ! ! »
Era scesa la sera. Intorno non passava un'anima ; sulla strada
uia, era il ritlesso della luce delle finestre ove si pranzava.
— « Follie !...- ripetè il professor Koerbitz, con una poderosa
jroUata delle spalle erculee, all'indirizzo della sua visione.
« Follie"?... e perchè follie"?... ragioniamo - si disse, poi, riac-
3ndendo il sigaro. - La fragranza di quelle cucine, il profumo di
uesto « Manilla » giungono a darmi visioni tali che si confondono
3n la realtà. E l'abbandonarraici sarebbe proprio follia "? Ma e che,
)rse, di fantasticaggini, d'illusioni, di sogni non si compone per tre
uarti la vita "? La vita dello spirito non è dessa composta di tutto
io?... Si, e per questo appunto è più lunga, più piena, più intensa,
iù continua : tale da portarci al convincimento che la fantasia, « la
azza della casa », come la chiatiiano, sia la più positiva tra le fa-
oltà del cervello.
« Per prova, se andiamo a consumarci la salute, o a dar di fondo
i una considerevole fortuna, in pochi anni di quella vita lì (quella
e' felici dello Schweitzerhoff a tavola), trascorso qualche tempo,
uando ci desteremo fradici, o ridotti al verde, non dovrem noi
passarcela con la vita della spirito, fantasticando"?... Quella ci sem-
rerà durata un attimo, questa, un'eternità!... Or, dunque, se tale è
predominio della fantasia sulla nostra vita, godiamo de' doni che
5sa ci dispensa, ridiamo dell' « attimo fuggente », e consacriamoci...
ir eternità !...
« Codesta, no, non è filosofla dei Grandi che furono nel mio
aese : è semplice buon senso !... »
Con simili consolanti sillogismi, il brav'uomo, quella sera, se ne
)rnò a casa come se si fosse tolto parecchi quintali che gli grava-
ano sullo spirito.
E, d'allora, Waldemaro Koerbitz si vide, si senti in un mondo
IV.
Primi a notare la trasformazione del professore Koerbitz furono
suoi scolari. Usi ad incontrarlo soltanto di sera, in vie solitarie,
on quell'aria allampanata, stanca, attediata da qualcosa che loro
iusciva incomprensibile, stentarono a riconoscerlo nel trionfante per-
onaggio, con la testa erta, gittata indietro, aspirando l'aria baldan-
osamente, come riconciliato con l'esistenza ; la cravatta, il panciotto,
3 dita, i polsi, pieni di scintillamenti.
126 IL PROKESSOKE KOERBTTZ
— « Ohe!... ch'è mai quella roba? » — « Brillanti, vi dici»! •
— « Ma siete pazzi?!... » — « Bravo!... se ne sarà fornito coi trenta
soldi delle nostre lezioni !... — « Imbecilli!... non vedete che ha chi li-
biato umoie ".'... avrà fatto iin'ei'edità » — « E vi pare che avrelil.e
continuato a seccarsi lanima. insegnandoci il tedesco?... » — « l!|i-
pure è così ! »
Poveri giovanotti !.. era tale il rispetto pel loro professore, da
non andar all'idea che egli si fosse provveduto di tutta queirorj)(l-
leria gemmata, in qualche minuteria del Corso, profondendovi i suoi
lisparmì.
E come si era sentito felice, quando, riscintillante come una bal-
lerina, aveva esclamato di fronte allo specchio :
— Porto almeno diecimila lire di brillanti addosso : giù il
cappello !
Poche sere appresso, uno degli scolari raccontò agli altri di avere
incontrato il professore Koerbitz davanti all'Albergo di Londra, in
piazza di Spagna, in un circolo di forestieri, che aspptta\ano le cai-
rozze per una qualche gita.
Al che, un altro :
— Dunque, non m'ingannai - disse sorpreso - quando, giorni la.
mi parve riconoscerlo dinanzi all' H(itel Continentale, a discorrere con
certi personaggi oltramontani, scesi da un magnifico automobili' :
gente di tanta boria, da dissuadermi dal salutare il professor»; Koerbitz.
— Bazzica ! clie conoscenze fa egli !...
— Che amicizie va scegliendosi !...
Niente, poveri giovanotti !... né conoscenze, né amicizie. Al pin-
fessore era entrata un'altra smania addosso: strofinarsi ai foresi irii
d'alta importanza, mettersi, in qualunque modo, al contatto coi mi-
liardari : e, dopo averli tanto invidiati, ammirandoli per le vie, nei
caffè, in carrozza, dopo averli attesi dinanzi agli alberghi, alle pen-
sioni, si concedeva il piacere di confondersi con loro, di entrar nei
loro discorsi, con ogni pretesto, sempre anonimamente : dava spie-
gazioni, avvertimenti, consigli, e diceva la sua, nelle discussioni ch'essi
legavano tra loro.
Smania non priva di pericoli, codesta. Una sera, per esempio,
quando egli ebbe voltato i tacchi, udì un connazionale, con cui aveva
scambiato qualche parola, domandare ad un altro :
— Ma colui chi è ?...
— E chi ne sa niente!...
— Ohe, siamo in Italia : attenti al portafogli!...
Credete che da simili lezioni, la smania di Waidemaro restasse
domata?... Ohibò !..
Un giorno, mentre s'era ficcato in una conversazione tra parecchi
forestieri, volle dir imprudentemente la sua: ed allora, un superbo
uomo politico francese, voltosi di botto a lui. gli tiiidò in faccia :
— Monsieur, je ne voiis coniiais pas .'
— Et nioi non plus !
— Fichez-moi la puix, alors !'.!
Povero Koerbitz! dovè allontanarsi borbottando : e. per (jualche
sera, si contentò di guardar da lontano la turba dei « ])rivilegiati
IL PROFESSORE KOERBITZ 127
^■
Era una limpida serata d'inverno.
Koerbitz se la passeggiava dinanzi alla sfolgorante cascata d'acqua
della fontana di Piazza Terme, che si rifletteva sulla sua oreficeria,
accendendovi miriade di fiammelle.
Andava da li al Grand Hotel, e viceversa, aspirando in estasi il
fumo del solito « Manilla ».
Il massimo albergo di Roma, nella migliore stagione dell'anno,
era in piena animazione ; fasci di luce elettrica illuminavano super-
bamente ogni camera prospiciente sulla via. 11 regale cortile era ri-
schiarato come a festa, e la candida luce si diffondeva davanti al
palazzo, facendo splendere i facchini della casi, dalla rossa divisa,
allineati a pie delle colonne, come tanti corifei da ballo.
Koerbitz si fermava in mezzo alla piazza, per levare il capo, e
vedersi, fantasiosamente, lassù, dietro ad una di quelle finestre.
Si sentiva il padrone del mondo!...
Oh, ma perchè mai tutta quella gente deli' albergo, schierata in
bell'ordine, assumeva il sussiego dell'aspettazione d'un qualche im-
portante avvenimento"?...
— Ah ecco... ecco chi aspettano!.. - sclamò il professore, nel
veder giungere dalla vicina stazione sei carrozze padronali cariche di
signori.
Difatti, in un momento, tutto l'albergo pare elettrizzato. I came-
rieri, impettiti, rigidi, si accostano alle carrozze : i facchini si occu-
pano delle valigie, delle casse.
Waldemaro s'avvicina anch'eglì, tra la folla che incornicia a far
circolo, e ode mormorar nei crocchi che quella è tutta un ambascerìa
oltramontana, mandata al Re d'Italia da qualche potenza amica, per
felicitarsi della nascita dell'erede al trono.
I camerieri, dignitosamente, aiutano a scendere tutti quegli sta-
tuarii personaggi, imponenti nelle grandi barbe fulve, nei soprabiti
autoritari, nelle fisonomie l)iubanzose.
Valdemaro li ammirava, e, senza che se ne accorgesse, la sua faccia
andava atteggiandosi come quelle dell'ambasceria.
D'un subito, la sua smania, rinatagli prepotente, lo spinge a con-
fondersi prima, ed a farsi largo, \ìoì, tra i camerieri, per porgere la
mano ad un venerando signore :
— Erìaithcii sic, mein llerr, dass idi...
Di botto è interrotto, sos|)info da uno dei camerieri, mentre un
altro frettolosamente lo prega:
— Veuillez entrer vite, Monsieiir, car la fonie des badnuds aug-
ni citte: voijez, plidót?!...
Intontito, Waldemaro è sul punto di volgersi alla folla dei curiosi
assiepati davanti all'albergo, quando altri camerieri lo ricacciano presto
nel grupjìo degli arrivati, e, con quelli, lo spingono nel cortile, nella
gran sala d'ingresso, su per le scale, al secondo piano; finché uno
di loro, aperto violentemente un uscio del corridoio, non lo caccia in
una camera, dicendogli, con un inchino:
— C'est votre chambre, Monsieur!
Come in sonnambulismo, Waldemaro varca la soglia, e l'uscio gli
si rinchiude dietro.
128 IL PROFESSORE KOERBITZ
K li. impalalo, a fj:uanlai'e.
Un lelto ilalla coltrice a ricami, col piumino di raso violaceo, ciii
sovrasta il haklaccliiuo a larghi flocchi pendenti: uno scrittoio di
ebano, dalla forma svelta : una lunga, soiìice poltrona ; una graziosa
cappelliniera. un piccolo canterano, un fulgido armadietto a specchio,
un lavabo di lacca, un morbido tappeto, armonizzante col parato bianco.
a fiorami d'oro; tutto ciò, inondato dalla vaga chiarezza della lini
elettrica; tutto ciò soavemente silenzioso, respirante in un'aria conic
di dolce riconcentramento.
E Koerbitz rijìlglia a fantasticare secondo il solito ; si volge al
cameriere (che non c'è più), per rispondergli:
— Benissimo, dica a Sua Altezza die aspetto gli ordini per accom-
pagnarlo domani a Palazzo Reale ; ella può ritirarsi.
Poi va alla finestra, guarda giù. la via ancora gremita di popolo,
e dà un sussulto. Ricorda.
— Ma è, o pur no, un sogno codesto '^..
Torna a girar gli occhi per la camera; tutto il consueto allesti-
mento scenico delle sue fantasticherie lo circonda : è la sontuosa ca-
mera d"un albergo di prim'ordine.
Non volendo credere ancora d'esser desto, Waldemaro incomincia
a darsi una quantità di pizzicotti per tutta la persona; e .si persuade
cosi che non dorme.
Egli sospira di beatitudine, nel sentirsi lentamente pervaso dai
lievi profumi de' suo' sogni : il legno del piancito, la lana orientale
del tappeto, l'essenza d'Ireos della biancheria, l'odore naturale della
molilid nuova, l'acqua da lavanda sulla toletta, e tutte le blandizie
per l'olfatto, che seguono i privilegiati nei grandi alberghi.
Che incanto!
— Là quella morbida poltrona, ove i milioni, ieri, stamane, foisc
ancora, si riposarono, mi chiama...
Waldemaro vi si lascia cader fra le braccia, e la sensazione del
supremo benessere, gli fa dare un più lungo sospiro.
— Finalmente!!! -esclama, portando lentamente la mano disotto
agli occhiali, perchè due grosse lagrime gli scivolano giù per le
gote, avvampate dalla commozione.
« Finalmente!... Vero, tutto vero. Dio benedetto: il fantasticare
è una gran bella delizia... per chi non possa goder di veisamente ; ma
per gli altri, pei fortunati, pei... »
— Avanti!...
Bussavano discretamente all'uscio.
Entrò il cameriere: l'autentico, non già quello dipintogli dalla fan-
tasia un momento prima, e pel quale aveva mandato l'imbasciata a
Sua Altezza... Vattelappesca.
— Dica?
— Il signore pranza alla Table d'Hóte, o in camera?..
Waldemaro stette un po' sospeso; poi:
— Gh altri?..
— Quelli del seguito di Sua Altezza sono scesi tutti nella sala da
pranzo.
— Tutti?...
— Tutti; e il signore?...
— Ah, io no, io pranzo qui, in camera.
— Subito?...
IL PROFESSORE KOERBITZ l'2M
— Al più presto, vi prego.
— Sarà servito.
Non appena l'uscio si rinchiuse, a Waldemaro. d"un tratto, mancò
ogni coraggio, e precipitatosi fuori, uscì sul pianerottolo per richiamar
il cameriere: mali, tutt'una fragranza paradisiaca saliva dalla tavola
rotonda, onde il povero Koerbitz, cedendo alla nuova seduzione, tornò
in camera.
— Per una volta. Dio mio. per una volta sola!... - sclamò, e,
sdraiatosi sulla poltrona, chiuse gli occhi, aspettando.
Da lì a poco, arrivarono due cameriei'i. con una piccola tavola
;d un canestro per l'imbandigione.
In un attimo, tutto fu pronto. Sulla tovaglia fiorata, le piccole
;aliere, le mostardiere, i poggiaposate, i portastecchini ed altri nin-
loli d'argento, rilucevano vivacemente intorno alla cristalleria boema,
^on la superba sigla dell'albergo.
— 11 signore è servito.
E principiò la sfilata degli scaldavivande.
Waldemaro sedè a tavola, con una fame d' inferno, e, dimentico
lei mondo intero, si mise gagliardemente all'opera.
Dopo che ebbe sorbito il brodo, la zuppa, piena di misteriose
lelizie, cui il fumo odoroso gli investiva la faccia, l'altro cameriere
fli si presentò con due bottiglie fasciate a metà ne' tovaglioli: doman-
landogli con la solita discretezza da diplomatico:
— Crèpe de Savoie, o..."?
— Lasciate tutto qui, che faccio da me - lo interruppe presto
Valdemaro, ricordando certe parsimonie degli alberghi : e s'affrettò
versarsi e a trangugiar. 1" un dietro Talfro, tre bicchieri di «Crèpe»
elicatissima, che gii lasciò in bocca come il vago ritornello d'un
oave spumeggiamento.
Attaccò, poi, gli entre-méts: iraprescrutabili manicaretti, l'uno
ili lusinghevole dell'altro pel suo povero palato, sino allora uso ai-
acquolina che lo costringevano ad inghiottire le rappresentazioni della
intasia : di nuU'altro.
Seguirono le fritture inspirate da angeli ai principi del « berretto
ianco », ed i pesci, preparati da un qualche discendente in linea
stia dal sommo \'afel.
Ed eccolo qui. il vecchio amico britannico: il roastbeef nella sapo-
3sa salsa vermiglia, cui dintorno le dorate fettine delle patate face-
ano corona.
Frattanto, tre bottiglie eran già li vuote.
— Sciampagna?..
— Certamente - aveva risposto Waldemaro al cameriere, dopo che
altro aveva posato sulla tavola un piatto d'argento, su cui troneg-
iava il puddiìKj. in mezzo alla sua corte di frutta candite.
Sciampagna !... Che accompagnamento di calici al dolciume inglese!
Pel gelato, dovè comparire una seconda bottiglia.
Dopo che il freddo senso di ananasso scese a tentare inutilmente
i spegnere l'incendio che le cinque bottiglie avevano acceso nel
etto del professore Koerbitz, venne il Moka aromatico e la fiala
si Kummel, cui accanto, in un tondino dorato, si allineavano gli
vana.
A tal vista, Waldemaro ordinò ai camerieri:
— Lasciatemi solo!...
9 Voi evi, Serie IV . 1" Inglio 1903
130 II. PROFESSORI-: KOERIJITZ
Se ne stelle lungamente, nella realtà, a bere ed a sognare, inlrr
voralo dal liquore, come un eletto da Dio, nella contemplazione ih I
suo trono celeste.
— Eh-.'..
— Il signore è stanco?...
Il cameriere aveva dovuto desiarlo per sparecchiare.
— Oh, molto stanco, amico mio!...
— Vorrà certamente mettersi a letto...
— No!...
— Come, no"?...
— Cioè... sì... A domani.
— A che ora la sveglieròf...
— Alle sei.
— Tanto presto"?!!...
— Certo, debbo assolutamente destarmi a (luell'ora; un incarico
delicato di Sua Altezza mi vi costringe.
— Sarà servita, buon sonno.
— Grazie.
Per un momento, Waldemaro aveva tentato di levarsi, dappoiché
la prudenza |)iù elementare gli consigliava d'intllar la porta.... ma
sì! e le gambe"?... quelle dormivano già da un pezzo, ne c'era spe-
ranza si avessero a destare.
Il letto ei'a lì : il letto delle sue fantasticaggini, ove i ricconi suoi
connazionali riposarono le loro membra privilegiate... quel letto!...
— «Oh, giaciglio divino, tu mi cliiami. turni vuoi, eccomi, sono
a te ! »
E, senz'altro, si spogliò faticosamente, e si cacciò tra le lenzuola
di batista; ove poco mancò non isvenisse dalla suprema voluttà
delle piume.
Poi... più nulla: il sonno riparatore di tante commozioni.
IV.
Quando aperse gli occhi, non capiva niente. Si sentiva il capo
come pieno di piombo liquefatto e le gambe spezzate.
Di fuori, tempestavano l'uscio di colpi.
— Che c'è"?...
— Le sei.
— Bene, mi levo sul)ito! — rispose, ricordando, di botto.
In cinque minuti, fu pronto.
Poi. un naturale tremore lo assalì.
— « Se qualcuno, giù, per le scale, nel cortile, mi ferma... mi
domanda!... Ci siamo al redde rationeni .'... »
Ma, fortunatamente, era troppo presto, nessuno lo molestò.
Soltanto, giù, nel gran vestibolo, gli si accostò uno dei portieri,
per domandargli se avesse bisogno di qualcosa.
— Di nulla : esco per un telegramma da spedire.
— Dia qua, manderemo subito un commissionario.
— No, è affare di Sua Altezza ; affare segreto.
— È giusto, faccia piu'e.
ir- PROFESSORE KOERBITZ 131
Allorché Waklemaro fu sulla via, prese la corsa, per quanto glielo
■mettesse Fiufelice condizione delle gambe.
Ma, all'angolo di via Principe Umberto, volle volgersi per guardar
Itima volta il Grand-Hotel, la sua...
— « Eccola lì, la mia camera!... - sclamò, vedendo illuminata ima
mera in pieno giorno. - Guarda!... ieri sera dimenticai di girar la
iavetta della luce elettrica... Oh, non me ne stupisco: ero capace
ben altro, Jeri sera !...
«Addio, dunque!... - gridò intenerito, all'albergo, Waklemaro
lerbitz. - Addio, bella vita reale ! Torno a quella tanto magra e fa-
osa della fantasia, addio per sempre!.. »
E disparve.
Amilc.\re Laurìa.
RASSEGNA MUSICALE
La passata stagione teatrale — Gli spettacoli a Roma ed a Milano — Le difli-
coltà del teatro lirico — I concerti — I saggi scolastici — Libri nuovi S,;-
lerti, Dassori, Codazzi e Andreoli) — Recenti pubblicazioni musicali (Zamlli
Martucci, Gianturco, Caetani).
Nessuno penserà certo che io faccia oggi la necrologia della sta-
gione teatrale trascorsa. In quasi tutti i teatri d'Italia essa ha tiialo
avanti a furia di ripieghi, tra il disordine dell'oggi e l'incertezza del
domani: anche colà dove c'era un programma artistico prestahilito lo
si è dovuto sacrificare alle necessità del momento: a conti fatti la sla-
gione non merita nemmeno un postumo rimpianto, ed è andata ad
accrescere il numero delle tante stagioni negative che pur troppo si
vanno accumulando da parecchi anni.
A Roma in proporzione le cose sono passate abbastanza liscie, e
come regolarità di spettacolo nessuno s'è potuto lagnare: hanno cro-
ciiìsso persino il Morichini che da parecchi anni alacremente attende
a regolare l'unico spettacolo invernale lirico degno della capitale, ed
hanno fatio benissimo. Naturalmente neanche colla migliore volontà
i miracoli si possono fare, e quindi non è stato colpa dell'impresa se
il Grani, protagonista, si è trovato solo o quasi a sostenere colle ro-
buste spalle il Siegfried, se per VHaensel e Grefel il teatro Costanzi
è parso ambiente troppo vasto e se Germania di Franchetti ha lascialo
il pubblico in una indifferenza assoluta. Questa Germania, pur avendo
pagine magnifiche degne del superbo ingegno di Alberto Franchetti,
appartiene in complesso all'arte che si potrebbe diie industriale. Da
quest'arte, basata pur troppo su mezzi termini, Franchetti si era finora
nobilmente tenuto alieno : speriamo che il compositore trovi l'energia
di riscattare presto il presente errore.
il rovescio della medaglia come nobiltà inconcussa d'aspirazione
ce lo ha dato Antonio Smareglia colla sua Oceana alla Scala : e se
neanche V Oceana come risultato pratico immediato, ha risposto alle
speranze dell'autore (vittima indubbiamente di ben prevedibili guerre)
questo non toglie che lo Smareglia non solo ne sia uscito col pieno
onor dell'armi, ma sia salito ancora nel concetto degli artisti veri e
serii. E V Oceana molto probabilmente volerà all'estero e dirà brillan-
temente le sue l'agioni : come le disse e le dice in misura più modesta
presentemente in Germania quella Consuelo di Rendano che, difesa
in queste colonne, trovò tanta eccessiva acredine di giudizio l'anno
scorso a Toiino.
Del resto a Milano la stagione, pure cominciata bene colla Dannar
sione di Faust, si svolse un po' burrascosa : ed alla fine si manifesta-
RASSEGNA MUSICALE 13.3
ino forti dissidi fra il pubblico ed il direttore. Toscanini finì per
bbahdonare nò irato baracca e burattini, e, senza nulla detrarre ai
leriti del suo successore, la sua partenza costituisce per Io stoiico
;atro una perdita non facilmente riparabile.
Ma. ripeto, la necrologia della stagione teatrale non entra nel mio
roposito: auguriamoci che corra migliori sorti la stagione ventura, la
uale intanto ci porta fra le buone notizie quella del ritorno di Luigi
[ancinelli a Roma, come direttore al teatro (Sostanzi, e quella di al-
ane novità che il pubblico aspetta, come la Madatìia Butterfly di
'uccini, e la Siberia di Giordano. E nella stagione ventura sapremo
ure il risultato della colossale covata di nuovi operisti die ha fatto
editore Sonzogno col suo concorso. Chi avrebbe mai detto che i neo-
ti della scena in Italia si contassero non a dozzine ma a centinaia f
Evidentemente tutta questa gente che sacrifica tempo e fatica non
a esatto concetto o non pensa alle difficoltà tra le quali si dibalte
a noi il teatro lirico. lidotto in realtà ad uno stato d'anemia da met-
ìre seiiamente in pensiero tutte le persone che credono che al teatro
iano annessi interessi artistici ed economici rilevantissimi.
La buona volontà di una riscossa sarebbe generale: qua e là ap-
aiono dei sistemi ben chiari. A Parma si ritorna al sistema della
ote; a Torino una Società forte a denari offre di fare immediatamente
1 vecchio Teatro Regio le migliorie necessarie secondo le esigenze del
ionio; a Roma si presenta al Consiglio comunale una nuova proposta
nde si abbia un regolare funzionamento del teatro lirico nella capitale.
Da cosa nasce cosa: e faccio i voti più sinceri perchè tutte le co-
iggiose iniziative di questo genere conducano a risultati effettivi.
Ma c'è una questione preventiva da risolvere onde non rendere
lutili tutti gli sforzi passati, presenti e futuri pel rinnovamento del
iatro lirico nazionale. La prima necessità pel teatro lirico da noi è
nella che esso sia restituito alla indispensabile libertà di movimento:
idotto come è ora, esso non può che intisichire.
L'argomento è ampio: la dimostrazione non è diffìcile: dell'attuale
ondizione di cose, come spesso succede, hanno colpa tutti e ne.ssuno.
1 tempo, modificando ben prossimamente le condizioni dei diritti di
utore, rimetterà in pubblica circolazione molti spartiti, e cambierà
avorevolmente l'ambiente. L'essenziale sarà di vedere se frattanto non
uccederà al teatro lii'ico ciò che dicono sia capitato a quel certo asino
he un ammaestratore aveva educato a non mangiare: venne il giorno
Q cui l'animale si poteva dire ammaestrato, ma quel giorno la povera
lestia era morta di fame.
Il problema del teatro lirico merita un attento esame e mi propongo
i ritornare altra volta ampiamente sull'argomento. Per oggi ho più
he sufficiente materia alla rivista accennando ai concerti, ai saggi sco-
astici ed alle nuove pubblicazioni.
La stagione dei concerti avrebbe dovuto compensarci della carestia
ealrale, ma l'ha fatto in misura assai scarsa. Chi ha lavorato di più
a questo campo è stato Martucci: nell'alta Italia, a Roma, a Napoli
gli ha portato il soffio della sua arte squisita, della sua giusta ed
quilibrata i)ercezione interpretativa. A Santa Cecilia è mancata dopo
1 Martucci la maggiore attrazione, cioè il Richter, caduto malato dopo
a prima prova d'orchestra, e certo non ne fatto le veci lo Che\illard
imasto a Roma... una riputazione parigina. Ricomparve il Pugno
biadendo piuttosto che aumentando l' impressione favorevole della
134 RASSEGNA MUSICALE
venuta precedente; fu simpaticamente accolto Popper, uno dei principi
del violoncello, e lo sarebbe stato di più con un programma meno pei so-
nale, e si festeggiò 1' Hubay. il tipico artista ungherese. Mi sia pernifs-D
di dolermi che non abbia avuto l'elegante cornice e lo scelto udilnrio
di Santa Cecilia, Franz Oundrieeck, il fortissimo violinista bocnid.
caduto nelle fila di uno dei tanti pericolosi organizzatori di concciii
che offrono i loro servizi agli stranieri, pronti ad invitarli a veii!;-
in Italia, a farli sentire in qualche paese senza T indispensabile prenci-
razione. Abbiamo ancora sentito a Santa Cecilia due celebrità canore :
la medagliata signora Dolina, che imperterrita e con metodo corict-
tissimo ha offerto una interminabile sequela di arie, romanze e can-
zoni russe, e Adelina Patti, die rimane seini)re malgrado la lun^a
carriera la grande maestra e l'incomparabile fascinatrice. Non bisogna
dimenticare tra le audizioni più notevoli il concerto di musica nli-
giosa italiana, dato sotto gli auspicii e cogli elementi dell'Accademia
di Santa Cecilia al teatro Argentina in occasione del Congresso storieo.
e la diligente dilezione del maestro Terziani meritamente apprezzala.
A Milano, a Bologna, a Firenze, a Torino, niente fanciulli prò- ,
digio per quest'anno, niente trionfi acrobatici di solisti. L'Hubermann
violinista assicurano si sia rivelato subito artista di vero ed alto sen- '
timeiito: qualche altra meteora passò rapidamente, ma senza lasciai' ]
ricordo. A Milano il Qiiare, fantasia lirica di Gallignani, non trovò
favorevole il pubblico e la critica; a Bologna il Cantico dei Cantici
di Bossi, dopo reali ed anche clamorosi successi all'estero, fu accolto
con simpatica deferenza, ma ebbe intojipi d'ordine amministrativo che
ne troncarono le audizioni. Ancora a Milano un Oratorio di Tinel, del
quale si profetavano meraviglie, fu giudicato una sapiente, pesantis- |
sima palinodia, e rimase l'ultimo lavoro allestito nel salone Perosi, '
la cui Società è attualmente in liquidazione, non avendo trovato suf-
ficiente alimento nel fervore del j)ubblico per sopiìortare le gravi e
continue spese.
Ma tutte queste miserie effettive di insuccessi e di speculazioni
sbagliate non diminuiscono il contingente sempre nuovo di scolari nei
conservalorii pubblici e privati e di questi giorni ajipunto le più rosee
speranze fioiiscono nelle colonne dei giornali a proposito dei numerosi
saggi che hanno luogo. Si comprende die anclie agli istituti musicali
ognuno metta in mostra la più bella merce che ha in magazzino ; ma
tuttavia questa esibizione richiede lungo dispendio di tempo per pre-
pararla, e non so se le esagerazioni congratulatorie dei compiacenti
periodici giovino realmente ai neofiti dell'arte. I rivali di Paderewski
e di d'Albert ormai non si contano più fra gli allievi degli istituti:
violinisti e violinisle, solisti, arpiste, cantanti sbocciano d'ogni in-
torno con una abbondanza ed una regolarità spaventose: e dico spa-
ventose perchè la carriera, e specialmente quella « del solista », alla
quale il novanta per cento di questi diplomati e medagliati aspira,
presenta difficoltà sempre crescenti. Non potendosi sospendere per
almeno un quarto di secolo queste fucine tli celebrità in erba, è evi-
dente che le illusioni cozzeranno pur troppo maledettamente colla realtà,
ma cofesfa pletora è legge ormai fatale contro la quale le declama-
zioni sono perfettamente inutili.
Questi esperimenti almeno non sono stati inutili per provare lo
sviluppo razionale preso in questi ultimi anni dalle scuole d'insieme,
che erano state per lungo tempo come un mito nei nostri principali
RASSEGNA MUSICALE 135
istituti per quanto si fosse detto, scritto e raccomandato in proposito-
La vera utilità dei conservatori musicali consiste appunto nella pos-
sibilità che ivi si ha di dare airalunno l'educazione artistica completa,
e questa non si può certo ottenere senza le esercitazioni di quartetto,
di coro, d'orchestra, in una parola senza che sia ben instillata nel
discepolo l'idea del relativo e dell'assoluto, e le rispettive funzioni
dei singoli elementi nel grandioso complesso delle moderne cieazioni.
Da questo lato delle scuole d'insieme si può dire che abbiamo ormai
causa vinta, e c'è da rallegrarsene sinceramente, perchè solo con
questo mezzo potremo non trovarci inferiori agli stranieri nelle grandi
occasioni di feste musicali di importanza.
Ed ora chiudiamo questo molto sommario cenno sul movimento
musicale nostrano, con qualche cenno sulle recenti pubblicazioni atti-
nenti all'arte musicale che hanno diritto ad una speciale considera-
zione.
Un voluuie che sarà assai letto è indubbiamente quello del Solerti
che ha per titolo: Le origini del inelodrcimitia.
Su questo argomento vanno in giro molte errate od almeno im-
precise affermazioni che importa rettificare, ed il Solerti lo farà proba-
bilmente in un suo prossimo largo studio sugli Albori del melodramma.
la cui pubblicazione è annunziata. Intanto egli col presente libro
mette, per cosi dire, le basi dell'edifìcio, e raccoglie le tesfiìiìotìiaìize
dei contemporanei, quelle più note (come le prefazioni e le dediche
dei primi lavori del Cavalieri, del Peri, del Caccini, di Marco da Ga-
gliano, di Vitali) e quelle meno conosciute del Giustiniani, del Bonini,
di Pietro de' Bai'di, del Della Valle e del Doni. Basterebbe il discorso
sulla musica di Vincenzo Giustiniazii per dare al volume un simpatico
sapore di vivacità: il quadro dello stato della musica a Roma al piin-
cipio del 1600 vi è dipinto dal vero e non « rulibato da buoni autori
antichi e moderni » : e chi volesse spigolare in questo volume trove-
rebbe un'enorme quantità di acute osservazioni sulla musica in gene-
rale e sui musicisti romani e fiorentini che erano allora in auge. Le
annotazioni critiche ed estetiche di tutti questi autori sono curiosis-
sime: ma da tutte risulta la grande importanza che fin da quei primi
tempi si diede al fatto musicale che poi costituì l'opera moderna. Il
Solerti, mettendo queste interessanti testimonianze alla portata di tutto
il mondo mercè l'edizione che ne ha fatto il Bocca nella Piccola Bi-
blioteca di scienze moderne, ha agito molto opportunamente, perchè
è tempo che pensiamo noi a lumeggiare i nostri artisti e le memorie
del glorioso passato : lasciarne Io studio solo agli stranieri è spesso
troppo pericoloso, e recenti esem])i l'hanno provato.
Mentre l'attivissimo Solerti ci richiama alle origini dell'opera, il
Dassori ci mette sott'occhi la falange di oltre quindicimila operisti in
un Dizionario lirico universale che s'intitola appunto Opere ed operisti
e che è pubblicato a Genova dalla Tipografìa dei Sordomuti.
II Dassori piglia le mosse non dal Peri e dal Caccini, ma dal Della
Viola che fece rappresentare nel 1.Ó41 F OròeccAe, commedia in musica,
a Ferrara: ed è da menargli buona questa anticipazione senza discen-
dere a discutere la diretta figliazione della forma operistica, tanto più
136 RASSEGNA MUSICALE
che certamente anche Emilio del Cavaliere ha ben diritto di contate
per qualche cosa prima del Zazzerìno e del Bomuuo.
11 volume del Dassori forma una statistica interessante ed oltic-
modo giovevole per tutti coloro che per ufficio o per semplice curio-
sità entrano nel pelago delle ricerche di nomi e di date. I 31,40() spartiti
sono allineati con doppio sistema, prima sotto il nome del rispettivo
autore, poi sotto il titolo dell'opera: una premessa succosa e chiara
istruisce il lettore sulle vicende generali dell'opera, e porge nozioni
molto curiose sulla classificazione dei lavori, che naturalmente l'au-
tore deve arrestare sulla soglia del secolo xix.
Di tutti i dizionari lirici questo di Carlo Dassori mi sembra il più
completo, e deve essere costato una fatica immane al compilatore, il
quale ha diritto ad una proporzionale riconoscenza per parte delle
numerose persone che indubbiamente si serviranno delle sue pazienti
ricerche. Applaudo quindi senza restrizione al lavoro del Dassori. e
gii invidio anche l'ottimismo col quale egli scrive : « Se dal passato
è lecito arguire dell'avvenire, pure che la musica diammatica sia desti-
nata a subire notevole camhntmento di forma e d' indirizzo... già
alcuni tentativi isolati si sono prodotti nella musica da scena, lasciando
intra V vedere nuovi orizzonti... »
Confesso che ai nuovi orizzonti del giapponesismo asmatico, della
miseria melodica e dell'eccentricità aimonica elevata a sistema, delle
gonfiature periodiche e delle indiscrezioni preventive io non ciedo, ne
ho solo un ribrezzo giustificato dall'esito. E duolmi che specialmente
nella lusinga delle indiscrezioni preventive sui nuovi orizzonti cadano
troppo spesso gli arti.sti, precisamente come è accaduto di questi giorni
al Giordano jiei- la sua Siberia.
Ma questo non impedisce che realmente il Dassori sia il piìi pre- >
ciso e benemerito fornitore di dati sul lungo e glorioso passato dell'arte ■
lirica (e non nazionale soltanto ma universale) e quindi non v'ha dubbia ■
che il suo dizionario deve ti'ovar sid)ito posto in ogni biblioteca.
Un ottimo trattato d'armonia è quello dei signori Codazzi ed An-
dreoli che l'editoie Cogliati ha ripubblicato testé a Milano, essendo
andata esaurita le prima edizione. I due valenti musicisti hanno lie-
vemente ritoccato il loro già accurato lavoro, aumentando ancora gli
esempi musicali e gli esercizi pratici, per modo che questo manuale
ormai si può dire uno dei più completi e dei piìi utili per imparare
le armoniche discipline. Nel campo dell'armonia ognun sa che le di-
spute sono pem|ire aperte: ed anche la rigida e rigorosa esposizione
di questo metodo può trovare qualche opposizione. Ma non si può
negare che molto abilmente gli autori col loro sistema arrivano a dare
la ragione dei più moderni accordi, nulla sfugge alla loro indagine
nella infinita varietà delie combinazioni recenti. Opportunissima è poi
l'aggiunta fatta ai partimenti originali coi bassi estratti dalle opere di
G. S. Bach: il cammino di un allievo intelligente e studioso si tro-
verà indubbiamente accorcialo: e questo sarà un vero beneficio del
quale bisogna essere grati ai diligentissimi autori.
11 mannaie è |»ubblicato in un comodo foìiiiato, il volume è ele-
gante e correttissimo: sotto tutti i punii di vista dunque il trattato
è raccomandabile.
Entrando ora nel campo della composizione musicale sono assai
lieto che l'avveduto editore Capra di Torino abbia pubblicato la partitura
di quel poderoso studio struQientale che s'intitola Fantasia e grande
RASSEGNA MUSICALE 137
gaio sinfonico per orchestra e pianoforte di Amilcare Zanella. Ognuno-
jorda che detta Fantasia era uno dei caposaldi del programma dei
ncerti che lo Zanella con coraggio degno di miglior fortuna intra-
ese in Italia due jiriniavere addietro : con questa pagina e con una
nfonia in quattro tempi il giovane maestro si segnalava in modo
irticolare anche per un certo senso d'idealismo che certo non è co-
une nel tempo odierno. La puhblicazione della partitura ci dà agio
notomizzare ipiesta veramente riuscita composizione, così salda nella
[a architettura, cosi geniale nel suo sviluppo: essa ha ben diritto a
ender posto nei programmi sinfonici all' estero, quando ben inteso
jda al pianoforte l'artista capace di renderne il vario e caratteristico
lorito. Ne è cosi vivo il ricordo che ne reputo superflua 1' analisi,
a non posso a ment, di rilevarne l'esemplare sobrietà di disegno e
perizia colla quale i vari gruppi di strumenti son disposti. Lo Za-
;lla giovanissimo ha visto di recente coronata la sua forte attività
Ha nomina a direttore del Conservatorio di Parma. Dicono che sia
1 posto di combattimento: gli auguro piena vittoria: l'essenziale è
le egli non si dimentichi che è nato compositore e che ha qualche de-
to verso la nostra arte, poiché ha cominciato cosi splendidamente
!l dominio di quella musica strumentale che rimarrà sempre la meta
ù eccelsa, anche quando egli trovasse come compositore opeiistale
ù alte e meritate soddisfazioni.
Nuoto tra una moltitudine di altre piccole partiturine e la loro
ibblicazione è segno di un sempre crescente livello di educazione ar-
stica generale. Accenno a Quattro piccoli pezzi per orchestra di Giu-
ppe Martucci che sono finissime miniature ; la giga e la gavotta hanno
3 sapore arcaico delizioso, la canzonetta è un hadinage dei più ori-
nali ed il noftiinio passa come visione delicatissima sopra lo sfondo
una notte stellata. Tre altre partiturine sono di un maestro che è
l un tempo giurista e uomo politico insigne: Emanuele Gianturco.
ssignori, l'eminente professore napoletano tra le disquisizioni sul
ure in Cassazione, le lezioni all'ljniversità ed i consulti autorevo-
5simi si compiace di lavori musicali che sono finamente cesellati,
o sotto gli occhi, ad esempio l'andante della l'' Sinfonia, una pagina
una ammirabile chiarezza, trattata con finezza di gusto, fluida,
!nza pi'etese ma indubbiamente geniale. Anche la Baìtata dedicata al
aestro Serao è limpida da capo a fondo ed elegante nei suoi contorni,
compie la terna una Gavotta in re minore che nella infinità delle
le consorelle si distingue per una spontaneità ed un;i franchezza as-
iluta. Ai pianisti poi addito volentieri un Minuetto di Gianturco in
i bemolle, ai quali fa riscontro la Marcia dei soldatini di piombo,
M inezia, uno schizzo, ma di.'<egnato da mano maestra, come i mi-
jscoli quadretti dello Schumann e di tanti altri che non disdegna-
mo questa delicata pittura di genere.
Una arcaica semi»licità send)ra esseie l'obbiettivo del Gianturco:
ìT contro Roffredo Caetain, nei suoi lavori tutti editi dalla casa Schott
i Magonza, sale arditamente le vette della più complessa modernità di
itenti. di procedimenti, di risultati. Sulla sincerità assoluta dell'artista
3n vi può essere dubbio, come non ve n'ha sulla lunga e fervo-
»sa preparazione di studio che ha preceduto la manifestazione mu-
cale 11 Caetani fin dai primi lavori (ed oggi ha già al suo attivo
tt nucleo importantissimo di composizioni) ha dimostrato di voler
imminare per vie poco battute, ha adottato per divisa il noto odi
138 RASSEGNA MUSICALE
profanum viilgus: tra lui e i dilettanti c'è sempre stato un abisso, e
questo va detto a sua lode sincera.
Proseguendo impavido per questo cammino egli ci ha dato eia
- in aggiunta alla sonala per violino e pianoforte, alle Dodici vami-
sioni sopra un preludio di Ghopin, alle pagine sinfoniche di cui discoisi
altre volte dopo la privata audizione del teatro Argentina, e ad altre
composizioni - quatti'O impromptus, una ballata ed una toccata e!ie
formano un'opera sola e che sono una nuova e vigorosa prova di mi
peregrino e forte talento di musicista.
Questi lavori sono tutti ammirabili per la costruzione intima, \<rr
la selezione armonica, per certi ardimenti di tecnica e di forma che
sono assai originali, ma è peccato che in quasi tutti l'idea scompaia
spesso sotto il velame delli versi strani. Non c'è che dire, all'analisi
la mano sicura e la maestria vera del compositore risaltano vitti n Ì(j-
samente, ma l'attorcigliarsi del ritmo e dell'ornamentazione va spt--u
a danno dell'etticacia, e musicalmente l'opera dell'alambicco non è
sem[)re piacevole.
Comprendo perfettamente che la stessa osservazione è slata fatta
a molti compositori dallo Schumann al Brahms e che la questione di
pletora apparente svanisce colla dimestichezza che si piglia coU'autoiv:
ma questa in tin dei conti è una pecca e deve cercare di liberarsenr il
poderoso ingegno del Caetani, il quale non può di proposito delibeialo
rinunciare alla maggior efficacia del suo lavoro per quanto alto sia
r ideale artistico che lo guida.
La ballata in fa diesis minore, chopiniana a primo aspetto, è Ira
i sei nuovi lavori quella che guadagnerebbe di più da questo proc('s>u
di semplificazione. Nella toccata l'accento ritmico spiccalo e mantenuto
tale diminuisce l'inconveniente e la composizione scintilla veracemente
come ini prisma sotto un fascio di luce, ed è di effetto sicuro e pere- '
grino : la virtuosità e la tecnica appaiono di ottima fusione. j
I quattro impromptus formano un anello simpatico: musica da gran '
signore, vibrante di geniale vitalità nel primo e nell'ultimo (al quale
io darei la palma), leggermente romantica nel secondo e nel terzo, questi
impromptus, nella loro apparente tenuità, sono un valido contrappeso
alle tante vacuità che fioriscono oggidì, divagazioni inutili fatte per
mascherare l' incapacità presuntuosa. Quando all'atto pratico si tro-
vano tanti artisti dilettanti è provvidenziale che sorgano tempre come
il Caetani, e che combattano gagliardamente con tutto il fervore della
convinzione, con tutto l'entusiasmo della forte giovinezza.
Per ritornare ora all'antico, ritorno che di tanto in tanto fa tanto
bene, avrei da dare un tuffo in un largo lavoro di illustrazioni mu-
sicali compiuto da artisti insigni : ma oggi la misura è colma e quindi
riprenderò ben presto il discorso.
Valetta.
INGflILTEm ED ITALIA NELLA OOESTIONE DI MALTA
Non solo il gliKiizio della stampa lii)erale inglese, che è a Cham-
berlain sisteniatieanienle avversa, ma la preoccupazione dimostrata
ialla Camera dei Comuni, ove tre volle in sette giorni - il ^23, il 35 ed
il 29 giugno - fu sollevata la questione di Malta, dovrebbe persua-
iere il ministro delle Colonie che egli non fu felicemente inspirato,
sonducendosi, in argomento sì delicato per parecchi titoli, con una
brutalità che non aveva alcuna ragione d'essere, e che può recare con-
seguenze, almeno morali, assolutamente sproporzionate all'inteiesse
che intendeva di tutelare.
Non citiamo l'agitazione prodottasi a Malta, e neppure l'eco che
essa e la causa da cui fu provocata ebbero in Italia: il signor Cham-
berlain potrebbe trovare una tale citazione ino])]Jortuna. Ma della con-
venienza degli atti compiuti dal loro Cìoverno quali migliori giudici
rlei deputati britannici"? Ora, questi hanno mostrato la convinzione
che la violenza usata ai maltesi non sia ne legale, ne utile: e non
si è saputo dimostrare clie essi avevano torto.
Quando il signor Cliamberlain fece appello, contro i membri elet-
tivi del Consiglio di Governo di Malta, a quei padri di famiglia, nella
questione della lingua, e gli fu chiesto se le risposte di quei padri
sarebbero comprese nel promesso Blue Book, il signor Chamberlain
eluse la questione; quando fu chiesto se potevasi nelle Colonie sospen-
dere la Costituzione senza il voto del Parlamento, la questione fu
elusa dal Presidente; ed il signor Chamberlain infine giocò sulle parole,
i|iiaii(lo si voleva sapere se le misure adottate contro Malta erano state
itgticlto di corrispondenza col Governo italiano, col richiamarsi alla sod-
disfazione espressa dal Governo stesso nel gennaio dell'anno scorso.
La citazione di quel precedente era, invero, pericolosa; poiché alla
soddisfazione d'allora non può che fare riscontro adesso un non minore
malcontento. Allora, infatti, il signor Chamberlain aveva promesso so-
lennemente di usare a Malta i maggiori riguardi... per riguardo al-
l' Italia. Ora, invece, dai desiderii italiani hu fatto completa astrazione.
Il no.stro Governo non ha potuto e non può, naturalmente, interve-
nire, trattandosi di un atto di politica interna di un Governo straniero;
ma, ove contìdenzialmente gii si chiedesse della sua impressioue sul
modo come quelle promesse furono mantenute, non potrebbe a meno di
dichiarare che è stata spiacevolissima.
Spiacevolissima, non tanto per projirio conto, quanto pel paese,
e per l'intluenza che l'incidente ])uò esercitare sulle simpatie italiane
verso l'Inghilterra.
Non occorre dire che il tanto accusato irredentismo degli ita-
liani-quell'irredentismo, che non si può negare assuma a volte forme
di scarsa avvedutezza politica - non è affatto in causa. Nessinio fra
140 INGHILTERUA ED ITALIA NELLA QCESTIONE DI MALTA
gl'italiani ha mai pensato alla possibilità che Malta debba essere po-
liticamente annessa al Regno d'Italia. Ma il sentimento della solida-
rietà nazionale non è mai tanto vivace fia noi come quando lo si
offende, si cerca di reprimerlo e di sopprimerlo; quel sentimento di
solidarietà fra maltesi e italiani, che già si era risvegliato nelle lotte
pel nostro Risorgimento, e che poi si era assopito, si è rifatto vivo
e pugnace appunto quando prima fu sollevata per Malta la questione
della lingua; ora si riaccenderà più che mai.
Nessuna ragione più infondata di quella addotta dal signor Cham-
berlain quando, a giustificale l'ostiacismo da lui voluto daie alla lin-
gua italiana da Malta, disse in Parlamento che si trattava pei mal-
tesi di una lingua straniera, al pari dell' inglese, poiché a Malta si
parla un dialetto che con la lingua italiana ha poco o nulla a che
vedere. A questa stregua si dovrebbe ammettere che la lingua italiana
sia straniera anche in Italia, poiché non vi è alcuna delle nostre popo-
lazioni che non parli un dialetto, e spesso un dialetto lontano dalla
lingua ancor più che il maltese. Negare con ciò 1' italianità di Malta
é puerile, tanto la storia, come la geografia, depone in favore di quella
italianità, assolutamente indiscutibile.
Malt.i fu infatti siciliana, cioè italiana, sin dal 109U, in virtù di
quegli stessi Normanni, dai quali deriva quell'ordinamento della so-
cietà inglese che dura tuttora. Ruggiero conte, vi fondò la cattedrale
della Notabile; Ruggiero re vi estese le varie forme del governo si-
ciliano. In Malta come in Sicilia i re Normanni godettero il privilegio
della Apostolica Legazione, erano, cioè. Pontefici i on meno che Re,
e il Vescovo di Malta era suffraganeo della Metropolitana di Palermo.
Data in feudo nel 1530 da Carlo V all'Ordine Gerosolimitano, che
aveva perduto Rodi, Malta non troncò mai intieramente i suoi vincoli
coi Re di Sicilia, i quali erano sempre considerati come i suoi Alti
Sovrani, tanto che i gesuiti furono cacciati anche da Malta nel 1768
per volere del Re di Napoli, quantunque quel Vescovo li proteggesse.
La conquista francese del 6 giugno 179S ruppe i vincoli politici
di Malta con la Sicilia ; ma, né quella conquista, né l'occupazione
inglese, che aA'venne nel settembre 18(X», grazie ad una insurrezione
popolare contro ie improntitudini francesi, né il possesso dell'isola
riconosciuto alla Gran Bretagna col trattato del 1814. potevano di-
struggere i vincoli nazionali.
Questi divennero anzi più intimi, trasformandosi da regi ed eccle-
siastici in popolari, quando, vinta la rivoluzione del 1848, molti pro-
fughi siciliani ed altri italiani trovarono in Malta ospitalità generosa
da quei conijiatrioti, ed asilo sicuro presso quel Governo; il quale
non vi faceva che raramente eccezione: come quando, per opportunità
momentanea, espulse nel dicembre del 1854 Francesco Crispi, col pre-
testo che vi pubblicava un giornale politico compromettente. Nicola e
Paolo Fabrizi vi erano con Giorgio Tamajo, con Giovanni Daniele
Vasta ed altri, alla testa del movimento; Diego Fernandez corrispon-
deva da Malta con Francesco Bentivegna; da Malta partiva nel maggio
1854 Giovanni Interdonato con due amici, all'intento di sommuovere
la Sicilia, e spiato ed assalito a Rocca Lumera, sfuggiva per miracolo
alle palle borboniche. Malta era tanto divenuta, di fatto e nel con-
cetto generale, il centro dell'agitazione patriottica specialmente sici-
liana, che recavano la data di Malta - benché stampati a Genova
nell'officina dei fratelli Orlando - i primi numeii, usciti nell'agosto
del 1856, de La Libera Parola, la pubblicazione incendiaria a cui colla-
INGHILTERRA ED ITALIA NELLA QUESTIONE DI M.ALTA 141
doravano Rosolino Pilo, Antonio Mordini, Bartolomeo Savi, Carlo
Pisacane, e quel Falcone che con Pisacane doveva cadere a Sanza.
Molle famiglie maltesi, a incominciare da quella degli Sceberas, ave-
vano fatto propria la causa italiana. Nel 1859, durante i suoi viaggi
<li preparazione della rivoluzione siciliana. Francesco Crispi tornava due
volle a Malta: ed a Malta si preparavano elementi per la spedizione dei
Mille, sinché da Malta sbarcò a Pozzallo, Nicola Fabrizi con Giorgio
Tamajo e con Abele Damiani, che anch"egli aveva ricoverato a Malta
■dopo l'insuccesso glorioso del 4 aprile. Ed erano con essi armi e muni-
zioni, che a Malta erano state raccolte, ed ancora nel giugno del IStJO
seguitavano a giungere a Malta dalle più varie parti del mondo patrioti
italiani anelanti alla guerra, e da Malta Emilio Sceberas li dirigeva,
insieme ad altre armi, in Sicilia.
Tutto questo creava fra Malta ed Italia un vincolo ancora più
forte delia consanguineità; e se, dopo il ]8()0, questa intima corrispon-
denza di aifetti e d'opere sembrò assopirsi, specialmente coll'acuirsi
■del contlitto fra l'Italia ed il Papato, causa il clericalismo di molti
maltesi, bastò che questi vedessero minacciata nella lingua la loro na-
zionalità, perchè ancora si dirigessero all'Italia come alla loro tulrice
naturale, e perchè l'Italia sentisse il dovere morale di non disinte-
ressarsene. Tanto che lo stesso Governo nostro, per solito si alieno da
ogni iniziativa men che prudente, se ne occupò presso il Gabinetto di
Londra, e nei due Parlamenti di Londra e di Roma quell'interessa-
mento assunse foroia ufiicialmente pubblica, nel modo il più soddisfa-
cente; grazie anzitutto alle dichiaiazioni di quello stesso Cliamberlain,
dal quale è oggi partito il colpo di Stato che ha limesso tutto in que-
stione. Non per questo gl'italiani metteranno oia in forse la legittimità
del dominio biitannico a Malta. Benché in linea di diritto quel do-
minio abbia avuto origine dal consenso della popolazione, che accolse
gl'inglesi in odio ai francesi, e benché ragionevolmente i maltesi si
dolgano oggi di esseie trattati come un paese di conquista, con di-
spregio a quella libertà che l'Inghilerra si compiace di lasciare nelle
cose interne alle sue colonie, se nel 18ó5 Crispi, in uno studio dei
Diritti della Corona d' Inghilterra sulla Chiesa di Malta, lamentava
■che il Governo britannico avesse rinunciato, a benefìcio di Roma, al
privilegio sulla Legazione Apostolica, non vi è neppure oggi un ita-
liano che vorrebbe menomato il dominio inglese sopra Malta e l'eser-
cizio internazionale di quel dominio. Non lo vorrebbe menomato, per
"la amicizia organica che anima tutto il popolo italiano veiso gl'in-
glesi, e perchè lutti riconoscono, d'altronde, che il volerlo e il desi-
derarlo sarebbe assolutamente vano. Malta è oggi necessaria alla Gran
Bretagna ancora più di Gibilterra, poiché, a lutto rigore, Gibilterra
potrebbe essere scambiata con Ceuta, senza che la supremazia inglese
nel Mediterraneo ne fosse diminuita, mentre da nessun'altra posi-
zione Malta potrebbe essere sostituita, specialmente da quando la
Francia ha fatto di Biserta il più grande porto militale d'Europa.
Ma è appunto l'inesistenza morale e la impossibilità materiale di
qualunque pericolo, che rende assolutamente oziosa la violenza eserci-
tata su Malta dal signor Chamberlain, il quale mai come in questo caso
avià confermato la regola che vuole ogni qual tratto soggetti ai pic-
coli errori gli uomini di vasta levatura.
Errore piccolo in questo caso, ma grave nello stesso tempo ; poi-
ché, se i maltesi, come essi per primi riconoscono , possono essere
schiacciati senza fatica, se è tolta loro persino la possibilità di una
142 IXGHII.TEKRA ED ITALIA NELLA QIIESTIOXE 1)1 JL\LTA I
resistenza qualunque, l'effetto di tutto ((uesto nei sentimenti dejìli ita- ;
liani può essere notevole. Ora, V Italia è per l'Inghilteria ima quan-
tità tutt'altio che trascural)ile nel sistema mondiale; e l'alleanza in-
glese era tra tutte le alleanze, passate, presenti, future, quella che
trovava unanime nel consenso tutto quanto il popolo italiano. La po-
litica del Governo nostro non muterà per questo, per quanto ess.i
possa far sentire a Londra il suo rincrescimento: ma la politica dei
Governi non è oggi mai tanto forte e sicura come quando è appoggiata
dal suttragio delle popolazioni, e se questo venisse a mancare all' In-
ghilterra da parte del popolo italiano, anche le relazioni ufficiali non
potrebbero non risentirsene.
Che cosa ci guadagnerà l'Inghilterra, mentre invano si tenterà
di sopprimere l'antagonismo franco-inglese, mentre l'avversione ger-
manica tace a fatica, mentre il Nord-America non si è lasciato sedurre
dalle profferte d'alleanza del signor Chamberlain, ed il conflitto con
la Russia in Asia è permanente, per ciuanto ad istanti larvato "?
Il signor Chamberlain ed altri uomini politici inglesi hanno van-
tato le gioie del superbo isolamento della Gran Bretagna ; ma la
grande coscienza che il Regno LTnito ha di sé stesso non ha impe-
dito che l'esplosione di antipatia provocata dalla guerra Sud-Africana
gli riuscisse pesante, e che tanto più, quindi, fosse grato al popolo
inglese il contegno tenuto dagli italiani, ancora non offesi nelle loro
suscettibilità sentimentali.
Che quell'isolamento, del resto, comprenda pericoli insieme a gioie,
è un latto di cui la stessa InghilteiTa è tanto convinta da averne
l'inspirazione per una politica che renda più intimi i rapporti della
madre patria con le Colonie. È uscito da quella convinzione l'enun-
ciato della nuova politica doganale, che, se divide l'opinione pub-
blica e lo stesso Gabinetto inglese, ha pure la sua ragione d'essere
nelle conseguenze che, in certe circostanze, possono all'Inghilterra
derivare da quell'isolamento.
Né se l'ideale di Chamberlain si realizzasse, e Regno LTnito ed
Impero Britannico si fondessero in un solo ente, tutto sarebbe detto.
Per la vastità stessa e l'indole di quell'Impero, il concorso immediato
e diretto delle Colonie sarebbe assolutamente impossibile in più casi.
Che cosa potrebbero esse, ad esempio, in una gueri'a come quella che
l'Inghilterra è stata costretta ad imprendere nell'Africa Orientale contro
il Mad Mullah'? Il buon volere, l'amicizia dell'Italia sono stati questa
volta più necessarii e più giovevoli alla Gran Bretagna, che tutto il
denaro e tutti i soldati che le Colonie potevano, essere disposte ad of-
frire. Molte altre volte ciò può avvenire, e. se anche non avvenisse,
non meno preziosa sarebbe sempre per l'Inghilterra quell'alleanza mo-
rale e politica dell'Italia, che tutti gli statisti britannici hanno sempre
professata, almeno a parole. E che ima tale alleanza non sempre sia
stata servita di fatto, è rincresciuto, non men che a noi, airo|)inione
pubblica inglese. Essa non risparmiò, ad esempio, i suoi rimproveri a
lord Salisbury, quando questi, con la sua lenta freddezza, non ci giovò
in Africa come avrebbe potuto e dovuto; e quando, per le dichiarazioni
dell'on. Prinetti e del signor Delcassé, fu proclamato nei due Paria-
lamenti di Roma e di Parigi l'accordo franco-italiano, quei rimproveri
divennero anche più acerbi, inspirati dal timore che l'Italia si fosse
intieramente allontanata dalla Gran Bretagna.
L'eco di un tal timore risuona anche nelle interrogazioni rivolte
ora ai Comuni, e noi vorremmo che il signor Chamberlain ne traesse
INGHILTERRA ED ITALIA NELLA QUESTIONE DI MALTA 14:3
lorma. se non altro nell'applicazione delle misure da lui escogitate per
ivere ragione della resistenza maltese nella questione della lingua.
È certo che il Governo britannico ha diritto di vedere compresa
!d accolta la lingua inglese in tutte le istituzioni pubbliche di Malta;
na è pur certo che esso non riuscirà mai a distruggere con la violenza
a esistenza nelfisola della lingua italiana. E anche se dovesse rimaner
soppressa la Costituzione del 1887, ed es.sere quindi puramente illu-
iorio quel Consiglio di Governo, nel quale gli elementi elettivi sono
)rmai in minoranza e quindi destituiti d'ogni potere, il Governo in-
glese avrebbe tutto l'interesse a procedere nella pratica con la mag-
giore longanimità. E non solo per ciò che riguarda la lingua e le
lasse, le due ragioni, cioè, del conflitto. Invece di sopprimere addirit-
tura la Costituzione del 1887, meglio dunque avrebbe fatto il Governo
inglese a ricorrere alle elezioni contro il Consiglio di Governo, e se
inche le elezioni gli avessero dato toi'to, avrebbe potuto riformare
nella Costituzione il capitolo elettorale, allargando il suffragio, se è
vero che i capi famiglia erano, e sono, per lui contro il Consiglio di-
sciolto. 11 partito scelto dà invece diritto ai consiglieri di proclamare
che il signor Chamberlain è stato insieme violento e meno corretto.
Con la pseudo-costituzione attuale, il governatore ha, ad esempio,
il diritto di concedere proprietà immobiliari senza chiedere l'approva-
zione del Consiglio di Governo. Ora, l'applicazione di questo diritto,
fatta in un modo piuttosto che in un altro, potrebbe far nascere il
sosjietto che il Governo britannico voglia adoperarsi a snazionalizzare
Malta, eliminando l'elemento maltese ed italiano, a benefìcio dell'ele-
mento inglese. Ma se cosi fosse, quale frutto ne trarrebbe 1 Quale so-
spetto di separatismo può mai suscitare luia popolazione che è in tutto
(li 180,(X)t) anime ? Né le isole maltesi sarebbero mai suscettibili di
accogliere una immigrazione italiana così numerosa come quella clie
a Tunisi finirà col rendere formale l'occupazione francese, tanto era
destino segnato dalla stessa nafuia. che Tunisi divenisse di fatto ita-
liana, anche, o appunto perchè i francesi avevano voluto impadronir-
sene d'un tratto e per vie co|ierte. Una immigrazione artificiale inglese
a Malta non sarebbe dunque giustitìcata. più di una imposizione vio-
lenta della lingua inglese.
Tutto invece consiglia a Chamberlain. all'intero Gabinetto britan-
nico, temperamenti che. acquetando i maltesi, spegnino in germe il
malcontento del popolo italiano, e lo tengano unanime in quel senti-
mento d'amicizia verso 1" Inghilterra, che è supremo interesse reciproco
dei due paesi.
1 maltesi si sono lagnati, e non a torto, che la violenza di cui
sono vittime al)bia seguito a lireve distanza la visita di Re Edoardo.
Quella violenza mal risponde, del pari, alle liete e rispettose accoglienze
fatte a Re Edoardo in Roma, ed a quelle che Governo e popolo inglese
si apprestano a fare a Re Vittorio. Sarebbe atto di vera sapienza da
parte del Gabinetto di San Giacomo il far sì che nulla rimanga del-
l' incidente attuale, quando il ('apo dello Stato italiano giungerà in
Londra, evitando così che si accrediti nelle masse 1 impressione che
nulla valgono e a nulla conducono quegli scambi di visite regali, che
nell'interesse stesso del principio monarchico dovrebbero invece dimo-
strare praticamente di contenere la maggiore importanza politica.
XXX
TRA LIBRI E RIVISTE
I Congressi di Roma — Un Dante barbuto — Lo spirito scientifico — Zetto -
A Campfer nell" Bngadina — « II Genio » di H. Bérenger — Marsigli.i
i porti franchi — In libreria — La riabilitazione dei Carlyle.
I Congressi di Roma.
La Renaissance Latine è una ri-
vista che ha pochi mesi di vita, ma
si è affermata fin dal principio forte-
mente. Essa ha anche uno spirito in-
formatore assai spiccato. Come dal
titolo, essa si proi^one d'illustrare le
manifestazioni dei popoli latini in
tutti i campi della vita moderna. Di-
retta dal principe Di Brancovan, ha
per collaboratori molte robuste forze
della letteratura francese d'oggi, Bar-
rès, Hermant, De Regnier, Madame
De Noailles, Paul Adam, Gregh,
Jammes, ecc., e molti amici del-
l' Italia, Muret, Loiseau, ecc. Ab-
biamo letto recentemente un articolo
pieno di spirito, di Jacques Vontade,
intorno alla vita romana, intitolato
Dii Viminal à l' Aventin, e delle Im-
pressions d'Italie della principi ssa
A. de Caraman-Chimay. Nell'ultimo
numero il signor Julien Luchaire
scrive intorno ai Congressi di Roma.
Quest'articolo è il più importante che,
su questo soggetto, sia venuto a no-
stra conoscenza. Ne riassumiamo i
punti più caratteristici.
« Roma è sempre stata agli occhi
dell'Europa - dice il Luchaire - una
città speciale : la Città-art heologia, la
Città-poesia, la Città-religione, ma
essa è divenuta qualcosa di più. Non
è certo per il Papa che la Francia
ha testé mandato Chaumié e Paul
Meyer, né per Augusto o Caracalla ».
È, al contrario, per 1' Italia d'oggi.
E qui lo scrittore nota i progressi
economici della nazione e la stima
•ch'essa va acquistando nel mondo.
Mentre Roma vedevasi solcata di
nuove strade e di tram elettrici,
mentre Genova uguagliava e sorpas-
sava Marsiglia, mentre il cambio colla
Francia diminuiva fino a zero, in-
tanto i medici italiani, i giurecon-
sulti e gli economisti gareggiavano
con quelli di Germania, d' Inghil-
terra e di Francia ; Marconi maravi-
gliava il mondo come l'avevano fatto
maravigliare Roentgen e Edison; gli
eruditi di Firenze, di Milano, di To-
rino, di tutte le pro\^incie, produce-
vano lavori considerevoli : insomma
un' attività individuale eguale all'at-
tività economica e sociale. Ecco il
legame fra le visite dei re e quelle
dei congressisti di tutto il mondo.
Gli uni e gli altri, nelle chiare e liete
giornate della primavera romana, ve-
nivano a risalutar l'Italia rigenerata,
ritornata al suo posto fra le grandi
potenze del mondo.
Lo scrittore nota l'accento fami-
gliare e fraterno del Congresso La-
tino e trova che gli altri Congressi
parevano pure far rilevare questo
senso : pareva, « senza poterne dir
precisamente il perchè, una gran
festa di famig ia, a cui si fossero
invitati alcuni stranieri, anglo-sassoni
o germani ». Il Luchaire nota con
piacere che, per portar il saluto al
Re, non si scelse un tedesco o un
francese, ma un belga, mezzo ter-
mine, che parlò francese. l'Qui la
memoria gli fa difetto. Il Fiédèric
parlò italiano. Meglio, non è vero?) I
latini si distinguevano e si riconosce-
vano ; e pareva che avessero gran
voglia di affermarsi capaci anche di
qualità che loro non si riconoscono
di sovente, fermezza, disciplina, riso-
TRA LIBRI E RIVISTE
145
luzione. Perfino lo sciopero dei tipo-
grafi e i tre giorni di sciopero gene-
rale sembravano dimostrare di propo-
sito, tanto dalla parte del Governo
quanto del popolo, una disciplina che
stupì i forestieri.
Qui lo scrittore riassume i risultati
dei lavori al Congresso storico. Come
era giusto, i primi onori si fecero
alla produzione italiana, « notevolis-
sima sopratutto per la storia d'Italia
e particolarmente del medio evo ».
I Comuni italiani sono per le nostre
democrazie moderne un soggetto in-
teressantissimo, che dovrebb' essere
classico quasi quanto la storia d'A-
tene e di Roma. « Gl'Italiani sono
altieri della loro storia comunale,
ed hanno ragione di studiarla, co-
me fanno, con una p izienza minu-
ziosa, un metodo impeccabile ». Egli
cita la riedizione del Muratori, il pro-
getto di un Corpus inscriptionum ita-
ìicarum medii erri, di un Corpus cìiar-
tavum Haliae, di un Corpus di me-
daglie del Rinascimento. Giovani e
anziani, i lavoratori non mancano in
Italia. « L'Istituto di studi superiori
di Firenze è un seminario che vale
i nostri grandi stabilimenti scientifici
di Parigi, la « Ecole des Chartes >>
o « des Hautes Etudes » o le Facoltà
di lettere: e gl'Italiani hanno qual-
cosa che a noi manca, delle Società
provinciali di storia perfettamente av-
viate nei metodi nuovi, che pubbli-
cano riviste locali serie e delle col-
lezioni eccellenti di testi... Gl'Italiani
fanno ora la storia bene quanto i Te-
deschi o noi : ecco quel che appre-
sero coloro che ancor non lo sape-
vano ». Perfino nelle cose d'arte,
cittadella dell' Estetismo, la critica
bandisce il falso sentimento. « C è
in Italia tutto un partito, contrario
alla rico.struzione del Campanile di
Venezia, per la ragione che il nuovo
non sarà autentico ; sono piuttosto
-gli stranieri che si mostrano senti-
mentali a questo riguardo... La sezione
di Storia dell'arte ha dichiarato ad
unanimità che conviene lasciare in-
tatta la facciata del Duomo di Mi-
lano ».
I progetti di associazioni interna-
zionali per la storia delle scienze,
dell'arte medievale e moderna, piac-
ciono assai al Luchaire, il quale si
.associa pure al voto fatto dal Con-
io
gresso affinchè i Governi aprano gli
archivi, almeno quelli che non vanno
oltre il 1847.
Del soggiorno di Roma, delle vi-
site al'a villa Albani, a Ninfa e Xorba,
lo scrittore è rimasto incantato. «\'oilà
des beautés que Berlin, dansdeux ans,
ne nous offrirà pas ».
Il Luchaire rappresentava la Re-
naissance Latine al Congresso La-
tino. Egli ama 1' idea del professor
De Gubernatis, e pur criticando una
impresa che alla sua prima manife-
stazione non può d'un balzo mo-
strarsi perfetta, trova che il Congresso
fu « un de ces spectacles rares en
notre siede pratique, où reparait le
vieux fonds d'enthousiasme pour les
grands principes et les grands senti-
ments, de confiance naive en l'Idée,
que l'humanité, heureusement, n'a
pas perdu ; et si la fagon dont il se
manifeste parfois donne la tentation
de sourire, on a tort, grand tort ».
Egli trova che la consacrazione
ufficiale era forse superflua: dalle
persone ufficiali non si potevano in
questo caso attendere che frasi so-
nore: idealismo, fede, grandezza ro-
mana, ecc. Trova che il latino è
inoffensivo quando si sbizzarrisce nei
meuus, e scrive lumbos z'itulinos cuni
pisis nostratibus (vitello con piselli) o
asparagos burro madidos, ma che de-
nominar gli automobili currus in-
terna vi actos è piuttosto curioso, e
offensivo per alcuni chiamar lo scio-
pero opificum desertio. In tal modo si
dimostra quello che il Congresso non
voleva dimostrare, cioè che il latino
non serve affatto come lingua inter-
nazionale moderna. Un' altra cosa
che parve allo scrittore poco latina
è l'applauso all'abate di Grottafer-
rata che sermocinava gli scienziati
imponendo loro « certi limiti, al di
là dei quali, ecc. ecc. ».
Seguiamo volentieri il Luchaire nel
tentativo eh' egli fa di determinare
l'idea del movimento latino promosso
dal prof. De Gubernatis. « Si parlò
molto di Roma, faro del mondo, d'in-
tellettualità greco-latina, e anche di
pace e d'amor fraterno. Era, presso
certuni, l'espressione d'un istinto sin-
cero e giusto. Ma bisogna sapere che
cosa significhino quelle parole e dove
Voi. evi, Serie FV - 1» luglio 1903.
146
TRA LIBRI E RIVISTE
ci conducano. Se c'è un'idea latina
- o, più esattamente, neo-latina (ed
io penso che c'è, che dev'esserci, e
che è necessaria al progresso umano) ,
quest'idea è duplice: è, da una parte,
quando si parla d'educazione clas-
sica, l'idea dell'Arte, e quando si
parla di pace, l'idea del Diritto. Non
c'è al certo nei dominio delle idee
alcuna proprietà esclusiva ; nondi-
meno mi sembra che il mondo latino
può rivendicare quelle due, come suo
contributo al patrimonio comune del-
l'umanità; idee il cui sviluppo ci è
particolarmente confidato, parallela-
mente e d'accordo coli' idea scienti-
fica e l'idea economica, le due altre
grandi forze d'oggi ».
La parola felice fu trovata dal mi-
nistro Nasi : « un nuovo umanesimo :
l'umanesimo sociale », che significa,
secondo il Luchaire : - Non siate
classici stret.i, ciechi, reazionarii ;
non affettate disdegno per la scienza
moderna; non pigliate un'attitudine
d'esteti, d'aristocratici. Il vecchio
classicismo è finito, sterile, ridicolo.
Se volete essere qualcosa, siate i pro-
motori d'un nuovo umanesimo; - adat-
tamento dell'antico ai bisogni della
vita moderna, bisogni intellettuali,
politici, economici, sociali. La qua-
lità dominante dell'intelligenza della
nostra razza è il buon senso, la lo-
gica, la chiarezza; il classicismo,
l'umanesimo, furono nel primo e nel
sesto secolo due momenti maravì-
gliosi, in cui la nostra razza è stata
la coscienza profonda e chiara del-
l'umanità d'allora. Siamo, noi latini
d'oggi, se possiamo, la coscienza
profonda e chiara dell'umanità pre-
sente. Per ciò non respingiamo nulla,
non detestiamo nulla, nulla di ciò che
è essenziale e vero ; comprendiamo
tutto , coordiniamo tutto, siamo im-
parziali ed armoniosi. Cos'i potremo
conservare e far trionfare il nostro
retaggio: il senso della Bellezza e il
.senso della Giustizia.
Un Dante barbuto.
Il signor Walter Littlefield parla
nel Critic della dibattuta questione
del ritratto di Dante scoperto da Ales-
sandro Chiappelli nella Cappella de-
gli Strozzi a Firenze (Vedi Nuova An-
tologia, 16 aprile) premettendo che ui
ritratto dal vero del sommo poeta non
fu trovato ancora, e che tutti i ritratti
noti finora sono di maniera, poiché
differiscono dalle indicazioni che ne
abbiamo nelle opere del poeta stesso \
e nella l'ita del Boccaccio. Già Ro-
mualdo Fantini n^tWii Nazione (28 gen-
naio) asseriva che il ritrovamento del
Chiappelli non apporta nessuna riso-
luzione nuova. Il Dante tradizionale è
ben noto, una faccia sbarbata, i cui
tratti son tutti tirati verso il mento,
faccia che fu deformata sin quasi a ri-
durla una maschera di vecchia zitella
astiosa. Si dovrebbe ora cercare una
immagine che possa accordarsi con
l'affermazione boccaccesca di un Dante
barbuto e coi parecchi passi del Poeta,
dove realmente o metaforicamente par
che accenni alla sua barba.
Analogamente conclude il Little-
field. Egli riporta i versi del Purga-
torio, XXXI:
... ed ella disse : « Quando
Per udir se' dolente, alza la barba,
E prenderai più doglia riguardando » ,
in cui Beatrice accenna alla sua barba
perchè ella desidera ricordargli la
sua età adulta.
« Io non dubito menomamente che
Dante portasse la barba durante il
suo esilio e fino alla morte. Per con-
seguenza queste effigie che lo rap-
presentano quale autore della Divina
Commedia errano tutte. È naturale che
gli studenti di Firenze, che leggevano
la { 'ita del Boccaccio o ascoltavano
le sue letture, prendessero il ritratto
della cappella del Podestà per quello
che esso raffigurava - il Dante che
tutta Firenze avea conosciuto quale
amico di Guido Cavalcanti e di Giotto,
quale era il giovanissimo autore della
Vita Nova. Tutti gli artisti posteriori
ricevettero la loro ispirazione da quel
ritratto, mutando le fattezze, alteran-
done l'abito sì da conformarlo alla
loro idea d'un Dante d'età matura.
« Le ricerche intorno all'errante Ali-
ghieri del divino Poema non devono
prefiggersi un' immagine idealizzata
del ritratto del Bargello. Forse esso
esiste negli affreschi di Verona o delle
vicine città, Mantova, Padova, Ve-
nezia. Un giorno può venir scoperto
sotto uno strato di calce o traverso-
il rifacimento di qualche artista del.
TRA LIBRI E RIVISTE
147
(.'in
. inquecento. Ma l'ispirazione alla sco-
jierta dev'essere l'immagine di un
I )ante barbuto ».
Lo spirito scientifico
di fronte all'attuale letteratura.
Nel 1901, in occasione del suo giu-
iiileo, lo scienziato Berthelot pronun-
( io questa frase; « La science est
aujourd'hui en mesure de revendi-
juer la direction morale et matérielle
i1l-s sociétés». Camille Mauclair, ri-
cordando la profonda sensazione che
tale frase produsse, ha voluto nella
A'ez'ue del 15 giugno commentare la
sentenza che esprimeva una vera fede,
comune a tutti i devoti dell' ideale
scientifico.
Che la scienza - egli scrive -
possa rivendicare la direzione mate-
riale delle società, è stato general-
mente ammesso, poiché assai pochi
sono in grado di valutare lo sforzo
scientifico moderno e questa ignoranza
della scienza non permette loro di
scorgerne che i risultati tangibili. La
evidenza delle applicazioni li conqui-
sta. Alla folla il sapiente odierno, in-
ventore del telefono, del fonografo,
dell'acetilene o dei raggi X sembra
un mago moderno. I risultati pratici
delia scienza danno agli spiriti co-
muni una visione d'un futuro mondo
meccanico veramente lusinghiera.
Ma altri spiriti - continua il Mau-
clair - senza misconoscere i benefici
materiali della .scienza, erano risoluti
a sostenere anzitutto che non vi è
« !a Scienza » ma semplicemente « le
scienze » e che questa distinzione è
grave di conseguenze ; e in seguito,
che le scienze non possono preten-
dere a una direzione morale delle so-
cietà se non per mezzi molto indi-
retti. Per esempio, 1' introduzione
progressiva dei dati scientifici nel do-
minio industriale può, modificando le
condizioni della produzione e delle
tariffe, generalizzando l'igiene, e via
via, aver un'influenza sociologica...
Per una .strana inversione, gl'in-
tellettuali , che consideravano un tempo
la scienza come una sorella della fi-
losofia, cominciarono a detestarla per
ragioni opposte a quelle che le ave-
vano acquistata la simpatia confidente
della folla. Gli intellettuali le rimpro-
verarono di allontanarsi dai problemi
ideologici, di tornare alla specializ-
zazione, di dedicarsi all'analisi, anziché
alle idee generali : e per conto pro-
prio continuarono ad architettare dei
sistemi a pi'iori, a dibattersi nelle ca-
tegorie kantiane e neo-kantiane, a fare
delle bizzarre variazioni su l'idealismo
di Cousin o di Jouffroy, a trasformare
l'idea cristiana o a risalire all'elleni-
smo, a deformar Schopenhauer, ad
amalgamar la metafisica e la morale,
a conciliare il razionalismo e l'ani-
mismo, infine a confonder passioni,
ragioni, istinti, ciascuno secondo il
suo gusto personale, e a costruire ad
ogni momento delle sintesi ipotetiche
e leggermente declamatorie.
Pertanto essi furon inesorabilmente
ricondotti al lor punto di partenza,
davanti agli stessi problemi originari
della causalità e della finalità. Avvenne
allora che certuni, stanchi di questi
vani discorsi, si voltarono verso la
scienza e si chiesero se essa non avesse
trovato nella sua marcia lenta e poco
brillante qualche punto positivo. Vi
furono due ravvicinamenti alquanto
dannosi.
Il primo si fece colla divulgazione
delle idee darwiniane, che, commen-
tate a torto e a traverso da letterati
e moralisti da salotto, e considerate
come la glorificazione dell'ateismo e
la consacrazione del Io striigglefor life,
esercitarono un'indignazione fittizia e
senza causa : invano sopravvennero
gli sforzi di Taine per restituire al
determinismo il suo vero senso.
Il secondo ravvicinamento si pro-
dusse coli 'intervento del romanzo na-
turalista e sociale che s'appoggiava
su Comte e su Taine e lanciava nella
letteratura la pesante teoria dell'ere-
tlità coll'insufficienza intellettuale che
sappiamo. Gli spiriti liberi reagirono
questa volta più vivamente, trovando
che quel commento al determinismo
e al positivismo era veramente troppo
mediocre e che si trattava in fondo
di sostituzione di feticci, non di pro-
gresso.
Fu a questo punto che si presentò
il romanzo psicologico, con la pretesa
di raccogliere le due eredità e di svi-
luppare una concezione morale, te-
nendo conto delle osser\'azioni deter-
14S
ministe. « Il faut dire à sa louange
que c'était une tentative du moins très
supérieure aux monotones cas dt con-
science du déisme de Sorbonne et aux
non moins monotones documentaiions
du naturalisme. Mais si l'une et l'au-
tre parlaient des jargons, l'un nébu-
leux et l'autre chiffré, le roman psy-
cologique ne manqua pas d'en parler
un troisième ; et avec les poupées du
sentimentalisme et les mécaniques du
naturalisme, il inventa la poupée mé-
canique perfectionnée, à la fois auto-
matique et déclamatoire, dont les
actes piètres furent commentés sen-
tencieusement ».
Ma anche questo romanzo psicolo-
gico non resistette all'orgoglio di voler
introdurre nella letteratura un ele-
mento di certezza, e si credette ab-
bastanza forte da risolvere i vecchi
problemi, smontare il meccanismo
dell'anima, soddisfar ognuno salva-
guardando l'idealismo convenzionale
e la morale rivelata, evitando insieme
le obbiezioni rivolte al vecchio sen-
timentalismo dai deterministi. Ciò fece
dapprima sensazione: disgraziatamen-
te, la psicofisiologia era lungi dal
dichiararsi cosi avanzata come i suoi
commentatori letterari. « Il faut sou-
vent se résigner à sembler apprendre
d'autrui ce que l'on s'est chargé de
lui enseìgner, et d'e.xcellents disciples
de Claude Bernard durent passer des
heures de surprise profonde en lisant
les ronians de M. Bourget ».
Il romanzo psicologico, afferma il
Mauclair, annoiò tutti e dovette con-
fessare la sua impotenza. Allora ognu-
no andò per la sua strada: chi ritornò
elegantemente al « Que sais-je ? » ;
chi domandò dell'energia alla tomba
di Napoleone e dei consigli al culto
dei morti ; altri semplicemente torna-
rono al cattolicismo e al nazionalismo.
Ma tutti vollero far ricadere sulla
scienza, che non s'era mai curata di
loro, la responsabilità del proprio
scacco : e Brunetière gridò al falli-
mento della scienza che non sapeva
« consolare ! »
Gli scienziati lasciarono vaticinare
il Brunetière, e lavorarono. Ora sol-
tanto è venuta l'altera risposta del
Berthelot, a significare che, dopo il
periodo delle dissociazioni, la scienza
TR.\ LIBRI E RIVISTE
Sta per tentare la riunione dei due
principii, analisi e sintesi: colui che
ha creato la chimica organica rimon-
tando alla sintesi dopo esser disceso
al fondo dell'analisi, aveva l'autorità
necessaria per presagire tale opera-
zione dell'attuale spirito scientifico.
Berthelot non ha parlato di meta-
fisica, più riservato ancora di Pasteur
e di Claude Bernard : si è tenuto
apparentemente alla chimica, vale a
dire più lungi che i fisiologi dalle
questioni morali : ma sottintendeva
tuttavia alcune considerazioni essen-
ziali, prima fra le quali quella della
modificazione profonda della scienza
contemporanea. La discendenza degli
scienziati ideologici non ha infatti
cessato di stabilirsi, dalle teorie di-
namogeniche di Faraday fino alle idee
pastoriane, ai principi vitalisti di Ber-
nard, alle sintesi organiche di Ber-
thelot. « La scienza ha delle risposte
d'una tacita ironia: mentre si incri-
mina il materialismo e la matìcanza
d'ideale della medicina, ecco ch'essa
ci fa conoscere che le condizioni della
materia si trasformano : la vile materia
diviene, per le successive scoperte di
Chevreul, di Hertz, di Roentgen, as-
solutamente dissimile da ciò che si
credeva. L'interpenetrazione, la po-
larità, la dissimetria molecolare, le
identità delle onde luminose e sonore,
la percezione transustanziale dei rag-
gi X, distruggendo tutte le nozioni
sull'agglomerazione dell'opacità, ecco
altrettanti principi che giungono a
convertir questa famosa materia in
un elemento quasi metafisico, in un
tessuto magnetico continuo. Che di-
ventano quindi le vecchie teorie della
conoscenza e le arguzie separanti il
ponderabile e l'imponderabile?»
« E chi non vede - prosegue acu-
tamente Carni Ile Mauclair - che lo
studio della materia cosi compreso
porta immense conseguenze nel do-
minio metafisico ? Noi arriviamo di-
rettamente alla famosa questione del
mistero, pretesto e postulato di tutte
le morali di rivelazione, e chia-
ramente scorgiamo che la scienza,
come la concepivano gli antichi al-
chimisti metafisici, non è soltanto la
riunione delle scienze, è anzitutto la
loro riunione ad un egual grado di
sviluppo, è, insomma, la metafisica
realizzata, la riduzione all'unità del
TRA LIBRI E RIVISTE
U9
fisico e del morale. Ora, i gradi di
sviluppo non sono ancora uguali, e
succede, per esempio, che la chimica
sintetica secondo Pasteur e Berthelot
è ben più sciolta dall'antica conce-
zióne della materia, ben più ideolo-
gica che la medicina, oggi. In quanto
al mistero la scienza non è abba-
stanza ristretta per scrutarlo come una
specie di corpo semplice irreduttibile
di cui una sintesi tenace avrà un
giorno ragione : la scienza concepisce
che il mistero è, comunque lo si
chiami. Movimento, Porza, Dio, ecc.,
un principio auto-complesso, che in-
dietreggerà e si moltiplicherà quanto
più si progredirà. Il mistero inlatti
non è una nozione fissa, ma si accre-
sce in ragione diretta delle scoperte :
l'ignoranza primitiva, facilitando le
teologie, aveva ridotto l'immensa som-
ma dei fenomeni incomprensibili a
una concezione unitaria della loro
causa, e più l'umanità ha appreso,
più essa ha dovuto decomporre que-
sto viistero globale in un'infinità di
misteri parzialmente riduttibili ».
«
* *
Si può dunque prevedere che tutte
le nostre cognizioni, modificate, por-
ranno l'etica su basi assolutamente
nuove. Il Mauclair asserisce che la
scienza attuale, modificando esperi-
mentalmente la composizione del mi-
stero, non disturba le manifestazioni
teologiche e metafisiche. Tolstoi, cri-
stiano, Nietzsche, ateo, rispondono
esattamente come Pasteur e Berthe-
lot, e come Guyau (morale senza ob-
blighi ne sanzioni; trasmutazione di
tutti i valori ; la salute è in voi, al-
trettante varianti della stes.sa convin-
zione) che la conoscenza, la com-
prensione e il possesso di sé mede-
simi sono le sole forme di felicità.
Dobbiamo ora ritenere che il com-
pito del romanziere e del critico non
sarà più che quello d'un inutile com-
mentatore dei principi scientifici o
d'un vano protestante aggrappato al-
l'antica teologia ?
Il Mauclair dice d'esser stato lui
stesso, e d'esser ancora, troppo appas-
sionato di metafisica, troppo critico,
troppo sentimentale e troppo con-
vinto della coltura delle idee per ac-
cettare allegramente la capitolazione
della letteratura davanti alla scienza
e la traslazione dei suoi privilegi d'in-
segnamento morale a questa grande
sopravvenuta. « Ma io credo ferma-
mente che resta agli scrittori un com-
pito splendido, quello di vivificare e
di trasportare nel dominio espressivo
i nuovi dati del simbolismo scienti-
fico, cosa che la scienza non ha a
fare e non può fare ».
Egli accenna ai romanzi di Wells,
osservando che questo caso d'applica-
zione del merveilleux scientifique non
è ciò che occorre, perchè la vena
ben presto si esaurirebbe. Ricorda
che i grandi spiritualisti Poe e \'il-
liers de l'Isle Adam non sprezzarono
la scienza, e dichiara che i romanzi
dei Rosny segnano, a confronto di
quelli di Zola, un immenso progresso
nella nuova direzione.
« V,' emozione del pensiero finirà per
prender il suo posto. È ad un'epoca
in cui la musica si arroga di più in
più il dominio dell'espressione meta--
fisica e sentimentale, con mezzi co-
lossali e una potenza d'universalità
innegabile, che la letteratura s'osti-
nerà a non tener conto della sua ap-
parizione né della conversione della
scienza verso la sintesi, e crederà
aver fatto tutto, rifugiandosi nella
negazione ? E se la scienza prende il
posto della Rivelazione, penserà essa
a negare l'evidenza e a dichiarare
pessimisticamente che nulla non mo-
difica nulla ?
« La letteratura s'è comportata pue-
rilmente di fronte alla scienza e se
questa mostra for.se dell'audacia recla-
mando la direzione sociale con un
segreto disprezzo per la rumorosa
agitazione dei romanzieri psicologi,
essa ne ha almeno, all'ora attuale,
assai più diritto che non la lettera-
tura, e noi non possiamo esser soli-
dali con M. Brunetière e ostinarci
nella reazione per il semplice ])iacere
di maltrattare la scienza. Noi vediamo
d'altronde ciò che sociologicamente
danno queste idee: sarebbe veramente
una calamità esser riportati a un tal
ideale. Non parliamo neppure di quello
della benne soujfrance, che non merita
discussione. Nell'ostinata ricerca del
progresso, in questa lotta per l'ege-
monia della direzione morale, la let-
teratura ha esaurito tutti i sistemi,
ed essa è impotente, al momento in
cui la scienza propone le sue lente
constatazioni ».
150
TRA LIBRI E RIVISTE
Cam il le Mauclair termina il suo
acuto scritto con alcune succinte osser-
vazioni sul deplorevole disordine che
imperversa nel mondo dei letterati,
di fronte a cui la vita degli scienziati
« apparait unitaire, digne, grave ». Ma
egli non proclamerà a sua volta il
fallimento della letteratura. « Il ne
s'agit plus d'un antagonisme, niai.s
d'un accord ».
Dobbiamo considerar come amica
la scienza clie diminuisce la soffe-
renza sociale; come una naturale al-
leata della letteratura di cui es.sa rin-
nova la sostanza. Trattandosi d'una
letteratura che non si serve del ro-
manzo che per enunciare delle idee
filosofiche, psicologiche o sociali, sa-
remmo insensati miscono.';cendo la
immensa efficacia del concorso della
scienza, e non andando ad essa fran-
camente « dans notre amour de la
connaissance unitaire et antithéolo-
gique, de catte connaissance conci-
liant l'esthétique, la métaphysique et
la morale, qui est le corps simple
visé par l'universelle analyse des In-
tel lectuels ».
Studi italiani in PVancia.
Abbiamo sott'occhio il XXI Bol-
lettino della Socicté d'Etudes Italien-
nes, che i nostri lettori ben conoscono,
fondata sotto la presidenza di Jules
Simon or sono dieci anni, e di cui
attualmente è l'anima il prof. Carlo
Dejob, benemerito dell'Italia.
La Società e' informa che il Mini-
stero dell' istruzione pubblica fran-
cese ha in quest'anno preso una no-
tevole decisione a favore degli studi
italiani. Ha creato degli ispettori per
l'insegnamento della lingua nelle va-
rie Università, Licei, Collegi ove esso
è impartito; Mr. Carlo Dejob fu de-
legato a visitare i professori delle
Facoltà di Chambérj', Grenoble ed
Aix : egli non ha potuto naturalmente
anticipare per il Bollettino le in-
formazioni che risulteranno dal rap-
porto al Ministero; solo egli assicura
che l'impressione ricevuta è stata
eccellente, che in tutti gli istituti vi-
sitati r italiano è compreso corrente-
mente, all'audizione oltreché alla let-
tura, dalla maggior parte degli allievi,
e parlato da molti di essi. La cifra
degli studenti aumenta ovunque: al
collegio d'Embrun, per esempio, è
passata da io a 80 ; a Bastia è oc-
corso istituire una seconda cattedra ;
i rettori di Chambéry e di Grenoble,
si preparano ad estendere lo studio
dell' italiano alle scuole secondarie
femminili.
Il Bollettino contiene altre notizie
confortanti. Borse di studio per l'Ita-
lia sono state accordate in quest'anno
dal Ministero e elargite da privati be-
nemeriti : carovane di studenti si sono
formate volontariamente per visitare
il nostro paese.
La biblioteca della Società si ar-
ricchisce sempre più, grazie a molti
donatori. Le adesioni, che, come i
lettori rammenteranno, non implicano
alcuna quota, ammontano già a 1213.
Zette.
Paul e Victor .Margueritte ci ave-
vano date anni fa le « ave.itures
d'un petit gar^on ». Ecco che al
simpatico Poiim fa ora seguito questa
deliziosa Zetle, « histoire d'une petite
fiUe ».
Zette alla prima pagina del libro è
« quelque chose de rouge et d'af-
freu.x, une argile encore informe où
le Potier divin s'est amusé à ter-
niiner des détaìls et a. par e.xemple,
ciselé les ongles minuscules et piante
sur la tète de.=; cheveu.x de soie im-
pondérable, un duvet de lumière
blonde ». Nata da una setcimana, essa
ignora il -riso, il pensiero, l'amore.
« Elle n'est qu'une bouche, un su-
(joir ».
Ma via via negli occhi da cieca
della creaturina, occhi « qui ressem-
blaient à un bUiet dans du lait »,
un'alba si leva. Zette allarga il cir-
colo delle sue sensazioni, impara a
distinguere la nutrice, poi a sorri-
dere, poi mette il primo dente, poi
muove i primi passi... In otto pagi-
nette la divina metamorfosi è nar-
rata con una semplicità e un'evidenza
incantevoli e sorprendenti. E cos'i per
tutto il volume i due illustri scrittori
francesi seguono nella descrizione
difiìcilissima dell'infanzia un metodo
personale e ardito che non sapremmo
come definire, che non è del puro
impressionismo e tanto meno del
TRA LIBRI E RIVISTE
151
naturalismo obbiettivo, ma una fe-
lice fusione di intuitivismo, come di-
rebbe Edoardo Rod, e di ciò che i
due primi sistemi hanno di più spon-
taneo, di più l'h'o, di più geniale.
Bisogna leggere il capitolo Les Mou-
ches per vedere quali risultati di co-
micità finissima e insieme di ine-
sprimibile commozione i Margueritte
ottengano descrivendo le piccole osti-
nate riflessioni della mente infantile
e la strana logicità delle sue asso-
ciazioni d'idee. Anche il capitolo
Les mots è pieno di preziose rivela-
zioni sul mondo intellettivo che i
fanciulli tengono racchiuso in sé ;
gli autori non possono che averle
tratte dalle memorie della propria
infanzia; poiché, essi stessi lo dicono,
« giammai i fanciulli svelano il se-
greto, per essi stessi confuso, delle
loro divagazioni assurde e del mondo
d'idee fantastiche in cui si compiac-
ciono ». Assai più facile è strappare
ai cari fiori della nostra vita le loro
impressioni sentimentali, le commo-
zioni profonde della !or giovane psi-
che : un bimbo che softVe pel dolore
di chi lo circonda o per mancanza
d'amore, non sfugge all'analisi ap-
passionata di chi vuol sanare quella
sofferenza. Un bimbo che ha sof-
ferto, che ha sentito dai primi suoi
giorni un'atmosfera di lagrime in-
torno, non osserva superficialmente
la morte, ad esempio, come avviene
ai fanciulli felici, come avviene a
questa piccola Zette fortunata che non
ha fino ai quindici anni nessuna pena
fuorché quella di rompere una bambo-
la, di perdere un cagnolino, di sorpren-
der i cenci dei pagliaccetti visti una
sera a teatro come in sogno, di sen-
tirsi inferiore moralmente, qualche
istante, al suo buon amico Poum...
I Margueritte hanno voluto mo-
strarci come nelle condizioni più se-
rene di vita la bimba si avvii a di-
ventar donna, come in essa si accu-
mulino quasi inavvertitamente le im-
pressioni varie che domani col ricordo
l'aiuteranno ad affrontar le realtà im-
mediate, la lotta, il male, il mistero.
Essi non sono degli educatori, non
sono dei filosofi dall'anima pedago-
gica; il loro senso d'umanità pro-
fondo, ben noto a chi ha letto Femmcs
iwiivelles e Les deux vies, si trova,
dinanzi al problema dell'anima in-
fantile, naturalmente portato ad un
ottimismo sorridente, che taluno po-
trebbe dire superficiale, ma che in-
vece deriva direttamente dalla loro
balda e indomabile fede nella vita,
vita d'amore e di ascensione per gli
uomini e per le donne tutte, per gli
esseri umili come pei grandi. La loro
personalità intellettuale armonizza
quindi con quella artistica, e questo
breve volume dal freschissimo fa-
scino, che tante mammine e tante fan-
ciulle leggeranno ridendo e piangendo
insieme, è degno in tutto dei simpa-
tici scrittori e arditi pensatori che
sono i Margueritte.
A Campfer nell' Engadina.
Le incertezze della stagione prima-
verile sono scomparse e l'estate caldo,
afoso si avanza.
Il ristoro dell'aria fresca e pura
dei monti comincia a sorridere alle
menti affaticate ed ai corpi stancffi.
Ho conosciuto tardi i piaceri della
montagna e ne ho sentito d'un tratto il
fascino soavemente intimo.
Non le parlo, gentile lettrice, delle
ascensioni alpine, che, tranne per lo
scienziato, non arrivo a comprendere.
Quante inutili ansie, quante fatiche
sprecate per 1' umanità, quante sven-
ture, che gettano la desolazione nelle
famiglie, senza scopo alcuno di pro-
gresso, di benessere sociale!
Ma la montagna, dai verdi prati vel-
lutati, dagli alti pini, dai bianchi stra-
dali, dalle acque fresche e cristalline,
rappresenta in estate una delle mag-
giori delizie della vita: riposa la mente,
esercita il corpo, rinfranca e rinforza
la nostra fragile fibra. L'n amico filo-
sofo, cui sorride un'Italia forte, labo-
riosa e grande, ripone nel clima me-
ridionale e caldo del nostro paese una
delle maggiori cause della debolezza
della fibra nazionale e della minore
produttività. Egli sogna ovunque fer-
rovie dentate, funicolari e strade bian-
cheggianti a zig-zag che ascendano
alle più alte cime, per temprarvi,
in estate, una parte del nostro popolo I
Ben venga adunque la montagna,
col luglio che incalza! Sono le no-
stre Alpi quelle che presentano i mi-
gliori ritrovi, che oramai sorgono
numerosi e frequentati sia sul ver-
sante italiano, sia sopra quello estero.
152
TRA LIBRI E RIVISTE
E fra le regioni alpine che hanno
maggior voga v'ha appunto l'Enga-
dina, che rappresenta uno degli an-
goli più belli, una delle più interes-
santi plaghe alle maggiori altitudini
abitate dall'uomo.
Le vie d'accesso vi sono d'una
comodità indiscutibile. Dal Gottardo,
e dalla Svizzera sarà presto compiuta
la ferrovia dell 'Albula, che da Lucerna
e Zurigo penetra in mezza giornata
nel centro dell'Engadina. Dall'Italia
vi si arriva comodamente, colla fer-
rovia della Valtellina - da Milano a
Chiavenna, ora a trazione elettrica -
e poscia con sei a sette ore di car-
rozza, per la strada ombrosa di \'al
Bregaglia, che è semplicemente in-
cantevole! .Si parte il mattino, ad ora
.St. Moritz, ricca di grandiosi hótels
di giardini, di pinete, di concerti e
balli, di luce elettrica, è il centro del-
l'Engadina: è il ritrovo di un mondo
elegante iriternazionaie, che vi au-
menta ogni anno. Ma d'intorno alla
bella cittadina, sorge a diverse di-
stanze, da Samaden a Sils, una quan-
tità di villaggi tranquilli, di queti
ritrovi, ove pare più intimo il sorriso
della natura e il silenzio della mon-
tagna.
Campfer, sulla grande strada che
da St. Kloritz conduce all'Italia, è uno
di quegli angoli tranquilli, accocco-
lati fra la pineta, la prateria e il
lago, e che paiono a distanza bianchi
nidi di aquile. E il villaggio più vi-
cino a .St. Moritz, a cui si accede
VTTÌ
SftTì^i'^'^ii!'*^^
'JL-,
comoda, da Milano : si arriva la sera in
Engadina a 1800 e più metri e si va
a dormire sotto le coltri imbottite !
L' Engadina è tutto un meraviglioso
altipiano ad un' altitudine a cui è
difficile trovare altrove anche solo un
piccolo spazio. Il prato verde è lam-
bito dai numerosi laghi azzurri che
occupano in molte parti il basso della
valle; agli orli comincia la pineta folta,
scura, vasta quanto si distende l'oc-
chio umano, interminabile : dietro, le
cime dei monti ora ravvolte nelle
nubi, ora biancheggianti di neve e
rigidamente disegnate contro l'az-
zurro cri-stallino del cielo.
con una deliziosa passeggiata, sia per
due bianchi stradali, sia per il sen-
tiero boschivo, che attraversa una
piccola altura ombrosa. In mezzo alla
pineta, nel più folto del silenzio e
sovra il cocuzzolo della piccola altura
che domina l'intera valle, si asconde
una elegante villa, che porta un nome
caro all'arte ed alla società romana,
quello dello scultore Story. La squisita
ospitalità della illustre famiglia è una
delle maggiori attrattive della incan-
tevole zona che si stende fra St. Mo-
ritz e Campfer.
L'intero paese è seminato di al-
berghi, grandi e piccoli, imponenti e
TRA LIBRI E RIVISTE
modesti, colle loro pensioni a giorni,
1 settimane, a prezzo fisso e con quel-
l'arte che è tutta propria della Sviz-
sera. Ne presento uno^ il Julier Hof
3 V Hotel Julier di Campfer, che si
riannoda al ricordo della mia prima
ifisita airEngadina. È una di quelle
;ase elegantemente nitide e dotate di
ulte le comodità che rendono così
DÌacevole il soggiorno estivo: collocata
il crocicchio delle due vie che giun-
gono da St. Moritz, è il centro di un
massaggio continuo di corriere po-
stali e di carrozze signorili, che tem-
jerano la mite solitudine del luogo,
;d il silenzio della verde prateria e
Iella pineta folta ed ombrosa. Ne è
)roprietario il signor Miiller, uno di
juegli operosi svizzeri, delle Alpi, in
;ui la fibra tedesca e la genialità ita-
iana paiono insieme contemperarsi.
La corriera postale, con i posti-
filoni, i cavalli a sonagli, i grandi
nautici, ed i copertoni che proteg-
gono dai rapidi acquazzoni della mon-
agna è una delle bellezze e delle
ittrattive dell' Engadina, che ne è
ittraversata in tutti i sensi Le cor-
iere svizzere sono fra le più celebri
l'Europa ed è svizzera, con il suo
lolore giallo spiccato, la diligenza
:he a Chiavenna riceve i viaggiatori
li Milano, diretti all'Engadina. Vi si
rovano pure numerose carrozze pi i-
•ate e d'affitto. Il servizio della corriera
)rincipale è eccellente ; ma quello
Ielle carrozze supplementari presenta
m" anomalia inconcepibile in un or-
linamento cosi perfetto come quello
Ielle Poste svizzere. Ad ogni sta-
llone di posta - circa ogni due ore -
i cambiano non solo i cavalli, ma
inche le carrozze ed i viag^giatori
levono trasbordare più volte al giorno!
Non ho mai visto nulla di più pri-
nordiale in un servizio di Stato e
pero che vorranno porvi riparo nella
ìresente stagione le Poste svizzere,
ìsse accresceranno le attrattive di
lóa
un viaggio in corriera nell'Engadina;
una delle più belle delizie che la vita
estiva possa presentare.
« Il Genio » di Henry Bérenger^
Recentemente la Revue Bleue pub-
blicò nelle sue colonne un dramma
di un giovane. Henry Bérenger, che
abbiamo notato come una cosa molto
originale e forte. È intitolato Le Genie,
« pièce contemporaine» in tre atti.
Siamo a Parigi nel laboratorio di
un grande scienziato, continuatore
dell'opera di Claudio Bernard, di
Pasteur, di Berthelot. Laurière - cosi
si chiama quest'uomo di genio - ha
scoperto un veleno formidabile l'eu-
ta.xine, col quale pretende di poter
guarire l'epilessia e allontanare la pa-
ralisi generale: naturalmente la mag-
gioranza dei membri dell'Istituto lo
osteggia, e parte dell'opinione pub-
blica è da essi agitata contro la te-
merità delle esperienze cui Laurière
si abbandona. Ma lo scienziato non si
sgomenta; attorniato dai suoi allievi
devoti, appoggiato dall'amore di sua
figlia, egli avanza diritto al suo scopo,
ch'è quello di strappare quanti più
segreti gli è possibile alla natura, per
liberare l'uomo dalla sofferenza. Ap-
punto, il giorno in cui una Commis-
sione dell'Istituto deve esaminare gli
ultimi risultati delle sue ricerche, gli
arriva dalla campagna un ragazzo
epilettico che la madre è risoluta a
sottomettere a qualunque tentativo
della scienza per salvarlo. E l'espe-
rienza agognata, il primo essere umano
su cui Laurière proverà V eutaxine.
Un solo momento di dubbio nella sua
coscienza: poi egli decide: il ragazzo
è perduto in ogni altro caso, perchè
non rischiare? Egli non ne ha solo
il diritto, ma il dovere. Al suo sco-
laro prediletto, quasi un fi.'liuolo di
adozione, che nella stessa memorabile
mattinata ha perduto la speranza del-
l'amore di Teresa Laurière e ha de-
ciso di andar ad esperimentare \' eu-
taxine in una regione ove infierisce
la febbre gialla, il maestro afferma :
« Oui, la vie au milieu du danger,
c'est la vraie vie, c'est la grande vie,
la vie dont on peut mourir, mais qui
feconde ! » Un soffio di poesia tra-
gica spira su tutto questo primo atto
154
TRA LIBRI E RIVISTE
denso, agile, d'una teatralità sincera
che non scompare al ricordo dei mi-
gliori lavori di Ibsen.
» *
Al secondo atto son passati otto
giorni dacché si principiarono le inie-
zioni de\\'e!t/nxi>/ea.\ contadinello epi-
lettico. Gli allievi del Laurière c'in-
formano che l'infermo sta assai male,
ha la febbre a 40°. 7. Il professore è
risoluto a non indietreggiare: nella
giornata inietterà la più alta dose di
veleno, e se il ragazzo resisterà, sarà
salvo. Ma la madre, umile creatura
superstiziosa, ha perduto la fede cieca
nello scienziato, è pentita, vorrebbe
che si chiamassero dei preti e dei
medici. Contemporaneamente giunge
nel laboratorio l'eco dell'irritazione
del pubblico, e arriva il prefetto di
polizia a pregar Laurière a nome del
Governo, di non spingere le sue espe-
rienze al di là dei limiti permessi dalle
leggi del paese.
« Le leggi del paese - risponde lo
scienziato - non impediscono agli epi-
lettici e ai paralitici di tuffarsi nelle
piscine di Lourdes a rischio di morte. . .
Noi domandiamo per la scienza gli
stessi diritti che voi accordate alla
superstizione. La madre di questo
fanciullo m'ha confidato suo figlio. A
meno che voi non veniate ad arre-
starmi qui, in questo labora'orio che
venti scoperte utili alla Francia pro-
teggono, io non cederò ».
Ma dopo la partenza del prefetto,
Laurière si accascia : trema per la
responsabilità assuntasi, e lo confessa
alla figliuola : « Finché l'ultima pa-
rola non è detta, finché l'ultima prova
non è acquistata, si ha il diritto di
impegnare una vita umana? » K pensa
anche a tutto ciò che un'esperienza
imprudente potrebbe travolgere, tutto
il suo lavoro immenso che conteneva
il presentimento d'una indefinita con-
quista... Teresa gli asciuga le lagri-
me irresis'.ibili :
« Pauvre papa! Quel calvaire ces gens-là te
font monter ! Mais oui, tu les avais, tous ces
droits. N'allais-tu pas vers l'inconnu? Quel
genie n'a risqué, au moins une fois dans sa
vie, le tout pour le tout? La science serait
dono une calculatrice qui ne parierait qu'à
coup sur ? Seule parmi les grandes forces de
l'humanité elle n'auiait pas ses champs de
bataiUe, ses départs vers Vaventure, l'incer-
titude formidable du mystère qu'elle prétend
conquérir ? Elle n'aurait pas, eu des heui -
qui soni les tiennes aujourd'hui, elle n iiu-
rait pas les raémes droits que ChristL'j '
Colomb parmi ses équipages, que Danl'i
la tribune, que Victor Hugo à la v
d' //emani? Kcoute, papa. Tu te souvien
certains soirs, quand j'étais tonte petite '
songeais a tes découvertes, au balcon, il«i
le crépuscule... Ton regard, détaché de toiito<
choses, me paraissait profond comme l'in-
connu que tu interrogeais, luniineux comme
cette vérité qui déjà Ijrillait pour toi seul '
avant de rayonner pour tous les hommes... ■
Oh! papa, à ces minutes où tes yeux luisaient
plus magiquement pour moi que les étoiles
du soir, non, la science n'était pas la petite
vieille, peureuse, ratatinée qui risque de
petites avances pour de petits profits. C'était
la chimère ouvrant des yeux d'aigle sur les
abimes de l'inconnu... Et c'est celle-là que
tu aimais, non pas Tautre ! C'est celle que
tu m'as enseignée, qui nous a guidés; c'est
celle qui t'a fait grand et qui m'a faite
forte ! »
« Tu mi rendi la forza e il vole-
re ! » - esclama Laurière. E dopo aver
di nuovo soggiogata la madre del
piccolo moritaondo, va a compiere su
di lui l'operazione estrema.
Quand'egli torna, raggiante, perchè
all'infermo è evitata ormai la febbre
cerebrale, e si rinnova l'intensa spe-
ranza di guarigione, scopre che la
figliuola e gli allievi vogliono nascon-
dergli una notizia... La febbre gialla
ha attinto il giovane ch'è partito una
settimana avanti. Laurière decide di
raggiungerlo, ma una vertigine lo co-
glie: cade al suolo colpito da paralisi...
La tensione era stata troppo grave.
E il sipario scende lasciandoci nel-
l'ansia pili viva : vedremo dunque il
fallimento del genio?
No. Al rialzarsi della tela, nel terzo
atto, Laurière su un seggiolone, in
mezzo al suo laboratorio, riceve gli
omaggi del Presidente della Repub-
blica, del Ministro dell'istruzione, dei
rappresentanti delle varie Accade-
mie, ecc. I benefici della sua ultima
scoperta sono .stati riconosciuti, e la
Francia e il mondo onorano il grande
cittadino. P'gli ha vicino, guarito, il
piccolo contadino e la madre di lui.
Nella gioia di sentir sé stesso, mercè
y eittaxinc, liberato dalla paralisi, in
grado ancora di combattere le fervide
battaglie della scienza, egli non ha
che la tristezza d'aver perduto l'ai-
TRA LIBRI E RIVISTE
155
ievo diletto, di non aver potuto strap-
lare anche quello dalla morte. Egli
jnora che per il giovane la gio-
iosa morte è stata una liberatrice :
hiuso nel cerchio dei suoi studi, egli
lon s'era mai accorto di ciò che le
sistenze circostanti potevano acco-
:liere delle lusinghe della vita, degli
mori e dei dolori che gli fiorivano
sanguinavano accanto... Cosi egli
lon ha mai pensato che suafiglia avesse
Itra aspirazione fuor da quella di aiu-
arlo e confortarlo nella sua gloria: ep-
lure la fanciulla ha venti tré anni, è bel la,
la l'anima fervida, sente il bisogno
li conoscere qualcosa oltre le pareti
lei laboratorio, qualcosa di più spon-
aneo, di più caldo, di più umano; ella
.ccetta di sposare l'uomo che ama da
auto tempo e per cui ha rifiutato un
giorno il compagno dei suoi studi :
gli la chiederà al padre la sera stessa :
un uomo d'azione, che sarà do-
nani capo del Governo, un' intel-
igenza vittoriosa, anch'egli, in altro
ampo.
Mentre Teresa cerca di preparare
1 padre alla novità, questi, inconscio,
ngenuo, le annuncia d'aver accettato
I consiglio del suo più vecchio amico
: di voler partire al più presto per
in soggiorno di tre mesi in Sicilia,
on lei : « Ne abbiam bisogno, ci ri-
netteremo, ci distrarremo... E, al
itorno, riprenderemo la nostra bella
'ita di lavoro ». E continua: « Ouand
e songe que parfois tu pourrais n'étre
)as là, toujours près de moi, gar-
lienne de mon temps et de ma vie,
|ue je pourrais retomber seul ; ah,
■ois-tu, fiUette, je comprends tout le
>onheur de t'avoir, tonte la douleur
le te perdre I... Vois-tu. la vie sans
oi, je ne saurais plus la vivre ! Je
erai fini... vide... use... je serai perdu
)our la science .. Tu es autour de
noi ma jeunesse qui se prolonge,
non activité qui ne faiblit pas... »
La fanciulla ha trasalito : e d'ini-
irovviso la sua risoluzione è presa :
:lla non può lasciar suo padre per
rorrere alla propria felicità. Lo dice,
lualche momento dopo, all' uomo
imato, il quale prorompe nel suo
lolore : « Ma è mostruoso alla fine,
luesto egoismo del genio I » « Ma
IO - risponde ella - poiché egli non
;a nulla, non dubita nulla, non vive
;he nella sua opera ! »
Cosi è: pensavamo, leggendo que-
st'ultimo atto del dramma di Henry
Bérenger, inferiore agli altri due per
tecnica e per ispirazione e nondimeno
altrettanto interessante nella sua leg-
gera ingenuità (perché quei perso-
naggi, quel Presidente della Repub-
blica, che in teatro sono sempre
ridicoli?), a un altro egoista che di
recente ha avuto gli onori della ri-
balta, e che i lettori della Nuova
Antologia ricorderanno : l'egoista stu-
diato dal nostro Bertolazzi : mostruoso
veramente quello, perché travolge
tutto intorno senza nulla creare, .solo
soddisfacendo al proprio volgare be-
nessere...
Anche in Le Genie una figliuola
accetta di non abbandonare il padre.
Ma la donna é qui un essere di de-
vozione, non un essere di servitù: si
sacrifica con entusiasmo, ma vuole
che il suo sacrificio si risolva tosto
in una viuoria, le dia la costante sen-
sazione della sua superiore necessità.
Marsiglia e i porti franchi.
11 fatto che domina tutta la storia
commerciale di Marsiglia fin dal se-
dicesimo secolo é l'opposizione quasi
continua che fa la città alle decisioni
del potere centrale.
Sembra che ci siano, nei motivi
che regolano la sua condotta, come
un rimpianto dell'indipendenza pas-
sata, come un'aspirazione a ridiven-
tare la libera repubblica fiorente che
essa fu, quando essa sola determi-
nava le condizioni dei rapporti suoi
commerciali colle potenze del bacino
mediterraneo.
1 primi sovrani, dal dodicesimo
alla fine dei sedicesimo secolo, rico-
nobbero e conservarono tutte le im-
munità e tutti i privilegi che avevano
fatto la sua prosperità. Francesco I
osò toccarli; fu il segno d'una lotta
contro i poteri pubblici che, sorda o
dichiarata, dura tuttora.
I Marsigliesi protestano contro
Francesco I e i suoi successori che
impongono dei diritti fiscali, e poi
protestano contro Enrico IV e contro
Colbert, che rendono loro le fran-
chigie. Più tardi protestano, a ragione,
quando i loro privilegi scompaiono
affatto. Già d'allora i forestieri anda-
156
TRA LIBRT E RIVISTE
vano a Genova o a Livorno, ov' erano
più favoriti.
Napoleone, nei Cento Giorni, ha
l'idea d'accordare a Marsiglia una
zona franca, ma i Borboni continuano
a dar cagioni di lagnanze ai Marsi-
gliesi. Nel 1817 un'ordinanza si sforza
di combinare a Marsiglia un modo
di deposito che non leda gli interessi
dei commercianti e industriali del-
l 'interno. Questo regime è ancora in
vigore.
Nel 1S33, nel 1837, nel 1S41, i
Marsigliesi ridomandano la franchigia.
Ma in quell'epoca il commercio pro-
grediva e molte circostanze davano
al porto una gran prosperità. Ciò durò
parecchi anni : ora la decadenza è
dichiarata da molti.
« Ora, sotto il regime del protezio-
nismo che aggrava la Francia, men-
tre i diritti che colpiscono i navigli,
il caricamento e la manutenzione delle
merci sono più alti da noi, che non
presso ogni altra potenza europea;
mentre il macchinario dei porti si
perfeziona sempre più all'estero; men-
tre immense intraprese, quali le
nuove vie del Gottardo e del Sem-
pione, modificano i trasporti; mentre
tante cause diverse minacciano l'av-
venire di Marsiglia, come stupirsi
che la gran città alzi la voce e con
una forza uguale al danno minacciato,
reclami delle misure di soccorso?».
Cosi s'esprime il sig. C. A. Maybon,
che dimostra conoscere addentro la
questione, nella Renaissance Laliìie.
F"u primo il signor Charles-Roux,
deputato di Marsiglia, nel 1899, che
sollevò il problema dinanzi al Parla-
mento francese, poi parecchi altri
deputati deposero dei progetti di legge.
Una Commissione d'inchiesta venne
alla conclusione pure di preparare un
progetto e il Consiglio superiore del
commercio e dell' industria vi si mo-
strò a più riprese favorevole.
« Questo è il momento, o mai più »,
dicono i commercianti marsigliesi. E
finalmente il signor Giorgio Trouil-
lot, ministro del commercio e della
industria, d'accordo col ministro delle
finanze e dei lavori pubblici, il 4
aprile ultimo ha deposto un progetto
di legge relativo allo stabilimento di
zone franche nei porti marittimi.
11 progetto incomincia coll'esann-
nare le condizioni del commercio
estero. Non si tratta già qui di iik i-
tere tutta una città o tutto un |".r'u.
fuori del territorio nazionale, ma ili
creare una zona franca, come ad Am-
burgo o a Brema. È come un punto
all'infuori delle linee doganiere di
tutte le nazioni, ove le mercanzie
possono penetrare senza pagar diritti.
C'è di più. Fin qui non sarebbe i lic
un deposito {entrepót): ma si tratta
invece di poter manipolare le merci,
non soltanto per mantenere la hiro
conservazione (già ora si può, sotto
certe condizioni, travasare l'nlio», ma
per trasformarle. Si potranno lare
tagli di vini e d'olii, macinare e me-
scolare i cafTè, ecc.. stabilire delle
vere officine ove si potrebbero, dietro
autorizzazione, installare certe indu-
strie che sono vietate in Francia^
come la fabbricazione dei fiammiferi J
dei sigari e sigarette, ecc. !
Le obbiezioni che si sollevano con-
tro il progetto sono queste. I porti
franchi portano danno al Tesoro, dan-
neggiano altresì alcuni interessi par-
ticolari.
Al che si può rispondere agevol-
mente. Le zone franche favorirebbero
delle industrie che attualmente non
ci sono o vivono magramente; il gua-
dagno dello Stato non è già nel sof-
focare, ma nello estendere le indu-
strie. Quanto alla frode, la si eviterà,
stabilend 1 su tutto il perimetro della
zona dei cancelli, traverso cui si
possa sorvegliare dentro e fuori; ad
ogni modo i porti franchi stranieri
possono insegnare sull ' argoment \
Nella zona non si dovrebbe, natural-
mente, né abitare, né consumare.
Lo Stato non esporta tabacchi, né
fiammiferi. Se ciò é permesso in Al-
geria, nelle colonie, perché i fabbri-
canti non potrebbero avvicinarsi alle
porte doganiere della Francia?
Parlasi dell'esodo possibile di certe
indu.strie interne, che andrebbero a
stabilirsi nella zona franca. Quali ?
Le più importanti sono protette in
Francia con premi, col benefizio del-i
l'ammissione temporaria e dal draw-
back, che permette di affranchire to-
talmente o quasi le materie prime.
Sarebbero invece le industrie non
TRA LIBRI E RIVISTE
157
icora esistenti in PYancia che ne ap-
rofitterebbero.
Una classe che verrebbe danneg-
iata, pare, è quella dei viticultori.
ssi sono protetti dalla legge del 1899
le proibisce di tagliare, in porto, i
ini stranieri. Ma ecco quanto dice
stessa Camera di commercio di
ordeaux: « Non si comprende come i
ticultori potrebbero perderci , quando
vini stranieri venissero qui a subire
5lle manipolazioni conformi ai gusti
2i consumatori d'oltrenare e ripar-
re per l'estero. Il porto f anco fa-
literà semplicemente il trasporto, su
Itigli il più sovente francesi, di vini
ranieri nei nostri porti, e la loro
spedizione per 1' estero. Come un
.le affare, che si fa all'estero, può
isturbare i viticultori francesi?
D'altronde qual fu il risultato di
nella legge protettiva? Che i depo-
ti di vini esteri, proibiti in Francia,
stabilirono all'estero. La Spagna
)ecialmente ne approfittò, e i nego-
anti francesi stabiliti all'estero non
inno più alcun profitto alla patria.
«
* *
Alcuni domandano addirittura che
zone franche siano stabilite, oltre
le a Marsiglia, in due porti dell'O-
;ano, in uno del Mare del Nord e
Parigi. Il Maybon vorrebbe invece
le si stesse prima contenti dell'espe-
mento di Marsiglia. I porti francesi
)no troppi (69) e otto soltanto non
escono un carico per Io Stato. È ne-
;ssario sviluppare il meglio possi-
ne i più buoni.
Il progetto permetterebbe a Mar-
glia di riprendere una parte degli
Tari che Amburgo e Copenhagen,
enova e Trieste, le hanno tolto. Se
1 esso si unisse l'e-secuzione del ca-
lle da Marsiglia al Rodano, la co-
ruzione di nuove vie fra Nord e
[ezzogiorno, la linea dall' Estaque
Miramas per il litorale, la gran
ttà marittima riprenderebbe ben pre-
o il suo antico splendore.
In libreria.
La stagione libraria primaverile
ormai esaurita. Essa non fu forse
lolto feconda al paragone degli al-
i anni, ma fu molto varia, come
ifviene il più delle volte nella pro-
uzione editoriale italiana.
Veramente monumentale è il vo-
lume in-folio che l'Hoepli ci mandò
recentemente, ove, per opera di Luigi
Augusto Cervetto. si illustra una fa-
miglia di artisti italiani attraverso i
secoli. Dal quattrocento al novecento
i Gaggini, originarli di Bissone in
Lombardia, sparsero le loro opere
dall'Alta Italia alla Sicilia: decoratori
nati, scultori, pittori ed architetti,
lasciarono testimonianza di sé in
Francia e in Ispagna. Quest'opera è
un tributo doveroso a questi artisti,
non soltanto, ma un contributo alla
storia, e dal lato editoriale una delle
cose più magnifiche che noi abbiamo
avuto sotl' occhio. Un centinaio di
foto-incisioni che orna il testo mostra
che in fatto d'illustrazioni artistiche
non abbiamo più nulla da invidiare
agli stranieri.
L' Hoepli ha pure dato in luce
testé, in due considerevoli volumi, la
traduzione, a cui Gaspare Finali at-
tendeva da molti anni, delle com-
medie di Plauto.
Altri parlerà su questa rivista del-
l'opera su Carpaccio del Molmenti e
del Ludwig pubblicata da Bemporad.
II Molmenti è d'una fecondità straor-
dinaria, ma crediamo altresì che l'af-
foltarsi delle sue pubblicazioni arti-
stiche quest'anno sia dovuto sopralutto
a ragioni editoriali. Ad ogni modo
gli editori ci sono, ora, e buoni.
L'Alinari di Firenze ha fatto qui una
bella edizione della Pittura veneziana,
ricca d'incisioni nel testo e di tavole
separate, nella quale il Molmenti
traccia un quadro rapido e brillante
dell'arte che fu la gloria più alta di
Venezia: ottimo nunuale che consi-
gliamo agli studiosi e alle signore
colte. Un altro volume, F<?«tfsw, eh 'è
fra i più belli della collezione pub-
blicata dal benemerito Istituto di
Arti Grafiche di Bergamo, L'Italia
Artistica, non basta ancora a com-
pletare la serie di lavori terminati dal
Molmenti in questi ultimi anni, la
quale sarà coronata da una nuova
edizione, pubblicata dallo stesso Isti-
tuto, e interamente rifatta, della VHta
privata a Venezia.
Della bellissima serie, L'Italia ar-
tistica, son uscite già Ravenna di
Corrado Ricci, Ferrara e Pomposa
di G. Agnelli : un fascicolo contiene
Girgenti di Ser. Rocco e Da Segesta
158
a Seliniiiite dì E. Mauceri. Altre mo-
nografie parecchie sono in prepara-
zione e in pochi anni è probabile che
i più importanti e i più rari centri
d'arte siano adeguatamente illustrati
dinanzi al popolo italiano in libri
italiani, i quali reggono senza dub-
bio al paragone dei consimili fatti
all'estero.
Un editore che dimostra un'ope-
rosità continua, e che in pochi anni
ha accumulato una copiosa e utile
produzione, è Remo Sandron, l'edi-
tore dell'Italia meridionale che più
fortemente compete con quelli della
settentrionale. La sua Biblioteca di
scienze sociali e poìi/iche conili già 49
numeri: essa è piena di bei nomi e
di belle opere. Fra le ultime segna-
liamo le Voci del nostro tempo di
Alessandro Chiappelli, e // movimento
operaio di Achille Loria : i Saggi di
critica del marxismo di Giorgio Sorel
e gli Studi socialisti di Giovanni Jau-
rès vengono ultimi ad allargare il
campo delle trattazioni. La Biblio-
teca di scienze e lettere, già al 20° nu-
mero, è non meno pregevole. In essa
fu pubblicato il lavoro del Croce sulla
Estetica: l'ultimo è Tolstoi educatore
di Aurelio Stoppoloni. Il Sandron
stampa altresì una Biblioteca rara e una
Piccola cncinclopedia del secolo XIX,
appena iniziata. Ma la più bella no-
vità è la Biblioteca dei Popoli diretta
da Giovanni Pascoli, di cui parleremo.
Fra le collezioni in corso dob-
biamo lodare la seria ed elegante Pic-
cola Biblioteca di Scienze sociali dei
Fratelli Bocca, la quale ha dato fuori
in questi ultimi mesi parecchi la-
vori originali di varia coltura. Gli
studi religiosi vi sono rappresentati,
oltre che da L'essenza del cristiane-
simo di Harnack, dal Gesti Cristo
del Labanca e dal Buddha del Costa.
l^a. Storia dell' Alfabeto Ae\ Clodd è un
modello di monografia completa,
scientifica e insieme popolare.
Interessanti sono pure i due .'aggi
di Carlo Del Lungo: Goethe ed Hel-
moltz. Le origini del melodramma del
Solerti sono un buon contributo per
la storia della musica e L'irrazionale
nella letteratura del Fraccaroli, un
saggio d'estetica, darà del filo da tor-
cere ai critici e ai filosofi.
TR.\ LIBRI E RIVISTE
La Biblioteca Storica di Roux <
Viarengo s'è accresciuta di alcuni \n>--
gevoli volumi, fra cui la Storia della
Binansa italiana di Achille Plebano,
Roma e i Romani nelle campagne i'-'
4S-^() dì Ernesto Ovidi e ultimanu '
d'una nuova edizione degli Scria
Discorsi politici di Francesco Crisi n
(1S49-1890). Abbellisce la raccolta
un volume d'arte, Xz. Storia dell' A' Ir
di G. Natali ed E. Vitelli, un .Ni
manuali più completi che siano usciii
in questi anni, che l'insegnamento
della storia dell'arte è riconosciuto,
alfine come una necessità. 1
— E i romanzi ? - odo domandarmi
dalle lettrici cjre scorrono le colonne
àeW Antologia, incampagna, a! rezzo. -
Pochini, come sempre. Dicono che
siamo un popolo di fantasia: eppure la
fiction pare essere la produzione let-
teraria più prevalente fra gli Anglo-
Sassoni, gente positiva, che non presso
di noi. Abbiamo pochi romanzi.
Neera ha pubblicato in volume da
.Sandron il romanzo già apparso nelle
colonne della nostra rivista : Una
passione. Lo stesso Sandron ha dato
alla luce // dubbio dì Fulvia, Fu così.
di Sofia Bisi Albini, Piccoli esuli d'I-
talia dì Giuseppe Errico. Treves ci
manda, oltre alla Fiamma fredda di
Silvio Benco, Dopo la littoria di
Sfinge. La Poligrafica di Milano pub-
blica una raccolta di novelle del nostro
collaboratore Alfredo Fanzini, Trionfi
di donna. Altre novelle di Luigi Pi-
randello stampa l'editore Streglio.
Due traduzione dal tedesco. Le
affinità elettive di Goethe e V Eterno
fetnminino, poema di Roberto Misch,
sono state messe in luce decorosa-
mente dalla Libreria Editrice Nazio-
nale di Milano.
I versi non sono scarsi mai in Italia.
Abbiamo altra volta accennato ai
migliori volumi u.sciti nella stagione.
Sarebbe arduo notarli tutti. Meritano
di essere segnalati il Canzoniere di
Felice d'Onufrio, Savii e Pazzi di
Giuseppe Di Napoli, Odi ed Elegie
di Alfredo Galletti. Degni di esame
sono sopratutto L'anima dell'Italia di
Adele Galli, le Ore d'ombra e di luce
(Streglio, Torino) di V. A. AruUani e
TRA LIBRI E RIVISTE
159
Liriche Umane di Giovanni Bertac-
chi 'Soc. Ed. Naz., Milano).
Costantino Nigra ha pubblicato
(presso Menotti e Bassano, Milano)
una bellissima edizione del suo poe-
metto La Rassegna di Novara : essa
è ornata d'un ritratto dell'Autore, da
un dipinto a olio del Ricard, e di
splendidi disegni di R, Salvador!.
Dei libri stranieri teniamo conto,
in altra parte della Rivista, secondo
gli eclii che ci arrivano per mezzo
delle rassegne e dei giornali, in modo
che i lettori italiani sieno il più lar-
gamente possibile informati del mo-
vimento letterario e scientifico mon-
diale. Regna sempre fra gli editori
inglesi e americani un'attività di cui
non abbiamo un'idea in Italia: i libri
escono a migliaia ogni me.se e si
vendono in numero straordinario di
copie. Noi qui non possiamo tener
conto che di quel che giunge sul no-
stro tavolo, e non è poco. Ad esempio,
il Tauchnitz ci manda, della sua
scelta di British a>id American Au-
thors, parecchi volumi ogni mese.
Un nuovo editore francese, Fon-
temoing, che pubblica la bella rivista
Minerva, ha in pochi mesi stampato
molte opere pregevolissime, fra cui
parecchie raccolte di memorie stori-
che : I^e portefeuillc de la Comtessc
d'Albany, Le Registre de l'Ile d'Elbe.
entrambi per cura di L. G. Pélissier,
le Mhnoires du Baron de Lóicenstern
(1776-1858). a cura di M. H. Weil.
Libri di storia ha pure pubblicato
la libreria Pion ; le memorie del Conte
de Reiset, L'Unite de l' Italie - L'Unite
de l'Allemagne.
La Société du Mercure de France
continua la sua serie di varia lette-
ratura. Notiamo fra gli ultimi invii :
La Chaine des heures, \&rs\ à\ R. H.
De Vandelburg ; \\ alleati - Maiirs du
XVIII siècle, di Virgile Jozs ; La
fiction ?iniverselle, saggio letterario
di Jules De Gaultier ; Schéhérazade ,
versi di Tristan Klingsor ; fra le
traduzioni, Stalky et C. di Rudyard
Kipling.
Una nuova Società editrice pari-
gina, la Bibliothéque Internationale
d'Edition ha iniziato una serie di
brevi biografie, volumetti di meno
duna cinquantina di pagine, ove si
raccolgono piccoli profili di Célébri-
tés d'aiijoìtrd' hai. Queste celebrità
son tutti letterati : son già usciti Paul
Adam, e Oc lave Mirbeau : molti altri
s'annunziano, fra cui notiamo Car-
ducci, D'Annunzio, Bracco, ecc. ecc.
La stessa Società pubblica una col-
lezione / 'aria-Curiosa in cui troviamo
fra i primi numeri un breve studio su
Anton Francesco Doni, di \'an Bever
e .Sansot-Orland.
Tra i romanzi francesi pervenutici
e che consigliamo ai lettori, ecco
V Inutile Effort di Rod (Perrin), His-
toire comique di Anatole France
(Calmann-Lévy), Cteurs privilegiés , di
Abel Hermant La Ruse di Paul Adam,
che fa seguito a La Force e a L' En-
fant d'Austerlitz, illustrando la vita
francese intorno al 1828 (Ollendorff),
La Maison du péché di Marcella Ti-
nayre (Calmann-Lévy).
La libreria Fischbacher ha tradotto
da poco Marcella, il bel romanzo
della signora W'ard, P^ontemoing ha
regalato ai lettori francesi, prima sulla
Minei'va, poi in volume, Le marquis
de Roccaverdina del nostro Capuana, e
la Revue des deux Mondes, Elias Por-
tolu di Grazia Deledda che compa-
rirà presto in volume, mentre Per
Lanini ha fatto conoscere in Francia
Jérusalem en Dalecarlia della svedese
Selma Lagerlòf. che vorremmo veder
tradotto in Italia.
È un lavorio di trasfusione reci-
proca che avviene non soltanto nella
letteratura, ma anche nella scienza
dei diversi paesi. Ecco qui, ad esempio,
in bellissima edizione, accolta nella
Biblioteca filosofica diretta dal Muir-
head, edita da .Swan Sonnenschein di
Londra, la Psicologia contemporanea
di Guido Villa già comparsa dal Bocca.
Gli scienziati precedettero i letterati
nel far conoscere l'Italia nuova all'e-
stero : essi per i primi, insieme ai
nostri inventori emigrati, dimostra-
rono che l'Italia lavora nei campi
più ardui. Se noi traduciamo e assi-
miliamo molta produzione straniera,
ne rendiamo il beneficio in idee e
in opere: la nostra nazione cosi, an-
che nel lavoro e nel progresso intel-
lettuale, è fra le grandi potenze.
KK)
TRA LIBRI E RIVISTE
« Mens sana in corpore sano ».
É questo il titolo del nuovo libro
che Angelo Mosso dedica al pro-
blema dell'educazione fisica con l'am-
mirabile ardore di apostolo e la lucida
vasta dottrina percui aldi là dell'Atlan-
tico e in patria s'è conquistata la fama
di uno dei più geniali scienziati con-
temporanei (Milano, Treves).
I nostri lettori ricorderanno due
studi di lui : L'educazioìie moderna
della donna e L'arte di educare, che
comparvero tempo fa nella Nuova
Antologia. Essi sono raccolti ora in
questo volume (Treves. Milano), as-
sieme ad altri tre che il Mosso lesse
l'autunno scorso al Corso magistrale
di educazione fisica tenutosi a To-
rino : Origini dell'agonistica e della
ginnastica, L'agonistica tnoderna ,
L' educazione fisica nelle Università,
ed altri tre inediti ; L'educazione fi-
sica dei Romani e della gioventii itx-
lica. L'opera del Goi'crno, La demo-
crazia e l'educazione fisica. Il Mosso,
come si vede, ha inteso delineare
il cammino del concetto mens sana
in corpore sano attraverso i tempi e
le civiltà.
li popolo greco attribuì le origini
dell'educazione fisica all'epoca mito-
logica. Da Apollo, dio della medi-
cina e delle arti che iniziò i giuochi
pitici, a Erberto Spencer, il massimo
filosofo dei nostri giorni, giocatore
infaticabile di racchetta, rematore me-
todico, che sentenziò : « la prima con-
dizione del successo in questo mondo
è di essere un buon animale », il
tratto è veramente lungo, ma queste
pagine ce lo fanno seguire senza fa-
tica, con un interesse continuo.
Arrivato all'esame delle varie con-
dizioni in cui, secondo i paesi, si
trova adesso l'agonistica ■ il Mosso
propone questa parola più antica, più
nobile e più esatta, in luogo di sport
o educazione atletica o giuochi - il
lettore è ben conquistato alla fede
dell'illustre scienziato, e conviene in
tutti i suoi voti sull'opera dei Go-
verni e dei privati, perchè i popoli
latini raggiungano ed emulino gli
anglo-sassoni nel campo del progresso
fisico. Le statistiche di comparazione
che il Mosso presenta sono di per
sé stesse il più eloquente degli p-
poggi alla propaganda civile, vcr.i-
mente « democratica » da lui per-
seguita.
In Italia non abbiamo neppui
decima parte dei maestri di ginn;
che occorrono: altro che le i.,.>
versila americane, che hanno tutte
un ginnasio per l'educazione fisica,
e ove gli studenti che si iscrivuno
son visitati da un medico e u;tl
maestro di ginnastica, che ne redi-
gono la tabella biologica, consigliando
loro quegli esercizi di cui hanno
maggior bisogno per la lor costitu-
zione ! Laggiù il loro motto è A/oic
life and fuller (più vita e più ceim-
pleta). I nostri giovani invece udii
pensano che a procacciarsi la licenza
liceale o la laurea, per poi « campar
la vita » il meno faticosamente pos-
sibile : e nello studio eccessivo e pe-
dante, senza svaghi sani al sole ed
all'aria, diventan candidati della morte
prematura: per cento studenti che mo-
rirono neir ultimo quinquennio fra
i 15 e i 25 anni di età, cinquanta
sono morti per affezioni tubercolari;
il numero delle vittime che la tisi fa
nelle scuole è maggiore che non per !
tutte le professioni... J
« Perchè si sfollino le scuole - dice
il Mosso con ragione - bisogna che
prima cresca il desiderio della indi-
pendenza personale e che nel pub-
blico divenga più forte la simpatia
per i mestieri e le arti manuali...
L' industria, il commercio, l'agri-
coltura e più che tutto la colonizza-
zione ci guariranno forse da questo
male, ma l'evoluzione sarà lenta... »
II problema è d' una grave com-
plessità: il ministro Nasi nominò nel
febbraio del 1902 una Commissione
« al fine di studiare tutte le questioni
attinenti all'educazione fisica e di
proporre le riforme necessarie...», ma
ognuno comprende l'insufficienza di
questo pur lodevole progetto. Ci vor-
rebbe una serie d'atti energici che
sostituissero alle spese per parecchie
cattedre superflue di coltura frazio-
nata quelle per 1' introduzione del-
l'agonistica nelle scuole e nelle uni-
versità, e la creazione di Istituti psi-
cofisici ove si insegnassero la fisio-
logia, r igiene pedagogica e la psi-
cologia sperimentale. Il disegno di
legge che il ministro Gallo aveva
TRA LIBRI E RIVISTE
161
reparato nel 189S e che il Mosso
lubblica in appendice al suo volume
arebbe stato un buon principio, ma
enne travolto colla caduta del mi-
listro.
Intanto libri come questi di An-
;e!o Mosso incitano la parte intelli-
;ente e viva della nazione a colti-
'are in sé l'idealità d'una razza forte
: serena, meritevole dei beni che la
'ita non lesina ai tenaci conquista-
ori. Sono questi libri come soffi
l'aria nuova, che ci dilatano i poi-
noni e ci consentono d'allargare la
lostra visione d'avvenire : ascoltando
1 Mosso narrarci, colla sua fine e
nsieme vivace bonomia di filosofo
noderno, le impressioni da lui rice-
vute frequentando gli uomini e le
lonne degli Stati Uniti, quel mondo
3ve si opera uno sforzo formidabile
;d universale verso il progresso, il
;enso d'avvilimento e d'invidia non
; che passeggero : subentra tosto la
;oscienza di energie in noi latenti,
:he si risvegliano, che vorremo e
sapremo sviluppare, che ci daranno
!e stesse vittorie di cui ora van le-
gittimamente superbi i popoli d'oltre
mare.
La riabilitazione dei Carlyle.
L'editore John Lane di Londra ha
pubblicato di recente una interessan-
tissima raccolta di lettere e memorie
di Jane W'eish Carlyle, con una in-
troduzione di Sir James Crichton-
Browne.
Sono due volumi resi ancor più
attraenti dalle numerose illustrazioni
ivi contenute. Molti avevano creduto
che il Froude nel suo libro sul Carlyle
avesse detto tutto ciò che fosse stato
possibile dire dopo accurate ricerche,
ma così non è, giacché poche delle
lettere da lui pubblicate sono più in-
teressanti di quelle che troviamo in
questi due nuovi volumi. L'autore
non sa nascondere l'asprezza dei suoi
sentimenti verso il Froude per aver
questi presentato il Carlyle in una
falsa luce avanti al pubblico. Egli non
giunge fino ad asserire che il Froude
ponesse una certa malignità in quel
che fece, ma preferisce pensare che
fu la sua negligenza e la smania di
concludere che lo trasse in errore.
11
L'introduzione di Sir James-Crich-
ton-Browne, che consta di ben 80
pagine, è una severa requisitoria al
Froude. Quando questi pubblicò il suo
volume, egli scelse le lettere della
signora Carlyle che avevano maggior
merito letterario, tralasciando quelle
di natura famigliare, che ora vedono
la luce. Già le lettere che pubblicò il
Froude parlavano della pulizia della
casa, e specialmente di quella dei
letti, che sembra aver dato grande
fastidio alla signora Carlyle. Queste
nuove lettere contengono molti detta-
gli domestici, tra i quali le pulizie pri-
maverili hanno una parte importante.
Nuove edizioni dei libri del Carlyle
stanno per esser pubblicate, ed egli
è considerato ora molto più. che po-
chi anni dopo la sua morte. Egli era
appena sceso nella tomba, allorché
un vento di detrazione si levò, cre-
scendo ne' seguenti anni in un tur-
bine di biasimo che minacciava di
gettare il suo nome e le sue opere
in un limbo di sprezzo.
La causa della straordinaria deca-
denza del Carlyle nella pubblica sti-
ma fu, secondo il suo presente difen-
sore, il risultato de' volumidel Froude
colle sue reminiscenze e lettere. Esse
dipingevano il grande letterato nei
suoi più neri e meno amabili mo-
menti, nascondendo {brillanti e geniali
aspetti della sua natura e mo.stran-
dolo come egli era solamente rare
volte.
Il Crichton-Brovvne trova quasi im-
possibile il credere che il Froude
ponderasse o prevedesse il male che
egli andava preparando.
Il Froude fu, ne' suoi ultimi giorni,
il più intimo amico di Carlyle e il
suo più devoto discepolo, e lettera-
riamente sedè ai piedi del « Saggio
di Cheyne Row » per anni.
« Egli cominciò - dice lo scrit-
tore - con l'adorazione per l'Eroe e
fini quasi in uno stato di ossessione
demoniaca ».
« Dapprima egli abbiettamente si
pro.strò avanti al Carlyle come avanti
un incommensurabile suo superiore
e alla fine egli costruì un mosaico,
rappresendandolo come un mostro ar-
cigno e grottesco ».
Per comprendere il trattamento del
P'roude verso il Carlyle Io scrittore cre-
de necessario studiare il carattere det
Voi. evi, Serie IV - 1° luglio 1903.
16^
TUA LIBRI E RIVISTE
Froude ; l'esame di questo rivela che
aveva l'abitudine di storpiare le im-
pressioni che riceveva. Egli raramente
scopriva il vero significato e lo scopo
di alcuna delle discipline che egli stu-
diava, ma travolgeva i fatti dalla loro
esatta forma e figura e li rendeva
conformi alle sue idee e alla sua fan-
tasia, mentre li spingeva molto al di
là del vero. Non è mai esistito, af-
ferma Sir Crichton-Browne, alcun
eminente autore inglese che sia stato
cosi frequentemente e cosi schietta-
mente contraddetto.
Lo scrittore si stupisce come il Car-
lyle col suo acuto discernimento e
Miss Jant' Welsh.
(a<i ,.,„, ,m,;«tu,-aj.
amore per la verità potesse aver fatto
del Froude il principale depositario
del suo testamento letterario. Quando
ciò fece, egli era vecchio e aveva sol-
tanto pochi amici, sebbene contasse
molti adoratori. Quantunque il Froude
conoscesse le cose, egli si mise in testa
che il Carlyle avesse maltrattato sua
moglie, e che la sua vita dopo la di
lei morte fosse piena di rimorsi ; e
dal momento che questa idea s'impa-
dronì della mente del Froude, egli si
pose con ardente assiduità, quasi di
un litigante, ad appoggiarla fino apub-
blicare lettere che il Carlyle aveva as-
solutamente vietato che si rendessero
note. Non solo il Froude ommise più
della metà delle lettere che Carlyle ave-
va raccolto, ma sostituì, con conse-
guenze disastrose, a quella parte del
giornale della signora Carlyle prepa-
rata da! marito, un'altra raffazzonatura
molto differente, fatta da lui. Quanto al
falso ritratto che dell'autore de\\a.l'i/a
di .Federico II, fa il Froude, Sir James
ne trova la ragione nella negligenza
e nei preconcetti di lui.
E il Froude soffri, al pari del Car-
lyle, interamente il male che fece con
la pubblicazione delle reminiscenze
e delle lettere.
« Io so personalmente - scrive Ales-
sandro Carlyle- che questo gli fu causa
di molto dolore, giacché io lo incon-
travo di frequente un tempo Egli con-
fessava che l'accoglienza che il suo
libro aveva avuta era inaspettata, lo
credeva e credo tuttavia, che nel pub-
blicare queste carte private egli sba-
gliasse semplicemente nel giudizio, e
non fosse mcitato da alcun cattivo
sentimento verso Carlyle. Durante
qualche tempo dopo la pubblicazione
egli fu in uno stato di profondo avvi-
limento e di apparente contrizione tale
che quando lo incontravo, il che ac- '
cadde più di una volta, io non potevo
far altro che sentirmi pieno di com-
passione per lui » .
Questa contrizione, secondo il Crich-
ton Browne, si tramutò ben presto
in virulenza allorché la signora Ales-
sandra Carlyle pubblicò nel numero
del Times del 5 maggio 1881 la so-
lenne ingiunzione di suo zio {Tom-
maso Carlyle) che il Froude aveva
violata.
Il Froude sembra non aver com-
presa la vera situazione dei Carlyle.
Egli dichiara che Carlyle indusse
Miss Welsh a scendere dalla sua alta
posizione sociale, e fece una serva
di una donna che non aveva mai
conosciuto un desiderio insoddisfatto
per alcuna cosa che il danaro potesse
procurare. Egli aveva veduto i ricchi
del paese a' suoi piedi, ed ella avrebbe
potuto scegliere tra essi a piacimento.
Orai! padre della signora Carlyleera un
medico di campagna che riuscì a cam-
par di rendita, la quale fu poi lar-
gamente assorbita nel pagare l'arre-
damento di Craigenputtock. Una
serva, a otto sterline l'anno, faceva i
lavori più umili, e il restante era
compiuto dalla signora Welsh e da
sua figlia. Buona parte del denaro
fu dedicato all'educazione di Jane,
TRA LIBRI E RIVISTE
né trattamenti delicati, né sciu-
, uè lusso. Non erano ricchi i
ivani del paese che vivevano pro-
iti a' suoi piedi, e nello sposare
rlyle ella non scese di molto dalla
L posizione.
guanto al lavoro faticoso ne' pri-
irdi della sua vita maritale a Crai-
iputtock, Chrichton-Browne non
crede. Ella aveva sempre una
nna di faccende con sé, e qualun-
s lavoro materiale facesse lo faceva
suo piacere. Ella cavalcava ogni
la mattina con suo marito, racco-
èva fiori nelle ore d'ozio de! po-
riggio, e leggeva i classici con
durante la sera. Negli ultimi anni
sua vita la signora Carlyle stava
:sso poco bene e soffriva d'inson-
i. Come anche suo marito, ella be-
va. molto tè, e fumava costante-
:nte delle sigarette, allorché questa
itudine non era ancora cosi in voga
Ile presentemente tra le English
Iks; di conseguenza il suo sistema
rvoso era molto scosso, e siccome
she quello di colui che concepì
Sartor resartus era scosso già da
)lto tempo, si può immaginare di
;gieri, che la loro vita non era
riusi vamente fiorita di rose. Essi
svano le loro piccole differenze,
i mai alcunché di serio, e nessuno
ò leggere le lettere di questo libro
iza credere che si portassero reci-
jcamente un grande amore. Froude
ive molto intorno al rimorso di
rl)le, dopo la morte di Jane, ma
esto era unicamente il rimorso di
uomo molto sensibile che riandava
n la mente il passato e che pensava
e mille piccole cose che avrebbe
tuto fare, e che non aveva fatto
r la felicità di sua moglie; positi-
mente egli non aveva davvero nulla
rimproverarsi
Le lettere della signora Carlyle co-
tuiscono una lettura deliziosa. Ella
parla della novità nella vita che
nducevaa Craigenputtock, della co-
)dità e del piacere che vi trovava,
che sembrerebbe provare che ciò
e il P'roude diceva circa la vita
■vile di lei era tutta invenzione. Le
tere non sono tutte scritte al Car-
e; alcune sono dirette ad amiche,
re ai parenti. Ve n'è una assai
/ertente scritta a Carlyle, che stava
sitando il Re V. Vescovo di St. David.
1G3
Essa descrive una visita di Darwin,
che, come ella dice, era inquieto con
Harriet Martineau. Sembra che un
fondo di 1300 sterline fosse stato rac-
colto per lei, e che la prima cosa
che ella fece, fu di procurarsi il cata-
logo di un argentiere e di ordinare
un piatto da 100 sterline che le oc-
correva. « Certamente Harriet fa tutte
queste sciocchezze per vanità. Ora
ella sarà probabilmente in collera con
questi uomini, che hanno fatto tanto
per lei, perchè si rifiutano di accondi-
scendere a' suoi capricci ». \n un'altra
lettera ella scrive dell 'Harriet: « Io
dimenticai di dirvi clie la vidi il
La sign
rlvle e il suo cane Nero.
(da una fot. dei Itisi)
giorno avanti che lasciassi Liver-
pool - il ritratto di una robusta sa-
lute abbattuta dal tempo. Natural-
mente ella era tutta vivace, e noi
fummo solamente per breve ora in-
sieme, ma non fu scambiata parola
sul magnetismo animale... La sua
eloquenza era specialmente diretta
contro i cacciatori di leoni che tor-
mentavano la sua esistenza ai laghi ».
La signora Carlyle potè essere arguta
sia con la lingua, che con la penna.
Ella scriveva a suo marito; « Ieri
sera io pranzai dalla signora H...;
lt)4
TRA LIBRI E RIVISTE
mangiando si prova quasi il mal di
mare; sul momento si crede che ces-
serà, e allora l'impressione svanisce,
e ci s' immagina d'aver subito qualche
alterazione... »
In questa stessa lettera ella scrive :
« Sapevate che Alfredo Tennysonavrà
una pensione di 200 sterline all'anno ?
Peel ha dichiarato la sua intenzione
di raccomandarlo a S. M. la Regina,
il che è considerato definitivo : << A
chaqu'un selon sa capacité ! » Lady
Harriet mi disse che egli vuole am-
mogliarsi ; « deve avere una donna
per viverci vicino ; preferirebbe una
signora, ma non trova ; e così deve
sposare una serva ». La signora Henry
Taylor disse che essa era in procinto
di scrivergli in favore della sua ser-
vente, che possedeva un carattere ec-
cellente per la sua condizione... »
11 Tennyson non si sposò che nel
1850, con una signora di cosi alta
posizione sociale come la sua, e la-
sciando evidentemente in disparte la
serva che poteva proporgli la signora
Henry Taylor.
Non solo le lettere .sono di gran
valore per il merito dello scrittore,
ma esse hanno un grande interesse
a causa delle annotazioni fatte dal
Carlvle.
D'altra parte giunge un'altra voce.
La Fronde del 26 giugno scorso
scriveva che « l'orso mal leccato e il
tiranno domestico che era l'eccentrico
Scozzese » stava per essere riabilitato
dai suoi ammiratori : è possibile -
concludeva - che in avvenire Jane
sia una megera e Carlyle un santo?
Edmond Barthélemy, che tradusse
eccellentemente in francese il Sartor
resartiis (edizione del Mercure de
France) e compose un accurato studio
biografico e critico s 1 Carlyle, ha
scritto alla direttrice della Fronde una
lettera « per rimetter le cose al loro
posto riguardo la delicata questione
dell'intimità domestica dell'illustre
storico ».
« Froude - egli dice - ammirava il
Carlyle: ma non l'amava. Io credo
perfino che lo detestasse più di quanto
egli stesso poteva sospettare. La sua
testimonianza, ch'io ho pesata, è
dunque for.se improntata di parzialità,
perlomeno involontaria.
« D'altra parte, la recen.e t' -
monianza in senso inverso del [.-
rente di Carlyle può parer interessai.,.
« Ecco qui, in succinto, il risulti'
dei miei studi personali: Jane W'
seppe assai bene subito ciò che fai _
sposando Carlyle 'il quale, sia dt t >
di passaggio, non era affatto maUU -
stro né volgare) : un puro matrimoi:io
d'ambizione. Ella aveva avuto \n< -
cedentemente un amore disgraziat.
e non cercava nella sua unione C' >I
nuovo venuto che i compensi, un
po' vuoti in verità, della fama '■ -
teraria. Carlyle, dal canto suo, a\ -
pure amato un'altra giovinetta
bella e intelligente Margherita Cord. r.
da cui fu egualmente amato) e mm
poteva dare soddisfazioni sentimeni '
a s,ua moglie, che egli non chiedi
Per entrambi fu un ajfaìe di testa. I
lo sapevano, essi ne convenivano. ^1
imprudenti I Che farci?
« Sulla fede, io credo, di .Mnn
Arvède Barine, di cui lo studio e
simpatico ma superficiale, si è d'al-
tronde esagerata l'umiltà del compi :o
a cui Carlyle avrebbe ridotto sua
moglie.
« Sì, durante i sei anni passati nel
(■o/too-<? solitario di Craigenputtock .su-
bito dopo lo sposalizio, Jane W'elsli,
la brillante Jane Welsh, condusse un.i
vita da infermiera; Carlyle senza troji-
po stupirsi, la vedeva fare ciò ch'egli
aveva sempre visto fare da sua ma-
dre e dalle sue sorelle. Pertanto Jane
era aiutata da una domestica. Ella ri-
ceveva inoltre la visita di Jeffroy, il
potente iià.\\o'c&àt\\' Edinburgh Rcxinv,
soddisfazione d'amor proprio che non
è alla portata di tutte le infermiere.
« Xullameno era una dura vita, della
quale la signora Carlyle serbò a lungo
le traccie. Ma è affatto inesatto il dire
che questo regime d'isolamento, di
umiltà, di abnegazione sia durato «fino
alia morte ». I due coniugi non re-
starono che sei anni nella loro Tebaide
delle montagne del Dumfriesshire.
A Londra, dopo il fulmineo successa
di French Revolution, Jane Welsh co-
nobbe ad usura, per quanto poco iii-
vidiabili possano essere, le soddisfa-
zioni a cui aveva agognato sposando
Carlyle. Ella fu festeggiata come può
esserlo ogni moglie di scrittore quando
sa tenere il suo posto; e Dio sa quanto
la Car'yle sapesse I Tutte le sommità
TRA LIBRI E RIVISTE
165
letterarie che Londra e il continente
avevano, passarono nel salotto di Chel-
sea. Confessate che per quella « in-
tellettuale » la sorte non era disprez-
zabile.
« Per r intellettuale. Ma per la
donna?
«Ahimè! Nessun rumor di gloria
coprirà presso una vera donna i pro-
fondi battiti del cuore. È un triste
festino la fama; un granello di miglio
va! di più. Nondimeno se Jane Welsh
non trovò quello che non cercava in
principio, devesi in buona fede farne
un delitto a Carlyle? Egli non aveva
promesso l'amore ma la gloria, e man-
teneva quanto aveva detto. Egli stesso
non era felice. La Welsh non fu certo
la megera che vorrebbe mostrarci il
recente biografo di Carlyle ed io ho
reso un omaggio commosso al corag-
gio, alla devo7Ìone di questa squisita
e infelice donna: tuttavia Froude
stesso non ha potuto a meno di no-
tare nell'attitudine della signora Car-
lyle verso il marito, davanti ai fami-
gliari, qualcosa di poco tenero. In-
somma, i due sposi non comunicavano
fra loro se non colla letteratura. Ma
è precisamente quel che l'uno e l'al-
tro avevano voluto ».
Il Museo Victor Hugo.
Fu inaugurato a Parigi il 30 giu-
gno, nella casa stessa ove il sommo
poeta abitò dal 1833 al 1848. Alla
presenza dei rappresentanti del Go-
verno, del Municipio, dell'Accademia,
della << Comédie - Francaise », e del
toni Paris intellettuale, Paul Meu-
rtce, il nobile vecchio che fece ser-
vire il suo ingegno da piedistallo al
Poeta all'ombra del quale egli passò
la sua vita, disse :
« Alla fine del 1901, io indiriz-
zavo al Consiglio municipale di Pa-
rigi una lettera, in cui dicevo : « L'In-
ghilterra ha la casa di Shakespeare
a Stratford-sur-Avon, la Germania
ha la casa di Goethe a Francoforte.
In nome dei nipoti di Victor Hugo
e mio, propongo a Parigi di dare
allaFrancia la casa di Victor Hugo ».
Parigi ha risposto generosamente a
questo appello. I nipoti di X'ictor
Hugo ed io offrivamo le collezioni.
le opere di Victor Hugo e quelle su
Victor Hugo. Parigi ha dato la cor-
nice, questa storica e vivente casa.
E oggi, signor presidente, dopo ven-
ti mesi d'uno sforzo che mi è stato
assai dolce, ho l'onore e la gioia di
rimettere la casa di X'ictor Hugo a
voi che rappresentate Parigi, a Parigi
che rappresenta la Francia ».
Presero in seguito la parola M. De-
ville, M. de Selves, e M. Claretie.
Quest'ultimo diede dei dettagli inte-
ressanti sulla vita di Victor Hugo
nella casa di Place Royale ccn sua
moglie e i suoi quattro figlioli. È
in questa casa che furono scritti
quasi tutti i drammi, e i canti del
Ct-epìisculé, Les Voix in/érieures,
Les Rayons et les Omhres, Claude
Gueux, Les Misérables. Tutta una
generazione d'immortali venne qui
a far visita al Maestro : Lamartine,
Michelet, Alessandro Dumas padre,
Dumas figlio, Alfonso Karr, Arsene
Houssaye, Alessandro de Humboldt,
e altri e altri, forse George Sand,
De \'igny. De Musset : poi, lanuova
generazione, Banville, Baudelaire,
Leconte de Lisle... Nella casa all'an-
golo della piazza, allo stesso piano,
abitava Teofilo Gautier, il quale ogni
mattina apriva la sua finestra per ve-
der alzarsi il Maestro, come avrebbe
visto alzarsi il sole.
Nel salone del primo piano dello
storico palazzetto, ora divenuto Museo
Nazionale, sono riunite le tele che
grandi artisti hanno dipinto in gloria
del poeta: campeggia un busto di
Victor Hugo imberbe, affatto diverso
dall'immagine divenuta popolare del
poeta ; è opera pregevole di David
d'Angers. Un quadro di Alberto Bes-
nard riproduce la memorabile se-
rata della prima rappresentazione
A' Hernani^ restata celebre .sotto il
nome di Battaglia d' Heniaìti. Poi
v'ha un Don Cesar de Basan di
Roybet, Baiidin sur la Barricade di
I. P. Laurens, i Bitraraves di Roche-
grosse. La Legende des siècles di
Grasset, il Quasimodo di Lue Olivier
à Merson, la Fantine di Carrière
Infine, firmato da Raffaelli, un ri-
cordo dell'ottantesimo compleanno
del poeta, la sfilata dei fanciulli delle
scuole di Parigi sotto il balcone del-
l' avenue Victor Hugo, in cui il
nonno radioso s' appoggiava sulle
166
spalle delicate di Giorgio e di Gio-
vanna..
Tutti i ritratti di \ictor Hugo sono
qui raccolti, in^fotografie, a penna,
addio... una. poin/e sixhe colla data
del 1880 ha la firma di Rodin : di
Rodin v'ha pure un superbo busto
del maestro.
Accanto a questa raccolta si tro-
vano parecchi ritratti di amici illu-
stri con dedica autografa : uno di
George Sand, uno ili Lincoln, due di
Dumas...
Ai secondo piano due sale sono
piene di disegni, di piroincisioni e
di quadri, opere punto mediocri dello
TRA LIBRI E RIVISTE
Stesso Victor Hugo. Li pure è la
sua camera, ricostruita esat'amente
cosi com'era quand'egli vi vis.se e
vi mori : vi si trova il gran letto di
quercia a colonne, in cui Hugo dormì
l'ultimo sonno: accanto è una sorta di
leggio ove il poeta scriveva stando in
piedi : vi si conservano i due calamai
di maiolica e la penna, e sotto un
vetro, l'autografo ult mo del Poeta.
« Je reprf sente un parti qui n'e.xi-
ste pas encore : le parti revolution et
civilisation. Ce parti fera le vingtième
siècle. Il en sortirà d'abord les Etats-
Lìnìs d'Europe, puis les Etats-l'nis
du Monde ».
Nemi.
PUBBLICAZIONI DELLA CASA R. SANDRON DI PALERMO.
Studi socialisti, di Giovanni Jauuès. Tr.aduzioue di Gauzia Ca.'ìsola. pa
gine 362. L. 3.
Storia della prostituzione in Sicilia, di A. Ci'treua, pcagg. 286. L. 2.50.
Il movimento agricolo siciliano, di Filippo Lo Vetehe, pagg. 192. L. 1
La Canzone di Garibaldi del. D'Annunzio documentata, per A. Mario, pa
gine 164. L. 1.20.
Storia della economia pubblica in Italia, di G. Pecchio. pagg. 1-tO. L. 1.20
// dubbio. Romanzo di Fulvia, pagg. 198. L. 1.50.
Importanza sociale della medicina militare, di L. Scorano, pagg. 59. L. 1
La Statistica nella odierna evoluzione sociale, di Filippo Virgilii. — Pa
lermo, 1903, Remo Sandron, pagg. 240. L. 1.50.
Il « Prometeo incatenato > di Eschilo, per Mario Fuochi. — Palermo. 1!I03
Remo Siindron, pagg. 146. L. 2.50.
NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI
ITALIA.
A Parmii. nel teatro Reinach. è stato commemorato solennemente il cente-
lario della prima lezione di diritto pubblico letta in quell'Ateneo da Giando-
nenico Roraaiinosi 11 discorso d'occasione fu pronunziato dall'on. De Marinis.
— Il prof. Elia ililloseTich. direttore dell'Osservatorio astronomico del Col-
egio Romano, ha detto a Reggio-Emilia un discorso commemorativo del padre
à.ngelo Secchi, invitato a ciò dal Comitato costituitosi da diversi anni in quella
?ittà per erigere un ricordo all' illustre concittadino.
— Il 1" luglio è stato inaugurato a Roma, sulla passeggiata del Gianicolo, un
lusto del generale Filippo Cerreti, che nel 18 19. insieme con Carlo Pisacane ed
litri tre membri, fu nominato dall'Assemblea costituente per provvedere alla
iifesa di Roma.
— Nella seconda quindicina di giugno sono stati inaugurati due busti di
P^erdi, uno ad Assisi, nell'atrio del teatro Metastasio. ed uno a Pistoia nei locali
3el Tiro a segno nazionale.
— All' Università di Modena è stato festeggiato il compimento del qnaran-
;acinquesimo anno di insegnamento del prof. Giovanni Generali.
— Giovanni Mestica, letterato insigne e deputato al Parlamento, ha cessato
li vivere in Roma n M'ultima decade di giugno.
— È morto a Xapoli 1' llustre e popolarissimo professore Francesco Pepere.
lecano della Facolt.\ di giurisprudenza di quella Università, in cui insegnava
la oltre cinquant' anni
— L'Accademia della Crusca ha nominato soci corrispondenti Edmondo
De Amicis. il padre Mauri, Ernesto Monaci, il professore Puccianti, Roberto
Dadidsohn e Paul Meyer.
— bell'ultima sua assemblea generale, l'Accademia di S. Luca ha eletto
iccademici di merito corrispondenti gli architetti italiani Sti-amucci, Manfredi,
Pommasi. Bernich e il belga Gewaerts, e ha dato il possesso alla nuova acca-
iemica d'onore signora Caterina Pigorini-Beri
— Nel concistoro del '22. giugno scorso sono stati creati sette nuovi cardi-
nali, cioè Antonio Fischer, arcivescovo di Colonia: G B. Katschthaler. arcive-
scovo di Sali.sburgo. membro della Camera dei signori austriaca e consigliere
intimo di Francesco Giuseppe: Herrero y Espinosa, arcivescovo di Valenza;
Emidio Taliani, nunzio apostolico a Vienna: Andrea Aiuti, diplomatico: Carlo
Nocella, segretario della Congregazione concistoriale, e Beniamino Cavicchioni,
segretario del Concilio.
X
Fra le ultime scoperte di Giacomo Boni al Foro Romano vi è quella del
completo basamento quadrato del Janiis Mcciins, che segnava lo sbocco nella
Sacra Via del Vicus Tuseus. e che serviva di riunione ai banchieri romani.
— Lo scultore Arnaldo Zecchi ha completato il bellissimo e grandioso
monvimento ad .Alessandro II, destinato ad essere mandato in Russia
— Il conte di Caserta ha donato al Ministero dell' istruzione, coll'obbligo
3he sia conservata nel Museo di S. Martino, una grande tela col ritratto ad olio
ii Carlo III ed il phaeton che appartenne a Ferdinando II.
— Si è costituito a L vorno un Comitato della Società < Dante Alighieri »
sotto la presidenza dell'avv. Adolfo Mangini, e la vice-presidenza del nostro
collaboratore Guido Menasci.
— A Viareggio si è tenuto, alla fine di giugno, un Congresso idrologico.
— Nella primavera del 1904 si terrà in Roma, per iniziativa dell'Associa-
zione nazionale degli ufficiali in congedo, un Congresso storico militare inter-
nazionale.
1()S NOTIZIE, LIlìKI E RECENTI FUUBI.ICAZIO.VI
— Lii Rivista delle battaglie d'arte, nuovo poriodioo mensile letterario, I;..
cominciato a pubblicarsi in Roma sotto la direzione del noto critico d'urta
Mazzini-Beduschi.
— Il pittore americano Frank William Stokes, che accompagnò Pearv in
due spedizioni al nord della Groenlandia, ha tenuto una conferenza al Collei;in
Romano su (juei viaggi nelle regioni polari.
— Il 14 giugno, nel salone della Società per le Bolle Arti. Ugo Valcarenuhi
parlò sul tema / due Regni, trattando questioni d'arte.
— Gli editori Le Monnier hanno messo in voniUta La vita di (iinsrpni-
Mazzini, di Federico Donaver. Questo lavoro, in forma piana e popolare, nciii
contiene molti scritti inediti o rari del grande genovese, ma l'autore ha cercato
di spogliarsi da qualunque passione politica, e questo è un pregio di cui va
tenuto calcolo.
— Il nostro collaboratore Giacomo Barzellotti pubblicherà presso l'editore
Remo Sandron un volume di saggi, che intitolerà Dal Rinascimento al Risorgimento.
— Una scuola tipogràfica, fondata a Torino lo scorso anno, ha or ora cele-
brato il suo primo anniversario distribuendo i premi agli allievi. La scuola
ebbe in questo. primo anno 63 allievi. I corsi, sorali, sono sei: Lingua italiana
(prof. Gironi); lingua francese (M. Capra); disegno (Ed. Cotti); corso composi-
tori (Arrighi e Saletti); corso impressori (Ajani, Cravori, Giorgis); corso fonditori
(Piaggio). Conferenze tecniche furono tenute nel corso dell'anno dal sig. Rinaldo
Cambiasi.
Antonio Cesari giudicato e onorato dagi' italiani, e sue relazioni coi con-
temporanei, con documenti inediti, per GIUSEPPE CrUIDETTI Reggio d'Emi-
lia, collezione letteraria, presso l'autore, 1903. — L' opera è partita nelle se-
guenti rubriche: Relazione e carteggio fra Antonio Cesari ed Alessandro Man-
zoni, pag. 3-01 - Antonio Cesari giudicato e onorato dai contemporanei e dai
posteri ne' loro scritti inediti, o rari, pag 95-38Ì - Di alcune opinioni del Giordani
intorno al Cesari, pag. 385-398 - Il Cesari, il Guasti, e un critico, pag. 395- 10 > -
Su le critiche di tre pretesi Manzoniani, pag. 407-438 — Il Cesari e Antonio
Rosmini, pag. 439-140 - De le lettere del Cesari e di Giuseppe jNIanuzzi suo
discepolo, pag. 441-46'J - Relazioni fra Antonio Cesari e Giacomo Leopardi,
pag. 467-491 -Antonio Cesari giudicato e onorato dagl'italiani, pag. 492-494 -
Il Cesari e i Governi politici del suo tempo, pag. 494- 196 - Albero genealogico
della famiglia Cesari di Verona, pag. 4 17-501 -Di una lacuna nelle relazioni del
Cesari col Giordani, pag. 5)1-508 - Del catalogo delle edizioni originali delle
opere di Antonio t^esari, secondo l'ordine de' tempi, in cui furono pubblicate,
pag 508-")l0 - Dopo la lettura delle relazioni e carteggio tra il Cesari e il Manzoni,
pag. 511-516 - Conclusione sul Cesari e Manzoni, pag. 517-.531. Una lunga sequela
di giudizi de' più illustri contemporanei del Cesari quale restauratore degli studi
della nostra lingua, non che di insigni scrittori tuttor viventi, occupano gran
parte del volume. Tra i primi sono principali il Botta, il Bresciani, il Costa, il Fan-
fani, il Fornari, il Gherardiui, il Gioberti, il Giordani, il Guasti, il Leopardi, il ,VIa
miani, il Monti, il Perticari, il Rosmini, lo Strocchi, il Tiraboschi, il Tommaseo ;
tra i second l'Ascoli, il Capocelatro, il Carducci, il Conti, il Del Lungo, il D'Ovidio,
d Grosso. E un lavoro giudizioso, minuto, omogeneo; da riuscire assai acconcio
a raddirizzare torte opinioni, e a colmare un vuoto della nostra storia lette-
raria. La storia, vorrei dire, di un secondo rinascimento. Avvengachè, nella
prima metà del secolo teste trascorso, un nobile drappello di scrittori d' ogni
genere riamicando l'arte con la scie iza. restituì all'eloquenza l'originario glo-
rioso ufficio d'ammaestrare dilettando. Di che è da dare ad Antonio Cesari la
debita lodo, per avere rimenato lo studio della lingua, vale a dire dell'espo-
nente del pensiero e del sentimento, alla sua nativa purezza e vigoria, appa-
recchiando così, coU'unità della parola, la concordia degli animi a rivendicare
alla patria la sua piena balia {Oinseppe Cagnoni^.
Doveri sociali dell'età presente, di G. VIDARI. Milano, Hoepli, L. 2. —
L'autore si è proposto, raccogliendo in volume alcune riflessioni .-uUa vita mo-
rale contempoianea, di rivolgersi spe ialmente alle persone di media coltura,
die lanno o avranno parte attiva nella società presente, di parlare al loio in-
telletto per indurlo a considerare, se già non l'abbiano fatto, i bisogni e i doveri
dell'età nostra, e di muovere il loro .sentimento, se già altrimenti non sia mosso
sulle vie luraino.se del bone e della civiltà. Lo intento educativo è dunque ma-
nifesto e soltanto con una tal veste il libro si presenta al pubblico, non tanto
degli scienziati e filosoli di professione, quanto di coloro che hanno a cuore le
sorti morali della società, al pubblico degli educatori e degli educandi.
NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI 169
Il malato dAsia. per PIER LUDOVICO 0CCHI>T:. Firenze, LvMACHi,lW3.—
1 malato d'Asia è il popolo cinese: e ■|uesto discorso preceduto da una animosa
jrefazione e oonchiuso da un'appendice sulle atrocitìl dell'ultima guerra, fa parte
li uno studio più vasto sulla quistioue cinese. L' autore era finora noto per
ina delicata raccolta di versi : Biscnits de Sèvres : ma col presente volume
!;etta inaspettatamente un grido coraggioso nell'indifferentismo dei letterati ita-
iani, troppo alieni dal partecipare a quanto giova all'incremento materiale ed
?conomico del paese. L'Occhini è convinto che le ricchezze naturali del Celeste
[mpero debbano venire utilizzate dallEuropa so lecitamente. L idea è ottima, la
"orma eloquente.
Biblioteca italiana di Legislazione pubblica, diretta da FRAIS'CESCO
DELLA VALLE. Roma, F.lli Bocca. Per un anno (non meno di 10 fascicoli)
b. 10. — Pregevole e veramente utile ci sembra questa pubblicazione intrapresa,
iella quale verranno stiubate ed illustrate gradatamente tutte le leggi ed i rego-
amenti appartenenti alla legislazione pubblica, nonché l'esposizione procedurale
> pratica ad esse relativa. Oltre alle leggi italiane saranno illustrate anche alcune
straniere che abbiano grande importanza giuridica o un valore particolare in
•apporto alla legislazione italiana. In questa ■> Biblioteca » vedranno la luce
mche monografie originali ed, eccezionalmente, traduzioni di celebri monografìe
straniere intorno ad argomenti di legislazione pubblica.
Alla « Biblioteca > va annessa una pubblicazione autonoma, il Monitore am-
ninislratiio. d'indole eminentemente pratica.
Solingo Nauta, versi di LUCIANO CROCI. Roma, Casa editrice nazionale
Roux li Vi\reNjO, 19 >.S. pag 20!). — Sono più di cento componimenti poetici di
^ario argomento, di vario metro e di varia intonazione: dall'epicedio all'ode
)acchica. dal ricordo alla descrizione, dall'idillio al dramma. L'autore non tiene
i seguire una scuola poetica più che un'altra : dannunziano o pascoliano che
lia. ha curato di riuscire buon poeta e di dimostrare la sua padronanza cosi
b'11,1 nobile idea come della forma elegante. A particolar lode di lui diciamo che,
selilieni- questi Vci'si appaiano come primizia dell' ingegno poetico di e i li ha
jensati e composti, pur tuttavia sono stati maturati da molti anni, perchè quasi
utti furono scritti qualche diecina d'anni fa.
FRANCIA.
Il Libro Giallo sulle relazioni tra la Francia e il Vaticano costituisce un
locumento importantissimo. Esso non si trova dai librai : il Mi'iiiorial diploma-
iqae ne ha pubblicato il testo .completo nel suo numero del 2S giugno. (Prezzo
ire 1 ; indirizzo. 18 Rue Grange-Batelière, Paris).
— La Société des Poètes Frauf/ais è un' istituzione assai fiorente. Essa tiene
jeriodicamente le sue riunioni e presenta i resoconti al ministro dell'istruzione.
>ully-Prudliorame. che ha dato il maggiore incremento alla Società, ne è presi-
lente onorario; vice-presidenti sono Leon Dierx e J. M. de Hérédia: il. Al-
;anter de Bralim è il segretario generale, e M. C. Poinsot segretario archivista.
Da poco la Società ha adottato un regolamento relativo all'edizione dei giovani
loeti inediti, fra i quali sarà aperto un concorso dal 1° luglio al 31 dicembre
lei corrente anno
— AU'Académie Francjaise furono fatte il 18 giugno le elezioni per sostituire
jraston Paris e Legouvé. Al seggio di Paris si presentarono candidati Frédéric
Vlasson, autore di tante opere su iVapoleono. e Jules Delafosse. polemista politico
ìi grande valore: fu eletto Masson. Al secondo seggio riusci eletto Reni- Bazin,
ihe aveva per competitore Larroumet. segretario dell'Accademia di Belle Arti
? collaboratore drammatico del Tcmps
— Nel lato posteriore dell'Accademia di musica è stato eretto un monu-
mento in onore di Carlo Garnier. l'architetto che eostruì il teatro àeW Opera.
— Fra i libri più notevoli comparsi alla libreria francese nella seconda
juindicina di giugno, ricorderemo Au Soleiì de Juillet (1829-1830), di Paul Adam,
pubblicato da Oliendorff.
— Un nuovo libro di Jules Verne, Bonrses de Voi/age. è uscito il 29 giugno
presso l'editore Hetzel (fr. 3).
— È uscito il volume del 1903 ànW'Aiinnaire de t'Aristocratie itrangh'e en
France, che si pubblica già da cinque anni. Esso contiene più di 8tXX) indirizzi
li stranieri residenti in Francia e appartenenti all'aristocrazia della nascita e del-
l'ingegno, e dei membri dell'aristocrazia francese che hanno in moglie una stra-
liera. (Editori Chamerot cv R •nouard. fr. 12).
ITU NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI
- Un importante lavoro sulla noToUistica italiana nei secoli XIV, XV e xvi è
stato compiuto da A. Van Bever e E. Sansot-Orland, col titolo (Envres galantes '.
dès Coiitiìirs ilalì'ens. (Mercure de Franee, fr. 3.50). '
— « La Soif Kouge » è il titolo complesHivo di una serie di volumi che
M. Charles Foley sta scrivendo, e l'editore Juven pubblicando. Il primo si occu-
pava di Marion Fruncliet : il secondo, uscito in questi giorni, è intitolato Madame
de Lamballe.
— Liii Casa editrice di Tours Alfred Marne &: Fila ha incominciato a pub-
blicare una collezione illustrata, a un franco il volume, intitolata: « Les Maitres ,
Actuels du rire ». I due primi volumi già apparsi sono: La Caserne allemande]
di Jean Drault e Un prix de cinq millions di Henriot.
— Madame Flirt è il titolo di una commedia di Paul Gavault e Georges '
Berr, che esce col 1' di luglio presso Calmann-Lévy (fr. 3.50).
— Tutto ciò che ora ancora rimasto di inedito di Paul Verlaine, ha trovato
posto nel volume di Qiiivns Postliumes. pubblicato da Leon Vanler (fr. (i)
— Lo stesso editore ha messo in vendita un nuovo volume di novelle di
Paul Cìinisty. intitolato: Les LIenrcs difficiles.
— L'editore Charpontier annunzia come imminente la pubblicazione di un
volume di critica di Catullo Mendès, Le mouvement polilique de 1767 ù t!>00.
che si divide in due parti: la prima è il rapporto al ministro dell'istruzione,
preceduto da ^//p.s,«'o«/' sulla personalità dello spirito poetico della Francia; la se-
conda consta di un dizionario bibliografico e critico e di una Nomenclatura cro-
nologica della maggior parte dei poeti francesi del secolo xix (10 fr.).
— Flammarion ha messo in vendita un nuovo romanzo di Gyp, Un mt'nane
dernier cri (fr. 3.50)
— Il 31 luglio verrà alla luce presso la libreria accademica Perrin & C."
un nuovo libro del monaco benedettino Doni du Boiirg: esso si intitola Dli
Champ de bataille à la Truppe - Le Frh-e Gabriel (1835-Ì897, fr. 3.50).
— M. G. Michaut. critico insigne, decano della Facoltà di lettere dell'Uni-
versità di Friburgo, in Svizzera lui scritto un volume, Sainte-Beuve arant les
'■ Lnndis » - Essai sur tu faniidiioii de son esprit et de sa métliode critique. Il libro
è stato messo in vendita il 30 giugno da Fontemoing. al prezzo di Hi franchi.
Mirabeau. Lettres à Julie, par M. DAUPHIX M KU XI EH et M. GEORGES
LELÓIR. Paris. PLi«-XtiuiiRiT. Fr. 7.50. — Jl. Dauiiliiii ^l<\inier. avendo otte-
nuto l'autorizzazione di pubblicare l'immensa corrispoiuliiiza inedita di Iilira-
beau, ne ha distaccato un centinaio di lettere, dirette a Mademoiselle Julie
Dauvers, nelle quali Mirabeau dichiara positivamente di essere l'amante della
principessa di Lamballe. Questo fatto che già altri avevano asserito non era stato
ancora dimostrato come ora da M. Meunier, che ne fornisce gli elementi auten-
tici e lo discute punto per punto, con argomenti che non lasciano luogo a
dubbi. Un giurista bon noto, membro dell'alta magistratura parigina, M. Georges
Leloir, gli ha prestato la sua collaborazione, in modo da fare di questa rivela-
zione delle Lettres à Julie un modello di critica storica.
Le Pressoir. Roman par BERNARD TAFT. Paris, Dvjarric, 1908 pa-
ges350 Fr. 3 50.— Il torchio delle superstizioni e dei pregiudizi che schiaccia e de-
turpa inesorabilmente tante anime gentili, non risparmiò neppure Georgette,
sebbene la buona Jeanne M irnère avesse logorato gli anni migliori della sua
vita per strapparla a quel giogo terribile. Tutto era vano, poiché per la inesperta
fanciulla, educata da una vecchia signora tutta imbevuta dei falsi pngiudizi, la
second I moglie di suo padre era sempre la matrigna crudele che liisugna odiare
e disprezzare implacabilmente. E Jeanne lottò a lungo e soUri assai, ma ottenne
alla fine vittoria, poiché mentre Georgette mori vittima delle sue stolte preven-
zioni. Pierrot. l'altro figliastro, posto nell'alternativa di scegliere tra colei che
gli aveva dato la vita, una donna frivola e mal>agia, e Jeanne, la matrigna
buona e affezionata, preferì quest'ultima e la tenne sempre come sola e vera
madre, contro ogni sciocco pregiudizio del volgo.
L'Immoraliste, par ANDRÉ GIDE. Société du > ERCiUE de France, Pa-
ris, — E la seconda edizione d'un romanzo ch'ebbe notevole successo or son pochi
anni, quand'eran di moda gli studi di psicologia sperimentale e oggettiva: non
tanto oggettiva questa narrazione d'una vita anormale (e amorale, piuttosto che
immorale) si che non si intraveda una convinzione dell'autore e non se ne tragga
un insegnamento veramente morale. Il Gide l.a senza dubbio forti doti di nar-
ratore, rapidità, giustezza incisiva, senso della misura: è un artista che pensa:
egli può darei delle cose veramente salde e sostanzioso.
NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI 1/1
Études d'histoire Première serie, par ARTHUR CHUQUET. Paris, A. Fox-
EMO Nc, r.)03 (collection <- Minerva »). — Ifon v'è uomo colto che si occupi
ella storia dei secoli decimottavo e decimonono che non conosca i bei lavori di
L. Chuquet sulle guerre della rivoluzione, sulla giovinezza di Napoleone, sulla
uerra del 1870 e non sappia che l'egregio membro dell'Instituto è anche pro-
ondo cultore della storia letteraria, come dimostrano i suoi studi sulla lettera-
iira tedesca e su Stendhal. In questo volume, primo di una serie, spiccano le
oti che ognuno riconosce nel Chuquet, sicurezza d'informazione, precisione di
ocumentazione, nitida eleganza di stile e ci sfilano innanzi un episodio della
ita di Baiardo a Meziires, una delicata biografia della sorella di Goethe, il
acconto spigliato di un errore giudiziario in Corsica nel secolo decimottavo,
ino studio molto notevole su un rivoluzionario tedesco, Giorgio Forster, de-
lutato di Magonza alla Convenzione Nazionale. Come l'indica il titolo della col-
ezione, a cui il volume appartiene, una parto almeno degli studi che lo com
longono vide già- la luce nel'a rivista ìliiierva, che vanta appunto tra i suoi
liù accreditati collaboratori l'ili. stre direttore della Revue critiqne.
Profils de Théàtre, par JULES CLARETIB. Paris. G.\ultier, M.\gnier
i C. Fr. 4. — Questo volume è uno dei più graziosi che l'eminente amministra-
ore della Comédie Fran^aise abbia scritto. Ritratti di attori, profili di artisti
llustri vi sfilano disegnati da una penna abile e perfetta conoscitrice dell'argo-
nento. Pieni di malizia e di vivacità, questi profili ci narrano l'esistenza, le
grandezze e le serviti! degli attori di grido. La Comédie fornisce a M. Clareiie
a maggior parte dei modelli. Virginio Déjazet, Mélingue, Frederick Lemaìtre.
?ebvre Reichenberg, Barretta, Marie Laurent, Mounet-Sully vi si riscontrano
rivi e nella loro vibrante originalità. Sono anche degni di speciale nota i
■apitoli che si intitolano: L'Etioìhnie d<'s Comédicus, Acfeurs Sìiakrspearinis e
Rrpi-éseiiìatioiis de Retraite.
.lean-Jacques Rousseau et le Rousseauisme, par JEAN-FELIX NOLTR-
R.ISSON. PoNTE.MOiNG. Fr. 7.50. — L'influenza delle dottrine di Gian Giacomo
Rousseau è rimasta considerevole ai nostri giorni, ma le sue opere non sono suffi-
Menteraente conosciute, neppure da coloro che si fanno i panegiristi delle sue
dee. M. Nourrisson si occupa della biografia del Rousseau, secondo gli studi
M'itici pubblicati ai nostri giorni, e studia le opere di lui seguendo, per cosi
lire, la loro elaborazione attraverso le fasi diverse di quella vita così avven-
turosa, e tristamente curiosa da osservare e descrivere. Ciò che dà a questo
libro un carattere di attualità, è la propaganda che è stata fatta ai nostri giorni
in favore di certe dottrine che altro non .sono se non le dottrine di Rousseau
iidattate alle teorie politiche o deformate dai politicanti per i bisogni delle cause
che vogliono far trionfare.
Situation internationale de l'Egypte et du Soudan, par.lULBS C( )CHERIS,
LÌocteur en droit Pari.s, Plon, 1!J')3. — La lotta d'influenza tra Francia ed Inghil-
terra, sulle rive del Nilo, che per poco non prese talvolta carattere anche più vio-
lento, è il soggetto del grosso libro, edito recentemente dalla solerte casa edi-
trice parigina. L'egregio autore, cui un soggiorno abbastanza lungo in Egitto
permise di raccogliere sul posto elementi di molto valore, segue passo passo le
vicende di cui fu teatro l'Egitto dal 18ù2 in poi, tratteggiando degli uomini
principali, che vi eb ero parte, o clie anteriormente incarnarono la politica egi-
ziana, ritratti finemente delineati. Così sono notevoli le pagine dove appaiono
Ir ligure di Mehemet-Alì, di Ismail, di Tewfik, di Gordon, di Emin Pascià, di
Gliidstone, di Salisbury. di Kitchener, ecc. L'importante lavoro abbonda di do-
cuiuciiti inediti che gli danno un alto valore, specialmente per quanto concerne
hi Npidizione Marchand e l'incidente di Pascioda. Tre tavole analitiche molto
liiii redatte ed una carta speciale permetteranno ai cultori del diritto interna-
ziciiiiilt'. ai diplomatici, agli uomini politici di valersi con frutto di questa pu' -
lilicazione.
La Religion dans la Société au.v Etats-Unis. par HENRY BRAGY. Arm.«iv
Colin. Fr. 3.50. — Il cristianesimo, quale si è sviluppato nell'America del Nord,
non insegna più a morire, ma a vivere; è il culto dell'umanità piuttosto diodi
Dio, e conduce ad una vera chiesa laica, più curante della società che dell'indi-
viduo, e che considera come suo compito essenziale di collaborare per la sua
parte all'educazione della democrazia. Ad ogni modo, questo positivismo resta
dentro la cornice del cristianesimo, ed in ciò consiste la sua potente originalità.
Da queste poche parole e dal sommario del volume ci si può rendere facilmente
conto dell'interesse che presentano le questioni studiate in quest'opera, assai
I7'£ NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI
suggestiva o t'orteinente pensata. Ecco i titoli dei capitoli: L'istinto sociale e
l'istinto positivo nel cristianesimo coloniale - Lo spirito positivo e lo spirito
sociale nelle filosofìe cristiane - Lo spirito positivo e lo spinto sociale nel cri-
stianesimo contemporaneo - La pace religliosa ottenuta col positivismo cristiano.
Le Commerce et les Marchands dans l'Italie meridionale au XIII^ et au
XlVe siede, par M. GBORdES YVER. Fontemoixg. Pr. 1-2. — Assai mal
nota è stata finora la storia economica dell'Italia meridionale nei secoli Xlll e
XIV Ci si immaginava volentieri, sulla lede di storici ammiratori appassio-
nati ed esclusivi di Federico IL che l'avvenimento della dinastia angioina avesse
segnato per le provincie meridionali il principio di una irrimediabile decadenza.
M. Yver, appoggiandosi a documenti trovati negli .archivi di Napoli, impugna
questa opinione generalmente accettata, e- dimostra come Carlo d'Angiò e i suoi
successori Carlo II e Roberto abbiano curato colla maggiore diligenza di assi-
curare lo sviluppo economico del loro regno. Li vediamo trar partito dalle rie-
chezze naturali del paese, introdurre nuove industrie, incoraggiare il commercio
marittimo, stimolare lo zelo dei loro sudditi, e fare appello al concor.so di citta-
dini delle città più famose pel commercio, specialmente di Firenze. Col presente
lavoro resta dunque dimostrato come nel primo secolo della dominazione an-
gioina l'Italia meridionale occupasse nn posto notevole fra le nazioni commer-
cianti del mondo mediterraneo.
Recenti pubblicazioni :
Le plus f'urt. Roman par Claude Feiiv.\l. — Calmann-Lf^vy. Fr. 3.50.
L' Èxpnhée. Roman par Jane de l.a V.audère. — Flaramarion. Fr. 3.(50.
L'Amour eii fiiitr. ]iar Henry Bordeaux. — Fontemoing. Fr. 3.50.
ConfessioH d'un enjant d'Iiier, par Abel Hbrmaxt. — OUendorff. Fr. 3.50.
Le L'ival de Don Juan. Roman par Louis Bertrand. — OUendorff. Fr. 3.50.
.InijteHe. Pièce en cinq actes par Maurice Maeterlinck. — Fasquelle.
Fr. 3..")0.
Epilo(/nes - Réflr.xiona anr la vie (189Ó-1S98), par Rémy Gourmoxt. —
< Mercure de Prance ». Fr. 3.50.
Sur le Tnrf, par Maurice Talm.ayer. — Perrin. Fr. 3 SO.
Propos de Tliéàfre, par Emile Fauubt de l'Aeadémie Fran^aise — Société
Franvaise d'Imprimerie et de Librairie. Fr. 3..50.
An Pni/s des Pi/réJiées. Relation anecdotique de voyage à Arles, Kimes,
Cette, ì^farbonne. Toulouse, Luclion, Lourdes. Cauterets, Gavarnie, Pau, Biarritz,
Hendaye. Arcachon, Bordeaux, par Emile Dai llia. — Charles Mendel. Fr. 10.
Maìtres imprimenrs et ouvriers ti/pograplies, par Louis Radiguer. — Société
Xouvelle de Librairie et d'Edition. Pr. 10.
Flrures. Ciiiia/ix. Cheniins de fer, par Paul Leon. — Armand Colin. Fr. 4.
INQHILTERRA E STATI UNITI.
11 -0 giugno moriva a Londra il cardi lale Herbert Vaughan, arcivescovo
di Westminster. Nato a Glocoster il 15 aprile 1832, ebbe la porpora nel 1893
ed era il solo cardinale inglese.
— Un nuovo dramma in quattro atti, intitolato Dante, di Mr. Calmonr,
stato messo in scena il 15 giugno al Qiieens Tliealre di Manchester. Nel corso
dell'azione Beatrice muore avvelenata nef'e braccia del poeta.
— Si è costituita una SocietJl che si propone di compilare e pubblicare una
Interncitionnl Encijclopaedia of Journiilism. che dovrì» compremlere la storia del
giornalismo e tutte quelle nozioni che costituiscono la pratica del giornalismo.
L'opera sarà in vendita a prezzi popolari, e forse consterà solamente di due
volumi. La direzione della compilazione è aflìdata ai signori: William Hill,
della Westmins'er Oazette, Alfred Harmsworth, del Daily Mail, e Herr Maurice
Ernst, del Neue^ Wiener Tai/ebl'itt. Inviare lo comunicazioni al segretario (Gran-
ville House, .\rundel Street, Strane). London. AV. C.'.
— Gli editori Treherne & Co. hanno incominciato la pubblicazione di una nuova
serie, <■ The Connoisseur's Library •. Sotto la direzione di Mr. T. V^^. H. Cross-
land. Il primo volume si intitola Piclure Colleitinij ed è scritto da C. J Hol-
mes. I prossimi volumi saranno Cranj/erizing di J. M. BuUock, e Musical Istrn-
ments di Mr. Robert Steele.
— Vernon Lee ha scritto un nuovo romanzo intitolato Penelope Brandliug.
che entrerà a far parte della <• Pseudonim Library • dell'editore Unwin.
— 1 primi quattro volumi dello Letters of Horace Walpole. pubblicate dalla
•Claredon Press sotto la direzione di Mrs. Paget Toynbee saranno pronti in no-
.VOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI 173-
vembre. L'edizione completa si coinporrà di sedici vohmii, e conterrà circa
quattrocento lettere finora inedite.
— Gli editori Chapnian ci Hall hanno preparato per la pubblicazione i
primi tre volumi della « Autos;rapli Edition > di Dickens che comprenderà
56 volumi e sarà limitata a "250 esemplari fi-a l'Inghilterra e l'America
— Per il premio intitolato da Matthew Aimold. bandito dall'L'niversità df
Oxford, il tema è stato scelto quest'anno dal poeta laureato Alfred Austin. I
concorrenti dovranno considerare in confronto l'uno eoU'altro due giudizi che
M. Arnold diede di AVordsworth.
— Dal 1° al '25 luglio starà aperta l'esposizione delle antichità trovate dal
prof. Petrie durante i suoi scavi in Egitto.
— Nel numero di luglio del Cornili// Magazine. Mr. Sidney Low scrive su
Mazzini dedicandogli una puntata della serie di « Nineteenth Century Studies. >
— Pel settembre venturo gli editori Methuen & Co. metteranno in vendita
un nuovo volume di brevi storie di Mr. H. B. Marriot Watson, intitolato
A/arms and E.vcivsious.
— Miss Ida Taylor ha completato una Life of Lord Editard FHzgerald, cha.
abbondantemente illustrata, sarà pubblicata da Hutchinson & Co.
— Presso gli editori Hodges. Figgis & Co. di Dublino vedrà tra breve la
luce un volume del prof. Stanley Lane-Poole, intitolato Abortii- West and bij North.
formato di bozzetti descrittivi di gite in Irlanda e nel York.shire. Il volume
sarà illustrato.
— Lady Betty Balfour sta trattando per preparare un volume di corri-
spondenza di suo padre, il defunto Earl of Lytton. Le lettore di indole troppo
privata saranno escluse: però sarà possibile da una tale raccolta farsi un'idea
esatta della vita intima di « (ì\ven Meredith » specialmente nella prima parte
della sua vita.
— La sorella del poeta irlandese Yeats. Miss Elizabeth C. Yeats. sta pre-
parando a Dublino una edizione delle opere del defunto suo fratello.
— I pittori Edward Detmold e Maurice Detmold hanno esposto una serie
di disegni a colori destinati ad illustrare il Jung/c Boùì; di Kipling. Nel pros-
simo autunno 1' editore Macmillan farà una splendida edizione di quel libro,
riproducendovi questi disegni in litografia.
— L'attore Sir Henry Irving si sta preparando a compiere un giro in
Inghilterra ed in America, rappresentando solamente il Dante di Sardou.
— Il 7 luglio sai-à messo in vendita dall'editore Methuen il libro di Bodley:
Coronation of Edward VII. Dopo alcuni giorni saranno pronte cinquanta copie
su carta del Giappone.
— La Cambridge University Press comincerà nel prossimo autunno una
serie di edizioni di scrittori classici inglesi, fatte con la massima fedeltà secondo
le ultime edizioni e le più autentiche delle edizioni postume.
New Letters and Memorials of Jane Welsh Carlyle, annotated by THO-
MAS CAELYLE and edited bv ALEXANDER CABLYLE, with an introduc-
tion by Sir JAMES CRICHTON-BROWNE. John Lane. 2òs. — Questa pub-
blicazione è della più alta importanza, tanto che il critico del Dai/y News non
ha esitato a chiamarla « il più saliente avvenimento letterario dell'annata ».
Per più di vent'anni la figura del grande scrittore inglese è stata oscurata dal-
l'ombra gettata sul nome di lui da colei che fu la compagna della sua vita :
con questa pubblicazione Carlyle può dirsi riabilitato poiché l'introduzione scritta
da Mr. Crichton-Browne demolisce l'edificio calunnioso eretto al Fronde e che
già il prof. Norton aveva assai minato. A ciò si aggiunga che la moglie di
Carlyle scriveva lettere con suprema eleganza, tanto da potersi paragonare la
sua prosa epistolare a quella di Lamb. Byron e Mr Carlyle stesso.
David and Bathshua. A new dramatic Poem by CHARLES WHIT-
\Y(JRTH WINNE. Kegan Paul, Tkench, Trììbner & Co. 5s.— Questo poema
drammatico di C. AY. Wynne è stato molto ammirato e i critici si accordano
col dire che esso supera i precedenti lavori del medesimo poeta: anzi la West-
ininster Beview. giunge a chiamare David and Batltsìina la più notevole pub-
blicazione nel campo del dramma poetico, che sia apparsa in Inghilterra da
alcuni anni a questa parte. 11 poema è concepito con ricchezza di immagina-
zione ed è scritto con linguaggio chiaro, armonioso e scintillante.
The House on the Hudson, by FRANCES POWELL. H.\rper & Brothers.
— È questo un romanzo americano che non è specialmente notevole por l' intrec-
cio, ma è scritto con semplicità, garbo e molto buon gusto. La ca.sa sul fiume
174 NOTIZIE, I,IBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI
Hudson, cui allude il titolo, è la dimora di una curiosa signora, eccentrica,
ricca, come si incontrava sovente nei romanzi di antico stampo. Come compa-
gna e come direttrice di casa, ella prendo con sé una giovane americana ohe
ha passato l' infanzia in mezzo a grande lusso, ma ohe è rimasta a venti anni
orfana o priva di mozzi.
Patriotibm under three Flags, hv RALPH LANE. Fisheu Unwin. - È
un volume che si riattacca ad alcune delle maggiori controversie politiche dei
nostri giorni. In esso l'autore si scaglia contro il principio del patriottismo, come
contrario all'amore per l'umanità, ed incomincia coU'attaccare la politica inglese
nell'Afric i Meridionale, per continuare con maggiore violenza contro gli Stati
Uniti pel loro modo di agire contro le Filippine. La terza bandiera è quella
della Francia, e a questo proposito Mr. Ralph Lane si occupa a lungo dell'af-
faro Dreyfus
Michael Angelo Buonarroti, b.y CHARLES HOLROYD.Duckwoutii & Co. —
Mr. Holroyd ha cercato di riunire nel suo libro tutto ciò che può interessare
una persona che, pur non avendo una speciale cognizione dell'argomento, senta
un profondo interesse per 1' opera di Michelangelo. Nella prima parto egli ha
dato una fedele e vigorosa traduzione della vita di Michelangiolo scritt:» da
Ascanio Condivi ; nella seconda ha espresso le sue opinioni sull'opera doH'aiti-
sta, e ciò come se discutesse la produzione di un contemporaneo, come so la
grandissima fama di Michelangiolo non disturbasse la sua equanimità. La terza
parte del libro consiste nella traduzione di tre dialoghi sulla pittura, scritti
dal miniaturista portoghese Francis o d'Ollanda che si trovava a Roma lU'l 1 .588.
Questi dialoghi, ad eccezione di una piccolissima parte, erano fin jra pubblicali
soltanto in una rivista portoghese di secondo ordine.
The Letters of Dorothy Osborne to Sir Willù-m Ter. pie. Edited by E. A.
PARRY. Sherratt & Hughes. (ìk. — Il 2i giugno è uscita questa nuova
edizione che contiene la pubblicazione, fatta ora per la prima volta, di sette
lettere di Dorothy Osborne a sir William Tempie. Queste lettere furono di re-
cente venduto a Mr. Parry, a condizione che egli stesso ne curasse la stampa.
Il volume contiene anche un'appendice, riprodotta daìl'A/lun/ic Montlhij, in cui
si trova una biografìa di Sir Peter Osborne.
Submarine Navigation - Fast and Present, by Mr. A. H. BURGOYNE.
Grant Richards. — Il lavoro di Mr. Burgoyne è veramente pregevole, poiché
egli espone la storia della navigazione sottomarina e lo stato attuale in cui si
trova la soluzione di questo difficile problema. Sono due grossi volumi compi-
lati con grande diligenza ed acume; essi però saranno un po' troppo gravi per
le persone di cultura media, e forse un po' leggieri per gli scienziati che vor-
ranno fare i loro studi e le loro ricerche su documenti originali.
Recenti pubblicazioni:
Mii Ludi) of the Bass. A novel by Sidney Herbert Burchell. — Oav
i: Bird. (i s.
The Btithers of Marricd Lifr. A novel by S. H. Sadler. — Swan Son-
nenschoin. 2 s. Od.
Thv Spy Companì/. A tale of the Mexican War by A. C. Ginter. —
Ward Lock & Co. b s.
Trapper « Jim » A New Book for Bovs by Euwyn Sandys. — Macmillan
& Co. 6s.
London Roses : Ah Ldyll of the British Mtiseum. by Dora Grbenwell IVIai'
Chesney. — Smith, Blder & Co. (i s.
Traveh in Southern Europe and the Levant, 1810-1817 : The Journal of
G. R. Cockcrell, edited by bis son, Samuel Pepys Cockerell. — Longmans & Co.
10 8. Cd.
Remrmbrancex of Emerson, by John Albee. — Gay & Bird. 6 s.
The Orreriì Papers, by the CÒuntess of Cork and Orrbry. — Duckworth
i Co. 42 s.
Crimean Simpson's Autohiography. Editod by George Eyrb-Tood. — Fisher
Unw in. 21 s.
Tintoreito, by J. B. Stoiouton Holhoun. — Bell & Sons. 5 s.
Sordello andCuniss<i, by Eigene Bknson. — J. M. Dent À Co. 2 s. 6 d.
Life in the Mercantile Marine, by Charles Prothbroe. — John Lane. Sa Cd.
NOTIZIE. LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI i75
VARIE.
Le feste centenarie dell'Università tli Berlino, secondo una deliberazione
1 Senato aceadeiuico, saranno celebrate nell'ottobre del 1010. Il prof. Lenz,
cane della Facoltà filosofica, ha avuto rinearieo di scrivere la storia ufficiale
irUniversità.
— Ad Amburgo è stata inaugurata il 21 di giugno, una statua equestre di
iglielmo I.
— 11 giorno 4 del prossimo agosto si riunirà a Berlino la Conferenza Inter-
zionale radio-telegrafica.
— A Vienna è stato fondato un Museum Vindobonense, destinato ad acco-
ere le numerose antichità romane possedute da quella città. Il nuovo museo,
r cui sarà fabbricato un apposito palazzo, è diretto dalla Commissione archeo-
jica del Consiglio comunale di Vienna.
— A Nesario nell'Istria, presso Pola, alcuni scavi fatti sotto la direzione
I prof. Paschi hanno posto in luce parecchie tombe lampade di iute micenea,
getti di bronzo e vasi decorati che andranno ad arricchire il Musco di Pola.
— A Pietroburgo è stata collocata la prima pietra del monumento al com-
sitore Glinka.
— Il ministro dell' istruzone dell'Impero russo ha deciso di erigere una
ova università per le Provincie del nord-ovest ed ha finalmente scelto come
le la città di Mohilef. Vilna, Vitebsk, Minsk e Mohilef erano state proposte,
. Vilna fu scartata perchè il Governo non voleva risollevare il ricordo del-
Qtica università polacca che aveva sede in quella città: Vitebsk e Minsk
ano una popolazione inferiore a quella di Mohilef, e perciò forono lasciate
disparte.
— La Spagna ha perduto da poco il suo maggiore poeta, Nunez de Arce.
a nato nel 1834 e nella sua gioventii ottenne grande successo col dramma _£"/
S de Leììa. Prese parte alla rivoluzione del 1868 e allora scrisse il celebre
itos de Combate. Fu anche per un certo tempo ministro delle colonie, e da
ighi anni apparteneva al Senato.
— Nei mesi di settembre e ottobre si terrà ad Amsterdam la quarantesima
losizione internazionale di opere di artisti contemporanei, nelle sale del Museo
munale.
— E stato inaugurato a Bucarest il monumento di Giovanni Bratiano.
;nde patriota e uomo di Stato rumeno.
— Il Governo del Perù ha aperto un concorso interna».iona)e per la co.stru-
iie del nuovo palazzo del Governo a Lima I progetti potranno essere inviati
) al 31 dicembre del 1003. Il primo premio è di lire 7500.
OLI ITALIANI ALL'ESTERO.
Il giorno 13 del venturo settembre si terrà a Parigi una commemorazione di
)vanni Bovio sotto la presidenza del deputato Bouguier. Il discorso sarà pro-
iziato da M Hubbard.
— La colonia italiana di Parigi sta preparando la costituzione di una se-
le della « Lega navale italiana •>.
— La Frankfurter Zeitmig pubblica un notevole articolo, firmato dall'insigne
heologo Hauser, in cui molto si loda il riordinamento del Museo Nazionale
Napoli, condotto a termine da Ettore Pais.
— La nostra gentile collaboratrice, signorina Amy A. Bernardy, che si
."•a negli Stati Uniti, ad insegnare nello Smith College di Northampton, Mas-
hussets, farà tra breve ritorno in Italia, donde ha incarico di scrivere una
e di articoli per il Boston Evening Trnnscript. Pochi giorni or sono la regia
basciata italiana di Washington ha inviato una bandiera in dono allo Smith
'ege Italian Club che la signorina Bernardy ha fondato e dirige con vedute
ierno. A novembre ella inaugurerà a Boston la Lectura Danfis, che si terrà
o gli auspici del locale Comitato della " Dante Alighieri ».
— Tra gli italiani residenti a Tunisi che più si adoprano in favore dell'innal-
lento intellettuale della colonia, ricordiamo il nome del signor Giulio Pro-
zal. Egli ha tenuto pochi giorni fa una conferenza sul tema: La proclama-
'e dei diritti dell'uomo, ed ha pubblicato nel giugno scorso presso l'editore
zi di Tunisi un breve saggio filosofico-scientifico: Sulla costitusione della
eria.
— La Revue (ancienne Revue des RevaesJ coatiene nel numero del 1" luglio
traduzione di alcuni canti della Diva Natura di Alfredo Baccelli, Tradut-
9 è Mme Roussille.
LIBRI
PERVENUTI ALLA DIREZIONE DELLA NUOVA ANTOLOGIA
L'Aiglon. Dramma in (5 atti in ver.si di Edmondo Rostaxo. Tra-
dotto in italiano da Mario Giobbe. — Napoli, 1903. Luigi PieiTO
pagg. 379. L. 3.
La pittura veneziana, di Pompeo Molmexti. — Firenze. 1903
F"i Alinari. pagg. 180.
Razze inferiori e razze superiori - Latini e Anglo-Sassoni, j)e
Dr. Napoleone Coi.ajaxsi. — Roma. 1903, presso la « Rivista popò
lare illustrata ». pagg. 323. L. 5.
Il Giudice. Dramma in tre atti di Téresah. — Torino-Roma, 1903
Roux & Viarengo. pagg. 19. L. 1.
Crisantemi. Ultimi versi di Vittorio Betteloni. — Firenze. liK)3
Le Monnier. pagg. 211. L. i2.óO.
G. B. De Rossi. Cenni biografici per cura di Orazio Marucchi
Con 48 illustrazioni. — Roma. 1903. ed. Pustet, pagg. 128.
Macedonia (marzo-aprile 1903). con 41 incisioni e una carta, d
Vico Maxtegazza. — Milano. 1903, F."' Treves, pagg. 340.
Xiiore poesie, di Gii'Seppe Lipparini. — Bologna, 1903. Nicola Za
nichelli, jiagg. 150.
L' Anima dclT Italia. Versi di Adele Galli. — Roma. 1903. Cas£
Editrice Roux & Viarengo. pag. 176.
Mazzini, di Boltox Kixg. — Firenze. 1903. Barbèra, pagg. 400. L. 4
Aspettando l'Aurora. Versi di AxTOXio Cippico. — Zara, 1903, E
De Scliònfeld, editore, pagg. 73.
/biforme agrarie e cooperagione in Sicilia, di G. Giliberti-Co.sekza. — Rouiit
Tip. Colombo. L. 1.
Ore d'ombra e di luce. Riiuf di Vittorio Amedeo Arillasi. — Torino
1903. fì. Stresilio iv C, pagg. 21)1. L. 1..j().
Per un amore. Ciinzoni di Arturo Foà. — Torino. 1903, Renzo Stroglic
pagg. 30. L. 1.
Nel Natale di Roma - « Carmen Sieculare » di Orazio. Versione metrica d
Giovanni Manera. — Urbino, 1902, Tip. delia Cappella, pagg. 20.
Poemetto giocondo, di Licurgo Tioli. — Roma-Torino, Ì903, Roux & Vii
rengo, pagg. 38. L. 1.
Pagine o.scure. di Exrico Boni. — Roma-Torino, 1903, Roux & Viarengi
pagg. iSO. L. -2.
Saggio di traduzioni da Catullo, Orazio e Tibullo, di Giuseppe Puccianti. -
Firenze, 1903. Le lEonnier. pagg. 290. L. 2.
Grammatica greca, di Adolfo Kaecìi. — Roma, 1903. G. B. l'aravia <\ C
pagg. .350. L. 4.25.
Mosè 0 Darnin ?, di Arnoldo Dodel. Traduzione italiana di Luigi M
riani. — Arpino, 1903, Giovanni Fraioli. pagg. 217. L. 2.
// noce fatato. Fiaba di Luigi Da vini. -- Castiglione delle Stiviere, 191
pagg. 41. L. 0..50.
Sulla monacazione di Sreva Montefeltro -Sforza. Signora di Pesaro. Ricercl
di B. Feliciangeli. — Pistoia, 1903, Tipografia Giuseppe Fiori, pagg. 81. L
L'eredità di Peppino. Racconto di Ugo Valcarenghi. — Torino-Roma, 19(
Roux & Viarengo, pagg. 145. L. 2.
Antonio Cesari e gì' Itili ani, per Giuseppe Guidetti. — Roggio Emilia, 19(
presso l'autore, pagg. 545. L. 5.
Versi di Dagmar. — Torino-Roma, 1903, Roux <k Viarengo, pagg. 110. L,
tubblicato il IO luglio 19C3.
Direttore-Proprietario: MAGGIORINO FERRARIS.
David Marchionni. Responsabile.
Roma. Via della Missione, 3 - Carlo Colombo, tipograto della Camera dei Deputati.
I PAESISTI OLANDESI A ROMA
La rinomanza dei paesaggi italiani è diffusa in lutto il mondo
.'ile, e riconosciuta universalmente. Non è mio proposito scriver la
)ria della maniera con cui si produsse, ma di fermarne uno dei più
riosi capitoli e dei meni studiati: quello del contributo che pittori
nuli dall'altra estremità d'Europa apportarono a questa fama. Parlo
gli Olandesi che durante più di un secolo, attiatti dal fascino di
esti siti, ne ricavarono innumerevoli quadii e si composero per dipin-
rli una maniera che fece scuola tin nel proprio paese, eclissando col
o sjìlendore le stesse scuole nate e cresciute nella terra natale e
■condate d'una gloria indiscussa.
Tanto fu grande che infine 1" hnagerie popolare non conservò più
ro ricordo, non conobbe più altra Italia da quella che tali pittori
e vano raffigurata. Non è esagerato il dire che l'immagine prevalente
U" Italia, nell'Europa moderna or son cinquant'anni e ancor oggi co-
memente diffusa, è generata da questa scuola.
Ecco infatti quest'immagine. Un sito leggermente boscoso limitato
monti lontani, una rovina di castello in distanza, talora l'arco d'un
[fuedotto diroccato, un villaggio su un'altura; in prim' innanzi un
nento guada un fiume, un viaggiatore a cavallo interroga una pasto-
la che a braccio teso indica la strada. Tale è l'Italia di convenzione,
e non dico sia in disaccordo coli' Italia vera: n' è almeno un'imma-
le in special modo composta e ben caratteristica, che un numero
ìnito di quadri e di stampe fecero conoscere e ammirare nel mondo.
Onde emana essa? Ciii ha fissato per una serie di generazioni si
iga e che termina ora appena, la raffigurazione d'una contrada che
nualiò le menti e fu riguardata come la più bella? Gli Olandesi,
me e per c[uali felici tentativi si stabilisse il loro regno in questo
aere, come la voga se ne propagasse, quali uomini e quali ingegni
istificassero questo esito, in qual paese si diffondesse e quanto perdu-
5se, ecco quello ch'io mi propongo di svolgere.
1.
I maggiori fra questi artisti sono universalmente noti: sonoCriovanni
th, Berghem e Carlo Dujardin. Gli idtimi due vissero ad Amsterdam,
irimo a Utrecht. Queste due città furono come il centro e due uguali
olari del genere d'arte di cui parlo. IBoth, morto nel 165'^, è l'anziano,
rghem e Dujardin non fiorirono che dopo la metà del secolo dicias-
tesimo, durante un periodo di trent'anni.
12 Voi. evi, Serie IV - 16 lagUo 1903.
178 I PAESISTI OI.AMIESI A ROMA
Grandissima fu la fama loro ed innumerevoli gì' imitatori. Bergheiiv
sopi'aUitto n'ebbe infiniti e 1 suoi quadri divennero bentosto oggetto
di contraffazione universale. Non c'è forse al mondo pittore le cui
opere autentiche siano più spesso mescolate a tele supposte dei fal-
sari!, sulle quali trovasi la firma esattamente imitata, sia dagli stessi
copisti, sia dai mercanti.
Fu egli infatti il pili celebre e il più diffuso dei Ire. Tutti hanno
visto e ricordano i suoi quadri. Non c'è viaggiatore si tiepido e di-
stratto, o visitatore poco appassionato di musei che non abbia negli
occhi le sue facili composizioni, la sua luce artificiosa, le sue mezze
tinte brune, il suo pennelleggiare breve e carezzoso. Si ritrova nei
suoi quadri tal quale il tipo generale dei siti italiani, volgarizzati nelle
immagini correnti, che ho sopra descritto. Scegliendolo fra tutti, [las-
serà come padre vero di quella vena triviale e facile, il che spiegasi
agevolmente mediante il posto clie egli tiene naturalmente nella scuola.
Ora ecco quello che stupisce anzitutto. Questo pittore dell' Italia,
questo famigliare de" suoi paesaggi, de" suoi llumi. delle sue montagne,
de' suoi contadini e delle sue rovine non abbandonò forse mai il jiaese
nativo. A Harlem lo si trova nel l()4'i, di solii ventidue anni; più tardi
lo si vede ad Amsterdam tranquillamente insettiato, prodigare le vedute
d'oltremonti. Morto nel 1683. s'ignora positivamente s'egli visitasse
mai r Italia. Il mercante di quadri Lebiun assevera nella sua Galleria
dei 2}ìttori fi a mminfjhi e olandesi che la ielmli parecchi quadri di Ber-
ghem è di manifattura italiana: ma ciò basta per decidere la questione'?
E quando pur Berghem, al pari degli altri che la maggior parte
tornano da Roma verso la trentina, ne avesse fatto il viaggio, una
cosa è ben da notare sia riguardo a questi, sia riguardo a lui: è la
maniera in cui s'intrattenevano quelli pittori, servendosi senza fine
de' loro studi fatti nel paese in gioventù, o forse de' modelli altrui :
è il dipingere, ch'essi facevano, 1" Italia in Olanda, e le vedute della
Campagna romana alla luce del Heerengracht o dinanzi ai polders di
Harlem.
Perocché su tal punto non e" è dubbio. Both, tornato d' Italia a
trent'anni, abitò sempre nel suo paese. Non si conosce di Dujardin
alcun viaggio di là dai monti, se non negli ultimi anni della sua vita;
ma, senza contestare eh' egli ne avesse fatto alcuno prima, non è men
vero ch'egli non tralasciò in lutto il lungo tempo ch'egli passò in
Olanda di produrre il genere di tele di cui si tratta.
Lo stesso avviene per tutti gli altri. Non c'è un sol pittore nella
scuola cui non s'applichino queste osservazioni. Ed eccone la conse-
guenza. Non potendosi negare che la luce, i siti, l'aria generale della
penisola si trovino mirabilmente resi in questi quadri, converrà dire
che 1" Italia, la quale di fatto non trattenne presso di essa questi pit-
tori, si vide da essi trasportata in Olanda, non nel modo che facilmente
si concei)isce, con la presenza di alcuni quadri completi, ma presente
e vivente nel ricordo degli artisti che, avendola un tempo contemplata,
■ne riportavano un' impronta capace di produrre senza fine nuove imma-
gini. Così, per una specie di prestigio che non ha pari nella storia
dell'arte, quel che la mediocre fantasia dei disegnatori d' infima classe
opera altrove per il piacere degli ignoranti, voglio dire la sciolta ed
arbitraria pittura de' paesi meravigliosi che non furono mai visitati,
mutala questa volta in uno spettacolo di verità e di bellezza, divenne
il pane quotidiano di questi perfetti artisti e de' lor fe'ici compaesani.
I PAESISTI OLANDESI A ROMA 179
Di tali pittori ne conto una trentina in poco più di mezzo secolo.
Il che dimostra come questo spettacolo fu copioso e fino a qual punto
sia vero che fili Olandesi di quel temjio possedettero 1" Italia a casa
loro.
Non noterò quel che v' ha qui di contrario alle idee odierne. Noi
non sopportiamo oggidì nemmeno che si componga un paesaggio. Che
sono dunque dei quadri ricuciti d'elementi che il ricordo presso gli
uni, la copia presso gli altri, dovette fornire? Pure erano grandi mae-
stri, checche siasi tentato, or è poco, per deprezzare Berghem, ne si osa
negar l'elogio agli altri. 1 secoli scorsi non avevano da tener conto
delle idee che noi avremmo un giorno e de" sistemi che ci piacerebbe
di formularci. Forse anche non avrebbero preveduto che noi avremmo
giudicato in nome di teorie che i fatti compiuti fin dal loro tempo smen-
tiscono in modo sì perentorio.
Questa pratica dei modelli italiani presso uomini che non li ave-
vano veduti od avevano cessato di vederli, ebbe un effetto d'altra sorte:
portò qualcosa di questi modelli perfino nell'arte di coloro che stando
a casa propiia si limitavano alle vedute di lor paese. Quindi, vicino
a questa categoria d'Olandesi italicmisants tanto rispetto ai siti,
quanto alla luce, la specie d'equivoco di quei pittori che prendono
soggetti in Olanda, mentre la maniera e il gusto, notevoli specialmente
nella luce e nelle ombre, sono in essi perfettamente confoinii a quelli
de' pittori dell'Italia. Tal miscuglio rischia di far gridare allo scandalo.
Mi affretto ad aggiungere che un de' piìi grandi maestri de" Paesi
Bassi, morto a trentasette anni dopo una carriera tutta ripiena di
capolavori, Adriano Van de Velde. è il perfetto rappresentante del
genere. Onde si vede 1" Italia avere rivelato a questi pittori del Nord
non solo dei soggetti, ma una maniera, e la natura essersi fatta ispi-
ratrice d'uno stile : osservazione essenziale in questo riguardo.
Infatti (piantumpie vi fosse una tradizione e luia pratica ])articolare
nei pittori italiani j)cr i paesaggi, la quale, indicata dapprima dal Tizianr
e dai Veneziani, aveva ricevuto dai Bolognesi dei perfezionam nti
ultimi, non è da questa tradizione che si videro istruirsi gli Olan'csi
di cui parlo.
Contemporanei di Poussin, del Guaspre. del Bolognese, i quaL in
gradi diversi, serbano qualche cosa dei Veneziani, non si vede affatto
ch'essi abbiano voluto somigliar loro. Non die essi non abbiano preso
a prestito nulla: dirò piìi avanti da chi: ma ciò ch'essi hanno d'ita-
liano nello stile non è la maniera di alcun pittore di questo paes--
essi sono intieri nella figura e nella luce che la riscliiara.
Non occorre infatti, per far comprendere che questo stile differisce
estremamente da ciò che qualcuno dei loro compatrioti traeva dalle
tradizioni propriamente nazionali, che il confronto fra Both e Hobbema,.
fra Carlo Dujardin e Ruysdael.
Questi praticarono quello che potrebbesi chiamare il paesaggio'
retnbranesco, che qui non posso altrimenti definire, certo tuttavia che'
il mio lettore ne ricorderà abbastanza il carattere. Essi godono oggi
d'una voga invadente, che minaccia di eclissare tutto. Per abbreviare,
l'ultima somma pagata dagli Americani per un paesaggio di Hobbema
non fu inferiore a (i(Hl.(HH) franchi. Non si invidia loro questa voga,
giustificata da bellissime opere : confessiamo eh' esse sono perfette nel
loro genere; ma è a lamentare una volta di piìi che certe qualità di
forza, una gran varietà di risorse, e il vivo sentimento della natura.
180 1 PAESl.STI OLANDESI A ROMA
che si fondono in quello che chiamasi in generale il genio sassone o
germanico, diventino il pretesto per tener in poco conto la libertà, la
grazia, la gioia, la pura luce, l'accordo agile delle belle linee, la pro-
fonda intelligenza delle cose che dà la coltura latina e che sono giu-
stamente un privilegio dei nostri Olandesi d'Italia.
Both, Berghem. Du.jiirdin, Van de Wide, quattro artisti superiori,
quattro glorie dell'arte dei Paesi Bassi, quattro conquiste dello spirito
latino nella Bassa Germania, conquiste del Mezzogiorno sul Nord, di
cui abbiamo il diritto di felicitarci.
Questa considerazione definisce il loro stile in generale. E ci sa-
rebbe facile, traendola più oltre, opi>orre coltura a coltura e, i.stituendo
il parallelo secondo le nostre ])referenze. rendere ai grandi ingegni di
diversa sorte il loro posto ed ordine naturale. Ma questa polemica non
vale 1" analisi delle opere e la storia della loro origine che ho pro-
messa: Soiu) i fatti stessi che lodano e che conviene riferire.
11.
11 iirinio inizio dello stile di cui si (ratta risale a un pittore di
Francotorte, stahilitosi a Roma fin dal principio del secolo xvn, cono-
sciuto al suo tempo col solo nome di Adamo, e che noi chiandamo col
suo cognome Elzheimei'.
Egli primo, venuto dopo i quadri ingombri di fogliame di Paolo
Bril, ebbe l'idea di raccogliere accuratamente i vari effetti della luce
in tutte le parti di un paesaggio, e di mettervi l'ordine con questo
mezzo. Egli tentò degli effetti notturni in piccoli e minuziosi lavori,
che lo fecero moltissimo apprezzare da un jùccolo numero d'amatori.
11 conte palatino Goudt, lo incise in tavole che son divenute altresì
rarissime, tanto die le origini di un'arte che doveva spandersi ben
|<)sto in si numerosi esemplari hanno nella storia l'apparenza d'una
iniziazione misteriosa.
( Breemberg e Poelembiug che chiamano l'uno Bartolomeo l'altro
Cornelio, Olandesi entrambi, imitarono Elzheimer, e percorrendo la
Cac^ipagna romana, cominciarono a mescolare le rovine in vedute delle
qitali gli aggruppamenti d'alberi avevano cessato di fare tutto il me-
rit'o, dopo che lo studio curioso della luce vi si trovava unito. Con
uiha fantasia ispirata dai pittori di stile, delle figure nude, divinità,
bagnanti, vi erano questa volta mescolate, componendo colle rovine
i;:legli antichi monumenti, che il paese fornisce in al)l)on(]anza. un ge-
nere semi-mitologico, e si chiamarono « le Arcadie ».
L'anno 16*27 vide questi pittori tornati tutti al loro ]mese, Cornelio
ad Utrecht, Bartolomeo ad Amsterdam, ove i due rami gemelli d'una
medesima arte non dovevano più da allora cessare di fiorire.
Bisogna segnalare quest'anno 1627 come un'epoca in questa storia.
È il tempo difatti che riappare a Roma un uomo giovane ancora e poco
noto, che, venuto dapjirima nella Città Eterna nel modesto ufficio di
garzone pasticciere, s'era inalzato in poco tempo alla professione di
pittore. Tomaio per qualche tempo in Loiena siui patria, l'ientrava nel
[laese dell'arte, questa volta per non più uscirne e percoiaiuciarvi una
carriera che è la più mirabile e la più gloriosa che piftoi- di paesaggio
alibia mai percorsa. Voglio dire Claudio Lorenese. Durante 50 anni e
fino alla morte sopraggiunta nel 168'2, videsi quest'ariista condur-re con
1 PAESISTI OLANDESI A ROMA 181
lina costanza di sforzi, una uniformità di disegno, una continuità d'ispi-
lazione incomparabile, quel!" inesauribile serie di lavori, che. senza
l'aiuto di alcuna facile seduzione, senza chiasso e senza varietà, esposti
più che altri mai al rimprovero di ripetizione e di monotonia, non ces-
sarono, dopo rammirazione del suo secolo, di sostenerlo nella gloria
presso la lontana posterità. Questo periodo abbraccia tutto il tempo
della più brillante fioritura dell'arte olandese, sicché non c'è un solo
di questi pittori dei quali principalmente mi occupo (parlo di quelli
che vennero a Koma) che non vi abbia conosciuto il Lorenese.
È certo che la sua inthieuza fu decisiva nell'inizio. Da lui questa
scuola d'Olanda imparò ad animare il paesaggio coi raggi trionfanti
del sole, a sgombrare i fondi, ad approfondire l'orizzoiite. a gettare
infine su tutte le cose quella facilità e quello splendore che gli altri
non conobbero mai. Claudio fu. in qualche modo, discepolo di Poelem-
burg : |)rese da lui. fondo e forma, il genere nuovo deUe Arcadie : ma
quel che egli vi aggiun.se di suo gli conferisce in questa concate-
nazione di stili un'importanza sì eccezionale che devesi considerarlo
come il vero iniziatore del genere da cui gli Olandesi si istruirono.
Con lui l'arte del paesaggio si esercitò nella rappresentazione della
luce, di cui s'imparò a digradar gli effetti dall'estremo orizzonte fino
agli oggetti pili vicini. La profondità delle sue pitture, d'onde viene
quell'aria di naturalezza insieme e di sublimità, deriva da questa per-
fetta esattezza: quei fondi scoperti ove la sera e l'aurora splendono
per la gioia nostra e che incorniciano in mille modi variati i fogliami
dei maestri olandesi, essi non li presero altrove che da Claudio. Essi
medesimi lo riconobbero e questa confessione formale si legge ancora
in Houbraken.
La luce d'Italia rivelata coll'arte d'ini francese ai paesisti venuti
dall'Olanda, tale è il tratto principale del genere. Non parlo della di-
stribuzione degli oggetti, dei castelli, dei ponti sui fiumi, degli armenti
e dei cavalieri che vedonsi alternare presso Claudio col bagaglio ar-
cadico, e che i nostri Olandesi hanno parimenti serbato e accomodato
a modo loro.
È d'uopo immaginare quello che era a Roma, poco dopo il 1530.
- al tempo che viveva ancora la vedova d' Elzheimer, conservando gelo-
samente le tele più perfette del defunto - il piccolo gruppo di pittori
di cui Claudio formava il centro e di cui il francoforte.se Sandrart
resta per noi lo stoiiografo. Facevano insieme delle escursioni artisti-
che, sia traverso la Campagna romana, sia nei siti scelti di Subiaco
e di Tivoli : si eccitavano allo studio e l'allegria non difettava loro.
Sandrart ha riferito gli schizzi e le pitture ch'egli eseguiva in queste
passeggiate a lato del Lorenese amico suo. Pietro Van Laar. nomato
Bamboccio, celebre per le sue idee gioviali e la stranezza della sua
figura, distinguevasi in questa compagnia. Famigliare di Claudio, come
r indica Sandrart. egli fu il primo fra quelli del suo paese ad intro-
durre la maniera di quell'aitista nei paesaggi. Era una nuova attrat-
tiva, un miscuglio nuovo di stili, di cui altri avrebbero tosto tratto
jìrofitto.
Both comparve poco dopo e. senza forse divenir ainico di Claudio,
poiché su ciò ci manca la testimonianza di Sandrart. esegui dapprima,
sotto la medesima intluenza. dei lavori che sono i più meravigliosi
della scuola. Poi fu un po' più tardi Asselyn detto Crabetje o Clio van-
netto Olandese, infine Miei, copista del Bamboccio, nomato in Italia
182 I PAESISTI OLANDESI A ROMA
Giovanni della Vite, il quale, staliilitosi a Torino, moi'ì pittore del
Duca di Savoia.
Quest'Olandese fa eccezione. Tutti tornavano nel loro pae.se. 11
Bamboccio partì primo, poi Bolli, poi Asselyn. Dal 1545 questa prima
generazione aveva raggiunto Breemberg e Poelemburg, Bolli, come
dissi, a Utrecht, Bamboccio e Asselyn a Amsterdam.
Qui sarebbe interessante sapere precisamente in qual modo t|ue-
st'aiie nuova fece subito scuola nel paese. La vita che questi pittori
menavano ciascuno nella propria città è un punto oscurissimo. I nomi
stessi degli allievi che fecero ci mancano. Non si conosce meglio, a questo
riguardo, la parte degli amatori e dei mecenati del commercio e della
banca che le Provincie Unite possedevano allora in altbondanza; e
infine quella dei mercanti di quadri, di cui l'importanza era conside-
revole. Nell'incertezza in cui siamo, se alcuni dei più grandi fra questi
pittori avessero essi almeno visto l'Italia, si comprende che più grande
ancora è la curiosità di sapere come si propagasse l' imitazione di
questo genere. È una delle questioni più interessanti per gli eruditi
e di cui è da augurai'si che alcuno si incarichi un giorno di istruirci.
Comunque sia, non dul>iliamo che uomini come il ricco Adriano
Pan d'Amsterdam, il quale conobbe a Roma Claudio e Sandrarl. che
mercanti di i(uadri come fu un po' |)iù tardi il jìortoghese Diego
Duarte e come quell' Uilenhorch pi-esso cui studiò Polidoro Glauber,
non abbiano efficacemente aiutata la voga che tosto si dichiarò.
Vicino a Both, Guglielmo De Heusch, vicino a Asselyn. Moucheron,
poi Mommers , poi Swanevell nominalo Herman d'Italia, poi un'ab-
itondante discendenza, sparsa dappertutto, di Poelemburg, Cuylem-
burg, Hansl)ergen, Van aer Lisse. le crescevano splendore. Questi ul-
timi vissero all'AJa; Harlem fu toccala dal Bamboccio, che vi passò
gli ultimi anni. Dappertutto si sparse il gusto per questa uianiera
netta e brillante; zuivere en heldere n-ijze, di cui Houbraken riferisce
che i pittori di quel tempo occupavano i loro discorsi.
Si cominciò a vivere nell'incanto di quegli orizzonti dorati, di
quelle molli chine ove il sole si smarrisce traverso le rocce e i ce-
spugli, di quelle frondi che la luce traversa, il cui verde assume
riflessi d'argento, di quei corsi d'acqua capricciosi, ove spumeggiano
delle cascate, di quei sentieri salienti e tortuosi, di quei muletti agili,
di quegli armenti superbi a cui la figura umana mescola il ((uadro
della vita all'aria aperta e della facile esistenza. Non bastava il pen-
nello; il bulino ugualmente vi si compiaceva. Tutti questi artisti erano
ugualmente incisori: l'acquaforte nelle loro mani jìrodusse dei capola-
vori, fra cui la serie dei paesaggi che Both pubblicò presso Matham
rimane il più illustre esempio.
Nel punto saliente di questo movimento si dimostrò l'ingegno di
Berghem. Ho detto in ([ual modo e per quali ragioni egli ne segnò
l'apogeo. Non si può negare ch'egli è meno fine e meno squisito in
generale che Both : nondimeno abbastanza a])parisce che la sua estrema
facilità l'ha reso capace, quando occori'eva. di raggiungere le cime
dell'arte, li suo paesaggio della Galleria Si.x di Amsterdam, una
delle gemme della scuola, basta a mostrar questo fatto, e a riparare
il torto che gli fanno oggidì trojipe affrettate produzioni di carattere
popolare e volgare.
I PAESISTI OLANDESI A ROMA 183
III.
È tempo di dir qualcosa della vita che conducevano in Italia i
pittori olandesi che vi si recavano.
Questi pittori e ([uelli di Fiandra, formavano a Roma una società
nominata « la Banda », de Bevi, come la chiamano gli scrittori olan-
desi. I menihri si nomavano Bentvoueh ossia uccelli clella Banda. È
da notare che una società, che sembra aver tenuto in Roma a quest'epoca
un posto di qualche importanza, non abbia lasciato se non pochissima
traccia nei racconti dei contemporanei.
Le sue origini erano oscure agli autori stessi che nel xvii secolo
ce ne hanno conservato il licordo. Corneille Lebrun (in olandese
De Bruyn) nei suoi Viagfji, pubblicati a Delfi nel 1698, dice corresse
voce che Raffaello stesso l'avesse fondata, il che non è verosimile.
Egli unisce il racconto del suo proprio ingresso in quella illustre com-
pagnia. Sembra, da tale racconto, che fosse una società di divertimento,
principalmente una società per bere, lo che fu il gusto eccessivo dei
Fiamminghi d'ogni temiKt. Van Mander ha riempito le sue Vite di
Pittori di lamenti a tale riguardo. È a credere che, in confronto della
sobrietà italiana, simili costumi, consacrati da una associazione e da
regolamenti speciali, facessero in Roma un certo scandalo.
Il defunto Bertolotti fu il primo, nei suoi Artisti Belgi e Olandesi
a Roma, a riassumere per il pubblico italiano il curioso testo di cui
parlo. Esso contiene tutti i dettagli d'un bizzarro cerimoniale, in cui
il novellino, o membro in erl)a {de Groene, dicevano nella Banda),
passava per varie prove, nel mezzo d'una rappresentazione allegorica
in maschera fatta dai suddetti Uccelli. Uno di essi, montato sopra
un'alta sedia, leggeva parecchie esortazioni per la pratica della pittura
e le regole della società. A che il membro in erba, dopo aver risposto
il più umilmente che poteva, veniva coronato di lauro verde e accla-
mato con lunghi evviva dai suoi nuovi confratelli sotto il nuovo
nome, detto nome della Banda, ch'egli assumeva. Lebrun ha aggiunto
una tavola al suo racconto, ma si può credere che né tavola né rac-
conto fanno parte della verità intera, se si guarda un certo quadro di
Van Wynen inciso in una stampa di Pool e Bernardo Graat. Il giura-
mento di fedeltà vi è rappresentato in una scena di buffoneria tale
che difficilmente si può darne idea. Basti sapere che la torcia alla cui
luce vengono letti i regolamenti, è introdotta nel corpo del matricolino
nel posto il meno immaginabile. Lo stesso Van Wynen dipinse pure
la distribuzione delle lettere d'invito e il banchetto che seguiva, egual-
mente inciso dagli stessi artisti. Questo banchetto durava tutta la notte.
Era il matricolino che lo pagava a tutti i tirmatari delle sue lettere,
ch'egli chiamava suoi testimoni.
Passata cosi la notte bevendo, cominciava una cerimonia, meno
grossolana e più scherzosa, in cui le antichità di Roma trovavano un
posto inatteso. Era il ]iellegrinaggio alla tomba di Bacco, che quei
devoti al dio reputavano consistere in un sarcofago di porfido, dipoi
portato al Vaticano, che decorava allora la chiesa di Santa Gostanza
fuori porta Nomentana. All'alba, la truppa si metteva in marcia verso
questo luogo di pellegrinaggio cristiano, e vi andava a far le sue de-
vozioni a Bacco, di cui la parte più materiale si terminava in un al-
184 I PAESISTI OLANDESI A ROMA
bergo non lungi dal santuario, in faccia d'uno dei più bei punti di
vista che si possano trovale nella campagna romana.
Hoogstraaten, nella sua Ititrodusione alla pratica della pittura.
assicura scherzando che una tale società era mantenuta allo scopo di
risvegliare il genio che sonnecchia. Ciò può intendersi in parecchie
maniere. Houbraken, nelle sue Vite di Pittori, che forma la quarta
delle testimonianze conosciute, aggiun.se qual<-lie campione dei nomi
di banda che si davano quei famosi compari. I/uno si chiamava Ar-
chimede, l'altro Marionetta (Slenqwp), l'altro TEiemita, un quarto
Platluisenbaard, che signitìca qualche cosa un po' peggio di barbe
à poux.
Pertanto, e a dispetto di tanti eccessi burleschi, ciò che fa credere
che la Banda accademica non si stancò di divertirsi onestamente, è
la compiacenza mista d'amor proprio nazionale con la quale i prece-
denti autori ne hanno parlato. È vero che. per mancanza generale di
documenti a questo riguardo, noi non conosciamo positivamente alcun
pittore di grande rinomanza che ne abbia fatto ]iarte. Un fatto sicuro
concerne Carle Dujardin: ed è che avendo egli rifiutato di far parte
della Banda, i Bentvogels non tralasciarono di gratitìcarlo d'un sopran-
nome ingiurioso, Barba di becco, o Bockebaard.
È notevole che quanto Houbraken, Lebrun e Hoogstraaten ci hanno
trasmesso di questa società si riferisce precisamente all'annata in cui
Carlo apparve in Italia, durante il tardivo viaggio di cui ho parlato,
nel l(i74. Queste narrazioni vengono dunque a punto per fornirci qual-
che immagine di questa Roma fiamminga ove s'intratteneva la bella
fiamma di cui abbiam" visto l'effetto.
In que.^fo periodo avanzato della scuola, il quale contando dopo
Breemberg e Poeleinburg, si può classificare come terzo, si vede spun-
tare un nuovo ramo di cui bisogna dire una parola.
Carle Dujardin fu a Roma con un pittore di fama mediocre, di
cui le testimonianze del tempo ci obbligano pertanto a fare speciale
conto: Simone \'an der Does, eccellente artista che ebbe una parte note-
vole in questa storia. Sembra che nella scuola si fosse stanchi dell'uni-
formità luminosa di Claudio: ma senza dubbio si era troppo attaccati
a questo maestro per abbandonare completamente la sua maniera, e
tutto ciò che si ideò fu di rendere il sole ])iù l'aro in quadri d'un
nuovo genere. L'ombra annegò la terra, il bestiame e le persone, di
cui si compiacque far emergere soltanto qualche estremità nella luce
sempre inalterabilmente pura e splendida. Questa ricerca degli efietti
d'ombra prese il nome di maniera bruna, bruine n-Z/ze. È una parola
questa che tolgo ancora da Houbraken. Questo autore riporta che
Carlo e Van der Does usavano disputarsi in proposito, il secondo
parteggiando per la maniera oscura, il primo per la chiara, heldere.
ch'egli praticava.
Quest'atfeimazione serve di guida preziosa nell'esame delle opere
di {(uell'epoca. In Van der Does si ritrova esattamente la maniera ch'io
ho descritta sotto il nome d'oscura, Forse egli ne fu rin\entore, ma
non è pertanto lui che l'ha meglio praticata. Io credo esser il primo
a notare, come riesce evidente dall'esame, che il grande maestro in
questo genere è stato Adriano Van de Velde. Io cito a memoria i suoi
Pastori del museo d'Anversa, la sua Siesta della Collezione Wallace,
sopratutto la Pastorella del palazzo Steengracht all'Aja. capolavoro asso-
lutamente ammirabile, così sorprendente d'altronde per il paitito preso
I PAESISTI OLANDESI A ROMA 185-
dell'ombra che mi sembra che il testo di Houbraken ne faccia il com-
mentario esatto. Un altro pezzo di sua mano del medesimo genere, a
Francoforte, ha la data del 1668, e segna cosi almeno il tempo in cui
questa maniera trionfò.
Tutta la breve vita di Van de Velde è trascorsa a Amsterdam.
Van der Does vi dimorò circa quindici anni, nello stesso tempo che
Du.jardin. di cui i viaggi sembrano aver seguito i suoi. Insieme essi
abitarono rA.ja, e più tardi Roma, opponendo cosi le due maniere Tuna
a lato dell'altra.
Resta a stabilire quanti seguaci ebbe la maniera bruna. Berghem,
che per la sua facilità poteva assaggiare tutte le varietà del genere.
ha qualche volta voluto provarsi in questa, ma con poco successo. Le
tendenze di Du.jardin son })iuttosto opposte. Il suo colore è vivo, splen-
dente, la sua luce fortissima è spiegata. Non si sbaglierà conside-
randolo per questo lato come il più energico di tutti. La Galleria di
Arenberg a Bruxelles ha potuto osare di conservare il suo nome su
una tela ove certi tocchi fanno pensar meno agli Olandesi che a
Decamps.
Tali sono gli ultimi tratti della storia del paesaggio italiano d'O-
landa nel suo periodo più brillante. Van de Velde mori nel 1672, Carlo
Du.jardin a Roma nel 1678, Berghem ad Amsterdam nel 1683, un anno
più tardi di Claudio. Con lui finiva la gran voga e il grande splendore
della scuola, della quale restano ora a dire alcune applicazioni parti-
colari e il posteriore destino.
IV.
Per tema di confonder troppe cose, ho dovuto lasciar da un lato
un genere estremamente brillante e che si rese assai popolare, quan-
tunque nessun maestro eguale a quelli di cui ho parlato s'incontri
per sostenerne la gloria: è quello di quei porti di mare del Levante,
(li cui il primo modello rimonta a Claudio stesso, e ove sbarca il cor-
teggio lussuoso di qualche gran signore o di qualche fantastica prin-
cipessa, ove dei vascelli dalle prore ornate si rifugiano, ove abbor-
dano scialuppe sormontate da baldacchini, ove ogni sorta di gente si
affretta allo sbarco, e intorno alle masserizie, ove dei curiosi si spar-
gono per animare la scena e renderla più magnifica. A questi soggetti
aggiungo tutti quelli in cui l'architettura e il costume vengono ad
aver un posto principale, diversamente da ciò che si vede nel tipo
arcadico della scuola, d'onde tutti i pittori nominati fin qui derivano:
vedute cittadine, ove, nell'assenza di varietà campestri, l'ornamento
ricercato dei palazzi e la piacevole dispo.sizione delle rovine, sempre
offerte al pittoie dall'Italia, sembrano servir d'alimento al capriccio
e alla fantasia dell'artista.
Nel discredito in cui son cadute ai giorni nostri le idee di cui
tutti quei pittori hanno vissuto, e, se non le opere dei più eccellenti fra
essi, almeno l'estetica del genere, è naturale che questi, non salva-
guardati da alcun merito eccezionale, siano stati dapprima dimenti
cali. Non bisogna però che essi siano disprezzati.
Gian Battista VVeenix e il francofortese Lingelbach fecero la for-
tuna di questi soggetti al tempo che Berghem viveva, il primo a
Utrecht, il secondo a Amsterdam. Berghem stesso non mancò di
186 t PAESISTI OLANDESI A ROMA
attingervi, e si vide in Harleni Toiiiniaso Wyt-lc. conosciuto per i suoi
quadri d'interno, di genere affatto differente, provarsi in questa sedu-
cente maniera.
Bisogna confessare che né gli uni ne gli altri hanno portato nella
rappresentazione degli orizzonti marini e nell" imitazione delle super-
tici liquide l'arte miracolosa di Claudio. Ciò che fu Botli riguardo a
questo ultimo nel genere del paesaggio terrestre, nessuno l'è stato in
quello delle marine. Ma i primi piani, arcliitetture e costumi, sono
almeno d'una maniera eccellente, una delle più vive e piacenti che si
ahhiano. mai adottata dai pittori di (|uaisiasi scuola. Weenix ha di-
pinto i suoi personaggi col medesimo pennello e colla stessa pasta che
servirono alle figure di Both. opere, si dice, di suo fratello Adriano,
se pure non dello stesso Weenix. giacché nulla impedisce di supjjorlo.
Ad ogni modo, e checché la pedanteria accumuli contro questa
fantasia d'oriente latino, sbocciata nel paese del sole, contro questo
favoloso quadro degli Scali del Levante, vago e magico ricordo dei
tempi in cui Venezia regnava su l'Arcipelago, in cui i vascelli scol-
piti portavano in Europa le merci ambite e preziose delle Indie, col
grave i)ericolo d'esser saccheggiati dai Corsari, in cui la lingua franca,
che si crede di sentir risuonare sulle labbra di tutti quei facchini, por-
tava, conquistando, il vocabolario latino presso l'Armeno e presso il
Turco, presso il Greco, l'Arabo e lo Schiavo, è bello di deporre gli
scrupoli e di abbandonarci al fascino che gustavano fra il maestoso
silenzio dei canali fìanclieggiati d'alberi della Venezia del Nord, in fondo
alle ricche dimore del Keisersgracht, i mecenati traftlcanti dell'Arcipe-
lago della Sonda e di tutti i mari del globo.
Mai abbastanza si dirà quanta ]iroi>rietà. cura e solidità la pit-
tura olandese deve alle abitudini di vita comoda ed opulenta che un
counuercio straordinariamente jnospero manteneva nei Paesi Bassi. I
(piadri eran oggetti di mobiglio. Bisognava terminarli puliti e lucci-
canti, come la noce dei tavoli preziosamente scolpiti, come le argenterie
rare, come i fiori di prezzo che vediamo aggiungervisi. nelle conver-
sazioni di Terburg e di Metsu. Ed é un altro tratto da riportarsi qui,
quello dell'uso che si fece allora dei paesaggi per decorar le stanze.
Fu una moda simile a quella che si vide in Francia al tempo di
Luigi X\'l e del Direttorio, alla quale gli ultimi paesaggi storici ser-
virono. Grandi pezzi di paesaggi portati sul plinto dei muri, incorni-
ciati nella decorazione, vi tenevano luogo di tappezzeria. 11 poeta olan-
dese Veihoek ha lasciata una lunga descrizione in versi, accompagnati
d'elogi, di questo genere d'ornamenti. « Ora. - egli dice - tutte le pareti
delle sale sono dipinte di artificiose praterie, di verdeggianti boschetti
che un levar di sole rischiara... » Ed egli termina con l'elogio del
pittore, di cui il nome dev'esser citato (|ui. a titolo di maestro del
genere : Pynacker.
Sembra veramente che queste decorazioni non avessero atteso
questo pittore per esistere. Il museo Konstliefde d'Utrecht conserva un
quadro di Poelemburg che servi primamente da ornamento di cami-
netto. .Ma questo é ben poca cosa al jiaiagone della voga di cui godette
Pynacker e dell'abbondanza della sua ojiera. .\ questo riguardo egli
tiene un [M)sto a parte, e assai ragguardevole, nella scuola. Si hanno di
lui dei quadri estremamente accurati e preziosi, che non testimoniano
quasi d'una scienza meno profonda e d'uno spirito meno attento della
maggioranza delle tele di Both. \'e ne sono altri in cui il tocco é prò-
I PAESISTI OLANDESI A ROMA 187
priameiite decorativo e d'un genere che non si vede jiresso nessun altro,
quasi elle Pynacker avesse dovuto nascei'e per fornire la prova incon-
testabile delle attitudini ornamentali del genere.
Ciò che non bisogna omettere qui è che dal suo lato il ])aesag-
gio reinbranesco non restava punto indietro per questo lato. Ever-
dingen ehbe in questo genere lo stesso ruolo di Pynacker: e i due
jiittoi'i. nei quali si riassumeva tutta l'arte del paesaggio dei pittori
d'Olanda, ebbero la gloria di dividersi le decorazioni di cui abbiam
detto. Houbraken si lamenta che questa moda ])assò presto, e il suo
malumore si esala in proposito contro la tappezzeria d'appartamento
che prese il posto di queste pittui'e e die egli chiama la peste del-
l' arte.
Ho detto che la morte di Berghem segna la fine di tutta questa
epoca. Resta a concludeie questa storia con (|uei pochi che vengono
al suo seguito.
Un solo discepolo veramente singolare gli sopravvisse. Non par-
liamo dei Soohnaker, dei Van der Beni, e di parecchi altri, contratfat-
toii piuttosto che allievi, che al suo tempo moltiplicarono le fredde
copie del suo stile. Ma \'erscure, o Verschuuriiig, merita dopo lui un
posto d'onore per il valore delle sue pitture. Qualche quadro di Stoop
segna anche un talento che non devesi disdegnare. Goubau, o Goebouw.
portò il genere ad Amsterdam, nello stesso tempo che l'eccellente
Minderhout vi faceva conoscere quello dei porti di mare. In questa
ultima qualità di soggetti lavorarono in quel tempo Van der Ulft e
Begeyn, il quale morì a Berlino.
Si vede qui qualcosa della scuola iu via di trasportarsi all'estero,
voglio dire fuori d'Olanda e d'Italia, in Prussia passarono anche Gott-
lieb Glauber, detto Mirtillo, fratello di Glauber detto Polidoro, pittore
rinomato in questa taida epoca.
Cosa notevole, tutta (jiiesla scuola restò come sconosciuta in Francia.
Né Both. ne Berghem. uè Van de \'elde, né Dujardin appaiono nelle
collezioni di Luigi XIV. Non si scelsero fra i maestri olandesi che due
o tre inttori d'interno. Quanto al paesaggio al seguito di Paul Bril non
si conosceva altri fuori di Cornelio e di Bartolomeo, come venivan
chiamati Breemberg e Poelemburg. E quantunque Claudio Lorenese
fosse apprezzato come valeva, non si supi)oneva cli'egli avrebbe avuto
tanta posterità, lo non so se Glauber detto Polidoro, che prese questo
soprannome dalla Banda accademica di Roma, non traesse un po' più
di rinomanza dai suoi rapporti con il famoso Lairesse. che di]>ingeva
le figure dei suoi paesaggi. Egli conobbe Carlo Dujardin a Roma e
dipinse per il princijie d'Orange a Soesldyk uno degli ultimi modelli
di paesaggio decoiativo. Gli eccellenti fratelli Van Bloemen d'Anversa,
nominati in Italia Standardo, e l'Orizzonte, sembrano egualmente non
■esser rimasti del tidto sconosciuti.
Quanto agli altri, furon necessarii i primi amatori di quadri olan-
desi, del xvm secolo, come la Contessa di Verrue e Julienne, per in-
trodurre infine la loio reputazione. La quale guadagnò bentosto tutto
ciò che l'oblio dell'età precedente aveva lor fatto perdere. La voga di
Berghem sopratutto si dichiarò : e cpiesto pittore divise con Wouwerman
le predilezioni del tempo.
Non bisogna dimenticare che Vernet si è formato in gran parte
sotto l'intluenza di questa voga, e che il suo talento, d'altronde scarso
e insipido, non ha preso ciò che sembra tener da Claudio che per la
188 I PAESISTI OLANDESI A ROMA
intromissione di questi iiittoii. i^o stesso Hubert Robert lia (iiialcosa
d'essi.
Nel paese stesso la scuola aveva cessato d'esistere. Standard morto
ad Anversa nel 1720, l'Oj'izzonte morto a Roma nel ]74^t ne segnarono
l'estremo termine. 11 fiammingo Demarne, nei galanti pezzi cli'egli di-
pinse in Francia sul finire del secolo, e ove riappare qualcosa di questo
stile, separato com'egli è dalla tradizione defunta da un intervallo di
mezzo secolo, non deve considerarsi che come autore d'una risurre-
zione effìmera : e le ultime vestigia ne svanirono con gli insegnamenti
dei paesaggi storici francesi dove si serbava ancoia un resto delle i)ra-
ticlie di Vernet. Ho detto in qual modo ciò che nei gusti, nelle abi-
tudini, nella moda perdeva, si mutava, si abbassava in mille modi,
continuò cionondimeno ad occujiar l'immaginazione popolare. Succede
di queste vecchie scuole come dei grandi avvenimenti politici, che assai
tempo dopo che le ultime conseguenze ne sono compiute, durano
ancora, trasformati, e allo stato di leggenda infine misconosciuti, nella
memoria ingenua dei semplici e nella tradizione fUittuante della società.
Oggi, dopo tante rivoluzioni nei gusti, tante reputazioiìi novelle,
tante discussioni, tanta estetica, tanti saggi in ogni genere d'un'au-
dacia imprevista, dopo che il terreno dell'arte, solcato e smosso in ogni
senso, sembra indifferente ad accettare qualsivoglia novità, e nessun
pregiudizio forse è più capace di indurre uno spirito retto a giudicare
contro il proprio gusto, non dubitiamo che i pittori di cui abbiamo
tracciata la storia non riescano a farsi pregiare come per il passato.
Della profonda, infinita natura essi ci conservano la gioia, lo spazio e
la luce : gli elementi tutti delle loro opere conservano, senza scapilo della
verità e della forza, quella compostezza superiore che si chiama stile.
Questo stile non è un'invenzione dell'arte, come paiecchi cercano
di far credere, ma una suggestione della natura, propria incontesta-
bilmente alle contrade di cui l'Italia resta il tipo più coni|)leto. Fra
tutti i pittoi'i ispiratisi a questo paese, è ad essi che, tutto sommato,
si ritornerà di preferenza. Essi ce ne serbano le impressioni chiare, le
grazie commoventi, lo splendore sereno, in una lingua la cui flessuo-
sità compenetra tutte le sfumature e fonde tutte le parti: ammirabile
esempio di Claudio, di cui essi hanno in cento maniere lipreso il poema,
variandolo con tutte le risorse di cui dispone la pittura nei Paesi Bassi,
fusione unica, e forse senza esempio, d'uno stile sublime, d' un'arte
perfetta, e d'una natura incompaiabile.
L. DlMIEK.
CARPACCIO
Yif/ore Garpacciu et hi Confrérie de Sninte Ursiile à Venise, par Pompeo Molmenti
et Gustav Ludwu;. Florence. L. Bemporad et fils, libraires éditeurs, 1903.
Fra i più giaiirii pittori veneziani del Rinascimento, il Carpaccio
seppe, meglio d'ogni altro, rappresentare ne' suoi quadri, insieme coi
puri sentimenti della religione, l'espressione sincera della vita che
s'agitava per le vie di Venezia. Della maravigliosa sua patria, oltre
la bellezza del cielo e la sontuosità degli edifìzii. egli riproduce stu-
pendamente il lusso e la pompa dei costumi, la solennità delle ceri-
monie, lo splendore delle feste. Destano sempre la più viva am-
mirazione, non ostante gli oUraggicbe il temilo e più ancora l'ignoranza
degli uomini hanno loro recato, i quadri della Vita di Saìd' Orsola, che
si conservano nell'Accademia di Venezia. Quei quadri, tra i più antichi
che si conoscano di lui e nei quali si manifestò primieramente tutta
la potenza del suo ingegno, furono fatti per la cappella della Scuola
di Sanf Orsola, che fu soppressa nel 1810. Così come son oggi, essi
hanno altezze diverse, ma nella loro origine avevano tutti le stesse
dimensioni. Ciò è provato luminosamente, con l'aiuto di documenti,
nella stupenda pubblicazione di cui diamo notizia, la quale è un pre-
zioso contributo non solo alla storia di Sant'Orsola e alla vita del
Carpaccio, ma alla storia dell'arte e della vita di Venezia in quel soave
Quattrocento che fu la splendida aurora della grande pittura veneziana.
Pompeo Jlolmenti e Gustavo Ludwig, due nomi illustri e s'altri
mai autorevoli fra gli studiosi dell'arte veneziana, animati dallo stesso
amore pel Carpaccio, hanno messo in comune i loro studi j er dare
siffatta pubblicazione. Essa non è che un ]irimo saggio, ma di singo-
lare importanza, sull'opera del grande artista. Quanto vi è detto è
tutto nuovo e confortato da documenti, che mostrano come molte no-
tizie e molti giudizi dati fin qui sul Carpaccio e sull'opera sua siano
in tutto o in parte erronei. Del Carpaccio il Molmenti si mostrò fer-
vido ammiratore tin dalla sua prima giovinezza, scrivendo di lui pa-
gine ripiene di sincero entusiasmo. Datosi ])iù tardi alle ricerche dili-
genti e pazienti, frutto delle quali fu la Storia di Venezia itella vita
privata, conservò sempre quell'antica ammirazione e ad essa unì quella
pel Tiepolo, altro grande pittore, col quale tramontò splendidamente la
lunga e maravigliosa giornata della grande arte veneziana, come splen-
didamente era sorta col Carpaccio. Tanto sull'uno che sull'altro egli
compì ricerche e diede in luce documenti che ne fecero meglio cono-
scere la vita. Il Ludwig, profondo conoscitor d'arte egli pure, è un
instancabite ricercatore d'archivi; le sue conclusioni, nuove, acute e
190 c:ahi'ac.(:u)
convincenti, sull'arie veneziana, sono ormai accettate dai maggiori
critici e storici dell'arte: il Tode, il Bode, il Cantalamessa. il Venturi.
Nei cataloghi delle Gallerie d'Europa le vecchie ed eirate attiibuzioni
vengono corrette secondo le notizie e i documenti scoperti da lui. Non
fa maraviglia pertanto se due cosi valenti studiosi, mettendo insieme
l'opera loro intorno ad un argomento egualmente caro ad entrambi,
sono riusciti a scoprire ciò ciie altri prima di loro non avevan saputo.
CARPACCIO. — Tosta ili (loniin (Disogno).
e ricostruire ciò cli'era stato distiutto e di cui non rimanevano che
poche tracce appena visibili.
Una vera e perfetta ricostruzione è ipiesfa die han fatto dei quadri
della Vita di Sant'Orsola.
Posto in chiaro ch'essi oiiginaiiamente dovevano aver avuto le
stesse dimensioni quanto alTaltezza : poterono scoprire, confrontando
le misure presenti con le antiche, conservate nelle note di Pietro Ed-
wards, e consnltando le incisioni del De Pian, fatte nel secolo xviii,
che tutti erano stati egualmente ridotti di più centimetri nei lati, forse
per adattarli ai locali dell'Accademia, dove fuiono trasportati nel 1810.
Dopo ciò parve loro importante di tentarne la ricostruzione, giovandosi,
per le parti laterali, delle incisioni del De Pian, e per le superiori, di
minute indicazioni, potute rilevare sull'estremo limite del taglio e,
dove queste mancavano, di motivi ornamentali tolti ai quadri medesimi.
CARPACCIO 191
Ricostruiti cosi i quadri, bisognava ricostruire la cappella di San-
t'Orsola qual era al tempo del Carpaccio, per vedere il partito che
questi aveva saputo trarre dalla forma e grandezza di essa pel numero
e la distribuzione di quelli. L'aspetto esterno dell'edilìzio è dato dal-
l'antico piano di Venezia attribidto a Jacopo dei Barbari; quellolin-
lei'no gli autori desunsero dalle indicazioni prospettiche dei quadri
stessi, da quelle fornite dai documenti e da confronti con altri edifizii
Carpaccio.
Testa (li donna (.Dise^iuo).
del tempo e particolarmente con ia chiesa di S. Giacomo dall'Orio, ed
ebbero la soddisfazione di constatare che la lunghezza delie pareti
laterali corrispondeva a quella complessiva dei quadri, così com'essi
li avevano ricostruiti, dai quali erano ricoperte. Rifatto, perlai modo,
l'edifìzio, poterono, con l'aiuto di preziosi documenti dell'Archivio di
Stato, rifarne la storia. Da questa risulta che la Scuola di Sant'Orsola
fu fondata nel 13CKÌ e che quattr'anni appresso fu cominciata ad eri-
gere, nel cimitero dei monaci dei Santi Giovanni e Paolo, la cappella,
che fu compiata nel 1318. Nella seconda Marie(jola di detta Scuola,
in data del 1(> novembre 1488, è parola di economie a fine di abbel-
lire la cappella e, so]iiattiitto, di far dipingere / teleri de la isforia de
madona santa Orsola, che sono appunto i quadri che il Carpaccio
dipinse, il primo de' quali reca la data del 1490, che è altresì la prima
che si conosca della vita artistica di lui.
1^2 CARPACCIO
Egli, secondo le nuove ed accurate indagini degli autori, nacque
in Venezia prima del 147i2. da famiglia oriunda di Torcello, e morì
non dopo il IMò. Suo maestro fu Lazzaro Bastiani. da altri erronea-
mente creduto suo discepolo, del quale il Carpaccio segui la maniera,
tanto elle i posteri attribuirono i (juadri deli" uno alla giovinezza del-
l'altro. II Bastiani era particoiaiiucnte studioso della |)rospeftiva. la
qual dote si riscontra eminente nel Carpaccio. A torto alcuni lian
voluto far derivare le prospettive del Carpaccio da quelle di Gentile
Bellini, il quale se emerge per la purezza della concezione, pel colo-
rito e il disegno, è spesso difettoso nella prospettiva; ed è poi tanto
meno vero cbe il Carpaccio abbia potuto formare il suo stile, stu-
<liando le opere del Bellini alla Scuola di S. Giovanni Evavgeiista, in
(pianto cbe egli possedeva già il suo stile caratteristico nella Scuola
(li Sitnt'Oniola ])rima che quegli desse principio a' suoi quadri.
L'ultimo dei quadri della Vita di SaiifUrsola ba la data del 141>6;
altri, tra t(uelli che non hanno data, possono esser stati eseguiti poste-
riormente, ma non più tardi del 14'.t8. nel qual anno sorse una grave
contesa, che durò a lungo, tra i monaci dei Santi Giovanni e Paolo
e la Scuola, cbe si disputavano la proprietà della cappella. Questa fu
ingrandita nel Ló()4 e rifatta nel 1407. In tale occasione, per lasciar
posto a cinque grandi tinestre. ciascuno dei quadri fu accorciato nella
parte superiore.
Interpretandone gli argomenti, gli autori procedettero col pensiero
che l'artista riproduce esattamente le cerimonie, le feste e i costumi
veneziani del suo tempo, cosicché le sue pitture non solamente evo-
cano, come in una visione luminosa, lo splendore dell'antica vita
veneziana, ma otfiono altresì agli storici odierni un mirabile commento
dei vecchi documenti che descrivono quelle cerimonie, quelle feste e
quei costumi. Sapendo inoltre che i pittori di quel tempo solevano
ritrarre nei loro quadri determinate persone e, particolarmente, i
committenti delle opere loro, cercarono se il Carpaccio avesse seguito
l'usanza comune, e col mezzo di lunghi e pazienti confronti con altri
ritratti, poterono identificare qualcuno dei personaggi effigiati nei
quadri di Sant'Orsola e, fra gli altri, alcuni membri della famiglia
Loredan cbe furoiu) benefattori della Scuola, a cui fecero dono dei
quadri preziosi ne' quali rivivono. In questi infatti sono dipinte le
arme dei Loredan. quali si vedevano scolpite sulle loro tombe nella
capi)ella o nei luoghi circostanti.
Per far poi meglio comprendere come l'opera insigne del Carpaccio
abbia potuto nascere e manifestarsi in tutta la sua grandezza e bel-
lezza, gli autori hanno cercato di ricostruire con opportuna erudizione,
frutto in parte di nuove accurate ricerche, l'ambiente sociale in mezzo
a cui quell'opera sorse. Il capitolo V. che descrive la vita intima
della Scuola, è oltremodo importante. Esso ci dà copiose notizie sulle
diverse specie di confraternite esistenti a quel tempo in Venezia, sui
loro legolamenti, sul line cbe ciascuna si proponeva; ci fa conoscere
gli usi, le insegne, le vesti dei confratelli; ci mostra gli oggetti sacri,
e ci fa assistere alle feste religiose, alle processioni, ai trasporti fu-
nebri, facendo rivivere quel mondo così singolare di pietà sincera
congiunta alla maggior pompa esteriore, che è uno dei lati più carat-
teristici della vita e dell'arte di Venezia.
La leggenda di Sant'Orsola e delle undicimila vergini, formatasi
a Colonia, dove la Santa e le sue compagne hanno culto dal terzo
Iiss
A'i , 'Cii.z^:;
vi : >
13
Voi. CSa, Serie IV - IG luglio 1903.
194 cARrAccio
secolo, andò via via modificandosi fino ad assumere, nel secolo unde-
cimo. la forma sotto la quale ce l'ha rappresentata il Carpaccio. Egli
s'ispirò naturalmente alle fonti italiane nelle quali, in confronto delle
nordiche, che trattano l'argomento con semplicità e gravità, prevale
l'elemento pittoresco: permettendosi di fare ad esse qualche variante
di sua testa. La leggenda, com'egli l'ha rappresentata, si può riassu-
mere brevemente cosi: Gli ambasciatori d'Inghilterra chiedono al re
di HretaL'ti:i Im inniv di (>r<i'l;i -^iin tiL'Iin ]>r\ tÌL'Iin ild lnri> <i'jiiore.
^
?t
'^t.^
Dist-guo Jel Carpaccio per // soyno dì Siiiil Oraoln.
Galleria degli Uffizi. Firenze.
Il re di Bretagna, consigliatosi prima con Orsola, acconsente, purché
il re d'Inghilterra e suo figlio si facciano cristiani, permettano che
quella vada in pellegrinaggio a Roma e le procurino la compagnia
di dieci nob li vergini donzelle, seguite, ciascuna, da altre mille. Le
condizioni sono accettate. Orsola, col suo seguito, intraprende il pel-
legrinaggio, al quale s'unisce anche il giovane principe d'Inghilterra;
ma una fiera tempesta getta i naviganti sulle rive di Colonia. Quivi
un angelo apjiarisce in sogno ad Orsola e le ordina di recarsi a Roma,
per ritornare appresso a Colonia, dov'ella riceverà la corona del mar-
tirio. La Santa, in compagnia del fidanzato, va a Roma, dove è
accolta con grande onore dal Papa. Questi, alla sua volta, fa un
sogno pari a quello di Orsola e, per comando celeste, rinunzia al
papato e segue quella nel suo viaggio di ritorno. A Colonia i pelle-
CARPACCIO
195
? da
grini s'abbattono negli Unni, che allora assediavano la città,
essi sono tntti barbaramente trucidati.
Neil" interpretazione di queste scene commoventi, il Carpaccio
ebbe in Italia un modesto precursore, forse Tommaso di Modena, che
verso la fine del xiv secolo o sul principio del xv, dipinse in Treviso-
nella chiesa di Santa Margherita, ora demolita, alcuni affreschi che
1 fratelli Loredtnio.
Particolare di un quadro del Carpaccit
si conservano nel Museo di quella città. La grande rassomiglianza
fra quest'opera e quella del Carpaccio, fa credere che questi l'abbia
conosciuta, essendovi nei paiticolari dell'una e dell'altra molte ana-
logie che non possono essere puramente accidentali; ma mentre quella
mostra ancora l'infanzia dell'arte, l'opera del Carpaccio ne mostia la
fiorente giovinezza.
Così, come son ora all'Accademia di Venezia, in una sala etta-
gona, imitante l'antica cappella, i quadri sono disposti in modo che
agli autori non pare il più ragionevole e tanto meno conforme a quello
onde li avrebbe disposti il Carpaccio nella cappella. Per quella dispo-
196 CAKPACCIO
sizione, la Storia incomincia a destra dello spettalore, e il gran qnadro
dell'altare è collocato fra la Partenza dei fidanzati e l'Arrivo a Roma,
mentre il suo posto naturale sarebbe tra le Esequie e il Ricevimento
degli ambasciatori. Essi credono che la Storia dovrebbe cominciare a
sinistra di chi guarda, e ciò per varie ragioni talmente serie e convin-
centi che non si può non convenire con loro. A queste s'aggiunge il
fatto che nel primo dei quadri, sotto il trono del re, si scorgono an-
cora le tracce d'un taglio, che prova esservi stata in quel posto una
porta, la quale, non essendo indicata nel piano attribuito al de' Bar-
bari, che mostra la parte esteriore della cappella dal /«/o dell'Epistola,
si deve necessariamente supporre che s'aprisse dal lato dell' EvaìKjelo.
Questo quadro è diviso in tre compartimenti, nel primo de' quali
a sinistia, gli autori ravvisano alcuni tra i membri della famiglia
Loredan, che avrebbero regalato alla Scuola l'opera magnifica. 11
taglio era nel secondo dei compartimenti, e fu coperto dalla pittura
che oggi si vede, opera, forse, del Carpaccio stesso, dopoché, nel 1504,
fu costruita una tribuna speciale per l'altare e appianato il coro dove
la porta s'apriva. Se non che tal cambiamento ha nociuto al quadro,
dacché non si possa più comprenderne la composizione e la divisione.
E questa una delle ragioni per le quali gli autori hanno insistito sulla
ricostruzione dell'antica cappella. In esso son ritratti Giovanni Bellini
e Lazzaro Bastiani, amico l'uno, maestro l'altro del Carpaccio.
11 secondo de' quadri rappresenta II Re di Bretagna che congeda
gli ambasciatori. La scena stupenda riproduce esattamente il 7'icevi-
mento degli ambasciatori, quale si faceva nella sala del Collegio di
Venezia. La lettera ch'essi recavano al Doge era letta ad alta voce
dal segretario del Collegio, e la risposta di quello era dettata dal can-
celliere ad uno scrivano. Particolarmente caratteristico per verità di
espressione e semplicità di esecuzione è, nel quadi'O, il gruppo tbrmato
dalle due figure di quest'ultimi; cosicché il popolo veneziano chiama
l'intero quadro Lo scrivano.
Argomento del terzo è II ritorno degli ambasciatori alla corte del
re inglese. È uno dei quadri più belli della serie, per la magnificenza
degli edilizi che ricordano quelli di Venezia, ed è il solo che, non
prestandovisi, non sia stato tagliato nella parte superiore. In quella
vece fu abbassato, e la parte di esso che oltrepassava il limite infe-
riore degli altri quadri, fu nascosta dietro la spalliera del banco ch'era
addossato alla parete. Avesse voluto il cielo che la medesima sorte
fosse toccata anche agli altri! Nuove e preziose notizie danno gli autori
sulle compagnie della Calza, delle quali sono rappresentati in questo
quadro alcuni cavalieri.
11 quarto, che ricopriva in tutta la sua larghezza il muro dov'era
"q, porta d'entrata, rappresenta La partenza degli sposi, ed è diviso
^-<Ìi die parti ineguali da uno stendardo dipinto. La minore sì trovava
f^Miz^a iJorta, che s'apriva da un lato, verso la parete dclV Evangelo;
in a\qgore, sopra il banco della confraternita. Le due grandi torri che,
sopra i, fj\ maggiore, s'innalzano ai jjiedi delle colline, sono quelle di
ia maggiy, ^iindia. Il Carpaccio non aveva veduto né Luna né l'altra,
nella partere^otuto conoscere la foi-ma dal libro del Breydenbach Pere-
Rodi e di CantJ'f'w Sanctam, stampato a Magonza nel 14S6. Le inci-
^^^ ne aveva igrflibro, fatte su disegni di Reiiwich, furono messe a
gi'inatio in rendacelo non solo in questa, ma in altre delle sue opere;
sioni di questo ^ ripromettono di dimostrare chiaramente, se, com'essi
P'otìfto dal Carn'
CARPACCIO 197
sperano e come è da augurare vivamente, avranno occasione di pub-
blicare un giorno tutti i loro studi sull'opera completa di lui. Figurano
in questa parte maggiore del quadro altri membri della famiglia Loredan.
Fra essi il giovinetto vestito del ricco ed elegante costume di una delle
compagnie della Calza, quella dei Zardinieri, è Antonio Loredan. Egli
tiene in mano un cartello a forma di banderuola, dove sono le iniziali
di alcune parole che dovrebbero significare come di que' quadri faccia
dono alla Santa Nicolò, il vecchio padre di lui, ivi effigiato a poca
distanza. Pare fosse dapprima intenzione dell'artista di mettere il car-
tello nelle mani del vecchio, dacché vi si vegga l'abbozzo di esso ; ma
poi, forse per ragioni di convenienza artistica, mutò parere e lo pose in
quelle del giovane.
Dei quadri seguenti, che coprivano la parete dal lato dell'Epi-
stola, il quinto e il sesto rappresentavano il Sogno di Sant'Orsola e
l'Arrivo a Roma. Essi, secondo gli autori, formavano in origine un
quadro solo, diviso in due parti da un filetto d'oro. Nell'ingrandi-
mento della cappella, il dittico fu, senza dubbio, diviso in due, e i
due quadri che ne risultarono, furono separati l'uno dall'altro da
un pila.stro. Narra la leggenda che Sant'Orsola, arrivata a Colonia,
vide in sogno un angelo che le ordinò di recarsi a Roma. La spie-
gazione del sogno era evidente, quando i due quadri formavano un
dittico: divisi, appariscono come due scene di.stinte di cui non si
vede la relazione. Ciò è tanto vero che i descrittori del ciclo sono
indotti nell'errore di premettere al Sogno l'Arrivo a Roma. Siffatta
disposizione, che è un anacronismo, hanno i quadri nella sala del-
l'Accademia di Venezia.
Neir ylrrn-o a Roma il fondo rappresenta il Castel Sant'.Angelo.
quale l'avea fatto restaurare Alessandro VI, e poiché nella medaglia
commemorativa di quel restauro sopra il castello figura l'angelo, gli
autori hanno creduto di doverlo aggiungere al quadro, dove proba-
bilmente si vedeva piima della mutilazione.
La scena di questo quadro è ispirata da quella veneziana della
Processione del Doge con tutto il cerimoniale che 1' ccompagnava. Nel
papa il Carpaccio ritrasse Alessandro VI. attenuandone i lineamenti
sensuali con una tal quale rigidezza ascetica, e in uno dei cardinali,
Domenico Grimani. .\ltri ivi ritratti sono l'ambasciatore veneziano Ni-
colò, Michiel e Francesco .\rzentin. il più autorevole dei monsignori ve-
neziani, allora residenti in Roma. 11 blasone di lui. ripetuto su tutte le
bandiere papali, mostrerebbe, secondo gli autori, il desiderio del Car-
paccio di vederlo innalzato al soglio pontetìcale, indegnamente occu-
pato, in que' giorni, dal Borgia.
Di minor valore in confronto degli altri è il settimo quadio, che
rappresenta l'Arrivo di Sanf Orsola col Papa a Colonia assediata dagli
Unni. Reca, col nome del pittore, la data del settembre 14U(). e dev'es-
sere il primo che il Carpaccio compose, com' è il primo datato da lui
che si conosca. Credono ragionevolmente gli autori ch'egli abbia in-
cominciato da esso per provarsi in una composizione di secondaria,
importanza. Ha piccole dimensioni, poiché quando fu composto cerano
ancora lungo le pareti le tombe dei Loredan, come risulta dai docu-
menti. Il Carpaccio avrebbe scelto per esso un piccolo spazio libero
fra le tombe, ed avendo già fatto il piano del suo ciclo, ne cominciò
l'esecuzione con la scena, clie. nella disposizione definitiva del e ciò,
doveva occupare quello spazio.
198 CARPACCIO
L'ultimo quadro è diviso in due parti ineguali da una colonna
dipinta. La scena della maggiore rapiuesenta il martirio di SanfOrsola,
del papa e delle vergini, vittime della crudeltà degli Unni: ed è d'una
ingenuità che commuove. Vittime e carnetici sono pieni di gentilezza
negli atti, quasi si trattasse non di un massacro, ma di un giuoco.
// pfìlio del Re degli rimi.
Particolare di un quadro del (.' it*pai-fio. in cui il pittore probabilmente effiiiió se stesso.
La mite natura ond'era dotalo avrà, senza dubbio, impedito all' artista di
cominendere tutto l'orrore di quella scena. Tra le figure dei carnefici dà
particolarmente nell'occhio quella d'un giovane che, colpito dalla bellezza
di Orsola, lascia cadere la spada. Secondo la leggenda quel giovane è il
figlio del Re degli Unni, che innamoratosi della Santa, avrebbe voluto
salvarla, purché questa avesse acconsentito di divenire sua sposa. Ella
UAnrin_.VjHj
aiaturalmente ricusò. La somiglianza di questo giovane con un ritratto
d' ignoto di scuola veneziana nella Galleria degli Uffizi, induce gli
autori all'ardita, ma non improbabile, supposizione che in quel gio-
vane il Carpaccio abbia voluta ritrarre se stesso. Nella parte minore
del quadro sono rappresentali i funerali di Sant'Orsola.
Ti'a i per.sonaggi che seguono la bara, quelli vestiti del costume
dei patrizi veneti appartengono alla famiglia Loredan. La dama ingi-
nocchiata in un angolo del quadro è Eugenia Caotorta che fu moglie
di Nicolò Loredan ; il suo stemma, intrecciato a quello del marito,
figura sul piedistallo della colonna. Ell'era già morta prima che il
i|uadro fosse dipinto; per ciò il pittore l'avrebbe, secondo il costume,
rappresentata in disparte dei viventi e con in dosso u)i abito reli-
gioso, quello delle pinzochere, col quale ella avrà probabilmente desi-
derato di essere sepolta.
A coronare l'ammirabile ciclo, s'innalzava sull'altare ì;i [xila rap-
presentante la glorificazione di Sant'Orsola. Essa ricopriva nell'antica
cap]iel]a (juasi tutta la parete di fondo. L'architettura che vi è di])inta
figura un piccolo tempio, che formava, in qualche modo, la continua-
zione della semplice navata della cappella. Sant'Orsola sembra uscire
da un fascio di palme posto nel centro, mentre dal cielo discende
l'Eterno Padre per benedirla.
A destra e a sinistra sono inginocchiate le altre vergini vestite
dei sontuosi costumi delle patrizie venete, e fra l'una e l'altra si di-
stinguono i visi del principe fidanzato e del papa. In un gruppo di
tre bellissime vergini, nella piima fila a sinistra dello spettatole, l'ar-
tista avrebbe ritratto tre giovinette della casa Loredan e in quello di tre
uomini in piedi in un angolo, pure a sinistra, il (jastaldo, il vicario
e lo scrivano della Scuola, che maggiormente s'erano adoperati a van-
taggio delle pitture destinate ad ornare le pareti della cappella.
Tale, in breve, è l'ingegnosa e sapiente ricostruzione che il Molmenti
e il Ludwig hanno fatto dei quadri componenti il ciclo meraviglioso,
restituendo loro molte bellezze che il Carpaccio, col suo senso decorativo,
aveva saputo cogliere. Eseguita mercè l' opera accurata del inttore
Silvio Misinato sulle negative fotografiche dei quadri, essa è riprodotta
stupendamente nelle otto grandi favole che s'aggiungono al libro. 11
quale, e pel contenuto e per essere magnificamente stampato e adorno
di numerose e finissime incisioni, non potrà non essere accolto col
massimo favore da quanti, tra le mutazioni, le contraddizioni e le aber-
razioni dell'arte odierna, serbano tuttavia un culto a quel caro e glo-
rioso Quattiocenlo. del quale il Carpaccio, tra i grandi pittori vene-
ziani, è una delle piìi ingenue e dolci espressioni.
Antonio Zardo.
1 CAVATORI DI ARDESIA
I.
Grigia è la valle e son grigie le rupi,
Su cui, brandendo la ferrata mazza,
Batte e s' affanna la gagliarda razza
L'ardesia a disfaldar giù dai dirupi.
Rozze capanne in grigia e breve piazza
Sorgon dai fianchi di burroni cupi :
Le cave aperte son bocche di lupi:
Stride sui massi la rupestre gazza.
Non carezza d'amante o di fanciullo.
Non sorriso di elei, non ombra amica,
Non lieto canto sul granito brullo.
Sola, dinanzi, l' orrida nemica
Parete bigia e '1 ruinoso rullo
ni pietre e la titanica fatica.
11.
0 dolce sera, tu che apportatrice
Sei di riposo a quelle membra stanche.
Scendi, t' affretta, e persuadi airanche
Lasse la pace e alibruna ogni cornice.
Rosso licore e coltri molli e bianche
Essi non hanno: e pur non maletlice
L'accento lor, né sta vendicatrice
L'ira, che al ferro fa correr le branche.
Ma voi che, sparse qui, croci di legno.
Storia di morti e culto di viventi.
Siete d'umanità 1" unico segno.
Dite, dite a chi passa: Ai sofferenti
Amor, giustizia e di pii sensi il pegno.
Oh, nuovi raggi, aurore, a queste genti!
Chiesa di Val Malenco.
Alfredo Baccelli.
SUL L' IPPICA
PENSIERI E RICORDI
Capitolo I.
E già da tern|)o die, osservando il decadimento e la diminuzione
della nostra produzione equina, me ne vado rammaricando, anche
perchè tale fenomeno è tanto più deplorevole in quanto che vi è stata
un'epoca nella quale i cavalli italiani erano rinomati in tutta Europa
e. come ottimi ripioduttori, esportati all'estero.
Non è ceitamente la nostra terra, che rimarrà abbondante di pa-
scoli, finché non ci obblighino a distruggerli, ne la mitezza del nostro
clima che c'impedisca di otteneie migliori risultati dai nostri alleva-
menti del nobilissimo animale.
Le cause del decadimento sono molto e complesse, ma, a mio pa-
rere, tre sono le principalissime, cioè la ristrettezza di mezzi e l'igno-
ranza dei nostri allevatori, la nociva influenza dei proprietari di scu-
derie di corse ed i mal scelti aiuti ed incoraggiamenti dati dal Governo.
L'universale disagio dei proprietari ha fatto si che molti fra co-
loro che allevano cavalli han dovuto alienare le migliori fattrici, perchè
costretti a batfei'c moneta ni (pialuni[ue modo e così per la rii)rodu-
zione sono rimaste soltanto le più scadenti. Inoltre, in Italia, il Mini-
stero della Guerra, essendo il principale acquirente di cavalli ed esi-
gendo, per la rimonta dell'esercito, degli animali che abbiano raggiunto
una certa altezza, pensiero predominante di tutti gli allevatori è di-
ventato quello di produrre grande. La loro ignoranza poi li ha con-
dotti ad usare mezzi inadeguati allo scopo; hanno voluto ad ogni costo
stalloni grossi, senza preoccuparsi d'altro, e cosi, da animali linfatici
e male costruiti son venuti degli ippogrifl e non sempre grandi. I
pro|>rietari di scuderie da corse poi non giurano che pel puro sangue
inglese e lo considerano un istromento di un giuoco col quale si pos-
sono vincere ingenti somme, e più facilmente si può distruggere il
proprio patrimonio. Perciò hanno sopratutto in mira di sviluppare nel
cavallo una qualità sola, la velocità, perchè è con questa che si vin-
cono i grossi premi: né loro importa se tale pregio si ottenga anche
a detrimento di tutti gli altri. Le loro teorie in ippica sono adeguate
ai loro intenti, ma spesso opposte a ciò che si richiede per produrre
dei cavalli che rispondano ai bisogni più comuni e veri del paese.
Giacché, a tale effetto, non occorrono animali soltanto veloci, ma anche
202 sull'ippica
robusti, ben costruiti, fortemente membrati, resistenti alle inleiuperie
ed alla fatica, insomma animali nei ([uali vi sia un complesso di qua-
lità differenti, formanti una perfetta armonia.
ila i pio|)ri('tari di scuderie di corse vestono con i-icercata eleganza,
parlano perfettamente il gergo sixjrtivo della lingua inglese e con tali
pregi si sono saputi impoire ed hanno invaso tutte le Commissioni
ippiche, dalle quali si detta legge. La loro influenza però non ha ser-
vito ad altro che a riempire i Depositi degli stalloni governativi con
lo scarto delle loro scuderie di corsa, le quali poi occupano appena
il quinto posto fra quelle delle nazioni più progredite nell'ippica. Perciò
non credo di errare, ritenendo l'opera loro funesta al miglioramento
delle nostre razze cavalline.
Finalmente il Governo, almeno per quel che riguarda il Ministero del-
l'Agricoltura e Commercio, non si è mai occupato delle fattrici, dimen-
tico in ciò del parere degli Arabi, i ])iù antichi e valenti fra gli allevatori
di cavalli, i quali litengono essere le giumente il fondamento j)rimo
ed essenziale di ogni buona razza. Ma, se da quel Ministero nulla si
è fatto a tale scopo, so invece che qualche tentativo è stato iniziato
da quello della Guerra, che sta ricostituendo l'antica razza di Persano,
per fornire, a qvianto si dice, delle buone fattrici e cederle a prezzi di
favore ai privati allevatori.
Mi è noto che. a questo intento, hanno già riunito circa 200 cavalle,
e si son fatti jireslare dal Ministero di Agi-icoltura e Commercio gli
stalloni. Giiihilf- tiglio di Mcìtou e Jacnhello, proveniente dall'antica
razza Piacentini, tutti e due non certamente stalloni di prini'oi-dine.
Ma nulla di più preciso posso dire intorno alla ricostituzione della
razza di Persano, non essendo mai stato invitato a visitarla, come
nemmeno credo lo sia stato alcun altro intendente o amatore di cavalli.
Però, come sopra ho accennato, il Ministero di Agricoltura e Com-
mercio si è sempre limitato all'acquisto di stalloni ed alla loro distri-
buzione nelle varie stazioni di monta. Ma in ciò non ha mai avuto
un programma ben definito, non una linea di condotta prestabilita che
seguisse con perseveranza : si è sempre jiiegato a tutte le influenze che
si sono succedute ed incrociate. Ha conij^erato cavalli da corsa per
ingraziarsi gli sportsmen, ha acquistato degli hacknejjs per soddisfare
gli allevatori che volevano jirodurre grande ed ha cominciato tali ac-
quisti quando siffatti cavalli venivano abbandonati negli altri paesi
perchè se ne erano sperimentati i pessimi risultati.
Per solleticare la fibra patriottica si è messo ad acquistare cavalli
comunque fossero, purché nati in Italia; finalmente, accentuandosi
ovunque un movimento di ritorno ad ajiprezzare gli arabi, ne ha voluti
avere anch'esso, ma è andato a cercarli proprio nel paese ove non ve
ne sono. Così ha formato mia miscela eteroclita, che neppure ha saputo
distribuire con criteri razionali, ma l'ha disseminati nelle varie Stazioni
di monta, a seconda che predominavano influenze, non sempre ili per-
sone scientifiche in quel ramo.
Quest'estate passata ho avuto occasione di vedere il Deposito cen-
trale di stalloni governativi a Pisa, e sono rimasto esterrefatto dal
gran numero di rozze che vi ho trovato. Tale vista mi ha confermato
nell'antico mio convincimento che, cosi stando le cose, meglio sarebbe
sopj)iimerlo. Sono persuaso che. se ciò avvenisse, le nostre razze equine
ritornerebbero gradatamente all'antica loro ruvidezza, ma insieme
riacquisterebbero il tipo, l'eiiuilibrio delle forme, la robustezza e resi-
sull" ippica 203
stenza ali" intemperie ed alle fatiche, pregi che in passato ne formavano
la rinomanza.
L'importazione degli stalloni dall'estero certo diminuirebbe, ma quei
pochi che ancora si acquisterebbero, giova sperare, sarebbero migliori,
perchè comperati soltanto da privati allevatori, resi guardinghi dal
propiio interesse. In ogni caso è poco presumibile, che questi, anche
mettendoci della buona volontà, riescano a fare peggio del Governo :
perciò, a mio parere, l'azione governativa in questo ramo, anziché gio-
vare, è una delle principali cause del decadimento della nostra produ-
zione equina.
Ma, come ebbi a dire in Senato, il proporre la soppressione dei
Depositi degli stalloni governativi non condurrebbe a nulla, perchè
questi ormai formano una istituzione, intorno alla quale si sono abbar-
Stalione Rajah di razza Kohailan.
bicati tanti e sì svariati interessi, che non vi è più forza umana che
valga ad abolirli. Volendo essere pratici e giovare efficacemente agli
interessi dell'ippica, iiisogna contentarsi di cercare che gli attuali stal-
loni vengano gradatamente rimpiazzati da migliori, che gli acquisti
siano fatti con criteri più razionali, e venga eseguita con migliore
discernimento la loro distribuzione nelle varie Stazioni di monta.
Con tale intendimento ho spesso esposte le mie idee, scrivendo e
pronunciando discorsi, ma presto mi sono accorto che per questa via
non approdavo a nulla, giacché nessuno leggeva i miei scritti e le mie
parole le portava via il vento. Allora ho tentato un altro mezzo, quello
cioè di influenzare, se era possibile, con privati colloqui, quei ministri
«he, per il loro speciale ufficio, dovrebbero interessarsi più particolar-
mente dell'ippica.
E perciò due anni or sono jio avuto un colloquio col generale
Ponza di San Martino, allora ministro della Guerra. Dopo avergli esposto
gli ottimi risultati, che nella provincia romana si erano avuti in pas-
sato dall'incrocio di cavalle indigene con stalloni arabi, gli proponevo
l'acquisto di tali cavalli, per adibirli alla riproduzione nell'alleva-
204 sull'ippica
mento, che il Ministero della Guerra stava allora ripristinando nella
tenuta di Persane. Ma, essendo cosa ditticilissima poterli acquistare n
Oriente senza l'appoggio di qualche personaggio altolocato, gli proposi
di inviare un incaricato, al quale avrei dato lettere di presentazione
per illustri personaggi che avevo conosciuto in Gerusalemme, quando
vi andai or sono alcuni anni, e mediante rinlUienza dei quali avevo
potuto acquistare un hello stallone dell" illustre razza dei Kohailan,
chiamato Rajah, che ho poi importato in Italia.
Come ognun sa, sulle opposte sponde del mar Morto o lago Asfal-
tide, cessa la Palestina e incominciano le stc minate lande dell'Arabia,
ove tribìi nomadi vanno vagando: da li i capi Beduini scendono con-
tinuamente in Terra Santa, per scortare le carovane o accompagnare
privati viaggiatori, che bramino andar sicuri nelle varie gite che si
faiiuo nei luoghi ricordati dalla Bibbia. Ma se è tacile vederli montati
sui loi'o superbi destrieri, altrettanto
è difficile il persuaderli a distarsene
e. come ho detto, ciò non si ottiene
se non per l'intluenza preponderante
di qualche persona altolocata: avevo
pelò fiducia die l'inviato del Governo
italiano avrebbe potuto otter.erlo me-
diante le mie lettere.
Quando ebbi finito di parlare mi
jiaive che il ministro accogliesse con
l)enevolenza la mia proposta; però,
era\anio pi'ossimi alla chiusura del
Parlamento e, non essendo l'estate
stagione piopizia per andare in quei
luoghi, convenimmo di riprendere i
nostri discorsi ad ottobre e che allora
per parte del Ministero si sarebbe
l)resa una risoluzione definitiva.
Intanto ebbi a recarmi in Unghe-
ria per miei piivati interessi, e non
lungi dalle terre che vi possiedo mi
capitò di visitale un l)ellissimo alle-
vamento di cavalli a base di puro sangue arabo, impiantato da cinque
o sei anni soltanto dal signor Leopoldo Pfeiffer di Orlowniak, che lo
iniziò acquistando dall'ora dismessa razza del re di Wiirtemberg uno
splendido stallone, chiamato Anmrad, e quindici o sedici madri di
puro sangue arabo.
Essendo rimasto colpito dalla bellezza dei prodotti di questo nuovo
allevamento, mi proposi di segnalarlo al nostro Governo, perchè even-
tualmente vi avrebbe potuto fare degli acquisti altrettanto buoni e
adatti allo scopo, (pianto quelli che si importano dilettamente dal-
l' Oriente. Ma. al mio ritorno in Roma, trovai che tutto era cambiato;
al Ministero della Guerra non si pensava ])iìi ad acquistare stalloni
per la razza di Persano, invece il generale Berta era stato mandata
da quello di Agricoltura e Commercio a ricercarne, ma non più in
Siria o in Palestina, come avevo proposto, bensì in India.
Rimasi meravigliato a tale notizia, né sapevo darmi ragione del
perchè i cavalli arabi si dovessero ricercare nell'India, anziché nel
loro paese d'origine.
Leopoldo Pfeiffer di Orlowniak.
sull'ippica "20b
Nell'estate passata poi, aveiulo avuto occasione di visitare, come
ho detto, il Deposito centrale degli stalloni governativi in Pisa, mi
sono accertato che s'era commesso un grave errore a mandare in
India, giacche, vedendo i cavalli riportati dal generale Berta, in nes-
suno di essi potei riscontrare i caratteri distintivi dei nobili corsieri
dei deserti dell'Arabia. Pure mi fu detto che quelli erano i migliori,
e che i rimanenti sparsi in diversi altri Depositi erano di gran lunga
più scadenti. Figuriamoci che cosa mai dovevano essere!
La sfavorevole impressione che ne ebbi è stata poi indirettamente
confermata dal Consiglio ippico, che ha proposto di scartarne alcuni,
e dai privati allevatori, che ne hanno rimandati diversi, non stiman-
doli adatti per la monta.
Malgrado tale insuccesso, il Ministero di Agricoltura e Commercio
quest'anno ha mandato nuovamente in India per acquistarvi cavalli
StullMiif Allunali.
arabi, e questa volta vi ha inviato il capitano Airoldi. lo stesso che
l'anno passato aveva riportato dalla Siria e dai paesi limitrofi splen-
didi animali acquistati per S. M. il Re. Parrebbe incomprensibile che
il detto capitano sia stato inviato in India, anziché nei paesi ove la
sua missione aveva incontrato pieno successo, se non si sapesse che
spesso le decisioni della nostra burocrazia sono prive di qualimque senso
pratico (1).
Ma riprendiamo il filo della nostra narrazione. Quando nell'otto-
bre tuoi ritoinai a Roma, trovai che l'on. Baccelli aveva assunto
il portafoglio dell'Agricoltura. Industria e Commercio. Mi affrettai ad
andarlo a visitare e gli segnalai l'allevamento del signor Pfeiffer, ove,
a mio parere, avrebbe potuto trovare eccellenti stalloni arabi. In
(1) Questi eavalli sono arrivati in Italia o stanno ai Deposito di Santa Maria
di Oapua: non avendo avuto l'occasione di vederli, non potrei dare su di essi
un giudizio mio personale ; però, da amici, mi è stato riferito che sian peggiori
di quelli acquistati anteriormente dal generale Berta.
206 sull'ippica
sej?uito a tale notizia, l'on. Baccelli inviò il cav. Alessandro Pia-
centini in Ungheria, col mandato di stendere un rapporto intorno
a detto allevamento. E tale relazione, essendo riuscita favorevole,
vennero acquistati poi due stalloni, che ora trovansi al Deposito di
Pisa, cioè: Marko, cavallo di tre anni, puro-sangue arabo, baio dorato,
e Ssamer, mezzo-sangue arabo, baio ciliegia, j)ure di tre anni.
Fermandoci un poco intorno a questo primo acquisto, si potrebbe
chiedere perchè il signor Alessandro Piacentini abbia segnalato per
la compra un cavallo di mezzo sangue, sapendosi che dai puro-sangue
soltanto si ha certezza di ottenere un tipo costante nei prodotti.
Ed eccone la ragione: Tallevamento del signor Pfeilfer è ristret-
tissimo e, quando lo visitò il Piacentini, non v'era disponibile che un
puro-sangue; non volendosi limitale a questo solo, ha dovuto per
forza segnalare anche un mezzo-sangue. Però, quello che egli ha scelto
è, come suol dirsi, cosi vicino al sangue, ossia prodotto da sì numerosi
incroci, che vi ha ogni probabilità che anche i suoi prodotti siano
di tipo costante ugualmente a quelli dei puro-sangue. Perciò non
potrei biasimarlo per quest'unico esperimento; ma per l'avvenire con-
siglierei sempre, per maggior sicurezza, di attenerci esclusivamente ai
puro-sangue.
Qui non sarà fuor di proposito il dare qualche spiegazione del
perchè un allevatore tanto intelligente, qual'è il Pfeiffer. si sia dato di
preferenza alla produzione dei mezzo-sangue. Ciò è avvenuto perchè
non siamo stati noi soli a commettere degli errori in ippica; pei me-
desimi sono passate più o meno tutte le altre nazioni, ed anche l'Un-
gheria. Lì pm-e è venuta la smania delle corse; lì pure hanno creduto
di far bene, incrociando le loro razze indigene con cavalli da corsa.
Ma i cavalli autoctoni dell' Ungheria, ajipartenendo per la massima
parte ai così detti Jiirkcr. animali di molto lirio. resistentissinii, ma di
forme alquanto sottili, tale incrocio ha portato di conseguenza un as-
sottigliamento eccessivo, sicché ora in Ungheria cercano di reagire
contro gli errori commessi, di correggere quanto hanno fatto di male
e nel momento la loro principale preoccupazione è quella d'ingrossare
le ossa dei cavalli. Credono di raggiungere meglio lo scopo, impiegando
a preferenza stalloni di mezzo sangue arabo ; quindi tali riproduttori,
essendo più licercati, sono quelli che raggiungono prezzi ]iiù elevati,
e ciò spiega a sufficienza perchè il signor Pfeiffer s" attenga special-
mente a produrre tali cavalli nel suo allevamento. In quanto poi al
decidere se gli Ungheresi abbiano scelta la migliore via ]ier raggiun-
giungere l'intento, non ho sufficienti cognizioni e notizie per potermi
pronunciare. In ogni caso non spetta a me di definire la questione.
Credo che il primo acquisto fatto pel nostro Governo in Ungheria
abbia incontrato favore. Benché nessuno me ne abbia mai parlato, lo
desumo dall'avere il ministro Baccelli dato in settembre nuovamente
incarico al Piacentini di recarsi in quel paese per comperarvi due altri
cavalli. Questi, come ebbe avuta tale commissione, venne a trovarmi
ed avemmo insieme una conversazione sull'argomento, nella (piale gli
dissi che mi sembrava inutile si recasse ancora dal Pfeiffer. poiché già
conosceva perfettamente lo stato di quell'allevamento, né aveva bisogno
di ulteriori notizie intorno al medesimo e che in ogni caso, per farvi
dei nuovi acquisti, conveniva attendere la prossima primavera, epoca
nella quale soltanto i suoi iniledri avrebbero raggiunti i tre anni. Ed
aggiunsi che in Ungheria, oltre questo, non mi erano noti altri alleva-
-tali..,,.. ]l,irl,,
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é» m
■ .,^-^'''-^^''*ésm^
Stallone Szamer.
■208 sull'ippica
menti di arabi, fuorché quello governativo di Babolna; ina die non vi
ero mai stato, e lo conoscevo soltanto di nome e di reputazione. Gli
consigliai di andarlo a vedere, benché avevo poca speranza vi po-
tesse riuscire a concludere qualcosa, perchè i prodotti di Babolna non
sono destinati ad essere venduti, bensì a sopperire ai bisogni interni
dell'Ungheria, e talvolta soltanto se ne cedeva qualcuno ad un Governo
estero per cortesia internazionale. Quindi se a Babolna non avesse tro-
vato il fatto suo, gli suggerii di proseguire il suo viaggio, recandosi
nella Russia meridionale, ove sapevo che esistevano antiche e rinomate
razze di cavalli orientali appartenenti ad alcuni miei parenti ])olacchi.
Ciò mi fece sorgere l'idea di accompagnarlo nel suo viaggio e met-
tere in esecuzione un antico progetto, che varie circostanze mi ave-
vano sino allora impedito di c;)mpiere, quello cioè di andare a far vi-
sita a questi miei parenti nei loro possedimenti.
Credo che tale mia proposta sia stata riferita al Ministero di Agri-
coltura e Commercio, peichè poco dopo ricevetti una lettera ufticiale
del Ministro, nella (juale mi invitava ad accompagnare il Piacentini
in Russia e a facilitargli con le mie
relazioni 1" esecuzione del compito
che gli era stato affidato. Accettai
il mandato offertomi, e nei primi
dello scorso settembre. Piacentini ed
io partimmo da Roma e per la via
d'Ancona e Fiume ci recammo di-
rettamente a Budapest. Lì, per jirima
cosa, andammo dal signor dottore
.1. l)aritn\i. ministro ungherese per
l'Agricoltura ed il Commercio: questi
ci dette il {ìeruiesso di visitare lo sta-
bilimento di Babolna e gentilmente
ci concesse di acquistarvi uno stal-
lone di puro sangue arabo per conto
del Governo italiano.
11 giorno appresso, partivamo per
Babolna e vi giungevamo dopo tre
ore di ferrovia; alla stazione ci atten-
deva una carrozza, alla quale erano
attaccati quattro bellissimi cavalli
orientali di quella razza, che in po-
chi mimiti ci conducevano al centro dello stabilimento ippico, ove
fummo ricevuti dal direttore, colonnello Fadlallah.
Condotti da lui, visitammo tutti i fabbricati, comprese le vaste
scuderie, e ne ammirammo la razionale costruzione, fatta egregiamente
ma con grande semplicità e senza alcun lusso. 11 colon elio ci mostrò
pure i riproduttori e la numerosa schiera di puledri : debbo confes-
sare che il momento non era favorevole per visitare questa razza,
essendosi la medesima lasciata decadere alquanto, in questi ultimi
tempi, per mancanza di buoni stalloni arabi. L'anno passato s'eran
ridotti ad averne uno solo e ancora questo arrivato all'età di ventidue
anni, il vecchio Ohajan, superbo esemplare di arabo puro-sangue, i
cui prodotti però non han sempre corrisposto a quanto si poteva al-
ili.
sull'ippica '209
tendere da lui. perchè alcuni sono venuti leggermente curvi sulle gambe
davanti, altri un poco sottili di stinchi.
Finalmente il Governo ungherese si è deciso a mettere riparo a
tale inconveniente e l' inverno passato inviò quel direttore a fare nuovi
acquisti in Oriente : avendo in lui la persona più adatta che per tale
incarico si potesse mai desiderare, giacché il colonnello Fadlallah è
arabo egli stesso. Molti anni or sono, era venuto fanciullo a Babolna,
conducendovi un cavallo acquistato in Oriente, e da quel tempo vi è
sempre rimasto. Entrato nella milizia, ne ha percorso tutti i gradi fino
a quello di colonnello, ed in tale qualità è stato nominato direttore di
quella razza governativa.
Egli, dunque, nell'inverno lOOl-Wtì ha fatto un viaggio in Oriente,
trattenendovisi per circa .sei mesi, percorrendo tutto il paese ed inol-
trandosi fino alle rovine di Babilonia : ne ha potuto riportare sei stal-
loni e nove cavalle di puro sangue arabo, il numero più grande di codesti
animali clie tutti in una volta siano stati mai esportati dall'Oriente.
Debbo alla sua cortesia di aver iiotuto procurarmi le fotografie di
alcuni dei più belli esemplari dei suoi acquisti, che qui riproduco.
Osservando queste illustrazioni si può rilevare che, come uella
seconda figura, il tipo di quel cavallo si scosta alquanto da quello che
abitualmente presentano gli arabi. Qui la statura dell'animale è più
alta, le fattezze più robuste e la testa presenta una curva leggermente
montonina. Ho appreso dal colonnello Fadlallah che tali fattezze si
riscontrano fra i cavalli delle razze dell' interno dell'Asia e trovansi
più specialmente nei dintorni di Babilonia, mentre quelli appartenenti
alle tribù della costa hanno invece il tipo che siamo stati abituati a
vedere. Ebbi pure da quel Colonnello molte altre interessanti notizie
intorno ai cavalli, che non mi accingo a riferire, perchè ciò mi con-
durrebbe troppo oltre, e mi farebbe varcare gli stretti limiti che mi
sono imposti in questo scritto.
Però non voglio tacere quant'egli rispose al quesito da me postogli,
se era opportuno ricercare cavalli arabi in India, risposta che autore-
volmente confermava l'antico mio convincimento in proposito.
« Vedete. - egli mi disse - non tutti i cavalli che provengono dal-
l'Arabia sono discendenti d'illustie genealogia o appartengono a grandi
famiglie, come dicono gì' indigeni e quali li ricerchiamo per miglio-
rare le nostre razze. Che, anzi, nel paese stesso di loro origine, codesti
esemplari sono rarissimi. Non si esportano in India, perchè colà non
ve ne è richiesta, non essendo gli Inglesi allevatori di cavalli arabi.
« Egli è vero che dall'Arabia vi mandano ogni anno numerosissimi
cavalli, ma questi sono d'alti-o genere : sono di minor sangue e adatti
a pronto servizio, quali li richiedono gli ufficiali delle guarnigioni bri-
tanniche, oppure piccoli jjoueys adatti pel giuoco del jjolo, che è assai
in voga in quelle contrade.
« Il signor Bliint è 1' unico che in Inghilterra allevi cavalli puro-
sangue» arabo ; ma questi è andato in Arabia e non già in India per
acquistarvi i capi-stipiti della sua razza ».
Avendo trovato a Babolna un numero scarsissimo di cavalli di
puro sangue arabo, pensammo che nelle condizioni attuali sarebbe
stato indiscreto di sottrarne anche una alle esuberanti richieste dell'in-
terno dell'Ungheria stessa, e declinammo la gentile concessione. A tale
risoluzione ci spinse anche Tessere i cavalli di Babolna relativamente
cari, cosa del re^to giusta, vista la rinomanza della loro provenienza.
14 Voi. evi, Serie IV - 16 IngUo 1903
■^tallone Sherife.
Stallone Kohailan-Rashid.
stallone Kmtiur,
Stallone Hadxsali-.
'ali sull'ippica
Ma per noi l'acquisto di un solo cavallo avrebbe esaurita la te-
nuissiina somma messaci a disposizione dal Governo, e quindi pren-
demmo il divisamento di proseguire il nostro viaggio di ricerche,
avviandoci per la Russia meridionale. La nostra meta diventava dunque
quella di arrivare nelle terre dei miei parenti polacchi: mi era noto
che le loro proprietà trovavansi nella provincia di Ukrania, ma ne
ignoravo l'esatta ubicazione e non sapevo se presentemente vi dimo-
rassero, giacciiè fra me e loro esistono queste strane relazioni : benché
in ottimi rapporti d'amicizia, data la lontananza dei paesi nei quali
abitiamo, passano degli anni senza ch'io sappia dove stiano,' né loro
quel che accada di me.
Conoscendoli poi poco amanti di scriver lettere e spesso anche
negligenti a rispondere, pensai che avremmo perso inutilmente il tempo
ricercandoli per corrispondenza ed avremmo fatto piìi presto recandoci
direttamente a Kiew, città capitale dell' Ukrania, dove potevamo facil-
mente rintracciarli a furia di telegrammi; ciò che poi ci riuscì con
successo.
Dunque ritornati a Budapest ci recammo subito all'ufficio Cook
per assumere informazioni intorno al viaggio che avevamo da (-om-
piere. e per prendere i biglietti. Ignaro della lunghezza delle distanze
che si percorrono in Russia, quale non fu la mia sorpresa apprendendo
elle per andare da Pest a Kiew occorievano 48 ore di ferrovia! Ne
fui dispiacentissimo, perchè, mentre compio con molta facilità i lunghi
percorsi in mare, quelli in ferrovia mi sono in uggia ])el continuo
scotimento del treno che mi urta i nervi.
Ma ormai non v'era da indietreggiare e, come volgarmente si
dice, eravamo in ballo e conveniva ballare.
Così l'il di settembre 1903 montavamo in vagone alla stazione
nord di Budapest ed il giorno .seguente, alle 8 di mattina, arrivavamo
a Leml)erg. Lì vi erano alcune ore di fermata ; ne piofittammo per
andare a far colazione in città. Non conoscendo alcuno che ci potesse
servire di guida, capitammo, per indicazione di un facchino della
stazione, in un piccolo albergo di quinfordine, ove ci servirono un
deplorevole pasto del piìi pretto stile polacco. Poi disgrazia volle che,
essendo differente l'ora della ferrovia da quella della città, ci sbagliammo
ed arrivammo in ritardo alla stazione quando il diretto delle due, che
dovevamo prendere, era già partito.
Convenne aver pazienza ed aspettare quello omnibus delle 9.50
di sera per proseguire il nostro viaggio. Impiegammo quelle ore che
ci restavano di forzata permanenza a visitare Lemberg e ne percor-
remmo le strade die sono lastricate con pessimi ciottoli, disagiata-
mente, parte a piedi e parte in carrozza.
Malgrado ciò non posso riferire molto intorno a quella città, né
saprei dire altro se non che é prsta in una situazione pittoresca,
appare del tutto moderna, con grandi case costruite di recente, con
eleganti botteghe. Le sue larghe vie sono sempre gremite di gente:
tra la folla si incontrano moltissimi ebrei con due lunghi boccoli che
scendono dalle tempia, e vestiti nel loro tradizionale costume che asso-
miglia alle lunghe sottane dei preti.
* *
Ripreso il treno verso le 9 di sera, alle 3 dopo mezzanotte arri-
vammo alla frontiera e lì ci colpì il vedere che tanto gli addetti alla
dogana, quanto quelli della ferrovia eran vestiti in uniforme militare,
slll" IPPICA 213
portavano berretti bianchi con visiere in cuoio ed avevan alti stiva-
loni: in Russia tutto è organizzato militarmente. Dopo avere minu-
tamente osservato i nostri passaporti e guardato con attenzione se tra
le nostre carte ed i nostri libri nascondevansi scritti o stampati d'in-
dole sovversiva, ci fecero entrare in una gran sala d'aspetto, fornita
d'un eccellente buffet.
In Russia tutte le stazioni, anche le più piccole, hanno di qiiesti
buffet, sempre allestiti con ottime vivande : forniti di carne di ogni
specie e di pesci eccellenti, provenienti dai numerosi fiumi che solcano
le terre del vasto Impero, né manca mai il caviale, specialità russa per
eccellenza. Ma ciò che servono continuamente e che i Russi sorbiscono
ad ogni istante è del thè senza latte, versato in bicchieri di cristallo,
messavi entro una fetta di limone. 11 bicchiere di thè in Russia equi-
vale alla tazzettina di caffè dell'Oriente.
Le rotaie delle ferrovie russe sono a scartamento più largo delle
altre: credo per porre im impedimento ad ogni possibile invasione
dall'estero. Per conseguenza i loro vagoni sono più grandi e comodi
di quelli del resto d'Europa. Vi ci adagiammo confortevolmente : non
tardammo a prendervi sonno e ci svegliammo soltanto alla levata
del sole.
Appena fattosi chiaro potemmo vedere 1' aspetto del paese: tra-
versavamo la piccola Russia, eravamo nell'Ukrania, oi'a utticialmente
denominata Governo di Kiew. Queste lande erano primitivamente abi-
tate soltanto da nomadi cosacchi : furono dominate anticamente prima
dai Lituani, poi possedute a vicenda dai Turchi, dai Tartaii. e dai
Polacchi, e disputate da questi con continue guerre, finalmente an-
nesse alla Russia, formano ora parte integrale di quell'Impero. Questo
paese deve la sua rinomanza in Europa specialmente al i)oema di
Byron. intitolato Mazeppa, nel quale il nobile Lord canta le avven-
turose gesta del protagonista che, giovine paggio, venne sorpreso da
un gran signore polacco in amoroso colloquio con la di lui moglie.
L'offeso marito, per vendicarsi, lo fece legare, spogliato d'ogni vesti-
mento, sul dorso di un indomito cavallo, che lasciato libero, traversò
tutta la ste]>pa con vertiginosa corsa e non s'arrestò che quando fu
giunto alla mandria dalla quale traeva origine : lì, estenuato, cadde
morto.
1 nomadi cosacchi sciolsero Mazeppa, lo raccolsero morente, colle
loro premurose cure lo richiamarono a vita, sicché egli presto ria-
cquistò le forze e la salute. Fissatosi fra costoro, prese parte alle loro
guerre, vi si segnalò per senno e coraggio, tanto che finalmente lo
elessero atamanno o loro duce supremo. Dopo molte vicende, già vec-
chio, si alleò al Re Carlo XII di Svezia, ne seguì le imprese, finché
ne condivise la disfatta finale nella battaglia di Pultawa, ove l'eser-
cito di quel monarca fu completamente distrutto dai Russi. Da questo
punto il nobile Lord prende le mosse del suo poema, ed immagina
che il re e Vataiiiuiiiio, fuggiaschi, si siano ricoverati sotto una quercia
per passarvi la notte seguente al giorno della loro sconfitta e che Ma-
zeppa, onde alleviare l'insonnia di Carlo XII. gli racconti questo dram-
matico episodio della sua giovinezza.
Dunque traversavamo la cosi detta steppa che ho nominato più
sopra, ma l'aspetto attuale ne è ben diverso da quello che presentava
ai tempi di Mazeppa. Allora quelF immensa pianura era coperta sol-
tanto da erba selvaggia e la percorrevano nomadi cosacchi, spingen-
(214 sull'ippica
dovi le loro mandrie d" indomiti cavalli. Ora II vergine seno della
stejipa è stato solcato ovunque dall'aratro; vi si produce quella enorme
quantità di grano, che poi, caricato sulle navi alla costa del mar Nero,
viene ogni anno a riversarsi nei porti Italiani per sopperire alle nostre
deticienze di frumento. Oltre ai campi di grano, si vedono ancora vasti
appezzamenti lùcopertl di barbabietole: tale coltura è recente, e si è
estesa coll'Impianto di numerose fabbriche di zuccliero, la cui produ-
zione ha subite gravi oscillazioni che sono state causa di rapide for-
tune, (juanto d'Ingenti rovesci.
La pianura della Russia meridionale assomiglia tanto a quella
dell'Ungheria quanto alla Pampa argentina. Soltanto quella dell'Un-
gheria presenta un aspetto assai meno grandioso, essendone lo spazio
molto più ristretto, mentre la pianura Argentina, per la sua stermi-
nata grandezza e per l'enorme larghezza dei fiumi che la solcano, im-
pressiona assai più ed apparisce più maestosa ancora. Però mentre la
Pampa argentina e la pianura ungherese sono assolutamente livellate
e piatte, la steppa russa è leggermente ondidata ed In ciò assomiglia
più alla campagna romana. Ma le ondulazioni della pianuia russa non
raggiungono mai l'elevazione di quelle dell'Agro romano, ove In certi
punti appaiono vere colline. In tutti e due si osserva, meno alcune
piccole selve, l'istes.sa totale assenza di piante, e per gli alberi gli
abitanti della Piccola Russia sembrano avere la stessa antipatia che
hanno i nostii contadini e gli uni e gli altri danneggiano e distruggono
le piantagioni che qualche ])roprietario intiaprendente tenta iniziarvi.
Il clima dell' Ukrania, è freddissimo d' inverno ed assai caldo
d'estate: i cambiamenti di temperatura vi sono rapidi, tantoché all'an-
data avemmo un'atmosfera tropicale e pochi giorni dcjpo, al ritorno,
soffiava una brezza rigidissima. In questa vasta pianura i venti si
scatenano furiosamente e comuni vi sono gli uragani : verso la calata
del .sole assistemmo allo spettacolo pittoresco e grandioso di uno di
questi uragani che s'innalzò ad un tratto. Le case dei contadini sem-
bravan tremare sotto l'azione del vento, i rari alberi piegavano quasi
fino a terra le loro frondose cime, la jiolvere che ric()])re le strade s'in-
nalzava In vortici simili a trombe marine e l'eiba. agitata dal vento,
l)areva la superficie del mare quando s" increspa sotto 1" azione della
brezza mattutina. Poi si fece notte e le tenebre ricoprirono il maestoso
spettacolo; alle nove di sera giungemmo alla stazione di Klew. Li sa-
limmo in un drojki, tipico genere di carrozze, sjteclale alla Russia. Il
drojki è un legno bassissimo, al quale è attaccato un solo cavallo con
un finimento singolare, sormontato da un grande arco In legno. Lo
giuda un cocchiere, generalmente grasso, vestito con un lungo sopra-
bito che pare una sottana e porta in capo un cappello a cilindro colle
falde arricciate.
Con questo veicolo traversammo quasi Inteiameide la città, tra-
ballando sui ciottoli, onde le sue strade sono lastiicate. finché ci fer-
mammo alla porta del Grami Hotel. Entrati in (piesf albergo, osser-
vandone la disposizione interna, jiarvemi che assomigliasse a quella
degli Hotels deirAinerica meridionale e mi rammentò sjìecialmente un
albergo della città di Rosario, ove ero sceso alcuni anni or sono. Ma
forse vedevo così soltanto perchè l'aspetto della steppa mi aveva vi-
vamente risvegliato I ricordi dell" Argentina.
Dopo breve refezione, ce ne andammo a ri])osare. contenti di poter
dormire finalmente in letti che stavano fermi, senza più sentire le
sull'ippica 215
oscillazioni della ferrovia. Riuianemnio un intero giorno a Kiew, e lo
impiegammo a visitarne le principali curiosità. Prima però di riferire
i miei ricordi, dirò che Kiew è chiamata la madre di tutte le città della
Russia ed anche la Gerusalemme di quell" Impero, per le sue cata-
combe, per i suoi santuari e le sue chiese, frequentate sempre da un
numero grandissimo di pellegrini, i quali, durante le feste, che hanno
luogo dal lu luglio al 15 agosto, ascendono talvolta fino a 150,(HH).
Per chi volesse poi conoscere in succinto la storia di questa città,
trascrivo il breve sunto che trovasi nella Guida del Baedeker:
« Kiew fu fondata da Kii, Chtchek e Khoriv, tre fratelli della
razza dei Poliani. Alla loro morte, Askold e Dyr, variaghi del seguito
di Rurik, s'impadronirono di quel piincipato. Oleg, successore di Ru-
rik, occupò Kiew neirSSi^, facendola sua capitale. Ben presto vi fu
introdotto il cristianesimo e nel 988 il principe fece battezzare i suoi
popoli. La città fu assai importante sotto .laroslav I: ma, alla sua
morte (10.Ó4), cominciò la decadenza e le lotte civili. Fu distrutta quattro
volte negli anni 11B9, 1171. 1^204 e h24(): quesfultima dai Tartari, che
poi ne furono cacciati nel 1320 da Ghedimin, principe lituano.
« Nel 1483 di nuovo fu distrutta dal Khan di Crimea Mengli-Ghirel;
ma presto venne rialzata ed ottenne da Sigismondo I il diritto di
Macjdehurrjo nel lóKi. 11 metropolita Michele Logosa adottò l'Unione,
ma Pietro Moghila ristabili 1' ortodossia nel KiSl. Kiew passò alla
Russia nel 1631 ».
Kiew è attualmente una città di circa 280.()tM» abitanti; è posta in
una situazione pittoresca, la divide il fiume l)nie])r, che in quel tratto
ha una larghezza che varia da 360 a 530 metri : a destra s' innalza
sopra una collina che ascende fino a 90 metri sid livello del fiume: a
sinistra si stende in pianura. È fortitìcata: sede di un governatore di
provincia, di un generale comandante un corpo di aimata e di un
metropolita, ha un'università ed una scuola politecnica. È venerata
per le numerosissime sue chiese e luoghi santi; ma sopratutto è una
città eminentemente commerciale ed accentra il traffico di tutta la
Russia meridionale.
A Kiew adunque rimanemmo un giorno, e. condotti da un dome-
stico di piazza, audanunoa vederne le curiosità più rimarchevoli. Inco-
minciammo dal museo, che è di recente istituzione ed è posto in un
grande edificio moderno, costruito in istile neo-ellenico, le cui sagome
tentano arieggiare quelle d'un tempio greco. Nelle sale del pianterreno
sono disposte le collezioiM di antichità; visitandole, non vi ho tro-
vato nulla di rimarchevole, interessanti però sono degli oggetti sciti,
provenienti da scavi locali. Ma, per apprezzarli e quindi descriverli,
converrebbe avere studi speciali che non possiedo. Nelle sale superiori
poi vi è una galleria di quadri, la quale mi appari essere al disotto
del mediocre.
Da li ])assammo alle catacombe di Lavra; la chiesa che vi sta
sopra è dedicata all'Assunzione. Questa è di origine antichissima, però
venne distrutta da un incendio nel 1729. Fu poi ricostruita nello stile
barocco, che era di moda in quel tempo: all'interno è ricchissima per
sovrabbondanza di decoiazioni e di dorature. Quando vi entrammo vi
si celebrava una funzione sacj-a. era gremita di pellegrini e vi risuo-
navano i canti rituali della liturgia ortodossa, i- quali per la bellezza
della musica e la perfezione della esecuzione sono meritamente rino-
mati. Sono un intreccio di sole voci senza accompagnamento istru-
!216 sull'ippica
mentali, come nelle nostre cappelle papali in Roma. Tali canti hanno
un carattere originale, un'impronta prettamente nazionale, che, a chi
li ascolta per la prima volta, producono un grandissimo etìetto.
In sacrisi ia incontrammo un grosso frate. A^estito di una lunga
sottana nera, che, all'uso ortodosso, portava in capo una mitria tonda,
dalla quale scendevano lunghi veli. Era seduto accanto ad un tavolo
coperto di ceri : mediante una piccola oblazione egli vi presenta una di
queste candele ; accesala, si scende a visitare le catacombe. Queste
sono posteriori di qualche secolo alle nostre. 1" introduzione del cri-
stianesimo in Russia non rimontando oltre il 9tKt. Come le nostre,
sono composte di lunghi cunicoli scavati sotteira: vi si ricoveravano
i primi cristiani in Russia, ugualmente a quanto facevano in Roma
molti anni jìrima.
A fianco di questi cunicoli vi sono delle celle, scavale nel masso,
che servirono anticamente per dimora ai romiti : ora vi hanno de-
positali dei corpi santi, racchiusi entro sarcofaghi foderati di broccato
all'interno e ricoperti all' esterno di lamine d" argento con ornati la-
vorati a shaho. Fra le leggende che corrono intorno alle storie dei
santi romiti, ve ne ha una singolarissima ed è quella di un tale Gio-
vanni, detto il Sofferente, il quale pretendono sia per mortificazione
vissuto treni' anni sepolto sino al collo. Ignoro quanto vi possa essere
di vero in tale racconto ; ciò non pertanto vi mostrano una lesta
sporgente dal suolo, sulla quale hanno messa una nùtria e ve la ad-
ditano come quella del suddetto santo, lasciatovi semisepolto nella
stessa posizione in cui visse.
Dalle catacombe di Lavra ])assammo a vedere il cimitero moderno;
questo è posto in cima alla più alta collina che si elevi entro la cinta
di Kiew. 11 panorama che si gode da quella elevazione è veramente
splendido; la vista vi si estende non solo sull'intera città, ma anche
sidla campagna che la circonda ed il Dniepr appare come un nastro
d'argento che serpeggi tra verdi pianure, tinche s'inoltra entro l'abi-
tato e divide Kiew in due parti. Ma, se da quel cimitero la veduta che
si gode è rimarchevole, non lo son punto le tombe ed i monumenti
moderni che riempiono questo asilo della morte.
Poco lungi da li, in mezzo ad una piazza, vedemmo una statua eque-
stre di bronzo sopra un piedistallo di granilo, che rappresenta l'ata-
manno dei cosacchi Bocidan Klemnitshìj, che visse dal 1593 al 1(557 e
compì l'annessione della Piccola Russia alla Grande. Tale statua mi parve
un'opera d'arte rimarchevole. L'alamanno vi è rappresentato nell'alto
di arrestare d'un tratto il suo focoso destriero, nelle cui sagome si
riscontra tutta la nobiltà del puro sangue arabo. L' artista che lo ha
eseguito ha dimostrato di essere un profondo conoscitore della struttura
del cavallo, dote che assai di rado possiedono gli scultori moderni.
Molte altre piazze sono pure ornate di statue monumentali, rappre-
sentanti santi ed imperatori; ma fuori di quella del citato duce dei
Cosacchi, nessuna mi sembrò degna di nota.
Santa Sotia. la cattedrale di Kiew, è insigne monutnento di arte
bizantina. In questa città vi sono pure altre chiese che contengono
interessanti esem]ilari di quello stile, e che sarebbero state meritevoli
di esser vedute ; ma la ristrettezza del tempo non ci consentì di visitare
che quella sola, e ricordandola dirò che Santa Sofìa venne fatta inalzare
dal duca di Russia Jaroslaiv e fu costruita dal 1020 al 1037, che è di
forma rettangolare, misura 54 metri di lunghezza e 36 di larghezza, è
sull'ippica 217
sormontata nel centro da una gran cupola di forma schiacciata ad arco
evaso, all'esterno è dorata e la circondano molte altre piccole cupole
che hanno la stessa sagoma. AH' interno, l'abside è decorato con un
gran mosaico in campo d'oro, che ricorda, per la tipica rigidità delle
figure, le parti più antiche dei mosaici di S. Marco in Venezia, nonché
quelle delle chiese di Ravenna ; sui lati vi sono soggetti sacri dipinti
all'encausto: le figure di questi sono, per tipo, contemporanee a quelle
dei mosaici. Dal peristilio s'innalza una gian scala, che coniluce a un
ballatoio che nell'interno gira intorno alla chiesa; le pareti di questa
scala sono pure ricoperte di pitture all'encausto: ma è curioso notare
che le medesime non rappresentano più santi o soggetti biblici, bensì
vi sono etBgiati balli, scene di caccia ed animali fantastici, bizzarrie
che si riscontrano spesso nelle produzioni dell'arte di quei tempi.
Dalla basilica di Santa Sofia, passammo a visitare una chiesa tutta
moderna, quella di S. Vladimiro, costruita dal 1862 al 1896. È un
grande edificio fabbricato con molto sfarzo e ricchezza di materiali:
all'interno è ornato con pilastri e riquadrature di Tnarmi di vari colori.
Artisti russi ne hanno decorato tutti gli spazi lasciati vuoti, dipin-
gendovi santi, scene bibliche e fatti storici, fra i (juali primeggiano
due pitture, in grandi riquadri, le quali raffigurano l'una la conver-
sione di S. Vladimiro, l'altra il medesimo santo che assiste al batte-
simo dei suoi popoli
Queste pitture mi fecero bellissima impressione: vi riscontrai po-
tenza di composizione, correttezza nel disegno e molta grazia ed
armonia nel colorito. Mi apparvero portar 1" impronta di un carattere
affatto nuovo, essere l'espressione di un'arte eminentemente nazionale.
Tali dipinti sono una manifestazione della ettlorescenza che ora sta
germogliando rigogliosa jìer tutta la Russia, tanto nelle arti belle,
quanto nella letteratura e nelle scienze, sintomo di un potente risveglio
intellettuale, prodromo di futiua trasformazione della razza slava. Ma,
se tali sintomi appariscono chiari, è impossibile misurarne fin d'ora
tutte le conseguenze che ne seguiranno e distinguere ciò che a quei
popoli serba l'avvenire.
Terminata così la visita dei più interessanti monumenti, impie-
gammo il resto della giornata a percorrere in ogni senso le strade di
Kiew, per avere un' idea dell'aspetto generale della città.
Tornato all'albergo, trovai dei telegrammi, dai quali appresi che
tanto la mia zia Branicka. quanto il mio cugino Ladislao, ci atten-
devano con ansia e mi dicevano di recarmi a Bieloczerckiew, piccola
città, che dista di tre ore di ferrovia da Kiew e piesso alla quale sono
situate le loro proprietà.
(Conlinna).
Baldassarre Odescalchi.
LE PIÙ ANTICHE CIVILTÀ DELL'ITALIA
Chiunque consideri quale fosse la scienza delle antichità in Italia
«inquant'anni sono, deve riconoscere che, nello studiare il problema
delle più antiche civiltà del nostro paese, si trascuravano allora ele-
menti di capitale importanza (1).
Di quei giorni, tutto quanto di antico veniva in luce e non era
pregevole pel lavoro o per la materia, ove non fossero monumenti
scritti, si restituiva spesso al suolo dal quale era uscito. Le cure degli
archeologi erano ancora più che altro l'ivolte a decorare i musei con
quanto di nobile e di splendido avevano prodotto le età gloriose.
Nessuno si dava pensiero delle intere pagine, che della loio vita e
della fede loro le più lontane generazioni hanno stampato nei luoghi
di abitazione, o pietosamente composte nei sepolcri.
Fu Bartolomeo Gastaldi, il nostro rimpianto collega, che nel 1861
ci schiuse nuovi orizzonti e ci additò la via da seguire {"ij. Fu quel forte
intelletto di Gaetano Chierici, troppo presto rapito alla scienza, che
c'insegno poco dopo ad eseguire gli scavi archeologici con metodo rigo-
rosamente scientifico, ad osservare i più minuti particolari di ogni
fatto, a studiare le antichità nelle loro relazioni col terreno ove stanno
«epolte, a distinguere strato da strato, a cercare il coordinamento di
essi e a svolgerli e a interpretarli come le pagine di un libro (3).
Una volta dimostrato che l'Europa fu abitata dall'uomo innanzi
all'età geologica nostra, parve si avessero documenti della sua esi-
stenza in Italia tino dalla terziaria, ma nulla lo prova. Le ossa del
pliocene di Colle del Vento, giudicate umane, fiuono liconosciute di
un antropoide; lo scheletro d'uomo di Castenedolo, creduto pliocenico,
per poco non è risorto con una fede di nascila dei nostri giorni; eie
incisioni sulle ossa di balenottero di Monte Aperto sono rimaste il
semplice testimonio della voracità dei carcarodonti (4).
Talune delle nostre contrade furono ad ogni modo fra le prime
in Europa percorse dall'uomo durante l'età quaternaria, nello stesso
tempo che la penisola iberica, la Francia, le isole britanniche e il
il) Diil discorso che l'A. tcnm> iiirAccaileraiii dei Lincei nella seduta so-
lenne del 7 giugno.
(2) Nei Bend. ci. Accademia dei Lincei (CI. di se. mor., yoI. XI, pag. 348 e segg.),
ho ricordato i nomi e le opero dì coloro che qua e là in Italia fecero scoperte
od osservazioni di speciali fatti paletnologici anteriormente al Gastaldi, a partire
dal secolo xvi.
(3) Gaetano Chierici e la paletiioìoqia italiana, appendice al Bull, di Paletn.
Ital., 1880.
(4) Bull, di Paletn. Itul.. a. TU. pag. 90: a. XIII, pag. 08; a XY, pag. 89.
LE PIÙ ANTICHE CIVILTÀ DELL"IT.\LIA 219
Belgio. Soltanto, al di qua delle Alpi, rimasero dapprincipio deserte
le isole e le pendici occidentali dell'Appennino. Quella prima gente
visse all'aperto e nomade con gli elefanti e con gli ippopotami. Innanzi
però che gli elefanti fossero scomparsi, altre famiglie erano giunte che
lavoravano in diverso modo la pietra, e trovavano ricovero nelle ca-
verne o ai piedi delle rupi che strapiombano. Fu allora che altre
regioni europee furono occupate dall'uomo, fra le quali l'occidente
della nostra penisola e la Sicilia (1).
D'onde erano venute quelle famiglie'' Nello stato attuale della
scienza si può ajipena arriscliiare la ipotesi che provenissero dall'Af-
frica le più antiche, poiché dal Marocco e dall'Algeria, giù fino al
Congo e alla Somalia, i primi prodotti del lavoro umano sono quelli
stessi, tipici, che nell'Europa occidentale stanno sepolti alla maggiore
profondità nelle alluvioni quaternarie. E se, giudicando dalle armi e
dagli utensili di pietra rimasti, vogliamo figurarci la civiltà che rap-
presentano, il pensiero corre a quello che sono i nativi delle vergini
foreste dell'Australia, a quello che erano gli indigeni della Tasmania
prima che la « Guerra Nera » li sterminasse.
Con la misera vita di quei selvaggi si apre 'la storia dell'Italia,
se può chiamarsi storia la notizia di un passato al quale non arriva
la memoria dell'unuinità. Tuttavia se di quelle anticliissime genera-
zioni manca ogni ricordo, ne rimasero distinti a lungo i discendenti,
lasciandone il testimonio nelle sedi occupate. Cadeva la Repubblica
Romana e nell'alto Veronese, sui Alonti Lessini. persistevano semi-
selvaggi i tardi nepoti delle prime famiglie calate dalle Alpi (2).
Se si ripetesse o perduiasse nell'età geologica nostia, sia pure
solo in parte, ciò che vi fu di più caratteristico nella i)recedente, forse
il naturalista non può dire completamente. 11 cultore dell'archeologia
primitiva ad ogni modo non si abbandona certamente a un puro volo
della fantasia litenendo, che mentre i primi abitatori dell'Occidente
si spingevano fino ai fjords del Jutland e delle isole danesi, presen-
tando sul Baltico il quadro della vita attuale dei Fuegini, e turbe di
Iperborei, seguendo il renne attraverso il Belgio e la Francia, arriva-
vano ai Pirenei e alle Alpi, l'Italia si allietava di una nuova luce. A
dei selvaggi, non dissimili nella vita dall'Australiano, si sovrappose
una immigrazione che occupò non il solo continente, ma pur le isole,
e che nella scala della civiltà uguagliava sotto vari aspetti la ftimiglia
polinesiana quale apparve agli esploratori olandesi.
S'inizia allora l'età che diciamo neolitica (3). Sui piani e sui colli,
dalle contrade lombarde alle spiaggie del .Ionio, sorgono villaggi di
capanne circolari mezzo sepolte nel terreno, abitate da famiglie dedite
alla pastorizia. Fra i monti invece si riparano anche nelle caverne,
t'he però più spesso occupano per asilo dei morti che per ricovero dei
vivi. Fabbricano con la pietra armi ed utensili, ma sono levigati e di
(1 1 In Itiilia il materiale paleolitico presenta solo i tipi detti chelléen o inoii-
stérii'ii chf caratterizzano distinti giacimenti, il secondo dei qnali è meno antico
dell'altro ed assai più diffuso. Cfr. Bull di Paletn. Hai., a XXVIII, pag. 15S e segg.
(2) Bull, di laletn. Hai., a. XVI. pag. (51.
(3) Per quello che risguarda l'età neolitica e l'eneolitica, che ne è la conti,
nuazione. reggasi l'importante lavoro del Colini. // sepolcreto di Remedello, che
si pubblica nel Bull, di Paletn. Ital.. a partire dalla. XVI : in esso sono pure
citate le molte pubblicazioni italiane e straniere relative alle dette età.
2i^0 LE Pir ANTICHE CIVILTÀ DELL'ITALIA
rocce non tutte forse del paese. Dove poi, nelle inchistrie. palesano
una singolare eccellenza, gli è nella ceramica, sorprendente per la
tecnica, per le forme e per le decorazioni.
Con quelle famiglie appariscono i primi sepolcri. 11 rito funebre
è quello della inumazione, e al cadavere, deposto come nomo che
riposi sul fianco piegate le ginocchia, o nella attitudine del feto, quasi
per esprimere la fede in una risurrezione, si associa quanto Festinto
aveva di necessario in vita. In alcuni casi si tumulavano le ossa
scarnite, come fra i Taitani e fra i nativi delle Andaman. applicando
talora alla faccia del cranio la maschera funebre, segno di riconosci-
mento e di onore nel mondo degli spiriti. Talvolta i superstiti tratte-
nevano un osso in ricordo del morto, se non per un concetto animi-
stico, oppure, se egli in vita aveva subita la trapanazione flel cianio.
per guarire da quella che fu detta « la malattia sacra », si tagliavano
rotelle craniali quali talismani che ne preservassero i vivi.
Né solo questo ci rivelano i pi'imi sepolcri. Nelle pianure si afli-
davano gli estinti alla nuda terra e tra i monti alle caverne, ma dove
era possibile si scavavano le tombe nelle rupi, costruendosi cosi il
più antico monumento del continente europeo. Per solito somigliano
a un angusto forno, e vi si entra scendendo ali" ingresso per un breve
declive o per un pozzetto cilindrico. In pianta disegnano la figura
della casa, e pel garbo delle curve, per la finezza della scarpellatura.
sono quanto di più iierfetto nel genere si possa eseguire con l'ascia
di pietra.
Gli avanzi di quella lontana età certamente non attestano un pro-
gresso locale dello stato anteriore, né accennano ad una civiltà len-
tamente introdottasi. Qua e là. con ciò che avevano di proprio,
restavano i vecchi abitatoli, e in mezzo ad essi apparvero improvvisa-
mente usi e costumi, arti e industrie senza relazione col passato. La
scena mutò d"un tratto, sicché nel quadro abbiamo la immagine di
una nuova immigrazione, della quale il cultore dell'archeologia pri-
mitiva non può pronunziare il nome. Egli vi dice soltanto che dovette
approdare alle spiaggie meridionali, se fra gli oggetti di ornamento,
portati con sé e abbandonati nel suolo delle capanne e delle caverne,
lasciò i gusci del mollusco delle perle e della Mitra oleacea. Sono
miseri avanzi, ma rispondono eloquentemente a chi non disdegni di
interrogarli e svelano le vie dell'Oriente. Né deve sembrale inverosimile
la traversata del Mediterraneo sopra dei canotti nell'età della pietra.
In condizioni uguali i Polinesiani si portarono sul Pacifico, distenden-
dosi dalla Nuova Zelanda, alle Sandwich e all'isola di Pasqua, un
triangolo di circa 05 gradi per 85, e soltanto quelli delle Isole della
Società, al secondo viaggio di Cook, avevano una fiotta di 17(lU ca-
notti con 08,000 uomini di equipaggio.
L'Asia Anteriore come la Minore, le isole dell'Egeo come l'Egitto,
ebbero la civiltà neolitica pari alla nostra : la stessa acropoli di Atene
ha dato di recente un sepolcro che vi appartiene: ma di tale civiltà
si ignora ancora la sorgente, né sappiamo da qual punto partissero
coloro che la portarono nell'Occidente. Questo é certo, che non solo
le famiglie stabilitesi in Italia, ma pur le altre spintesi ai lidi più
lontani parteciparono ai progressi di quelle rimaste oltre il Mediter-
raneo orientale, e al pari di esse impararono a fondere il rame.
L'introduzione dell'uso del rame segnò la fine della pura età neo-
litica, ma non la chiuse d'un tratto. Non fu che assai lentamente
LE PIÙ ANTICHE CIVILTÀ DELL "ITALIA 221
che le primitive condizioni ebbero a trasformarsi, tanto lentamente
«he oggi ancora, in Italia come altrove nell'Europa, rimane un filo
che ci lega a quel remotissimo passato. L'errore popolare di attri-
buire alle armi di pietra una origine celeste, credendole generate dal
fulmine, è la persistenza di una superstizione che sale alla piìi alta
antichità italica e greca, e anche allora non era che l'eco di una ar-
monia morta da secoli (1).
Non è possibile dire in breve quello che divenisse la civiltà neo-
litica col nascere della metallotecnica, quali i rapporti che stringevano
l'uno all'altro i vari centri abitati su tanta estensione di paese. Gli usi
e i costumi del jieriodo anteriore non mutarono sostanzialmente, ma
ebbero maggiore sviluppo le industrie, specie la ceramica, si molti-
plicarono i tipi delle armi e degli utensili di pietra del più squisito
lavoro, e si spandevano per ogni dove prodotti di contrade dispara-
tissime. Arrivava nella Lombardia l'argento lavorato dalla penisola
iberica, e nell'Italia media e nella inferiore alle armi del paese se ne
aggiungevano altre, forse originarie delle sponde del Nilo, quali si
rinvennero ad Ilio e nell'Alto Egitto.
11 segno più solenne peraltro della civiltà che si svolgeva allora
nel bacino del Mediterraneo, e fino all'estremo Occidente e al Nord,
l'abbiamo nello sviluppo delle grotte funerarie scavate nelle rupi e
nei monumenti megalitici, la cui semplicità misteriosa e la rozza
g:randiosità colpiscono tanto più vivamente la nostra immaginazione,
in quanto manca la speranza di svelarne il significato.
Erano templi all'aperto quegli enormi circoli di monoliti"? Erano
■colossali felici, o dovevano rammentare gesta gloriose quegli informi
blocchi che isolati o disposti in file si levano al cielo? La storia loro
è perduta, e sappiamo soltanto che si collegano coi dolmen, gigan-
teschi sepolcri che per la suppellettile e pei rito funebre hanno lo
stesso valoie delle grotte scavate nelle rupi. Una grotta aitificiale
•eneolitica dell'Italia ])arla il medesimo linguaggio di un dolmen del-
l'Andalusia, della Bretagna o della Drenthe. E qua e là sulle loro
pareti sono talvolta scolpiti i segni che non solo le industrie, ma
pur le idee religiose legavano quelle antiche popolazioni dell'Europa
alle più lontane dell'Asia. Le figure dell'ascia iramanicata e della
donna ignuda, rappresentate in alcuni dolmen e in alcune grotte del-
l'Occidente, sono il riflesso di uguali simboli venerati fino nell'Asia
Anteriore.
1 monumenti megalitici e le grotte artificiali, nel loro insieme,
formano una corona die chiude l'Europa centrale, nella quale si può
■dire non siavene traccia, tanto clie bisogna correre dalle sponde del-
l'Elba alla Crimea e al Caucaso prima di incontrare di nuovo i dol-
men. Del fatto sono state ]iroposte le più disparate interpretazioni,
ma non è forse diffìcile di spiegarlo, ove si tenga conto di un- note-
role avvenimento che nello stesso tempo si compiva nell'Europa
centrale.
Dal Wiirtemberg e dalla Savoia alla Baviera ed all'Austria s'im-
piantavano allora entro i laghi le prime stazioni lacustri. Pur queste
•ci rivelano un popolo che associava dapprincipio l'ascia piatta di rame
agli strumenti di pietra, sicché non è dubbia la sua ajiparizione al
termine dell'età neolitica, ma nulla ci autorizza a credere che fosse
(1) Cartailhac, L'àffe de pierre dans les souvenirs et sBperstitions populaires.
222 l.E Pir ANTICHE CIVILTÀ DELL ITALIA
uscito dalle famiglie che già occupavano il nostro continente. Esso
non vive in capanne sparse, né in caverne, bensì in centri limitati e
popolosi che hanno carattere di città. Inferiore ai vecciii abitatori
nella ceramica, li avanza nella copia e nella varietà di altre indu-
strie. Possiede numerosi armenti, e nei terreni circostanti coltiva su
vasta scala il lino e il grano. Non lo eccita il pensiero di eternare
in alcun modo la sua memoria : certo egli non ha scolpito sulle rupi
il segno del suo passaggio, né ha inalzata ]>ur solo una pietra che
lo rammentasse alle generazioni future. La sua storia è scritta sol-
tanto nei ritìuti della vita quotidiana, oggi coperti dalle acque o
dalle torbaie.
11 mutarsi improvviso della scena nel cuore dell" Europa rivela
senza dubbio una nuova gente, la quale do\ ette arrivare per la Valle
del Danubio, invitata dalla lunga distesa di laghi. All' intorno rima-
sero indipendenti le popolazioni antiche, e furono queste che lascia-
rono il testimonio della potenza loro non interrotta nei monumenti
megalitici (1) che. specie al Nord, si continuarono ad inalzare per
lungo tempo, e del cui signiticafo rimase traccia fin tardi nel culto
alle pietre, fieramente colpito da editti di Childeberto. Carlomanno,
Caiiomagno e da fulmini dei Concili di Arles, Tours, Nantes e Toledo (3).
Ma la barriera delle Alpi non limitò a sud il dominio dei nuovi ve-
nuti, e valicate le giogaie lepontine scesero nella Lond)ardia, ne' occu-
parono gli stagni e i laghi, con la sede forse principale in quello di
Varese. Di quei giorni l'Italia e le isole, importa di rammentarlo,
erano popolatissime da genti di diversa origine, alcune con la civiltà
neolitica, altre, e in numero maggiore, con quella caratterizzata dal-
l'uso del rame.
La prima invasione lacustre nell'Italia dilatò via via i propri
confini, superando a ponente il bacino d'Ivrea e toccando il Chiese
a levante: a sud si distese fin dove erano conche allagate acconce
per nuove sedi, senza giungere alle rive del Po. E in progresso di
tempo sarebbero cadute nel suo dominio anche le regioni subalpine
orientali, se non fosse sopraggiunto il popolo destinato a fondere in
uno i vari elementi della penisola e a compiere la propria missione
sulle rive del Tevere.
Etnicamente doveva (piesto avere origine comune con quello dei
laghi centrali, perchè eguale ne era la maniera di vita, perchè gene-
ralmente simili ne sono le industrie. Per esso è certa la provenienza
dalla Valle del Danubio, a motivo degli avanzi lasciati lungo la via (3).
Poneva come l'altro le stazioni sopra le palafitte, ma anche fuori dei
laghi e degli stagni; e dobbiamo a questo se ce ne rimangono inoltre
i sepolcri, che presentano un rito funebre affatto nuovo, quello della
cremazione. Non aveva interamente abbandonato l'uso di armi e di
utensili di pietra, portava con sé il bronzo che sapeva fondere mira-
bilmente, e traeva l'ambra dal Baltico. Gli erano sconosciuti l'argento
e il ferro, ma non si può dire altrettanto con certezza dell'oro. Emi-
grava in giorni nei quali fiorivano le splendide civiltà dell'Oriente,
tuttavia non è chiaro se e quali relazioni avesse con l'una o con
(1) Jiend. d. Accad. d. Lincei, ser. 4". voi. VI. 1" som., pag. 192.
(2) Nadaillac, Les premiers ìiommes et ks temps préhistoriqnes. toL I, pag. 14.
(3) Questo venne osservato fino dal 1877 {J/em. d. Accad. d. Lincei, CI. di
se. mor., ser. 3", voi. I, pag. 309j.
LE PIÙ ANTICHE CIVILTÀ DELL' ITALIA 223
l'altra. In ciò che ha lasciato di quel periodo non vi ha nulla, almeno
fin qui, che rammenti l'Asia Anteriore, e scarsi o di dubbio valore
sono gli indizi di rapporti con l'Asia Minore e con 1' Egeo.
Pervenuto nella Croazia, nella Moravia e nella Bassa Austria sì
distende come un ventaglio, e al sud, proseguendo tra i monti, con
un ramo passa sulla Bosnia (1), e con un ramo diverso scende nel
Veneto, ne popola i laghi tuttora disabitati, e poiché questi non
bastano si diftoiide fuori di essi, popolando il Mantovano e i tenitori
orientali del Bresciano e del Cremonese. Xè ([ui si arresta. A diffe-
renza delle prime famiglie lacustri varca il Po, invade l'Emilia, e sale
su per i colli subapennini fino a toccare le alture di Porretta.
Uscito dalla schiatta che edificava le abitazioni sui pali, non ab-
bandonò l'antica usanza qualunque fossero le condizioni del luogo. Si
posasse nelle pianure o sui colli costruiva religiosamente la palafitta,
che costituiva il carattere nazionale delle proprie stazioni. Sono opera
sua e di cpiel lontano periodo le terremare della bassa Valle del Po,
forse il più importante monumento della pura età del bronzo in tutta
Europa, pel quadro completo che ce ne mostra, e di altissimo valore
per noi, come quello che ci svela l'origine della civiltà italica, ci dà
il filo per interpretare e coordinare antichissime tradizioni rifiutate
come leggende, e ci guida a risolvere il problema della fondazione di
Roma.
So di dir cose troppe volte ripetute, ma poiché l'avere chiarita
nelle terremare la prima pagina notevole della nostra storia è tutto
merito di studiosi italiani, confido che non si vorrà tenermi in colpa
se ricordo le particolarità caratteristiche di quelle stazioni.
Fin qui abbiamo incontrato selvaggi nomadi, o società più pro-
gredite ma jiur sempie primitive, o popolazioni come quelle dei laghi
lombardi, relativamente avanzate, le cui reliquie però non permettono
di formarci un concetto pieno della loro organizzazione sociale. Nelle
terremare invece ogni dato rivela norme, leggi, riti che si mantengono
e si svolgono nelle età posteriori.
Esse non disegnano in pianta la figura che il caso porti; sul monte
o nel piano sono sempre quadrilatere con forma di trapezio, in origine
determinata nelle pianure dalla ragione idraulica di avere nell'angolo
acuto il partitore dell'acqua che allagava la fossa: trapezoidale era la
Roma quadrata, e più tardi trapezoidale si costrusse la favissa del
tempio di Vesta, perchè il tempo rende spesso venerabile e perpetuo,
sia pure come simbolo, ciò che ne viene dalle passate genera-
zioni. Chiudono le terremare un argine di terra circondato da fossa,
e aggere e fossa cingevano la Roma Serviana. Per determinare il peri-
metro delle loro stazioni i terramaricoli scavavano nel vei-gine un
solco, e cum aeueo vomere, secondo la tradizione, i popoli storici
dell'Italia tracciavano con un solco il pomerio. Le terremare sono
orientate con orientazione primaverile che prova la stagione in cui si
impiantavano: orientate erano le città italiche, e si ha pur sempre la
tradizione delle primavere sacre. Un unico ponte, di solo legno, mette
(1) La suzione di Dòii.ja Dolina sulla Sava, ad esempio, trova riscontro
nella terramara Castione dei Marchesi in provincia di Parma {Glasnik Zema-
Ijskoy Mmeja n Bosni r Hcrcegovini. voi. XIII, tav. I-YIII: voi. XIV. tav. I, II.
Cfr. con gli Atti d. Accad. d. Lincei, Mem. d. CI. di so. mor., ser. 3", voi. TIII,
tav. II-IV della terramara di Castione).
'224 LE PIÙ ANTICHE CIVILTÀ DEIX'lTALIA
alle stazioni dei terramaricoli : in Roma il Ponte Sublicio è mantenuto
di legno senza chiodi, affidato fin tardi alle cure dei Pontifices, ai
quali se ne attribuiva la prima costruzione. Nelle terremare le case,
quadiilatere, sorgevano entro insulae rettangolari, divise da cardini
e da decumani, che perfettamente corrispondono in ogni particolare
alle norme seguite dappoi e prescritte dai Gromatici per le castra.
Perfino l'unità di misura accertata nelle teriemare. salvo una insignifì-
caute ditterenza, ripete nella lunghezza il piede romano. .Ma v'ha di più.
Nel bel mezzo del lato orientale delle terremare s'incontra un'aiea
limitata, enorme costruzioiie di legno e di terra, un femjjhini nel
significato jirimitivo della parola, l'arce, il germe del foro e del pietorio,
nel centro della quale si apre una piccola fossa clie ci |)orta coi pen-
siero al mtmdìis della città romulea. E nei pozzetti chiusi da tavole,
che stanno nel fondo e sono incavati nel vergine, abbiamo forse la
origine di quei misteriosi pozzetti ai giorni nostri scoperti nel Comizio
sul Foro Romano (1).
E se ci muove il desiderio di sapere quale onore si rendesse agli
estinti dal popolo delle terremare. ci si para innanzi il quadro delle più
povere neciopoli che pieseiili l'Italia antichissima. 1 cadaveri venivano
cremati fuori dell'abitato, e ivi le poche ossa rimaste fra le ceneri si
raccoglievano in rozzi ossuari tenuti allo scoperto, privi di qualsiasi
corredo (2). In città di legno edificate sopra pali non era possibile accen-
dere roghi: di qui la necessità di compiere all'esterno i riti funebri,
di qui. se non m'inganno, l'origine del costume che più tardi la legge
sanziona col precetto: Hominem mortiinm in urbe neve sepelito, neve
urito. Oh ! non è certamente casuale il meraviglioso riscontro che le
città italiche dei tempi storici trovano in quelle ond'era sparsa la bassa
Valle del Po nel secondo millennio av. Cr.
1 palafitticoli, chiamiamoli cosi, nell'età alla quale siamo giunti,
formavano due gruppi nell'Italia superiore, l'occidentale che non oltre-
passava il Po. e l'orientale che giungeva alle vette dell' Appennino (3).
Le terremare spettano esclusivamente al secondo. L'uno e l'altro non
laminavano il bi-onzo, lo fondevano soltanto e in fogge svariai issime,
non sempre però eguali in una regione e nell'altra, e la copia più varia
dei tipi appartiene al gruppo orientale. Caratteristica in amendue è la
mancanza assoluta di segni che accennino a scrittura e di ogni indizio
(1) Per le particolarità caratteristiche delle terremare, così del monte come
■del piano, e per le analogie fra di esse e le città italiche dei tempi storici, vedi
specialmente : Atti d. Accad. d. Lincei. CI. di se. mor.. ser. 3", voi. Vili, pag. 265
e segg. - Read. d. Lincei, Ci. di se. raor.. voi. II, pag. 832 segg. e pag. OOó segg. -
Monnin. antichi d. Lincei, voi. I. pag. 121 e segg. - N^ot. d. scavi 1902, pag. 4ò0
e segg.; 1898. pag. 232 : 1893, pag. 9^e segg. : 189Ì5, pag. 57 e segg. ; 1897, pag. 132
e segg. : - Bull, di Paletn. Ital., a. XII, pag. 1 e segg. ; a. XIX, pag. 103; a. XXI,
pag. 73 e segg. ; a. XXIII, pag. 56 e segg. ; a. XXIV. pag. 296 e segg. : a. XXVI,
pag. 1.51 e segg. - Helbig, Die Italiker in der Poehene. 1879.
Il primo peraltro ad osservare le particolarità di costruzione delle terremare
e a notarne le relazioni con lo più antiche città italiche fu Gaetano Chierici
con l'opuscolo Le antichità preromane della provincia di Reggio nell' Emilia, pub-
blicato nel 1871.
(2) Bull, di Paìetn. It., a. XVI, pag. 21 e segg.
(3) Le prime e alquanto estese osservazioni sui due gruppi orientale e oc-
cidentale delle palafitte subalpine si hanno nei Momim. antichi dei Lincei, voi. I,
pag. 145 e segg.
LE PR- ANTICHE CIVILTÀ DELI. ITALIA 2^ii>
di arte tìgurata : la stessa decorazione geometrica si riduce a pochi e
semplici elementi non di rado isolati. Ma negli strati superiori delle
terremare compariscono rozze figurine fìttili, più spesso di animali, e
fibule di bronzo, arnese affatto nuovo, le une e le altre di tipi che si
incontrano nelle isole dell'Egeo.
Circa in quel momento rimane disabitato il Lago di Garda, e via
via sono abbandonate la Lombardia orientale e 1" Emilia occidentale.
Fosse raumentata potenza die li confortasse a tentare nuove con-
quiste, fosse il proposito di partecipare ai benefizi degli attivi com-
merci che le popolazioni dell" Egeo esercitavano specialmente con la
Sicilia, fatto sta che i terramaricoli uscirono in forte numero dalla
Valle del Po. si stesero a sud delfAppennino, e arrivarono sino alle
sponde del Jonio. Tuffai più si chiudeva allora il secondo millennio.
La via percorsa dovette essere quella fra le alture del versante
orientale delLAppennino. Ne sono indizio i prodotti industriali propri
dei terramaricoli che si sparsero fra le genti neolitiche ed eneolitiche
delle Marche e degli Abruzzi e rimasero sepolti fra gli avanzi delle
loro capanne. Di ciò invece non si ha traccia fin qui nell'Etiuria. Jla
a parte la questione della via tenuta, l'accennata antichissima emi-
grazione è certa. Inducevano da tempo ad ammetterla le palafitte
scoperte presso Oftìda nel Piceno, a Castelvenere nel Beneventano, a
Pertosa in quel di Salerno, e oggi se ne ha la prova la j)iù evidente
nella terramara di Taranto (1).
Si trova questa sopra lo Scoglio del Tonno, dove giunge apjjena
l'acqua che scende dal cielo, tuttavia non si lasciò di costruire la
palafitta e di circondarla con Faggere e con la fossa. Si risentivano i
benefizi della civiltà micenea attestati da talune reliquie rinvenute,
ma i bronzi che si fusero sul luogo, ma le ceramiche che ivi si pla-
smarono sono le .stesse della bassa Valle del Po. Dinanzi a quel
materiale archeologico pai' di studiare l'età del bronzo del Lago di
Garda o delle provincie dell' Emilia. Nelle contrade prossime gli an-
tichi abitatori mantenevano il rito funebre della inumazione in grot-
ticelle a forno; dove invece si era posata la nuova gente, come a
Timmari nel Mateiano, i sepolcii erano poverissimi ed esclusivamente
di cremati.
E quando, fra il .\ e l' viii sec. av. Cr., per gli elementi fecon-
datori venuti dall'Asia Minore, dall'Egeo e dalla Grecia, la civiltà
dei terramaricoli erasi trasformata in quella che si convenne chiamare
della prima età del ferro, nelle nostre contrade meridionali almeno
si abitava ancora sulle palafitte, come dimostra quella assai estesa
che si viene ora scavando sul Sarno nella Campania. Del resto non
vi ha in ciò nulla che debba sorprendere. Anzitutto fino ad oggi non
si avevano notizie delle stazioni italiche della prima età del ferro,
non essendo state mai, non dico esplorate, ma nemmeno cercate. Poi
si ripete pur qui uno dei tanti casi di persistenza dell'antico, che
presenta la storia di ogni civiltà, di ogni famiglia, di ogni razza: e
il fatto della Valle del Sarno non rimane isolato in Europa. Megabizo.
nel VI sec. av. Cr., non riusci a sottomettere i Peonii della Tracia
perchè abitavano sui pali nel lago di Prasia. le legioni di Traiano
incontrarono i villaggi sulle palafitte tra i Daci, i Ganci della Frisia
(1) Nof. ti. scali 1900. pag. 411 seg. - Bull, di Paletii. Hai., a. XXVI. pag. 6
e seg. ; a. XXVII, pag. 12 e seg.
] 5 Voi. evi, Serie TV - 16 luglio 1903.
:J'2l) l.E l'ir ANTICHE CIVILTÀ MEI.l/lTAl.I.V
li mantenevano al cadere dell'Impero, e sul Laf>o di Paladrù nel di-
jìartinienlo dell' Isère duravano ancora ai }>iorni dei Carolingi (I ).
Dalle spiafige tarantine alla Sicilia il tiagitto è breve, eppure i
conquistatori delle contrade nieiidionali non lo tentarono e gli abi-
tanti dell" Isola continuarono a vivere di vita propria e indipendente
fin) alla colaniz/azione greca. E come gli emigrati dalla Valle Padana
non passarono sulla Sicilia, così non occuparono alcun'altra delle
isole. Erano giunti per la via di terra, e mai, nei giorni ai ((uali mi
riferisco, percorsero qnella del mare. Ecco, in breve, ciò cbe oggi il
))aletnologo può diie delle civiltà dell'Italia anteiiori al primo mil-
lennio av. Gr.
So di non avere presentato un quadro completo, ma per ottenerlo
occorrono più estese esplorazioni. Non sono certamente pochi i pro-
blemi di archeologia primitiva italiana ri.soluti o quasi negli ultimi
quarant'anni, ma di altri si può dire non sia nemmeno cominciato
lo studio. Ignoiiamo ancora, ad esempio, quali fossero le condizioni
deirEtruria e dell'Umbria, allorché i terramaricoli stavano alle sor-
genti del nostro Reno e si dirigevano inoltre alle regioni meridionali,
il materiale delle arcaiche tombe dei Colli .\lbani e deirEsqinlino.
per le qnali si rendeva facile di presagire la scoperta di t(uelle coeve
del Foro Romano e di altri punti del Settimonzio. ha mostrato da
tempo che la civiltà laziale trae origine dalla bassa Valle del Po, ma
le scoperte frequenti e casuali di oggetti caratteristici dei terramari-
coli, che avvengono nella Sabina e nella Marsica, rimangono sterile
invito a rintracciare su quelle alture gli anelli che mancano alla ca-
tena, la quale mette capo ad Alba Longa e alla Roma quadrata.
Gli è principalmente a colmare lacune simili, e altre potrei ci-
tarne, che devono essere rivolti gli studi e i mezzi, se vogliamo che
l'arclieologo presti il più alto servizio che da esso si possa attendere,
quello cioè di concorrei-e col glottologo e con Io storico a scoprire
come sia nata e cresciuta la nazione italiana e a mettere bene in
chiaro le ragioni di quanto ha prodotto attraverso i secoli, affinchè
dal confronto del passato col presente abbia essa gagliardo conforto
a perseverare nella missione che le venne affidata'.
LlKil Pkìorixi.
(1) Oltre al fatto notissimo dei Peonii riferito da Ei-odoto, veggasi : per la
Dacia, CiCHORlL's. Die Traiaiissiiiile, tav. XX. XL, XLI; per la Frisia, Bull, di
Paleln. Ital., a. VII, pag. 110 e seg.. e Dirks. De Terpen viin Friculand ; pel lago
(li Paladrù, Chantre, Les palafittes on coiistnictions lavniitres dn lac de Paladrn.
JVIATERNITA
DRAM.MA I\ QUATTRO ATTI
ATTO TERZO.
In campagna. — È il pomeriggio di una bella giornata settembrina. Una
camera .spaziosa, nitida, gaia, piena di aria e di luce. L'ambiente è quasi rusti-
cano, ma raggentilito da una signorilità semplice e modesta. — Una porta a
destra, una porta a sinistra. Un'altra porta, molto ampia, a due battenti, si apre
nel mezzo della parete in fondo e scopre il verde scintillante di un folto pergo-
lato. A poca distanza dalla porta, tra il fogliame della vigna, spicca la tinta
biancastra del parapetto d'un pozzo e mettono un luccichio più vivo la secchia
tersa e la carrucola che pende dal ferro arcuato. — Un fìnestrone è accanto
all'uscio di fondo e s'apre anch'esso sulla vigna. La camera è mobiliata per le
bisogne domestiche. Una credenza carica di stoviglie, di biancheria, di posate.
Qualche stipo. Qualche pianta di rosa in vaso grezzo. Una piccola tavola per
il desco. Una tavola grande coperta da un panno bianco, e sopra di essa alciuie
scatole in cui sono ammonticchiati bavaglioli. camicine. cuffiette. Ticino a questa
tavola un cestino da lavoro.
SCENA 1.
Claudia e Teresi.va.
Claudia — {in piedi presso la tavola coperta dal panno bianco, vi
stende sa nastrini, tulle, mussola. È sola. Chiama:) Teresina !
Teresixa — {di dentro). Signora !
Claudia. — Che non sia freddo addirittura questo ferro.
Teresi.\'.\ — {entra portando un ferro da stirare. Lo accosta un
po' alla faccia). Per stirare robetta leggera basta com'è.
Claudia. — Dammi.
Teresina. — Faccio io. So fare. Voi vi affaticate troppo.
Cl.audia. — Ma di clie t'impicci tu? Non sono mica ammalata, per
tua norma. {Prende il ferro, lo strofina sopra una pietra che è
sitila tavola e stira accuratamente).
Teresina. — Un poco ammalata, siete. .Ieri, per esempio...
Claudia. — Che ne sai di Jeri ?
Teresina. — Si vedeva.
Claudia — (stirando;. Non c'era niente da vedere, hai capito ?
Teresina. — Avevate la faccia come la carta che era una pietà a
guardarvi.
Claudia. — Ma che me ne importa di Jeri se oggi sto benissimo? Sta
meglio di te, sai.
5^8 MATEK.VITÀ
Tekesi.va. — Axete un l)el direi Tutte le donne stanno mi pò" malate,
quando fanno i figliuoli.
Claidia. — \'oriei sapere chi te le insegna queste sciocchezze 1
Teresina. — Il curato.
Claudia. — 511 nievaviolio di lui che parla di certe cose alle ragazze.
Teresixa. — Ce ne parla a fin di hene. Egli ci dice sempre che il fare
i figliuoli è una malattia. [Imif anelo la voce del curato) « State
attente, ragazze. State attente a non cadere in peccato. Fatelo
almeno per la salute ».
Claudia — (sorrkleììclo). Se dice così, dice giusto. Ma resta a capire
quand'è che si cade in peccato.
Teresixa. — Da noi. .soltanto quando ci si marita non si cade in
peccato. Ho da liscaldarlo un altro ferro?
Claudia. — No. grazie. Non mi serve. Apparecchia itiuttosto. e pensa
a darmi da pranzo.
Teresi.na. — Ho già messo a cuocere i^ceci.
Cl.\udia. — Mi dai la huona minestra di avantjeri ?
Teresix.a. — Quella vi do. (Apparecrhia leiitanieiife indiifiiavclo (>(ji>i
IfAììlo a parhn-c). Vi piacque"?
Claudia. — Molto. E mi ti raccomando per la carne. Teresina. Ricor-
dati che devo mangiarne spesso: e tenera ha da essere.
Teresixa. — Don Fahiuccio Nasti, che nella macelleria del padre co-
manda lui. me n"ha portato un tocco da f;u-e alla cacciatora, tenero
come il hurro.
Claudia. — Un quarto di chilo ?
Teresixa. — Pago sempre per tanto: ma, siccome lui amoreggia con
me, io ne profitto e me ne prendo di più.
Cl.\udia. — Ciò non va bene.
Teresixa. — lo me lo sposo.
Claudia. — E che vuol dire che te lo sposi .'
Teresixa. — Vuol dire che io gli do più di quello che ho preso.
Claudia. — E della malattia, non ne hai paiu'a ?
Teresina. — Eh! Presto o tardi ci si ha da ])assare, penso io. Siamo
donne per questo.
Claudia. — Hai ragione. [Ha finito di stirare. Raccoglie e piega i
nastriiìi, il tulle, la mussola). Si dice che la Madonna di Roccaro-
mita ])rotegga le mamme...
Teresixa. — Sì che le protegge. Avete fatto hene a venirvene a Roc-
ca romita.
Cl.\udia. — Ma io... idissittiulaudo) non ne sapevo nulla. Ci sono venuta
perchè qui ho trovato ad acquistare questa casetta per pochi soldi.
Teresixa. — La Provvidenza vi ajuta.
Cl.\udia — {animandosi). Certo che mi aiuta! (Il suo viso si contrae
ìin poco. Iinpaìlidisce. Ella si sorregge a una sedia).
Teresixa. — Lo vedete?!...
Cl.vudia. — No, no, f inganni.
Teresixa — (corre a lei per soccorrerla).
Claudi.\. — Ma no... Inezie! (Un silenzio. Siede. Le passa sulla fronte,
come un'ombra. Indi scuote la testa. Si rianima). Ecco. Più niente.
(Si dispone a lavorare di cucito).
Teresixa — (terminando di apparecchiare). Frutta ne ho da comperare?
CL.A.UDIA. — E guarda! Abbiamo lì quel pò" pò" di uva mosc^della.
Teresixa. — Se la nuova massaia non se ne dispiace...
MATERNITÀ ^2:29
Claudia. — Non può dispiaceri^ene. L'uso di questa piccola vigna me
lo sono riserbato per me.
Teresi.na. — Allora, ve li colgo due grappoletti maturi ?
Claudia — {feslosameute). Io! io! (Si alza e corre al pergolato).
Teresina — (citrios((ii(lo, tocca e (juarda i nastri, i merletti, le cuffiette,
le carnicine, i harafilioli già cuciti). Gli fate un corredo coi flocchi
al piccino !
Claudia — {dal pergolato, mentre accglie i grappoli da cogliere). Xon
guastare. Teresa.
Teresixa. — Non guasto, no. [Continuando a guardare) Ma peicliè.
poi, tanto tempo prima ".'
Claudia. — Com'è bionda! Seml»ra tutta sparsa di polvere d'oro (Tor-
nando con i grappoli in mano e assaggiando-qualche chicco d'uva}
E com'è dolce! Prendi. Teresa.
Teresixa — (stacca anche lei (fitalche chicco e gusta). Dolce assai.
Claudia — (mette l'ara sulla tavola da pranzo e si asciuga le dita,
alla tovaglia).
Teresixa. — A voi che ve ne paie"/ Saia un maschio o sarà una
femmina '?
Claudia — (stringendosi nelle .'spalle, tutta sorrisi in volto). Mah !
(Siede presso il cestino).
Teresixa. — Non ce l'avete messa 1" intenzione .'
Claudia — (infilando l'ago). No.
Teresixa. — Quando sarà il momento, io ce la metterò, percliè il piimo
figlio lo voglio maschio.
Claudia — (cominciando a ornare una cuffìeitu). E se lo sposo ce ne
metterà un'altra .'
Teresixa. — L'intenzione dell'uomo non conta.
Cl.audia. — Ah no"? (Si volta e la guarda). E questo clii te l'ha in-
segnato !
Teresixa. — Nessuno. Lo so da me.
(Si odono, di dentro, tre colpi alla porta).
Claudia. — Picchiano. Teresa. Sono tie col|ii. Saia il signor .Maurizio.
Va ad aprire.
Tereslva. — Vado. (Esrr a. sinistra).
[Un silenzio).
Teresixa — (senza comparire, dalla .ifanza attigua), fi lui: il signor
Maurizio.
Claudia — (celiando). La marchesa non riceve.
SCENA 11.
Claudl^ e Maurizio.
Mairizio — 'porta gli occhiali verdi. Inilossa un costume dalle tinte
gaiette e un paltoncino col bavero alzato. Entrando) Riceviate o
no, io sono qua.
Claudia. — Ancora ?
Maurizio. — Come ancora'! È un pezzo ciie non mi vedete.
Claudia. — Da jeri l'altro.
Maurizio. — Ma non da Jeri. Ce n'era alibastanza per credere che voi
aveste il ]iiii vivo desidei'io di vedermi.
^30 MATEUNITÀ
Claudia. — \'enite (}ua. iSedete. {(IH porue la mano, die MaHvh'm
strhnjc con tiiU'o due le sue).
Maurizio — {phiìia mia seiìia e sta per sedere accanto al cestivo).
Claudia. — Toglietevi, per favore, quel imlef ot, que^M occhiali... Siete
opprimente cosi imbacuccato !
Maurizio. — Gli occhiali me li tolgo ;sui)ito. pei che qui dcatro, se iJio
vuole, polvere non ce n"è. Ma quella strada maestra!... L'altro
jeri mi sono rovinato gli occhi. Guardate (|ui {alìanjaìido le pal-
pebre con Ir dita). Ho mia minaccia di congiuntivite! Lasciare le
strade maestre in quello stato è iin"infamia! .Ma che cosa tanno i
consiglieri della Provincia':" (Ilic cosa fanno i depulafi/ Clie cosa
fanno i ministri? (Siede).
Claudia. — E il paletot 'ì
-Maurizio. — No. vi domando perdono, ma il paletot per ora mi ab-
bisogna. Ho fatto di eorsa quesfultimo tratto di via, che mi sembra
il Calvaiio, e. se non mi sbaglio, sono un tantino sudato. Aggiun-
gete poi che questa non è mica una camei-a : è un ventilatojo.
'Claudia. — Potevate fare a meno di correre.
Maurizio. — Eh ! di tante cose si potrebbe fare a meno !
■Claudia. — Per esempio^?
Maurizio. — Per esempio, di venire fin cpiassii Ire volte la settimana.
Claudia. — Perchè ci venite .'
Maurizio. — Io non lo so.
Claudia. — {ridendo un po'). Ali. ali. ali !
Maurizio. — Che c'è da ridere.'
■Claudia. — Ricordavo... le tre volte la settimana di Olghina : lunedi,
mercoledì e venerdì.
Maurizio. — Ma che confusione late !
Claudia — {graziosamente, dopo nna pausa). Come sta .'
Maurizio. — Sta bene. Credo che stia bene.
Claudia. — Sempre... tre volte la settimana '
Maurizio. — No, no.
Claudia. — Due volte?
Maurizio. — Nemmeno.
Claudia. — Una sola"'!... Povero .Maurizio!
Maurizio — {con comico risentimento). Vi prego di credere. Donna
t;iaudia...
Claudia. — Andiamo, non vi arrabbiate, che anzi io mi congratulo
che siate divenuto più saggio.
Maurizio. — Piìi saggio! .. Chi può dirlo poi se è proprio saggezza".'
La verità è che tutta questa storia mi ha scombussolato. Ci pen-
sate voi che quando verrà pronunziata la sentenza di separazione
tra voi e vostro marito non ci sarà un cane il qu.Ue non avrà la
convinzione che io sono il vostro amante e anche il... Mi ca-
pite, eh".'
Claudia. — La vedt^te (|iiesla cuftiettiiia com'è caiuccia.'
Maurizio. — La vedo si. la vedo.
Claudia. — E un amore!
.Maurizio. — I'] tanto caruccia. sì. ma datemi retta. .\ou si tratta duna
bazzecola. È un fatto d'una gravità singolare, singolarissima. Io
sarò in una falsa posizione vita naturai durante.
Claudia — {con la massima calma, lavorando a un'altra ciiffiefta). Il
vostro nome non verrà fuori. Voi sareste forse indiziato se ci fosse
MATERNITÀ 231
un sincero dibattito in tribunale. Invece, no, sarà tutta una mi-
rabile tìnzione, perchè mio marito ed io ci siamo messi d'accordo.
ilAURizio. — Ma visto che d'accordo avete stabilito di dimostrare che
vostro figlio non è suo, il naturale candidato alla paternità ho il
piacere di essere io. È chiaro.
Claudia — (sensa dorsi ìiessima pena). Ma no!
Mal'rizio. — Sentite, Donna Claudia, questo figlio deve pur averlo fatto
qualcuno.
Claldi.a. — {con un sorrisetto honario). Ecco quello che vi nego.
Maurizio — {scattando in piedi). Quando si arrivano a dire di queste
enormezze, non e' è più nulla a sperare dalla logica umana !
Claudia — {graziosissimamente). Non urlate. Nunù. perchè gii urli mi
guastano l'appetito.
Maurizio. — Chi è Nunù?
Claudia — {rifacendo le voci e i gesti del primo atto). « Addio. Nini ! »
- « Addio, Nunù! ». {Ride).
Maurizio — (rammentandosi). Ah !... Ve ne ricordate"? (Facendosi serio)
E da allora, purtroppo, sono cominciati i guai!
Claudia — {ride più forte).
Maurizio. — Ma voi ridete sempre. Donna Claudia I
Claudia, — Oh Dio ! Non dovrei ridere neppure ])ensando a quel servo
imbecille, che. secondo voi. riconoscendomi per la marchesa di Mon-
tefranco, mi avrebbe terribilmente compromessa ? Vedete come sono
mutate le cose. Adesso, voi medesimo venite quassù, da me... tre
volte la settimana, affrontando la polvere, il caldo, il vento, il freddo,
e mi compromettete con la i)iù spensierata disinvoltura.
Maurizio — {sedendo di nuovo). Voi scherzate, e intanto vi assicuro
che più o meno queste stesse parole io me le dico senza punto
scherzare quando ci penso. Non è precisamente della compromis-
sione ufficiale che io mi preoccupo. Oramai quella lì è un incidente
esaurito. Ma c'è una compromissione di altro genere...
Claudia. — Che riguarda me"?
Maurizio — {facendosi sempre piii serio). No, non riguarda voi. Per-
chè, sappiatelo, non tutti gli uomini sono come sembrano!-...
Cl.\udia. — Bella novità!
Maurizio. — Io sembro uu vecchio fannullone, un vile cultore del
proiuio lienessere, di quel benessere mediocre e jiedestre, che non
corre nessun rischio in mezzo agli urti, alle grida, alle attlizioni,
alle lagrime dell'umanità sofferente, e che, da altra parte, non
aspira alle grandi gioie, ai godimenti supremi, e non li rasenta
mai. Io sembro un uomo fatto con la ricetta : tanto di prudenza,
tanto d'indifferenza, tanto di bontà, tanto di debolezza, tanto di.
virtù e tanto di vizio, e il tutto mescolato bene e riscaldato a
liagnomaria. Io sembro, insomma, e sono forse stato, ne convengo.
la negazione di ciò che rende la vita molto bella o molto brutta,
(li ciò che la rende movimentata e profonda, di ciò che la distrugge
o la ravviva, che l'abbassa fino al fango o la eleva sino al Cielo:
(con slancio) ma io. Donna Claudia...
Claudia — {interrompendo apposta e mostrandogli la seconda ciif-
fietta). Vi piace quest'altra col nastrinuccio celeste"?
{Una breve pausa).
Maurizio — {con un po' di tristezza interiore). Si. mi piace.
::>3:2 MATERNITÀ
Claidia — coM molta- animazione). Ce n' è di tutti i e;usti. Guai-
date ! guardate! (Prende la scatola riborrmilr lìi riiffirtfp\.
Maikizio. — Ditatti, ce n" è moltissime.
Ci.ALDiA. — E ce ne saranno anche di i<iù.
.Maurizio. — Ma, tanto per sapere, quanti tJKliuoli conlate di mettere
al mondo in una volta sola?
Olai'dia — (con tenerezza soave). Uno. mio buon Maurizio, che sarà
tutto il mio mondo !
Malrizu). — Ecco... Quando dite queste cose, con quella voce, con
quel certo^non so che di dolce e di commovente... è un affai'e serio !
Io ne piglio...
Claldia. — Una malattia!
y.lw'RiziO — [la commozione ([itasi io rinrp sud mahiraiìo). No! Doiuia
Claudia, devo convenire... che ne piglio un jioco di buona salute.
SCENA III.
Claidia. .\ÌArRizi() r Terksi.va.
Teresixa — (di dentro). Signora! (E tossisce come per meglio aveer-
tire della sua presenza).
Ci-vroiA. — Cosa e" è?
Teresixa — (di dentro). Posso entrale'
Cl.AUDI.\ — (a Maurizio, sorridendo della reticenza di Teresina). Che
ne dite? Può entrare?
Maurizio. — Come vi divertite a mie spese! (Levando la voce e ten-
tennando la testa in segno di pazienza) Entra pure, ragazza, che
non ci disturbi.
Teresixa — (entra con la zuppiera famanie).
Clal'di.\ — {continaando la celia - a Teresina). Perchè hai doman-
dato se potevi entrare'?
Teresixa — (indicando Maurizio). Eh!... Quando c'è lui...
.Maurizio. — No, sai, ti sbagli !
Teresixa — (mettendo la zuppiera in tavola). Mi ]iien(lete per allocca"?
Ma io lo capisco quello che siete.
.Maurizio — E inutile: ne è convinta anche lei!
Claudia. — .\lmeno per galanteria, non dovreste lamentarvene.
Maurizio — (alzandosi). Si. sì. Buon jiranzo! lo vi lascio.
Claudia — (preparando in fretta un altro coperto). No, no. Qui. ac-
canto a me. \'i offro una minestrina paesana, che è un piccolo
capolavoro.
.Maurizio. — Non è ora mia. Donna Claudia. \"i ringrazio.
Claudia. — In campagna si può mangiare a tutte le ore.
.Maurizio. — Mijfarà molto male, lo so. Ho anche l'emicrania oggi.
Claudia. — Sedete e mangiate. Senza discussio:ie, e sopratutto senza
paletot.
Teresixa. — Evvia. non \i fate ])regare, che dovreste essere voi a
pregar lei.
.Maurizio. — Santa pazienza! (.S7 toglie il paltoncino e siede a tavola).
(ii.AUDiA. - Svelta, Teresa. Taglia il pane e cerca nella credenza una
bottiglia di Gragnaiio rosso.
Teresixa — (esegue).
MATEUXITÀ i233
Ilaudia — {seriiendo la ìninesti-a). Sentite che odore? Roba sana! E
bisogna mangiarla calda calda, {rnsistemlo} Non fate laflreddare.
ilArRizro. — Ho capito ! (Assaggiando) Non avete torto, sapete. Sarà
forse la suggestione, ma giurerei di non aver mai provato una mi-
nestra squisita come questa.
Claudia. — E se aveste la fame die lio io!
iIaurizio. — È un piacere vedervi a tavola con tanto ardore !
jLAUDia — Teresa! Tei-esa! Bada alla carne. Non troppo cotta, mi lac-
comando.
Peresina — {via).
iIaurizio. — Non vi si riconosce più. Non so... Siete tutfaltra donna!
vLAi'DiA. — E dite, dite la verità: d'aspetto come mi trovate.'
Iaurizio. — Attraentissima!
If^audia. — Che c'entra!
Iaurizio. — Vi trovo colorita, fresca, luminosa, inagnitìca. E mi pare
che tutto que.sto sia attraente.
Claudia. — E Jeri, invece, quel vecchio gufo del dottor Berner. di-
cendomi delle parole sibilline, mi guardava con certi occhi, che
per un momento mi fecero sospettare d'essere diventata un cencio.
Iaurizio. — Come vi saltò il ticcliio d'andare dal dottor Berner?
Claudia. — Volli consultarlo.
Iaurizio. — Eravate molto sofferente?
Claudia — {con urgenza, eccitandosi). No! Poco, jiochissuno... Quasi
niente! Ve lo accerto, Maurizio: quasi niente...
Taurizio. — Ne sono persuaso, che diamine! E aiipunto, dicevo, non
era il caso di recarsi apposta in città per consultare un pezzo
grosso.
;laudia. — D'altronde, io non ho nessuna esperienza. Il dottor Ber-
ner mi ha vista nascere... È uno specialista di gran fama... Mi
parve abbastanza naturale ])rofittare dei suoi consigli.
Iaurizio. — 13 questi consigli?
Ilaudia. — Non me ne dette.
Iaurizio. — . Meglio.
Ilaudia. — Soltanto, con la sua consueta aria d" importanza, mi pro-
mise che sarebbe venuto domani a vedermi qui. Ma mi annoia la
sua visita, lo non lo riceverò.
[aurizio. — Scrivetegli piuttosto di non venire.
!laudia. — E se poi... {Si rattrista ad un tratto) Se poi... avesse a
dirmi qualche cosa di molto serio?
Iaurizio. — Non cominciate a farneticare adesso, peicliè su cfuesto
terreno oggi non me la sento di seguirvi. Io non sono uno spe-
cialista... Ciò è incontestabile. Ma se io vi dico che non siete mai
stata così florida e forte, potete contarci.
Ilaudia. — Giuratemi che non m'ingannate.
Iaurizio. — Ve lo giuro.
Ilaudia — {esaltandosi). Sì, si. vi credo... vi credo!... \'oi siete un
amico incomparabile, voi siete un angelo, e io vi credo. Ma tutti
i farfalloni neri! Mangiamo, beviamo... Beviamo tanto da ubbria-
carci. {Versando il vino) Non vi volete ubbriacare voi"?
I.AURizio — (esaltandosi uncìie lui). Ma si che voglio ublìriacarmi.
perbacco !
Ilaudia. — Vi abbraccerei.
'eresina — (di dentro, tossisce per prudenza e doiitanda:) Posso entrare'?
^34 MATERNITÀ
Claudia — (prorompe in una riscifa). Ali. ah, ali!
Mal'rizio. — È esasperante!
Claudia — (ride clamorosutuente).
Maurizio. — Entra ! entra ! entra ! AHlizione !
Claudia. — Ma questa volta, sensate, poteva anche aver ragione. Stavo
per abbracciarvi...
Maurizio. — Magari!
Teresina — (entrando). Carne poco cotta. (Mette la carne in tavola).
Claudia. — Bravissima ! (Beve cì'iin fiato. Poi a Maurizio) K voi'.'
Maurizio. — Eccomi. {Inaolla un liicchier di vino).
Teuesina — (camhia-i piatti).
SCKXA 1\ .
Claudia. Maurizio. Teresina. Rosalia.
Rosalia — (compari. "ice sotto il peryolato e si ferma di là dalla soglia,
timidamente. Ha in tn-accio il himho lattante e porta con una mano
una canestra piatta, verdegfjiante). Signora bella!
Claudia — (voltandosi i. Oh! Rosalia".' lA Maurizio i È la nuova mas-
saia che è venuta jeri. Tanto eara ! .1 Rosalia/ Favorisca la nostia
vicina, favorisca !
Rosalia. — Non voglio darvi fastidio, signora bella. Ho qui. jter voi.
un po' di giuncata fatta or ora. Se non vi offendete...
Claudia — (battendo le mani). La giuncata f Che delizia ! Accetto con
entusiasmo! Voi avete avuta un'idea sublime!
Rosalia — (restando iìi fondo). Era dovere. Ieri, signora bella, diceste
che avevate desiderio di giuncata. E due e tre volte lo diceste. E
dagli occhi si vedeva che era vero. Non volevo avere scrupoli di
coscienza. Ne ho fatti cinque dei figli, e dispiaceri non ne ho avuti,
perchè la gente che mi stava attorno ci badava a queste cose. Ma
mia sorella, la più grande, poveretta, per un desiderio di len-
ticchie - che nessuno se n'accorse - non ebbe neanche il tempo
di raccomandansi alla Madonna, e all'impensata fece il tìglio morto.
Uno strazio che non vi so dire!
Claudia — (si ra>niiicola e fissando gli occhi nel vuoto resta per un
istante assorta).
Maurizio — (se ne avvede e vorrebbe distrarla). Avanti la giuncata,
Teresina !
Claudia — {scuotendosi e cercando di dominarsi i.' A.\aniil avanti!
Maurizio. — Ne ho desiderio anch'io e me ne voglio fare una scor-
pacciata. Non si sa mai !
Claudia. — Prendetene, prendetene tanta !
TeresiNìV — (mette in tavola la giuncata).
Maurizio — (ne riempie il sao piatto/.
Claudia — {contemjioraneamente ne cava dalla canestra a grosse cuc-
chiajate e se le caccia in bocca come per avidità). Buona.
Ros.\LiA — (accommiatandosi/. Con permesso...
Claudia. — Restate ancora un poco. Rosalia. Posso offrirvi un bic-
chiere di vino/
Rosalia. — No, a stomaco digiuno non ne bevo. (Accennando al bimbo)
Questo qui me lo proibisce.
Claudia. — È lui il tiranno?
MATERNITÀ -130
iSALiA. — Comanda lui. :>"inteiKle.
AUDiA. — E avvicinatevi. Mi fate venire il torcicollo.
iS.\iJA. — Ho dietio di me un mezzo reggimento, signora bella...
Me ne devo andare.
ACDiA. — Gli altri bimbi, forse.'
1S.A.LIA. — Uno è a casa con la febbre...
ALDiA. — Con la febbre"? Verrò subito a fargli una visita.
iSALiA. — Non è niente. È febbre di crescenza. E ce n'è voluto per
farlo stare a letto. Ma ci sono gli altri tre. che non mi lasciano
un momento.
AroiA. — Io non li vedo.
iSALiA. — Si nascondono, perchè hanno vergogna. E poi son sudici
che paiono usciti da un fumaiuolo.
AuniA. — Non imporla. Fatemeli vedere.
isALiA — (voltandosi e cliiamaiido con la voce e -col gesfo). Venite
qua... La signora vi perdona che siete in quello stato. La signora
bella non vi sgrida. Venite qua!
{Tre himhi paffuti, (/rasiosi. scahi. con indosso dei brandelli di
panni contadi iiesclii. sgusciano d((l pergolato e si aggrappaìio con
ambo le manine alla goìina di Rosalia e sogguardano Donna
Claudia in un misto di curiosità e di timor panico infantile).
.AUDiA — {alzandosi ancora con la bocca piena di giuncata). Eccoli
li, finalmente !
iSALiA — {ai bimbi I. Ohe. che stracciate la veste a mamma?
.\uniA. — Come li avete fatti bene. Rosalia!
iSALiA. — Andate a baciare la mano alla signora.
AL'DiA. — Niente affatto! Ci penso io. invece, a tempestarli di baci.
{Corre a loro ricaccinenfe come per afferrarli).
(I baìnbiui fuggono, riempiendo l'aria di piccole grida).
-AUDiA. — Voi fuggite, ma io vi raggiungo, e faremo la guerra !( i^/
rincorre e sparisce tra il fogliame i.
. VOCE d'un bimbo. — Non mi pigli ! non mi pigli !
>SALiA. — Cattivacci!
. VOCE DI Claudia — {allontanandosi}. Che guerra che faremo!
{Si ode lo strepito gaio dei bimbi che scappano).
a'Rizio — {ar.dando rerso il fondo). Donna Claudia! Non vi scal-
manate cosL benedetto Dio. È aria di raftreddori!
)SALiA — (« Maurizio). È buona come la Madonna la vostra signora.
Ve la possiate godeie per cento anni!
LIRIZIO. — Auff!
)SAi.iA — {va via ripetendo:) Cattivacci! cattivacci!
vuRizio. — Per quest'altra io sono a dirittura il marito!
RESINA. — Che aspettate per sposarla?
kURizio. — Sta zitta tu. non m'irritare.
iRESiNA. — Quando non avevate \oglia di sposarla, non dovevate
essere così imprudente !
URizio. — Fammi la grazia, Teiesa. vattene in cucina.
;resixa. — Ho da s]iarecc.hiare.
tURizio. — Non vedi che la signora ha da mangiare ancora la carne"?
;resina. — Non la mangerà più. Siete voi che le fate perdere l'appetito.
LURizio. — Non irritarmi. Teresa, e non mi ballare dinanzi agli occhi
che mi si aggrava il mal di capo. Ho due chiodi qui!... (Si tocca
le tempie).
~2'.MÌ .MATKMMTÀ
Teresixa — (portando ria il piatto con la- var>ie). He tossi stata io...
Maurizio. — Vaitene in (ucina!
Teheslxa. — Neanclie un'un^liia mi sarei fatta toccare! lEscc a xiitisfra).
La voce di Claudia — {cliiamninio). .Maurizio!
.M.MRizio — (rispondendo). Donna Claudia!
La voce di Claidia. — lo vado a casa di Rosalia i>er vcdeie il pic-
cino infermo. X'olete venire"?
.Maikizio. — Crazie, no.
La voce di Claudia. — \\ la passefr^iatiiia del di)|M> |iiaii/.ii .'
-Mviiuzio. — La faccio al coperto.
La voce di Claudia. — Torno fra dieci minuti. .Mi aspettale.'
.Maurizio. — Vi aspetto.
(Aììcora. piìi tontano, il gridio dei hiinhi).
La voce di Claudia. -- Clie giieiia che faremo se vi piylio !
SCENA V.
Teursina. Maurizio. .Vlkredo.
Teresi.xa — {rntr(i}ido in fretta). Sijrnore ! signore! C'è un signore
elle vuol parlare alla signora.
Maurizio — {perplesso). Dio mio! Sarà il dottor Berner. Digli chela
marchesa non è in casa, ma che torna suliito. K intanto può fa-
vorire, se vuole.
Alfredo — {dalla sinistra). Ti ringrazio del permesso...
Maurizio — {vivamente sorpreso). Sei tu!
Teresixa — (esce).
Maurizio. — Io non pote\o immaginare che fossi proprio tu.
Alfredo. — lo, al contraiio, avevo immaginato di trovaiti qui. {Os-
serva i due coverti). .Non ti confondere. )>erchè, anzi, io ci con-
tavo sulla tua presenza. E il caso è stato provvidenziale. Sono
giunto a pranzo finito, e mia moglie è fuori. Ciò mi dà agio di
|)a ilare con te invece che con lei. E sarà bene.
.Maurizio. — Tua moglie è andata a far visita alla ma.ssaia di questo
podere. Oi'a te la chiamo, te la faccio venire, e io me ne vado in
santa pace. {Piglia il cappello e .^i' avvia verso il fonilo).
Alfredo — {feriuaniente). Tu non la chiamerai, e avrai la compiacenza
di ascoltarmi. (Poi, con mitezza) Vedrai che ho avuto ragione di
contare su te.
.Maurizio — {resta titubante, interdetto).
Alfredo. — Sieili e sfammi attento.
( Siedono amhedne i.
.\lfredo. — Suppongo che tu sajipia... che le pratiche per la separa-
zione legale saranno fra hreve iniziate.
Maurizio. — Lo so.
Alfredo. — Xè puoi ignorare che lo scopo essenziale a cui tende mia
moglie con la separazione non è davvero «piello di sottraisi alle
formalità duna unione, la quale sarebbe diventata sempre più
etimera ed innocua. Ella vuole sopprimermi utticialmente come
marito soltanto per sopiìrimernii come padre. Ciò sarebbe evidente
anche se ella non lo avesse più volte aftermato. E giacche suo
tiglio, a quanto ella asserì con tanta insistenza, non è mio figlio,
io, a sangue freddo, non ho potuto che accondiscendere al riscattc
MATERNITÀ 237
■da lei sognato. In queste condizioni, il .separarsi legalmente non
è un fine : è im mezzo. 1 termini sono invertiti. .Von è già clie
bisogna provare l'adulterio pei' separarsi, ma bisogna separarsi per
provare l'adulterio. Bisogna cioè procedere allo scandalo d' ima
separazione per adulterio affinchè venga proclamato dinanzi a lei,
dinanzi a me, dinanzi alla società, dinanzi alla legge, che io non
sono il padre della sua creatura.
;rizio — (vivissimamente). Xon avresti dovuto accondiscendere.
KEDO. — Io ho avuto anzitutto l'intenzione di riconoscere tutta la
nobiltà che è nella sua monomania di madre.
•Rizio. — Tu hai accondisceso quando hai pei'duto ogni speranza
di riconquistare tuo zio e quando, data la tua diffidenza, non ve-
devi nel figlio di tua moglie che un cumulo di grattacapi.
REDO. — Ma sono state ajipnnlo la sua follia e la sua ostinazione
che hanno soffiato in quella diffidenza per mutarla in convinci-
mento.
jRizio — {(IH ima» dosi) Se tu fossi stato un uomo degno di lei...
REno — (iììfprromjirndo co» severità). Bada che non permetto a te
di farmi delle |)rediche !
■Rizio. — Sei tu che hai desiderato di parlare con me, e adesso,
perdinci, non m'impedirai di dirti tutto quello che mi passa pel
capo. Ah no i Non mi trovi più disposto a farti da pertichino.
Le vicende, a cui ho assistito e nelle quali mi son trovato com-
plicato per un capriccio del caso, mi hanno scosso dal mio tor-
pore e mi hanno costretto a pensai'e e a sentire, rivelando alla
mia coscienza un' anima non completamente frigida e un cer-
vello non completamente fossilizzato. Se tu fossi stato un uomo
degno di lei, ella non avrebbe mai concepita l'idea di emanci-
pare la sua maternità e di staccare radicalmente da te la siui
creatura. Visto che la maternità è stata l'ideale e la meta della
sua esistenza, ella non ])oteva tollerare, nel fatto compiuto, l'in-
tervento di un uomo che non aveva avuta nessuna qualità per
essere marito e che aveva dubitato di lei come di una sgual-
drina e aveva aspettata la nascita di un figlio, magari adulterino,
per farne lo strumento della sua venalità. L'orrore suscitato in lei
dalle miserie, di cui tu minacciavi il suo altare, ha spinto il suo
culto sino al fanatismo, ha spinto il suo attaccamento sino all'eb-
brezza di credere e mostrare che la paternità è un incidente del
tutto trascurabile e che su questo mondo, al conspetto dei figli,
non ci sono che delle madri ! Ella non è più la donna che procrea
ed è felice di procreare come tante altre. No. < Eccitandosi e com-
movendosi) Ella è la personificazione imponente e raggiante della
maternità; e, nel fenomeno singolare della sua meravigliosa 'mo-
nomania, si concentrano, allo stato acuto, gl'istinti, i diiitti, le
aspirazioni, le passioni, le gelosie e le cupidità divine di cento
madri unite in una madre sola ! (Un silenzio. Poi cambiando tono.
ma ((rendo ancora nella voce le vibrazioni dell'animò) Lina volta,
forse, avresti riso sentendomi parlare cosi ; e ne avrei riso certamente
io stesso. Ora, non ne ridiamo più ne tu, né io. Ma... siccome
mi accorgo di... di avere un po' scantonato, me ne dolgo assai
con me stesso... e ti prego di continuare il tuo discorso, libe-
ramente. Continua, continua.
[Pausa] .
i2:$S .MATCHN/TÀ
Ai.KKKi«() irlii' lo urrà ancoltato acutamente e ne avrà osservato il
contetino. ani fendo anche lai una vacja coiiiiuozionc insolita, ha ora
un acceìito meno freddo e piìi piano e lievemente angoscioso). Le
tue parole ini ranno a|)|)roton(lire anclie di più la gravità di ciò
che sto [)er dii'ti. Io ne ho. in questo momento, vnia sensazione
nuova, una sensazione complicata, die mi paralizza, che mi turba.
Vorrei ignorare. Vorrei tacere. Ma il tacere oggi con te non farebbe
che privar lei della tua assistenza.
M.^L'Rizio. — Della mia assistenza 1 !
Alfredo. — Sì. dell'assistenza con cui tu. dandole un triste annunziti,
potrai cercare d'attenuarno. in certo modo. 1" impressione.
iM.vuKizio — {imjHillidisre). Tu mi spaventi !
.Vi.KHKuo. — Una circostanza inaspettata elimina la necessità dello
scandalo a cui già mi disponevo. .Mia moglie ed io avevamo .sta-
lìilito di provare in tribunale non solo l'adulterio n)a anche le sue
conseguenze, per ottenere, comunciue, legalmente la sua completa
indipendenza di madre. Oibene, non e' è più scopo alcuno per cui
io debba .sobbarcarmi alla umiliazione pubblica del marito ingan-
nato. Contesso die soltanto la speranza egoistica di arre.stare le
pratiche legali iirima che si levasse del rumore intorno al mio
nome mi aveva istigato a correre qui per aver subito un colloquio
con mia moglie...
M.MKizio — [ansioso, febbrile). Ma parla 'finalmente ! Non divagare!
Qual" è questa circostanza inaspettata '
.Vlfkkdo. — II dottor Berner ha creduto suo dovere di rivelare a me.
marito di Claudia, ciò che egli ha constatato dopo una indagine
scrupolosamente eseguita.
.M.vuRizio. — Parla !
AiiiREDo. — Questo tiglio... non potrà nascere !
.Maurizio. - Che dici ".'
.\i.FREDO. — O pensare alla vita della madre o giocare tutt'e due le
vite.
Maurizio — [incalzando). Ma che dici?!
•Vi.FHEDO. — Dico che, per una fatale contraddizione della natura, il
concepimento medesimo che Claudia invocò ha denunziato, nel
suo organismo, il mal di cuore, a cui deve cedere talvolta ogni
ambizione materna, e che nel caso attuale la scienza esige che si
affretti il sacrifizio del figlio per salvare la madre !
.Mai^kizio — (con uno scatto violentissimo). Tu menti !...
Alfredo — [levandosi). Maurizio! {Breve pausa. Indi con dolorosa ma-
linconia) Io non so con esattezza.... quale sentimento faccia velo
al tuo senno e ti spinga ad abusare della mia posizione... sino ad
oTtraggiaimi. Non mi riescirebbe diflicile trovare ne' tuoi eccessi
la conferma... di molte cose. A che servirebbe? Io non spero di
rifarmi una forza moiale. Discendo per la mia china senza neppur
tentare di retrocedere, e non mi lesta che ad aggrapparmi a qualche
cespuglio per rendere la discesa meno rapida e meno rovinosa. Ma
ii<m ho mentito. Potrei dartene subilo le prove, perchè posseggo,
sigillata, la dichiarazione precisa e solenne del dottor ISerner, che
soltanto a tUaudia spetta di leggere. Non avrei che a violarne il
sigillo. Non voglio tarlo. Dandomi del mentitore, mi hai attribuito,
in sostanza, il tentativo d'un delitto enorme, lo f impongo... io
ti supplico di non credermene capace.
MATEKXITÀ :3o'.>
lURIZIo — {attefrito. attonito, ha appena la forza di pronnnsiare
qualche parola). Ho avuto torto... Te ne ehietlo perdono.
{Pausa).
KREDO. — Concludiamo. Un" ora assai triste :~uonerà tra breve per
Claudia. Sarà necessario daj^prima disporne raniiuo nel moilo più
prudente, e poi assisterla, confortarla, arrecare qualche sollievo al
suo dolore immenso...
.L'Rizio — {assalito dal terrore). No, non posso, non posso!...
FKEDO — (so fra eccitato dalla tragedia imminente). E vorresti che la
notizia le giungesse all' improvviso come una coltellata all'oscuro?
.URizio. — No !
FREDo. — Vorresti ch'ella fosse abbandonata alla sua dis])prazione
e alla ludezza scientifica del dottor Berner.'
X'Rizio. — No !...
FREDO. — 0 ch'ella continuasse ad alimentare la sua illusione af-
finchè nel momento dell'urgenza il martirio le fosse intlitto più
terribile e più raccapricciante ?
iRizio. — No ! no !
PREDO. — E allora perchè rifiuti?
.iRizio. — Perchè non avrei il coraggio di veder soffrire quella donna
come nessuna donna ha mai sofferto.
PREDO. — E avresti la fredda crudeltà di la.<ciar ci'escere di ora in
ora le proporzioni del supplizio sicuro ?
.URizio. — Tu mi soffochi.
FREDO — {vivacemente). Io esigo che tu faccia quello che oramai
cercherei di fare anch' io se sapessi di essere la causa prima di
questa catastrofe.
.URizio. — Ma dunque veramente m'accusi ? Ancora m'accusi ?
PREDO — icoììcitafissimo. sconvolto). Io non ti accuso, lo non ti giu-
dico. Io non distinguo e non comprendo nulla, io mi accorgo so-
lamente che per la prima volta in vita mia il mio cinismo m'ab-
bandona. (1)
{Giungono la voce di Claudia che grida scherzosamente e gli
urletti dei bambini di Rosalia che le fanno il chiasso intornio).
SCENA VI.
Cealdia. Rosalia. Maurizio. .Alfredo.
VOCE DI Claudia. — Corriamo, corriamo I... Clii mi vuol bene, ap-
presso mi viene !
Risponde lo schiamazzo del bimbi.
{Alfredo e Maurizio si guardano Vun l'altro negli occhi, quasi
interrogandosi a vicenda, e hanno lo stesso brivido).
\UDi.A. — {attraversa il pergolato facendo le viste di correre, seguita
a poca distanza dai bambini vocianti, iuebbriati dal giuoco). Cor-
riamo ! corriamo !
VOCE DI Ros.^LiA — {in gran lontananza). Attenti per il pozzo, ra-
gazzi, attenti per il pozzo !
(1) KoTA PER GLI ATTORI. — Dallci battuta : « No ! non posso » fino a questo
Ito il dialogo deve essere affrettatissimo, febbrile.
:240 MATERNITÀ
La voce di Ci..\ri)iA. — Di che avete paura, Rosalia"? il paraitetto è
alto...
L.\ VOCE ni Rosalia. — Ma saltano come i i>r\U\ (juesti diavoloni.
La voce di Claudia. — Hopplà, hopplà...
La voce di Rosalia. — Non ve li totilieiete più d" attorno, sijrnoia
bella !
Alfredo — {paurosamente a Maiirisio). Mi ha visto?
Maurizio. — No... non credo.
Alfredo — (hi fretta prende il cappello, avviandosi verso la porta a
sinistra) .
Maurizio. — Non fuggire così ! Se ella ti scorgesse...
Alfredo. — Non mi scorgerà.
Maurizio. — La serva glielo dirà che qualcuno è stato qui.
Alfredo. — Dovrai dirglielo anche tu che ci sono stato.
Maurizio. — Appunto per questo la tua fuga è inutile.
Alfredo. — Lasciami andare...
Claudia. — Hopplà. hopplà!... Siamo arrivati. {Entra tutta affilata
tenendo in mano un ramo fronzuto, rossa in viso, ansimante, i ca-
pelli in disordine, le pupille risplendenti ; e nel vedere il marito
lo apostrofa con festosa ironia). Oh. oh! Quale ajiparizione !...
{Senza fermarsi, tutta affaccendata, apre la credenza).
Alfredo — {si ferma).
La voce di Ros.\lia. — Luigino! Tolò ! Nanuccia ! Subito t|ua !
Claudia. — No, no, un momento.
(J himhi sono comparsi sotto il pergolato e son rimasti aggrup-
pati, mezzo nascosti nel verde).
Claudia. — La signora bella vuol dare le cose buone ai diavoloni.
{Prende dalla credenza una ìwnhonnii're. A Maurizio) Sono ancora
i vostri bonbon s : quelli deiraltro Jeri. Devono essere igienici!
{Maurizio e Alfredo la contemplano con profondo strazio).
Claudia — {torna all'aperto, si accosta ai bambini e distribuisce i bon-
hons). Due a te. due a te, due a te, e uno - uno solo - per il fra-
tellino malato. {Li bacia e li sospinge dolcemente). A rivederci, a
rivederci, diavoloni cari.
I bambini spariscono.
\j.\ VOCE DI Rosalia — {lontanissima). Qua Nanuccia! Qua Luigino!
Claudia — {rientrando, a Maurizio). Voi direte che mi agito troppo...
Ma siete un ignorante. Il moto è indicatissiino. {Ad Alfredo) E
così, caro marchese, a quale evento devo l'onore di questa visita'^
{Porgendogli la scatola scoverchiata) Volete?
Alfredo — {fa appena un gesto di diniego).
Claudia. — Io, si. {Mette in bocca un bonbon). A voi, Maurizio: ser-
vitevi, se è la vostra ora per gli zuccherini : e riponete.
Maurizio — {studiandosi di parer disinvolto). \i servo. {Esegue).
Claudia — (ad Alfredo, sempre con gaiezza di sovreccitazione). Del resto,
proprio in questi giorni io pensavo di offrirvi... un abboccamento.
C'è più d'un dettaglio importante su cui sarebbe tempo d'inten-
derci meglio. E se voi mi avete prevenuta, io ve ne sono vera-
mente grata. Intanto seggo... perchè non ne posso più. {Il suo volto
ha i segni d'uno sjiasimo passeggero. Si abbandona sopirà una
sedia. Breve pansa). Sedete anche voi, vi prego. {Ripigliando il
tono allegro) Parleremo come due vecchi amici. A condizione però
MATERNITÀ ^241
che smettiate qiiell'aiia truce, che non vi sta bene. Capisco che
dobbiate adottarla per Tocchio del mondo ; ma qui non è il caso.
Cominciate voi"? o comincio io'?
Alfredo — {seiisa serìere - mendicando le parole). No, Claudia... io.
che sono per voi un estraneo, e che tale mi sento di essere, non
ho nulla a dirvi.
CLAfDi.\. — E la vostra visita '?
Alfredo. — Convengo d'aver commesso un errore venendo qui.
Cl.ìudia. — Eppure, una ragione Tavrete avuta per venire.
Alfredo. — Sì...
Claudia — Quale?
Alfredo — {smarrendosi). Cercavo di lui... di Maurizio...
Claudia. — Non potevate vederlo in città"? Maurizio non abita mica
in questa casa.
Alfredo. — Ed è perciò che ho confessato d'aver commesso un errore.
Claudia. — Per altro, se venivate precisamente qui per trovar Mau-
rizio, sapevate bene di non trovailo solo.
Alfredo. — È vero.
Claudia. — Sicché avevate stabilito di pailargli dinanzi a me.
Alfredo. — Forse.
Claudia. — 11 vostro forse non ha senso comune. Non avete che a
rispondei'e o francamente s'i o francamente no.
Alfredo. — Ebbene, sì. dinanzi a voi volevo parlargli...
Claudia. — Dunque, si trattava di me.
Alfredo — (sempre piìt imharazzato). Si trattava anche di voi..,
Claudia. — Ed avete già esaurito Targomento"?...
Maurizio — [intervenendo, con uno sforzo). Si, signora Claudia, ab-
biamo temuinato.
Cl.audia. — Spero che mi farete sapere di che cosa vi siete occupati.
Maurizio. — Lo saprete, lo saprete.
Claudia. — Io voglio saperlo subito.
Maurizio. — Subito, non è possibile.
Claudia. — .Ma che aspettate "?
Maurizio. — Prima di piendere una decisione, dobbiamo riflettere..
dobbiamo ponderare...
Claudia. — Voi due state per prendere una decisione che mi riguarda,
una decisione della cui importanza non dubito visto che essa ha
fatto già tacere i vostri rancori e vi ha già riuniti in una solida-
rietà cosi bizzarra, e io dovrei ancora ignorare quel che mi pre-
parate? (<S'/ leva. Guarda l'uno e l'altro, cercando d'intuire, di ca-
pire, cV indovinare).
(Alfredo e Maurizio pallidissimi, immobili, vorrehìtero sottrarsi-
air intuito di lei, e non sanno).
Un silenzio.
Claudia — (con profonda trepidazione). Voi mi nascondete... una .-«ven-
tura"? (Pausa). (Si trasforma in viso e con una mano nei capelli
pare che voglia premere il cervello per fermarne il pensiero ver-
tiginoso). Ma di quale sventura vi affaticate tanto a ritardare fan-
nunzio? Di quale sventura io vi sembro la vittima se fuori della
mia persona, fuori della vita che è tutta chiusa nella mia vita,
nessuna sventura può essere veramente mia? (Un altro silenzio)..
16 VoL evi, Serie IV - IH luglio 190.3..
'ii'^l MATERNITÀ
\'oi tacete come due colpevoli... come due responsabili... E al-
lora... è una infamia quella che mi riserbate!
Alfredo. — No, Claudia !
Claudia. — È un'infamia, sì, sì, è un'infamia, di cui l'autoie princi-
pale sei certamente tu, giacché tu sei il mio nemico I
Alfredo. — Non lo sono jtiù, non saprei esserlo più !
Claudia — {con <jli occìn fiammanti di odio). Tu, tu, la causa d'ofrni
male, la minaccia d'ogni bassezza !
Alfredo. — Ah Claudia ! Con la ferocia del vostro sdegno voi mi
strappate dal cuore (juel jioco di bontà che mi pareva ci fosse en-
trala, non so come, non so perchè, in un quarto d'ora vissuto in
questa casa. Sarebbe stato molto meglio che me ne fossi allontanato
prima che voi arrivaste... E non ci resterò più oltre per non esaspe-
larvi maggiormente e per conservare, se non altio, intatto il
ricordo di qualche cosa che m'è passata stranamente per l'anima,
facendomi soffrile e facendomi del bene! {Prende il cappello per
uscire).
Claudia. — No, tu non mi lascerai sotto l'incubo di mille dubbi atroci!...
(Gli si aifiirappa addosso trattenendolo). Dimmi tutto, dimmi tutto,
te lo chiedo in grazia, dininii tutto!
Alfredo — {si ferma).
Claudia — (se ne distacca).
Maurizio — {fa (jiialclie passo verso di lui).
Alfredo — {a Claudia, con dolcezza e gravità). C'è una sventura che
vi asjìetta: non un'infamia. Anche questa sventura, è vero, ha un
responsabile... in colui che vi ha resa madre. E la misteriosa indi-
pendenza della maternità nasconde nella vostra coscienza il suo
nome. Se il responsabile sono io, maleditemi! (Commosso) Ma se
realmente non cade su me la funesta responsabilità, Claudia...
odiatemi un poco meno! 11 documento che affido a Maurizio vi
dirà a suo tempo che avete avuto torto di aggrediiini cosi. (Cara
di tasca una busta e la porge siihito a 'Maurizio).
M.U'Rlzio — {va per impadronirsene gridando.) Alfredo!
Claudia — {afferra il documento con un rapido atto felino), ilio!
Alfredo — {esce rapidamente).
(jLAUdia — {impiedi, tremrmdo, tremando come se il suo corpo fosse
squassato dal vento, lacera la busta, apre la carta, legge. A ogni
parola il suo volto diventa piii terreo, piii contratto, piii stecchito,
e le sue pupille si dilatano).
Maurizio — • {nel terrore e nella paura d'una crisi ferale, ne vigila le
alterazioni spa ventose).
{Quando ella ha letto rnltima parola, le sue pupille restano
spalancate in una fissità vitrea. La sua persona, ritta, irrigidita,
barcolla. - Maurizio corre a sostenerla, la trascina a una sedia,
dove ella, inerte, si lascia adagiare).
SIPARIO.
MATERNITÀ M'Ò
ATTO (QUARTO.
La stessa scena. -- È notte. — Sulla credenza un lume acceso. — La porta
che dà sul pergolato è aperta.
SCENA I.
Rosalia, Suor Filomena e Clauiha.
Rosalia — (è sola. S'inginocchia in messo alla camera e prega). Ma-
donna di Roccaromita, Madonna nostra, Madonna santa e pietosa.
Regina di pietà per tutte le mamme sante clie soffrono, per tutte
le mamme che portano nel cuore la bontà e nelle viscere il frutto
die Dio ha destinato e il dolore che Dio ha comandato; Madonna
nostra Ijenedetta dal Sionore. benedetta in cielo e in terra, bene-
detta dalle mamme poverelle che hanno partorito sopra letti di
paglia e dalle ricche d'ogni bene che hanno partorito sopra letti
di penne e di seta, benedetta da quelle che hanno vista la morte
con gli occhi, benedetta da quelle che hanno visto nascere il tiglio
in mezzo alle rose; Madonna santa e pietosa. Regina di pietà e
di soccorso, soccorretela voi questa signora bella, proteggetela voi
questa signora buona, benignatevi di darle la salute per lei e per
l'angelo suo, e, se Dio non vuole così, benignatevi... di darle la
forza di soffrire! {Resta inginocchiata, in silensio).
Slor Filomena — {salta soglia della porta a destra, sommessamente).
Rosalia...
Rosalia — (levandosi). Eh?
Suor Filomena. — È rinvenuta. Ha chiesto da bere.
Rosalia. — Come Gesù sulla croce, Suor Filomena !
Suor Filomena. — Presto dell'acqua, per favoie.
Rosalia. — Vi servo.
Suor Filomena — {sparisce).
RosALi.A — {prende nn bicchiere e il lume, si accosta al posso, e dalla
secchia che e sul parapetto versa Vacqua nel bicchiere. Ritorna.
Rimette il lume sulla credensa. Va alla porta a destra e sottovoce
chiama:) Suor Filomena !
Suor B^ilomena. — {rientra).
Rosalia — {dandole il bicchiere colmo). Se poteste metterla a letto...
Suor Filomena. — Lo so. Ma non vuole. {Via).
Rosalia — {resta presso la porta in ascolto).
La voce di Claudia — {piena di paura). Non ancora! non ancora!
Aspettate !
La voce di Suor Filomexa. — Tranquillatevi. Sono io, sono io. Suor
Filomena.
La voce di Claudia. — 1 miei carnefici !
La voce di Suor Filomena. : — No, no !
':244 MATERNITÀ
La voce ni Ci.aldia. — Sono di là!...
La vocf. di Srou Fii.o.mena. — No, signora (llaudia...
Yn silenzio.
Rosalia — (cecini 'io rciiire Claudia, si scosta e si rincaìif, uccia in un
angolo oscuro come per nasconrìersi, (juardando attenta e ansiosa).
(li.AiDiA — (/)/ una vestaglia bianca coi capelli sparsi sulle spalle, si
acansu rapidainente. Poi, non vedendo nessuno, si ferma rassi-
curata. E disfatta. Gli occhi, dentro le orbite infossate, lianno una
fredda lucentezza bianca).
Suor Filomena — [la segue a distanza, vigile e serena).
Cl.\1'DI.\ — (a Suor Filomena, con una specie di dolce rancore). \"oi
mi seguite sempre, Suor Filomena ! Sempre !
Suor Filomena — {con un gesto di umiltà devota si scusa).
Claldia. — È questa la consegna "?
Sl'OR Filomen'.\ — (ha un altro gesto uhiilniente affermativo).
Clai'dia — {dopo una pausa). Non c"è il signor Maurizio"?
Suor Filomena. — No, è andato via.
Claudia. — Da quanto tempo "?
Suor Filomena. — Da circa cinque ore.
Claudia. — Cosi lungamente sono stata priva di sensi"?
Suor Filomena — (attenuando). Eravate come assopita.
Claudia. — E dove è andato il signor Maurizio"?
Suor Filomena. — In città.
Claudia. — Nel cuore della notte "?
Suor Filomena. — La Teresina gli ha potuto far liovare giù. in paese,
una carrozza con due buoni cavalli. E con la stessa carrozza egli
sarà di ritorno, non più tardi dell'alila.
Claudia. — Ve l'ha detto"?
Suor Filomena. — Ne era sicuro.
Claudia. — Perchè cosi presto se tutto era stato fissato per mezzo-
giorno ?
Suor Filomena. — In verità, il signor Maurizio s'è un fio' impensie-
rito della crisi: e allora ha deciso di...
Claudia. — Di anticipare il martirio.
Suor Filomena. — No... Di condurre subilo qualche dottore...
Claudia. — Ho inteso : il dottor Berner coi suoi assistenti ! ( Un silen-
zio). Che ora è"?
Suor Filomena. — Sarà poco più delle quattro.
Claudia. — Quanto ci vuole per l'alba ?
Suor Filo.mena — (reticente). Una mezz'ora, credo.
Cl.u'dia. — Mezz'ora. (Riflette. Poi di scatto) Non entreranno all'im-
provviso, Suor Filomena"?
Suor Filome.va. — Certamente no. La poita di strada è ben chiusa.
11 signor Maurizio dovià picchiare.
Rosalia — (timida). Picchierà tre volte, come al solito. .Mi ha avver-
tito apposta di non aprire se non sento i Ire colpi alla porta.
Claudia — (che non s'era accorta di lei). Perchè sei qui anche tu"?
Rosalia. — È il signor Maurizio che m' ha fatto chiamare. Ha voluto
che la Teresina se ne andasse a casa. La poveretta cascava dal
sonno.
Claudia. — Non voglio tanti guardiani ! \'a via. (Quasi con asprezza)
Tu hai i tuoi tigli che ti aspettano.
MATERNITÀ 245
Rosalia. — Dormono tutti, signora bella.
Claudia — (piìi dolcemente). Non dai più latte al piccino"?
Rosalia — Sì, ma lui dorme come gli altri, adesso. È cosi tranquillo !
Claidia — Uli nuovo con asprei:3a). Va via !
Ros.ALiA — {rassegnata, otjtjediente. si avi-ia verso il fondo. Indi si
volta con gli occhi imploranti).
Claudia. — Vieni qua...
Ros.ALiA — (le si avvicina con le lagrime agli occhi). Signora bella !
Claudia — {prendendole le mani). Grazie, mia Rosalia. Lo so che vor-
resti aiutarmi. Ma che puoi fare tu per me"? Che puoi fare"?
Rosalia — Voi non volete eh' io resti qui, e non ci resterò. Passo un
momento per casa mia e poi andrò a pregare in chiesa. E sarà
meglio. La chiesa dev'essere già aperta, perchè si apre ogni giorno
un'ora prima dell'alba, lo ci entrerò ginocchioni, signora bella, e
bacerò la polvere della terra, e la bagnerò di lacrime finché avrò
occhi per piangere, e alla nostra Madonna dirò ancora con le pa-
role e con l'anima tutto quello che sai)rò dire, come se fosse per
me stessa e per i figli miei !
Claudia — {impressionota. coìifìdenziale). E che speri tu"?
Rosalia. — È lei che ha salvata la vita di tante mamme !
Claudia. — La mia, pur troppo, non corre più nessun pericolo, Ro-
salia I
Rosalia. — È lei che ha salvata la vita di tanti figli.
Claudia. — Quando erano già nati I
Ri)S.\LiA. — È lei che faià per voi il più grande miracolo suo !
Claudia — [esaltandosi a un tratto. pazzamente). Ah sì... Il più grande!
Il più grande ! Lo spero anch' io ! Lo spero perchè lo voglio. È
vero, è vero, Rosalia! È vero!... Tu puoi aiutarmi. Tu sola, tu
sola puoi! Va, va a pregare per me... Va a pregare per me! (La
sospinge verso il fondo. L'abbraccia e bacia).
Ros.Ai.iA — (esce).
SCENA 11.
Suor Filo.mena e Claudia.
Suor Filomena — (quasi immobile nella sua serenità semplice, osserva
tutto e contempla Claudia con intensità indagatrice).
Claudia — (dritta, con le braccia penzoloni, abliandonafe nelle lunghe
maniche che le nascondono le mani, si aggira lenta per la camera,
guardando intorno come se cercasse qualche cosa. A un punto, si
ferma, e, torcendo il collo, fìssa gli sguardi sul pozzo, die. nella
oscurità, biancheggia appena, come una tomba. Indi, con dissimu-
lazione, distoglie dal pozzo gli sguardi e si rirolgc alla monaca
con la voce tremante di palpiti). Suor Filomena...
Suor Filomena. — Signora.
Claudia. — Vorrei riposare.
Suor Filomena. — Vi gioverebbe.
Claudia. — Compiacetevi di prepararmi il letto.
Suor Filomena. — È già preparato.
Claudlv. — Allora... vi prego... precedetemi... Aprite le finestre...
Fate entrare dell'aria... Lì dentro non si poteva respirare...
>i OR Filomena — (impallidisce. Ma non un passo, non un gesto).
i24tì .MATERNITÀ
Ci-AfniA. — Suor Filomena ! Non mi avete udito ?
Suor Filomena. — Sì.
Ci.AiDiA. — Ebbene?
Suor Filomena — {con accento mite, ma fermo), lo non vi lascio sola,
pignora.
CLAiniA. — Per un istante...
Suor Filomena. — lo non vi lascio sola ! {Si accosta a lei amorosa-
mente) Mettetevi a letto, signora Claudia.
Clal'Oia — ^cupamente). No! (Poi con dolcezza, conte per impietosirla)
Non volete concedermi un poco di libertà?
Suor Filomena. — .Von de%'o.
Claudia. — Siete il mio carceriere ?
Suor Filomena. — Sono la vostra infermiera.
Claudia — Se foste la mia amica!...
Suor Filomena. — Sono la vostra amica, anche.
Claudia. — Non è vero.
Suor Filomena. — Perchè?
Claudia. — Perchè non sapete... non potete sapere !
Suor Filomena. — lo so quanto mi basta per esservi amica.
Claudia. — Non potete sapere !...
Suor Filomena. — Io so che lì, nell'ombra, quel pozzo vi attira come
un rifugio, come un asilo di salvezza. So che in questo momento
un solo pensiero vi possiede e v'invade tutta, ed è il pensiero di
sottrarvi al martirio!...
Claudia. — Ma non è concesso a voi di misurare 1" immensità di questo
martirio !
Suor Filomena. — Nei panni dell'umile suora che vi sta davanti c'è
una donna, signora; e sono i suoi dolori di donna, i suoi dolori
più profondi e più umani ciie hanno dato alla povera suora il
privilegio di comprendere e soccorrere i dolori altrui.
Claudia. — Voi dunque mi comprendete?
Suor Filomena. — Sì.
Cl.\udia. — Mi comprendete e m'impedite di morire?
Suor Filomena. — Sì.
Claudia. — E quale soccorso mi offrite ?
Suor Filomena. — Nessun soccorso. Vi offro soltanto l'esempio di ehi
probabilmente ha sognato come voi, di chi, come voi, avrà visto
svanire fra le miserie del mondo i suoi sogni più belli !
Claudia — (prorompendo). Lo vedete che siete tanto lontana da me...
.Non è un sogno il mio, non è un sogno oramai. È una realtà.
Voi non immaginate neppure quale differenza ci sia fra il sogno
che svanisce e la realtà, la realtà concreta, materiale, palpitante,
che si frantuma nel più vivo della vita !
Suor Filomena. — .Ma se è la morte che invocate !...
Claudia. — La morte, la morte appunto, prima che mi si strappi dalle
viscere la mia creatura !...
Suor Filomena. — E non sarebbe identica la rinunzia ?
Claudia. — No, perchè la mia creatura verrebbe con me. perchè con
me morirebbe, della medesima morte, intendete ?, nel medesimo
attimo. Neanche Dio me la potrebbe togliere ])iù, e nessun po.s-
sesso di madre sarebbe stato mai più vero ed intero di questo !
{La stanchezza e le sofferenze incalzano ; ma ella, con lo sforzo
della sua rolontà indomahile, continua a parlare, eccitandosi sino
MATERNITÀ 247
alla freuesia). La sentenza pronunziata ieri dai tre dottori che
vennero qui a torturarmi di nuovo non era che la conferma di
quella ben ciiiara, ben precisa, che, per ordine del vecchio Berner,
era stata da nie letta tino da un mese fa. In questo mese non mi
si è sorvegliata tanto severamente come da ieii vi ostinate a sor-
vegliarmi voi. Mi sarebbe riuscito forse facile di sfuggire alla sor-
veglianza e di finirla... E. disgraziatamente, non V ho fatto. Non
r ho fatto perchè, in fondo, m'illudevo. Mi sentivo ancora abba-
stanza resistente... Non volevo, non volevo convincermi che si na-
scondesse in me una così territ)ile rovina ! Ma da qualche giorno
mi sento molto male. Suor Filomena, molto male, molto male !...
Sono persuasa oramai che ì dottori hanno i-agione. {Come osses-
sionata) Fra pochi minuti udremo bussare alla porta... Fra pochi
minuti verranno!... Verranno per dilaniarmi il corpo e l'anima,
per impossessarsi di mio figlio, per ucciderlo, per mettere in salvo
la mia vita !... lo sono perduta ! lo sono perduta. Suor Filomena,
io sono perduta se voi non mi lasciate morire !
Suor Filome.\a. — Dio mio, fate che io abbia il coraggio e il potere
di combattere contro questa sventurata !
Claudia — (gettandosi ai suoi piedi e a poco a poco lagrimando in mia
fiduciosa effusione di dolore). Chiedetegli, chiedetegli piuttosto
r ispirazione, il consiglio della carità che io chiedo a voi. Vi giuro
di non esserne indegna. Non sono stata una perversa, non ho ve-
ramente sentito odio per chi mi ha tradita, non ho invidiato, non
ho peccato nemmeno nei sensi, perchè l'amore per l'amore non
1" ho conosciuto... Pensate che il condannarmi a vivere sarebbe
una crudeltà senza confronti ! lo non vi dico di resfare qui a ve-
dermi morire... No, no !... Lo so che questo non è possibile... Al-
lontanatevi, dunque... Io dichiarerò in iscritto d'avervi ingannata...
Dichiarerò di esservi sfuggita... Implorerò il vostro perdono... E lo
imploro anche adesso, anche adesso per le torture clie infliggo alla
vostra coscienza... Ma rispondetemi... rispondetemi... Conunovetevi
per me... Non siate così spietata!... Non siate così inesorabile!
ScoR FiLO.MEXA — (con desolazione), lo sono custode d'una legge che
impone a noi mortali di non disporre della nostra vita.
Claudia. — È della vita di mio figlio che io voglio dispoi-re per im-
pedire che ne dispongano gli altri !
Suor Filo.mena. — È la stessa legge divina, mia povera martire, che
non ve lo consente.
CL.iuniA — {drizzandosi impetuosa in un repentino risveglio di ener-
gia). Ma chi siete voi clie credete d'intendere la legge divina f
Essa è tutta qui, qui, nel mio sangue, nella mia carne... Io la
sento! io la sento!... Essa mi sostiene... Essa mi protegge... Essa
mi rende così forte che nessuno in questo momento è più forte
di me ! (Si slancia verso il fondo).
Suor Filomena — (sulla soglia, le sbarra il camìiiino con le braccia
spalancate, disegnando nella penombra la sagoma della croce). Dio
mio, fate che io abbia il coraggio e il potere di combattere contro
questa sventurata !
Claudia. — Suor Filomena, io vi abbatterò se voi non mi lasciate
passare !
Suor Filomena. — Sono forte e protetta anch' io, mia povera martire.
Claudia. — (va fino a lei con le mani protese e minacciose. Non osa
:>48 .MATEUxrrÀ
toccarla. Retrocede. Si ac/ita qualche istante per lei camera, fremendo
e dibattendosi come in un delirio di ferocia. Si arresta col capo
arrovesciato in un atto di estrema invocazione. Grida:) No! sono
io che posso ancora tutto. {Si getta a terra disperatamente).
jSroR Fn.OMENA — {dando un urlo di terrore, accorre. Si china su lei.
La cjuurda, le solleva la fronte, la chiama). Sijjnora Claudia ! Si-
gnora Claudia!... Signora Claudia!...
CL.A.UDIA. — Silenzio !.. E la morte.
Sl'or Fn.oMEXA. - Vedo.
«Claudia — (sostenuta da Suor Filomena, erge un poco il torace. Boc-
cheggia. Le linee del volto si contorcono dolorosamente, ma i suoi
sguardi pajono limpidi in una espressione di gioia). Ho vinto !...
Il grande miracolo è compiuto!... {Incrocia strettamente le braccia
sul petto). Con me... con me... (Abbandona il capo. Muore).
SroR FiLOMEN.\ — (volgendo gli ocelli al cielo, serenamente). Accogliete,
Signore, fineste due anime...
Tre colpi alla |)orta ili strada.
SIPARI»).
; Fine).
Roberto Bracco.
LA TEORIA DELL'EROE
IX T. CARLYLE e F. NIETZSCHE
Nel secolo xix le Arti, rotte le linee tradizionali in cui lo spirito
antiquato del classicismo le aveva rinserrate, e conquistata la libertà
della forma, vennero via via adattandosi alla vita d'ooni giorno, chie-
dendo a questa ispirazioni nuove e portandole il contributo di nuove
idee; vennero quindi al pari di qualunque altro istituto o funzione so-
ciale lentamente democratizzandosi.
Strappate alla contemplazione dei vecchi ideali di bellezza che,
se iuron negli antichi tempi parte integrante e necessaria della vita,
ne" moderni servivano soltanto a sviare gii ingegni negli oziosi labi-
rinti delle dilettazioni formali, si rivolsero con giovenile impeto a stu-
diare la società sboc-iata fuori dai grandi rivolgimenti economici e po-
litici tutta rinnovata negli spiriti e nelle forme.
Di qui la letteratura popolare; - popolare purtroppo anche nella
lingua e nello stile, che assai spesso si accontentarono e si compia-
cquero di apparenze volgari e dimesse, tanto da suscitare poi la rea-
zione in parte benefica dei gelidi Parnassiani e di tutti i cenacoli che
fanno pili o meno direttamente capo al decadentismo : ma popolare
sopratutto neiranima, in quanto non vi fu più speranza o lotta o sven-
tura pubblica che non trovasse nelle arti la sua voce e il suo atteg-
giamento. E se non mancarono le sterili esagerazioni di aspetti e di
nomi diversi - rami secchi dell'albero del romanticismo - in complesso
la letteratura del secolo passato ci appare intesa con ininterrotta serie
di tentativi e di sforzi ad accostarsi alla vita pratica, per diventare
una forza viva nel seno della società.
Vi fu quindi un apparente trionfo dell' individualismo, in quanto
ognuno conquistò la sua forma, foggiò il suo pensiero, manifestò la
sua anima non da stilista, ma da filosofo e da cittadino ; ma in realtà
chi trionfò fu Taggregato democratico, appunto percliè dalla nuova
smania investigatrice e dal confuso cozzo d'opinioni, di tendenze odi
sètte sorse non solo una più vasta e profonda conoscenza della società,
ma quasi \\n tipo medio di pensiero letterario, che fu l'espressione
genuina della coscienza collettiva. Sorse un elemento nuovo d'arte:
la folla: che se pur tenuta nell'ombra, fece sentire il misterioso pulsare
della sua anima attraverso alle pagine dello scrittore.
Si cominciò a comprendere come bisognasse scrivere per qualche
cosa e non già pel solo gusto di contemplare il proprio lavoro, o di
presentarlo, ridicolo feticcio, all'adorazione di pochi iniziati: come
l'arte non fosse, né potesse essere, una categoria astratta fuori del pen-
ÌÌÓ(> LA TEORIA DELI/EROE IN T. CARLYLE E E. NIETZSCHE
siero e della vita : e questo fu essenziale. Arte quindi di analisi che
forse nessun ingegno pei- quanto vasto potè in se slesso riassumere,
tanto incalcolabili ne furono gii effetti e disparate le manifestazioni :
arte analitica, che dell' uomo e dei ]wpoli descrisse tutte le conVin-
genze, rivelò tutti i pensieri e i dolori, parlò la voce di tutti i giorni
e di tutti i fatti.
L'« uomo medio » di Quetelet. che fu il prodotto delle scienze
rivolte allo studio dell'aggregato umano, fu innalzato in letteratura
alla dignilJi consueta di Eroe. Che se non radi manipoli d'artisti stac-
catisi dall'esercito dei « naturalisti » presero diletto nell' indagare e
nel ritiarre quanto di strano o di morboso ])resenta il mondo della
materia e, meglio ancora, della psiche, bisogna considerare tal feno-
meno come eccezionale deviazione dalla profonda coirente del secolo.
La mente moderna riceve dal mondo esterno, di giorno in giorno
più caotico e complesso, impressioni troppo varie e incalzantisi, è essa
stessa troppo frammentaria per poter indugiarsi a foggiar uomini
grandi, che abbiano in così alto modo tutte le buone e cattive qualità
dei nostri tempi da esserne i rappresentanti ideali. L'individuo si perde
nel brulichio dei suoi simili, e, né può abbracciare colla mente la
molteplicità varia e spaventosa de' fenomeni sociali, né può dell'opera
sua riempiere il mondo.
1 tempi non volgon propizi per gli Uomini //^/ alla Emerson, per
gli Eroi alla Carlyle, per i Siipenwmini alla Nietzsche. Questi uomini
ideali anno cervelli eminentemente semplici e sintetici, sono essi
stessi sintesi viventi, mentre la coscienza nostra è più che mai ana-
litica, e più die mai iito e intralciato è il campo delle nostre cono-
scenze.
La democrazia à detronizzato gli idoli, idtimo fra questi il Gran-
d'uomo, ed à collocato sé .stessa al loro posto. Avvenne un duplice
moto : della demociazia verso la scienza, e di questa verso quella. La
democrazia più non appagandosi dell' infantile spiegazione religiosa
circa i misteri della natura e dell'uomo, ne richiese la scienza: e
questa rispose negando Dio, i disegni della Provvidenza, la vita ul-
traterrena, la libertà e la sovrannatiuale missione dell'uomo. Che anzi
tentò di colmare l'abisso separante da tutti gli altri l'essere umano
collocando questo molto in basso vicino agli altri animali, dai quali
lo fece differire soltanto per gradi e per forme, non per qualità ed
essenza.
Disse che una molecola di ferro resta pur sempre una ed identica
sia che traversi gli spazi in un aerolito. o scorra nelle vene di una
giumenta, o batta in globoli sanguigni alle tempia di un poeta. Ed
aggiiuise non esservi di ijrande e di duraturo altro che la specie, alle
cui leggi, volente o nolente, l'individuo caduco e trascurabile obbedisce.
.Alla radice della natura umana à posto l'istinto della conservazione
della specie, facendo di questa non un composto casuale e caotico di
esseri, ma un tutto organico, solido e sensibile: e come subordinò
l'individuo alla specie, così sottopo.se questa alle eterne leggi della
materia. 11 dualismo tra spirito e materia disparve, e tutto si ridusse
a materia fornita di forze.
Allora le tradiziojiali teorie antropomorfiche e antropocentriehe
parvero crollare fatalmente per semjire in cumuli di macerie: e parve
che dopo il grande cataclisma morale lumanilà si fermasse attonita
e dubbiosa, forse lieta e forse in fondo triste dell'opera compiuta. E
LA TEORIA DELL EROE IN T. CARLYLE E E. NIETZSCHE ;25t
venne il periodo dello scetticismo intellettuale e morale solito a se-
guire le profonde rivoluzioni. L'uomo non fu ])iiì Fanima della terra,
né questa fu più il centro dell'universo.
Contro tale stato del pensiero filosofico e letterario si levarono due
voci sonore or di maledizione, or di sarcasmo: voci di due anime che
si piacquero in fantasie e pensieri divinizzanti 1" uomo e le sue fa-
coltà, che l'uomo vollero di nuovo riposto sui vecchi altari, celebrandolo
l'una come immagine divina sulla teira. l'altra come il sereno Re al
cui piacere, al cui dominio, alla cui gioia tutto deve servire.
Una di queste due grandi voci fu eminentemente cristiana, o me-
glio, religiosa, ed ebbe parole non ignote a Platone, ed impeti e gridi
che ricordano gli antichi profeti; l'altra fu voce jiagana, dolce e calda
spesso come quella dei poeti Greci celebranti la bellezza della vita,
talvolta rudemente temprata come quella degli antichi latini.
Tommaso Carlyle e Federigo Nietzsche, filosofi e poeti, risveglia-
rono con miracolo improvviso il senso dell'individualità umana che
si andava smarrendo: ambedue furono accolti da acclamazioni e da
grida di scherno: ambedue chiamarono a i accolta tutti coloro che in
letteratura e in filosofìa rifuggono dalle masse umane, e adorano l'in-
dividuo bello nella sua forte solitudine; ambedue eressero una teoria
che sopra il mareggiamento delle folle schiave dei bisogni e della in-
nata mi.seria, collocò l'uomo affrancato dalle umili leggi del branco,
l'uomo re di se stesso e degli altri, la creatura che è guida al bene
e a Dio. o die è l'incarnazione della libera volontà e della gioia
fiduciosa.
Per Tommaso Carlyle la storia dell'umanità si riduce ad una serie
di biografìe di Eroi, o almeno la vita degli Eroi ne è l'anima, il fuoco
centrale.
Qualunque sia il nome con cui furon chiamati - Dio. profeta, l'e.
poeta, sacerdote - qualunque sia la missione che quaggiù compirono,
l'umanità deve ad essi ogni sua luce ed ogni suo bene.
Un ebete branco sospinto dall'aculeo de' bisogni bestiali, ecco
l'umana famiglia, se araldi di Dio sulla terra -non apparissero gli
Eroi; coloro che debbono accendere segrete fiamme nei cuori, e driz-
zare gl'intelletti oltre l'angusto cerchio delle futili apparenze alla
divina Realtà, e mostrare ai poveri occhi ciechi « l'aperto secreto del
mondo » perchè vi sappian discernere le leggi della vita, e le genuine
espressioni di una volontà sovrannaturale.
L'uomo ])rimitivo è tro])po debole e schiavo del fardello della ma-
teria per poter camminare diritto ad una meta, per poter anche sol-
tanto discernerla. Una gran \ìln oscura gli batte nel petto con rombo
assiduo; egli è un caos di idee e di desideri.
Egli sente amore e sgomento per la natura piena di tremende bel-
lezze e di forze ignote ond' è cinto e minacciato; sgomento sopratutto
pel fondo silenzio umano che gli sta attorno, pel silenzio torbido del
proprio cuore.
Ed ecco, al suono di una voce provvidenziale il cuore inarticolato
trova ciò che da tanto tempo cercava, la parola, l'essenza cioè delle
cose. Suona l'eroica voce, e il terrore si dissipa, e gli attoniti occhi
cominciano di tra i veli che si squarciano a discernere nell' « aperto
segreto ». L'adorazione dei rudi cuori non più ferini e non ancora
25^ LV TEORTA OEI.L'EROE IX T. C.VIU.VI.E E K. NIETZSCHE
umani ])er TEioe che à compiuto il miracolo, e quindi genuina e
legittima.
Quando poi la fede primitiva degenera in idolatrie grossolane, e
di nuovo gii uomini sono intenti alle forme bugiarde e non alla di-
vina essenza delle cose, e la coscienza del popolo naviga fra gii abissi,
incerta come nave senza bussola o nocchiero, ceco di nuovo rinviato
della Provvidenza, che abbattendo i bugiardi fantocci e svelando la
verità, riaccende la fede nella serietà della vita, e mostra come questa
debba esser vissuta. Attorno a lui, come a nucleo centrale, si andrà
il poco a poco raggruppando e costituendo una nuova società rigenerata.
Così allorché popoli sventurati, malsicuri di lor forze e di loro
destini, giacciono in balìa di popoli violenti, ecco di nuovo 1' Eroe a
trasfondere in tutti la genuina sincerità del suo gran cuore, la ga-
gliardia del suo braccio, a integrare in solido fascio le sparse inutili
forze per condurle alla vittoiia. E così, allorché un popolo giunto alla
pienezza del suo sviluppo si ripieghei'à quasi stanco su se stesso col-
i'orecchio teso alle glorie trascorse, o si darà alla affannosa ricerca
di nuove strade, ecco nuovamente il mandato da Dio in veste di le-
.gislatore o di poeta : il primo inteso a santificare le conquiste nuove
della morale e dell'utilità sociale, il secondo natuiai voce di un'epoca
•che voleva esprimersi, e che del passato dirà le glorie e le vittorie.
■e dell'avvenire le sante speranze. Sempre, sotto qualunque cielo, in
qualunque età gii umani àn combattuto e vinto e progredito per viiiù
degli Eroi. Sempre chiusero questi nelle forti mani il destino dei po-
poli, e ne' magnanimi cuori le gioie, le ire e le parole degne di non
andar perdute.
Certo questo modo di comprendere la storia è, e fu detto, meta-
fisico; ma però non si è dinanzi ad una metafisica faticosamente in-
tessuta di sofismi e di sottigliezze verbali, ma ad una metafisica spon-
tanea, direi quasi po])olare.
Che cosa infatti di sostanzialmente diverso à semjtre creduto il
popolo, ed anche l'uomo dotto, sino al sorgere della moderna so-
ciologia?
La storia umana per il popolo come ]ier i dotti è un tpiadro dove
campeggiano sovra uno sfondo grigio e confuso poche luminose figure:
in esse è tutta l'espressione del quadro, anzi tutto il quadro. È quasi
una necessità dello spirito il personificare un"età od un popolo in un
grand' uomo. Nella vita quotidiana, man mano che si procede negli
anni, noi gettiamo dalla nostra memoria l'inutile zavorra delle nozion-
celle analitiche, dei lievi ricordi, degli innumerevoli piccoli fatti; e per
CQntrapposto osserviamo crescere e giganteggiare in noi pochi ricordi di
pochi fatti ; ma in essi è il succo di tutti gli altri, in essi è l'anima di
quanto abbiamo appreso o vissuto. .\llo stesso modo i popoli dimen-
ticano presto le i)iccole vicende (quelle che il Carlyle chiameiebbe fu-
filifi) e apixirciisc) e le turbe che la morte ha inghiottito, e che per
un'ora liempirono farla del loro ronzìo, simili a sciami di moscerini :
ma non dimenticano i grandi fatti e i grandi uomini, che sono sempre
tia loro in relazione di causa ad effetto.
Succede ai popoli come a chi si allontani su nave, che vede dap-
prima sparire gli oggetti più umili, poi confondersi in una unica mac-
chia grigiastra gli alberi e le case della riva, e questa macchia farsi
tenue e quasi diafana. Alfine anch'essa sparisce, e contro f azzurro
del cielo si accampa ancora, sola, la bruna massa del monte.
I.A TEORIA DEI.l"£ROE IX T. CARLYLE E F. NIETZSCHE 'Ìb3
Che avvenne degli antichissimi popol? delle loro lotte, dei loro
piati, delle loro canzoni"? L'oblio li a. travolti in sua queta fiumana,
sulla quale galleggiano ancora pochi nomi : tutto quanto è rimasto
d"un mondo. Poi tra secoli, fra decine di secoli, anche quei nomi,
quei punti luminosi spariranno, si spegneranno: e dattorno non saran
più che eguali tenebre ed eguale oblio.
La Grecia antica vive per i poemi d"Omero: e TEroe che la salvò
attraverso le vicende di tre millenni, per molti secoli ancora non la
lascierà cadere dalla memoria degli uomini, che già d'altri popoli ben
più iirossimi d'età anno scordato i latti e presto scorderanno i nomi,
appunto perchè nessuna eroica voce li fece risuonare nell'universo.
In che cosa dunque può parere strana la teoria di Carlyle?
In etfetto noi stessi, con tutto il nostro materiali-«mo storico e il
nostro spirito critico e la nostra multiforme sociologia, guardiamo istin-
tivamente la storia umana cogli ocelli di Carlyle. Per noi stessi Sparta
all'inizio di sua forza è sintetizzata in Licurgo; gli Israeliti vendi-
cantisi a libertà e cosliluentisi a Stato in Mosè; Atene vittoriosa e
alacre e ricca e gaudiosa e armonio.sa in Pericle: Roma dibattentesi
fra cristianesimo e paganesimo, fra credenze vecchie e nuove speranze,
mentre già i barbari premono alle frontiere, in Costantino. Chi di noi
pensa o può pensare ai patimenti degli ebrei, alla semplice vita degli
Spartani, agli arconti, ai sofisti, ai mercanti, ai senatori, agli schiavi,
ai preti di Atene o di Roma? Basta un nome, un gran nome, a illu-
minarci con sùbita luce le oscure regioni dei ricordi e della storia;
un nome, un gran nome di uomo che abbia sofferto, lavorato, com-
battuto per tutti; in lui si assomma tuttociò che gli altri anno fatto.
Giusta dunque come pratica costante e necessaria del pensiero, il
quale par abbracciai-e amplissimi periorli di storia à bisogno di dense
sintesi, la teoria di Cailyle appare mistica per il significato attribuito
agli Eroi, che sono gì" iiiriafi di Dio. Cj.sì parlavano i profeti, così
doveva pensare Omero quando chiamava i suoi re « pastori di popoli
prediletti da Giove ».
Tommaso Carlyle fu anima profondamente religiosa, che non com-
prese la religione come qualcosa di ristretto a formule di dogmi e
parvenze rituali, ma come una fede ampia ed ardente che deve avvol-
gere tutta la vita dell'uomo e determinarne la pratica. È quindi natu-
rale che egli vedesse nella religione il fatto principale così riguardo
all'uomo che alle nazioni.
« Io non chiamo religione la professione e l'affermazione di articoli
di fede, le quali sono spesso soltanto professione e affermazione delle
azioni esteriori dell'uomo, della mera sua ragione argomentante, se
|)ure sono tanto profonde. Ma la cosa che l'uomo crede ijraticamente
(e ciò bene spesso senza affermarla neppure a se stesso e tanto meno
agli altri), la cosa che l'uomo à praticamente a cuore, e ritiene certa
riguardo alle sue vitali relazioni con questo misterioso universo, ri-
guardo al suo dovere ed al suo destino quaggiù, ecco in ogni caso per
lui la cosa più importante che creativamente determina tutto il resto *.
Non fa meraviglia quindi ciie per Carlyle diventasse perno cen-
trale della teoria sugli Eroi il concetto metafisico di Fichte: non essere
le cose di questo mondo se non un involucro di sensibile apparenza
celante l'essenziale Realtà, cioè la « divina Idea del mondo ».
L'uomo è una divina apparizione, venuta da un mondo invisibile
dove dovrà ritornare, dopo una breve vita quaggiù sospeso fra due
454 I.A TEOHIA deli/eroe l.V T. CARLYI.E E K. NIETZSCHE
solenni silenzi: quello degli astri e quello delle tombe. L" Eroe è Tarma
di cui la Provvidenza si seive per attuare i suoi disegni in mezzo al-
l'umana famiglia. Tutta la sua vita è una battaglia, è il compimento
di una missione.
Mentre per altri fllosotì (ad esempio, pel Mazzini che ebbe con
r Inglese famigliarità e molti e profondi tratti di somiglianza spiri-
tuale) il Grand'uomo non è che il frutto maturo di un'età e di una
società, per Carlyle invece è il germe da cui età e società usciranno
e si svilupperanno. Mentre quelli fanno del Grand'uomo una forza
subordinata o almeno coordinata all'età e all'ambiente. Carlyle ne fa
una forza indipendente e provvidenziale che suU' ambiente e sull'età
deve intluire. Di qui una delle affermazioni più insistenti di lui: che
r Eroe sotto qualunque cielo in qualunque tempo è identico, è sempre
« intimamente della stessa stoffa » per quanto possa venir chiamato
con nomi diversi. Egli è l'uomo provvidenziale, è sempre una genuina
realtà : tutto il resto non è che « ombra che par persona ». Odino,
Maometto. Dante, Shakespeare. Cromwell, Lutero, Johnson, Goethe,
sono egualmente messaggeri iteli' infinito ignoto e ce ne recano novella:
escono direttamente dall' intimo fatto delle cose, vivono ed hanno da
\ ivere in quotidiana comunanza con esso. Sono della stessa stoffa adun-
que, soltanto differiscono dall'accoglienza che anno incontrato quaggiù.
« Il culto degli Eroi varia di continuo : differente in ogni età, è in
ogni età diffìcile a ben praticarsi. In fatto si può dire che il vero com-
pito di un'età si riduca al ben professarlo. Il culto di un Eioe è la
trascendente ammirazione per un grande, lo dico che i grandi uomini
sono ancora ammirabili, dico che in fondo non c'è altro di ammi-
rabile... Anche la religione si forma su questo culto... Culto degli Eroi,
cordiale ammirazione, sommessione ardente sconfinata per una nobi-
lissima, i)er una divina forma d'uomo, non è questo il germe dello
stesso cristianesimo? »
Se infatti persino l'adorazione di una pianta, di un animale, di
una stella fu per interi popoli e intere età un santo dovere, ed ebbe
in sé alcun significato, quanto più non poteva averne quella d'un
Eroe? Anche nelle nostre età attossicate da scettico criticismo sgreto-
latore, noi siamo ancora, secondo Carlyle, indotti dal naturale istinto
a cercai-e 1" Eroe, e ad ammirarlo quando ci è dato di rintracciarlo.
Suffragio politico, jtartiti. parlamentarismo, tutto si liduce infine a
scegliere i migliori, quelli a cui tutti gli altri obbediranno con gioia.
Certo, i romorosi metodi moderni di scelta non valgono gran che:
devesi anzi ad essi precipuamente se nella Eroiarcìiia, che è la spina
dorsale della nostra come di ogni umana società, alcuni sono falsi eroi,
non sono cioè d'oro puro, pur rappresentando oro. Ma come in com-
mercio, se si può andar innanzi con molte monete false, non lo si può
con tutte, che si finirebbe al fallimento, cosi nella vita politica quando
tutti coloro cui è commesso il comando sono d'oro falso, si precipita
nelle rivoluzioni. Il difficile sta dunque nel trovar l'Eroe, ma trovatolo
è giusto che tutti gli prestino adorazione.
Ogni popolo in ogni età cerca l'Eroe; qualclie volta lo cerca e lo
chiama invano : la Provvidenza non 1" à mandato e i tempi volgono
a rovina. Cuore magnanimo, indomita fermezza, genuina inconscia sin-
cerità, tutte le caratteristiche del Grand'uomo mancano agli imbelli
tempi se egli manchi: e allora, nell'assenza di ogni cosa buona, fio-
risce il cultu delle parvenze, delle futilità, delle caducità. 1 secoli di
LA TEORIA DEM. EROE IN T. CARl.YLE E F. NIETZSCHE ÌW
decadenza s' ingegnano assai bene nelle cliiaccliiere criticlie e così
dette scientifìclie ; ma le « età eroiche » in un « eroico silenzio » par-
lano con la voce di magnitìci fatti.
Le chiacchiere scientifiche! Ecco veramente ciò che Carlyle odia,
ciò che sferza spesso col suo feroce sarcasmo ; poiché è opera pazza
il volere spiegare con quattro nomenclature l'universo, il divino e mi-
sterioso universo, « come se fosse una povera cosa morta da rinchiu-
dersi in bottiglie di Leyda e da vendersi nelle botteghe ».
Anche Federigo Nietzsche à spesso amare parole contro la scienza:
ma mentre il filosofo inglese la odia come la gran nemica del senti-
mento religioso, il tedesco sente in essa « odor di palude con graci-
damenti di rane », e la dispiezza perchè da una parte mette capo ad
un mostruoso idolo, lo Stato, dall'altra finisce col sottomettere 1" uomo
alle leggi della reciprocansa, col rinserrarlo nel cerchio sempre più
angusto di una morale da branco, sminuendogli ogni giorno di più la
forza dell'arbitrio.
Lo scrittore inglese considerava la scienza da mistico, il tedesco
da anarchico morale quale fu in realtà. « Il mondo ora non è divino
se non per gli eletti; pure, esso è una cosa ineffabile, verso la quale
la migliore attitudine per noi dopo tutta la no.stra scienza è il rispetto,
la devota prosternazione, e l'umiltà dell'anima » - grida Carlyle.
Dice il Nietzsche: « Sopra tutte le cose si stende il cielo del caso,
il cielo dell' impreveduto, il cielo del capriccio. E questa libertà e sere-
nità celeste io posi al pari di un'azzurra cupola sopra tutte le cose,
allorquando insegnai che né oltre loro né in esse alcuna volontà eterna
si manifesta ».
Necessariamente dalla diversa concezione dell'universo - religiosa
e mistica in Carlyle, atea e materialista in Nietzsche - derivano delle
l)ròfonde differenze nel rispettivo modo di considerare e di spiegare il
Grand' uomo.
L'opera di costui non può per Carlyle restringersi alla vita di
quaggiù, dove quella cosa silenziosa e indefessa che si chiama tempo
finisce per avvolgerci nella sua onda, sulla quale noi e l'opera nostra
galleggiamo per un istante, come parvenze che sono e poi noti sono
piiA,. No: v'è una divina realtà oltre l'involucro di sensibile apparenza:
v'è un « al di là ». Quelli che non sanno spingervi lo sguardo per-
dono il tempo in futilità : pos.sono levar molto rumore, molta polvere,
ma poi il rumore si attutisce, la polvere dilegua, ed è di loro come
se non fosser vissuti. Ma l'Eroe porta in se stesso il fuoco che sa incen-
dere et accendere, e legge nel cielo un grande principio, un grande
insegnamento che possa essere come un vessillo attorno al quale tutti
gli uomini si stringano. E per questo vessillo l'Eroe deve combattere
e sperare e soffrire ogni ora della sua vita, tutta la vita.
Così si spiega il disinteresse, l'altruismo, lo spirito di sacrificio
di tutti gli Eroi carlyniani, i quali non operano per sé, non operano
neanche secondo un piano prefisso : un'ascosa forza li muove, inconsci
spesso e sempre schietti come la natura, di cui non sono che una
mirabile forza. Non cercano la ricchezza, non la potenza, non la gloria:
tali futilità verranno non desiderate ad essi, che potrebbero far loro
le parole di Cristo: « 11 nostro regno non è di questa terra ».
t>.ó(j LA TEORIA r)i:i,i."i;R()i-: in t. cAUi.Yi.t; e k. mut/.sche
E Gian Giacomo Rousseau, cl)e tante doti eroiche ;i pure come let-
terato, non si salverà dai riniprovei'i di Carlyle, appunto perdiè sof-
ferse di una miserabile fame: quella della gloria; appunto percliè il
contingente e il caduco distolsero spesso i suoi occhi dall'e/er/fo e
dal reale.
(vosì si spiega anche perchè il Carlyle [irediliga gli Eroi die altro'
non ebbero ali" infuori della loro grande anima, e lasci nelTombra quelli
che sulla scena del mondo jìarvero rappresentare le parti più importanti
di re e di imperatori. Egli più che al successo guarda al nieiito. più
che all'esteriore ali" interno; quindi se per Dante e Shakespeare à
parole di affetto e di adorazione di cui non conosco le più eloquenti,
venera pure letterati che passarono quasi sconosciuti fra gli uomini,
che certo non varcarono i confini della lor terra, come Roberto Burns
« balzato fuori di tra mezzo alle artificiali figure di cartapesta del secolo
decimosettiino quasi sorgente nei deserti rocciosi ».
Per tutto Cfuesto è naturale che il mistico inglese ammiri assai
scarsamente Napoleone, adorato invece dal Nietzsche quale perfetta
immagine dell'uomo che riesce ad affermare la sua vittoriosa e onni-
potente volontà. Oliviero (aomwell appaie agli occhi dell' Inglese assai
più glande del Bonaparte. «Le enormi vitloiie di costui che si este-
sero a tutta r Europa, mentre il campo d'azione di Cromwel si limitò
alla piccola Inghilterra, non sono, per dir così, che gli alti trampoli
sui quali l'uomo si vede salito : la statura dell'uomo per essi non muta.
Non trovo in lui sincerità pari a quella del Cromwell... » E più oltre
conclude: « Il napoleonismo era ingiusto, era menzogna e non poteva
durare... L'opera di Napoleone si ridurrà a lungo andare a quanto egli
compì giustamente, a quanto la Natura sancirà con le sue leggi, a
((uanto di realtà era in lui: a tanto e nulla più».
Qui si manifesta veramente tutto il modo di pensare e di compren-
dere del tiarlyle: il mondo ])er lui non solo è come realtà materiale,
ma sopratutto come realtà spirituale, e il mondo dell'uomo e della
società è sopratutto come realtà inorate.
Invece, secondo il Nietzsche, trovandosi l'uomo a vivere in un
mondo in balia del caso, deve vivervi con gioia, ed esser lieto,
libero, crudele, malizioso: deve principalmente ciicoscrivere quaggiù
ogni scopo ed ogni desiderio. Non teorie di rassegnazione, di morfi-
tìcazione, di impicciolenti virtù: tutte cose che vaiuio bene pel vulgo
foggiato sulle prediche dei celebratori della morte. Tuttociò che tende
a diminuiie la libera gioia dell'uomo, fatto o teoria, materia o spirito,
ecco il male: tuttociò che contribuisce all'autodominio, al potere, alla
bellezza, ecco il bene ; bello e buono, utile e lecito son nuovamente
termini che s' identificano, come già presso taluni dei Greci. Gran-
d'uomo sarà colui che meglio saprà vivere: che meglio saprà gioire
ed elevarsi e comandare : colui che saprà dire a se stesso e a lutti e
a tutto : io voc/lio. Non io qui ni' indugierò a fare una esposizione siste-
matica del Superuomo nietzschiano, di cui tanto si parlò in questi
ultimi anni, qualche volta assennatamente, più spesso a sproposito. E
neanche voglio parlare delle opere letterarie che trovarono in questo
teoria la sorgente di lor vita, poiché i Superuomini dei romanzi e dei
poemi sono ftmtocci assai male cuciti, e soltanto capaci di parlare cor
la voce altrui, e di far i soliti quattro gesti ad angolo retto.
I.A TEOllIA nELL EROE IN T. CARI. VI. E E K. NIETZSCHE T-)l
Ma ciò che da noi non fu se non ostentazione e scimmiottamento,
per Nietzsclie fu parte integra della coscienza ed espressione veia di
temperamento. Egli fu un greco col culto innato per la bellezza, la
forza, la pienezza della vita tisica, vissuto per anacronismo in un secolo
ricco di una sua speciale bellezza che egli non seppe compi endere. 11
mondo e la vita apparvero alla sua anima, come a quella degli Elleni
o dei Romani dell" impero, sotto una luce esclusivamente estetica e
sensuale. I problemi più ardui del cristianesimo che tanto agitarono
le coscienze del secolo xi.x, per Nietzsche non esistettero, contento come
fu di proclamare spesso che « Dio è morto ». e che con Lui è morto
il regno deirumiliazione e del dolore.
Chi comprende la vita come una cosa caduca in cui sia saggezza
il cariirre flirm. chi la comprende come espressione di gioia, o soddi-
sfazione di sensi o esercizio di potere, non à anima religiosa. Tanto
gl'individui che i jiopoli profondamente religiosi anno un culto spe-
ciale pel dolore : su questo si basa anzi in gran parte la costruzione
teorica delle religioni. Si pensa in un « al di là » solo quando tal pen-
siero può essere una speranza od una consolazione. Ma coloro che sanno
e possono dalla vita terrena esprimere larga e ininterrotta onda di gioia,
vedono nelle speculazioni ultraterrene un attentato alla felicità. Zaia-
thustra di Nietzsche porta anch'esso agli uomini la buona novella,
come i profeti e come il Rabbi di Nazareth : ma il regno che egli
annuncia non è quello dei cieli, quello dell'eternità, bipartito in luogo
di delizie e in luogo di tormenti secondochè si sarà operato confor-
memente o contro alla legge di Dio : ma è su questa terra, esclusi-
vamente su questa terra, dove l'anima spesso muore anche prima
del corpo.
« Il Superuomo è il senso della terra... Ve ne scongiuro, fiatelli
miei, rimanete fedeli alla terra e non prestate fede a coloro che vi par-
lano di speranze sovrannaturali! Sono degli avvelenatori coscienti ed
inco.scienti ». 11 Superuomo non può essere creatura dei nostri tempi
ancor troppo legati al passato, e schiavi del ])regiudizio dell' « oltre
tomba » e di quello « del bene e del male ». Tutto c[uello che noi pos-
siamo sperare è di preparare l'avvento di colui che balzerà un giorno
dall'anima nostra, purificata via via nel crogiuolo della bellezza e del
dominio, a distruggere il dolore, e a superare così lo stadio animale.
« Io non posso amare che il paese dei miei figli, il paese inesplorato
laggiù nel più lontano dei mari : verso di esso drizzo le mie vele ansio-
samente cercando. Ne' miei tìgli voglio redimere la colpa d'essere stato
tìglio de' miei padri, e coU'avvenire questo presente ! ».
Il concetto del progredire degli esseri da forme inferiori a forme
sempre più perfette - legge di cui la scienza involve tutto il mondo
tìsico - è, come si vede, trasportato dal Nietzsche nel campo morale.
Già gli Elleni, secondo lui. eran giunti alla soglia del tempio del Super-
uomo, e vi sarebbero forse entrati, se gli uomini dietro le vestigia del
Galileo non avessero distrutto gli strumenti della grandezza e della
gioia, per foggiare con cecità ridicola i ferri dei propri supplizi.
Però è da osservarsi, che mentre il fondo sociale dell'estetismo
greco fu democraUco, tantoché se Superuomini vi furono, lo furon tutti
dall'arconte al soldato, per Nietzsche solo un piccolo numero d'uomini
potrà affrancarsi dalla schiavitù della liassezza e del dolore.
L'arte, l'esercizio della volontà individuale, la pratica della libertà
avevano finito per sospingere veramente tutto il mondo greco ad una
17 Voi. evi. Selle TV - 16 luglio 1903.
'2ÓH LA TEoiuA dki.i/kroi-: in t. cari. vi. i: e r. Nietzsche
serena altezza, dove le slesse scarse fantasie siili' «/ ili là eiaiio iinpK'-
gnate eli un piot'unio di g-ioia, erano miti ombre e non tenebre l'osche;
mentre per Nietzsche il branco, il vile branco, si avvoltolerà sempre
nella sna innnondizia. sarà sempre, per dirla con Carlyle, una povera
cosa amorfa e inarticolata. Così V Eioe di quello, in quanto trae la
sua rag:ion d'essere dalla massa umana per la quale opera e vive, forma
l'esatto contrapposto del Superuomo, il quale vive quasi in odio alla
massa, in un'atmosfera nota a lui solo, cni'ioso tipo di gigante e di
anacoreta.
Il Superuomo è quindi line a se stesso : la viitfi. la verità, l'ideale
non esistono all'infuori di lui : non sono come nel mondo di Carlyle
(lei fari nascosti nelle tenebre, che solo la prodigiosa mano dell'Eroe
può svelare agli attoniti sguardi delle moltitudini. 11 Superuomo è il
senso della terra; è sopralutto il circolo chiuso che à coininciamento
e fine in sé. stesso, supremo fiore dell'albero della vita, destinato ad
accogliere in sé ogni raggio, ogni colore, ogni lìiofumo.
Da taluni si volle riallacciare il pensiero nietzschiano alla legge
della lotta per la vita con il conseguente trionfo del più forte e del più
atto, lo si volle anzi con quella spiegare e giustificare: altri, trasportan-
dolo nella politica, vi scorsero la teoria delle forme oligarchichedi governo-
« Zarathustra non deve parlare al popolo bensì ai compagni : Zarathustra
non deve essere il pastore ed il cane d'una mandria! » Certo la figura
creata dal Nietzsche è essenzialmente e crudamente aristocratica; si
direbbe anzi chea meglio sublimare la sua creatura, il tilo.sofo abbia vo-
luto accentuarne il distacco dal volgo, ostentando un esagerato disprezzo
per questo, e un soverchio entusiasmo per i pochissimi eletti. Ala il tra-
sportare il pensiero di Nietzsche dal campo puramente etico, dove sorse
e si sviluppò, in altri campi è opera arbitraria ; tanto più che se già nel
campo morale esso è sovente tanto ardito da sembi'ar pazzesco, ti'as-
portato nella i)olitica darebbe luogo a dei mostruosi anacronismi.
Di i)iù il Nietzsche, così facile a lanciar apoftegini in materia di
arte, di letteratura e di morale, sorvola sempre sulla politica, potendo
per lui essere volgo non solo coloro che servono materialmente, ma
anche coloro che pur avendo tutte le apparenze del comando àn la ser-
vitù nell'animo, potendo essere volgo anche i re di corona. Zarathustra
si ride dei governi e non li cura, vivendo essi assieme ai greggi umani
di cui sono i cani da guardia, in una zona d'ombra, lungi dal beato
colle del Superuomo irraggiato dal sole. « Ed ai governanti volsi il
dorso quando vidi che cosa essi chiamavano governare: il mercanteg-
giare e patteggiar colla plebe ! »
L'opera di Federigo Nietzsche bisogna quindi consideiai'la soltanto
dal lato etico, quale integrazione in un'idéal forma d'uomo di un nuovo
e più ampio sistema di morale, che non fissa arbitrari confini chia-
mandoli coi nomi di « bene » e di « male »: al di là di questi fittizi
confini deve allargarsi la libera e conscia volontà, deve stendersi l'illi-
mitato regno del capriccio.
La passione, reietta in tutti i sistemi morali e religiosi come radice
di ogni male, è dal tìlosofo-esteta posta al vertice della sua etica. « Una
volta tu possedevi delle passioni e le chiamavi cattive: ma adesso non
possiedi che le tue virtìi, le quali ebbero origine dalle tue passioni.
Tu collocasti il tuo scopo più sublime in quelle passioni ed allora
divennei'o le^tue virtù e le tue gioie ». Il branco invece seguiterà il suo
ebete andare lungo gì' insorpassabili confini del bene e del male, e
I
LA TEORIA deli/ EROE IN T. CARLYLE E F. .NIETZSCHE :25U
vedrà iiell' nonio che per t'orza di volontà li à varcati non un essere
ammirevole, ma un nemico. Tutta la sua gretta morale basata sulla
legge della reciprocauza che innalza a sistema la transazione, che im-
pone l'obbligo di innumerevoli schiavitù e riduce l'uomo ad una com-
pleta evirazione, è turbata quasi da temerario attentato dalia vita di un
Superuomo. 11 quale, perciò, sarà odiato, e sarà invece levato alle stelle
chi al popolo darà il più bello e chiassoso esempio di seintù, di auto-
ini picciolimento.
Mentre per Cailyle il culto degli uomini superiori è eterno e ine-
stJTiguibile, sebl)ene più o meno fervido secondo le età e le circostanze,
mentre dunque è il popolo colla sua ammirazione devota che misura
in certo qual modo l'Eroe, pei- Nietzsche il popolo è incajìace di giu-
dizio, e non bisogna mai credergli quando parla di uomini grandi per-
chè non comprende la giandezza dei pochi (i quali sono poi gli eitfì
dir creano), ma à occhi ed orecchi per i commedianti (cpielli che rap-
jiresentano le cose grandi! e ruota attorno ad essi e li cinge di gloria.
« Guardate i buoni ed i iiiiisfi. guardate i credenti di tutte le religioni :
chi odiano essi ]iiù d'ogni altro? Colui clie spezza le loro tavole dei
\alori, i'infran^itore. il corruttore: ma questi è colid che crea. Io
non voglio più parlare al popolo: per l'ultima volta ò |)arlato ad un
radavere ».
Tommaso Carlyle e Federigo Nietzsche furon quindi due fieri e rudi
e intransigenti individualisti in un'età in cui la .scienza pareva decre-
tare, in ogni ordine di S|)eculazioni e più di tutto nella pratica quo-
tidiana, il trionfo della specie e della folla..
Religioso e mistico. Carlyle ridusse l'uomo di genio ad un semplice
strumento della Provvidenza, atto a lavorare la grigia massa umana,
onde farne sprizzare scintille di luce e fiamme d'amore. Fu più che altro
un ricordo di antiche cosmogonie, un'eco di mitologie morte, un grido
(li fede religiosa tanto più commovente in cjuanto si sente che risuona
nel silenzio del cuore sociale: non fu certo, né lo poteva essere, opera
di scienza. Il suo Eroe, metafisico nell'origine e nello sviluppo, è pur-
tuttavia profondamente simjiatico. perchè non si rinchiude in sé stesso,,
ma si dona tutto agli altri, etl è il salvatore, il ]>adre. l'amico del popolo.
Ed è simpatico perchè questo, malgrado le sue vanterie e ostentazioni
egualitarie, adora un bel gesto, ima bella parola, un gran fatto : e an-
cora subisce il fascino di chi è tanto diverso da lui, ma anche tanto su-
periore. Tutta una nuova fioritura di eroi e di uomini tipici - nel teatro,
nel romanzo, nel poema - dopo il trionfo indiscutibile degli ambientisti,
dimostra la verità di questa asserzione.
Materialista e pagano. Nietzsche innalzò l'uomo ai limiti ultimi del
mondo sensibile, oltre i quali comincia il nidla. e lo abbandonò alla
sola legge tlel capriccio, al solo istinto della gioia. Ma il suo Supei'uomo
riesce antipatico non solo jierchè jioggia sulla precisa inversione dei
principi di morale universalmente accettati, ma perchè coll'esaltare la
solitudine egoistica del Superuomo il filosofo spezza ogni vincolo di
simpatia tra il mondo umano che attorno vive e la creatura della sua
mente, che diviene così un ridicolo feticcio dinanzi al (piale si sdi-
linquiscono in adorazione pochi esteti.
2(M) LA TEOIilA dell'eroe IX T. f.ARLVLE E E. XIETZSritE
Che se il concetto filosofico di Nietzsche applicato alla produzione
artistica diede lìutti copiosi forse, ma senza dul)bio risibili, anche
come sistema morale non aggiunse al pensiero greco, cosi sereno e allo
e sobrio nelle sjieculazioni metafisiche, altro che la parte ]>iii antipa-
tica: cioè l'opposizione dell'uomo agli nomini, la popolofohia. Cosa
questa che ])iìi forse è dettata al Nietzsclie dal temperamento suo di
antico che non dal lavorio del raziocinio; poiché la popolofohia non
discende necessariamente di illazione in illazione dalle premesse atee
e materialistiche: tutt'aUro. È tjuindi prodotto del suo temperamento
squilibrato di antico, reagente collo sprezzo impotente e cogli sfoghi
sentimentali al quotidiano elevarsi ed agitarsi della democrazia, verso
la quale vedeva fatalmente orientarsi l'arte, la scienza, la |Kj]itica, tutta
insomma la vita sociale.
GusEPPE Ravenna.
LA STORIA DELLA FINANZA ITALIANA
Achille Plebako. Storia della Fiitanza italiana dalla costilusione del Retino
alla fine del secolo XIX. Volumi 3 di pag. 1600. — Casa Editrice !Xazionale
Roux e Viarengo, Torino-Eoma.
Con la pubblicazione, testé avvenuta, del terzo volume, lia avuto
compimento la Storia delia Finanza^ italiana di Achille Plebaìio.
La riconosciuta competenza delfautore, favore vohn ente noto agli stu-
diosi per pregevoli lavori in materia economica e finanziaria, e la
speciale importanza del poderoso lavoro ora venuto compiutamente
alla luce, basterebbero ad esigere che di questo fosse trattato con am-
piezza maggiore di quella che le riviste bibliografiche sogliono consen-
tire, per ragione di spazio, anche a pubblicazioni di gran conto. Né
solo il valore dell'Autore e il pregio dell'opera sua esigono un più
ampio esame di questa: lo esige ancora la prcscMile situazione della
finanza italiana, la quale cela gravi pericoli, in ragione del migliora-
mento suo, che de.sta troppi, per quanto non tutti ingiustificati, desi-
deri. Perchè se la situazione della finanza pubblica è, da qualche
tempo, notevolmente migliorata, come attestano il pareggio realmente
«uramente conseguito, e il progressivo incremento di impoitanti
;ùti di entrata; se anche la situazione economica e monetaria è
migliorata, come appare dall'aumento della produzione e del traffico,
e dalla scomparsa dell'aggio della moneta; è pur vero, d"altra pai1e,
che a questo miglioramento finanziario, economico e monetario non
corrisiìoude esattamente la situazione del paese in generale, e special-
mente quella di alcune regioni, a sollievo delle (juali sono insistente-
mente invocati speciali provvedimenti. Come è pur vero che l'assetto
della finanza è sfato conseguito e si mantiene a costo di sacrifizi
yiavi per i cittadini, sui quali pesa sempre un onere tributario assai
gravoso, che è più difficilmente sopportato in quelle regioni appunto
nelle quali il miglioramento si è meno accentuato; onere cfie non è
equamente ripartito tra le varie classi sociali e che, per quanto si sia
altrimenti affermato, ma non dimostrato, colpisce più duramente le
popolazioni più bisognose.
Tuffo ciò, se giustifica i desideri di alleggerimenti fiscali che da
ogni ])arfe. ad alta voce, si reclamano, e di speciali provvedimenti a
favore di regioni meno prospere, giustifica altresì le inquietudiui di
Kiloro che dal soddisfacimento di quei desideri vedono comi)romessa
la saldezza della compagine finanziaria. Inquietudine tanto piii giu-
stificata, in quanto che i provvedimenti che si invocano da varie parti
non apjiariscono inspirati ad un largo concetto organico di riforme
tributarie, la cui attuazione potrebbe essere tentala, sia pure a sem-
plice titolo di esperimento, nella non ingiustificata fiducia che potesse
diri LA STOKIA DELLA KLVANZA ITALIANA
derivarne una più giusta ed equa liiiartizioiie tributaria, avente per
effetto un sollievo delle |iopolazioni più lìisognose. e capace di con-
sentire, per dirette ed indirette vie, adeguati coinpensi e risarcimenti
in un elexainenfo del tenore di vita economica delle popolazioni stesse,
determinante un considerevole aumento dei consumi.
Non soltanto nulla di tutto ciò è stalo fin qui proposto neiram-
bito politico, ma in esso e fuori di esso. s"è quasi generalmente dif-
fuso il concetto o. a meglio dire, il pregiudizio, che nulla sia da
tentare in argomento di largiie, radicali, organiche riforme tributarie.
Cotesta avversione, che deriva dalla troppo scarsa coltura economica
del paese, può tuttavia sembrale, fino ad un certo segno, giustificata,
perchè tutto ciò che appare troppo complicato e tropjio ardito è sempre
-accolto con avversione e con sospettosa diffidenza, e perchè si crede
che manchi in Italia l'uomo atto a concepire coraggiosameide, a difen-
dere strenuamente e a far prevalere un vasto e radicale disegno di
riforma tiibutaria, per il quale si ritiene che il paese non sia ancora
preparato.
Di guisa che, per timore deiravveisa corrente della publilica
opinione, anche coloro che sono intimamente persuasi della utilità di
una organica e complessa riforma tiil)utaria. si astengono dal proporla,
nel timore di essere consiflerati quali uomini avventati e pericolosi.
Intanto, poiché si crede che qualcosa sia i)ur necessario di fare,
non fosse altro per calmare le inquietudini delle popolazioni, proposte
varie sono state fatte da parti diverse, coirintento di venire in aiuto
•di classi o di regioni piìi bisognose. Senza entrare qui a discutere le
varie proposte, giova a\vertire che esse incontrano opposizioni gravi
da parte specialmente di coloro che, badando, sopra ogni altra cosa,
alla assoluta necessità della saldezza finanziaria, giudicano i provve-
dimenti proposti atti a com])romettere fequilibrio del bilancio, che ne
sarebbe dannosamente sbocconcellato senza reale ])rofitto per alcuno,
essendo i provvedimenti medesimi troppo scarsamente ed ineffica-
cemente giovevoli alle popolazioni bisognose.
Per quanto riguarda la tenuità del l)enetizio immediato che i con-
tribuenti trarre])bero dai provvedimenti invocati, è da considerare che
la critica e la opposizione che su essa soltanto si fondano, non po-
trebbero essere accolte in modo assoluto; giacché è bene evidente che,
a siffatta stregua, niun provvedimento meriterebl>e di essere approvato,
il meno che non importasse una perdita per il bilancio di parecchie
centinaia di milioni : perdita che questo, per lungo tempo ancora, non
potrà so[)p(jrtare. Ma se si riconosce che i contiibuenti sono troppo
•duramente colpiti: se, anche per considerazioni politiche e sociali, si
ritiene opportuno di inaugurare Tèia di una jtolitica tìnanziaria meno
^opprimente e più umana, non si dovrebbe recedere dal prt)ponimento
di iniziarla per la considerazione del limitato benefizio immediato che
ne avranno le popolazioni, purché, per altro, sia bene accertato che il
bilancio |)uò sopportare la perdita, per modo che non vi sia il pericolo
-di ricadere nel disavanzo. E per non ricadere nel disavanzo è neces-
sario avere sempre margini attivi per fronteggiare le eventualità im-
previste o, meglio, le prevedutili eventualità straordinarie.
Nel momento presente v'è però chi teme fortemente che il pericolo
di ricadere nel disavanzo vi sia, e raccomanda perciò di non sperpe-
rare gli avanzi del bilancio e di destinarli più utilmente ad altro uso,
vale a dire a rafforzare la posizione del Tesoro e ad estinguere i suoi
LA STORIA DELLA FINANZA ITALIANA ^63
"debiti, a cominciare da quello, apparentemente innocuo, rappresentato
<lai biglietti di Stato.
11 timore che una diminuzione di entrate po.ssa riuscire dannosa
alleditizio finanziario, con tanti stenti, con tanti sacrifizi innalzato,
sembra, ai più rigidi difensori del pareggio, giustificato anche da che
gli avanzi di esso sono, in gran parte, dovuti ai deficienti raccolti di
grano che hanno aumentato 1" importazione dalfestero, e ingro.ssato
il prodotto del dazio. È stato osservato che. in tal modo, il bilancio
dello Stato si avvantaggia di un danno del paese. Non sarebbe tuttavia
fuor di luogo osservare che, per i contribuenti, la cosa non ha impor-
tanza o ne ha piuttosto una favorevole; giacché il maggior gettito del
dazio protettore entra nelle casse dello Stato, invece di entrare nelle
tasche dei produttori sotto forma di aumento del prezzo del grano
nazionale.
Comimque sia. sta di fatto che il miglioramento del bilancio è
stato ottenuto, in buona parte, per il mancato raccolto del grano nazio-
nale, vale a dire per mia causa clie non ha carattere jiermanente e si
desidera abbia anzi a cessare. Di guisa che la situazione, nei rispetti
della finanza dello Stato, è ora questa : da una parte un soddisfacente
avanzo non ritenuto però da tutti solido e durevole: e. dall'altra,
richieste di sgiavi. di alleggerimenti, di opere pubbliclie e di altri
provvedimenti diretti a sollevare le classi povere tra le quali, in alcune
regioni, infierisce anche il flagello della disoccupazione.
Ui fronte a tutto ciò, non dovrebbero sembrare ingiustificati ed
esagerati gli ammonimenti di coloro che cercano di difendere la sal-
dezza e la integrità del bilancio dagli assalti die da ogni parte gli
sono rivolti; di coloro che proclamano la assoluta necessità di una
finanza rigida e severa, e additano i pericoli gravi ai quali si andrebbe
inevitabilmente incontro, quando, per soddisfare troppi desideri, si
commettessero nuovi errori e si riaprisse l'èra dei disavanzi.
Qui non è fuori di luogo avvertire come il maggiore pregio in
cui è tenuta ora V Italia nel consesso delle Nazioni derivi, sopra
ogni altra cosa, dalle migliorate condizioni della finanza e della pub-
blica economia. Non è certo un accesso di italofllia sentimentale quello
che muove gli altri paesi a tributare lodi e dimostrazioni di simpatia
all'Italia; è, invece, il riconosciiiiento della cresciuta prosperità eco-
nomica e finanziaria, quello che la fa tenere ora da essi in maggior
conto, e ne fa desiderare l'amicizia. Ciò tanto più in quanto che,
mentre l'Italia è rimasta fedele al rigido programma della economia
delle spese, e ha saputo energicamente resistere alla facile tentazione
di continuare a far debiti, gli altri paesi si sono trovati invece, presso
che tutti, qual più qual meno, costretti, da cause diverse, ad aumen-
tare i debiti propri, mentre alcuni tra essi hanno veduto sorgere e
ingigantire il disa\anzo del bilancio.
L'aumento sempre crescente del debito pubblico dei principali
paesi ha reso, per spontanea attuazione della legge della domanda e
della offerta, meno pregiate le loro rendite di Stato, delle quali i mer-
cati rigurgitano; mentre intanto, diminuita di intensità la recente crisi
industriale, i capitali si rivolgono con una certa preferenza ai valori
bancari ed industriali proaietfenti una più larga rimunerazione, o a
titoli di Slato a più alto reddito che. per le condizioni finanziarie ed
economiche dei paesi emittenti, ispirino fiducia. Tra questi titoli sono
venuti a trovarsi, in prima linea, quelli italiani, i quali, per effetto
^(>4 l,A STORIA DELLA KIXANZA ITAHAXA
del continuo liacquislo da pjirte dei capitalisti nazionali, scarseggiano
sui mercati stranieri, i'uò dirsi, pertanto, die il favore di cui gode
da qualche tempo il credito italiano sia dovuto, in parte, al migliora-
mento reale della situazione del nostro paese, e. in parte, al peggio-
ramento della situazione di altri paesi.
Ad ogni modo, deve essere tenuto ora ben presente che il maggior
credito di cui gode l'Italia è meritato premio ai sacritizi tatti da essa
per riparare alle conseguenze delle necessità finanziarie cui il paese
dovette andare incontro per le vicende della sua costituzione politica,
ed anche, e in jiarte cos|iicua, agli ettetti di una lunga serie di gravis-
simi errori.
Ma ora clie si sono veduti gli effetti funesti della finanza spen-
sierata e folle, e si cominciano a vedere quelli benefìci della finanza
saggia e severa, sarebbe, in verità, piìi che errore, giavissima colpa,
compromettere, con ima politica finanziaria inconsiderata e fiacca, tutto
il bene, a grande stento conseguito, e im])edire quello maggiore che
è altrimenti da ripromettersi in non lontano avvenire.
Ecco perchè viene opportunamente nell'ora presente la Sfoi-ia della
finanza italiiina, ima storia densa di utili insegnamenti, che ha pagine
tristi di errori e di debolezze, e pagine gloriose di saciifizi, di priva-
zioni g di slenti; ecco perchè pare utile richiamare 1" attenzione del
Governo, del Parlamento, della pubblica opinione sull'opera veramente
benemerita di Achille Plebano: la quale, oltre il pregio della fedeltà
della narrazione storica, ha quello pur grande di una oggettiva impar-
zialità di giudizi.
Questo pregio è tanto più notevole e lodevole, in cpianto che l'Au-
tore, per le qualità del suo temperamento e per la competenza nelle
discipline economiche e finanziarie, esercitò, durante la sua lunga vita
parlamentare, talvolta in forma anche vivace. 1" ufficio di critico severo
e di difensore strenuo della rigida finanza.
Lo storico ha perduto però la sua asprezza di giudizio, per modo
che l'opera sua riesce impiontata ad una maggiore sei-enità. la quale
gli consente di tributale la meritata lode anche agli uomini dai quali
egli potè dissentire.
Cosi, per non parlare che dei maggiori uomini clie ebbero parte
direttiva nelle cose finanziarie del nostro paese, e che rimangono de-
gnamente sulla scena politica, egli riconosce il glande merito del-
l'on. Giolitti. che fu primo a volere che fosse contenuta la pul>blica
spesa, come dà la meritata parte di lode agli on. Luzzatti e Sonnino
clie. dopo di lui. ressero il Tesoro con criteri rigidi e severi, ed alla
energica resistenza dei quali si deve la sosta nelle emissioni di prestiti
pubblici, ed una serie di utili provvedimenti finanziari ed economici.
Per quanto nelle cifre del bilancio di un paese si riassuma tutta
la vita politica di esso, per modo che la storia della finanza necessa-
riamente si intreccia colla storia delle vicende politiche. l'Autore si è
tuttavia proposto di separare, per (pianto possibile, l'elemento finan-
ziario dall'elemento politico, appunto perchè questo è di natura sua
atto a suscitare polemiche nelle quali non è sempre dato di conservare
la più serena imparzialità.
T,A STORIA DELLA FINANZA ITALIANA ^tì»
« Lasciando a parte - scrive egli nella breve prefazione - |ier quanto
non fosse dalla chiarezza dell'esposizione necessariamente richiesto,
qualsiasi accenno a questioni politiche, e trascurando ogni argomento
che col tema della finanza non si mostrasse strettamente connesso,
mi sono limitato, più ancora che ad apprezzare, a raccogliere ed esporre,
in modo riassuntivo, e colla più serena obbiettività, quanto, rispetto
alle vicende dal bilancio nazionale, può trarsi principalmente dalle
numerose e ricche pubblicazioni ufficiali, die in ([ualche modo lo ri-
guardano ».
Scorrendo le pagine della Sforia della Fiìnuiza italiana si vede però
che non sempre rAutore potè rimanere fedele al pi'oponimento di la-
sciare da parte le questioni politiche.
Alla esposizione delle vicende finanziarie italiane, l'Autore ha fatto
precedere un cenno sullo stato delle finanze del Regno Subalpino; ciò
che ha dato occasione a qualclie censura, non inteiamente priva di
fondamento. Perchè, si è detto, fra i molteplici ordinamenti finanziari
che esistevano nelle varie regioni italiane, ricordare soltanto quello
del Piemonte"? Non v'ha dubbio che un succinto esame delle finanze
•di tutti gli antichi Stati sarebi)e riuscita opportuna introduzicme allo
studio intra})reso dall'Autore.
Xon deve però essere dimenfi<'ato, che l'evoluzione economica e
tinanziaria compiuta dal Piemonte, sotto la guida del conte di Cavour,
nel decennio dal 18.ó() al 18(i(), costituì un efficace coefficiente dell'im-
presa nazionale, ed ebbe non lieve influenza suH' assetto finanziario
della ricostituita Italia. È perciò in qualche modo giustificato l'Autore
se credette opportuno di deflicare le prime pagine del suo lavoro alla
evoluzione della economia tinanziaria del Piemonte.
Sebbene la storia delia FiiiaiLva ilaliaiia segua, giurilo per gioiuo,
le vicende economiche e finanziarie dell'Italia, essa riesce però natu-
ralmente separata e distinta in ])eriodi ben determinati.
II primo volume narrale vicende finanziarie che si svolsero dal 1860
al 1876. È il periodo della finanza italiana, che l'Autore chiama eroico,
ma che potrebbe anche chiamarsi costitutivo o fondamentale di essa;
giacché se in quegli anni, in mezzo alle crescenti esigenze create dalle ne-
cessità delle vicende politiche, fu viva ed incessante la lotta per raggiun-
gere, a qualunque costo, l'assetto del bilancio, che era condizione indi-
spensabile per assicurare la fortuna politica della nuova Italia, è ancora
in quegli anni, che si costituì, e prese la tìsonomia che ancor oggi con-
serva, l'edificio amministiativo e finanziario del Regno.
l/unificazione del debil(j i)ubi)li((», l'istituzione della Corte dei conti,
rordinameulo della pubblica contahilità, la creazione della Cassa depo-
siti e prestiti, il riordinamento della Guardia doganale e dei vari con-
gegni ilell'amministrazione finanziaria, la sistemazione del monopolio
dei sali e dei tal)acchi, e l'intiero meccanismo tributario, che oggi an-
cora sostanzialmente funziona, tutto fu escogitato, discusso e sancito
in quel periodo.
L'edificio che ne emerse ikhi fu certo scevro di imperfezioni e di-
felli, jinclié gravi; ma in quei iirinii momenti della vita nazionale,
(liiaiido le varie regioni venute a costituire il nuovo Regno poco e male
fia loro si conoscevano, non era possibile sperare che, tra mezzo alla
infinita varietà di idee, di aspirazioni, di interessi, di tradizioni, di
"260 l.A STORIA nKLI,A FINANZA ITALIANA
coiisiietluiiiii e di passioni che si agitavano, si trovasse la melile ca-
pace (li conceiiiie, e la mano vigorosa per attuare un piano completo
di ordinamento jiel (|uale ogni cosa fosse sistemata ed organizzata alla
st legna delle condizioni vere del paese.
D"altra parte, le esigenze incalzanti della finanza mal consentivano
di contenere, in comportevoli contini, le richieste fiscali, di guisa che
si dovette provvedere d'urgenza, come meglio si potè, nella fiducia che.
a tempo opportuno, sarebbe stato possibile attuare più meditati prov-
vedimenti.
* «
Ma è poco esatta, per quanto specialmente riguarda le cose della
finanza, raffermazione, tante volte ripetuta, che tutta l'opera di or-
dinamento compiuta nel primo periodo della vita nazionale abbia
consistito nell'estendere al resto d'Italia le leggi e gli ordinamenti vi-
genti nel Piemonte. L'Autore, con la scorta dei fatti, dimostra appunto
come una tale affermazione sia di molto esagerata.
Certo, dal Regno Subal[)ino, che costituiva allora il centro del mo-
vimento nazionale, e già aveva cercato di coordinare a quel movimento
i suoi ordinamenti, furono tratti molti concetti fondamentali in materia,
finanziaria. Ma non mancarono nemmeno le coragiriose ritorme. Ba-
sterà ricoidare rimj)osta di ricchezza mobile che, con tutti i difetti che
ancora oggi rimangono nella sua applicazione, costituiva il più razio-
nale meccanismo fiscale che la scienza additasse; il sistema di riscos-
sione delle imposte dirette, opportuna imitazione di ciò che esisteva
nel Lombardo-\eneto: l'ordinamento delle Intendenze di finanza, con-
cetto tratto dalla Toscana; e l'ordinamento della tassa di legistro e
bollo, col quale si cercò di fondere e coordinare le norme vigenti, nei
diversi antichi Stati, adattandole alle urgenti esigenze dell'erario.
Ciò che indul>biamente derivò dal Piemonte fu l'indirizzo della po-
litica economica, e specialmente della politica doganale. Tra i provve-
dimenti sanciti nei i)rimi anni della vita nazionale va ricordata, per
la sua grande im])ortanza, l'approvazione dei trattati di commercio e
di navigazione con la Francia. Tali trattati, iniziati dal conte di Cavour,
erano la continuazione di quella coraggiosa politica liberista che era
stata seguita nel Regno Subalpino, e che, fin dai primi momenti delle
annessioni, era stata estesa alle altre provincie italiane. Alla stregua
di essa si unificarono i vari regimi doganali, slegati e discordi, che
avevano avuto vita negli antichi Stati.
Né furono scarsi i risultati ottenuti da siffatto indirizzo economico:
giacche, come è chiaramente dimostrato dall'oliera dell'on. Plebano, in
virtù di quell'indirizzo, nel breve volgere di lo anni, cioèdal 18(5:2 al 1876,
pure in mezzo ai periodi di grande agitazione che il paese aveva traver-
sato, e mentre l'economia nazionale cominciava appena a ridestarsi dal
letargo in cui quasi tutti gli antichi Governi l'avevano tenuta, si ebbe
duplicato il prodotto dei dazi doganali, e aumentato, da milioni 14t)7
a 52545, il valore complessivo delle merci esportate ed importate.
*
« *
Fu lungamente disputato, ed oggi ancora, quando l'occasione ne
sorga, si discute intorno alla situazione finanziaria lasciata dagli uo-
mini che cessarono dal Governo nel 1876: quando avvenne ciò che fu
•chiamata una rivoluzione parlamentare, mentre non fu, in sostanza,
LA STORIA DELLA KIXANZA ITALLWA -HM
che la impreveduta manifestazione di un fenomeno natuiale e neces-
sario alla vita normale dei legimi parlamentari. La passione contrastò
spesso sn qnel punto la constatazione esatta della" verità: verità che
l'Autore, fedele al pioponimento suo di giudicare con obhiettiva im-
parzialità, ristabilisce, con Fanalisì accui'ata e precisa delle cifi-e. e
riepiloga nelle seguenti brevi considerazioni che sembra opportuno ri-
ferire :
« La verità serena é che ael Inlancio del 1876, ed anche, come il fatto
ha poi dimostrato, nello stesso bilancio del 1875, si era arrivati a coprire
le spese annuali senza bisogno di chiedere per esse aiuto al credito; ed era
per ciò indubliiamente compiuto un passo importante, anzi il primo e più
indispensabile passo sulla via della sistemazione finanziaria. Sebbene non
debba dimenticarsi come tale passo si fosse compiuto collo spingere la
pressione tributaria a tale altezza cui forse da nessun paese era mai stata
toccata, colP imporre ai cittadini sforzi enormi, che difficilmente potevano
a lungo essere continuati, e col dimenticare talvolta, per tener fisso lo sguardo
al bilancio dello Stato, le ragioni dell'equità ed i bisogni dell'economia
nazionale.
« Ma esigenze inesorabili, imposte dalle vicende della nostra ricostitu-
zione politica, cosi avevano sino allora voluto: ed assai difficile compito si
assumerebl^e chi pretendesse - non con vaghe affermazioni, ma collo studio
concreto dei tempi, degli uomini e delle cose - dimostrare che era possibile
fare altrimenti. Laonde la storia, ammirando l'alto esempio di virtù civile
dato dai contribuenti italiani, non potrà negare lode agli uomini che, con
coraggio, per quanto non sempre scevro di errori, quelle esigenze seppero
atìfrontare; ponendo la nuova Italia in grado di tener fede a tutti i suoi
impegni, ed ottenendo così per essa dal mondo quella fiducia, che fu tra i
più efficaci coefficienti del consolidamento delle sue fortune politiche.
« Ma pagato cotesto tributo alla verità per un lato, dal vero per un
altro lato si scosterebbe chi pretendesse sostenere che nel 1876 la finanza
italiana già si trovava davvero stabilmente sistemata; sicché oramai nes-
sun'altra cura incumbesse a coloro che succedevano al Governo, tranne quella
di non turbare il naturale andamento delle cose. Lungo ei-a invece il cam-
mino che restava a percorrere, ardua non meno di quella compiuta l' im-
presa che ancora occorreva intraprendere. Il parziale equilibrio ottenuto,
mentre il movimento della finanza si svolgeva male armonizzato colla vita
economica del Paese, pendeva da un filo cosi sottile, che dal più leggero
soffio di vento poteva essere l'otto. E d'altra parte, la lieta visione di un
l'ilancio di competenza pareggiato si trovava assai trùstamente ombreggiata
dai molti altri elementi, che era d'uopo tenere in conto per determinare
sulla base del vero la situazione della finanza. La differenza passiva nei
residui delle passate gestioni - la poca sicurezza dell'incasso di molti residui
attivi - il largo debito fluttuante, usato spesso come mezzo di bilancio più
che quale momentaneo strumento di tesoreria - la risorsa dei beni demaniali
ed ecclesiastici oramai completamente esaurita - la difficoltà e talvolta la
impossibilità di chiudere in modo assoluto l'adito a nuove spese - il debito
pubblico arrivato ad altissimo livello - e sopratutto il malanno del corso
tnrzoso dei biglietti, dei quali già circolava per conto dello Stato la grossa
■ifra di 940 milioni - tutto ciò costituiva un tale e cosi grave complesso di
ostacoli ancora da superare, che alla più pericolosa illusione avrebbe esposta
l'Italia chi, dimenticandolo, avesse pi'oclamata la finanza definitivamente e
stabilmente sistemata ».
La situazione di cose lasciata dagli uomini che scesei'o dal potere
nel 187(5 pareva indicare chiaramente la via che erano chiamali a se-
'^uire coloro che vi giungevano nuovi.
Ricostituire, su basi piìi ragionevoli e più eque, tutto l'ordina-
niento tributario, che era stato affrettatamente creato sotto la pressione
i>68 I,A STORTA l)i:i,l.A l'INAN/A ITALIANA
delle [)iii urgenti necessità: riformare, con ciiteri di semplicità e di
largo decentramento, tutto il meccanismo amministrativo, lilterandolo
dei i)esanli, coinplicali, farratjinosi conge<ini. inutili o piuttosto dan-
nosi, che eiano stati conservali: e. sojiral lutto, limitare, entro i coti-
lini della ])iù indeclinabile necessità, le pidìbliclie spese, atlinchè il
movimento di riforma, dal cpiale per molti rignai'di il paese allentleva
vita migliore, potesse compiersi, senza die l'andamento della linanza
ne fosse turbato: tale era il co)ii])ito che ))areva segnato ai niMvi uo-
mini di Cìoverno.
.\iresame della |)olitica finanziaria seguita dagli uomini che co-
stituirono allora il Governo, intende il secondo A'olume della Sforin
(Iella Finanza italiana, nel (piale sono narrate le vicende finanziarie
degli anni che corsero dal IS7(i al ltSS7-S8. È il periodo che [lolitica-
niente potrebbe aver nome da Agostino Depietis, e finanziariamente
da Agostino Magliani. e nel quale dominarono i concetti di una finanza
illusionista, che voleva alleggerire i tributi, abolire il corso forzoso
della carta, dar mano, a carico dello Stalo, ad un vasto piano di
opere pubbliche, aumentare le spese militari, e. insieme, senza la
necessaria preparazione e senza alcuno studio profondo, spingere il
paese verso I" incognita della politica coloniale.
Non è possibile, nel breve spazio assegnato a questo scritto, rias-
sumere i molti fatti che l'Autore espone, uè indugiarsi ad esporre i
suoi apprezzamenti. Il .suo pensiero intorno ai risultati dell'opera
finanziaria di quel tem]io egli riassume affermando che gli uomini
arrivati al potere nel 187(i fallirono al compito che si erano assunto.
E tale affermazione corrobora colle seguenti osservazioni:
« Se il pareggio non c'è, bisogna ottenerlo, e se c'è conservarlo ed as-
sodarlo, - aveva dicliiarato il Depretis nel primo suo giungere al Governo;
ed il vistoso e persistente disavanzo fu il risultato di dieci anni di am-
ministrazione. Nel primo periodo della nuova vita italiana, tramezzo alle
difficoltà della non ancora completa ricostituzione politica e della appena
iniziata uniiìcazione nazionale, si arriva da un disavanzo di 400 milioni ad
un avanzo di 20 ; e dal 1876 al 1887-88, a impi-esa nazionale compiuta, coi
benetizi dell'unità assicurati, si ricade nel disavanzo, accertato dai conti
consuntivi di milioni 72.93 (1887-88).
« Chiamato al Governo per difendere l'improvvisa abolizione del maci-
nato, che la situazione della finanza mal consentiva, il Magliani annunzia
il programma della trasformazione tributaria, per dare alla disti'iliuzione
dei pubblici carichi base di maggiore equità, e sopratutto per sollevare
dalle esigenze del fisco le classi meno abbienti. E quella trasformazione si
concreta nella maggior somma di oltre 181 milioni sottratta ai cittadini colle
imposte sui consumi (1876: 422 milioni; 1887-88: 603): nella sostituzione al
macinato della più ingiusta e più gravosa tassa doganale sulle farine e sul
grano, inasprita, nei suoi effetti, dagli aggravi locali ; e nella elevazione
del dazio sullo zucchero e sul petrolio a livelli non raggiunti in alcun paese.
« Le larghe e razionali riforme degli ordinamenti amministrativi, la ra-
rificazione della burocrazia, la diminuzione delle spese delle pubbliche am-
ministrazioni costituivano precipua parte del programma del Governo, inau-
gurato nel 1876. E le riforme amministrative rimasero un desiderio, l'esercito
della burocrazia si trovò potentemente rinvigorito ed accresciuto; e nel
siio complesso la spesa dell'opera amministrativa dello Stato (lasciando a
parte la gueira e la marina e non portando in conto i maggiori stanziamenti
LA STORIA DELLA l-IXANZA ITALIANA ^(39
: liiesti dal ritorno allo Stato del monopolio dei tabacchi i salì da '289 a
ica 383 milioni.
« Si diede mano a numerose opere pubbliche : ma pei criteri adottati e
1 . r i metodi seguiti s'impose al paese onere di gran lunga superiore a
; elio che il ragionevole sviluppo delle opere indubbiamente richieste dalle
-igenze del paese e capaci di migliorarne le condizioni, poteva richiedere ;
:-i apri per la finanza una delle più feconde fonti dei suoi dissesti.
« Il concetto della libertà nel campo economico aveva il Depretis di-
chiarato essere tradizionale ed insito nel suo partito: il Magliani, uomo di
scienza, quel concetto aveva eloquentemente propugnato e difeso ; ed essi
i-ciarono l'Italia avvolta nel protezionismo agrario, ed impegnata in una
_ erra di tariffe nel campo dei più importanti suoi scambi.
« Si eia tentata l'abolizione del corso forzoso - era quello un altro dei
11 dichiarati obbiettivi del Governo sorto nel 1876 - e già si portavano
calcolo i vantaggi che doveva trarne l'economia del paese: ma fu l' li-
cione di iiu momento. Il metallo costosamente raccolto tornò in breve a
l'arire: il disagio della carta ricomparve, ed il corso forzoso abolito dalla
I egge già era di fatto in piena vita quando il Magliani lasciava il Governo.
Della grande impresa non rimaneva che l'onere recato allo Stato dal pre-
stito contratto per tentarla ».
l^a situazione finanziaria lasciata dalla lunga amministrazione del
.Magliani era destinata a mantenersi per parecchi anni e ad aggravarsi.
ìje illusioni erano oramai svanite: che il bilancio fosse in progrediente
ili.savanzo ninno osava più contestare: ma mancava il coraggio o l'abi-
litii delle necessarie risoluzioni. Il Crispi clie. dopo la morte del De-
jnetis. aveva assunto e conservò a lungo la direzione suprema della
(■usa pubblica, proclamava spesso la necessità di una finanza forte: ed
Hia proposito consentaneo alla politica vigorosa ed intraprendente che
-ili amava seguire. Ma i molti uomini di finanza, che intorno a lui
-i vennero succedendo, alcuni dei quali avevano persistentemente cen-
surato l'opera del Magliani, si inostrai'ono disadatti a seguire una via
diversa da quella da lui seguita. Essi non seppero per lungo tempo
decidersi, ne ad imporre nuovi inasprimeidi fiscali per aumentare le
|nib])liche entrate, né ad ottenere radicali riforme per restringere le
pul)l)liche spese, e si abbandonarono ad una politica finanziaria di
temporeggiamento, per la quale la situazione delle cose, resa ognor
più diffìcile anche per l'influenza di altri elementi, non poteva che
andare di giorno in giorno peggiorando.
Nel terzo volume della Sforia delia Finuuza sono indicati ed esa-
minati, nelle cause e negli effetti, gli avvenimenti di quel periodo, e
sono seguite le vicende successive della finanza fino all'anno UX)1.
L'allarme sui pericoli della situazione che. dopo l'amministrazione
del Magliani, s'era venuta aggravando, fu dato dall' on. Sonnino, mi-
nistro del Tesoro nell'ultimo Gabinetto presieduto dal Crispi, con la
esposizione finanziaria del febhraio 1894.
Con tinte assai oscure egli tratteggiò lo stato delle cose di fronte
all'assestamento del bilancio 18Vt3-94 ed al bilancio 1894-95, segnalando
una deficienza di oltre l.ó.ó milioni, e proclamando la necessità di ener-
gici provvedimenti per procurare all'erario una nuova maggior risorsa
di almeno 100 milioni.
Energiche furono le risoluzioni e le proposte clie il Governo pro-
pose e che aveva anzi in gran i)arte già attuato per virtù di decreti reali.
-2(11 LA STORIA DELLA FINANZA ITALLVNA
Si trattava, iu sostanza, di chiedere ai cittadini larga somma di mag-
giori contributi, ponendo la mano su tutte le forme della ricchezza
pul)l)licM. per le quali, così il ministro del Tesoro si esprimeva, non
fosse da considerarsi come superato già dalle imposte vigenti il limite
massimo dell' imponibilità.
Ristabilimento dei due decimi sullimposta fondiaria aboliti da
leggi pi'ecedeuti: riduzione del coeftìcieiite di discriminazione ]ier pa-
recchi dei redditi soggetti all'imposta di ricchezza mobile, e conseguente
aumento, in varia misura, deirimposta stessa: avocazione allo Stato
del decimo accordato ai Comuni sopra una parte dell'imposta di ric-
chezza mollile e contemiioraneo consolidamento, per 11-» anni, dei vi-
genti canoni di dazio consumo: aumento di un decimo, in media, sulle
tasse di successione per le quote ereditarie superiori a L. ótH): aggra-
vamento delle sopratasse per mancata registrazione degli atti soggetti
a registro, ed imposizione del bollo per le girate degli effetti cambiari:
cinipie centesimi di aumento sul prezzo dei sali: aumento di ;>0 cen-
tesimi per litro, sulla tassa di vendita degli spiriti: ritocco delle leggi
metriche, nuova tassa generale sulle rendite determinate col criterio
della spesa per la pigione : e tinalmente elevazione al "20 per cento
della tassa riscossa sui titoli ilei debito pubblico: tale è il carico di
nuove gravezze fiscali, che l'on. Sonnino propose, e, per la grande
forza che aveva in quei momenti il Ministero Crispi, riusci a tàr ac-
cogliere quasi interamente.
Lo storico della finanza deve riconoscei*e che il bilancio nazionale
ebl)e da quei provvedimenti un deciso miglioramento. Le gravi diffi-
coltà tra le quali si dibatteva la finanza, ed a superare le quali i
precedenti .Ministeri s'erano invano affaticati, si vennero attenuando:
e può dirsi che cominciò da allora per la finanza italiana una vita
meno difficile.
Pur riconoscendo tutto ciò. e pur dando lode all'uomo autorevole
che seppe, co:i grande forza di volontà e con felice intuito della si-
tuazione, arrestare la finanza italiana sulla china disastrosa nella
quale gli eirori passati l'avevano spinta, l'on. Plebano esita ad appro-
vale incondizionatamente la politica finanziaria dell'on. Sonnino.
« Dare - dice egli - stabile assetto al bilancio nazionale, sottraendolo al
pericoloso sistema del persistente indebitamento, ei-a necessità che da nes-
sunopoteva essere disconosciuta. E una politica di tranquillo raccoglimento
e di ponderate riforme, che temperasse le ingerenze dello Stato, che .sem-
pliiicasse i meccanismi della sua azione, che sopra ogni cosa mirasse a rav-
vivare le attività produttive del paese, cercando le risorse occorrenti al-
l' Erario non nelle esagerate aliquote tributarie e nella moltiplicità delle
inazionali ed ingiuste richieste fiscali, ma nel crescente progresso della
ricchezza nazionale, era la via all'uopo additata da più di un esempio che
la storia della finanza del mondo segnala. Andò per altra via la politica
finanziaria del Sonnino. All'assetto del bilancio egli mirò con persistente
vigore, ma lo cercò esclusivamente col chiedere ai contribuenti, sotto qual-
siasi t'orma - ed anche abbandonando dichiarate sue convinzioni - tutti i
sacrifizi necessari per avvicinare l'entrata alla spesa. E il miglioramento
del bilancio, grazie alla fibra abbastanza resistente del paese, si ottenne ;
ma si aggravò e si fece vieppiù stridente la disarmonia tra la finanza e la
vita economica nazionale, e nel disagio e nel malcontento, di cui non tar-
darono a sorgere miove e dolorose manifestazioni, trasse vieppiù efficace
aiuto l'opera di coloro che mirano a mutare l'ordinamento sociale. Fu detto
che la politica finanziaria del Sonnino fu analoga' alla politica interna del
LA STOKIA DELLA FINANZA ITALIANA '111
Crispi: in quanto questo ottenne colla l'orza la tranquillità pubblica senza
pensare a rimuovere le cause per cui era stata turbata: e quello pareggiò
il bilancio, ma non si preoccupò delle condizioni economiclie della nazione.
E vi è forse qualche parte di vero in siffatta affermazione.
« Certo era necessità e fu coraggioso proposito rompere i lunghi indugi
ed aiirontare risolutamente la questione della iìnanza. che era andata fa-
cendosi ognor più grave e minacciosa. Ma a coloro che ebbero il coraggio
e la forza di fare accettare nuovi ed eccezionali balzelli ad un paese, che
già aveva nel mondo il primato delle gravezze fiscali, non sarebbe stato
impossibile far prevalere una politica energicamente riformatrice e chiedere
opportunamente ad essa l'equilibrio del bilancio: se Topera loro non si fosse
ispirata ai concetti imperialisti, che ebbero la più spiccata estrinsecazione
nella intraprendente politica coloniale ».
Qui pare opportuno avvertire come un diverso programma tinan-
ziario, inspirato ai concetti esposti dall" Autore, non potesse avere pro-
babilità di buona riuscita, meiilre le necessità della difficilissima situa-
zione premevano vivamente da ogni parte; e mentre appariva a tutti
l'urgenza di provvedere a rimettere il bilancio in assetto.
Una riforma organica, per essere predisposta ed attuata, esige uno
studio calmo e profondo di tutta la vita economica e sociale del paese,
studio che non avrebjje potuto essere serenamente compiuto mentre
s'imponeva l'assoluta, urgente necessità di ritrarre il paese dall'orlo
del fallimento nel quale sarebbe altrimenti ])recipitato.
L'on. Plebano riconosce, ad ogni modo, che in questi ultimi anni
f sorti della finanza italiana indubbiamente mutarono, di guisa che
la storia dei primi quarant'anni della nuova vita nazionale può chiu-
dersi colla lieta aft'ermazione che, dopo lungo e faticoso viaggio, il
bilancio del nuovo Regno si è avvicinato allo stabile suo equilibrio.
Egli osserva però che se la finanza è migliorata, ciò si è ottenuto
col mantenere fra i meccanismi con cui l'Erario raccoglie le sue risorse
e le esigenze della giustizia e dell'economia nazionale un' assai stri-
dente disarmonia; e afferma che l'Italia potrà prender posto definitivo
fra i paesi a solida e sicura finanza solo quando quella disarmonia
sia fatta sparire.
« Una finanza infatti -egli scrive -che colpisce direttamente il red-
dito dei cittadini colla più alta aliquota tributaria che il mondo civile
conosca; che, senza riguardi, aggrava la mano sui consumi più neces-
sari, rincarando smisuratamente il costo della vita ; che calcola, per
parecchie diecine di milioni, sui proventi ili un alto dazio doganale sul
grano, ponendo così l'interesse dell'Erario in diretta opposizione colla
prosperità nazionale ; che coi complicati e molteplici suoi meccanismi
fiscali avvolge il movimento economico del paese in poco spirabile at-
mosfera : e che. per sopramercato, ha tra le sue risoi'se la vergogna
del lotto, e trae sussidio dalla carta-moneta emessa dallo Sfato a corso
forzoso - una tale finanza, se anche da qualche tempo presenti in
avanzo gli annuali suoi esercizi, non può dirsi ancora posta su solida
e l'azionale base, né essere sicuro coefìiciente del progresso economico
di ini grande paese ».
Ciò vuol dire che, posto argine al dissesto della finanza, tolta
finalmente di mezzo la questione del pareggio, che, come appare dalle
pagine della Storia della Finanza, dalla istituzione del Regno ad oggi
■272 LA STORIA DELLA FINANZA ITAf.IANA
|niò dirsi abbia costantemente preoccupata la niente ed assorbita l'o-
pera del Governo, dovrebbe essere airlvalo 11 momento di quelle ampie e
radicali riforme che, preconizzate fin dal 187(). ripetutamente piomesse e
proclamate necessarie da (|uanti uomini da allora in ])oi si succedettero
al Governo della cosa publ>lica, sono oggi ancora un vano desiderio.
Questo rapido cenno, se può dare, a larglii tratti, una idea della
vastità del lavoro compiuto dall' on. Plebano, non può certo valere
a metterne in evidenza i grandi pregi e nemmeno a far intendere ade-
guatamente le molte diflicoltà che l'Autore ha dovuto superare per
l'accogliere tutto il materiale storico e per farlo rivivere col soffio illu-
minato di un sagace sijirito critico.
Certo se, come è stato detto innanzi, l'antico deputato divenuto
storico della finanza ha perduto alquanto della sua vivace combattività :
se, dall'esame sereno dei fatti compiuti ha tratto ragione di una mag-
giore mitezza di giudizio sugli uomini, è rimasto però, nel fondo, un
critico dell'opera finanziaria dei vari Cìoverni d' Italia e specialmente
di quelli che si succedettero dal 1876 in poi.
Non è quindi da meravigliare se egli, qua e là, riandando gli errori
counnessi e le dannose conseguenze che ne derivarono, esprima giudizi
aspri e severi, alcuni dei quali possono anche sembrare eccessivi o,
quanto meno, inspirati da concetti assoluti, astrattamente accettabili,
la cui attuazione è stata però impedita talvolta dalle dittìcoltà delle
cose o da speciali circostanze di fatto. Così, per quanto, giudicata nel-
r insieme, sia sembrata poi meritevole di severo giudizio, non tutta
r opera finanziaria di Agostino Magliani va confusa con alcuni gravi
errori, che egli, più che commettere incoscientemente o volontariamente,
non seppe impedire, per disciplina di partito, trascinato dalla corrente
che a lui stesso e al Governo s'era imposta, e che, senza di lui, sa-
rebbe egualmente prevalsa, cagionando ben maggiori rovine.
Perchè le conseguenze di quegli erroii poterono, in più di un caso,
essere mitigate dagli accorgimenti ed anche dagli espedienti che Ago-
stino Magliani seppe rapidamente e opportunamente escogitare, con la
sua grande capacità tecnica e la limpidità della sua mente nudrita di
solida dottrina economica e finanziaria. Lo storico sereno della finanza
italiana deve riconoscere che Agostino Magliani fu il forte tecnico della
finanza italiana, come il Sella ne era stato l'inflessibile carabiniere e
il Minghetti l'artista eletto: come il Luzzatti ne è stato il geniale eco-
nomista e il Sonnino l'enei'gico arginatore.
Come si può dissentile dall' on. Plebano in qualche giudizio
troppo severo e reciso, si può anche osservare che la sua opera non
è esente da qualche inesattezza. Così a pag. 523 del 111 volume, egli
osserva che nel 1898 il dazio sul grano di lire 7.50 si elevava, per
effetto dell'aggio sull'oro, ad una protezione di lire 12 a quintale. Ora,
poiché il prezzo del grano estero variò tra 16 e 18 lire e l'aggio fu. in
quello stesso anno, di 7 per cento in media, ne deriva che la protezione
adeguò a circa lire 9.21 al quintale, calcolando 1' aggio sul prezzo di
acquisto e sul dazio.
Ma ([uesta, ed alcune altre mende di poco conto, sono lien poca cosa
riinpetlo al grande valore dell'opera veramente poderosa dell'on. Ple-
bano ed alla grande sua utilità.
LA STORIA DELLA FINANZA ITALIANA 273
L'on. Plebano, per le idee rigide esposte in tutta la sua opera,
per i severi ammonimenti che da essa emergono, sarà senza dubbio
rimproverato d'essere un'arcigna Cassandra, nel momento presente in
cui par che spiri un nuovo vento di spensieratezza finanziaria : ma si
può essere certi che egli non se ne doiTà. A buon conto, coleste così
dette Cassandre, pur deplorando, per il paese, di non essere state
ascoltate in addietro, possono rispondere che non ad esse spetta la re-
sponsabilità dei mali che afflissero il paese e ne hanno ritardato il benes-
sere economico: possono ricordare che la spensieratezza finanziaria
fu cagione che nel breve giro di 8 anni, dal 1881, le condizioni del
bilancio peggiorassero in guisa che da un avanzo di 58 milioni si arri-
vasse ad un disavanzo di 23») milioni ; clie il cambio sull'estero, da un
minimo di 98.72 nel 1881, salisse fino al massimo di 116 nel 1895.
È da ritenere ora che eiTori gravi non saranno più commessi,
perchè le dolorose esperienze a qualche cosa hanno pur giovato; hanno
giovato a diffondere oramai nella inibblica opinione la con\inzione che
occorra difendere strenuamente il bilancio; tanto più che, commet-
tendo nuovi errori, si comprometterebbe una fortunata situazione, e
si esporrebbe il paese al grave rischio che corrono, con le ricadute
nel male, gli organismi ancora convalescenti. 1^ da ritenere perciò che
una cosi grave jattura potrà essere risparmiata, se gli insegnamenti
della storia della finanza italiana non andranno perduti e se il Governo
ed il Parlamento, inspirandosi ad essa ed alle supreme necessità del
paese, sapranno trovare la forza di resistere alla corrente di spensie-
ratezza finanziaria che alcuni vorrebbero far prevalere.
La Storia della Finanza italiana delfon. Plebano, per gli inse-
gnamenti che racchiude a questo riguardo, dovrebbe essere nelle bi-
blioteche di lutti gli uomini politici italiani; di quelli che sanno per
ricordare, di quelli che non sanno pei- imparare.
Tito Canovai.
J8 Voi. evi, Serie IV . 16 lugUo 1903.
GLI AMMONITORI
ROMANZO
VII.
Devo airainico Quibio i pochi momenti d'espansione e di buon
umore che ebbi in questi ultimi anni. Mi fu anche cagione di qualche
piccola soddisfazione d'amor proprio: dapprima non mostrava curarsi
di me e talvolta mi lasciava intravedere un po' di sprezzo, come per
un ingenuo un po' scemo; poi mutò concetto e talvolta mi guardò con
vivo stupore, finché andò anche all'eccesso opposto.
Egli aveva una tale esuberanza di temperamento, che doveva con-
tinuamente darle sfogo colla più varia attività, quasi sempre spesa a
benefizio altrui, senza compenso, sebbene affermasse che gl'importava
poco del prossimo.
Tra le altre cose, s'era offerto un giorno di dipingere la sala dei
concerti d'una Società corale. Mi volle condurre all'inaugurazione.
Io credo che un grande elemento di pacificazione e di elevazione
sia la musica. Il musicista è un apostolo. La religione piii umana, che
fu il cristianesimo, amò la musica, e sopratutto il canto: questa pre-
ghiera fuggitiva e continua è la cosa più commovente che l'umanità
possa dare di sé nella sua aspirazione oltie la terra.
Ricordo il primo giorno che entrai nella Pia Casa. Mezzo rincan-
tucciato in fondo al cortile, rimanevo cupo, selvaggio, sentendomi dispe-
ratamente imprigionato per tutta la vita. 11 fiume, il verde, il cielo,
com'erano lontani! spariti. D'un tratto una voce si leva. Cantava delle
parole incomprensibili: re sol la si... Un'altra si spicca e la raggiunge,
poi altre, e si fondevano, procedevano unite, si svolgevano, s'annoda-
vano, sostavano, riprendevano... e sempre quelle slesse parole discordi
su un canto concorde. 11 mio cuore s'ammolliva, il mio singhiozzo si
diradava, i miei occhi lasciavano cadere lagrime tranijuille. Tutti i
giorni, nell'ora della ricreazione, io mi rincantucciavo, ascoltavo la
preghiera del Mosè.
Più tardi fui arruolato nel piccolo coro. Possedevo una vocina
di soprano che si guastò presto con una serie di raffreddori.
La Società corale aveva la sua sede in un sobborgo. Da quel lato
i circoli da ballo s'alternano coi ricreatori infantili, le osterie coi mo-
nasteri. L'autunno lasciava già cadere le foglie rugginose, ma il caldo
era ancora eccezionalmente intenso. Ciiiacchieravamo come al solito.
G\A AMMONITORI ±10
essendo io diventato un ostinato parlatore, inentr'egli ben sapeva te-
nermi bordone. Mi ricordo che una discussione fervente s'impegnò a
proposito di quanto ci si oiTrì un momento allo sguardo. Erano i ra-
gazzi d'un Collegio clericale che marciavano col fucile a spalla dietro
una piccola banda di trombe e di tamburi. 11 pretino che seguiva ten-
tava di aggiustare il suo sui piccoli passi.
— Ecco la musica che tu ami - incominciò Quibio.
— Appunto - rispos'io prontamente. - Perchè no"? Io non amo la
musica per sé stessa e neanche la pittura, se ti piace. Amo l'arte tut-
t'intera, non come un abbellimento delle cose, ma come la loro mi-
sura, la loro battuta in cadenza... Sono sicuro che mi piacerà la tua
decorazione perchè sarà adatta alla sala e allo scopo di essa... Ebbene,
i fanciulli che vanno a passo di musica mi entusiasmano : essi impa-
rano a camminare insieme, ti par poco"? a misurare il loro respiro, il
giuoco dei loro muscoli, il loro movimento simultaneo verso una meta
comune.
— L'arte dunque, o mio dottrinario, è il maestro di cappella che
mette d'accordo e in battuta le cose...
— Esattamente.
— E i fucili. - riprese egli subito - dovrebbero anche spararsi a
battuta"?
— Eh sì ! - risposi - se la guerra fosse necessaria e non moralmente
impossibile. La guerra d'una volta, la lotta d'uomini assoldati, allegra
e incurante, io la comprendo. Avevano altre armi. Una volta, capisci,
l'uomo diceva all'uomo: se mi assali, mi difendo. Oggi, colle armi
da fuoco, egli dice : se mi assali, ti uccido. Il che non è la stessa cosa,
come vedi: l'elfetto è troppo sproporzionato alla causa.
— Per me - soggiunse Quibio ridendo - io approvo tutto, dai
pugni alla dinamite. Sai, un giorno un mio amico, uno studente in
medicina, quando ero a domicilio coatto, mi offrì di essere complice
con lui in una allegra impresa. Si trattava, appena usciti, di spandere
alcuni tubi di bacilli del colera nella conduttura dell'acqua potabile
d'una gran città. Io rifiutai soltanto perchè pensai che, una volta
aperto il vaso di Pandora, la poteva essere spacciata non solo per
me, ma per tutta l'umanità, e allora, addio speranza di svignarcela
da questa terra che si raffredda e scappare in un altro pianeta!...
Stavamo jier abbandonare la strada provinciale per entrare in una
valletta. Ad un tratto compare poco lontano un enorme automobile,
disotto al quale pareva si vomitassero dei nuvoloni bianchi. Appena
il tempo di gettaici nel fosso.
— Vi caschino i piedi! - urlò Quibio, mentre io chiudevo gli
occhi e tossivo soffocato. Avevo avuto il tempo di vedere due uomini
e due donne, irriconoscibili, sotto un baldacchino che scuoteva ai lati
due tende come un sinistro uccellaccio.
— Parlami di pace, ora! - disse il pittore fremendo. - Quando
gli aristocratici cercano di nascondere le unghie per non invelenire
la lotta di classe, ecco qui i borghesi parvonif; che vengono a schiat-
feggiarti a casa tua. Sì, perchè la strada provinciale è del contadino,
è del povero! Vedi! Io prenderei uno per pugno quei due mostricciat-
toli e li sbatterei insieme in piesenza di quelle altre due smorfiose
occhialute in n-aterproof.
Per dieci minuti il polverone rima.se sospeso sulla strada. Noi
intilammo tosto la valletta e c'immergemmo nel verde e nell'aria pura.
276 GLI AMMONITORI
Ricordai la passeggiata d'un mese prima, con Cràstino. Né Quibio
né io avevamo più potuto vederlo. Doveva rimanere delle giornate
intere nella sua soffitta. Lavorava?
— Credo che lavori - disse Quibio. - Ma dubito anche che si
esaurisca in tutti i modi. È di quelle nature nervose che reggono a
lungo, poi si spezzano d'un colpo. Quel ragazzo li m'inquieta assai.
Eravamo giunti a un bivio. Guardammo lungo le viottole serpeg-
gianti. A destra scendeva una serie di robusti tronchi d'abete che
doveva servire per una conduttura di forza elettrica. A sinistra scor-
gemmo poco lontano una bandiera sui tetti d'una vecchia cascina.
— È là - fece Quibio.
— Vedi li accanto - accennai al pittore mentre salivamo - una
forza che servirà domani ad ammazzare in un modo spedito... Per
conto mio ci tengo assolutamente a che gli uomini non s'ammazzino
più tia loro.
— Qualcuno ti accuserebbe di pusillanimità.
— Avrebbe torto - soggiunsi piccato, cogliendo una sua rapida
occhiata alla mia gracile persona. - lo credo che desiderare la pace
non significhi viltà, ma elevazione nel tipo umano. 11 pugno mas-
siccio è dell' antropopiteco... Io odio la guerra perchè è bruta, cieca,
come il colera di cui parlavi... Nella battaglia d'Adua ci poteva essere
un Marconi, tanto per dire, o il Dante del secolo ventesimo. Ora : che
una malattia non scelga, concedo, ma che una società civile mandi uno
scienziato, vai poeta, contro un moschetto, e lo conti proprio soltanto
come un numero di cartucce, via!... E nota bene che, rifiutando la vio-
lenza non rifiuto la lotta. Cambiei'à il genere, ma persisterà la lotta,
cioè lo sforzo, il progresso: soltanto muterà il campo di questa lotta.
— Si, ma anche la lotta fisica è necessaria, per tener saldo il
corpo.
— Certamente. Ma credi tu che resteranno ineiti i muscoli e che
non ci sarà occasione di mostrare la noncuranza della vita, o meglio
la sua subordinazione a un ideale? Ah la retorica degl'imperialisti,
che dichiarano tramontate le epoche eroiche! Ma il chirurgo, il con-
duttore d'una tranvia, l'operaio delle turbine, il semplice nuiiatore con-
ducono contro la morte una lotta continua, che richiede molto mag-
giore energia e intelligenza che non quella che dimostra un soldato
di truppa obbligato ad andare sotto il fuoco al comando altrui.
Eravamo giunti presso una vecchia cascina circondata da orti
e da giardini fioriti. Un muro la cingeva, mezzo coperto dai rovi, coi
mattoni sgretolati e scavati dai passeri, su cui le lucertole correvano
come razzi. Quibio si fermò davanti al cancello.
— Ecco, parliamoci chiaro - fece egli, ancora un i)o' vibrante del-
l' impazienza che gli era entrata in corpo poco prima. - Tu vorresti
fare di me un tuo proselite. È inutile che protesti ; con tutta l'aria di
lasciar liberi gli altri, tu imponi le tue idee. Veniamo al sodo : in fondo,
tu vuoi ch'io rinunci a qualche cosa, a molte cose, a favore degli altri...
— Ma non tu, - l'interruppi - non tu, povero diavolo come me!
— Sì, io! Anch'io voglio conquistare tutta intera la vita: s'io bado
troppo a non far male agli altri (e questi altri che ho in mente, son
dei fuifanti ) io rinunzio a troppo, a tutto quel che mi è necessario
e elle ora è in mano di questi altri... Perchè devo dunque linunziare?
Per l'onore? per la patria? per la razza? Lascia parlar di razza coloro
che ebbero dei progenitori. Noi non ne abbiamo, a parte la pietà
GLI AMMONITORI 277
verso quei poveri esseri a cui toccò di darci la vita : non ne abbiamo
più che non ne abbiano le galline o le raganelle o queste lucertole qui...
Cosi dicendo sterrò una bastonata a un mucchio d'ortiche, d'onde
sorse un gran fruscio.
— Perfettamente. Noi dunque siamo di coloro che non hanno da
riconoscere alcun grado intermedio fi-a uomo ed umanità. Ed è un
bene. Perchè un uomo non sia nemico all'altro uomo, una famiglia
all'altra famiglia, una patria all'altra patria, è utile che si soppri-
mano tutti i gruppi, le barriere. Uomo e umanità, ecco!... Ma credi
ch'io m'opponga a che tu conquisti la tua vita? Io non so quello che
ti è necessario e che appartiene ad altri. Gli è che probabilmente non
appartiene a nessuno...
— Hai ragione - concluse pensoso, e tirò il campanello. - Perchè
non scrivi tutto questo? Tu dici delle cose che non ho mai udite...
— Scriverle? Ma bisognerebbe anche farle leggere...
Un uomo comparve ad un uscio, in fondo al cortile, poi si volse
verso l'interno. Subito una moltitudine ne appari. Gli abiti ciliari
delle donne vi spiccavano.
— Presto, - gridò un giovane bruno e smilzo avanzandosi di corsa -
non mancavi che tu.
Quibio mi presentò e mi fece il suo nome, Picaday. Io lo guardai tra
curioso e rispettoso: era il terribile caricaturista del Pasquhio. Non
l'avevo mai incontrato, sebbene egli fosse noto a tutta Torino, dalle sar-
tine al sindaco Di Noie.
Il maestro era dietro di lui e abbracciò il pittore, trascinandolo,
fra il cicaleccio delle signore, nella sala, lo rimasi tagliato fuori e mi
ci rassegnai subito.
La sala era piena zeppa. Per fortuna la mia statura mi permet-
teva di vedere. Un fruscio di carte e un silenzio subitaneo, poi il coro
attaccò II riso di padre Martini, che mi fece sussultare di piacere : da
tanti anni non avevo piìi sentito quella gaia musica.
Poi saltò su Picaday, che lanciò una bizzarra improvvisazione, in
un linguaggio semi-giandujesco, i cui spunti mi tornarono spesso a
mente come una musica stranissima.
Secondo lui. la prima volta che l'uomo sentì la propria voce, do-
veva esserne rimasto spaventato, non potendo immaginare che uscisse
dal suo petto: immaginar lo stupore d'un contrabbasso che tutto ad
un tratto si ascoltasse! Poi se ne diverti e se ne giovò... Io non fo
qui che spogliar delle immagini brillanti e delle sfaccettature iridate,
i concetti che esprimeva il caricaturista dal viso aiguto di satiretto.
Si può avere, diceva egli, un modello piti attraente di una società
ideale che nel coro? C'è un più rigoroso e insieme libero legame fra
uomini, che nello svolgersi d'un canto di Palestrina? In un alternarsi
di sentimenti in tutte le gradazioni, dal lugubre e lento al concitato e
allegro, tutte le parti in perfetto accordo conservano la loro personalità,
che or si nasconde, ora emerge... E il maestro non forma che una vo-
lontà, un segno d'unità, un centro. A un certo punto non è più lui
che guida, non è più il coro che consente a lui, ma il coro è un tutto.
in cui il maestro non rappresenta più che debolissimamente il gesto
visibile del ritmo. Anche la personalità del maestro, cioè chi rappre-
senta la norma, la legge, tace. Perchè la legge è entrata in tutti, la
legge è il movimento stesso della vita, la legge è il flusso, in tutti i
petti, del medesimo sangue umano.
^18 (ìli ammonitori
« E questa legge intima non è che la pulsazione del piccolo pianeta
di cui siamo materiati, rispondente alla pulsazione dei inondi, del-
l' Essere. Quando questa legge pulserà liberamente in noi. non ci sarà
più Insogno di codici, né di governi ».
Dopo il di.scorso, altri corali seguirono, lo guardavo, ascoltando,
le volute decorative del soffitto dipinto da Quibio, che mi parevano
svolgersi con una stessa armonia. Le arti non sono nianite.stazioni di
uno stesso desiderio, d'uno stesso moto continuo dell'uomo verso l'in-
finito?
Pochi ])robal)ilmeute degli assistenti avevano compreso il discorso
del disegnatore, non cogliendone che i motti e i paragoni inattesi. Era
quello un singolare miscuglio di persone. Fra operai e commessi di
negozio stavano artisti, professori d" Università, un grande scultore e
un libraio tedesco; la musica fondeva tutta insieme questa gente, la
cui vita svolgevasi distante e differente, e anche negli intervalli la me-
desima cordialità creava nell'atmosfera come un tepore, un sorriso.
Uscimmo che declinava il sole. La valle era tutta fiorita e uio-ssa
d'abiti chiari e d'ombrelli variopinti. Picaday a braccetto con Quibio
andava innanzi, ed io dietro, sentendomi un po' isolato, ma con un
gran desiderio di non essere un estraneo nella folla che ora si river-
sava lungo la viuzza sinuosa. Un gruppo, fra cui predominavano le
donne, raggiunse i due, facendo loro ala : i due si erano fermati a
guardare il lavoro sospeso lungo la costa. Era la trasmissione di foi-za
elettrica. La città appariva in distanza velata dalla nebbia; più presso,
il Po tra i pioppi; a pochi passi, la strada bianca e polverosa di Mon-
calieri.
Picaday i>arlava del telegrafo Marconi.
— Nulla va perduto - diceva egli. - Gli esseri che sono inlorno
a noi, dalle cose alle persone, agiscono su noi, onde noi siamo rice-
vitori, condensatori, trasmettitori... Forse anche le cose che diciamo
morte, sono più vive di quando vennero all'esistenza. Le case, le stanze,
i mobili, si può dire che sono vivi soltanto quando c'è morto dentro
qualcuno, e forse accumulano un'energia di vite passate che si scarica
su noi ad ogni contatto. Onde e pulsazioni, tutto l'universo non è altro,
dal nostro cuore al sole !
Io mi raffiguravo infatti un' incisione che avevo veduta nei gior-
nali. Delle antenne, nient'altro. L'uomo ha trovato le sue antenne,
come gli insetti: esse palpano l'aria. E cosi la terra viene avviluppata
dall'anima umana. Oltre l'atmosfera, oltre i pianeti, oltre, oltre!
E Picaday continuava :
— Chi sa dirmi perchè l'uomo cammina in piedi, cioè parallelo
al raggio della terra e del sole' Perchè egli è un vero raggio della
terra, egli la irradia nell" infinito.
La sera scendeva. Le donne ridevano. — Che belle fantasie! -di-
cevano al disegnatore.
Infatti, com'è lontano tutto ciò. Fantasie! E mi sentii solo, solo,
come quando, bambino, correvo troppo innanzi nei sentieri, e non sen-
tivo più dietro me il passo zopiiicante di mio pailie.
Stavamo per sboccare nella strada provinciale. A un tratto alcuni
ciclisti passarono. Un piccolo automobile scivolò tranquillo dinanzi a
noi: altri ciclisti seguivano.
— 11 re! - dissero alcuni. Passò a distanza di ])ochi jìassi.
Io trasalii, sentendomi toccare la spalla.
GLI AMMOXITORI 2/9
— Che stai almanaccando. Martino •? - mi domandò Quibio.
Il mio pensiero correva dietro il veicolo già lontano.
— Siamo sempre allo stesso punto, amico mio !
Ma un' idea repentina aveva lampeggiato nella mia mente.
Giunto a casa, scrissi sulla fronte d'un quaderno:
IL PIA^S^TO DEL POPOLO.
Poi rimasi lungo tempo con la penna in aria fissando la lucerna.
La commozione mi gonfiava il petto, come se mi accingessi ad un'opera
grandiosa in cui sarei rimasto certo inferiore al compito, ma avrei infuso
tanta intensità di fede da rimovere una montagna. Rimasi a lungo senza
raccapezzarmi: non già che mi mancassero le idee: esse tumultuavano
come un fiume che non trovasse sbocco. In breve il mio capo s'appe-
santì e gli occhi s'intorbidirono. Dovetti coricarmi.
Sedato il primo tumulto, cominciai a vedere e discernere nelle mie
idee. Era necessaria molta brevità, molta chiarezza, e una gran passione.
Non si racconta di certi Santi, che avevano una tale efficacia di persua-
sione da guadagnare il cuore degli stessi tiranni".' Ci voleva un esordio
rivelatore, una trattazione bene equilibrata e particolareggiata, e una
perorazione che bruciasse come la fiamma. La prima e l'ultima parte po-
tevano improvvisarsi dopo aver ben allestito la mediana che era la più
ardua.
Scelsi e respinsi successivamente molti progetti. Dipingere il male
delle diverse classi e propugnar la necessità delia loro fusione? Ma io
non ne conosco che una. Ripigliar il programma non mai attuato:
Libertà, eguaglianza, fraternità? Parole andate fuor d'uso. Classificar
le materie .secondo i diversi ministeri del Regno...'?
Una cosa soltanto ero sicuro di poter ben fare. Dijiingere la gente
che soflre e che muore. Molte cose muoiono insieme ad essa: l'amore,
la fiducia nella giustizia presente, la fede nella giustizia futura. Per
molti non c'è più che la disperazione, e in essa non sono più neanche
sostenuti dal pensiero d'una condanna comune. Ognuno morendo sa
che ha diritto di vivere, e che ne avrebbe il potere, se l'altro uomo.
se una coalizione d'uomini non glielo rubasse. La critica della società
presente mi sarebbe dunque stata facile, e questo era la prima parte
del mio programma. La seconda consisterebbe nel ricostruire.
Delle diverse sorta di socialismo avevo poca conoscenza, ma sopra-
tutto mi scontentava in esse l'importanza eccessiva accordata al danaro,
a tutto quello che forma bensi la condizione sine qua non dell'esi-
stenza, ma eh 'è troppo poco di per sé.
Finalmente mi attenni a un progetto che mi parve men preciso
nella sua composizione, ma che dava maggior riposo al mio spirito.
Mi alzai e lo buttai su carta subito. Ecco. Un re, che contempla una
società in uno stadio più alto, vuol condurvi con un metodo di governo
i suoi sudditi, col proposito anche di abdicare quando li sentirà ve-
ramente liberi. Suo strumento princi|)ale: i Jlaestri. Da una parte
libertà, dall'altra azione. Libertà anche all'errore, ma tutto il favore
e l'aiuto efficace alla luce. Tendenza all'abolizione di tutti i legami,
da quelli materiali per i delinquenti e i pazzi, a quelli morali per
tutti gli uomini: dalle manette ai codici. Abolizione graduale della
proprietà ereditaria: dato il sufficiente ad ogni nato d'uomo, ricada
I20U GLI AMMON'ITORI
lutto il SUO acquisto, alla sua morte, nel fondo comune. Persona-
lità giuridica della donna, uguaglianza dei sessi di fronte alla con-
quista della personalità, della libertà, della felicità. Protezione della
nascita e dell'allevamento deiruomo. Riposo assicurato ai vecchi. Sor-
veglianza continua sulla salute pubblica fino alla eliminazione della
malattia. Massimo favore alle industrie, al coniniercio, alle scienze,
incoraggiando Fuomo alla conquista di sé stesso, della terra, del cielo.
Fede nel progresso dell'umanità, come se non fosse, e non è, desti-
nata a morire colla terra. Culto della vita.
E mi addormentai intenerito da una grande speranza.
Vili.
Era di marzo. Fuori un gran vento: dentro la soffitta di Quibio
una pace tranquilla sotto la grossa lampada che spandeva una gran
luce bianca e uguale. Io voltavo le spalle alla finestra: egli aveva
voluto quello sfondo perchè le sponde dell'abbaino mi facevano da
cornice. Disegnava rapidamente: la mossa della sua faccia e del
suo sguardo, dalla carta a me, mi davano ini po' d' inquietudine. Egli
mi disse:
— Pensa a qualche cosa e cerea di star immobile. Per esempio,
pensa a qualcosa di astratto: non hai un problema di geometria da
risolvere? o di astronomia? Tu sei astronomo, non è vero?... E se parlo,
non rispondermi. Fissati su qualche pensiero e non rispondermi.
lo cercavo di fissarmi, com'ei diceva, ma non ci riuscivo. Pensai
al mio Memoriale che avevo ricominciato più volte. Eran passati quattro
mesi dacché l'avevo ideato, e non ero riuscito a comporre qualcosa
che mi soddisfacesse. La mente mi si confuse.
— Hai una faccia stanca. Cosi non va. Riposati un momento.
Mi alzai, mentre egli appiccicava il suo orlo di cera a una piccola
lastra cui avrebbe dato l'acido la dimani ch'era fe^ta. Egli disegnava
tutta la settimana e lavorava la lastra alla domenica.
Diedi un'occhiata in giro per la stanza. Egli mutava spesso la
disposizione degli oggetti, numerosi e bizzarri, che teneva sui mobili
e appesi al muro. In mezzo alla parete scorsi una figurina, una signora
vestita di bianco, il cui volto fino era disegnato di profilo su un fondo
d'alberi e il vestito tutto bianco appena notato: la figurina si moveva
con una grazia indicibile.
Quibio mi guardò e sorrise:
— Che ne dici?
— Bellissima.
— Lei è più bella...
Egli tacque, sorridendo internamente.
— Che cos'è quell'arpa? Chiesi, osservando una stranissima cari-
catura appiccata alla parete. Era un uomo lunghissimo, di profilo, il
cui busto, le cui gambe e un braccio allungato fino a toccar i piedi
colla punta delle dita formavano un triangolo o un'arpa: Taltra mano
pizzicava le corde tese che gli legavano busto e gambe.
— Non vedi? - rispose egli tutto esilarato. - E il sindaco Di Noie
che riceve i sovrani, caricatura musicale di Picaday. Come ti piace
Picaday ?
— Simpaticissimo!
GLI AMMONITORI 281
— È un terribile mangiatore di libri, comete. Credo che v' inten-
dereste. Ti racconterò una storiella che ti prego di tener segreta. È
stato mio compagno di scuola e di birichinate. Poi non l'avevo più
visto. Cinque anni fa m" imbatto in lui a Strassbourg. cioè a Porta
Palazzo. « Ciao, Pica » - « Ciao, Quibio ! » Uscito dal mio abbraccio
un po' vigoroso, lo vedo vacillare e impallidire. «Cos'hai, Pica? » -
« Non Ilo mangialo da tre giorni ! » Lo condussi in una trattoria e
mangiai anch' io con lui. per cerimonia: erano le due. Quando ebbe
finito mi caricò d'insulti e se n'andò. Solo l'anno scorso l'ho riveduto,
rimesso a nuovo, e, caro mio, s'è buttato a piangere nelle mie braccia
come un fanciullo.
Poi ricominciò:
— Sai la novità"?
— Che?
— Non vedi là il ritratto di Cimisin? Non l'avevo mai potuto
cogliere. Ora finalmente... Povero diavolo ! Gli è capitata bella! Dicono
che in dieci anni che è qui non ha mai chiuso l'uscio per paura che
un fabbro framassone lo scassini. L'altra mattina lo si vide cliiuso.
Puoi immaginarti... E c'era un pezzo di carta appiccicato su: Chiuso
per decesso dell' inriuilino! Allora venne il segretaiio e mandò per la
Questura. Fu aperto e si trovò il povero vecchio disteso sul letto colla
febbre. Accanto, per terra, c'era un braciere, non consumato però. 11
povero diavolo s' era ubriacato per aver del coraggio : nota che non
beveva mai... poi s'era buttato sul letto. Ma il vino gii aveva fatto
male, e l'aveva vomitato mezzo sul braciere...
— Che destino! -esclamai. - Credevo che almeno quello lì fosse
felice !
— Un particolare. La gabbia era vuota. Probabilmente aveva dato
la libertà al merlo delV Inno...
Egli aveva terminata la sua bisogna: mi disse di rimetteiini in
posa. 11 che feci.
— Hai visto lo sciopero di Loani? Quattro contadini morti. Grida-
vano: Viva il re! dopo aver dato fuoco al municipio... Come siamo
indietro ! È ancora il concetto di mio noano, di Sciolze. che, essendo
in lite con un consigliere comunale, voleva andar dal re a farsi far
giustizia.
— Ma credi tu - gli opposi - che un re non potrebbe mutar la faccia
d'un paese, tanto più sentendo questo appoggio un po' barbarico nel-
l'auima della razza, che le idee non riuscirono a mutare ancora?
Quando tu sentissi invocare e appoggiare il tuo aiuto, non fai-esti
molto più fli quello che non ti sarebbe permesso?
— Tu sei im reazionario, caro mio! - mi rispose egli ridendo. -
Sta' in guardia! Abbiamo una costituzione e un parlamento: supponi
che entrambi siano cattivi, ma è il popolo sovrano che li ha voluti.
Non indaghiamo qual sia stato il popolo sovrano di allora : non era
diverso da quello d'adesso... Sotto ce n'era un altro? Questo non ha
voce in capitolo, caro mio : egli non vede nessun soccorso vicino,
perchè gli sta sopra quell'altro popolo: perciò domanda aiuto molto
lontano, alla provvidenza, che è per lui rappresentata in terra dal re...
Questo ti .spiega i plichi che gettano nell'aula della Camera. Ah! Bel-
lissimo! Ma l'uomo del plico ha già un'anima borghese... 11 popolo
vero invece va direttamente dal re...
Stemmo alquanto in silenzio.
i28i^ GLI AMMONITORI
— Che cosa sei tu ia politica? - feci io.
Egli m' interruppe :
— Hai visto Crastino in questi giorni"?
— L" ho visto domenica scorsa. Tornava dal lato della Barriei'a
di Francia. Sembrava stanchissimo: lei l'aveva a braccetto e pareva
che lo sostenesse...
— Quel i-agazzo è tìnito! - sentenziò Oi'il>io-
Mi parve d'esser colpito al cuore, lo non ho mai veduto un'agonia.
Ero forse presente quando morì mio padre, ma una vicina mi trascinò
fuor delia camera e io non lo vidi più. D'altronde non posso più con-
cepire la morte, se non come un passaggio, una ciisi. Oltre, che c'è'?
Non so. Ma la moite. la fine, non esiste.
— Che cosa sono in politica"? - cominciò QuiJjio, intento a dise-
gnare. - Sono stato anarchico, ma anarchico amorfista. intendiamoci
bene: tu mi sembri un di quegli anarchici utopisti che erano per noi
il fumo negli occhi, Héclus, Bakounine, Tolstoi, Ibsen... « Uomini, siete
nati buoni: percliè non v'abbracciate"?» Ma allora, vedi, avevo fame
e avevo una moglie tisica... percliè io sono vedovo, non lo sai"? Sentivo
un piede clie mi calpestava e mordevo... Cioè: mi facevo mordere,
perchè, cosi come mi vedi, senz'aver nmi fatto male a una mosca, per
aver detto qualcosa in reggimento, fui portato in un astuccio da Pia-
cenza a Capri, a domicilio coatto, e ci stetti un anno. E mia moglie,
nota bene, mi aspettò tanto da poter morirmi nelle braccia. Aveva
vent'anni.
Tacque. Le sue mascelle scricchiolarono.
Si levò sul busto, diede un respirone, poi si chinò sulla tavoletta :
— Tu non hai fatto il servizio militare"?
— No: ero inabile, troppo lungo e smilzo.
— Quanti anni mi dai"? - proseguì - Trenta almeno! Ne ho venti-
cinque... Che cosa sono in politica? Sono un boit enfant che \uoì vi-
vere facendo dei forti quadri della vita che mi fteme dintorno, nien-
t'altro. Ma voglio aver libertà di pensale, di lavorare, di amare... Ci
sono dei paesi dove ciò non è tanto impedito: di questi il più alTa-
scinante è Parigi. Non è vero"? Ah la libertà, l'arte, la vita!
S'interruppe un momento e strizzando gii occhi verso di me:
— Cosi va bene. Abbi pazienza un minuto e ti lascio...
E s'immerse nel suo lavoro, lo non l'ascoltavo già più. Pensavo.
Conosco un uomo privato, un amico del mio direttore, un filantropo,
che senza una religione cui jiotesse far apjìello. ha allevato centinaia
di fanciulli, sfamato e vestito gran numero di jiezzenti. sollevato in-
numerevoli miserie ignote. Sujiponiamo che un tale apostolo fosse de-
putato, fosse ministro... lo sono ignorante di politica. - « Lo rovescie-
rebbero! » Ma perchè? Quando evidentemente fa un gran bene"? Ma
costui do\rebbe vivere con un solo pensiero, con un solo desiderio, e
questo desiderio dovrebbe essere la sostanza della sua vita. Suppo-
niamo che costui avesse il potere più esteso che un uomo possa avere
in una nazione...
Invece, se l'uomo investito di questo potere non fa nessun atto
perchè cessi uno stato di cose intollerabile... Evidentemente bisogna
concluderne che non lo conosce. Perchè io sento che in tal caso farei
miracoli: e quando non riuscissi a nulla, eh! che so io che cosa sarei,
infelicissimo!... Dunque egli non sa. C'è chi gli fa ressa intorno perchè
non veda: c'è chi gli prepara ai lati due siepi di facce prosperose,
perchè non possa sosjìettare la tniseria. la fame, la morte...
GLI AMMONITORI 283
Come si potrebbe fare per chiamarlo, condurlo per mano nel sot-
tosuolo maledetto"?
Il pittore mi guardava e affrettava il suo lavoro con una specie di
febbre, lo mi sentivo rimuovere dentro con una lenta inquietudine, come
se qualcosa stesse per schiudersi nel mio cervello, un'idea, una luce.
Ma un gemito anche mi pareva sentire dentro di me. un gemito
venuto chi sa da qual profondità del mio essere, e l'inquietudine cre-
sceva, e un senso d'affanno cresceva, mi riempiva a poco a poco, mi
montava alla gola : una specie di terrore mi afferrava, mi dilatava il
capo. E un silenzio !
Il gesto del pittore mi pareva muto, stiano e pauroso: a un certo
punto i suoi occhi mi divennero intollerabili. Ad un tratto un grido
acutissimo mi colpi : pareva stra|:)parsi dal fondo delle mie viscere.
II pittore scattò in piedi. Aperse la finestra; guardò nel buio :
— È là! La soflitta di Crasi ino...
Ci slanciammo entrambi nel corridoio. L'uscio di Crastino s'apriva
allora e un rettangolo di luce si gettava nel muro opposto, e un'ombra
in mezzo. Prima che si richiudesse affatto, giungemmo ed entrammo
senza picchiare. Era la moglie dell'ubriaco che era entrala, e la Bionda,
discinta, coi capelli sciolti e la faccia scomposta, che le aveva aperto,
si buttò traverso il letto con un gemito profondo di bestia ferita. Sul
.cuscino la testa di Crastino immota, rigida, pareva sorridere.
— Morto! - disse il pittore, mettendogli la mano sul petto.
Io mi lanciai verso il povero amico, gli afferrai la lesta fra le mani.
Lo chiamai sommesso, ma con tutta l'intensità del mio desiderio.
Pesante, pesante, inerte.
La ragazza slava supina su le ginocchia del morto, con le mani
ficcate nelle coltri, emettendo il suo gemito che non aveva più d'umano,
quasi tutta coperta dei suoi capelli. Minca la scosse, cercò sollevarla:
ella si volse con impelo, mostrandoci un viso terribile. Senza dubbio
«Ha voleva tutto per sé quel suo bimbo doloroso anche nella morie.
— Qui bisogna far qualcosa - disse Quibio.
— Sì - diss'io. - Intanto un medico!
— È inutile. Ma si può provare. Si potesse almeno saper qualcosa
da costei !
— La ragazza è qui da un'ora e mezza - disse Minca. - L'ho chia-
mala io. Passando, avevo udito il lamento del giovinotto e gli avevo
domandato se desiderasse qualcosa. Allora lei è venuta, tutta affannala,
€ li ho lasciali soli.
10 mi precipitai a cercare il medico del quartiere.
Abitava a poca distanza. Venne subito.
Si appressò al letto, palpò, ascoltò, crollò il capo. Allora ci domandò
spiegazioni: gli accennammo la ragazza, che si era levata conservando
la sua faccia chiusa e terribile.
— Com'è avvenuto"? - le chiese in tono perentorio.
La sua faccia si decompose: ella scoppiò in singulti.
— Non so - cominciò singhiozzando. - Pareva tranquillo: credevo
di averlo addormentato. Tutto ad un tratto mi serrò le braccia colle
mani tanto da farmi male, e si pose a sedere di sbalzo, diede un ran-
tolo e cadde rovescio.
11 medico strinse le laobra :
— È così. Doveva accadere. Ora pensiamo ai vivi. Voi siete uomini -
aggiunse volgendosi a noi. - Quel povero giovane era tisico e affetto da
284 CiLI AMMONITORI
mal di cuoie. Pensateci. Portatemi via queste donne. Non c"è altro a
fare. Buona notte !
E se n'andò.
La ragazza ricompose adagio le collii sul petto e sulle spalle del
morto, rimboccò il lenzuolo. La bella testa affondava nel guanciale:
ella rilevò i capelli su la gran fronte pura. Nessuna ruga su quel viso:
la morte aveva disleso nel riposo quei muscoli che gli davano espres-
sioni mutevoli ed intense: le grandi orbite, le palpebre immote erano
sigillate per sempre: una testa marmorea, che soltanto la piega in-
decisa della bocca rendeva viva d'un lontano ricordo di vita: un ri-
cordo indefinibile, triste e dolce, che non poteva contemplarsi senza
un acuto iiiteneiimento, tanto appariva lontano e pur presente, ma-
nifesto ai vivi, ma con un'impronta d'eternità.
Lo stesso senso di augusto mistero doveva penetrare il pittore e
Minca, perchè, senza staccar gii occhi dal morto, sentivo ch'essi lo con-
templavano, e non respiravano, per ascoltare il silenzio eterno, che so-
spendeva sul nostro capo e intorno a noi per un istante il tempo e
la vita.
Quanto rimasi cosi, fuor di me stesso"? Quando mi riscossi, av-
vertendo mi gran freddo ai piedi e alla schiena che appoggiavo al
muro, non c'era più nella stanza che la ragazza, seduta accosto al letto,
con la testa inuuersa nelle coltri, immobile. Dormiva "? La lampada im-
[)allidiva, perchè il cielo imbiancava, traverso i vetri nudi, e l'aria in-
torno mi pareva mortalmente gelida, come se la morte emanasse da
quello ch'era stato il mio povero amico e m'entrasse tenacemente nelle
membra.
11 giorno dopo era bellissimo. 11 sole riempiva il cortile di scin-
tillìi. Le finestre del palazzo si aprirono di buon'ora, le donne usci-
rono sui ballatoi sottostanti, assonnate e soiridenti nei loro accap-
patoi chiari. La notizia che c'era un morto nelle soffitte non scemò
l'animazione delle gallerie interne, ove i ragazzi si rincorrevano o si
chiamavano tra' cancelli. Solo le soffitte erano silenziose e tetre, essendo
cessato anche il vocalizzo e il martellìo di Cimisin. Di buon'ora
tutti gli inquilini, compresi i fanciulli, sfilarono nella soffitta di Cra-
stino, poi si rinchiusero o abbandonarono le tristi celle per scendere
nelle vie. Più volte all'anno cosi Aeropoli portava il lutto.
Io andai al Municipio, poi combinai i funerali per il mattino se-
guente. Avevo trovato im modo di smagrire un po' il mio gi-uzzolo.
Scrissi alla dottoressa per informamela : scrissi all'editore, sebbene
sentissi con ira che questa morte gli avrebbe jirotittafo non poco: forse-
avrebbe giovato anche alla memoria del jioeta.
Tornai a mezzodì : la ragazza era sola pi'es.«o il morto : con la
donna gli aveva fatto l'ultima teletta: ora egli poteva pai'tire. Invano
volli indurla a prender qualche cibo : cupa e risoluta pareva mal tol-
lerare che altri s'occupasse di lei e del suo povero amico : nondimeno'
certi sguardi talora parevano domandarmi perdono.
La notte il pittore venne con la sua tavoletta e il carbone. La ra-
gazza diede in smanie a vederlo : poi s'acquetò, stanca com'era. Due
candele. Luna presso il capo, l'altra lontana, doravano la testa mar-
morea d'una luce molle e tranquilla. Ma lo strisciar del carboncino
sulla carta mi dava fastidio. Sebbene comprendessi l'impulso invin-
cibile dell'artista, non riuscivo a formi il senso d'una profanazione.
GLI AMMONITORI 285
Ma quanti atti che la consuetudine non ci fa più avvertire, hanno della
profanazione di fronte alla morte "? E i funerali stessi che io aveva com-
binato con un impresario ? Ah miseria nostra ! Forse quello del buon
artista era il tributo più sincero e di maggior valore che il povero poeta
avrebbe avuto mai.
Così pensavo, uscito fuori nei corridoi e appoggiato sulla ringhiera
del balcone che dà nella corte. In basso qualche finestra era illumi-
nata : che avveniva là dentro ? Visioni rapide e vaghe di passione, di
maternità mi passarono negli occhi. Poi guardai il cielo. Nero, cupo,
senza una stella. Dov'erano i mondi in cui immaginiamo vite fraterne,
e che la moite. 1" inconcepibile distacco d"un essere ideale dalla creta
corruttibile, ci rende più prossimi e imminenti'? Li, oltre quella cor-
tina di nubi nere. Quello che fummo e quello che saremo oltre il pic-
colo spazio che abbiamo occupato qui, esiste forse in una di quelle
luci che ci guardano come occhi d'un essere caro. Custodisco io forse
in fondo agli occhi miei lo sguardo di mia madre '?
La vita, un respiro: una bolla nasce in fondo all'acqua, sale, si
frange. Muoiono gli esseri e ci lasciano il loro sguardo... lo vorrei la-
sciare un sorriso.
Al mattino comprai un giornale. Portava un breve necrologio di
Crastino, opera certo dell'editore. Egli si presentò difatti alla soffitta,
sorvegliò il lavoro dei becchini che inchiodarono la cassa : la fece scen-
dere in portineria : tuttociò con un'aria quasi di padronanza.
Era piccolo, obeso, con un testone giallo e calvo, faccia imbozzac-
chita tra due fedine color di stoppia. I suoi occhi frugavano tutt' in-
torno, nel cassetto del tavolo e sugli scaffali sbilenchi : era evidente-
mente imbarazzato dalla mia presenza. Poco dopo giunse la dottoressa,
infantilmente serena come sempre : la malattia e la morte erano spet-
tacoli consueti per lei: diede un'occhiata in giro per la soffitta:
— Tutto questo dove andrà "? - disse.
— È vero, non ci ho pensato - risposi. Chi vuol che prenda questa
roba"? D'altronde, pochi libri, alcuni panni: un letto di ferro...
— Se nessuno l'esige, la prendo io - aggiunse ella. - 11 letto mi
serve. Sono certa che il povero Crastino mi approvei'ebbe. Che ne dice?
— Credo anch'io - risposi, ammirando la sua praticità di massaia
dei poveri. - Credo però che converrebbe parlarne alla Biondina.
Poi trasse due giornali :
— Certo non avete veduto l'articolo di mio papà sul Popolo. C'è
anche qui una Cronaca letteraria della Stampa che lo riguarda. Leg-
gerete poi. Quanto alle sue carte, credo meglio che le piendiate voi
subito. Vedremo sul da farsi. Ma non lasciate che se n'impadronisca
r editore.
Questi lisaliva aijpunto, dopo aver fatto disporre la bara nella
portineria. Salutò ossequiosamente la dottoressa :
— Dappertutto, la fata! - disse con voce nasale.
— Sì, ma arriviamo sempre troppo tardi noi, non è vero"? - rispose
ella semplicemente. S'inchinò e usci.
11 vecchio mi scrutava con una certa preoccupazione :
— Voi eravate suo amico, non è vero?
— Suo parente, signore. - risposi. Avevo pensato al modo di con-
trastare l'ingordigia del vecchio.
— Ah, mi congratulo. Lei aveva un cugino veramente geniale.
286 Cil.l AMMONITORI
Se avesse saputo aiutarsi un poco... Intanto la pregodi licorclaisi di
me. Lei sa se avesse qualcosa di compiuto"? Conosce i suoi mano-
scritti '?
E guardava intorno, ove nulla era rimasto in evidenza, contro-
tutte le abitudini del mio amico, la qual circostanza cominciava a
preoccuparmi.
Egli uscì dandomi una lunga stretta di mano.
Io chiusi ruscio. .Ipersi il tavolino: nulla. Frugai nella scansia,
sfogliai alcuni libri. Evidentemente tutti i manoscritti erano stati messi
in salvo da Crastino stesso e aftidati a qualcuno. Forse alla Biondina?
Ma ella era coricata come in torpore, sul suo letto, trattenuta nei
momenti di rinvenimento subitaneo dalla donna dell'Ubriaco.
Eran le otto. Scesi. Molta gente era adunata ai lati del jiortone,.
giovani, studenti forse. Una bella corona dì rose era sulla bara : guardai
la dottoressa, come a interrogarla. Ella sorrise:
— Amava tanto i fiori!
Quibio entrò:
— \d a vedere. Martino. Il nostro morto non ci ajjpartìene più.
Tutta la strada è piena dì gente.
Un'altra grossa corona fu portata da due giovani: aveva un nastro
rosso fiammante, su cui era scritto Avveìiire.
Poi altre quattro successivamente: l'ultima enorme. Una era del-
l'editore, le altre anonime: una, fittissima, tutta di viole. Questa portava
un verso del poeta :
Fior moribondi sopra un morto cuore.
Giunse il carro modesto ch'io avevo comandato. L'editore si pre-
cipitò in portineria con un registro ch'era andato a comprare sul mo-
mento, seguito subito da tre o quattro che apposero la loro firma dietro
la sua. lo e il pittore ci guardammo indignati. Quibio fece un moto
per lanciarsi sul libro: lo arrestò lo sguardo della dottoressa, che sorrise :
— Che fa? Ciò non impedii'à che questo sia un funerale ben nuovo.
Vedrete.
Infatti il portone e la strada erano talmente ingombri, fhe le
guardie dovettero intervenire per far largo alla bara e poi al carro che
s'avviava. E una vera folla circondò il carro e s'incamminò dietro ad
esso. Stormi di gio\;ani. molti con fiore rosso all' occhiello, qua e là
alcime Iiarbe bianche, teste di soldati d'un tempo oggi sognatori della
terra jiromessa : una carrozza nera o\e intra vedevasi una tigiua di donna :
giovanette. studentesse for.se, dal viso alto e tranquillo: e in fondo la
lamentevole schiera degli abitanti di Aeropoli, i veri compagni del
morto, che sentivano con lui la fatale solidarietà cl)e li aveva uniti in
\ì\a e li portava ora dietro la sua bara, tutti.
Eccetto quest'ultima schiera, non aveva, tutta questa folla, una
fisionomia di circostanza: un brusìo ne usciva, come di molle voci
sommesse : riflessione, risoluzione e speranza facevan sereni quei visi
e quegli ocelli, intesi più ai barlumi annunziatori del domani che non
alla chiarezza del bel giorno di lìn di marzo. Si parlavano, s" informa-
vano : un compianto comune avvinceva subito i prossimi e li innalzava
a comuni pensieri e aspirazioni. Un avviso dì giornale e l'appello di
un uomo di cuore avevano allunato dietro il feretro d'un deielitto tutti
i cuori insofferenti della miseria e dell'ingiustizia.
GLI AMMONITORI 287
— Povero Crastino ! - mormorò Quibio. Osservai eh' egli gettava
qualche occhiata rapida alla carrozza nera, che s'era avviata dietro il
corteo, a distanza.
— È ben triste! - risposi io. Ma il cuore mi palpitava forte, e pen-
savo a lui con un senso di tenerezza, come quando mi avviene di es-
sere assalito da un presentimento vago di ini bene segreto a persona
che mi è cara.
11 corteo, ingrossatosi a mano a mano lungo i viali e a Porta
Palazzo, traendo seco nuovi seguaci e curiosi per la singolarità della
folla che lo componeva, giunse al Cimitero. Nel campo dei poveri, fra
le croci basse e rugginose, la bara fu deposta sull'orlo della fossa.
Un mormorio corse nella folla. Si attendeva. I becchini calarono
la cassa. Fiori si spiccarono dalle corone e caddero sul legno nudo.
La signorina Eva salì su un mucchio di terra accumulata sul ciglio,
alzò un mazzetto di rose che teneva in mano e parlò : riporto le parole,
che furono stampate sul Popolo:
« Hanno portato qui una corona che reca un verso di Crastino:
Fior moribondi sopra un morto cuore.
« Di chi è la corona? Non importa sapeilo. È il tributo dei fratelli
a colui che ha interpretato la loio inquietudine e il loro dolore, la
loro lotta e la loro speranza, la loro aspirazione verso la serenità e
l'armonia Era un usignuolo, nato per godere la libertà della terra e
del cielo. La macchina mostruosa che è la società moderna gli ruppe
le ali e lo uccise. Egli era la libertà, era la bellezza, era la felicità
che vi canta in cuore, o fratelli, o suoi fratelli : era l'amore. Noi gli
poseremo sul petto questi fiori moribondi, sul povero petto consunto,
sul cuore morto d'inanizione. Ma noi che non crediamo alla morte, gli
getteremo anche a piene mani i nostii fiori più vivi, le nostre spe-
ranze, il nostro lavoro di prepaiazione per un domani migliore, o
fratelli, la felicità e la riconoscenza degli uomini avvenire ! »
LX.
Egli era assolutamente fuori di posto nella società presente. Dal
suo volume di versi che aveva raggiunto due edizioni, non avea ricavato
che seicento lire, e la metà l'aveva lasciata dall'editore comprando
continuamente libri. Avrebbe avuto bisogno d'un editore quale ho
letto che ce ne furono in Francia al tempo del Paruasse e più tardi, che
anticipavano denaro ai ])oeti od assegnavano loro una somma men-
sile. Sono convinto che ottanta o cento lire al mese l'avrebbero fatto
felice e gli avrebbero permesso di gustare senza difficoltà né rimorsi
le due tazze di catte giornaliere che, a suo dire, gli erano necessarie
come l'aria, ^la anche l'aria, povero diavolo, gii si concedeva scarsa
e di pessima qualità.
Mi parlò molto di poesia e avrei voluto raccogliere tutte le con-
siderazioni preziose che mi veniva sgranando di continuo ad ogni occa-
sione, se non fossi disgraziatamente affatto ignaro perfino della prosodia.
Ma la musica de' suoi versi m' inebriava come la musica di Wagner.
Io capisco soltanto la fanfara e la musica di Wagner, che udivo nei
concerti del Teatro Vittorio : quella m'è chiara e trasparente, questa
mi è occulta e mi abbraccia tutto intero come la foresta o il mare (che
laSO GLI AMMONITORI
non ho inai veduto, ma di cui ho il ricordo): mi culla e mi addor-
menta. Lui invece conosceva la musica scientificamenle e analizzava
anche Wagner: diceva che tutto è musica e numero: così si sentiva
nato musicista e matematico, nient" altro, e men che tutto letterato.
Ma la musica di cui egli parlava e di cui si diceva nato cultore
era l'armonia dell'universo, era il cielo, l'innumerevole unità del cielo:
soltanto, egli lo amava troppo, e si dimenticava di vivere, di essere,
su nna minima stella, una minima nota di quest' immensa armonia.
Rinunziava a vivere, ad amare (amare l'amore, cioè la propria inte-
grazione, se stesso) per pensare ; si uccideva nel corpo per vivere della
mente, rompendo in se quella musica che adorava nell'universo.
È vero che il suo corpo non lo induceva ad amar l'esistenza. Esso
non gli si taceva sentire altrimenti che come un peso o una sofferenza :
la miseria e la lenta inanizione, peggiore della fame, perchè poco si
avverte e non provoca reazione, infiacchendo sempre più gli organi
del senso animale ed acuendo le sensazioni superiori, lo avevano reso
indifferente alle esigenze del corpo: non le sentiva più. E alla fine
una febbre, una specie di ebrietà continua che lo teneva in una .strana
illusione di felicità, di gioia, lo estenuarono affatto.
11 giorno dopo tutti i giornali dell'Alta Italia, riferendo la morte
del giovane poeta e facendone grandi elogi, rintracciavano nei suoi
stessi versi le querele su la noia di vivere e le invocazioni alla morte,
come sintomi e presentimenti. Uno proponeva l'erezione d'un asilo per
i pensatori e gli artisti, lamentando le tristi condizioni d'una società
ove gli uomini d'alto intelletto sono costretti a dedicare la maggior
parte della loro attività alla bisogna del pane ed esercitar la loro mas-
sima facoltà che li costituisce re dell'umanità, quasi di straforo, di furto,
se non vogliono morir di pi'ivazioni.
Io ricordavo qnel ch'egli m'aveva raccontato un giorno: aveva
Inviato dei versi alla Rivista sociale e la risposta era stata: che la poesia
è inutile alla società e trastullo de' scioperati.
— Vedi, - mi diceva - ho la disgrazia di non poter leggere che
giornali socialisti. Gli altri hanno maggior coltura, eleganza e varietà,
ma ne usano per difendere e ornare le cause egoistiche ed abbiette.
Sono i sofisti d'Atene. Quelli socialisti sono i soli in cui non trovi
degli insulti personali contro di me e di te e di tutti quelli che ci
sono più vicini, i poveri diavoli. Ma essi non mi vogliono, senza
dubbio per cecità, perchè non mi riconoscono: non sanno ch'io sono
loro amico e necessario. Mi ameranno, troppo tardi, naturalmente...
Borghesi dunque e socialisti non Io volevano, la società moderna
insomma, in cui era nato per sua disgrazia. Una volta aveva mandato
tre sonetti alla Domenica Italiana domandandone un dieci lire. Erano
stati subito pubblicati, ma i danari non vennero!
La società moderna non vuole l'arte: vuole una certa arte: quella
del prestigiatore, dell'illusionista, del lusingatore.
Un giorno gli dissi : - Perchè non scrivi tutte queste cose? Nel
nostro momento sociale molte vite sono un segno e un ammonimento.
Aftinché muti al più presto questa intollerabile galera eh "è la vita per
gran parte degli uomini, alcune autobiografìe piene di verità e di pas-
sione desteranno i sentimenti di giustizia negli uni, di rivolta negli
altri...
Ma egli lo stimava inutile: - Soffrono"? Perchè vivono? Si lascino
morire I
GLI AMMONITORI 289
Ma io non vorrlio the una simile apparizione sulla terra sia pas-
sata inutilmente. Pur troppo io non posso fissarla innanzi agli occhi
dei miei contemporanei, ma voglio che il suo insegnamento dia qual-
che frutto. Perciò intendo appoggiarlo con un atto che riassumerà molti
insegnamenti.
In quel tempo io mi immersi tutto nel mio Memoriale. Scrissi di
getto molte pagine. La mia intelligenza era diventata talmente libera,
che nei momenti più inopportuni, lavorando e persino mangiando,
essa si lanciava nello spazio, dandomi spesso, al richiamo della realtà,
quasi una scossa al cervello, impercettibile, ma singolare, che mi
teneva un attimo nel timor della follia.
Scrissi in quel tempo precipitosamente molte pagine, che più tardi
cercai invano di oidinaie e alcune perfino mi riuscirono indecifrabili.
È quello che avveniva, dicono, al Nietzsche, a parte 1' immodestia.
L'ebbrezza delle idee dà un delirio che si oblia facilmente. Dal nau-
fragio del mio Memoriale ne salvo qui alcune.
Leggo che la vita umana si allunga. La notizia non è fatta per
consolare colui che considera come l'uomo faccia, fino alla virilità,
quattro passi, e torni indietro di tre, prima di morire. Le idee cammi-
nano, la scienza corre a precipizio: l'uomo, animale abitudinario, va
lentissimo, cosicché noi siamo in gran parte dei barbari clie usano del
telefono e del radiotelegrafo. Bisognerebbe che la vita umana fosse
composta di parecchie diverse vite e che potessimo non solo mutar
idee, ma organismi d'idee.
Ciò non sarebbe poi troppo difficile se la nostra educazione non
fosse stranamente imbecille. I nostri padri e maestri ci danno un'edu-
cazione evoluzionistica a rovescio! Mi spiego : essi credono necessario,
invece di farci partire dal punto a cui essi sono arrivati, farci rintrac-
ciare non solo il loro cammino, ma quello dei proavi, e direi perfino
tutta la scala animale discendente. Tutti gli errori per cui è passata
l'umanità, essi ce li fanno credere, dall'adorazione dei feticci ad una
religione di terrore, dalla rinuncia alla propria ragione a una fede ul-
traterrena nel premio e nel castigo. A vent'anni, i giovanotti trovano
che hanno creduto ad un'illusione, indi abbandonato questa per un'altra
e per un'altra ancora. Allora poi si ripete loro: «Cercate, studiate ».
Come faranno a gettar quel carico"? Le nostalgie dell'infanzia e della
gioventù accompagnano degli errori : gettandoli, bisogna spogliarsi
anche di quelle nostalgie, di tutta la poesia dell'età fervente.
E ora: « Credete! »... Hanno essi più forza di credere?
Gli errori dell'umanità vanno insegnati solo in rapporto colla ve-
rità d'oggi.
L'istinto della proprietà, che gli uomini civili hanno innegabilmente
oggi, risale a tutta la storia umana oa pochi secoli"? Confesso che è
per me un punto oscuro. Io non sento quest'istinto. Forse se avessi
raspato più a lungo nella terra gialla di Gassino, sarei giunto ad amarla
e desiderarla mia? Certo è che toglier la terra ai contadini è come to-
glier loro ogni ragione di vita. Le manifestazioni di quest'istinto che
vennero dinanzi ai miei occhi sono però affatto basse e disgustose.
Figuratevi piazza Castello: i portici fitti di gente: intorno al caffè
Romano, tavolini pigiati : un continuo via vai : è l'ora del passeggio.
Ad un tratto, dall'angolo di via Po, verso la galleria, si slancia un
J9 Voi. evi. Serie IV - 16 IngUo 1903.
'290 (ìli ammonitoiu
ragazzo lacero e rosso in viso, e dietro subito un jiioriialaio: - Ai ladro I
al ladro!
L'effetto d"una seariea elettrica. Tutti sono in piedi: una massa
di gente si rovescia dietro al ladro: tutti urlano: piii innanzi si voltano
infuiiati : il ragazzo urta, tentenna, lijirende la corsa: un inseguitore
gli strappa tutta la falda della giacca, che gli resta nelle ungliie. Il
ragazzo non giunge in fonilo alla galleria, ch'è circondato da una folla
di forsennati : il tenore che ha in viso ! Una lepre in laccio ! Trafelato,
senza respiro... e tende la mano dove ha il furto: un mazzo di car-
toline illustrate !
Era un rivenditore di cartoline. Non era la prima volta, gridava
il giornalaio!... Ed io che non potevo più trattenermi e avevo vergogna
di tutti costoro e di me stesso: Le pago io! - gli gridai, cercando en-
trar nel gruppo, che si scomponeva sotto l'impressione del ridicolo. -
Khbene. credereste? Ho veduto parecchi continuar ad inveire contro
((uel lamentevole monello, che della giacca teneva più soltanto le ma-
niche e aveva la faccia imbrattata di sangue che gli usciva di sotto
i capelli arruffati. .\on uno si levò a difenderlo.
Quel giorno e parecchi altri fui tormentato da questo pensiero:
*■ L'umanità, vista addentro, fa orrore! »
È un destino che ci tormentiamo continuamente a far delle leggi,
sapendo che i nostri tigli dovranno sudar sangue nello spezzarle"? Noi
tramandiamo, centuplicata, un'eredità di dolore.
Mi si dice un ideologo, un visionario, un monornane. On^st" ultimo
e|>iteto mi fu lar'gito da un compagno che mi vede sempre leggere sui
giornali i fatti gravissimi e mortali dovirti alla rivolta contro la mi-
seria o alla fuga di essa fuor della vita. Si, terno perfino d'esser cru-
dele. I fatti di ci'onaca, i suicidii sojìratutto m'attir-ano : li leggo avi-
damente per scor-gere in essi un continuo ammonimento. 1 giornali
illustr-ati dovrebber'o scegliere piuttosto, tra' fattacci, quelli che eccitano
alla bontà, alla riflessione sulle miserùe sociali, al desiderio di rime-
diarvi. 11 sangue è sempre fecondo : è forse il solo reagente che scuota
la società inerte e curante soltanto d'un benessere corporale. Esso
nuoce alla digestione, e chi vuol ben digerire deve cercar un rimedio.
Sono gli strappi della catena che nrolti non sentono al piede, foderati
come sono d'ovatta e di velluto... Siam tutti legati gli uni agli altri,
così volle la natura. Ad ogni forte strapjio qualche lieve ammaccatura
si produce anche nei più grassi e pr'osperosi.
\h se tutti nascessero nudi, invece che imbottiti, e sentissero tutti
il roder del ferro ! .Allor'a si cercherebbe insieme che la catena si mu-
tasse in ghirlanda...
Su Jai Stampa del 1.') gennaio 19**. Una ragazza madre, non tro-
varrdo di che sfamar la sua creatura, la depone in una chiesa, poi
corre alla Qirestura a denunziarsi come colpevole d'averla abbandonata.
I^a sera prima era stata trovata per istrada col bambino e ricoverata
in Questura. Era forse qualche pietoso qirestuiino che le aveva inse-
gnato il solo modo col quale la società moderna avrebbe permesso alla
sua creatur-a di vivere? Il bimbo fu portato all'Ospizio. Ma, quel ch'è
miserabilmente comico, la donna fu condaruiata e messa in carcer-e.
GLI AMMONITORI 291
S" io potessi ammettere ch'esiste un nomo responsabile di tutto
questo, e lo scoprissi... sarei un infame se non Tuccidessi a costo della
vita. Ma io so che non esiste. Ed è questo che complica la cosa,
più che non pensino gli anarchici. Esistono invece piccole e grandi
dosi di male, che ciascuno di noi fa subire o subisce, ed esistono
uomini che pos.sono procurare altrui secondo il loro potere un bene
minimo o grandissimo...
Xota al Memoriale. Sovente ho nell'orecchio un ritornello: «< Ciii
ha fatto soffrire, soffra ». Donde vienef Mi assale nei momenti cattivi,
specie quando ho mal di denti. Parecchie di queste pagine furono
scritte durante un terribile mal di denti.
V'ha un male più stupido'? Tutto ciò per l'antipatica operazione
di rifornire la macchina ! Oh i piaceri della tavola, per tutti i man-
giatori di granturco che marciscono nelle basse del Po !
Un microbio s'introduce nelle vostre ganasce e rosica impercetti-
bilmente. La mascella, le tempie, tutto il cranio sono in congestione:
è una tortura senza tenipo, fissa come un'ossessione, che fa pensare
al suicidio !... E tanto supina e miserabile che non ha mai avuto l'onore
della letteratura. Mi ricordo una caricatura d'un leone con le mascelle
fasciate d'un foulard!...
Anche un dei miei ricordi più atroci v' è connesso, lo ho poche
immagini di mio padre nella memoria : lo vedo il più delle volte zap-
pare nella creta con la testa nuda e le gambe nell'acqua. Ma talvolta
lo vedo in un'attitudine spaventosa. Egli è inginocchiato sul paglie-
riccio ov' io mi disfendevo tutte le sere accanto a lui: egli ha gli occhi
stralunati e si pieme le guance colle mani e apre la bocca con gemiti
strozzati che interrompe soltanto qualche requemeterna ! requeme-
terna!... e io mi rannicchio contro le sue ginocchia piangendo di ter-
lore. . .
-|;
La giustizia ! Durante tanti anni io ho pensato e parlato di giu-
stizia, ma un bel giorno riflettendoci la trovai una parola senza senso.
Le leggi, per essere indiscutibili, dovrebbero essere fatte da un ente
superiore all'uomo, e le pene ugualmente. Diremo noi che la somma
degli uomini, cioè la società, sia superiore a ciascuno di essi? Suc-
cede invece il contrario. D'altronde, l'accettazione di quest'ordine do-
vrebbe essere volontaria, non forzata.
Ora infine ho compreso che la giustizia esiste, ma essa non è punto
costretta nei codici e nei tribunali. È una cosa vivente, e sorge dalla
fluttuante armonia, dalla reciproca subordinazione di ogni volontà in-
dividuale alla volontà generale umana, libera subordinazione. Ma li-
bertà vuol dir coscienza. Forse gli uomini coscienti saranno liberi e
saranno giusti.
A chi tocca far gli uomini coscienti e liberi?
Evidentemente, poiché non esiste nulla, per noi, superiore all' uomo,
tocca agli uomini; tocca ai padri di plasmare i figli. Che cos'è la so-
cietà? La società, voglio dire l'ente che fa le leggi ed i costumi, non
è che r insieme dei padri.
Ma che succede oggidì? Che i padri sono nemici dei figli e i tìgli
nemici dei padri. 0 gli uni o gli altri sono vinti, e si sacrificano. Le
ÌJ92 GLI AMMONITORI
donne sopratutto si sacrificano. Invece una società ben ordinata deve
favorire lo svilupjìo e l'espansione di ciascun individuo nelfequilibrio
comune.
11 mondo moi'ale di Dante, pensava Crastino, era più ricco del
nostro... È vero? Certo un mondo di cui l'uomo costituisce il centro,
componendo a sua immagine terra e cielo, demonio e Dio, riesce gran-
dioso. Ma l'uomo d'allora che informava di sé un mondo irreale, era
schiavo delle creature uscite dalla sua immaginazione: ora egli è libero
e re in questo piccolo angolo d'universo che ha riconosciuto suo.
Ci sono altri mondi. Quelli del nostro sistema solare hanno qualche
affinità colla Terra"' La vita vi ha manifestazioni paragonabili? Giove,
ad esempio, è in formazione: forse le prime cellule vi nascono ora nel
primo sedarsi della lotta tra gli elementi. Dovrà in esso la vita supe-
riore, quella che potrebbe dirsi l'umanità di Giove, percorrere la stessa
sanguinosa evoluzione che la nostra, senza che le nostre esperienze
dolorose possano giovarle in nulla?
La mia fede nel migliorismo mi risponde lisolutamente di no. Io
non ne so nulla: ma in questa universale tendenza all'armonia, cor-
renti ignote, che forse non ci saranno più un mistero nel futuro, devono
collegare continuamente le vite planetarie. Ad esempio, possiamo noi
spiegarci con elementi attinti in noi e attorno a noi Videa? No: esse
furono perfino credute immanenti di per sé: non sarebbero esse il le-
game fra le vite intelligenti del mondo siderale? L'idea é in noi e nello
ste.sso tempo viene di fuori, cioè è l'essenza di noi stessi che fa parte
con quella di altri esseri ignoti alla nostra coscienza, ma sentiti oscu-
ramente dall'istinto.
Io non so se alcuno abbia già enunciata questa verità : può essere
un ricordo rimastomi delle mie bozze, senza ch'io Io avvertissi. Ma in
vero mi pare che i professori non parlino punto di queste cose. Essi
sono tropi)0 timidi nelle sintesi. Per esempio : io vorrei vedere in un
quadro rapido disegnata questa evoluzione interiore dell'umanità. L^na
grafica quasi astratta, esclusi assolutamente Alessandro, Muzio Sce-
vola, Carlo V, Marat e tutti questi individui che se non guastarono
nell'evoluzione dell'umanità, guastano certamente nella storia scritta
dai professori.
I quali se leggeranno questo mio scritto sentii'anno pietà di me e
mi classiticheranno fra gl'imprudenti pei quali la scienza è una lam-
pada che brucia le ali. Ma la mia scienza abborracciata alla meglio,
dirò piuttosto rubata o spigolata come face\a mia madre il grano nei
campi dei padroni, mi serve, a me: mi è nutrimento, mi è sangue del
cuore. Per essi è anche nutrimento, sì, diverso: la papi)a!
Abbasso i siiggi, i veggenti che tengono le mani nelle tasche, mentre
i lor fratelli ])er errore si sgozzano a vicenda!
Una striscia di sole sul mio letto, dalle imposte socchiuse. Come
mi sento vivo, lucido, agile, all'apparii' del sole !
E in quel piccolo raggio miriadi di pulviscoli. All'ombra non si
vedono, pei' noi non esistono: ed ecco, il sole ce li rivela illuminan-
doli. Cosi il cielo è j)ieiio di mondi uell'ombia o illuminati: |nilviscoli.
Tutte» si somiglia nell'universo, date le proporzioni: nella mia stanza
lilJ AMMONITORI 293
e nello spazio immenso polvere. nuH'altro. La Chiesa dice: «Ricordati
che polvere sei e polvere tornerai... » Ha ragione: ma l'errore èqui:
la polvere non è la moi'te: nella mia soffitta e nello spazio immenso vìve.
Un giorno un di questi pulviscoli si staccò un attimo da un gra-
nello più grande, per tornarvi dopo quell'attimo. E in quell'attimo,
ecco, il pulviscolo, la Terra, come un figlio che cessa d'appartenere
al gremho materno, acquista una vita sua: si consolida la sua ossa-
tura: si sviluppano gli organi, i cristalli, le piante, gii animali; e il
cervello infine, l'uomo plasmato d'infinito... Tutto il resto è l'organismo
speciale della Terra: l'intelligenza è quello che la unisce agli altri or-
ganismi giganti dello spazio. Perciò l'intelligenza si lancia fuor della
Terra.
E mentre il granello move nello spazio, ecco che quest'intelligenza
s'agita sulla sua corteccia. Da prima a prender coscienza di se. Dagli
altipiani dell'Asia al Mediterraneo, dalle penisole del Mediterraneo alle
coste dell'Atlantico, dal continente nuovo alle grandi isole del Sud,
per rilegarsi agli altipiani ond'è partita. Ecco quest'intelligenza pene-
ti'ar nella terra, leggervi dentro, traverso gli strati delle civiltà, tra-
verso gli strati accumulati nell'infanzia della vita, fino al nucleo
ardente, eh' è la sostanza del sole. E la Terra si conosce, ora, e vuol
prender possesso di sé stessa. Di poi s' irradierà nell' infinito.
Le epoche geologiche, la storia umana, il ritorno nel grembo del
.sole padre, un attimo. E il turbinio della polvere di stelle nello spazio
immenso non sarà mutato d'un punto.
Questo ha pensato, un mattino di sole, il correttore di bozze che
non sentì mai umiliazione d'essere minuscolo, d'essere polvere.
X.
Un pomeriggio, attendendo alla seconda edizione de L'Allevamento
dell'Uomo (la prima s'era smaltita in pochi mesi), mentre la macchina
era pronta per un nuovo foglio, m' imbattei, rivedendo le aggiunte, in
un passaggio che mi riusciva inesplicabile. Non c'era in quel momento
un messo disponibile: lo dissi al direttore e m'incamminai io stesso
alla volta della Maternità.
Ci passavo accanto ogni giorno, mentre mi recavo al lavoro: per
tanti anni non avevo guardato l'edificio con occhio diverso da quello
con cui vedevo tutti gli altri palazzi splendenti di vetrine: quel pezzo
di via mi pareva soltanto più monotono, nient'altro. Ma dopo la morte
della povera Lena ne avevo sentito un crescente fascino.
Entrai : mi si fece attendere un momento. Il cuore mi batteva forte.
L'uscio della sala ove aspettavo era aperto, e ci passavano dinanzi
infermiere vestite di bianco e quakiie suora. Di lì a poco, apparì in
fondo al corridoio il dottor Seiiuiii in un bianco camicione, su cui la
lunga testa bionda s'alzava nobilmente. Gli esposi il passo controverso,
ch'egli chiarì subito.
Non mi restava che andarmene : le macchine attendevano :
— Lei non ha tempo da perdere, non è vero, dottore'? - arrischiai.
— Io, no davvero... Mai!... Perchè?
Esitai un istante, poi mi feci coraggio :
— Si potrebbe vedere una sala della Maternità"?
5ft4 GLI AMMONITORI
— No - s'affrettò a rispondere. - È impo.ssil>ile. Fuorché per casi
eccezionali. Mi duole...
Ma s'interruppe tosto:
— Attenda un momento e torno subito.
Tornò di lì a un minuto e mi disse semplicemente:
— Venga.
Avevo un gran batticuore. Traversammo il lungo corridoio ed en-
trammo nella prima sala.
C'erano alcuni letti : non si scorgevano su di essi che le teste delle
inferme. Una visione lontana mi si presentò violentemente, quasi da
farmi svenire.
Il dottore s'avvicinò ad un letto :
— Come va'? E il bimbo? Non l'hai più? Dove l'hai'? - chiese
con voce carezzevole.
L'altra tacque.
— Te l'han portato via, ehi l tuoi"?... A balia?... All'ospizio!
Ella si voltò (lallaltra parte, la faccia terrea le si contrasse: si
coprì con le coltri tino ai capelli.
La vicina era bruna, tiorida, con due grand'occhi curiosi :
— ^'a bene, eh "? - le domandò il dottore tastandole il polso. - E
il bimbo?
Quella sorrise :
— È all'ospizio, ma poi lo manderò a balia. Non ho latte...
— Hai marito ? Quanti anni hai ?
— Diciotto... Mi sposerà.
Un'altra accanto la guardava con invidia :
— E tu. non l'hai il biaibo?
— Io si. che riio... Ho sofferto tanto!
— Hai marito ?
— No...
— Ti sposerà ?
— Ma"? Si sa bene, gli uomini!... Mio padre è impiegato al mu-
nicipio: io l'ho disonorato... Ah il castigo viene sempre! Abbiamo
fatto all'amore un anno, poi mi sono lasciata... .Mio padre è venuto
stamattina.
— Non lo vuole il bimbo in casa ?
— No ! Jla io andrò a lavorale da sola e me lo terrò : ho sofferto
tanto!... Volete che lo butti via! Ho sofferto tanto per lui...
LTseimmo. Nel conidoio il dottore aggiunse :
— Creda: l'egoismo e l'incoscienza dell'uomo sono mostruosi. La
donna è di molto superiore moralmente all'uomo.
Io avevo il petto chiuso come dentro una morsa.
Apri un altro uscio. Un'altra sala, altre sofferenze.
In faccia alla porta, un letto portava in mezzo come un tumulo,
e avvicinandomi .scorsi, dietro, affondata nei cuscini, una testa livida,
cogli occhi fuor delle orbite : n'usciva un gemito ralibio.-^o. Due mani
ghermivano i ferri della testata e si torcevano. Una infermiera si av-
vicinò al dottore :
— A quando? - fece ([uesti.
— Stassera.
Un altro letto, di fronte, simile a quello. La donna era calma,
una bruna magra, di età indefinibile. 11 dottore le disse non so che
parole, poi trasse in giù le coltri... Ho tutto ciò negli occhi !
GLI AMMONITORI 295
Che mistero tremendo, mostruoso, inesplicabile !
Uscimmo, per entrare in un'altra sala. Due ammalate stavan se-
dute in mezzo di essa. 11 dottore s'appressò e si rivolse alla più gio-
vane, una ragazza bellissima :
— Come stai"? Non ti sei ancora coricata?
— È muta - intervenne l'alti'a. - Venuta stamattina...
— Muta '? - riprese quegli accigliato. E rivolgendosi a me : - Vede,
non è ancora sviluppata del tutto... Avrà sedici anni"? Indifesa!...
Indifesa !
La ragazza ci guardava con due grandi occhi e un sorriso ingenuo.
Comprendeva qualcosa di quello che le accadeva"? Pareva affatto ignara.
— Che dice '? - domandò il dottore alla vicina. - Che fa "?
— È a servizio. L'ha portata la sua padrona.
— E la riprenderà ".'
— Si, pare che la rijirenderà.
— E il bimbo"?... All'ospizio... - conclu.se egli senza attendere ri-
sposta.
Allora vidi una donna dirimpetto alzarsi a sedere sul letto, scoprirsi
il seno e avvicinarvi un batuffolo bianco: una testina rossa, grande
come un pugno, vi affondava tutta la faccia. Una manina iuqiercet-
tibile brancicala il seno roseo. La donna non era bella, una cam-
jiagnuola robusta e sana, ma avea sul viso qualcosa d'inesprimibile
che infondeva riverenza e tenerezza, il dottore s'appressò sorridendo:
— Questo è il primo "?
Ella rise :
— 11 quinto : tutti vivi.
— Hai sofferto molto "? Perchè sei venuta qui "?
— Sono a servizio.
Un'altra si levò e s'accostò il bimbo al petto :
— E tu - le chiese il dottore - che fai ?
— Lavandaia. Mio marito è falegname.
— Com'è grosso! Tu ti senti bene"?
— Ne ho due, - fece ella, ed alzò le coltri. Un altro batuffolo
molto più piccolo: stringeva le palpebre aprendo la boccuccia.
— Perchè non dà! a mangiare a quella li che ne ha piìi bisogno"?
È una femmina, eh"? Prepotenti sempre i maschi... - aggiunse rivol-
gendosi a me.
— Questo vivrà - disse la donna. - lo le dò l)ene da mangiare a
quella li, ma questo mi divora tutta...
Due altre guardavano le felici: entrambe erano tristissime. L'una
assai bella, avea vent'anni. 11 bimbo, mandato all'ospizio... Perchè"?
Perchè lui, era un militare.
— Ti sposerà? - chiese il dottore.
— Mi scrive ancora... - e nei suoi occhi vagava un'incertezza scon-
solata.
Ci allontanammo per uscire. Nel coriidoio il dottore m' indicò
ima scala.
— Lì sopra - disse - ci sono quelle che vogliono rimanere inco-
gnite. Ce n'è una trentina! lo ci sono addetto, e discendo di rado.
Qui abbasso è ben più terribile! La signorina Lavriano è proprio
quello che si dice la provvidenza per queste creature !
Mi parve die la sua voce s'intenerisse un momento. Lo guardai':
egli divenne pensieroso.
296 cu AMMONITORI
— Creda. - aggiunse dopo un'istante - è una gran piaga. Sopra-
tutto ciescono di numero le fanciulle madri. L'uomo volgare, il sol-
dato siiecialmente. non ha più il h'eno della religione che lo allontani
dal delitto (che è un vero delitto!) e trova impossibile o troppo dif-
ticile il matrimonio. E la ragazza vien qui... Come ha veduto, sono
troppo numerose, troppo titte. Se vedesse poi gli altri ospedali 1 La
questione degli ospedali è ima questione di vita e di morte per la
società.
Egli mi guardava. Riflettevo che forse stimava inutile dire a me
tutto ciò ; ma ci era tanfo avvezzo e n'era tanto convinto che ripeterlo,
anche a un povero invalido .sociale com'io sono, gli costituiva uno sfogo.
Oh, pensavo, avere la forza, il potere: essere un legislatore, un
benefattore !
— E non c'è nessun rimedio per ora - continuò. - 1 deputati hanno
alti'o da pensare che agli ospedali! 1 lasciti non ci vengono che raris-
simi, dopo che gli ospedali sono laici, e crescono le domande di ricovero,
a causa dell'accentramento nelle città, a causa del buon trattamento
che ha vinto le prevenzioni del popolo. L'ospedale, vede, dovrebbe
essere la casa dell'uomo nel momento che s'acuisce la lotta fra lui e
gli elementi di dissoluzione. La città dev'esser costituita in modo che
tutti i cittadini possano venir a passare quella che direi la loro puri-
ficazione in un ambiente propizio e immune.
Riconoscevo qui le idee da lui i)ropugnate con tanta foga nel suo
libro. Egli si fermò dun fratto e mi domandò:
— Mi dica la verità. L^na visita simile furba molto, eh"?
Io mi sentivo la mente confusa. Dopo la prima sala, in cui ero
stato afferrato da una commozione violenta, mi ero sentito divenir
ottuso e quasi insen.sibile. Me ne rimproveravo e me ne sgomentavo:
soltanto, osservavo con avidità, quasi ripetendomi interiormente: « Vedi
tutto, afferra, ricorderai poi e sentirai... » E pensavo al mio Memo-
riale che andava svolgendosi fantasticamente nelle nuA^ole!
— È un'impressione enorme - risposi al dottore che mi guardava
con un sorriso indagatore. - Ne sono interamente disoiienfato.
E sentivo che qualcosa si rimuoveva in fondo a me sfesso come un
peso informe. Pensare mi diventava una fatica : eppure presentivo che
quando sarei riuscito a svellere il mio pensiero da quell'ammasso di
sensazioni, ne avrei tratto una conseguenza capace di dirigere una vita.
Eravamo nel cortile. Dalla porta opposta a quella ond'eravamo
usciti cominciò a sfollare uno stuolo di giovinette. Immaginai che
fossero le allieve levatrici : poche erano belle, in gran parte di fattezze
grossolane (era forse un'impressione momentanea), e nessuna pareva
compresa del mistero terribile che gravava dentro quelle mura. Un
vecchio curvo, dal volto burbero, le seguiva. Al vederlo, il dottor Semmi ■
si volse a me con precipitazione:
— 11 direttore... La saluto, a rivederci - mi disse col suo sorriso
e fendendomi la mano. Poi s'appressò al vecchio.
Quando fui nella strada, guardai intorno e tutto mi parve nuovo.
C'era una piazzetta, degli alberi, poi due file di case ai lati. La strada
era deserta, ma un vecchio apparì da una via traversa, poi un carretto
di lattivendolo, e rial lato opposto una donna con ima fanciulla.
Oh l'angoscia che mi diede la vista di queste due creature ! Poi,
andando innanzi vidi altre donne, e nessuna pareva preoccupata : al-
GLI AMMONITORI -97
cune erano belle e chiaochieravano e ridevano. Mi riusciva dolorosa-
mente strano che potessero pensai'e ad altro.
Soltanto dopo qualche settimana riuscii a ristabilire il mio pensiero
nelle correnti normali.
E mi s'affacciarono queste domande:
La vita umana inerita che si soffra tanto allo scopo di prolungarla
sulla terra?
Se l'amore non fosse, come si dice, cieco, 1' uomo (e sopratntto
la donna) accetterebbe il compito della procreazione "?
Tanta parte dell'umanità, le nostre madri, le nostre sorelle, du-
rante il miglior periodo della lor vita, sono in un'alternazione di mi-
nu.scole malattie che preparano altri malori periodici talvolta terribili.
La nascita è una malattia, un lungo, grave, talora mortale guasto
dell'organismo materno. V'ha un mistero più augusto, un pensiero che
possa far tremare il nostro cuore piìi di questo ?
La vita ha dunque un valore immenso se poveri esseri per cui la
maternità vuol dh'e il disonore, la miseria, la morte, amano il bimbo
nato di loro. « M' ha costato tanto dolore, volete che non l'ami ? »
Ora, l'amore non dev'essere cieco !
L'amore fatto cosciente, l'atthisso. la tensione, l'espansione su-
prema e volontaria della propria vitalità, l'attimo dell'unione fra due
esseri reso concreto in un nuovo essere, deve apparire ben più augusto
che non 1' istantaneo e imprevidente spasimo egoistico.
Amore e morte '? Ecco una formola poetica che fu bella quando
l'amore voleva significare soltanto il soddisfacimento di due desideri.
« Dopo noi il diluvio ! » Ma amore e vita, se esso è la vera integrazione.
Ed ecco che il pensiero della morte perde tutto il suo valore e il
suo significato a petto del pensiero della nascita.
La Ctiiesa porta i suoi fedeli dinanzi al letto di morte e dice :
- Tremate ! - La religione nuova deve condurre i neofiti al letto dove
nasce l'uomo.
Ed ecco la differenza fra la veccliia età e la nuova. Il vecchio
muore e non vuol morire, non vuol finire individualmente: vuol vi-
vere di là con lo spirito, e prolungarsi materialmente di qua nel tiglio
sopravvivente : perciò con la vita gli ha dato tutto il suo lavoro e la
ricchezza ch'egli ha accumulato per sé, togliendo ai suoi fratelli quanto
pili poteva.
Cosi l'eredità favorisce l'individuo, il |)rolungamento limitato del-
l'individuo e l'egoismo.
Invece concentriamo la nostra attenzione non sulla moite. ma sulla
nascita. Allora sentiremo la necessità che ciascuno nasca nelle condi-
zioni [)iù favorevoli, e circonderemo di lienessere, di rispetto e d'amore
l'età in cui l'uomo è larva. L'individuo si svilupperà poi accrescendo
la sua vita con tutto quello che lo attornia, fino ai suo declino, ma
i suoi figli nascano e si nutrano nella comunità, per individualizzarsi
I>oi a loro volta, com'egli fece, un istante.
L'uomo è come quell' insetto che insinua il suo ovulo nel gem-
mulario d'un fiore, perchè la sua larva trovi a pascere la polpa del
frutto fino a quando abbia l'ali per possedere il cielo e la terra. Pos-
sano tutte le madri trovar un calice di fiore per le loro larve! È così
vasto il mollilo !
Ma quella vista ! lo non mi raftiguro più la faccia siiasimante su
quel letto... LTn senso violento di rivolta mi invade, come per una
sopraffazione mostruosa della natura sulla povera umanità.
Ì9S GLI AJ[MOXITORI
Eppure lio sentito d'allora che, nei peggiori momenti in cui i miei
istinti avrebber potuto prendere il sopravvento sui miei ideali, il richia-
mar quella visione mi sarebbe stato salutare.
E forse avrei invocato quel ricordo quando mi fossi trovato di
fronte ad un' impresa terribile o ad un sacrificio mortale.
X[.
L'ultima passeggiata, l'ultimo pomeriggio passato con Quibio, l'ul-
tima ora di sole. La vita conta proprio soltanto per le ore in cui ci
siamo sentiti vivi. Io ho vissuto alcune giornate. Il resto ho, come
direi? tirato innanzi... come il giumento che gira sempre attorno alla
stessa macina ruminando la stessa cattiva biada.
Era il quindici d'agosto. Quibio irruppe nella mia stanza. Io stavo
scrivendo.
— Oggi si va fuori - gridò. - il dì del ferragosto star lappato in
casa ! E non spalanchi neanche la finestra ! Ma tu ammuffisci : non
vedi il sole, non senti l'appello del verde, della campagna ! Non .sei
un provinciale tu, sei un meschinissimo e limitatissimo cittadino !
Egli ci teneva ad esser provinciale : tutti i grandi uomini, secondo
lui, nascono in campagna.
Spalancò la finestra, spalancò l'uscio : dal corridoin sbucò una
corrente che mi scompigliò i fogli sul tavolo e mi fece rientrar la testa
nelle spalle.
— Miserabile serbatoio di reumatismi, tu a\ rai l'asma a quaranta
anni. Hai paura dell'aria che ti fa vivere!
Si mise a ridere fragorosamente. 1 marmocchi scalzi e col petto
scoperto che ballavano sul balcone gli fecero eco. Dal corridoio lo zufolìo
di Cimisin dì nuovo giocherellava come uno zampillo. Tutto pareva gaio
e rinnovato. Dal fondo del cortile salì d'improvviso il suono d'un
organetto. Le donne si sporsero a guardare mezzo accecate dal sole.
Cercammo entrambi la finestra della Biondina: era spalancata anche
essa e i passeri vi saltellavano intorno come al solito, ma il suo capo
non si chinò fuor del davanzale, come faceva una volta ad ogni musica
che venisse dalla corte.
— Hai più saputo nulla.' - mi chiese egli, mentre scendevamo.
— Nulla. Non ho più jiotuto [)arlarle.
— Credo che abbia fatto amicizia colla dottoressa Lavriano; o
per lo meno questa l'ha cercata più volte.
— Mi par diventata muta, selvaggia. La sola che può entrare da
lei è Minca. Credo che la signorina Lavriano potrebl)e ammansarla.
— Sai dove andiamo? - chiese il pittoi'e.
— Niente affatto.
— Montiamo su quella tranvia!
— Va benissimo!
Dissimulavo la mia tristezza. Ero tanto stanco! Il mio lavoro
^l'ufticio mi riusciva ora gravissimo: il mio Memoriale non avanzava
d'un punto e le pagine die andavo rileggendo e logorando a forza di
ritoccarle mi sembravano mute, scolorite. Mi pareva che qualcosa
avesse distiutto in me la coesione di tutte le parti del mio essere.
Piazza Statuto, Via Garibaldi erano piene di gente : i portici di Po
rigurgitavano: erano le buone famiglie che vanno alla messa a San
Francesco da Paola e a San Filippo e n'escono a mezzogiorno per far
<lue jiassi e ostentare le ragazze da nuirito.
(fLI AMMONITORI 299
— Non vai a quella passeggiata mai"? lo ci vario: ci sono dei fior
di ragazze.
— Ma non mi hai detto clie sei innamorato?
— Perdio! E come! Ma ciò non m'impedisce di guardare le belle
donne. Giuro che non mi passa in cuore neppur romhra d"un desi-
derio: è puramente un godimento degli occhi. Ma tu non sei artista.
Infatti io non comprendevo ciò. D'altronde io non m'intendo atTatlo
di bellezza : quando m'è accaduto di indicar a Quibio una donna che
io dicevo bella, me lo vedevo ridere sul muso :
— Hai gli occhi che guardano in dentro.
Egli voleva dire con ciò eh" io non vedevo, non udivo, non vivevo
coi sensi, ma solamente col pensiero. Forse aveva ragione. Certo, un
bel paesaggio mi allarga il respiro, ma egli mi diceva che anclie una
palude è un liei paesaggio; una bella donna mi ele\a e mi rasserena
i pensieri, ma egli sosteneva clie è bella anche una donna di malaf-
fare; egli trovava belli i pezzenti, i cenciosi, i morenti di fame...
No! no!,
Un giorno però gli ho chiesto se avrebbe trovato meno liclla la
terra quando non ci fossero più paludi né malaria, mendicanti né
donne perdute, ed egli rimase pensoso.
Eh via! Muterà anche il nostro gusto.
Arrivammo cosi sul Monte dei Cappuccini. Il cielo era d'una tersità
di cristallo: il Po limpido e piano come uno specchio: una pianura
di tetti rosso-cupi e di ardesie si stendeva all' infinito e sembrava
giungere da una parte ai piedi del Monviso che pareva vicinissimo,
dall'altra a Superga splendente. La Mole Antonelliana appuntava il
suo ago nel cielo : sotto, le vie diritte incrociantisi parevano delle fosse
nere e strettissime.
— Guarda il Cervino! - disse Quibio indicanilomi la cus|)ide di
fronte a noi.
11 glorioso arco delle Alpi si stendeva in giro, emergendo per
intero fuor della nebbia azzurro-cupa che stagnava, dagli ultimi lembi
della città, dal campanile acutissimo di Santa Zita, fino alle prime
valli.
— Questa è la bellezza che comprendo - dissi a Quibio, non senza
un subitaneo sentimento d'orgoglio.
— Capisco che ti lìasti - mi rispose egli sommesso.
Mi veniva da quello spettacolo un gran senso di forza e di sere-
nità. La neve, che riempiva tutti gli angoli e le insenature, accusava
fortemente le fisionomie di quei gruppi giganti, cui tutto quel bian-
core vestiva di freschezza, di sincerità e di giocondità austera. Dissi
la mia impressione al pittore.
— È il bianco che fa questo.
— Sia quel che si vuole: che ne sai tu col tuo bianco?
Egli cercava cosi gli elementi di tutti i grandi spettacoli, e li im-
piccoliva.
— Tu non sei un artista. Stanga: sei un poeta! un poeta che
non guasta il suo sentimento cercandone le cause per riprodurlo, lo
sono un pittore: ma un pittoie che dipinge: e questo, caro mio, è
proprio il bianco.
E riprese a ridere:
— E ora in gambe! Fra mezz'ora sederemo a tavola.
Lo seguii, non senza un ceito impeto di vigoria, entratomi addosso
coU'aria dell'altura.
."ktO GLI AMMONITORI
Toiiiando al basso, la sera, lo prese la malinconia. Scendevamo
dalla collina di San Vito: ad ogni tratto, a sinistra, gli alberi della
strada mancavano e appariva il cielo affocato del tramonto dietro la
cuspide nera del Monviso, e il Po, vasto, in basso, chiudeva un altro
lembo di cielo sommerso. Così da bimbo io sognavo di scendere, con
tutta la mia culla, nel cielo: cielo sopra e sotto e intorno e io navi-
gante in esso come una piuma: così la terra deve sentirsi andare an-
dare, se si sente.
Quibio accennò da quella parte :
— Sai che oggi sono stato a rischio di darti l'addio? Là. la
Plancia! Chi sa se ci giungerò mai? Quando una cosa è vicina, quando
un gran sogno è presso a concretarsi, allora non par che ti manchi
la terra sotto i piedi"? Non par che questi pochi giorni siano insupe-
rabili? Io penso perfino che potrei morire!
— Eh via! Tu sei tanto coraggioso!
— Hai ragione, lo ho una fede in me e nel mio avvenire che stu-
pisce me stesso; è certo presunzione! Ila lo scoraggiamento, quando
viene, è più profondo. Eh caro mio! Se si trattasse di me solo! Non so
(piando, dicevi : Vivere cia.scuno come se fossimo nella società che so-
gniamo ! Hai un bel dire tu che sei solo. Supponi invece che il destino
ti abbia unito ad un'altra creatura. Tu ami una donna: ella ti ama e
non è libera...
E allora mi raccontò. L'aveva incontrata in una esposizione : poi
vi si erano riveduti. Lettere strane avevano seguito in cui ella sfog-
giava uno scetticismo a fior di pelle e una falsa esperienza amorosa
presa nei romanzi di Bourget. In fatto era una povera donna. Spo-
sata a sedici anni con un banchiere, fin dai primi mesi s'era accorta
che non aveva nulla di comune con suo marito: questi l'obbligava
a tret[nentare assiduamente la società e. sebbene ella si sentisse affatto
indifferente alla religione, di andare in chiesa e praticare, perchè ciò
gli conciliava clienti. Era vissuta con lui dieci anni. Ma quante cose
in tutto c[uesto tempo ! Ella aveva letto molti romanzi, visitato molti
musei: s'era annoiata mortalmente. Aveva tentato distrarsi colla vita
mondana: aveva tentato di amare ed era stata disgustata fin dai primi
flirt. Aveva fatto della beneficenza...
Egli s'era manifestato a lei come nn uomo che sa quello che vuole.
.< Se vi amerò, - le aveva scritto - cioè se vi farete amaie. vi proporrò
di abbandonare la vostra casa e venir con me ». E si erano amati.
Egli aveva giurato di non darle un bacio se non quando fosse venula
con lui, affatto sua. Poi era stato vinto dalla foga dell' amore di lei
e dal proprio desiderio. Si erano incontrati. Ella era perfino venuta a
trovarlo fugacemente in soffitta : era la figurina vestita di nero che io
avevo intravisto una volta nel corridoio.
— Hai veduto la Diana del Loucre? Io ne ho una fotografia. E
lei, svelta, risoluta, lottatrice. La mia vera compagna. E che anima!
L'ho tratta io dalla scorza di scetticismo e di frivolezza che le si era
appiccata intorno! Un'intelligenza più libera della mia, iniinitamente
più diritta e logica. Strano com'è sana questa ragazza, che venne fuori
da una famiglia borghese, figlia d'un professore di lingue, e stette
dieci anni in un simile ambiente!
F^ gli occhi di Quibio luccicavano. Parlava sommesso, tacendo un
grande sforzo pei- contenere la felicità che lo riempiva, ma s'interrom-
peva ad ogni tratto come se gli mancasse il respiro e il cuore gli sal-
tasse in gola.
Gl.r AMMONITORI 301
— Ebbene. - proruppe oscurandosi d'impiovviso - sai che cosa mi
aspetto"? Ella è troppo franca ora, e troppo audace: farà una grossa
imprudenza e nascerà uno scandalo. Io le ho proposto di partire su-
bito, e stasera dovevamo passar la frontiera. Ella chiede alcuni giorni
di tempo. Perchè? Ah. le donne sono troppo intente ai particolari, alla
pratica: son sicuro che si preoccupa dei mezzi di sussistenza e vuol
portare qualcosa della sua dote, o che .so io ! Tempo perduto e adito
ai sospetti!
— Che co-sa ti potrebbe accadere se si sapesse? - chiesi io.
— .\ me nulla, per ora. Ma a lei? E se ci cogliessero insieme, un
processo, la prigione... che a me non fa niente. Ma a lei?
— Credi che un uomo simile provocherebbe uno scandalo?
Eravamo giunti al ponte Isabella. Il Po, nero, immobile, molti-
plicava nelle sue acque, come interminabili collane di perle, i globi
elettrici sospesi sulle rive.
La tranvia affollata ci portava rapidamente verso il centro della
«ittà. Un pò" di nebbia che smorzava la luce delle vie rendeva più in-
tensa quella del carrozzone, che pareva ima sala procedente rapida in
mezzo a un deserto. Tutta quella gente, seduti uno in faccia agli altri,
si guardavano in viso alternativamente: celava forse ciascuno la sua
pena o la sua felicità? Quibio s'era rasserenato, attratto subito dalle
tìsionomie ch'egli esaminava, senza volerlo : poi chiuse gli occhi come
assorto in sé stesso.
In borgo San Donato la luce era più rara e la nebbia più fitta.
Io aprii la poi'ta di casa e salimmo adagio. Accendevamo un zolfa-
nello dopo l'altro. Sul pianerottolo del primo piano un uomo si schermi
appoggiandosi ad una statua ficcata in una nicchia. Lo guardammo
curiosi. Al secondo pianerottolo sostammo come per lasciarlo passare.
Allora egli chiese, con una cortesia ironica, chi di noi fosse il si-
gnor Quibio.
— Io - disse il pittore con un tremito.
— Salga, - aggiunse l'uomo - c'è gente lassù che Taspetta.
Quibio strinse i pugni, poi riprese a salire rapidamente.
— Chi può essere? - dissi : e pensavo a lei.
— Oh no - diss'egli indovinando. - È un tranello ! Avevi ragione
testé! E^ io non ci pensavo! V^edi come ci si sbarazza facilmente d'un
uomo !
Davanti alla porta della sua softitta un altr'uomo attendeva: egli
api'ì la giacca e mostrò la sciarpa:
— Veniamo per una perquisizione...
Quibio aperse, si gettò sul Ietto, tuffò la faccia nei cuscini e pianse
come un bambino.
Mi si mandò fuori. Rimasi sul pianerottolo ad atlendei'e. Non ebbi
molto da aspettare : di li a poco sentii dei passi nel corridoio. Uno
portava la candela. Seguiva Quibio, che mi abbracciò con singhiozzo
represso, e discese lentamente con essi.
Io entrai nella mia soffitta, mi spogliai : presi il mio manoscritto,
me lo posi sul petto sotto la flanella, e mi l)uttai nel letto, avvilito,
indolenzito come se mi avessero battuto.
(Continua).
Giov.\NNi Cena.
LE ACQUE DEL POLESINE
I.
La pena di Tantalo.
Il tozzo valiigiiin, ch'ode serena
sgorgar la polla in rivoli dal colle:
- Avessi - esclama - anch'io le mie tre zolle
là su dov' è perenne acqua di vena ! -
Ode il solili fruscio, vede l'amena
sua terricciola già sul greppo e, folle,
non pensa che, in cader, le argute polle
sfiorano ma non saziano l'arena:
tal che, là in alto, il suo poder, che al piano-
beve avido le pioggie onde non cresca.
per troppa arsura, la raccolta invano,
sarebbe come quel che senza tregua
porge le aride labra a un'onda fresca,
che, oh strazio.', appena tocca si dilegua.
IL
Le acque rettili.
Qui non precipitanti acque canore,
di sasso in sasso, da un hel giogo alpino,
ma stagni, ove le luuche oche, al mattino,,
tracciano lunghi solchi di candore:
qui. specchio luminoso al sol clie muore
al sol che nasce al vasto ciel turchino,
placidi scoli crespi come lino
in fiore, azzurri come lino in fiore.
\EKSI 303-
Acque di tielo ed acque di sorgiva
assorte, come biscie. ne Teguale
loro immobilità contemplativa
biscie, anzi, die respirano il veleno,
anch'esse: e tu lo sai, terra natale,
che te le scaldi accidiosa in seno.
III.
Il canale.
Stanco, ne la sua lunga uggia, il canale
d'andar per valli e di veder paesi,
se accade che, al frinir de le cicale,
ristagni sotto i salici cortesi.
sembra, tanl" è silenzioso e uguale,
un olio che alimenti i cieli accesi ;
e, a notte chiara, dal suo grembo sale
un lucicchìo di perle e di turchesi.
Non baciò mai più terse acque la luna
ne venne mai da' salici d'argento
più dolce tenerezza a le palpebre:
un sogno: e dir che quante nebbie aduna
l'alba, tra le due rive, e caccia il vento.
Circe fatale, attossica la febre.
IV.
Il greto.
Lungo l'argine erboso, onde digrada
la cedua boscaglia, un casolare
specchia, gittando l'ombra su la strada,
la sua malinconìa ne le acque chiare:
un orlo, a cui non giova la rugiada,
lì presso, munge le sue sabbie avare:
più giù, schiude un canneto la sua rada
tremula piuma al sol canicolare.
3(14
Poi, (li ijuovo. altii salici, altre canne,
altri oiticelli sparsi lungo il greto,
che forse non misurano tre spanne:
e. a quando a quando, un fossalel che scola,
come un altio olio, come un olio cheto,
le acque d'una lontana valle sola.
V.
La dipartita.
La terra è opima, il cielo in fiamme, il mare
lontano: e la diffusa acqua tranquilla
ama (oh il buon letto morbido d'argilla li
godersi in pace il sol canicolare:
come un ceruleo greggie, ama indugiare,
per Tia, lungo la folta erba che stilla
latte: e, se va, non salta, non zampilla,
non canta: va perchè la fanno andare:
che enorme là su l'orizzonte enorme
veglia, o salici, il mostro: e, quando il mostro
veglia, l'acqua, la triste acqua, non dorme:
ma va. recando, sì l'andar le dote,
con sé la dolce imagìne del vostro
dolce paese a le marine sole.
VI.
La valle.
Ove. ardua di febri e di canneti
l'acqua fioriva ampie fiorite gialle,
tu stimoli, fischiando ai venti lieti,
le tarde vacche da le quadre spalle:
tu semini tu mieti : ma non mieti
per te. ma non per te guardi le stalle :
e tuttavia rimpiangi le tue reti
il tuo schioppo il tuo cane e la tua valle;
305
che allora, irte di leggi, irte di spine (1),
non c'erano minaccie ad ogni varco,
non ceffi torvi a guardia del confine,
allora: ma, scrollate le terzane,
libero era l'andare e dolce incarco
la libera arte: e più securo il pane.
Marino M.\rin.
(1) Si allude al diritto, derivante da antichissime scritturo ai poveri, di
pescare, cacciare, raccoglier canna e altri prodotti palustri sopra vastissimi te-
nimenti vallivi della Comunità di Adria, Cavarzere, eoe, - chiamato comune-
mente diritto di vagantivo. - Il prosciugamento dei territori soggetti a vagantivo
diede opportunità ai proprietari di avocare a sé arbitrariamente l'utile dominio
dei terreni ridotti a cultura : e i poveri attendono ancora una legge che li com-
pensi dell" iniqua espropriazione.
2Q Voi, evi, Serie IV - 16 lug
GASPABE SPOSTINI.
(Ritratto ad olio eonsei-vato in JlaiolaU).
GUGUELMINA SCHROEOER-DEYRIENT
E GASPARE SPOXTIXI
Recentemente, al Nouveau Théàtre di Parigi, fu rappresentato un
dramma in quattro alti di Edouard Sctiure: la Eoussalka. La critica
francese si è occupata di questo lavoio con speciale interesse, perchè
l'autore è persona notissima in quel mondo letterario; ma attraverso
le righe delle critiche anche più benevole, par leggere che il successo
del dramma sia mancato. Esso non ha avuto che una rappresentazione,
al termine della quale si ebbe un freddo applauso di convenienza da
parte degli amici e degli ammiratori del prosatore illustre.
Il dramma dello scrittore ultra-idealista rappresenta i contrasti
interiori fra l'amore fisico per un avventuriero e l'amore ideale per
un artista, in una donna di genio. L'idea, al dire dello stesso Schuré,
gliene fu suggerita dalla vita della celebre cantante tedesca Guglielmina
Schroeder-Devrient, che anch'essa amò e fu vittima di un avventuriero,
l'ufficiale sassone Doering. E di questa vita un episodio: la firma del
contratto di matrimonio con l'ulflciale - contratto da questi redatto, e
che, mentre segnava la totale spoliazione dell'artista, fu dalla Gugliel-
mina, accecata dall'amore folle che nutriva da quattro anni per l'in-
degno scroccone, sottoscritto senza leggerlo, coprendone anzi il testo
€on la mano sinistra - è trasportato integralmente nel dramma.
Edouard Schuré, innamorato del suo soggetto, ha voluto, contem-
poraneamente alla rappresentazione del dramma, in certo modo illu-
strarlo, dettando una poetica biografia della Scluoeder-Devrient (1), i
tìui elementi sono tratti da due scritti comparsi in Germania pochi
anni dopo la morte della grande cantante (avvenuta nel IStìO), uno di
Clara de Gliimer, l'altro dovuto alla penna di Alfredo von Wolzogen.
In questo scritto biografico è chiara la costante preoccupazione
nell'autore di idealizzare la figura dell'artista. L'esistenza di alcuni
documenti che, tuttora inediti, non potevano essere conosciuti dallo
Schuré, e l'esame di alcuni scritti critici dell'epoca della Schroeder,
provano però che non tutti i particolari dati intorno a questa donna
dal letterato francese sono rispondenti a verità .storica.
Per esempio, lo Schuré afferma che la Schroeder-Devrient, a dif-
ferenza della maggior parte degli artisti della scena, i quali non si
accorgono del passare degli anni, e danno, già vecchi e in pieno de-
cadimento, doloroso spettacolo di sé, si ritrasse in tempo dal teatro,
sì che dopo il terzo matrimonio, celebrato nel 1850, non comparve più
(1) La Vìe d'une cantatrice - Étnde snr Wilheìmùte Schroeder-Devrient, in
La Revae, 15 mars 1903, n. 6, sèrie III , XIV année.
308 GUGLIELMINA SCHROEDER-DEVRIENT E GASPARE «PONTINI
in Berlino clie in qualche raro concerto, schermendosi dagli amici che
che la consigliavano a tentare ancora le sorti del palcoscenico, col
dire: « La Schroeder-Devrient può naufragale nella vita, ma non sulle
scene». Nel 1850 la Schroeder aveva quaiantasei anni. Ma il suo de-
cadimento artistico era incominciato molti anni innanzi, in un'ejioca
in cui essa non pensava affatto ad abbandonare le scene; esso era già
chiaro nel 1844, e lo afferma un artista di genio il cui giudizio non è
sospetto, un artista che ebbe una grande, costante ammirazione per
la cantante : Riccardo Wagner.
Non solo nel passo della Comunicazione ai miei amici rammentato
dallo Sehuré, il Wagner parla della Schroeder-Devrient con parole che
rivelano un illimitato entusiasmo, ma il ricordo della cantante ricorre
in moltissimi altri scritti del maestro tedesco. Nel 1834 egli la udi
cantare in Lipsia il Romeo e Giulietta del Bellini, e ricordando, nello
Scliiszo autobiografico, questa prima audizione, dice: « Io fui sorpresa
nel veder attuare una interpretazione sì straordinaiia di una mu.sica
sì insigniti caute ».
Alti'ove, nei Ricordi di Ludwig Schnorr di Karolsfeld. il quale
fu l'unico artista contemporaneo che, al dire del maestro di Lipsia,
penetrasse appieno gli intendimenti artistici di lui, narra di una rap-
presentazione del Lohengrin data dallo Schnorr a Karlsruhe nell'estate
del 18652, in questi termini: « Se la vista del cavaliere del cigno che
si avvicina alla riva nella piccola navicella produsse su me l'impres-
sione, sempre un poco strana da principio, della apparizione di un
Ercole giovanile, pur tuttavia, quando egli si avanzò, il fascino tutto
proprio dell'eroe leggendario, dell'inviato da Dio, operò su me imme-
diatamente ;'innanzi.a me stava il personaggio del quale non si domanda:
«Com'è?» ma del quale si dice: « Eccolo! » Questa impressione
istantanea, sì profondamente penetrante, non può essere i)aragonata
che ad una fascinazione; ed io mi ricordo di averla ricevuta dalla
grande Schroeder-Devrient, nei miei primi anni di adolescenza, in
modo definitivo per tutta la mia vita, e poi non la ho mai provata
di nuovo cosi particolare, così forte, che alla entrata di Ludw ig Schnorr
nel Ijoìtengrin ».
La Schroeder-Devrient ebbe agli occhi di Riccardo Wagner anche
un altro merito : quello di creare la parte di Senta nel Vascello Fan-
tasma. Ma se nel 1831 essa aveva potuto competere al Teatro italiano
di Parigi con la Pasta e con la Malibran; se il più recente ed autorevole
biografo del Wagner (1) ha potuto dire che nel periodo fra il 1843 e
il 1849, in cui questi esercitò le funzioni di Kapellmeister del Teatro
Reale di Dresda, il personale dell'opera della capitale sassone era il
migliore di tutta la Germania, specialmente pel fatto che quel teatro
possedeva la Schroeder-Devrient, la i)iù grande cantante che abbia mai
avuto la Germania, lo stesso Wagner ci dice di una dolorosa disillu-
sione che ebbe a provare nel 1844 a Dresda, durante l'esecuzione della
Vestale dello Sponfini, nella quale la grande cantante sosteneva la
parte della piotagonista {"ì).
In quest'anno 1844 si incontrarono in Dresda, nella società arti-
stica che faceva capo al Teatro Reale, tre artisti di genio: Riccardo
(1) H. S. Chamberlain, Richard Wagner - Sa vie et .tes a'iivres. ^lilnchen, 1899.
(2) R. Wagner, Mes soaieiiirs sur Spoiitiiii, nei Souvenirs Iradiiits de l'alle-
nta iid par Cannile Benott Piiris^ 1881.
GCGLIELMINA SCHROEDER-DEVRIENT E GASPARE SPOXTIXI
309
Wagner, il quale aveva allora treni' un anni, e, dopo il periodo dolo-
roso di miseria e di oscurità passato a Parigi, era rientrato in Ger-
mania, riuscendo ad ottenere, attraverso ai successi del Rierizi e del
Vascello Fantasma, il posto di Kapellmeister in quel Teatro Reale;
Guglielmina Schroeder-Devrient, che. nell'autunno della Aita, e già
superato il periodo del dominio incontrastato della scena tedesca, il
quale era corso fra il 18i28 e il 1840, aveva dall'anno precedente legata
la propria vita a quella del Doering: e il vecchio Spontini, l'autore
celebrato della Vestale, dell' Olimpia e del Cortes, l'uomo che, dopo
avere trionfato in Francia nel periodo napoleonico, e dopo essere stato
l'arbitro del Teatro Reale di
Berlino fra il 18^20 e il 1840.
era clamorosamente caduto,
vittim.a in parte del proprio
carattere altero, insofferente e
sdegnoso, ma anche un poco
di una critica spietata che non
si era stancata di combatterlo
per oltre venti anni con ogni
sorta di armi, e del gusto va-
riabile del pubblico, che aveva
oramai concentrati i propri
entusiasmi sull'opera del Ros-
sini e del Mayerbeer. Convinto
che nulla di bello e di nuovo
fosse stato più scritto dopo
di lui, non potendosi accon-
ciare all'idea che il suo do-
minio fosse definitivamente
cessato, Gaspare Spontini
trascinava dolorosamente per
r Europa la vecchia pei'sona
onusta di decorazioni, cer-
cando nuovi trionfi; ma egli
era morto a Parigi come a Berlino e a Dresda, ove in quest'anno 1844
Riccardo Wagner, grande ammiratore dello Spontini, suggerì all'in-
tendente del Teatro Reale una esecuzione della Vestale, alla quale do-
veva essere invitato fautore che si trovava allora a Berlino.
Riccardo Wagner, in questo breve ricordo spontiniano del 1844,
si dimostra finissimo umorista, che se il vero carattere dell' hiimonr,
o di ciò che i tedeschi appellano Incoììr/rHenz, è la non rispondenza
fra un pensiero logica e un oggetto percepito dai sensi, e lui effetto di
ilarità mista ad alcun che di doloroso e di amaro, questo carattere si
rivela chiarissimo a noi nelle pagine dedicate dal Wagner al maestro
italiano, questo effetto è quello che riprova ogni lettore, quando abbia
finito di scorrere quelle pagine. Qual'era il pensiero logico di Riccardo
Wagner, quando, nel 1844, suggeriva l'invito al maestro italiano?
Quello di illustrare la scena di Dresda con un capolavoro della grande
scuola melica franco-italiana che aveva fatto capo al Gluck, e che
aveva avuto lo Spontini come ultimo ed illustre rappresentante: e di far
eseguire cpiell" opera sotto la direzione dello stesso compositore, cele-
brato in tutta Europa, e d'altra parte ritenuto ottimo direttore di or-
chestra per le perfette esecuzioni che era riuscito ad ottenere dal com-
Biccardo Wagner a trent'anni.
310 GUGLIELMINA SCHROEDER-DEVRIENT E GASPARE SPONTliM
plesso dei musicisti del Teatro Reale di Berlino. Lo stesso Wagner
molti anni innanzi aveva assistito in Berlino a una esec-uzione del
Fernando Cortes sotto la direzione dello Spontini, e ne aveva ricevuta
una tale emozione estetica, da essere tratto a scrivere nello stile della
scuola franco-italiana il Rienzi.
Che cosa si presenta invece ai sensi del maestro di Lipsia"? Innanzi
tutto, mentre in Dresda si faceva ogni sfoizo per rinviare la prima
rappresentazione della Vestale, a causa delle richieste esageiate dell'au-
tore, il (piale aveva i)er lettera mostrata la convinzione che l'orchestra
del Teatro Reale sarebbe stata fornita di ottimi strumenti, il tutto
guernito di dodici hiioni contrahhassi, un bel giorno, quando meno lo
attendeva, Riccardo Wagner vede entrare nella propiia stanza un vecchio
maestoso, avvolto in un lungo jiastrano azzurro, il quale lieto e sor-
ridente gli dichiara di non aver mai declinato l'invito fattogli, e di
essere pronto a incominciare le prove. E dopo questo strano ingresso,
e per tutto il tempo in cui dimorò in Dresda. Gaspare Spontini non
cessò di far passare il giovine Kappellmeister di meraviglia in mera-
viglia, e di eccitare in tutti quelli che lo avvicinavano la più viva
ilarità. Dalla richiesta di un lungo bastone con due pomi di avorio
alle estremità per dirigere l'orchestra, e che egli poi afferrava nel
mezzo, come un maresciallo il bastone del comando, alla paura verde
ch'ei mise in corpo, durante una ])rova, ai due vecchi ipocondriaci
suonatori di viola, che non avevano eseguito un passaggio secondo
gli intendimenti del maestro, sì che questo dall'alto del suo scanno,
aveva loro gridato con voce cavernosa e sepolcrale: « I suonatori di
viola sono morti! »; dai discorsi che teneva col giovine Wagner in-
torno alla propria musica e intorno a quella dei suoi successori, alla
stranissima scena occorsa nel teatro dopo la jirova del primo atto della
Vestale, quando il maestro si piecipitò giù dallo scanno, e, non es-
sendosi accorto, a causa della forte miopia, che gli artisti ed i régis-
seurs alla sua mossa erano fuggiti in tutte le direzioni, si era messo
con grande serietà a dichiarare a un gruppo formato dai macchinisti,
dai lampisti e da alcuni coristi, i quali lo riguardavano curiosamente,
che era necessario aggiornare la rappresentazione per poter fare un
numero sufficiente di prove ; allo apprendere tutti questi episodi il riso
spunta naturalmente sulle nostre labbra; ma ad esso è pur misto
qualche cosa di amaro, poiché noi ricordiamo che cosa era stato un
giorno Gaspare Spontini, e siamo mossi a deplorare che la natura non
sia abbastanza provvida da illuminare la coscienza di queste eccezio-
nali figure di artisti, per far loro intendere quando sia giunto il mo-
mento di trarsi in disparte, quando occorra cedere il posto ad altri,
nel perpetuo rinnovellarsi delle energie nel mondo delle manifesta-
zioni intellettuali.
Ma vediamo ora che cosa accadde la sera della prima rappresen-
tazione. « Questa - racconta il Wagner - fu eseguita con grande pre-
cisione, e fu animata dallo zelo degh artisti, ma per ciò che ha riguardo
alla parte princijjale, mi inconveniente che nessuno di noi aveva no-
tato innanzi saltò agli occhi di tutti. Evidentemente la nostra grande
Schroeder-Devr-ient non era più in età da rappresentare la parte di
Giulia; essa aveva assunto una cert'aria matronale che mal si addi-
ceva con la qualificazione del libretto : la più giovane delle vestali.
Questa discordanza risaltava soprattutto nel confronto con una grande
vestale qual'era quella della interpretazione di Dresda. Questa parte
GCGLIELMIXA SCHROEDER-DEVRIEXT E GASPARE SPONTIKI 311
era eseguita da Johanna AVagner. mia nipote, la quale contava allora
diciassette anni : lo splendore giovanile della sua bellezza virginale era
sì grande, che nessun artificio poteva giungere a dissimularlo : di più,
il fascino irresistibile della sua voce, le sue felici disposizioni per la
forte dizione drammatica, facevano nascere presso tutti gli spettatori
il desiderio involontario di vederla scambiare la parte con quella della
grande tragica.
« Questo confronto sfavorevole non poteva sfuggire all'acuto colpo
d'occhio della signora Devrient; essa parve credersi conseguentemente
obbligata a manteneisi vittoriosamente nella sua difficile posizione,
facendo in supremo appello a tutte le risorse della propiia intelligenza.
Questo sentimento la spinse, in molti luoghi, a qualche esagerazione,
e la trascinò anche, iir un passaggio importante, a un errore urtante.
« Dopo il grande terzetto del terzo atto Giulia, non appena il suo
amante ha trovato la salvezza nella fuga, toma esausta, morente, sul-
l'avanscena, e dalla sua anima oppressa sfugge questo grido: - Egli
è salvo! - La Schroeder si lasciò andare a parlare queste parole, in-
vece di cantarle.
« Già più di una volta, nel Fidelio, essa aveva provato quali pos-
senti trasporti eccitava nel pubblico per effetto di una parola risolu-
tiva, proferita nell'eccesso della passione, in tono che la ravvicinava
al puro accento parlato: nel brano: - L'n passo di più e in sei morto, -
essa, più che cantare, parlava la parola morto.
« Anch'io avevo provato questo effetto sorprendente: esso derivava
dal prodigioso tenore dal quale ero invaso, sentendomi Iiruscamente
precipitato, come da un colpo d'ascia, dall'alto della sfera ideale ove
la musica eleva anche le situazioni più orribili, sul nudo suolo della più
spaventevole realtà! Ivi eia come una rivelazione diretta dei limiti
estremi del sublime : ricordandomi questa impressione, io non posso
farla comprendere meglio che jìaragonandola al baleno che illumina
improvvisamente due mondi del tutto distinti, nell'istante istesso in
cui essi si toccano e tuttavia si separano allatto, e ciò in tal modo,
che in questo stesso breve istante si crede veiamente di abbracciare
l'uno e l'altro con un solo sguardo.
« Ma qi ale estrema difficoltà per afferrare questo lapido istante!
Qual pericolo scherzare con questo elemento, questo temibile elemento,
e cercare di appropriarlo a un fine personale! Io ne feci l'esperienza
in questa circostanza, dappoiché il tentativo della grande artista aborti
completamente. Udendo questa esclamazione penosamente emessa con
una voce sorda e rauca, io provai con tutto il pubblico l'impressione
di ricevere sulla persona una doccia d'acqua gelata, si che noi tutti non
vi vedemmo altia cosa che uii effetto teatrale mancato! »
L'impressione straordinaria, ricordata dal Wagner, prodotta dalle
interpretazioni del Fidelio. si riferisce a un periodo anteriore della vita
aitistica della cantante tedesca. E doveva invero esseie un effetto dei
più sorprendenti, se noi vediamo rammemorate quelle interpretazioni
da tanti artisti e da tanti scrittori. In uno dei documenti inediti che
pubblichiamo più avanti, Gaspare Spontini invita la Schroeder a can-
tare nel Teatro Reale di Berlino le opere proprie, quelle del Gliick e
del Mozart, e « votre elei nel Fidelio. » Blaze de Bui y (Il ricorda l'in-
terpretazione della figlia dell'attrice Schroeder, della bella viennese
(1) Mnsicieiis contemporains - Le <t Fidelio^ de Beetìioven,Tpiig. 84-85 (Paris, 1856).
312 GUGLIELMIXA SCHROEDER-DEVRIEXT E GASPARE SPOXTINI
trageda nell'anima, « di questo biondo Fidelio si pieno di melanconia
e di tenerezza, i cui begli occhi si velavano di lagrime cosi patetiche
nella scena della prigione, e che si sollevava piìi tardi veemente, ap-
passionata, sublime nella sua disperazione ». \'ictor Wilder dedica un
capitolo del suo libro su Beethoven (1) a questa interpretazione. Fi-
nalmente la ricorda Riccardo Wagner nel 1844. ma come con un rim-
pianto, nel paragonarla alla disastrosa esecuzione della parte di Giulia
nella Vestale.
La Schroeder-Devrient, che che ne dica Edouard Schure, sulla
scorta del giornale intimo della cantante pubblicato da Clara de
Gliimer, non si ritrasse in tempo dalla scena dell'opera. Volendo a
a quaranfanni eseguire ciò che le riusciva facile a trenta, quand'era
ancora dotata di grande elasticità di organo vocale e di quelle atti-
tudini e risorse teatrali che con l'andare degli anni natuialmente
scompaiono, ricorda quella grande artista italiana che alcuni anni
addietro pretese cantare su un teatro della Spagna l'aria « Gran Dio
morir sì giovane », con manifesta ribellione ai diritti imprescrittibili
del tempo, dappoiché il mezzo secolo era per lei già trascorso da un
pezzo. 11 pubblico di quella città iberica fece una esecuzione som-
maria dell'audace artista, e nessuno potrà accusare quel pubblico di
poca cavalleria, perchè esso era stato evidentemente guidato nella sua
esecuzione da un puro criterio estetico.
Non più preciso mi sembra Edouard Schuré quando analizza i
varii elementi dei quali si compose il carattere morale della Schroe-
der-Devrient, assurgendo da essi a una sintesi psicologica.
Dice lo Schuré : l'esistenza di Guglielmina Schroeder-Devrient è
tutta dominata dal conflitto doloroso fra l'arte e la vita, reso più
acuto da una natura che considerava l'una e l'altra seriamente. Essa
aveva una volontà fei'rea e al tempo stesso un immenso bisogno d'amare;
essa concentrò nella propria esistenza tutta la grandezza dell'artista e
della donna, e la loro doppia sorgente di potenza e di sofferenza. Umore
variabile, è vero, ma al tempo stesso in lei si scoprono tutti gli istinti
della donna di casa, che ricerca lungi dal mondo il dolce riposo della
intimità familiare ; vita randagia e tempestosa per le necessità stesse
dell'arte, ma nulla di meno holième della casa di questa donna.
Lo Schuré, Mealista trascendente in ogni sua manifestazione in-
tellettuale, in questo genio drammatico e musicale non vuol vedere
alcim che di volgare, alcuna cosa che lo riavvicini alla maggior parte
dei mortali. Ma Guglielmina Schroeder-Devrient appartiene alla storia
dell'arte, e niun particolare della vita di lei jiuò sfuggire all'indagine
della critica estetica, perchè anche dai fatti apparentemente più insi-
gnificanti della vita di chi è nel dominio della storia dell'arte può trarsi
lume per spiegare qualche speciale manifestazione geniale dell'artista.
Già il primo divorzio di Guglielmina Schroeder dall'attore Carlo
Augusto Devrient getta, a mio parere, un'ombra un poco fosca sulla
natura di questa donna. Carlo Augusto, giovanissimo, aveva preso
parte, come i più dei suoi connazionali, alla guerra di liberazione
del 181.3 contro la Francia. Aveva venticinque anni, ed era già un
{V) Beethoven, sa vie et son cent re - Witlielmiiie Schroeder-Devrient dans ^ Fi-
delio ' (Paris, 1883), pag. 434-441.
GUGLIELMINA SCHROEDER-DEVRIEXT E GASPARE SPOXTINI 313
attore di merito, dotato di distinzione e di facilità naturale, quando
sposò la Schroeder. Questo matrimonio, dice Edouard Schuié, sempre
guidato dalle memorie di Clara de Gliimer, non fu felice, e dopo cinque
anni fu sciolto da un divorzio. Guglielmina Scliroeder-Devrient volle
prendere sopra di sé tutta la odiosità della rottura, e acconsenti a
separarsi dai figli che adorava.
Di quale natura fosse questa infelicità coniugale, non è dato sa-
pere; nessuna speciale imputazione è elevata dallo Schuré e dalla
Gliimer, fautori ad ogni costo della Schroeder, contro il povero Carlo
Augusto Devrient. Nessuna nota discordante che possa in qualche
modo offuscare il buon nome dell'attore si rinviene nelle biografìe
di lui. dalle quali si apprende che egli mori vecchio ad Hannover,
amato da tutti per il proprio carattere. Né Guglielmina avrebbe potuto
ripetere in confronto del proprio marito la frase comune ai giovani
romantici dell'epoca del suo primo divorzio: Non sono compresa.
Innanzi tutto la Schroeder-Devrient, natura appassionata ed esuberante
quanto si vuole, non fu mai romantica ; seguace delia Musa tragica,
l'arte di lei può ben definirsi con le parole dello stesso Schuré : « Ella
portò a un grado insuperabile la declamazione drammatica nel canto
e inventò, con la bellezza del gesto, una plastica nuova del corpo
umano, una sorta d'autoscultura modulata dal genio della musica ».
Essa é intimamente legata, per la natura del suo genio, a quel mo-
vimento estetico tedesco che, iniziatosi verso la metà del secolo di-
ciottesimo, seguitò ininterrotto fino alla scuola critica e letteraria
della Giovine Germania, e al quale si riattaccò più tardi Riccardo
Wagner; movimento che fu tendenza costante alla penetiazione del-
l'antica anima greca. Ciò basti per affermare il perfetto equilibrio
delle facoltà psichiche di questa donna, la quale per certo non fu
mai afflitta dalla malattia delle anime romantiche, risolventesi nel
perpetuo, doloroso inseguimento di ombre inafferrabili. E d'altronde
nessuno più di Carlo Augusto, nepote del celebre attore Ludwig
Devrient e appartenente a una famiglia che ha dato numerosi artisti
non spregevoli alla scena tedesca, era in grado di apprezzare i meriti
artistici della giovine raogli'^.
Che cosa dovremo adunque pensare di questo primo divorzio della
Schroeder-Devrient'? Io non oso qui pronunziare un giudizio definitivo,
perchè mancano gli elementi sufticienti per farlo ; solo parmi sia bene
tener presente che la cantante tragica, pur di abbandonare la propria
casa e il proprio marito, consenti a separarsi dai teneri figli.
Il divorzio da Carlo Augusto Devrient è del 1838 ; l'amore per
l'utfìciale Doering incomincia nel 1843. Quale fu nell'intervallo la vita
di questa Titanide consunta dall'ardore del fuoco prometeico, come
la chiama lo Schuré, di questa donna che. al dire di Clara de Glùmer,
aveva tutti i gusti e tutti i pregi della donna di casa"? Lo dicono chiara-
mente alcuni documenti inediti che si riferiscono alle rappresentazioni
date dalla Schroeder sulle scene del Teatro Reale di Berlino nel 18-34 (1).
Nel dicembre del 183!2 Gaspare Spontini, direttore generale della
musica reale e primo maestro di cai)pella del re di Prussia, scriveva
alla Schroeder-Devrient, in quell'ep )ca legata da regolare contratto
al Teatro Reale di Dresda, invitandola a recarsi a Berlino per cantare
su quelle scene, con una scrittura permanente che doveva durare
quattro mesi, corrispondenti a quelli del congedo che le assicurava
(1) Questi documenti sono conservati noll'archivio comunale di Iesi.
314 GUGLIELMINA SrHROEDER-DEVRlEXT E GASPARE SPOKTIXI
il contratto col teatro di Dresda; aggiungendo che, OAe la scrittura
permanente non avesse potuto essere conclusa, la Schroeder sarebbe
stata trattata in Berlino come Gastròlle.
Come è noto, Gastròlle vuol dire parte d'ospite. Nei paesi tedeschi
è uso che cantanti appartenenti ad un teatro si rechino in certi pe-
riodi a dare rappresentazioni sulle scene di altre città (nelle quali
sono accolti come ospiti), o per dar prova del proi)rio valore, o per
ottenere un impiego fisso, o per acquistare maggior fama, e contem-
poraneamente in cerca di vantaggi pecuniari.
Nell'epoca in cui era stato direttore degli spettacoli di Corte in
Berlino Augusto Guglielmo Iftland, le paiti d'ospite di notevoli ar-
tisti di altre scene vi erano state poco ficquenti. Esse invece assunsero
grande importanza nel periodo, splendido ]ier il Teatro Reale di Ber-
lino, dell'intendenza del conte von Biiihl, e sotto il successore di
questo, il conte de Redcrn (1), il quale era intendente degli spettacoli
reali (]uando lo Spontini scriveva alla S'cbroeder-Devrient, inviandole
anche il contratto ch'essa avrebbe dovuto firmare, in questi termini (2):
« Je Yous prie de bien me pardonner, Madame, si je n'ose plus
compter sur vos paroles tant et tant de Ibis à moi par vous deja
données et autant de fois manquées.
« Il ne faut jamais plus songer à des gastiolles pour vous à
Berlin. Madame, mais seulement à un enga gemevi permavetit. J'ac-
cepte par consequent votre offre de vous rendre ici au 1=' mars pro-
chain pour debuter dans Siatira (3). et non par d'autres róles (sine
qua ìioii) ensuite dans Cor/ea-, dans la Vestale, dans Alcidor (4), dans
Agnes von Holiefìstaufetì, dans Alceste, dans Aimide, dans Ics Ipìiige-
nies, dans D. Amia, la comtesse dans Figaro, dans votre eternel Fi-
delio, etc, mais à condition que, du 1^' mars vous restiez ici jusqu'à
la fin de juin, au moins. Si votre engagement, tei que Vous l'accep-
tates ici, il y a deux ans, sera conclu et sancì ionné. comme je l'espère,
par Sa Majesté le Boi, il commencera du joiu', où Vous aurez fait la
première repétition de Statira, et de ce Jour commenceront vos appoin-
temens; mais si par quelque coutrarieté, qv.e je ne prevois pas, votre
engagement ne seiait pas conclu, signé et sanctionné. dans ce seni
cas l'administration vous traiterait comme gastròlle ainsi que par le
passe du 1" mais jusques à la fin de juin suivant.
« Mais, comme je ne poiurais pas entreprendre tant d'immenses
travaux pour tout le Personnel de nolre théatre royal et de fortes
depenses, pour remettre de nouveau en scène t'ous les giands opéras
sus indiquès de Giti ck et de moi, j'ai besoin, Madame, que Vous me
repondiez imniediatenient et que Vous m'envoyez, sigtié par lous,
l'engagement ci coni re (en fran^ais sans y changer un seni mot), car
autrement "N'ousne trouveriez rien de prét à votre arrivée ici, et j'abban-
donerai entièrement tous ces projets.
« Agre'ez, je vous prie. Madame, l■e^pression de ma aniitié les-
peciueiise, et de mon veritable intéret pour vous.
« Berlin, ce 11 Xbie 1832.
« Spontlvi ».
(1) Cfr. E. Genée, Biindcit Jaìire des Kiinigìiclien Sciciitspiels in Berliiir
1786-1886. Berlin. Hoffmann und Campe, 1886, in-8.
(2) Diamo questo documento e il successivo nella loro ortografìa oi iginale.
(3) Nella Olimpia dello Spuntini.
(4) Opera berlinese delio Spontini.
GUGLIELMINA SCHROEDER-DEVRIENT E GASPARE SPONTINI 315
« Moi soussignee Wilhelmine Schróder-Devrient, jepromets, m'o-
blige et m'engage sur l'honneur et sous peine du dedit ici bas indique'
et consenti envers radministration du théatre royal de Berlin, de me
rendre ponctuellement et irrevocablement dans cette ville, le 1" mais
prochain 1833, pour y debuter dans le iòle de Statira, et successi-
vement dans ceux de la Vestale, d'Amazil)/ dans Cortes, d'Oriane
dans Alcidor et d'Irinengard dans Agnes voìì Hohevsfaufen, dans
Alceste, Armido, dans les Iphìgetiies etcetera: et cela pendant le cours-
des qnatre mois entiers de mon congé aux quels me donne droit mon
engagement de Dresde.
« Si l'engagement que Flntendance g.'' des Spectacles royaiix
de Berlin me proposa, il y a deiix ans. et que J'acceptai, sera conclu
et sanctionné par S. M. le Roi, je me regarderai comme appartenant
au tliéatre royal de Berlin et mes appointemens commenceront à courir
du jour de la première répétition d'Olimpie. Si cet engagement ne
sera pas sanctionné, dans ce seul cas je serai traitée, pendant les
quatre mois, comme gastroUe aux mémes couditions que par le passe,
et dans le cas enfìn où je voudrais par un motif quelconque ne point
remplir en tout et pour tout les presentes obligations, je promets,
m'oblige et m'engage de payer au méme moment du manque de ma
part et par mon fait le dedit de deiix mille ecus de Prusse en taveur
de radministration royale de Berlin entre les mains du Ministre de
Sa Majesté Prussienne, par tout où je me trouverai.
« Dresde, ce ... Xbre 1832.
Siyné « WlI.HELMINE SCHRODER DeYRIEXT ».
Guglielmlna Schroeder-Devrient era comparsa una prima volta
sulle scene della capitale prussiana nel 1823. e una seconda volta nel
1828, nel quale anno si presentò nel teatro della Kovigstadt. eccitando
il più vivo entusiasmo. Non sappiamo per quale ragione non potesse
tenere l'invito del maestro italiano per la primavera del 1833; essa
invece comparve sulk scene berlinesi l'anno seguente, e vi diede
quelle grandi interpretazioni cne ebbero un'eco si profonda nel pub-
blico e nella critica berlinese.
Pare cbe nel 1833 lo Spontini, mentre trattava con la Schroeder
per la scrittura di Berlino, si rivolgesse a un musicista italiano resi-
dente in Dresda, per chiedergli notizie intorno alla grande artista.
Ignoriamo chi fosse l'anonimo musicista italiano che rispondeva da
Dresda allo Spontini dandogli le richieste informazioni. Parla l'ano-
nimo di una propria opera musicale, ed afferma di aver diretto sulle
scene del Teatro Reale di Dresda perire volte Das Schloss Catidra (1)
del maestro tedesco VVolfram ; e, se non fosse una evidente difformità
di scrittura e di stile, saremmo portati a ritenere autore di questa
lettera l'illustre musicista Francesco Morlacchi, il quale nel 1811 aveva
avuto la nomina a vita di primo maestro della cappella reale e diret-
(1) Das Sc/i/oss Condro (Il Castello di Condro), opera tedesca di Giuseppe-
Maria Wolfram, fu eseguita, secondo i signori Clément e Largisse Dictionnaire
des opéras. Paris 1897), a Berlino nel 1833, procurando un grande successo alla
cantante signorina Griinbaiira. Dalla lettera dell'anonimo allo Spontini risulta
intanto che l'opera del Wolfram era già stata eseguita in Dresda negli ultimi
mesi del 1832, protagonista la Schi oeder-Devrient. In quest'opera tedesca sì
notano alcuni bei cori.
316 GUOLIEL.MIXA SCHROEDER-DEVRIEXT E GASPARE SPOXTIXI
tore deiropera italiana in Dresda, ed aveva passata quasi tutta la
propria esistenza nella capitale sassone.
Chiunque sia l'autore di questo documento inedito, i)oi che esso
ci permette di gettare uno sguardo curioso ed indiscreto nella vita
propria del teatro, in un'epoca abbastanza lontana da noi e impor-
tantissima nella storia dell'arte, lo pubblico qui per intiero.
« Signor Cavaliere Pregiatissittio,
« Aggradisca i miei vivi ringraziamenti ])er la compiacenza avuta
di far eseguire quanto desideravo: farò capitare a Posta corrente la
cartina di rilascita della Real Intendenza Generale al Sig.'' Cerf, onde
egli faccia immaatijiente stxuliaie la mia opera: nello stesso tempo
mi fo un dovere di informarla esattamente di quanto ricerca sul conto
della Devrient.
« Questa Cantante arrivata qui il 3 settembre p. p. cantò dopo
alcuni giorni di riposo il Ficleìio, e una settimana dopo la Desdemona
neìV Otello in lingua italiana col più grand' impegno, per cui la Real
Direzione credette che questa cantante continuerelibe con lo stesso
zelo ad eseguire le sue parti ogni settimana due volte, ma essa dichiarò
immantinente che non era venuta a Dresda per perder la voce ma
per riposarsi (è un aggradevole riposo goder cinque mille talleri di
paga). Dopo di questo gii venne affidato la parte principale nell'opera
di Wolfram Schloss Candra per cui mostrò estrema ritrosia, non inter-
venne nelle prime cinque prove di Cembalo ora per scusa d'indispo-
sizione, o di stanchezza, per levare ogni impedimento si fecero in
sèguito le prove di Cembalo in casa sua come essa desiderava spe-
rando che le cose anderebbero meglio : le assicuro Sig. ■" Cavaliere che
ci vuol una grandissima pazienza di studiare un'Opera con questa cara
Signora, ])oichè già alle prove non canta che sottissiino coce, quello
che le sembra un po' alto, lo canta in ottava bassa, non pronuncia
ne" periodi un po' difficili di canto parole alcune, articolando sempre
aaa... i sbagli che fa nelle prime prove di Cembalo, li fa sempre in
quelle d'Orchestra e successivamente in tutte le rappresentazioni come
fu nell'opera di Wolfram, e quasi sempre nelle stesse situazioni, prova
chiarissima che non studia niente da se ricadendo ognora ne' stessi
difetti: il povero Wolfram ha sofferto moltissimo per questa Signora,
che ebbe la sgarbatezza in un momento d'impazienza di gettare a' piedi
del Compositore la parte sua e calpestarla. Quest'opera dovette esser
differita d'alcuni giorni poiché le prove d'Orclie.stra, e particolar-
mente la generale andavano così male a cagione di questa Cantante,
si sperava che le cose potessero andar meglio, ma indarno, tutto av-
venne come dissi sopra: il Compositore diresse la sua opera una sol
volta, ed io tre, tutto andiede benissimo, fuorché quello che cantava
la Devrient. Dopo questo si studiò la Straniera di Bellini per la quale
dimostrava somma premura, e quasi si sperò che le cose cambiereb-
bero in meglio ; ma già le prove di Cembalo si incominciarono in casa
sua, cosa che mi dispiace moltissimo per mille oggetti di distrazione
ohe vi sono, ora pitture, oia libri che distolgono ai Cantanti l'attenzione
necessaria nello studio; alla fine d'ogni prova viene qualche visita
importuna di qualche polacco seccatore che ci disturba assaissimo;
io mi son lamentato con i Sig.''' Maestri di questi disordini, ma sembra
che tutti tremino davanti a questa Armida incantatrice: le prove d'Or-
chestra della Straniera andiedero quasi come quelle del Schloss Candra
GUGLIELMINA SCHROKDER-DEVRIENT E GASPARE SPOXTINI 317
a cagione dei precitati difetti, mancanza di studio, attenzione etcetera:
essa non destò in quest'opera l'entusiasmo che sperava, all'incontro
le assicuro che il gran furore di prima è quasi estinto, e non vi sono
che i Polacchi che lo risentono per essa : in quanto alla sua condotta
morale non posso dirle niente di nuovo, trattandola quanto meno la
posso, e non tidandomi troppo delle asserzioni altrui su questo punto;
credo però che sia quella che era, giacché non diede fino ad ora alcun
segno di conversione. Fra suoi adoratori si distingue il conte Potocki (1)
che ho veduto ogni volta da essa alla tine delle prove ; di questo gio-
vane non avvenente e mctnfafo verranno qui fra breve i suoceri per
condurlo via, e finir ogni disordine.
« Eccole carissimo Sig.'' Cavaliere quanto so, e posso asserirle in
coscienza sul conto della Sig.''^ Sdiróder-Devrìenf, pregandola di cuore
di mettere a esecuzione tosto che avrà letta la presente ciò che mi
promise di fare come rilevo dall'ultima sua.
« La Real Direzione non lia fatto nessun guadagno nel scritturare
questa Cantante che canta quello che vuole, e come vuole, trattando
con troppa confidenza anzi impertinenza la suddetta Amministrazione.
« Credo che se essa potesse traspirare quanto Le scrivo, mi truci-
derebbe al certo. Mi raccomando dunque a Lei onde questo non av-
venga. Porgendole distinti ossequi sì a Lei, che alla degnissima di Lei
Consorte, da parte anche di mia Moglie e rispettivi Genitori, mi pro-
fesso con la distìnta stima di Lei Sig. Cavaliere
« Dresda i Gennaro 1833
« ossegnioso Serro
Edouard Schure, il quale in qualche parte della sua biografia
della Schroeder la dipinge come un tipo ideale di Ofelia dai grandi
occhi azzurri e dalla splendida capigliatura bionda, ricorda altrove una
sua' visita a Riccardo Wagner, nell'epoca in cui questi, esule in Sviz-
zera, dimorava nella villa dì Tribschen presso Lucerna, e dice che
mentre nel salone del maestro, attendendo questi, volgeva intorno
curiosamente lo sguardo, esso fu attratto irresistibilmente da un bu.sto
di donna dai tratti del volto rilevati e spiccanti, dai grandi archi
sopraccigliari, che conferivano a quella fisonomia una espressione di
volontà e di energìa. Entrato il Wagner, lo scrittore francese richie-
segli chi fosse la donna la cui efiìgie aveva un si strano aspetto. E il
maestro di Lipsia rispose: « Essa è Guglielmina ScJiroeder-Devrient,
la grande cantante tragica tedesca mìa inspìratrìce ».
lo non ho mai avuto sotto gli occhi alcun ritratto dì questa donna,
ma ogni volta che ho considerato nelle memorie e negli scritti este-
tico-critici del tempo le attitudini artistiche e l'alta intelligenza dì lei,
ho immaginato una figura muliebre dai tratti del volto un poco duri,
leggermente ma.scoIinì, così come è descritta la scultura che lo Schuré
contemplò nella di)nora del Wagner: ho sempre immaginato un tipo
dì donna che per i caratteri fisici esteriori si avvicinasse a quello della
(1) È questi probabilmente il eonte Tommaso Potocki (1810-1861), apparte-
nente alla grande famiglia storica della Polonia. Egli aveva preso parte alla
guerra di indipendenza contro la Russia, del 1831. I seccatori polacchi de' quali
è parola in questa lettera, sono evidentemente i rappresentanti dell'emigrazione
riversatasi dalla Polonia nella capitale sassone dopo quella guerra sfortunata.
318 GOGLIELMIXA SCHROEDER-DEVRIEN'T E GASPARE SPONTINI
seconda Caterina e di qualche altra donna che si è detto sia stata toc-
cata dall'ala del genio : ed ho pensato che quei tratti esterni fossero
specchio dell'anima e segno esteriore al tempo stesso della natura fìsica
di queste donne.
Siamo qui ben lungi dalle sfere eteree che ama percorrere la imma-
ginazione di Edouard Schuré. 11 genio è di natura mascolina: esso
diffìcilmente va disgiunto da una fervida fantasia, e la fantasia sbri-
gliata porta comunemente con sé, nella vita quotidiana, talune abitudini
che l'opera di tutti gli scrittori idealisti, trascendentali e temperanti
di questo mondo non può far mutare. Nessun contlitto nella Schroeder-
Devrient fra l'arte e la vita: le manifestazioni dell'una e dell'altra, al
contrario, sono in perfetto accordo, una sola energica pulsazione vitale
ne regola i mo^ imenti. Propensione alla vita familiare, interno di casa
il meno bohème che si possa immaginare? L'anonimo informatore di
Dresda del 1833 rimette ogni cosa a posto. Ora noi possiamo com-
prendere qualche cosa del divorzio da Carlo Augusto Devrient. E l'amore
successivo per il giovane Doering illumina pienamente la psiche della
donna. 11 bisogno di darsi e di amare, dice lo Schuré. spinse come
una fatalità questa donna fra le braccia dell'ufficiale sassone. Essa si
illuse fino all'ultimo, fino al giorno susseguente a quello del matri-
monio, quando finalmente si avvide che l'individiio da lei prescelto
era null'altro che un volgare avventuriero.
Quando Guglielmina Schroeder-Devrient fu presa da amore per il
Doering, aveva trentanove anni, cioè una età nella quale, se non è
più permesso eseguire sulle scene la parte di giovane vestale e di ten-
tare certi straordinari effetti drammatici senza precipitare nel ridicolo,
tanto meno è lecito illudersi di poter attaccare seriamente alla propria
esistenza quella di un uomo più giovane, mediante le fascinazioni di
una celebrità ormai tramontata, mediante il prestigio di un'arte che
non è che un ricordo.
Ma è poi vero che la Schroeder. donna se non di genio, certo
intelligentissima, ebbe questa illusione"? È mai possibile che per quattro
anni (che tale fu il tempo trascorso dall'inizio della folle passione
all'epilogo matrimoniale) costei non sia riuscita a scoprire la vera na-
tura morale del Doering e le ignobili mire pecuniarie di lui? Tutto
ciò esce dai limiti delle possibilità conosciute, e per comprendere il
perdurare della passione della Schroeder per tanti anni, la ferma sua
volontà di sposare l'avventuriero e la firma a occhi chiusi di quel
contratto che portava la totale rovina finanziaria di lei, noi dobbiamo
discendere, lo perdoni lo scrittore idealista Schuré. dalle sfere eteree
nelle quali egli ama vagare, nelle basse paludi della psicologia ses-
suale. Noi ci troviamo di fronte a un fatto molto comune: una donna
che, se non può dii'si giunta sul limitare della vecchiaia, certo è arri-
vata a quella età che suol chiamarsi critica, è presa dall'altrui gio-
vinezza e forse dall'altrui fisica bellezza a tal punto, da dimenticare
se slessa, la propria dignità e il proprio decoro, da trascurare ogni
elementare criterio di difesa personale, pur di appagare, in una asso-
luta schiavitù dei sensi, un puro istinto sessuale. A questo fatto della
comune psicologia aggiungete la superiorità intellettuale della Schroeder,
la sua sbrigliata fantasia, questi caratteri mascolini per eccellenza; l'ec-
citamento del sistema nervoso che dovevan produrre le creazioni delle
parti tragiche e la susseguente necessità di ritornare in qualche modo
all'equilibrio e al funzionamento normale dei nervi, e voi compren-
GUGrilBLMrVA SCHROEDER-DEVRIE.N'T E GASPARE SPOXTIN'I 319
derete chiaramente tutti gli episodi e tutti gli errori dell'amore di lei
per il Doering.
Il prosatore francese, trattando della vita di Guglielmina Schroeder-
Devrient, ha scritto, come è sua ahitudine, pagine abbaglianti per lo
splendore della forma, ma un documento storico-psicologico di un va-
lore assai discutibile. E il suo errore consiste in ciò, ch'egli ha voluto
«saminare questa figura storica attraverso la lente dello scrittore ultra-
idealista, autore di un dramma errato nelle sue basi. I suoi amici di
Parigi hanno applaudito lepidamente a quel dramma, e noi non met-
teremo la biografia ch'egli ci ha data della Schroeder-Devrient tra le
opere che portano qualche lume nella storia dell'arte drammatica e
musicale. Edouard Schuré nulla ha aggiunto alla sua fama con queste
sue opere recenti. Ma egli resta per noi l'autore illustre e ammirato
della storia del dramma musicale, il poetico e sincero analizzatore dei
drammi musicali di Riccardo Wagner, e sopra tutto 1" illustratore me-
raviglioso della canzone popolare tedesca in quella sua Histoire dit
Lied, che è necessario meditare e studiare per iniziarsi alla compren-
sione di tre dei massimi geni musicali della Germania: Weber, Schu-
bert e Wagner.
Giuliano Boxacci.
LA SCENA DI PROSA
/ Ciompi di Valentino Sokliini — L' Ondiiui ili Marco Praga — // aiudice di
Térésah.
Il dramma: 1 Ciompi, di Valentino Soldani. è la piima j)ailedi
una tetralogia, della quale l'altro dramma: Calendimaggio forma la
seconda parte. Calevdiììtaggio fu rappresentato al teatro « Valle »,
quando lo battezzarono « Casa di Goldoni ». dalla compagnia di Ermete
Novelli ; I Ciompi, di recente, al teatro « Nazionale », dalla com-
pagnia di Angelina Pagano, diretta da Ferruccio Garavaglia.
A un amico che, dopo il successo del Calendimaggio, gli chie-
deva, per il giusto interesse destato da quella rappresentazione, no-
tizia della piima parte, / Ciompi, e del piano della tetialogia, il Sol-
dani cortesemente rispondeva che nel dramma I Ciompi, « ...coordinato
per legame d'idea all'osservazione storica stabilita in quattro epoche
di cui il ritorno al potere... privato di Cosimo è la seconda, come della
tetralogia che io intendo di fare. Calendimaggio è la seconda parte »,
nel dranmia / Ciompi « ho esaminato il primo movimento di ribel-
lione plebea, della grande plebe fiorentina, alla cui fine si affaccia,
come al principio, la prima figura della famiglia che doveva tiran-
neggiare Fiorenza: Salvestro de' Medici. - 1 iVIedici sono proprio lo
scopo del mio studio, o meglio l'anima repubblicana fiorentina che
deve necessariamente cedere il posto al potere tiraiuiico dei Medici. ~
Così in questi miei Ciompi ho esaminato quest'anima conturbata,
violentata dalle fazioni ugualmente losche, ravvivandone l'imagine
in Maddalena, come nel Calendimaggio, imagine di quest'anima non
più incerta, ma totalmente votata ai Medici, è Simonetta. - Poiché la
storia d'ogni città italiana ci offre un'epoca gloriosa o triste sempre
profondamente educatrice..., non è mia intenzione arrestar l'opera mia
alla tetralogia fiorentina ».
E sta bene. Non solo, ma certo le intenzioni e la promessa me-
ritano tutta la simpatia degli spettatori e tutto l'interesse della cri-
tica. Per le intenzioni, il Soldani, un giovane scrittore che scioglie i
primi passi in un arduo cammino, invece di avviarsi, raffazzonando,
rimpastando, - peggio ancora, con la cosidetta abilità, sciagurata con-
sigliera, ricalcando più o meno destramente, - ha un proposito deter-
minato, una visione e un'idea, sue; si assegna, cosciente, un dovere e
una meta : il dovere vuole compiere, la meta vuol raggiungere ; e per
riuscire all'uno e all'altra rivela la tenacia di una prepaiazione fli
serietà. Per la promessa, poi, egli eleva dovere e meta a un ideale
che, anche nel desiderio, è nobilissimo, e ribadisce il diritto che il
giovine scrittore ha conquistato, fin dal presentarsi primo, a quella sim-
patia di spettatori e a quell'interesse di critica. Il Soldani, così, va
LA SCENA DI PROSA 32t
annoverato fra quella giovine, sottile per ora, schiera eli scrittori che
dà a bene sperare, sia pure intenzionalmente ancora, delle sorti della
scena italiana : e che il pubblico, goffamente incerto, ha torto di non
circondare del forte amore clie si merita.
Ma è appunto per quel diritto, che alla simpatia e all'interesse
va accompagnata, per ogni prova di tali giovani, la schiettezza: la
schiettezza, appaia pur anclie rude, nel rilevare gli errori che possono
compromettere intenzioni giuste, visioni elette, serietà e dignità di
propositi. - E questo è il caso del dramma I Ciompi.
11 Soldani, con esso, non vien meno a quanto per le intenzioni
è apprezzabile; ma è nel rispecchio di queste intenzioni che procede
male. E procede male perchè, arrivando alla scena, par le dimentichi
o, più preciso, le afferma con fiacchezza. 11 suo errore non è di con-
tenuto, è di tecnica: si; ma è appunto la tecnica, opportunamente
e illuminatamente adoperata, che deve esprimere l'idea e dare soffio di
vita al contenuto. Ora. il Soldani ha trascurato, ne' Ciompi, quanto
necessariamente doveva costituire il quadro scenico, per insistere in-
vece su quanto non può, nel caso, costituirlo, o, al più. deve confon-
dersi armonicamente in esso.
È semplice. Lo stesso Soldani, scrivendo sotto I Ciompi, il titolo:
La Folla, indicava bene quale fosse l'elemento che il quadro scenico,
nel vario svolgimento, dovesse animare e spadroneggiare. La Folla.
Ecco; la folla, nella osservazione psicologica della quale, per i varii
stadi, risiedono il fine e le vie di quel quadro scenico. E la folla do-
veva essere, mi si consenta dire, protagonista. L'episodio nel quale
il Soldani vuole riassumere, alla conclusione, la vicenda dell'anima
di quella folla - e cioè la morte di Maddalena, la morte dell'anima
repubblicana fiorentina, conturbata nello slancio, nell'ardore; violen-
tata, spenta - non deve rappresentare che la pennellata ultima, com-
prensiva, ma in derivazione diretta, e simbolicamente indicante, pre-
cisamente, la vicenda vissuta nello scenico quadro dall'anima di quella
folla. Invece...
Invece, passando dalla visione, bella visione, all'esecuzione, lo
scrittore si è perduto. Ha scordato la folla, nella sua integrità d'anima :
cioè, la prende e la lascia, e insiste nell'episodio portandolo nel
quadro al posto che la folla doveva, largo, tutto, occupare ; e la folla
caccia in fondo. Egli stesso avverte l'errore, e, di quando in quando,
la folla fa irrompere ; ma, per l'oblio e l'incertezza, accade natural-
mente questo: - che quelle corsette in iscena, o tumulti di dentro, -
s'odan pure campane martellanti furiose a riscossa o lente rintoc-
canti a mortorio, si levin \mve dai gruppi e gruppetti di comparse
grida di evviva o grida di abbasso a nomi indicanti l'avvicendarsi
dei momenti, si raccontin pure da femmine e da maschi le fasi della
cronaca cittadina - quelle corsette in iscena non appaiono nemmeno
stadi elementari della vicenda dell'anima della folla ; ma intermezzi a
coretti fra le situazioncelle dell'episodio, il quale alla sua volta perde
il suo fine e diventa la passione, triboli e morte, con relativi teatrali
incidenti, di una umile sventurata.
Non era questo, certo, che nella visione sorrideva al Soldani.
Il quadro doveva essere grandioso. Lo credo. Pure, per l'errore di
tecnica, nella fattura risulta un quadruccio che poco offre alla discus-
sione, quel poco anzi come per repertorio che il Soldani sicuramente
abborre; - e il dramma J Ciompi, alla ribalta, non è l'intravveduto
21 "^ol- evi, Serie TV - 16 lugUo 1903.
322 LA SCENA DI PROSA
dramma dell'anima repubblicana florentina, ma il dramimiccio della
povera ragazza popolana, Maddalena : seduzione, morte di bimbo,
pentimento di patrizio, nuove sciagure, caso di epidemia..., e via :
alle comparse del quale drammuccio fu imposto il nome di Ciompi :
l'azione, a Firenze, mille e tanti...
Carlo Benelti e Maria, marito e moglie. Ma Curln lia tolto Maria
alla scena coreografica. Maria, ballerina.
Di qui muove la commedia di Marco Praga, L'Ondina: V Ondina
è Maria: nomignolo di scenico ricordo.
Carlo Ila fatto di Maria la moglie legittima, fascia di sindaco e
benedizione di curato, perchè... perchè non ha potuto riuscire altri-
menti. Maria gli piaceva : gli piaceva, unicamente. Egli non la vede
e non la subisce che sensualmente. Quella creatura era per lui un bel
corpo, che gli faceva smarrir la ragione nelle vertigini del senso. L'ha
sposata. È felice "? No. Carlo è sempre soggiogato dalla materiale bel-
lezza di Maria : e anche quando i dubbi torturatori lo assalgono, e
questi dubbi preponderanti gli mandano alle labbra ci'udeli parole
per Maria, il fascino di quella bellezza lo tenta. Ma i dubbi persi-
stono. Dal giorno che ha sposato Maria, egli ha la preoccupazione,
per l'origine di lei, del probabile inganno. Si è allontanato dalla grande
città, da Milano; si è ritirato in una villa della Brianza, con la moglie,
la famigliola. 1 dubbi sono incessanti, persecutori, soffocanti ; e a
poco a poco rendono Carlo tuia creatui'a morbosa. Egli giunge a sur-
logare la moglie fin nelle più umili mansioni famigliari : e intanto,
assiduo, tormentoso, il timore primo si trasforma in paura, in sgo-
mento, in terroi'e: il sospetto è omai implacabile ombra che gli toglie
ogni pace.
E Maria? Se Carlo avesse ragione...; ma la verità è che Maria non
doveva imbattersi nel cammino della vita in quel Carlo, mediocre e
fiacco. Maria si era trovata alla scuola e nel corpo di ballo, così, per-
chè ci si era trovata ; ma s'annidava in lei, e ancora s'annida, la
tempra d'un' amante unica, di una esemplare moglie, di una mamma
santa. La situazione alla quale Carlo ora 1' ha condannata, l'addo-
lora, l'irrita, e l'offende la nauseante certezza di essere desiderata solo:
non amata come il suo cuore sa amare, non rispettata come invoca la di-
gnità che ella porta nei nuovi doveri. Carlo non sa leggere nell'anima
sua, - è il dolore ; Carlo le assegna un inferiore ufficio nella vita, -
è l'oltraggio. Non la tenerezza, non la fiducia, non il riguardo cui
ella, amante, sposa, madre, sa di aver diritto : diritto di coscienza, e
che nella vita diversa da quella nella quale era capitata, aveva la no-
bile ambizione di affermare ; infatti la sua resistenza ai desiderii del
giovinotto non era stata calcolo, ma espressione spontanea e sincera
della sanità dell'anima sua, materiata di purezza, di fede, di amore.
Dal contrasto di queste due anime, cosi disparate, segue quello che
pili o meno è facile prevedere, -una dolorosa catastrofe.
Carlo acconsente a lasciar la solitudine. Si ritorna in città. Mail
suo stato morboso si acuisce in un crescendo. Non piìi i rimproveri,
le malinconie, il rodimento, - l'insulto volgare. Carlo, credendo di
scorgere nella innocente vivacità di Maria la prova lampante dei suoi
tormenti dubbiosi, giunge a picchiarla. Maria, sconvolta fino alla
esasperazione, dimentica pur della creaturina, lei, in un impeto folle.
LA SCENA DI PROSA 323
fugge dalla casa, corre alla scuola di ballo... Ma il triste delirio ha
breve durata. Ella ritorna presso il marito: alla casa. In Brianza. La
lotta continua di dubbio e di sospetto ha logorato la fibra meschina
di Carlo: F infelice n' è morente: e Maria, che pur devotamente lo
assiste, sente fiorir nell'anima qualche cosa di tenero e di onesto per
mi amico della famiglia che solo l'aveva compresa, qualche cosa
che le consentirà quando che sia di manifestare le qualità nobili del
suo spirito da Carlo così stupidamente ignorate e martirizzate. Ella
sarà certo la forte amante, la eccellente sposa, la mamma sacra, pur
capitando dalla scuola di ballo e dalla scena coreogi'afica.
Date queste due creature, date queste due anime, poteva risultare
una commedia eccellente o una commedia mediocre, secondo che l'au-
tore avesse scelta, per lo svolgimento di esse nel quadro scenico, una
via invece dell'altra. E qui risiede l'errore della commedia di Marco
Praga. Dire a uno scrittore: « Ma perchè quelle anime sono cosi e
non altrimenti? », e, nel caso, chiedere al Praga : Ma perchè quel Carlo
è plasmato così», e cosi Maria'?», è lo stesso che andar ricercando
perchè un uomo e una donna e un uomo e una donna, nella identica
situazione, agiscano quelli in un modo e questi in un altro, modi dia-
metralmente opposti. Quel che si deve volere, rigorosamente, dallo
scrittore, è che le anime, quale si sia la loro tìsonomia, siano, nei
mezzi che si adottano per la scenica rievocazione, delineate, lumeg-
giate, rispecchiate, spiegate cosi, e col semplice loro movimento spon-
taneo di vita, da far esclamare a chi le segue nel loro andare : « Eh,
già : quali sono, non possono svolgersi che come si svolgono, come
vivono debbono vivere ». Lo scrittore è biasimevole quando non con-
sente questa vidimazione allo ascoltatore. Marco Praga non la consente
coli' Ondina: e non la consente appunto perchè ha scelta la via che
conduce a una commedia mediocre.
La via dell'eccellente commedia è semjilice. Sia pure logora la si-
tuazione, sian pure alquanto singolari, anche singolarissime, le crea-
ture informatrici del quadro scenico, se l'autore si affida allo studio
delle anime, e delle anime al libero esplicamento di vita, non c'è pe-
licolo che cada in errore : potrà riuscire di tanto o di quanto, secondo
la potenzialità, ma si troverà certo sul cammino sicuro; e le forme
della sua commedia dovranno, certamente, riuscire le adatte, cpiindi le
valide. 11 male prorompe quando l'autore pianta la vita delle anime
vedute o intravvedute, e si avvia al teatro, a chiedere al laboratorio
delle qidnte, sempre sollecito, le forme per quel qualsiasi brano di esi-
stenza che vuol rispecchiare nel quadro scenico. Egli riesce a questo:
€he, a traverso ([uelle storte, quei filtri e quei lambicchi, la umanità
prima delle creature è deformata, e il resto segue di legittima conse-
guenza immediato.
E (fuesto ha fatto Marco Praga. Aveva veduto due anime. Io studio
di queste due anime vissuto nel quadro scenico sarebbe stato interes-
sante, specialmente quello riguardante Maria; e nossignori: egli ha
chiesto al paleoscenico i mezzi di riproduzione. Si sa: paese che vai,
usanza che trovi: quello del palcoscenico è il paese peggiore, nel caso:
figurarsi le usanze ! Ed ecco le due anime, le due creature, calate in
quel chimico bagno, perder la faccia umana, diventare, forse, che so,
due « parti », « primo attore », « pinma attrice », e la commedia preci-
l)itar nella fattura teatrale, senza il risparmio di alcun ingrediente
di taglio, di condotta, di situazioni, di etì'etti, di « personaggi »...
3^4 LA SCENA DI PROSA
Qui, per Y Ondina, occorrerebbe arrestarsi. Se si dovesse tener
conto del risultato, anclie questa discussione andrebbe giudicata esa-
geratamente larga. iMa invece bisogna, dovere pieciso. aggiungere
questo. L'Ondina è certo una mediocre commedia; ma deve rallegrarci
la sua apparizione sui palcoscenici paesani. Non già percliè in essa
è una visione giusta d'osservazione di anime, guastata poi dall'ese-
cuzione attinta al teatro e non alla vita; ma percbè essa è apporta-
trice di una novella particolarmente cara. Con V Ondina, dopo il lungo
penoso silenzio. Marco Praga ritorna alla scena, il campo che ai ])rimi
passi gli si aprì largamente promettitore. L'errore d'ora si attribuisca
così alla emozione del buon lavoratore disavvezzo che ripiglia l'aìre; e
la disamina severa si confonda, si perda nell'augurio consolatore
dell'anima: che il novo inizio, cioè, si licolleghi, gagliardo di maggioi-e
coscienza e di maggiore esperienza, in continuazione felice, a quei giorni
riboccanti di speranze alle ([uali non sappiamo, non vogliamo rinun-
ziare: ai giorni AeW Amico, delle Vergini, della Moglie ideale, di Al-
lei uj a...
Il trionfo del giusto e la rìgida coscienza. Forte di questa reli-
gione di dovere. Marco Sfarini ha indossato la toga del giudice,
tradizione immacolata nella sua casa, di padre in tìglio. Ma, al piinio
passo, ha provato l'infamia e il dolore della vita. Vi fu chi tentò cor-
romperlo. Egli scacciò via colui ; ora colui era un possente o un pre-
potente; e il giudice Starini con un trasloco fu sbalzato dal Veneto
in Sicilia. Facile, a chi può, trovare una qualsiasi nota caratteristica
di inettitudine. Giovine, offeso nelle nobili fedi dell'anima, Starini
avrebbe voluto gettar via la toga; ma la moglie, ma i figli... I figli!
La ingiustizia e l'oltraggio, la rovina dell'avvenire, hanno addo-
lorato quell'anima, ma non avvilita. Guida costante, anche dopo la
prova amara, di quel magistrato, il trionfo del giusto, la rigidità della
coscienza. Ma è un'angoscia la sua vita. Lo Sfarini ora risente più
pungente la crudeltà della ingiustizia patita. Son passati gli anni: e
nessuna speranza di progredimento nel suo ufficio. Egli ha chinato il
capo quando il danno cadeva sul suo amor proprio, sulle sue illusioni,
sulle convinzioni di bene e di rettitudine che nella vita credeva; ma
il pane quotidiano adesso, ma le urgenze della casa, ma l'educazione
dei figli, dei tigli la salute...
Qui si apre il dramma: // Giudice, di « Térésah ». Nuovi avveni-
menti, alcuni fatali altri occasionali, si abbattono su quel cuore, su
quella coscienza. Nella aspra lotta d'ogni gioi-no. se intatta continua
l'onestà del magistrato, l'uomo è torturato dalle angoscie cosi che Un
ranticipata canizie rivela il quotidiano martirii). A quanto deve prov-
vedere, con quella magra paga! Ora si aggiunge la malattia di una
figliola. 11 medico ha parlato chiaro: urgente la cura in un sanatoiio,
se no nessuna speranza. Sfarini ha chiesto un sussidio al Ministero
per riparare in qualche modo alle strettezze più inesorabili; ma egli
non sa fare: il sussidio è negato. È costretto a chiedere a un com-
pagno la firma a una cambiale. LTn magistrato... oh...; e il collega
rifiuta ammonendo solenne. Intanto Vonorevole De Rosa si reca dallo
Sfarini, e gli parla d'una sua causa, alli) Sfarini per lo studio affidata:
causa che per Vonorevole De Rosa è l'agio o la miseria. Lo Sfarini,
per quanto manchino ancora documenti, alla prima visione crede noa
LA SCE.VA DI PROSA 325
spetti la ragione al De Rosa. 11 De Rosa discute, cerca convincere,
copertamente minaccia. Starini non piega: ma ricorda; gli piombe-
ranno addosso nuove sciagure: alle sue creature, anche.
Dieci mesi dopo. Tutto sorride nella casa dello Staiitìi. La figliola
ammalata è guarita ; e si parla d"un matrimonio: matrimonio dell'altra
figliola del gtiidice, e col figliolo dell' ovorevole. C'è di più: Sfarinisi
vede da tutti riverito e ossequiato: si corre da lui per farsi raccoman-
dare, h'oiiorecole De Rosa ha vinto la causa... Ma Sfarini è triste
fra l'allegrezza degli altri. Egli non sa darsi conto di quanto accade.
Per la risoluzione delle sue urgenze si è indebitato fino all'osso con
usurai: e quante alla causa, completi i documenti, ha giudicato secondo
la rigidità della sua coscienza impeccabile: per la giustizia. Così,
quando a poco a poco, - per parole equivoche di collega ; per frasi che
sfuggono alla gente, perfino alla moglie ; per il favore che l'onorevole,
lui non postulante, a sua insaputa gli va dimostranr'o - quando a
poco a poco Sfarini comincia a rilevare che si possa credere come la
vittoria nella causa dell'onorevole derivi da mancanza di lui, Starini,
alla coscienza, alla giustizia, al dovere, è sorpreso prima, addolorato
poi, turbato infine. Turbato a segno che quasi farnetica.
Ma come! quello che è stato il suo strazio, e cioè l'aver dovuto
ricorrere alla rovixia del debito, all'usura, è creduto risultato di cor-
ruzione accettata! Il suo onore, la sua coscienza, il suo dovere. E
allora quell'idea diventa angosciosa fissazione. 11 dubbio penetra nel-
l'anima di quel galantuomo, che va chiedendosi, spasimante, se sia
venuto meno o no alle religioni di sua vita: e si persuade che egli, sì,
ha mancato, ma non per quel che dice la gente: per quello che ha com-
piuto e nessuno sa, rindebitarsi cioè, le cambiali: e cerca scuse, difese:
i figli... un padre... Intanto la gente... Vorrebbe allora rompere il
matrimonio della figliola : ma può contendere quella ventura alla sua
creatura?... Le chiacchiere malevoli aumenteranno così... La mente dello
Starini va sconvolgendosi, e l'organismo già risente la percos.sa. Ed
ecco il colpo estremo. Quando egli si tormenta per il pagamento delle
cambiali, una cifra di ventimila lire, la moglie gli dice, ella crede con
cautele, che nella cesta di nozze le ha ritrovate: grazioso dono, vin-
colo d'affètto famigliare, dell' onorevole. Ora, i tormenti della sua co-
scienza, di esser venuto meno alla diritta linea, dinnanzi a sé. per i
contratti debiti, si confondono con i terrori per le voci della gente che
crede abbia egli venduta la sua coscienza nel giudizio della causa; e
un novo dubbio, un novo martirio lo assale: chi sa, inconsapevol-
mente, spinto dalle sue condizioni... È quasi la follia, - e quel cuore
si spezza.
Lodevole è in questo dramuia. innanzi tutto, l'osservazione dalla
quale deriva. « Térèsah » non si è atterrata alla facile fatica di pe-
scare, come accade, pur troppo e spesso, nelle consuetudinarie com-
binazioni di repertorio, una combinazione diversa, attìdandosi. in misera
accontentatura. al movimento diverso dei pezzetti abituali. Ha fatto
anche di più. Ha cercato qualche cosa, e sia pure tra gli umili, che
geme, che sanguina in un cantuccio della vita quotidiana, così da
elevarsi, a traverso il rispecchio della vita di creature, all'ammoni-
mento, che risulta spontaneo e fa dolorosamente pensare.
Lodevole è poi. in questo dramma, la visione e composizione del-
l'anima delle creature. La creatura informatrice è, e deve essere, lo
Starini; le altre, pur avendo un aspetto proprio, debbono rappresen-
326 LA SCENA DI PROSA
tare determinazioni per la vicenda dell'anima di quella creatura ; ed
è così nel quadro scenico. Felicemente « Térésah » dà soffio di vita
alla persona, e fazione negli stadi e nelle fasi di quell'anima si rias-
sume, e per le fasi e per gli stadi di quell'anima si svolge. Ne è a
dirsi se il campo sia ristretto o sia vasto: lo scrittore, qualsiasi con-
fine si assegna, non deve che compiere il dovere che dall'assegnazione
gli tocca; e « Térésah » rigorosamente lo compie. Lo compie così che
è lecito appunto seguire fin gl'imponderabili moti di quella coscienza
a traverso i casi varii che l'agitano, ed è consentilo di stabilire che
nel destino che la travolgerà quella coscienza avrà quelle tali mani-
festazioni, precise, non altre. Yale a dire che la scrittrice scegliendo
la scena, si è preoccupata di quel che sventuratamente fin troppo si
oblia: e cioè, la persona, la persona viva, nell'organismo e nell'anima;
e questa è la via che può condurre, elevare, al caratteie : il carattere
che, veduto o no, per lo meno ambito o no, stabilisce in chi si avanza,
scrittore sul palscoscenico, la speranza o no di affermarsi autor dram-
matico seriamente e unicamente detto.
Lodevole è infine in questo dramma, la fattura. « Térésah » è
riuscita degnamente neiradattaniento delle forme, appunto perchè ha
avuto la piecisa intenzione di mandare alla ribalta una creatura viva
e non una creatura teatrale. Ha chiesto quindi i cosiddetti tecnici
mezzi alle necessità del movimento di vita dalle anime derivanti, non
già ai puntelli e alle sfoltine dal luilcoscenico offerte nei casi. Cosi,
l'azione, le situazioni, e in conseguenza la inquadratura, la condotta
e il dialogo non hanno artifici e toiture di laboratorio: seguendone,
per tal modo, un altro beneficio, piìi alto, epperò insisto : che la scrit-
trice, volendo significare, dire qualche cosa con il suo quadro scenico,
la significa, la dice, efficace e chiara, con la semplice vita delle crea-
ture, e non ha bisogno di cadere nel commento, nella illustrazione,
nella spiegazione, sian stemperate nella chiacchiera o collocate al
posto dell'anima nei ridevoli Tizi e Cai che la ribalta adopera in tali
uffici in rappresentanza dello scrittore fra le quinte.
Ed ecco perchè, per il dramma di « Térésah », Il Giudice, all'ap-
plauso pieno degli spettatori deve rispondere l'ampio incoraggiamento
della critica.
Edoardo Boutet.
" NOS AMIS LES ENNEMIS "
La Francia potrebbe essere raffigurata in questi giorni nella veste
di Diogene, con la relativa lanterna : un Diogene in cerca... del wew /co
ereditario.
Il nemico ereditario - che è stato per tanto tempo una delle neces-
sità dell'indole francese, non meno imperiosa di quella dell'aperitivo
prima del pranzo - era rappresentato, dopo il 1870. dalla Germania:
ma il rispetto lia finito per tar tacere l'ostilità, senza dire delle se-
duzioni non indnrno tentate abilmente da Guglielmo II per ammansare
un carattere tutt'altro che insensibile ai complimenti.
Dopo la Germania, è venuta la volta dell'Italia; e non occon-e
ricordare raccauimciito dei fatti e delle parole durato per un tempo
tutt'altro che breve ed esercitato in tutti i modi, con npetuta recru-
descenza, ogni qual volta l'Italia mostrava di voler vivere liberamente
per proprio conto e di saliere riuscirvi, tutelando, di fronte alla Francia
come di ftonte agli altri Stati, dignità ed interessi.
Inutile l'insistere, tanto più che ora la pace è fatta, sia perchè gli
avvenimenti si sono incaricati di smentire certi pregiudizi senza fon-
damento, sia perchè lo svolgersi della politica interna francese ha in-
fluito anche suU'indiiizzo della politica internazionale, sia perchè non
vi erano da un lato più vittorie da ottenere sull'Italia, e perchè dal-
l'altro, ad onta di ciò. diveniva evidente che l'essere amici dell'Italia
poteva riuscire |)iìi utile che l'esserle sistematicamente avversi.
Alleata della Russia, ed in tale posizione verso l'Austria da non
avere né ragione, né pretesto di scaldarsi, sia per essa che contro di
essa, non rimaneva alla Francia che la risorsa dell'Inghilterra. Ora,
anche questa risorsa è svanita: anche questo nemico ereditario, quello
anzi che molti scrittori francesi avevano sempre dipinto come il nemico
permanente, a preferenza della stessa Germania, si è trasformato in
amico, nell'amico il più cordiale, il più affettuoso, il più caldo.
Da che parte, dunque, voltarsi? La Francia in veste di Diogene
può spegnere la sua lanterna... sino a nuovo avviso. La riserva non
è fuor di luogo, se deve continuare ad essere vera la sentenza - già
tanto confermata nel cor.so dei secoli - che i francesi, gente eccellente,
hanno pur bisogno di prendersela sempre con qualcheduno: sentenza
nella quale insieme convenivano Federico lì e Voltaire, anclie dopo
aver litigato.
Ma intanto, approfittiamo del momento per unirci all'inno di pace
che, levato ad un tempo da Parigi e da Londra, si ripercuote ormai
in tutta Europa. Anzi, in tutto il mondo civile, tanto più che le ra-
328 « NOS AMIS l.ES ENNEMIS »
gioni per cui Francia ed Inghilterra sono state sino ad ora divise, ri-
guardavano principalmente gli altri continenti, l'Africa, l'Asia, l'Ame-
rica, senza pregiudizio dell'Australia.
I'] riuscito a questo proposito significante un articolo pubblicato
dal signor Etienne nella National Review, nel quale, enumerando le
più importanti questioni franco -inglesi, dimostrava come in ognuna di
esse si possa trovare il punto fli contatto, a preferenza del punto di
contrasto. Articolo significante, non solo per le cose dette, ma per la
persona che le diceva.
Vice-presidente della Camera e presidente del gruppo parlamentare
della politica estera e coloniale, il signor Etienne era, ed è, infatti,
non soltanto la voce più autorizzata a farsi all'esteio interprete dei
desiderii di questo gruppo, ma è pure una delle indi\ idualità die più
autorevolmente harnio esercitato ed esercitano influenza direttiva sul-
l'indirizzo della i)ubbliea opinione, quindi del Governo. È da notarsi
che quel gruppo è il più pretenzioso ed il meno facilmente contenta-
bile nelle questioni coloniali, ed è da aggiungersi clie personalmente,
in quelle questioni, il signor Etienne non ha mai dato prova di essere
un temperamento conciliante. Egli apparteneva a quella categoria di
uomini politici troppo suscettibili per tuttociò che riguardava gl'inte-
ressi internazionali della Francia, i quali avevano dato ai rapporti
coir estero una intonazione punto simpatica per gli altri ])aesi, e che,
per questa eccessiva propaganda, esercitata assiduamente nella stampa,
contribuivano a tener viva contro la Francia diffidenze ed ostililà.
Ma tempo e ca.si hanno, si vede, maturato anche lui, come molti
altri snoi colleghi, e maturato nel senso il più favorevole. Anche il
signor Delcassé, ad esempio, apparteneva alla stessa categoria : come
collaboratore della Républiqiie Frangaise, poi come Sottosegretario di
Stato, il signor Delcassé aveva dimostrato assai ])iù i difetti che le virtù
caratteristiche del suo paese, e non fu senza molta incertezza che lo
si vide assunto alla direzione suprema della ])olitica internazionale.
Ma bisogna piu'e riconoscere che presto egli volle e seppe dimostrarsi
senza confronto migliore dell'aspettazione che l'avea accomjiagnato al
Quai cVOrsay, e che della sua condotta, del suo atteggiamento, il più
spesso concilianti in tutte le questioni anche difficili e delicate, non vi
è chi non debba lodarsi.
Questo è stato già molto, sia pei risidtati già ottenuti, sia per
quelli che si può ripromettersi ancoi'a da lui a beneficio della pace.
È ancora meglio però che la stessa intonazione sia finalmente adot-
tata in Francia anche da altri elementi autorevoli, che più a lungo
erano rimasti eccessivi, e diciamo pure indiscreti, nella considera-
zione delle questioni internazionali. Poiciiè ciò dimostra che è ormai
assicurata la più promettente continuità alla tendenza jìaciflca della
^ nolitica ^estera in Francia, tendenza che quindi sopravviverebbe alla
e,àv^^ Yjjza ministeriale del signor Delcassé. dato che questi dovesse
v'^^Y*^ ^Q^Koi seguito agli avvenimenti parlamentari. Il che non par facile,
^. ,Q cS^^ '."^ Francia, dove ormai la sajìienza politica è tanto mag-
è^P .^^ cVv® ^ Y§^ sarelibe creduto sino a non molti anni fa, tanto mag-
6^*^ Ae co^^^V Q^^^naesi - perchè non diremmo in Italia? - si è final-
^'^^f_g^àe ^'^ ^^vJ^'^'^^^vi sono portafogli, cioè attribuzioni, che a quelle
^^/oO\^^.^% Wv'iiv^''^^ rsi sin che sia decorosamente possibile, ])oichè
^A'^vft"^^" ' tanza di intendimenti, non solo, ma di forme,
- or Delcassé è ormai ministro da cinque anni.
« NOS AMIS I.ES E.VXEMIS » 329
e su di lui sono passate indarno le crisi che hanno mutato altri mi-
nistri ed anche i presidenti del Consiglio.
Per tornare al signor Etienne, ed all'articolo da lui pul)blicato in
una rivista inglese e per invito del direttore di tale rivista, il che è
pure sintomatico, si può dire che egli faccia concessioni anche maggiori
di sostanza che di forma, e. che. pur tenendo conto a parole di certe
suscettibiUtà francesi, che egh deve essere il primo a conoscere, quindi
a rispettare, consideri la situazione di fatto in modo altri'ttanto jira-
tico che pacifico.
Così, ad esempio, per la questione d'Egitto, quella eh' fu già per
condurre ad ima rottura tra la Francia e 1' Inghilterra, e i di cui
echi, dal bombardamento di Alessandria, si protrassero sino all'inci-
dente di Fascioda. 11 signor Etienne ricorda la dichiarazione inglese
che l'occupazione dell'Egitto sarebbe stata provvisoria, dichiarazione
che non fu mai smentita e ritirata, masi contenta di attendere paziente-
mente la fine della provvisorietà. Una tale pazienza è, del resto, tanto
disposta a durare ormai eternamente anche nel Governo, che questi,
prima cedette nella questione del trattato di commercio coli' Egitto,
cosi esplicitamente che il suo esempio sta per essere seguito dalla
Russia, la quale non lo farebbe se temesse di dispiacergli ; ed ora ha
stipulato un'altra convenzione per cui cede altre delle sue antiche pre-
rogative e accorda ai tribunali misti la giurisdizione sugU istituti reli-
giosi e di educazione francesi d'Egitto, giuiisdizione che prima toccava
ai suoi tribunali consolari.
In compenso di questo liconoscimento del dominio inglese in
Egitto, che cosa chiede la Francia"? Forse il diritto di occupare in
tutto o in parte il Marocco, come s'era detto che fosse stipulato col-
l' Italia, in cambio della mano Ubera lasciatale in Tripolitania? Nep-
pur tanto. Chiede soltanto il riconoscimento di una supremazia, la
t{uale. a dir vero, non si può contestare logicamente, tenuto conto
della situazione reciproca in cui si trovano Marocco ed Algeria. I due
paesi hanno una frontiera comune per più di ]2(X) chilometri, e quando
si p /nsa che il fanatismo musulmano ha reso per tanti anni incerto
il dominio francese in Algeria, e die il Marocco è ancora uno dei centri
])iù vivi di quel fanatismo, non si può non ammetlere che la Francia
ha nell'Impero Sceriffiano interessi più diretti di quelU dell'Inghilterra,
della Germania. dell'Italia, e della stessa Spagna, interessi di cui pure
il signor Etienne ha la discrezione di riconoscere l'esistenza. E che
veramente il Governo francese abbia rinunciato all'idea di certe annes-
sioni, ventilate sino a pochi anni addietro, ha dimostrato il recente
incidente di Figuig, nel quale le truppe francesi si sono accontentate di
fare, per conto anche del Sultano marocchino, la polizia della zona
di frontiera.
Non sono maggiormente eccessivi i desiderii del signor Etieiuie
per ciò che si riferisce all'ovest africano, limitandosi egli a chiedere
una revisione dell'accordo a nglo- francese del 1898, che consenta il pra-
tico collegamento del Niger al lago Tchad. La questione, invero, è assai
più grave e complicata di quanto ])otrebbo sembrare, enunciata cosi
pacitìca mente in poche righe di rivista, ma è già molto il constatare
che si preferisce anche per essa il discutere all'accapigliarsi.
Grave è anche il controllo prof 'ttore ciiiesto dal signor Etienne
in Asia sulla parte siamese del bacino del Mekong, che dice popolato
di camliodgiani, sudditi francesi ; ma chi non ricorda che, non sono
330 « -N'OS A.MIS LES EXNEMIS »
molti mesi, la questione del Siam seminava dover condurre ad un'a-
perta ostilità franco-inglese"?
Infine, se per le Nuove Ebridi il signor Etienne se la cava con
facilità, projtonendo semplicemente una spartizione delle isole, che dia
quelle del sud alla Francia, cpielle del nord all' Inghilterra e per essa al-
l'Australia, come se nessun altro avesse a che vedervi, è notevole il
modo più che tranquillo con cui il signor Etienne considera quella
questione di Terranova per la quale, ancor più che pel Siam, parve
replicatamente che Francia ed Inghilterra stessero per venire alle
mani : questione complicata anche da riguardi di sentimento, che eser-
citano sempre ima certa influenza sopra anime latine. Veio è che le
concessioni già fatte dimostravano nella Francia il convincimento che
era uieglio mettere in proposito il cuore in pace ; ma non è neppur
trascurabile indizio dello stato degli spiritili veder trasparire, nel rap-
presentante più autorevole del gruppo coloniale, una completa rinun-
cia, salvo garanzie elementari ai pescatori francesi, che l'Inghiltena
non ha nessun interesse a non rispettare.
E che non si tratti di una disposizione puramente personale, per
tutte queste già gravi questioni, ma che il signoi- Etienne nel suo arti-
colo, come il signor Loubet nei suoi brindisi, il signor Delcassé nei
suoi discorsi, nelle sue interviste, sieno oggi gli esatti interpreti del-
l'indole francese, dimostra il linguaggio di tutta la stampa parigina,
la quale, a incominciare dagli organi più importanti, giunge fino a
riconoscere una verità, che pur deve cuocere al paese di Dupleix e di
Montcalm, i disgraziati eroi delle Indie e del Canada: che. cioè, la
Francia, per quanto sia riuscita a costituirsi un Aasto e ricco impero
coloniale, non può mettersi in mente di stare sulla stessa linea dell'In-
ghilterra, e deve contentarsi del secondo posto.
E che neppure sia il caso di un soliloquio spirituale, ma che la
benevolenza francese sia corrisposta interamente, dimostrano, oltre alle
sincere e cordiali feste fatte in Londra al signor Loubtt, altri sintomi
significanti: la proposta, ad esempio, di un arbitiato per tutte le eventuali
vertenze franco-inglesi, presentata da autorevoli personaggi al Presi-
dente della Re|)ubhlica. ed ancor più il linguaggio della stampa, la
quale, in Inghilterra più che in ogni altro paese del mondo, rappre-
senta veramente quella pubblica opinione, che s'impone a Sovrani, a
Governi, a Parlamenti. Se n'è avuta anche di recente la prova nel
linguaggio del Times sui fatti di Serbia ; linguaggio a cui segui tosto
il richiamo del ministro inglese da Belgrado ed il severo monito indi-
rizzato al nuovo Regno.
Ora, vero è che lo Siandard ha dichiarato apertamente che può
trattarsi di amicizia, non di alleanza: ma ciò, non già perchè ritenga
un'alleanza con la Francia impossibile, bensì soltanto perchè non è
nell'indole dell'Inghilterra di concludere genericamente alleanze scritte:
tali alleanze dovendo essere sottoposte al Parlamento, e per ciò solo
perdendo, si comprende, almeno in tempo di pace, gian parte della
loro importanza.
Ora è bensì vero che questa regola ha subito parecchie eccezioni:
una, ad esempio, ne subì anni or sono riguardante l'Italia: quando
si strinsero fra questa, l'Inghilterra e r.\ustria gli accorfìi a tre perle
cose d'Oriente e del Mediteiraneo. che miravaiu) a completare la Tri-
plice. Ma mentre, benché scritti, quegli accordi non condussero a nulla,
è d'altro lato da osservare che la nuova intesa franco-inglese non esige
« NOS AMIS LES ENXEMIS » 331
punto la conclusione di mi patto formale. Senza dire che questo po-
trebbe, se non in pratica, in teoria, urtarsi con quell'alleanza franco-
russa, la quale è b.'ue altrimenti determinata.
È anzi qiiest' ultima alleanza che impedisce di vedere nell'attuale
reciproca benevolenza della Francia. dell'Inghilterra e dell'Italia la ripe-
tizione di qaeW alleanza occidentale, che fu diretta già contro la Russia
appunto. Il chi non toglie che un tale ricordo non venga evocato
da importanti giornali inglesi. Cosa anche questa molto sintomatica.
11 Times ne jiarla, e vi unisce anzi il Nord-America, a proposito di
un banchetto anglo-americano, che ha avuto luogo nei giorni scorsi a
New- York. Il Daily Telenraph v'insiste, Del resto, quasi a togliere
colore all'obbiezione derivante dall'alleanza franco-russa, mentre il
signor Loubet lascia ringhilt''rra e il Re d'Italia vi è atteso, si an-
nuncia il viaggio a Londra dello Czar, preludio ad accordi che l'ele-
fante e la balena concluderebbero sulle cose dell'Estremo Oriente, ad
evitare pericolose complicazioni.
Mentre poi la stampa inglese considera con molta calma la questione
dell'occupazione russa della Manciuria, viene rilevato in Francia l'ul-
timo rapporto del signor Périer, console di Francia a Londra, da cui
risulta che dal 1894 al 1903 il commercio franco-inglese si è accre-
sciuto di 538 milioni di franchi, che esso rappresenta per la Francia
più del 3'2 ° „ del suo commercio internazionale, e che in otto anni
ha acquistato un maggior valore del 32 ° „ ; che inoltre esso è prezioso
pel cai'attere complementare degli scambi che lo costituiscono, non
meno che per l'enorme valore delle transazioni da esso rappresentate.
Ora, se la parola business costituisce il più fedele esponente
della pratica indole britannica, non è neppur detto che essa sia in
contraddizione col romanticismo - abbastanza discutibile, del resto -
dell'anima francese. In fatto di relazioni internazionali la Francia ha
saputo far ((uasi sempre i suoi interessi: e noi ne siamo la prova ]>iù
eloquente, dopo il rinnovato accordo, come l'eravamo stati replicata-
mente dal 1859 al 1870, senza risalire ai precedenti anteriori all'unità
italiana, da Carlo Magno a Napoleone, passando per Luigi W\ . \^\-
torio Amedeo II informi.
Ora, la Francia è certo lungi dall'essersi disillusa dell'alleanza
russa; ma è certo che, cessata la febbre della rivincita, quella va di-
venendo, da alleanza d'entusiasmo, alleanza di ragionamento. Ed è
anche ciò che consente la nuova cordialità franco-britannica.
La quale, del resto, merita tutta la nostra attenzione, in quanto
l'Italia vi ha, se saprà male o bene guidarsi, tanto da perdeie che
da guadagnare.
XXX
TRA LIBRI E RIVISTE
La politica del Sempione — L' immigraziono italiana agli Stati Uniti — Il movi-
mento pacifico internazionale — G. Eovettii — La vita nei mari — Ales-
sandro Dumas padre — Tolstoi e Gorki — « Le petit sou ».
La politica del Sempione.
Sotto questo titolo uno studioso di
•cose internazionali e specialmente
italo-francesi, il signor Carlo Loiseau,
pubblica nella Renaissance Latine <le\
delle correnti che lo traverseranno,
forma un punto d'interesse speciale
per la Francia.
La galleria del Sempione è, per
altitudine, la più bassa, 750 km.
kLi ; a ('un im-nu di iiuella del Ce-
L* imbocco ch'I trafoi
maggio e del luglio un saggio im-
portantissimo di cui diamo le con-
clusioni, rimandando i lettori che ne
avessero interesse alle argomentazioni
serrate e ai documenti rigorosi che
arricchiscono lo scritto.
Egli premette che la penisola ita-
lica resta per la Francia la via di
terra per eccellenza, la via rapida
verso l'oriente balcanico e il Canal
di Suez. Il Sempione, per la sua po-
sizione geografica, per la direzione
nisioe del Gottardo) e l'accesso perciò
vi sarà molto facile: ecco uno dei
vantaggi . L ' al tro vantaggio per la Fran-
cia è questo: che con una via dal Sem-
pione verso Parigi si porterebbe questa
grande corrente sopra una linea tra-
sversale che dal Lemano va all'Atlan-
tico. Ora tutti i porti francesi del-
l'Atlantico sono i meglio situati per
trarre i viaggiatori d'America. Il tra-
gitto, per esempio, da New York a
Saint-Nazaire offre un risparmio di
TRA LIBRI E RIVISTE
333
813 miglia marine su New York- Mar-
siglia.
Per la Svizzera il traforo ha un'im-
portanza enorme, e ben gli Svizzeri
lo compresero. Che fanno difatti? Si
tratta di costruire in pieno Oberland,
sotto il colle di Loetsch, un tronco
preveduto a 59 km. circa, che unirà
la stazione di Frutigen a quella di
Briga. Una formidabile massa mon-
tagnosa vi s'oppone, ma, forato il
Loetschberg, la linea sboccante su
Frutigen si prolunga nell'alta valle
« Se si domanda - dice il Loi-
seau - come un semplice Cantone
possa osare un'impresa di 70 milioni,
che s'iu' uadra in un programma eh 'è
il doppio più largo, non risponde-
remo soltanto che lo spirito d'inizia-
tiva e il senso della concorrenza
moderna son talvolta più sviluppati
nelle piccole che nelle grandi repub-
bliche, ma che i Bernesi sono pratici,
vedono chiaro, e sanno che infiniti
interessi si collegheranno in avv-enire
a q està grande arteria ».
I/imboeco del trafol-o del Oottardo ad Ail'olo.
del Rodano: è la congiunzione di-
retta da Berna a Milano. È, parallela
al Gottardo, la verticale politica ed
economica che s'abbassa sul Sem-
pione.
Questo progetto fa parte d'un va-
sto programma di Strade ferrate pre-
sentato al Gran Consiglio di Berna,
approvato da un grande referendum
popolare.
La capitale federale non solo sarà
confermata nella sua importanza di
centro geografico e politico della Sviz-
zera, ma diventerà una città di grande
transito internazionale, tra Milano e
Basilea.
Secondo lo scrittore, bisogna che
la Francia approfitti dell'apertura del
Sempione per arricchire d'un'arteria
di prini'ordine la rete ferrata del-
l'Occidente latino: bisogna che que-
st'arteria metta in rapporto con la
Svizzera e l'Italia la superficie più
estesa possibile di territorio francese:
bisogna infine che prepari una paci-
fica risposta al Gottardo e al Loetsch-
berg, che hanno per iscopo di unire
il Nord, e specialmente la Germania,
all'Oriente.
Esiste un piccolo progetto che ten-
derebbe ad unir la Francia al Sem-
pione con un breve tratto di strada
334
ferrata fra Vallorbes e Frasne, che
costituirebbe la corda dell'arco de-
scritto dalla linea attuale da Pontar-
lier a Losanna. Il Cantone di Vaud
lo propugna validamente e la Com-
pagnia del Gura-Sempione ne ha
■domandata la concessione al Consi-
glio federa' e. Ora questa non è punto
una via d'accesso al Sempione, ma
semplicemente una linea di miglior
accesso da Parigi a Losanna. Essa
deve far i conti con un'altitudine di
TRA LIBRI E RIVISTE
germente, togliendole il traffico che
passerebbe per Berna e Pontarlier.
Al nord del Giura non c'è una zona
d'attrazione talmente importante per
cui convenga far passare una strada
per il Sempione.
È nell'asse della valle alta del Ro-
dano che deve effettuarsi la porta fran-
cese del Sempione. 11 progetto d'una
linea diretta da Lons-le-.Saulnier a Gi-
L'ìiuboceo (iel traforo del Sompi»
884 metri (mentre lo stesso tunnel del
Sempione è più basso di 200 metri!).
Ma chi passerà a Frasne per andar
a Milano, da Nantes, da Tours, da
Angers, da Bourges o da Nevers ?
Il Centro della Francia non ne pro-
fitterebbe.
La linea Sempione-Loetschberg-
Berna-Basilea deve alimentarsi es-
senzialmente col movimento dei viag-
giatori e delle merci fra la Germania
e l'Italia: essa sarà in concorrenza
con quella del Gottardo. L'espediente
della linea \'allorbes-Frasne non po-
trebbe impedirne l'esecuzione, quan-
tunque potrebbe danneggiarla leg-
nevraènatodall'iniziativad'ungruppo
francese all'estero, dalla Camera di
commercio francese a Ginevra
Che a Bigione si stacchi dalla
« grande ligne » un tronco su Lons-
Ie-.Saulnier, non è già un migliora-
mento della rete: è una nuova « di-
rezione » che si disegna tra Parigi
e la frontiera dell'Est. Ottanta chi-
lometri più oltre è Ginevra. Oltre Gi-
nevra è la grande strada d'Italia, che
si biforca sull'Adriatico e sul Mediter-
raneo, su Suez e sull'Oriente eu-
ropeo.
Fra Ginevra e il Sempione non ci
sarà più alcun ostacolo alla circola-
TRA LIBRI E RIVISTE
zione rapida... Ma ecco il Giura. Per
superare quest'ostacolo s'è fondato
un Comitato a Ginevra « pour le
percement de la Faucille » che ha
fatto i suoi studi e presentato un pro-
getto. Si tratta d'una linea quasi di-
ritta, di 8l km. 800, la cui pendenza
non sorpasserà il io per cento, che
passerebbe sotto tre gallerie lunghe
relativamente 6,400, 11,400 e 14,500
metri, Il costo ammonterebbe a 115
milioni se la costruzione ha luogo
dappertutto a doppio binario, a 107
se a un solo binario sotto il gran
tunnel. Tempo quattro anni circa.
Il Cantone di Ginevra pare che
sarebbe pronto a concorrere nella
metà delle spese per il traforo del
Giura.
Ed ecco i vantaggi che questa li-
nea offrirebbe alla Francia. La zona
compresa tra il Sempione e la Fau-
cille (cosi si chiama la montagna che
dovrebbesi perforare), diventerebbe
una zona di contatto : consideriamo
le regioni che si stendono all'ovest
del Giura e all'est del Sempione.
Sono pianure che si contano fra le
più ricche e le più industriose e po-
polose d'Europa. Sono anche le vie
del mare, o per dir meglio, di due
mari mal rilegati fra loro, sui quali
s'equilibra l'Occidente: La Manica e
il Mediterraneo, l'Atlantico e l'Adria-
tico.
Trattasi di relazioni fra il nord
della Francia e l'Italia? La distanza
Parigi-Milano diventa di 1,039 km. in
luogo di 1,255 per la linea difettosa
del Cenisio, di 1,279 PC '^ Basilea-
Gottardo.
Da Londra a Milano, compresa la
traversata della Manica, diventano
1495 km. in luogo di 1914 per l'iti-
nerario belga-germanico Ostenda-Got-
tardo.
La Valigia inglese frutta alle po-
ste francesi circa 600,000 franchi.
Ebbene, il Post-Office ad ogni sca-
denza del contratto quinquennale pre-
senta alla Francia e all'Italia la pro-
spettiva di servirsi quandochessia
d'un'altra via, poiché la Germania e
l'Austria tendono a Salonicco. Ora
l'arteria Calais-Brindisi sarebbe una
via senza rivali, e guadagnerebbe ire
ore sulla velocità d'oggi.
335
Ma importanti e nuove sarebbero
le comunicazioni trasversali che que-
sta linea svilupperebbe o creerebbe,
comunicazioni non .solo fra l'Est e
la regione del Centro, in Francia, ma
fra l'Italia, la Svizzera e i porti fran-
cesi dell'Atlantico.
Il giorno in cui poche ore bastas-
sero per passare dal Giura a Domo-
dossola, con una linea diretta e quasi
senza pendenze, quali affinità econo-
miche non si creerebbero fra i ma-
gnifici bacini della Loira e del Po!
Sarebbe una chimera immaginare
una corrente fra l'Adriatico e l'A-
tlantico che compensasse quella creata
dal Gottardo fra il Mediterraneo e il
Mare del Nord? E poiché v'hanno
servizi rapidi da Amburgo a Genova,
perchè non ci sarebbero dei diretti
fra Saint-Nazaire e Venezia ?
Dal lato dell'Italia tutto è fatto: la
bella linea che segue la valle del Po
fa capo a Venezia.
Considerando la questione nell'in-
sieme, i territori! della Francia e
dell'Italia formano l'uno un prolun-
gamento dell'altro. La Francia ha bi-
sogno dell" Italia per avvicinarsi a
Suez e ai Balcani. L' Italia avrebbe
meglio organizzate le sue comunica-
zioni coir America del Nord, perfino
per i suoi emigranti e per la posta
d'America, all'Hàvre o a Saint-Na-
zaire. Non andiamo fino all'ipotesi di
veder un giorno navigabili il Po e la
Loira, ai quali la via ferrata, dal Ca-
nale del Centro francese al Lago Mag-
giore, servirebbe di legame. La storia
ha fatto paragonare la fortuna di
Nantes a quella di \'enezia, due porti
che potrebbero essere rimessi in va-
lore.
In tal modo l'amicizia tra Francia
e Italia non sarebbe più soltanto
un'idealità spesso smentita dalle do-
gane, ma s'appoggerebbe su solide
basi di comuni interessi economici.
L' immigrazione italiana
agli Stati Uniti.
Dedichiamo agli uomini politici, ai
Governi che si succedono in Italia
monotonamente, facendo visite, com-
ponendo Commissioni, studiando e
ristudiando e tirando innanzi, alcune
cifre e alcune considerazioni che tro-
336
TRA LIBRI E RIVISTE
viamo riferitedal signorSamuel E.Mof-
fett nella American Monthly Rez'icu:.
L'articolo è accompagnato da parec-
chie fotografie prese dal vero, per le
quali rimandiamo i lettori alla ottima
rivista.
\\ \>ìcco\o /e?-rv-boa/ « Jo/ui G. Car-
lislc», incomincia il Moffett, non è una
cosa molto imponente all'occhio, ma
esso ha di che commuovere l'imma-
ginazione. Sul suo ponte passano in
successione interminata i battaglioni
dei pacifici invasori europei dell'A-
merica; esso trasporta maggior nu-
mero di immigranti in un anno che
non passarono su tutte le flotte di
tutte le nazioni nei due secoli dac-
ché John Smith scese a Jamestown.
Oggi l'immigrazione ha raggiunto
un livello finora sconosciuto. In aprile
10 steamer amburgo-americano Penn-
sylvania portò 2731 immigranti in
un giorno a New- York. In giugno
il Balavia della stessa linea sorpassò
questa cifra, prima non mai raggiunta,
portandone 2854 Fino a quest'anno
la cifra totale del 1 882, la quale era di
788,992, non era stata superata; ma
quest'anno, fino all'aprile 1903, fu di
803,272. Fra le centomila persone
circa che viaggiarono nelle cabine,
vi sono molti forestieri che intendono
rimanere negli Stati Uniti, ma è im-
possib le contarli; aggiungendo agli
europei quelli che vengono dal Ca-
nada e dal Messico, i nuovi abitanti
degli Stati Uniti in quest'anno rag-
giungeranno la cifra di circa 900,000.
Non è soltanto il volume dell'im-
migrazione che fa impressione, ma
il suo carattere cagiona una certa an-
sietà. Invece di trarre quasi tutto il
contributo del Regno Unito dalla
Grrmania e dalla Scandinavia, come
pel passato, scrive il Moffett, la mag-
gior parte di essi viene dall' Italia,
dalI'Austria-Ungheria e dalla Russia.
11 problema dell'assimilazione diventa
cos'i molto più complicato che pel
passato
É un vero trapiant? mento di po-
poli, - scrive il signor Moffett - che ha
soltanto riscontro nell'invasione dei
Goti e dei Franchi entro le terre del-
l'Impero romano. Intere nazioni si
trasportano da un emisfero all'altro.
Non è un'esagerazione: ci sono più
Irlandesi di nascita e di parentado,
ora viventi negli Stati Uniti, che non
in Irlanda: il centro della razza irlan-
dese è stato trasferito dall'Irlanda al-
l'America. Il di più dei nati, al di
sopra della media della popolazione,
nel mezzogiorno d'Italia, è di circa
138 mia all'anno: l'immigrazione da
queste Provincie nel 1902 fu di 152
mila e quest'anno sarà molto più.
Non pochi Italiani ritornano, ma
spesso per ricondurne degli altri. Nel
fatto, il naturale accrescimento della
popolazione meridional e d'Italia è stato
trasferito in America. E notiamo che
sono quasi tutti maschi e sul forte
dell'età e della loro produzione.
Per ogni fanciullo che nasce nel
mezzogiorno d'Italia, due adulti mi-
grano negli Stati Uniti. Ora è im-
portante il notare che nel 1900 na-
cquero in America j,j5(5,6jo individui
da madri indigene e padri stranieri,
contro 1,6^0, /So da madri straniere
e da padri indigeni.
Un'altra razza trapiantata nell'A-
merica del Nord è quella degli Slo-
vacchi: il loro accrescimento in patria
è di circa 28 mila. Lo scorso anno
quasi 37 mila entrarono agli Stati
Uniti. Gli Ebrei russi crescono di
60 mila all'anno: l'immigrazione di
essi in America è di circa 38 mila
e si raddopierà dopo i massacri re-
centi.
La Polonia austriaca cresce all'in-
circa di 54 mila: ora essa dà all'A-
merica 32 mila e più individui. Si-
mile è il caso dei Croati e degli
Sloveni.
Quando abbiamo detto che il 70
per cento di questa immigrazione è
di Italiani, Austro-L'ngarici e Russi,
non abbiamo detto nulla riguardo al
suo valore. Bisogna distinguere: degli
Italiani sei settimi sono del Sud, un
settimo circa del Nord, meno assai
d'un settimo del Centro. Nel 1902
sbarcarono 180,535 Italiani, dei quali
152,915 meridionali e 27,620 set-
tentrionali: nel 1903 raggiungeranno
probabilmente un quarto di milione.
Vengono poi i Polacchi, con 69,620
e successivamente gli Ebrei, con
57,688. Gli Scandinavi tengono il
quarto posto con 55,780 e, contro
l'opinione generale, as^ai più in basso
TRA LIBRI E RI\aSTE
i Tedeschi con 51,686. Dall'Austria-
Ungherìa giunsero duecentomila in-
dividui, sorpassando la cifra dello
scorso anno di circa trentamila; ma
pare clie ora di ninuiscano. Dall'Italia
gl'immigranti raggiunse-o i 253.000;
la più alta cifra che alcuna naziona-
lità abbia mai raggiunto nella storia
degli Stati Uniti.
Cresce pure il flusso dalla Russia,
e sono gli Ebrei e i Finlandesi. La
Grecia è pure entrata nell'arrìngo, ed
è probabile che in quest'anno man-
derà all'incirca 21,000 emigranti.
« Gì' Italiani del Sud - afferma lo
scrittore americano -costituiscono sen-
za paragone il piti gran problema ci i
risolvere. Essi ha >i ne di gran lunga pili
analfabeti che non ogni altra razza
che riceviamo. Di 135 mila e più Ita-
liani meridionali, d'età oltre ai quat-
tordici anni, sbarcati nel 1902, circa
76 mila non sanno affatto scrivere né
leggere. Essi sono i più poveri ; molti
viaggiano senza pagare, e ve n'ha
maggior numero di quelli che di-
ventano un carico pubblico, che non
fra tutte le altre nazionalità riunite.
Si aggregano ai loro compatrioti, si
fermano in gran pa;te nello Stato di
N'ew-York, nella metropoli preferibil-
mente, e il resto va nella Pennsilvania
o nel Massachus.setts. Si costituiscono
in specie di clan si fidano soltanto
degli uomini originarli del proprio
villaggio o della propria città, e pre-
feriscono dare dieci dollari a un pa-
drone di lor fiducia che li impieghi
o prometta loro d'impiegarli, che non
ricorrere all'ufficio gratuito della So-
cietà di protezione degl'immigranti
Italiani.
« Altra cosa avviene per quelli del
Nord, i quali hanno soltanto un il-
letterato su otto, e portano qualche
danaro od hanno già un lavoro sicuro
in vista ».
Quali razze sono più desiderabili ?
si domanda il signor Moffett. I Tede-
schi sono certo un ottimo elemento,
ma senza dubbio avrebbero costituito
un pericolo per gli Stati Uniti, a cau.sa
delle ambizioni del loro imperatore,
se il loro numero avesse continuato
ad essere cosi importante come nel
1882. Nel rgoo gli Stati Uniti con-
tavano più di due milioni e mezzo
^)o2
337
d'abitanti di nascita tedesca : assai
meno di quello che avevano dieci
anni prima. D'Italiani ne contengono
un milione circa. Sei o sette anni di
immigrazione italiana pari all'attuale
porterebbero questa popolazione al
di sopra di quella germanica, ma né
gli Italiani né altri potrebbero formare
negli Stati Uniti uno Stato proprio.
II Governo del resto fa di tutto
per assimilarli. Godendo della ric-
chezza di una nazione giunta al più
alto livello di prosperità, essi non
possono desiderare altro Governo e
tanto meno quello che hanno lasciato.
Gl'Italiani poi sono i più assimi-
labili fra tutti e portano un elemento
che, messo a profitto con buon com-
penso non può non fruttificare lar-
gamente agli uni e agli altri.
Dalle statistiche riportate in questo
articolo si trae questo di notevole,
che l'immigrazione diminuisce nei
paesi che vanno acquistando maggiore
prosperità interna, come la Germania,
e l'accrescimento dell' immigrazione
italiana, specialmente del mezzogior-
no, segna l'inferiorità dei Governi
italiani. Di più, che sono le migliori
energie le quali emigrano, lasciando
a casa donne e vecchi. E in ultimo
che gl'Italiani sono in gran parte
inferiori agli Ebrei russi, ai finlandesi,
ai polacchi, cioè alle nazioni oppresse
dal dispotismo. Xoi che da parecchi
anni facciamo inutilmente echeggiare
per la penisola la voce dei campi non
abbiamo bisogno di aggiunger com-
menti.
Il movimento pacifico
internazionale.
Al disopra degli avvenimenti troppo
spesso meschini e dei conflitti senza
nobiltà che riempiono, più che non
occupino, la nostra epoca, un fatto
generale si sviluppa, la cui larghezza
può far dimenticare molte miserie con-
temporanee : é l'aspirazione ogni dì
più forte che spinge gl'individui e i
popoli a riprovare le soluzioni bru-
tali della guerra e a cercare, per scio-
gliere i conflitti internazionali, dei
mezzi meno sommari e meno odiosi ;
é questo il movimento pacifico.
Tre nomi, scrive il signor Alphonse
Jouet nella Grande Rezme, potevano
Voi. evi, Serie IV - 16 IngUo 1903,
338
fino a questi ultimi dieci anni rias-
sumere la storia di questo movimento
in Francia: Lamartine, N'ictor Hugo,
Federico Passy.
Prima del '70 la Francia non aveva
che un' associazione per la pace, ed
era la Ligiie internationale de la Paix
fondata nel 1867 da F. Passy. È
circa nel 1886 che il movimento si
sviluppa in provincia, a Puy-deDòme,
a Nimes, ecc. L'Esposizione del 1S99
dà un nuovo impulso alla propaganda
con un Congresso ov'era rappresen-
tato un centinaio di Società. D'allora
ogni anno, salvo rare eccezioni, in
diverse Capitali, il Congresso si ripete
- 1890 a Londra. 1S91 a Roma, 1892
a Berna, 1893 a Chicago, 1894 ad
Anversa, 1896 a Buda-Pesth, 1897
ad Amburgo, 1898 a Torino - sotto
il titolo modesto di Assemblea gene-
rale.
Il 31 agosto 189S un erand'avve-
nimento. Lo czar lancia la circolare
in cui invita tutti i Governi ad una
Conferenza per la pace.
Come accade spes.so nelle lotte
d'idee, il successo veniva da un lato
d'onde lo si attendeva meno.
La luce comincia a farsi sul Con-
gresso dell' Aja. La stampa in ge-
nere lo pose in ridicolo e secondo
essa si sarebbe potuto credere che
il Congresso non abbia avuto altro
frutto che un po' di vento di pa-
role: essa non insistè sul fatto assai
importante che il Congresso creò una
Corte permanente d'Arbitrato.
Comunque possa esser giudicato
l'atto dello czar, quando si considera
la sua azione o quella del suo Go-
verno negli affari di Russia, sta il
fatto che la sua voce, sincera o no,
ebbe eco e fu raccolta. Dapprima la
frazione liberale della borghesia da
cui escono i Passy e i Richet, gente
di progresso, d'industria, di scienza
che sentono il bisogno di pace fe-
conda, si manifestò fortemente favo-
revole. A Parigi la Società Paix pal-
le Droit, nel 1900 faceva applaudire
da un gran pubblico i suoi oratori,
che erano Leroy-Beaulieu, D'Estour-
nelles de Constant, Patrik Geddes e
molti altri universitari.
Negli altri paesi il movimento cre-
sceva parrallelo. In Svizzera la So-
TR.\ LIBRI E RIVISTE
cicté Suisse de la Paix conta 17 se-
zioni. L'Inghilterra possiede 13 So-
cietà distinte, di cui la principale,
Peace Society, conta 32 sezioni. La
Germania, malgrado tanti ostacoli, ha
quattro Associazioni prospere, di cui
la Deutsche Friedensgesellschaft, nata
a Berlino nel 1892, conta 61 gruppi.
In Italia la florida Società di Milano
corrisponde con molte Società della
penisola.
Negli Stati Uniti sono 14 .Società
brillantissime, di cui l'anziana. The
American Peace Society, risale al 1815.
Perfino in Persia, a Tehèran, esiste
una Società per la Pace e l' Arbitrato.
Ma un avvenimento più importante
è giunto a fortificare il movimento
pacifico, l'adesione degli uomini po-
litici e dei partiti. Due uomini nella
Camera francese da banchi assai lon-
tani si accordarono in esso. D'Estour-
nelles de Constant, repubblicano « wal-
dekiste », e Giovanni Jaurès. Certa-
mente nei casi particolari l'accordo
fra liberali e socialisti non sarà sem-
pre perfetto, ma l'adesione esplicita
d'un uomo politico e d un partito è
sempre da considerarsi come un im-
pegno di qualche importanza.
Ma le grandi speranze sono dal
lato degli Stati Uniti. Già la Corte
dell'Aja fu chiamata da quella grande
nazione a decidere un piccolo ma
ben intricato conflitto col Messico.
Inoltre si ricorderà che nel conflitto
venezueliauo, dopo le prime opera-
zioni navali e il bombardamento di
I-'uerto-Cabello, il presidente Roose-
velt fece sapere agli alleati (Germa-
nia, Inghilterra, Italia] che il presi-
dente Castro domandava un arbitrato
e che egli proponeva di rimettersi
alla Corte dell'Aja.
Guglielmo II, il quale aveva sem-
pre ostacolato il Congresso per non
consacrare questa giurisdizione de-
testata, aveva risposto che gli pareva
« mancar d'autorità » e, abilmente,
chiedeva che arbitro fosse lo stesso
Presidente degli Stati Uniti. Ma que-
sti non si lasciò smuovere dalla lu-
singa non credendosi egli mandato
da Dio, e rispondeva che non si sen-
tiva di accettare tale missione e che
una Corte d'arbitrato soltanto era
qualificata ad adempierla. Cosi av-
TRA LIBRI E RIVISTE
339
venne che alla fine dell'anno scorso
le potenze dichiaravano di accettare
l'arbitrato dell' Aja. Probabilmente
esse fecero il possibile per ridurre e
restringere il dibattito, ma il princi-
pio è alfine stabilito Cosi il movi-
mento pacifico non è soltanto una
dottrina : esso è entrato nel dominio
dei fatti. La guerra, conclude il si-
gnor Jouet, ha ormai un avversario
con cui deve contare e che trionferà.
Una statua a Gladstone.
Mentre si attende la biografia di
Gladstone scritta dal Morie)-, la quale
dicesi comparirà in ottobre, al great
La statua di Glailstono a Wcstiniu^tei- Al}l)e,v.
old man s'è inaugurato testé un mo-
numento nell 'Abbazia di Westminster.
Tutti conoscono il famoso Poets' Cor-
ner, che è una specie di Pantheon ove
sono ricordati in effigie i più grandi
intelletti dell'Inghilterra. Westminster
Abbey e la cattedrale di San Paolo
contengono e presentano al visitatore
tutte le grandi glorie dell'Inghilterra.
Il monumento, scrivono i giornali
inglesi, è degno dell'uomo che fu
quattro volte primo ministro e che
alcuno chiamò l'ultimo grande poli-
tico idealista inglese. Gli uomini
d'oggi seguono un'altra politica, piti
pratica, politica di colonie e di do-
gane ; quegli praticava la politica del-
l'umanità.
Quel che prepara G. Rovetta.
Dopo il fortunato Romanticismo il
fecondo drammaturgj e romanziere
lombardo non ha più annunziato al-
cun nuovo lavoro. Ora infine si parla
tli un nuovo dramma: La moglie di
Sua Eccellenza. Ma la notizia non
è esatta. Ecco quanto scrive in pro-
posito D. Lanza nella Stampa:
« La moglie di Sua Eccellenza è il
titolo di un romanzo, non d'un dram-
ma ; d'un romanzo che non sarà pro-
babilmente mai per vestirsi di forme
sceniche. E la verità è questa : che
il Rovetta sta per finire realmente il
suo romanzo, a cui il titolo annun-
ziato non deve dare alcuna apparenza
di politica. Molta pittura e analisi
d'ambiente, - e ambiente aristocra-
tico - molto amore e molta materia
passionale saranno il contenuto di
questo romanzo, a cui da oltre im
anno e mezzo il Rovetta attende con
fervore giovanile. Che non è giova-
nile nella figura spirituale e fisica di
questo uomo avvinghiato con invi-
diabile tenacia alla giovinezza?
« Ma il romanzo non gli ha fatto
dimenticare il teatro. Ed il teatro
avrà quest'anno ancora il suo nuovo
dramma. Soltanto, è ancora da scri-
vere, ed è ancora in attesa di un
titolo. Ma chi ricorda la puntualità
rovettiana può esser certo che esso
sarà scritto in breve tempo, e che,
a momento opportuno, anche il ti-
tolo, uno di quei titoli in cui la scelta
del Rovetta è sagace e felice, salterà
fuori a battezzare la nuova creatura.
« Nel mese di agosto e settembre,
nella frescura e nel riposo che chie-
derà in qualche delizioso angolo della
Svizzera, egli scriverà il dramma che
è venuto a mano a mano disegnando
nella sua mente, mentre dava opera al
romanzo. Tra gli intervalli di tempo
che gli concedeva quest'ultimo, come
distraendosi in un riposo, ha imagi-
nato una nuova storia, un nuovo am-
340
TRA LIBRI E RIVISTE
biente, ha colorito dinanzi alla sua
fantasia una nuova azione di perso-
naggi, ha studiato un nuovo momento
storici-, con quel suo particolar si-
stema di fusione del documento reale
e dell'invenzione.
« L'azione del dramma si svolgerà
nel jS6o, e i cinque atti scenici ci
rievocheranno dinanzi l'ambiente po-
litico-letterario di quel tempo. Ma
non troppa politica, né troppa lette-
ratura, a quanto pare, dacché prota-
gonista del dramma sarà ancora il
sentimento più eternamente dramma-
tico e commovente, l'iTwwr. E parlerà
questo sentimento con le parole e
con gli atti di una donna, nella quale
l'autore intende accendere il fuoco
più vivo e intenso della passione.
« Un dramma di cuore, di senti-
mento quindi, inquadrato in una cor-
nice di costumi politici e letterari ».
La conoscenza deli' idrografia è
necessaria a chi studia gli animali
acquatici nello stesso modo che quella
della geografia a chi studia gli ani-
mali terrestri.
Le principali aree marine si pos-
sono dividere in due grandi gruppi;
i grandi oceani ^■\tlantico. Pacifico,
Oceano Indiano) e i mari interni,
il che viene a formare in complesso
non meno di 141 milioni di miglia
quadrate, vale a dire circa tre quarti
della superficie del globo. E queste
aree sono continue, fatto di grande
importanza.
La profondità dei mari è molto
varia: la media è d: quasi quattro-
mila metri : la massima più di nove-
mila. La temperatura invece é molto
varia alla superficie, ma abbastanza
uguale nel profondo, se si tratta di
oceani; nei bacini racchiusi essa s'av-
vicina a quella della terra.
La vita nei mari.
« Un dei più importanti fatti ormai
stabiliti dalle investigazioni moderne
del mare é che non v'ha regione in
esso che sia interamente priva di
vita animale. Le acque superficiali
nella regione delle calme equatoriali
e quelle gelide fra gli icebergs nelle
regioni artiche contengono numerose
popolazioni ; le dense e calde acque
del Mediterraneo e del Mar Rosso
e le fredde e relativamente dolci ac-
que dei fiordi norvegesi, le basse
acque delle coste e le grandissime
profondità dei letti oceanici, tutte ci
presentano le loro caratteristiche for-
me viventi. Non v" ha regione che
possa dirsi azoica ».
Co.si incomincia un suo breve ma-
nuale, ora tradotto dal Dr. G. No-
bili nella « Piccola Biblioteca » del
Bocca, il prof. Sydney J. Hick.son, in-
segnante air Owens College di Man-
chester. Lo scrittore riassume ì risultali
delle ultime ricerche sull'oceanogra-
fia, dà una breve descrizione della
fauna litorale, della fauna nuotante
superficiale e dei loro generi di vita,
in forma facile e piana, in modo
da offrire sinteticamente sull'argo-
mento le cognizioni ormai tanto ne-
cessarie a tutti in questo come in
ogni ramo della scienza moderna.
Il fondo d'un oceano, se fosse, per
ipotesi, un momento esposto alla su-
perficie, ci apparirebbe un vastissimo
deserto, senza una pietra, una roccia,
una particolarità qualsiasi che va-
riasse la monotonia della scena. Si
supponeva una volta che esso fosse
completamente piano, senza alcun
dislivello notevole dalla linea del
fango di una costa continentale a
quella di un'altra, ma le moderne
esplorazioni sottomarine hanno di-
mostrato che in tutti i grandi bacini
oceanici trovani elevazioni e creste
come pure valli e fosse profonde,
che rompono la monotonia del ca-
rattere generalmente piano.
Nelle vicinanze dei continenti il
fondo del mare varia moltissimo. I
detriti asportati dal mare sulle spiagge
e quelli introdotti dai fiumi, i resti
della fauna litorale rinnovantesi, fanno
sì che il fondo lungo le coste sia
caratterizzato da estesi depositi terri-
geni e da depositi animali e vegetali.
La media estensione dei depositi flu-
viali è di circa 250 miglia nel mare.
Essi costituiscono una linea che fu
da John Murray ciiiamata la linea del
fango, caratterizzata da una fauna
abbondante e interessantissima.
Rimandiamo i lettori al bel volume
del Hickson per quanto riguarda le
svariatissime forme di vita che si
TRA LIBRI E RIVISTE
341
agitano nel liquido elemento. Ci pare
interessante di riportare qui alcuni
punti curiosissimi che descrivono
modi d'esistenza di alcuni animali.
Tutti sanno che significhi la pa-
rola siììibiosi, che è stata applicata
dai naturalisti al fenomeno della vita
in comune per aiuto o protezione
scambievole fra ditTerenti specie di
animali o di piante. Ci sono pure
degli animali che applicano una spe-
cie di commensalismo e di mutua-
lismo.
« Un animale assai comune suHe
spiaggie è un Paguro, o Granchio
Eremita. Dalla fauce aperta di una
conchiglia che sembra vuota, vediamo
d'un tratto uscire delle zampine; ro-
vesciamo la conchiglia, e la vedremo
fuggire nella parte più profonda di
una buca della roccia. Questa è un'as-
sociazione di un Crostaceo vivente
colla conchiglia di un animale morto.
Se si estrae il Paguro dalla conchiglia,
tosto vediamo che esso ha un addome
molle e contorto a spira, completa-
mente diverso da quello di un Gran-
chio o d'altro Crostaceo; e che esso
non potrebbe vivere lungamente senza
l'asilo e la protezione della conchiglia,
che è appropriata a lui. Il Paguro,
nel corso della sua vita, cresce in
dimensione e quando è divenuto
troppo grosso per la conchiglia in
cui vive, va in cerca di un'altra più
grossa, e cambia dimora, fino a rag-
giungere dimensioni che richiedono
una conchiglia anche assai grossa.
c( Nelle acque delle nostre coste,
appena sotto al limite della bassa
marea, spesso vediamo che la con-
chiglia che contiene il Paguro porta
superiormente un'Attinia, o Anemone
di mare, appartenente ad una specie
che si riscontra quasi sempre asso-
ciata col Paguro. Inoltre l'Attinia ha
sempre una posizione definita sulla
conchiglia, in modo che la sua bocca
sia rivolta verso le mascelle del Pa-
guro, quando egli è esteso fuori della
conchiglia. Questa disposizione per-
mette all'Attinia di beneficare di
qualche pezzetto d'alimento che sfug-
ge dalla bocca del suo socio. Quando
il Paguro è divenuto troppo grosso
per la sua conchiglia, e la cambia
con un'altra, l'Attinia lo segue, e
riprende la stessa posizione sulla
nuova conchiglia, e così fassociazione
continua per tutta la vita.
« Il vantaggio che l'Attinia ritrae
da questa disposizione è ovvio, poiché
essa può non solo procurarsi il suo
cibo nel modo di tutte le altre At-
tinie, ma anche ricevere una parte
di quello del Paguro. Il vantaggio
pel Paguro non è cosi facile a ve-
dersi, ma è probabile che l'Attinia,
essendo assai disgustosa per molti
pesci e per altri animali, agisca da
protettrice. Il fatto che i Paguri sono
estremamente timidi e si ritirano
nella loro conchiglia appena c'è il
minimo segno di pericolo, e che
molti pesci sono ghiotti di essi, prova
che essi hanno da temere di molti
nemici fra gli abitanti del mare. Ora
l'Attinia, coprendo la conchiglia, ne
nasconde la natura, ed essendo inol-
tre evitata dai pesci carnivori come
immangiabile e sgradevole, essa rende
un grande servizio al Paguro, in
cambio di quello che ne riceve ».
« Sulle nostre coste si può dragare
non raramente una Spugna di color
ros.so o aranciato, che circonda e
protegge un Paguro. Nascosta nella
sostanza della Spugna, si può sempre
trovare una piccola conchiglia che
sta al termine della cavità in cui vive
il Paguro.
« Questa associazione è, pel Cro-
staceo, più vantaggiosa che quella
coU'Attinia, evitando egli di dover
cambiare conchiglia, poiché il Paguro
e la Spugna crescono insieme. La
storia di questa associazione é pro-
babilmente la seguente : un piccolo
Paguro prende dimora in una piccola
conchiglia di Gasteropodo ; sopra di
questa si stabilisce una larva di spu-
gna, vi cresce e si espande, finché la
circonda tutta, eccettuata la cavità
da cui sporge fuori il Paguro. Quando
la spugna é cresciuta oltre il labbro
della conchiglia, lascia dall'esterno
fino all'apertura della conchiglia stes-
sa una cavità in cui vive il Crostaceo.
Così il Paguro man mano che cresce
é sempre provvisto di una cavità
maggiore in cui accomodare il suo
corpo, fornitagli dall'accrescimento
della Spugna, mentre la piccola con-
chiglia rimane abbandonata come
34-i
TRA LIBRI E RIVISTE
testimonio della storia passata della
coppia. Ma negli stadi posteriori del-
l'accrescimento entra in scena un
terzo associato : un piccolo verme
segmentato che vive nella cavità in-
sieme col Paguro. La funzione di
questa terza persona sembra abbia
carattere igienico. Il Paguro non
associato alla Spugna provvede alla
pulizia della sua dimora col cambiare
frequentemente di conchiglia. Quando
è associato alla Spugna vi provvede
tenendosi in casa il verme, che, ciban-
dosi dei suoi resti, fa la pulizia della
casa ».
Molti parassiti interni ed esterni
tormentano i pesci. Le pulci dei pesci,
ad esempio, sono piccoli crostacei
che s'attaccano alla pelle : altri s'in-
troducono nella bocca. La sacculina
trovasi spesso sotto la coda dei gran-
chi. Le branchie dei pesci sopratutto
prestano ai parassiti un gradevole
soggiorno. Ci sono poi i parassiti
interni, ed è da notare che nessuno
di essi può comunicarsi all'uomo, ad
eccezione di una specie di verme
solitario che infesta i salmoni e gli
storioni .semi-marini, che si sospetta
sia nocivo all'organismo umano.
Alessandro Dumas padre.
La Rcvue del i° luglio pubblica su
Alessandro Dumas padre due inte-
ressanti articoli: l'uno, di Georges
Dubosc, composto su documenti ine-
diti, parla degli antenati del grande
romanziere ; l'altro, di Gabriel Ferry,
tratteggia il periodo ultimo della vita
di lui, dal 1868 al 1870, anno della
sua morte.
Alessandro Dumas usava firmar tutti
gli atti uftìciali e civili a cui interve-
niva, col nome di Alessandro Dumas
Davy de la Paillelerie. Alcuni gli rim-
proveravano la cosa come una fantasia
nobiliare, ma di fatto egli discendeva
per figliazione autentica da un'antica
famiglia normanna, originaria del
paese di Caux, di cui si rintraccia
l'esistenza fino dal xv secolo. I Davy
de la Pailleterie furono gentiluomini,
possidenti, soldati, cortigiani. L'ul-
timo di essi, eccentrico oltre ogni dire,
Alessandro-Antonio, si stabili nel 1760
a San Domingo, ed ebbe da una
negra un figlio, Thomas- Alexandre;
nel 1780, la negra essendo morta, egli
tornò in Francia col figliolo, e a 73
anni sposò la propria cameriera ;
mori nel 1796.
Thomas-Ale.xandre, scontento del
matrimonio di suo padre, si era arruo-
lato come semplice militare, contro la
volontà paterna, assumendo il nome
della madre: Dumas. Egli divenne ge-
nerale, come si sa, e la sua fu un'eroica
carriera. A \'illers-Cotteret, nel 1792
si sposò ed ivi il 24 luglio 1802 nac-
que da lui quegli che è passato nella
storia col nome di Alessandro Dumas
padre.
X'ent'anni dopo, il 27 luglio 1822,
nasceva a Parigi e veniva dichiarato
come figlio naturale di Marie-Cathe-
rine Le Bay, sarta, Alessandro Du-
mas fils, che fu riconosciuto dinanzi
a notaio nel 1831. La giovane sarta
era divisa dal proprio marito, pare:
abitava una stanzuccia presso quella
di Dumas, nella piazza dell'Opera
Comique. Il loro idillio durò qualche
tempo, poi il successo dei primi
drammi fece cambiar genere di vita
al Dumas, e il bambino restò a ca-
rico della madre sino all'età di otto
anni: fu da lei che il futuro autore
di L'ami des femmcs ebbe le prime
lezioni ed ereditò quella serietà di
carattere, quell'abitudine all'ordine e
alla precisione, che lo distinsero sem-
pre dal padre. Quando il celebre ro-
manziere fu all'apogeo del trionfo,
ricercò il figliolo e lo fece educare:
per alcnni anni vissero insieme di
vita larga e facile, mentre la Le Bay
continuava a non voler accettar nulla
dal glorioso suo amante d'un tempo
All'epoca della rivoluzione del 1S48,
Dumas si trovò in cattive acque per la
TRA LIBRI E RIVISTE
343
prima volta, e allora il figliolo venne
di nuovo ospitato dalla sarta e inco-
raggiato da questa a cercar da se
stesso le risorse della vita. È noto
a tutti il successo della Dame aux
Cami/ias che assicurò da un giorno
all'altro al giovanissimo Dumas la
fama e la prosperità. Madame Le
Bay visse sempre di poi fra gli
agi mercè le cure di suo figlio: negli
ultimi tempi lii sua vita si riconciliò
perfino col vecchio Dumas, che tro-
vava sempre lo stesso, sempre idi en-
fant terrible.
I rapporti tra figlio e padre si man-
tennero piuttosto freddi: negli ultimi
anni sopratutto il vecchio era dive-
nuto timidissimo di fronte al figlio.
Colla coscienza di non averne seguiti
i savii consigli, per la sua incorreg-
gibile mania di larghezza, che gli
faceva dire ridendo : «• Quand ma
main tient quelque chose, elle le
tient bien, excepté l'argent. Ah! l'ar-
gent est si coulant qu'il passe tou-
jours à travers nos doigts! », non
osava che in casi estremi ricorrere
al suo aiuto fra le difficoltà pecunia-
rie che gli si accumulavano intorno.
La narrazione di queste strettezze
dell'antico castellano, di Monte Cristo
è veramente triste. Dal 1864, anno
in cui Dumas tornò da Napoli a Pa-
rigi dopo un'assenza di quattro anni,
i suoi affari si ostinarono a essergli
contrari. La sua fama era ancora al
colmo, e il suo ritorno fu assai fe-
ste :;giato dai bau levar dieìs; ma la
censura gli diede un colpo proibendo
la rappresentazione d" un dramma
tratto dai Mohicans de Paris : Dumas
ebbe un'idea di quelle che gli ispi-
rava la sua fantasiosa immaginazione;
scrisse a Napoleone III una lettera
che fu assai commentata e che oggi
è obliata; la Rcvuc la riproduce, e
noi ne diamo la traduzione:
« Sire,
« \'i erano nel 1830 e vi sono an-
cor oggi tre uomini alla testa della
letteratura francese. Questi tre uo-
mini sono Victor Hugo, Lamartine
ed io.
« Victor Hugo è proscritto. La-
martine è rovinato. Non mi si può
esiliare come Hugo, giacché nulla
nei miei scritti, nella mia vita o nelle
mie parole ne darebbe motivo. Ma
si può rovinarmi come Lamartine ; e
difatti, mi si rovina. Io non so quale
malevolenza animi la censura contro
di me. Io ho scritto e pubblicato
mille duecento volumi. Non tocca a
me apprezzarli dal punto di vista let-
terario. Tradotti in ogni lingua, essi
sono andati tanto lontano quanto il
vapore ha potuto portarli. Quantun-
que io sia dei tre il meno degno,
essi iu'han fatto nelle cinque parti
del mondo il più popolare dei tre,
forse perchè l'uno è un pensatore,
l'altro un sognatore, e io non sono
che un volgarizzatore. Di quei mille
duecento volumi non ve n'è uno che
non si po.ssa lasciare in mano ad un
operaio del sobborgo Saint-Antoine,
il più repubblicano, o a una fanciulla
del sobborgo Saint-Germain. il più
puiiico dei nostri sobborghi.
« Ebbene, Sire, agli occhi della
censura io sono l'uomo più immo-
rale che esista. La Censura ha suc-
cessivamente colpito da dodici anni
in qua:
« Isaac Laguedem, venduto per ot-
tanta mila franchi al Constitutioiinel.
« La tour de Nesle, dopo ottocento
rappresentazioni ; il veto ha durato
sette anni.
« Antony, dopo trecentocinquanta
rappresentazioni ; il veto ha durato
.sei anni.
« La Jeunessc de Louis XIV. che
non fu mai rappresentato che all'e-
stero e che stava per darsi al Tea-
tro Francese.
« La Jeunesse de I^ouis XV, ri-
cevuta allo stesso teatro.
« Oggi la censura arresta i Mohi-
cans de Paris che stavano per esser
rappresentati sabato prossimo. Essa
colpirà probabilmente anche, sotto
pretesti più o meno speciosi, Olympe
de Clèves e Balsamo, che sto scriven-
do. Io non mi lamento per i Mohicans
più che per gli altri drammi, soltanto
faccio osservare a Vostra Maestà che
durante i sei anni della Restaurazione
di Carlo X, durante i diciotto anni
del regno di Luigi Filippo, io non
ho mai avuto un lavoro né sospeso
né arrestato, e aggiungo, sempre per
Vostra Maestà sola, che mi pare in-
giusto di far perdere più d'un mezzo
milione ad un autore drammatico,
mentre si incoraggia e si sostiene
344
TRA LIBRI E RIVISTE
tanta gente che non merita questo
nome.
« Io me ne appello dunque, per
la prima e probabilmente per l'ulti-
ma volta, al principe, di cui ebbi l'o-
nore di stringer la mano a Treuen-
berg, a Ham, ed all' Eliseo, e che,
avendomi trovato quale proselite de-
voto sulla strada dell'esilio, e su
quella della prigione, non mi ha mai
trovato come sollecitatore dell'Im-
pero.
'. Parigi, IO agosto 1864.
« Aless.\xdro Dlji.\s ».
In seguito a questa lettera la cen-
sura disserrò le sue zanne. La produ-
zione del vecchio titano continuò ab-
bondante fino al 1869, epoca in cui
la malattia lo atterrò. La sua facoltà
d'immaginazione lussureggiante era
diminuita, ma egli conservava tutta la
piacevolezza del novellatore, il dia-
logo spiritoso, l'interesse delle situa-
zioni. Nel 1S65 parti per Francoforte
onde osservare da presso la campagna
della Prussia contro l'Austria. Tornò
a Parigi con una quantità di docu-
menti interessantissimi , inediti , e
scrisse La Terreur Prussienne, ro-
manzo di storia contemporanea, nel
quale si sente l'inquietudine del pa-
triota sotto lo scrittore impressionato
dalle conseguenze del trionfo della
Prussia. Dumas si elevò qui in certi
momenti ad una grande altezza di
pensiero. Ecco come egli definiva il
compito della Francia nel mondo :
« Sur la route du progrès la France
est le symbolique conducteur de la
raison humaine ; elle est la colonne
de fumèe, le joir, la colonne de leu,
la nuit. Sa politique peut se résu-
mer en deux sentences : Ne jamais
marcher assez lentement pour arrèter
l'Europe. Ne jamais marcher assez
vite pour empècher le monde de la
suivre ».
Nell'estate del 186S, dopo un giro
abbastanza fortunato di conferenze a
Le Hàvre, Caen, Dieppe, Rouen, intra-
prese l'ultimo suo romanzo storico :
/ Bianchi e gli Azzurri: ma l'in-
verno sopravvenuto, un cambiamento
brusco e allarmante si manifestò nella
costituzione fin allora tanto robusta
di Dumas. All'attività incessante, alla
vitalità elettrica che lo aveva sempre
animato, succedette un torpore de-
primente: spesso durante il giorno il
maestro s'assopiva all'improvviso; il
suo passo divenne pesante, l'addome
si ingrossò tanto da far supporre un
principio d'idropisia. Era la reazione
di cinquanta anni di dispendio d'una
energia fenomenale. Tuttavia, nell'e-
state del 1869, su una piccola spiaggia
di Bretagna, egli parve riaversi, e in
settembre a Parigi volle riprendere il
lavoro. AhimèI Egli non si ritrovava
pili: quandononpotè piùfarsiillusione,
il grande lavoratore, che Michelet
diceva essere stato « una delle forze
della natura » , pianse... Egli s'in-
quietava pensando alla posterità :
— Mi sembra - disse un giorno al
figlio - di esser sulla cima d'un monu-
mento che trema come se le fonda-
menta fossero tra la sabbia.
— Sta tranquillo, - gli rispose il
figlio - il monumento è ben costrutto
e la base ne è solida.
I guadagni essendosi arrestati , Du-
mas passò tutto l'inverno 1869-1870
nella maggior ristrettezza, con acconti
degli editori, dei presdti, e gli aiuti
di suo figlio, a cui, abbiam detto,
non ricorreva che quando v'era for-
zato. Mandò al Monte di Pietà alcuni
oggetti di valore, resti della passata
opulenza. E ancora dei parassiti e dei
bisognosi gli strappavano a volte il
poco ch'egli si procurava così triste-
mente.
La guerra scoppiata tra la Francia
e la Prussia, l'imminente assedio di
Parit;i spinsero nel settembre Dumas
figlio ad allontanare il padre un'ul-
tima volta dalla città : lo istallò nella
sua proprietà di Puys presso Dieppe.
E là, in una camera prospiciente il
mare, il romanziere si estinse, dopo
tre mesi di placida, quasi incosciente
agonia, ignorando le sventure che
colpivano il suo paese, vivendo nel
passato i rari istanti di lucidità. Egli
fu sepolto a Neuville, villaggetto
presso Puys. Soltanto nel 1S72 il fi-
glio potè farne esumare la salma, e
trasportarla a X'illers-Cotterets, nel
mausoleo di famiglia.
Tolstoi e Gorki.
Molto si discute in Europa sui rap-
porti ideali tra i due scrittori russi.
La recente lettera della contessa
TRA LIBIU E RIVISTE
Tolstoi farebbe credere
che possa esistere tra essi
qualche discrepanza.
Certo tra l'efficacia rap-
presentativa di un am-
biente particolare che è
la caratteristica di Mas-
simo Gorki e la potenza
di pensiero del vecchio
gigante, fra la visione
aspra delle miserie sociali
e i grandiosi quadri sto-
rici e filosofici, fra /bassi
Joiidi e Guerra e Pace
qualche tratto ci corre.
Ma il Gorki è giovane e
attivissimo. Forse attin-
gerà l'equilibrio d'arte
che molti per pregiudizio
non credono possibile
nella letteratura russa,
dimenticando evidente-
mente lo squisito Turghe-
niev e il classico Pushkin.
Intanto, quasi a rendere
materiale il confronto fra
i due più Lelebri scrittori
russi moderni, eccone le
fotografie, prese insieme,
che togliamo dall'ultimo
numero del Critic di
New-York.
ToL.STOl e Ct(jkk1.
« Le petit sou ».
Un'associazione universitaria ita-
liana alcuni anni fa. essendo riuscita,
per mezzo di uno spettacolo allestito
dai soci, a raggranellare un rispetta-
bile gruzzoletto, ebbe la buona idea
di assegnarlo come borsa di studio
per qualche povero diavolo, e il pre-
mio fu chiamato Scholasticon. Simili
atti generosi potrebbero essere più
frequenti e si può dire che quasi ogni
anno un'Associazione studentesca do-
tata di fantasia potrebbe ideare qual-
che buon progetto per levare grazio-
samente dalle tasche del pubblico,
ch'è formato poi di tanti buoni parenti,
amici, conoscenti, il suUodato gruz-
zoletto.
Incoraggiare gli studenti poveri in
tal modo è favorire il processo per
cui si fabbricano gli spostati. È vero
ciò? Non credo. D'altronde, quando
abbiamo innanzidei professionisti inu-
tili e ingombranti, è difficile discer-
nere se essi vengano dal popolo o
dalla borghesia. Comunque, tra cento
spostati, date mezzo ad un Galileo
Ferraris, ad un uomo superiormente
utile, di manifestarsi, ecco il com-
penso.
Ma ci son mille modi di aiuto re-
ciproco fra studenti, e i più pratici
sono i più ov/ii, i più umili. Ne pre-
sento qui uno: h Le petit sou, il soldino.
Il Petit sou è una interessante isti-
tuzione del liceo Louis-le-Grand - uno
dei più celebri di Parigi -al'a quale
ciascun allievo contribuisce. Ogni set-
timana lo scolaro preleva cinque cente-
simi dalla sua tasca e li versa per la co-
stituzione d'una borsa a profitto d'uno
scolaro povero. Cinque centesimi, non
più, giacché bisogna tener conto delle
suscettibilità di coloro che, non po-
tendo dardi più, si sentirebbero umi-
liati dai doni dei fortunati. Quegli che
approfitta della borsa è sconosciuto a
:u«
TRA LIBRI E RIVISTE
tutti ; anche dall'amministrazione del
Collegio. Solo i membri della Com-
missione incaricata di designare il ti-
tolare sono iniziati al segreto. Il prezzo
della pensione vien trasmesso, dal se-
gretario dell'Associazione degli an-
ziani, al padre del fanciullo, il quale
lo paga all'economo del Collegio. Il
ragazzo non sa quindi nulla, giacché
è convenuto che la famiglia serberà
il segreto con lui. L'ignoto beneficato
del Petit soti passa così i suoi anni
di liceo senza alcuna soggezione, ed
egli versa a sua volta, come i suoi
camerati, il soldino che servirà ad
aumentare il peculio che deve pagare
la sua pensione. Il procedimento è
commovente e può essere agevol-
mente imitato.
Si perviene in tal modo a conser-
var il segreto ? Comunque, è neces-
sario che esso si mantenga soltanto
fra i benefattori e il beneficato (bene-
fattori d'un soldo, non c'è da esserne
troppo alteri e non ci vuol troppa
generosità per dimenticarlo) affinchè
non sia causa di soggezione o di umi-
liazione. Il sistema è buono.
« Cceurs privilégiés ».
Sotto il titolo « Coeurs privilégiés »
Abel Hermant ha raccolto alcune no-
velle, di cui l'ultima e la più lunga,
Eddy e Paddy, era già stata tempo
fa pubblicata in un volumetto con
fini illustrazioni, presso lo stesso edi-
tore Ollendorfif.
Eddy e Paddy è con La peniiis-
sion ciò che v'ha di più notevole'
in questo nuovo libro. I due rac-
conti sono due cose squisite, lonta-
nissime l'una dall'altra per il soggetto,
eppur aflìni per l'osservazione psico-
logica, per .semplicità ed esattezza di
metodo ; affini per il dono di « fixer
l'insaisissable», come direbbe l'autore
stesso, di portare nella descrizione di
creature ingenue e profonde, o di
paesaggi brumosi, una esuberanza
composta, un sobrio fervore ; affini,
anche, per il pensiero dominante,
ch'è quello della superior bellezza
della morte, in certi casi, di fronte alla
vita, a.\Verreìi>- de la vie acceptèe.
La pcrmission narra in poche pa-
gine l'odi.ssea di un soldatino bretone
che of.iene tre giorni di permésso per
andar al suo villaggio, dopo un' as-
senza di due anni. Egli deve star in
treno un giorno e una notte e non
gli rimarranno che dieci ore per fer-
marsi a casa. Il viaggio per lui è una
cosa atroce, egli soffre di vertigine,
non può muoversi, neppure sforzarsi a
mangiare o a pensare: quand' è per
arrivare « l'aube était grise, embru-
mée comma de fumèe, souillée comme
de charbon. Ivon eut quelque percep-
tion de la campagne qu'il traversait.
Peut-étre la reconnut-il. Mais après
la récapitulation inévitable du voyage
antécédent, des distances et des heu-
res enregistrées, il resta écrasé par
l'énormité de ses calculs. Il lui, fut
irréfutablement démontré que jamais
il ne pourrait refaire à rebours tout
cela. Ce ne fut point la tristesse de
l'exil, mais celle du lointain avec la
notion de l'irréparable ».
Alla stazione lo attende la sua
amante, la giovane che con lui era
stata tratta irresistibilmente a com-
mettere ii «peccato» quando entrambi
non avevan più di diciotto anni, cosi,
perchè l'uno non poteva sopportar la
pena dell'altro, attendendo l'età del
matrimonio. È con lei la piccola
Marijob, la figliuoletta del loro amore.
Si dirigono verso la casa dei genitori,
i quali han provveduto alla ragazza
e alla bimba durante l'assenza del
soldato. Nel!a coscienza di questo
si succedono violenti stati di stupore,
di gioia, di angoscia. Al pranzo che si
fa in suo onore, egli è trascinato a
contar cose straordinarie sulla vita di
di guarnigione, rende attoniti i suoi
buoni compaesani, poi, bruscamente,
pianta tutti i convenuti, esce colla
sua donna e Marijob, in un desiderio
di solitudine, di comunione colla terra
madre, di abbandono voluttuoso in
grembo alla campagna. Si siedono
tutti e tre in una pianura, sotto il
sole : mentre la bimba gioca, essi
gustano un'ora di felicità completa,
obliosi del tempo e del destino. Al-
l'appressarsi del tramonto, si riaffac-
cia la realtà. Al giovane bretone si
presentano immagini del reggimento,
penose, e con quelle la sensazione del
viaggio tremendo. Jeanne-Marie lo
osserva, indovina.
S'incamminano.
In vista della stazione, egli sente ò\
nuovo V iiiìpossibi/ità di riprender la
TRA LIBRI E RIVISTE
347
Strada dell'esilio, e « ce fut un allé-
gement, une fraicheur, une sécurité
iniìnie... » Quando s'ode un lontano
squillo, i due. in luogo di muo-
vere verso la stazione, vanno in senso
opposto, sopra la strada ferrata, con
in mezzo la bimba, tenendosi per
mano. La bimba, stanca, si pone a
piangere, Ivon e la madre la levano
in alto, ed ella getta dei gridi di gioia:
« Et c'est ainsi que tous les trois, en
se tenant par la main. en bondissant
avec la gràce des enfants qui jouent,
ils s'en allèrent gaiment vers la
mort ».
Non è possibile farsi un'idea di
ciò che è questa piccola novella, sen-
tendone il soggetto: l'anima del con-
tadino bretone, « dogmatique et en-
tèté », vi si rivela con tratti incisivi,
in una talearmoniacoU'anima del pae-
saggio, che lo svolgimento psicolo-
gico è quasi prevenuto dal lettore,
e questi ha il senso di seguire l'am-
mirabile esecuzione d'un dramma da
lui stesso ideato.
In Eddy e Paddy non v'è rapi-
dità e unità di tempo: sfilano lunghi
anni nel corso del racconto, e paiono
assai di più, poiché al principio i due
eroi son fanciulli e alla fine persone
adulte. Ma anche qui parallela al-
l'analisi dei cuori procede la nota-
zione della natura, delle stagioni e
dei luoghi che suscitano o accompa-
gnano i moti di quelli. Le ripetizioni,
le minuzie non affaticano, e anche
artisticamente non nuociono; si sente
che l'autore le ha volute, ha sti-
mato che tale dovesse essere la dose.
E una sorta di ebrezza continua si
sprigiona dalle pagine che vogliono
esprimere la prodigiosa fioritura di
ciò che l'uomo e la donna portano
in germe dalla nascita, l'amore: l'a-
more puro e appassionato di due ado-
lescenti.
Eddy abita colla mamma vedova
nell'isola di Jersey. Un giorno un
piccolo yacht arriva nel porto, ed
Eddy, ch'era casualmente sulla riva,
ne vede scendere, con un signore e
una signora, un fanciullo, della sua
età, bello come lei; i loro sguardi
s'incontrano, essi si scambiano un
sorriso radioso. Poco dopo i tre stra-
nieri giungono in casa d'Eddy: il
padre del giovane Paddy propone
alla vedova di tenere in pensione il
fanciullo per tutta l'epoca in cui egli
compirà i suoi studi: vedovo lui pure,
l'americano proprietario A&X yacht ha
pensato che la vita nomade a cui egli
è costretto pei suoi grandi affari non
può convenire per quel tempo a suo
figlio: e giudica che in casa della
signora Glategny, Paddy si troverà
egregiamente in compagnia della sua
governante, Mme Collins. La cosa
è conclusa all'americana, in due e
due quattro. Tosto fra le due donne e i
due ragazzi la simpatia si sviluppa,
si pongono le basi della nuova vita.
Alla scuola, al mare, durante lunghe
esplorazioni a traverso l'isola, Eddy
e Paddy sono sempre insieme. Spesso
soli, all'inglese. La loro tenerezza si
avviva giorno per giorno, i due spi-
riti si compenetrano, e in memora-
bili occasioni toccano il vertice della
gioia concessa a chi si china a con-
templare con occhio vergine il mi-
stero dell'universo.
Godono. Soffrono. Tremano. Can-
tano. E si trasformano, crescono, e
i loro baci, pur restando deliziosa-
mente casti, cambiano di sapore anno
per anno. Questa vita sensuale dei
fanciulli, cos'i segreta, è dipinta con
delicatezza infinita: sembra di respi-
rare veramente un bocciuolo di rosa
che si dischiude sotto il sole. L'isola
protegge l'amore radioso e insieme
melanconico: i due ragazzi sanno che
un giorno tutto finirà, e mentre Eddy
sospira: « Ah, mourir ensemble! »
Padd>- afferma : « C'est la vie ! »
E la separazione definitiva si av-
vera. Eddy sposerà un bravo cugino
che l'ha amata con rassegnazione e
tenacia dall'infanzia, Paddy combat-
terà, laggiù, per vivere, poiché il
padre vuole ch'egli, ormai uomo, si
faccia da sé la sua strada. Si rive-
dranno dopo anni, per un giorno, e
rivivranno le ore lontane, magiche,
come due morti che si erano destati
per un momento...
Nemi.
NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI
T A L I A.
Il 12 luarlio si è aperta la mostra dei saggi per la seconda gara del pen-
sionato di pittura e di architet ura.
— Importanti sono gli scavi e gli studi che sta eseguendo a San Marzano
sul Sarno il prof. Dall'Osso, ispettore del Museo ^Nazionale di Ifapoli. In seguito
alla scoperta fatta nel settembre scorso di una necropoli che sembra risalire
al VII secolo a. C. egli si diede a ricercare l'ubicazione dell'antico abitato, e
dopo parecchi saggi riusci a trovarlo. Esso consìste in un grosso villaggio a
capanne collocato sopra un'estesa palafitta di forma rettangolare, coi lati lunghi
nella direzione nord-est sud-est. Infine l'opera del prof Dall'Osso fu coronata da
un altro importante successo. Presso l'antica chiesa di San Marzano egli pose in
luce i resti di una villa romana munita di terme private. Di mezzo alle macerie
si sono dissotterrati bellissimi mosaici, pezzi di marmi, tratti di mura rivestite
di intonachi dipinti, con motivi ornamentali che caratterizzano il penultimo stile
delle pitture parietarie pompeiane.
— Tra breve saranno ripetute alle stazioni radiotelegrafiche di Montemario
e di Porto d'Anzio le esperienze già fatte a Spezia del nuovo sistema di tele-
grafia senza fili ideato dal prof. Alessandro Artom del Museo Industriale di
Torino. Il vantaggio di i|uesto sistema su quello di Marconi consiste nella for-
mazione delle onde elettriche in una data direzione, anziché in tutte le direzioni,
il che impedisce o per lo meno rende assai più difficile l'intercettare i telegrammi.
— Isidoro Del Lungo pronunziei-à il discorso commemorativo di Vittorio
Alfieri nel Salone dei Cinquecento a Palazzo Vecchio.
— Il 2 luglio è stata collocata a Sanza la prima pietra del monumento a
Carlo Pisacane.
— Una lapide in memoria del senatore Cesare Parenzo è stata collocata a
Rovigo il -2 luglio
— 'Nei palazzo Pesaro, a Venezia, è stato inaugurato un busto del gene-
rale La Masa.
— iVel l'atrio dell'Università di Napoli è stato collocato un busto dell'illustre
clinico Salvatore Tommasi. Il discorso commemorativo fu letto dal prof. Bianchi.
— Vn nidnumento al senatore Carlo Buttini è stato inaugurato a Saluzzo
il 12 luglio, l'arli) l'on. Marsengo Bastia.
X
In una casa a Rieti, scavandosi nelle fondann'uta di una casa del sig. Ugo
Perruti, sono state scoperte due navate con absidi e con arcate sostenute da
tozze colonne con capitelli ionici. Il prof. Fabio Gori ha giudicato ohe sia la
Basilica di San Pietro, erotta nel secolo Vili, come rilevasi da documenti farfensi.
— Il Mondo Artistico annunzia che Renato Fucini ha composto un libretto
intitolato Stella, e lo ha già consegnato al maestro Mascagni.
— Il prof. Giuseppe Gori ha tenuto a San Marino, nel salone del Collegio
governativo, una conferenza su Giovanni Pascoli.
La fiamma fredda. Romanzo di SILVIO BENCO. Fratelli Treves editori. —
Wella scarsa fioritura romantica di questa primavera c'è tuttavia da segnalare
qualche lavoro forte ed originale: tale è questo nuovissimo romanzo del gio-
vane pubblicista triestino. Il Beneo fa un' entrata brillante nel campo del ro-
manzo: il suo libro sarà discusso, qualche intemperanza sarà condannata, qua
o là lo stile potrà parere pletorico, si dirà che l'azione è eccessivamente audace
in qualche scena: però questo volume è una affermazione di un artista vero e
coscienzioso Ed il o-,v,.„ • . , •J*'^
FRANCIA.
"ucieta antialeooliste francesi (-fbucuira la federazione di tutte le
, , — L/ ultimo libro di Budvard IZì^ì-
pubblicate da Masson & Cie è u cito * f' ''^' naturalista e dell'archeologo
di Joseph Révil e J. Corcéli; (fr T.^/' ""'"""^ ^^ '^"'"'"^ ^^ ^/■v-X* Sf.
f. T Una nuova edizi,,,,,- ,],.ile oDerl rt; v , ^'°''' Trmarna (ft-. 3.30|
i^l ci/""* '^'""^ Saint-konClS p'rti T'f , ' '^ ™-o P-so redi-
remore del wrrente anno. ^ t-"uence tutti i hbri usciti fino al 30 set-
9.„ -.1^'» lib'-e>ia Plon ha messo n ve/rtf/ """/"v/r ,/„ Co//rfo,-^ dV {f
_ pf°!? J^'-* %"'-ato al Saion di q„est'a„°,o '"«taglione disegnato da
Arts L-T^f i ", ''^i.,?^^^ ^''^ stato segre^anV) del] ^ ', ":?"'!"-mente al Salon
H. D,„„.„„„ p,„ ,...„„, 1.1... nr"G,"p^:yfri,-£r ■■•"«"-■-.'»
350 NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI
— Gli aciiuisti fatti quest'anno dalla cittfi di Parigi ai due Saloni sono
stati: Muri band dv C/iansson, di Silbert; Bai Blaiic. di Avy: Pr ère dii Soir, di
iicllin: Etang. di Buffet: An Paijs da Cìiahiiìion. di Cari Rossa: A la Xu/t tom-
bantf. di ("aclioud: La Goatte de Lait, di Geoffioy; Barqaes Echoiiécs. di Ra-
vanne: Baii/nt'ìises. di Lesirand: La Soiiivc. di Dumoulin: Falnises ii Dirppe, di
Gabriel: Ma Patroiiiii'. di llawkins: Jrnni' Fimme, di Mme. Le Roy il'Ktiolles.
Questo quanto ai quadri: delle seulturo furono acquistate: Episodi' dii Sidge de
Paris, di Lefeuvre: Feailles d'Automìie, di Colle: Enfant an Masque, di Gham-
pigny: Un Rapi, di Suchetet; Sonpières et Candélabres, di Baffìer. Dei disegni
furono scelti: Enfant de la Dune, di Carrier-Belleuse: Le Carré four Drouot e
Le Bonleiard des Italiens, di Houbron: Tricotenses, di Legout-Gérard
— Un altro ili'arama sull'inesauribile argomento di Napoleone sarà messo
tra breve in scena a Parigi. Esso è di Jean Richepin, e porta per titolo Made-
moiselle Napoléon. Vi sono più di quaranta personaggi.
RE/!
Situation économique et flnancière de 1' Italie, par EDMOXD THÉRY.
A. Charles. Pr. 3.50. — M. Théry, direttore daW Economiste enropt'en, ha scritto
questo volume che fa parte di una serie di opero di indolo economica e finan-
ziaria messi in vendita dall'editore Charles. L'autore tratta in questo libro i
seguenti temi: Storia contemporanea: Popolazione: Emigrazione; La fortuna
privata in Italia ; Il commercio esteriore dell' Italia ; Navigazione e marina
mercantile; Le vie di comunicazione; Le finanze pubbliche: Il debito pubblico;
Agricoltura e industria: La questione del cambio in Italia.
Le Livre d'or de Renan. Maison d' Editions A. JOININ & CiE. Fr. 5. —
Pel 20 luglio è annunziato questo bel volume in-quarto di oltre 200 pagine,
con 40 incisioni e pifi di 150 facsimile di autografi. Esso contiene la biografia
di Renan, alcuni pensioi'i tolti dalla sua opera, una raccolta iconografica ed
una aut(iij;rafica di tutte lo lettere di uomini illustri del mondo intero che hanno
aderito al Comitato di patronato del monumento di Renan a Tréguier, e infine
un'apiiendice in cui si trovano riprodotti i discorsi pronunziati sulla tomba del
grande pensatore, e il primo scritto di lui che passò alle stampe.
Le Niger voie ouverte à notre Empire Africain. par le capitaine LENFANT.
Hachette. Fr.l2. — L'arditezza del progetto, le peripezie straordinarie di una navi-
gazione nel gran fiume africano, e l'importanza dei risultati, tutto si unisce
in questo libro per eccitare la curiositii e l'ammirazione del lettore. Noi se-
gniamo giornalmente i prodigi di sangue freddo e di energia compiuti dall'in-
trepido esploratore, per giungere alla soluzione del difficile problema propostosi,
di risalire cioè il Niger dalla foce, vedendo quanto fosse possibile utilizzarlo
come la via piti corta di approvvigionamento dei posti francesi nel Sudan, e ciò
malgrado gli stabilimenti inglesi, i sentimenti piìi o meno ostili dei rivieraschi
indigeni, malgrado gli ostacoli frapposti dal fiume stesso, le sue rapide, i suoi
coccodrilli, le sue roccie e le sue cascate. Centotredici illustrazioni ed una carta
tirata fuori testo rendono ancora più interessante questo libro del capitano
Lenfant.
Recenti pubblicazioni :
Clandiuf Lamonr. Roman par Camille Lemonnibr. — Gllendorff. Fr. 3.50.
Le Chiiiiin dii ffoi. Roman par Charles Recolin. — Fontemoing. Fr. 3.50.
Lrs Siippliaiits. Roman par Hexri Barbu.sse. — Fasquelle. Fr. 3.50.
L' Enji'u dn Boiilieiir. Roman par Pontsevrez. — Albin Michel. Fr 3.5U.
L' linitation de In Mort. Roman par Rachilde. — Mercure de Franco. Fr. 3.50.
La Gite fatare. Poènies par Eigène Hollande — Fr. 3.50.
Musiqnes de Russie et Musiciens de France, par Alfred Butneau. — Fas-
quelle. Fr. 3..50.
Le droit à l'Amour ponr la Femme. Etude psychologique féminin par Mi-
chel Bourc.as. — Vigot Frères Fr. 3.50.
La traile des Blanchcs, par Paul Appleton. — Arthur Rousseau. Fr. 6.
Joachim Pecci (1H10-1H18). par Henri des Houx. — Gllendorff. Fr. 7.50.
Les ('hemins de fer en Tnrqnie d'Asie. Pro.jet d'un ri^seau compiei, par l'In-
génieur Wilhelm von Pressbl. — A. Charles. Pr. 7.50.
Athéisme. Mémoires d'un médecin de marine, par Emile Arizzi. — Lemerre.
Fr. 10.
La Matnalité - Les principes - Les bases principales, par F. Lépine. — Ar-
mand Colin. Fr. 3..50.
NOTIZIE. LIBKI E RECENTI PUBBLICAZIONI 35)
ìnqhilterra e stati uniti.
T-i Athenaenm del 4 luglio contiene una serie di articoli che danno un'idea
riassuntiva della produzione letteraria nelle varie nazioni europee durante Tanno
decorso dal luglio 19)2 ad oggi. Gli articoli sono i seguenti: Belgio, di Paul
Fredericq: Boemia, di Y. Tille; Duiiimarca. di Alfred Ipsen: Francia, ili Jules
Pravieux; Germania, di Ernst Heilborn: Olandu. di H. S. M. vaa Wickevoort
Crommelin ; l'ugheriu. di Leopold Katscher : Italia, di Guido Biagi : Polonia, di
Adam Beleikowski: Russia, di Valerli Briusof: Spagna, di Rafael Altamira.
— Mr. Edgar Wall publilica presso l'editore Edward Stanford. The Brifish
Empire Year Boa/.- for 190.3. un volume di consultazione statistica, che possiede
un ottimo indice, e dà una lista dei membri dei parlamenti coloniali, che diffi-
cilmente si trova altrove.
— Il recente libro di Gabriel Hanotaux è stato pubblicato in Inghilterra,
presso l'editore Archibald & Co., tradotto col titolo Contemporarii France da
J. C. Tarver.
— Tra i libri che vedranno tra breve la luce presso Archibald Constable,
vi è Man and Saper-Man di George Bernard Shaw ((is.)
— Gli editori Constable & Co. stanno preparando per la pubblicazione imme-
diata un lavoro di Sidney Lee, Tìie Allegcd Vandalism ai Stratford on Avon. Vi
saranno fotografie rappresentanti la casa di Shakespeare prima e dopo i restauri,
e di tutti gli altri edifici intorno ai quali si è maggiormente sollevata la discus-
sione.
— Tra breve vedrà la luce presso Hutchinson & Co. Benjamin Disraeli -
An Unconventional Biograpliy, di Wilfrid Meynell. L'opera sarà profusamente illu-
strata, e conterrà molte reminiscenze ed aneddoti dati da amici personali di
Beaconsfield.
— In vista della larga richiesta del libro del prof. Hale, Shakespeare - Kotes
and Fssags. che da più anni è esaurito, se ne sta preparando una seconda edi-
zione che conterrà alcuni cambiamenti e molte importanti aggiunte.
— Nell'autunno venturo uscirà presso Fisher Unwin un nuovo romanzo di
Mrs. Amelia E. Barr, The Black Shilling, che si riannoda ad uno dei più impor-
tanti periodi della storia americana.
— Mr. S. E. AVimbolt, in seguito all'esperienza conseguita con parecchi
anni di insegnamento, ha scritto un volume sull'evoluzione dell'esametro latino.
Il libro non è ancora in vendita, ma lo sarà tra breve presso Methuen & Co.,
sotto il titolo: Latin Hexameter: an Aid to Composition.
— La biblioteca della British and Poreign Bible Society contiene una ma-
gnifica collezione di edizioni stampate delle Sacre Scritture, in più di quattrocento
lingue e dialetti. Il catalogo storico di questa biblioteca, intorno al quale sta
lavorando il Rev. T. H. Darlow. insieme con Mr. Horaee P. Moule. da circa
quattro anni, è ormai pronto per la stampa. Il primo volume, che comprende la
parte inglese, sarà pubblicato nel pi'incipio dell'autunno, e il seguente, che com-
prenderà le versioni straniere, vedrà la luce nell'anno venturo.
— Quanti si occupano di questiimi finanziarie e bancarie, apprenderanno
con interesse che Mr. Frederick Huth Jackson, uno dei direttori della Banca
d'Inghilterra, ha stampato uno studio intitolato To irhal E.xtcìit has the Position
of the Bank of Eiigland changed in recent gears in comparison irith similar
Institations .ibroad and London Clearing Bankers? In esso sono esaminate le
somiglianze e le differenze tra la Banca d'Inghilterra e quelle di Francia e di
Germania.
— Il premio di 250 sterline stabilito da Mr. e Mrs. Charles Manners per
la migliore opera scritta da un compositore straniero, è stato aggiudicato ad un
concorrente di cui il nome non è ancora divulgato, autore dell'opera Philaenis.
Giudici furono i maestri Lohse e Mancinelli.
— Il dramma di Sudermann, Es lebe das Leben, è stato tradotto da Edith
Wharton e messo in vendita in volume da Duckworth & Co. Esso ha per titolo
The Joìj of Living (4s. 6d.).
— Nella serie di « Tempie Biographies » dell'editore Den't, dopo il volume
su Mazzini che è uscito di recente, vedrà la luce uno su G. F. Watts, scritto da
Hugh Macmillan (4s. 6d.)
— Il generale Booth ha deciso di fondare a Notv York- un teatro della Sal-
vation Armij. Vi si rappresenterebbero commedie, drammi e tragedie di indole
morale.
352 NOTIZIE, I.IBIU E KECEXTI PaBBLICAZlONI
The Spy Company. A novel by ARCHIBALD C. GUNTEH. Ward Lock
& Co. (is. — Abbiiinio qui un raceonto che si svolge nel periodo o sul teatro
della guerra messicana per l'iiunessione del Toxiis e di altri grandi domini che
sono ora parto tanto inii)iiitaM(i' degli Stati Uniti. Il libro è pieno di scene
teirilicanti, di ranclierox missieaui. di banditi, di guerriglieri di ogni specie,
bianchi, rossi e gialli. Vi è anche, naturalmente, una storia d'amore e un ga-
lante guerriero americano cho giunge a conquistare l'eroina attraverso i peri-
coli più svariati.
Recenti pubblicazioni :
Barbara Laild. A novel by Charles G. D. Roiìerts. — Archibald Con-
stable & Co. (is.
Anne ( armel. A novel by Gwendolen Overton. — Macmillan & Co. 69.
The Wisard's Aniit A novel by Janbt Laing. - J. M. Dent & Co. és. (id.
The Flame and the Flood. A novol by Ro.s.amond Langbkidge. — Fisher
Unwin. (is.
A Woman's Wanderings durian t^ic Aiiglii-lloir War. by Mrs. General Db
LA Rey. — Fisher Unwin. .Ss. Od.
Saiid bnried Ciiies of Khatan. Hiing a record of a thrilling Journey through
Chinese Turkestan, by I\l. Avrbl Stein. — Fisher Unwin. 21s.
Selected iSpcrclies of S'ir Williniii Molesuorth on questiona relating to Colonial
Policìj. Edited with an introduction by HuGii E. Egerton. — Murray. 158.
Beneficient Suints. by Marshall Saunders. — Bell cV Sons. 69
Human Immortaliti), by William James, Professor of Philosophy at Har-
vard University. — Archibald ò-; Constable. 2s. 6d.
E.xperimental Psij citologi], by George Malcolm Stratton. — Macmillan.
Ss. 6d.
Money and Banking. An introduction to the Study of Modem Currencies
by William A. Scott. -- Bell & Sons. Ids. 6d.
Hoiv to become a Commercial Tracellcr. by Edward B. Grieve. — Fisher
Unwin. 1 s.
VARIE.
A Dresda è morto il noto giornalista e filosofo .Julius Duboc, all'età di set-
tantaquattro anni. Era nato ad Amburgo, ed aveva studiato storia e filosofìa a
Giessen e a Lipsia, e poi a Berlino, dove dal 1S()4 al 1S70 molto scrisse nei
giornali liberali, specialmente nella National Zcitnng. Fra le più importanti delle
sue opere filosofiche ricorderemo: Die F.si/chohgie der Liebe (187-1); Das Leben
oline Gott (1875); Der Optimi.wtus als Weltanschanang (1881); Die Tragik vom
Standpnnkt des Optimismns (1883); .Jenseils coni ÌViii./irlien (189(j). Duboc fu anche
tra i primi cho scrissero del problema del fciiiniinisino e raccolse quegli studi
sotto il titolo: FìinfrJi!/ .lil/n- Fniai iifnii/c in Viafsch/aitd
— Una interess.iiil.' .■■,]i.isiziiiiii' ■■ sIìiIìi a|iiTla a ll'Aja, per illustrare l'opei'a
dei migliori ritrattisti (ilaiuicsi ilrl sci-olu ili'i-iuiosi'tt.imo. L'esposizione, ordinata
dal Dr. Bredins, si chiuderù in settembre
— A Losanna con grandiose feste è stata celebrata l'entrata del Cantone
di Vaud nella Confederazione Elvetica.
— Il prof. Bolos-Antoniowics, dell'Universitìl di Leopoli, tenne nell'idtima
seduta dell'Accademia delle Scienze di Cracovia una lettura sul tema del quadro
tizianesco della Galleria Borghese: Amor sacro e amor profano. La lettura conter-
rebbe, a quanto si apprendeva brevi recensioni, una dotta ed ingegnosa spie-
gazione del famoso quadro attorno al quale scrissero moltissimi critici e storici.
La conferenza sarà, pubblicata tra breve
— Kotiamo con piacere il successo del nostro collaboratore Adolfo Alber-
ta/zi in Germania Le sue Norelìe umoristiche furono tradotte a parte in parecchi
giornali, fra cui la Diisseldorfcr Zeitang. Frankfurter Nachrichtcn. Dortmunder
'Zeitnng, Zilrcher Post. Fraillvtnn Zritiing. ecc. Inoltre il Dr. Eugenio De Kozie-
rowski pubblica ora nell'appendice della Olo.'< Xardou dì Cracovia la traduzione
polacca del romanzo Ora e sempre.
PAPA LEONE XIII E IL CONCLAVE
Leone Xlll. che a 94 anni è disceso nella tomba, fu uno dei
Papi più adulati e più temuti, e sarà uno dei meno rimpianti. Il pro-
hnigamento della vita di lui non fu oggetto d'intima e sincera letizia,
ma solo di maraviglia, ricordandosi clje nessun Pontefice, da Mar-
tino V a Pio IX, varcò i novant'anni e lottò tanto con la morte. Nessun
Papa raccolse maggior copia di adulazioni sotto forma di giubilei,
pellegrinaggi, congressi, mostre industriali, accademie, biografìe, genea-
logie e inni. Se non si fosse pervenuti con Pio IX airinfallibilità. vi
si sarebbe arrivati con Leone XIII. Ma da oggi i vecchi adulatori si
limiteranno a ricordarlo, se non dorrà al nuovo Papa, e poi lo di-
menticheranno, come dimenticarono Pio IX, che pur lasciò una ricca
eredità di affetti. La rettorica delie adulazioni ecclesiastiche è strana-
mente flessibile, perchè si adatta a tutto, con monotona uniformità ;
e fin da ora apparecchiamoci a sentir ripetere cii'ca il nuovo Papa,
nella stessa forma, tutto ciò che si disse, si scrisse e si cantò del Papa
defunto. Lo zelo è politico anche quando sembri ispirato da sentimento
religioso. Per il fatale andare delle vicende publiliche in Italia, queste
manifestazioni saranno sempre più clamorose, poiché, a misura che
diventano più gravi le difficoltà del regno di Vittorio Emanuele III,
crescono le speranze in un noviis orcio, nel quale il papato possa tro-
varsi in condizioni diverse dalle presenti, e riavere quella sovranità
non soltanto di apparenza, che Leone XIII non cessò mai d'invocare
nel lungo e querulo pontificato suo.
Nessun Papa dunque, dopo Martino V. toccò i novant'anni; e se
Pio IX ariìios Petri, in romana sede, unus snperavit, come diceva la
laconica epigrafe dei suoi funerali, il Pecci lo superò di parecchi anni
nella vita. Nessun Papa vide morire tanti cardinali e ne creò tanti.
Dei ()4, che formavano il Sacro Collegio alla morte di Pio IX, ne so-
pravvive uno solo ; e i cardinali creati da Leone Xlll e morti durante
il suo pontificato sono 83 ; e fra gli uni e gli altri egli vide scendere
23 Voi. evi, Serie IV - IG luglio 1903.
354 PAPA LEONE XIII E IL CONCLAVE
nel sepolcro più di due Sacri Collegi. Dei maggiori principi regnanti,
quando il Pecei fu eletto, tranne l'imperatore Francesco Giuseppe, non
vive più nessuno, e nessuno dei maggiori uomini di Stato. .Morti gli im-
peratori Guglielmo I e Alessandro II : il maresciallo Mac Mahon e
Alfonso di Spagna: la regina d'Inghilterra e il re Umberto: morti
Bismarck, Andiassy, Waddington e Canovas, e dei nostri, il Cialdini,
il Crispi, e tutti i ministri di allora. Nessuna morte di Papa fu più
lungamente attesa di quella di Leone XIII, uè solo per la grave età
di lui, ma per la fibra, che pareva cosi poco resistente, e per cui
negli ultimi anni era divenuto una larva. Soffriva di periodica debo-
lezza cardiaca, e andava soggetto a non rari deliqui, che spaventa-
vano i familiari e impensierivano i medici, i quali non nascondevano
la preoccupazione che il Papa potesse finire da un momento all'altro,
quasi senza clie alcuno se ne accorgesse. E però lo circondarono di
cure infinite, alle quali non sempre Leone si rassegnava, ma che val-
sero certo, insieme alla forte costituzione muscolare, a prohmgargli
la vita soprattutto negli ultimi giorni. Quando nelle solennità scen-
deva in San Pietro, pareva che sulla sedia gestatoria fosse sollevata
una statua di cera: tanto privo di colore era il suo volto scarno di
asceta. Ma alle grida dei fedeli la statua si animava: gli occhi bril-
lavano di luce improvvisa, e la destra tremolante levavasi in alto
accemiando a benedir^^. L^ua gran forza nervosa sorreggeva il vecchio
sacerdote, e i ricevimenti e le cerimonie, lungi dall'affaticarlo, parevano
rinvigorirlo.
La longevità è tradizionale nella sua famiglia. I suoi fratelli non
superarono i novant'anni, ma morirono vecchi. In lui ebbe la longe-
vità un forte ausilio in un tenore di vita ordinato e frugala. Kgli
quasi non aveva bisogni. Nei pi'imi anni del pontificato segui l'abitu-
dine di far servire i resti del pranzo per la cena. 11 parco costume,
che contrastava a tutti i precedenti delle tavole papali, fu seguito p.-r
alcuni anni: poi mutò, perchè la grave età imponeva al Pontefice di
prendere la sera una scodella di buon brodo e un bicchiere di vecchio
vino di Bordeau.x, o. per sua elezione, di quel vino delle vigne da lui
fatte piantare nei giardini vaticani, e che ora sono in pieno frutto.
La parsimonia della vita privata fu un effetto del modo, com'egli
vide le cose umane. Ebbe un concetto esagerato del valore della mo-
neta, e però ne raccolse quanta più ne potè, ne spese il meno che
potè, e nella grande azienda della tlhiesa portò economie, che ferirono
interessi, i quali duravano da secoli, e urtò pregiudizi, che sollevarono
ire e proteste non ancora spente. La parsimonia cresce con gli anni,
singolarmente negli ecclesiastici. Il desiderio del guadagno spinse
Leone XllI a impiegare le somme raccolte nei primi anni in imprese
industriali, a preferenza edilizie, le quali portarono a una perdita.
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:»5t) PAPA I.EOXE XIII E II. CONCLAVE
file Ili laU-olata a 20 milioni per la Santa Sede, e segnò la di.sg'azia
di monsignor Folcili, capo dei servizi finanziari in Vaticano. In un
memoriale, scritto dal Folcili in propria difesa, egli atTeiina t-he alle
speculazioni più arrischiate era spinto dal Papa, che lo trattava di
pauroso; e certo è ben singolare la figura di questo Pontefice, che
getta il danai-o dei fedeli in imprese di azzardo, che solamente il pro-
gresso di Roma capitale d'Italia pote\'a rendere proficue: quel pro-
gresso che egli, sommo pontefice, quotidianamente contrastava con
tutta la sua vigorìa. La contradtUzione quasi non par verosiimle, ma
ve ne fu tanta nel suo lungo ])ontifìcato ! Agli amori liancarii. finiti
nel noto disastro, successe un periodo, che fu l'ultimo, e nel quale
Leone conservava, senza impiegarlo o impiegandolo in titoli più che
sicuri, il danaro, che a lui giungeva da ogni parte del mondo. Preferì le
banche estere, rassegnandosi a un mite inteiesse. Ma in una delle stanze,
dietro alla sua camera da letto, aveva fatto collocare una cassaforte,
nella t[uale riponeva i doni preziosi dei giubilei e \alori in oro e in
rendite, che si facevano ascendere ad alcuni milioni, e che considerava
come tesoro suo privato. Nessuno degrintimi conobbe mai con esat-
tezza l'entità di quei valori.
Non prevalsero in lui sentimenti di cuor.-, o. meglio, la rigidità
del sacerdote, e il dovere, che si era imposto come Papa, temperava
ogni tendenza, che potesse dirsi d'umana fragilità. Da principio fu ac-
cusato di nepotismo, e Timprovvisa elevazione di suo fratello Gius'ppe
al cardinalato, avvenuta Fanno appresso alla sua elezion.", avvalorò
quest'accusa, anche perchè don Giuseppe Pecci non avrebbe avuto altro
titolo al cardinalato, che di essere fratello maggiore del Pontefice, e
il solo dei frateUi, col quale il cardinale vivesse in una relativa in-
timità. Don Giusejipe aveva appartenuto alla Compagnia di Gesù, e
poi ne era uscito, forse perchè gh era gravosa la di.<ciplina. Andava
ogni aiuio a Perugia, era ospite del vescovo, e trovavasi colà nel
settembre del 18(Rt. cjuando vi entrarono le truppe italiane. (]on gli
altri fratelli il cardinale non ebbe rapporti di vera intimità, e quando
veniva a Roma, era ospite di monsignor Gataldi o dello Steibini. ov-
vero scendeva al Collegio Belga, e non mai dal fratello Giovanni Bat-
tis-ta - il sor Titta - che abitava una vecchia casa di sua pioi)iietà
a Santa Chiara, venduta più tardi al Seminario francese, che. allargan-
dosi da quella parte, la demolì. Poi si disse, che fosse stato largo
coi nipoti, forse perchè ne nominò due camerieri segreti, ed il terzo,
che si diceva fosse il suo prediletto. Esente delle Guardie nobili e co-
mandante della Guardia Palatina. .Ad altro nipote laico die un piccolo
ufficio in Cancelleria, e ad un altro, ecclesiastico, ini canonicato di
San Pietro; e quando uno di essi prese moglie, gli fece })reparare
rappartaiuento di nozze nell'antica casa dei canonici di San Pietro.
PAPA LEONE Xni E IL CONCLAVE 357
in quella solitaria \ia delle Fondamenta, clie pare un cimitero, ed è
a poca dii?tanza dal cemeterio teutonico. Gli sposi non vi rimasero a
lungo, preferendo abitare a proprie spese nel centro di Roma.
Nepotista non fu. Se non portò le cose agii estremi, come fece
Pio IX, il CIO bizzarro testamento pubblicai nel Conclave di Leone XIII.
non si può rivolgere a lui la grave accusa, cbe colpi tanti Papi. Ora è
da vedere il testamento suo o, meglio, come avrà disposto delle somme,
che egli considerava come suo patrimonio privato. Pei'ò le speranze dei
nipoti non dovrebbero essere molte, benché negli ultimi giorni abbia
avuto una ripresa di affetto per essi, che volle rivedere: caso strano
nell'ordine ecclesiastico, nel quale più si va innanzi negli anni e più
scema l'amore dei parenti.
Non fu nepotista, ma sentì l'orgoglio della famiglia, perchè sentì
in grado eminente l'orgoglio di sé. sin da giovane. Fra le adulazioni,
gli riuscivano più accette quelle, che si riferivano al casato, e gli adu-
latori, dimenticando che i Pecci di Carpineto hanno nobiltà di provincia,
e una volta, secondo si afferma, si chiamassero Peccia, li fecero discen-
dere in linea i"tta dalla nobile famiglia dei Pecci di Si na e di Gubbio.
Il padre del Papa era stato militare, e, avendo niunerosa figliuo-
lanza, avviò due maschi al sacerdozio, e li mandò nel collegio dei
gesuiti a Viterbo. Perché Gioaccliino potesse entrare nell'Accademia
dei nobili ecclesiastici, ci volle una grazia speciale di Leone XII, che
lo ascrisse al patriziato di Anagni, della qual grazia, principio della
sua fortuna, egli volle mostrarsi grato a quel pontefice, prendendone
il nome; e lo dichiarò, quando, eletto Papa, il decano del Sacro Col-
legio gli chiese come volesse chiamarsi. Ed eletto Papa, fece alma-
naccare sidlo stenuna, volendo che cp^ieslo - un cipresso con tre stelle
e una cometa - dovesse spiegare il Lumen de ccelo, che Malachia at-
tribuisce al pontificato di lui. Gradì fra gli ultimi doni giubilari un
album illustrato di sua famiglia, nel quale egli é rappresentato da
giovinetto, da seminarista, da prete e da prelato, da cardinale e da
Papa, e vi sono rajipresentati i genitori e i fratelli, con tutti i ricordi
della infanzia e del natio Carpineto: un album, che mi era ignoto, e
che vidi, non è guari, nel salotto di un cardinale.
Fu assai fortunato n^dla carriera. Compi gli studi nell'Accademia
dei nobili ecclesiastici; fu prete a 27 anni, prelato a 28, ed ebbe
la sua prima missione a Benevento, che allora apparteneva agli Stati
della Chiesa, ed era governata da un Delegato apostolico, .andando a
Benevento, si fermò qualche giorno a Montecassino. Nel registro dei
visitatori della Badia, accanto alla firma del giovane Delegato aposto-
358 PAPA LEONE XIII E IL CONCLAVE
lieo di Benevento, si legge: 24 aprile 1839. A Montecassino, dove si
fermò due giorni, conobbe i monaci più reputati di allora, e singolar-
mente il Tosti, di un anno meno di lui, e già celebre negli studi della
storia, e che lo descriveva grave nel portamento, solenne nella favella,
diritto della persona, acceso in volto, i cap^r-Ui ricciuti, gli occhi cerulei
e ima cultura superiore airetà. Parlarono di tante cose, e divennero
amici, anzi la fermata a Montecassino servi al Pecci per avci-r notizie
di Benevento, di cui non sapeva nulla : delle strade ]).'r andarvi, e se
convenisse passar prima da Napoli per presentarsi al He, o tornarvi
apposta per adempiere questi doveri. 11 Tosti lo trovò di idee non
molto larghe in fatto di riforme, ma ben erudito nelle discipline filo-
sofiche e teologiche: umanista e buon latinista, appassionato di Orazio,
di Ovidio e di Virgilio, piuttosto scarso nella storia. L'intimità col
cardinal Sala non aveva esercitata in lui nessuna influenza in questo.
L'amore delle riforme non lo rivelò né da giovane, né da uomo ma-
turo, né da vecchio. Lo paralizzò un'eccessiva cautela. A Benevento
pose la prima pietra alla chiesa delle Grazie, né altro si ricorda di lui,
tranne una grave infermità, che ne mise in pericolo l'esistenza, e di cui
lo guarì il dottor Sellinosi, il cui figlio Paolo egli nominò vescovo ti-
tolare di Gaza nel 1897. Se ne ricordò, quando lo Sellinosi aveva
raggiunti i 70 anni. Aveva nominato arcivescovo un altro canonico di
Benevento, monsignor Feoli, che governò per poco tempo la chiesa di
Manfredonia. Contribuì pure alla fondazione di un Istituto pontifìcio,
<' ])iù fardi fu largo di favori alla famiglia Mazzella. di Vitulano, presso
Benevento, creando due fratelli di quella famiglia, uno cardinale e
l'altro arcivescovo di Bari, e un nipote, arcivescovo di Rossano. Si
disse, che il giovane Delegato mostrasse energia nel combattere un po'
di malandrinaggio, che infestava le campagu''; ma, senza la successiva
fortuna di Gioacchino Pecci, quella delegazione sarebbe già passata
nel dominio delle cose morte. Il conte Carlo Torre di Benevento, che
fu prefetto di Milano, e mori senatore del Regno nel 18S9, e quasi suo
coetaneo, lo conobbe, e ricordo che nella sua rude e signorile fran-
chezza si maravigliava con me. come il giovane Pecci fosse corso tanfo
nella carriera, da divenir Papa.
La breve nunziatura nel Belgio non ebbe iin])orfanza. che per
avervi conosciuto il Gioberti, che poi ospitò a P -ragia nel 1848. e il
conte Giovanni Arrivabene. che rivide a Roma l'anno stesso in cui fu
eletto Papa. 11 governo della chiesa di Perugia, durato 3:2 anni, lo
portò al papato, poiché la lunga assenza da Roma, la poca simiiatia
tii Pio IX per lui. e l'avversione decisa del cardinal Aiifonelli fecero
convergere gli occhi di quanti speravano temjii migliori sul vescovo
di Perugia, non per la conoscenza intima dell'uomo, ma perle circo-
stanze estiinseche, che ho ricordato. A Perugia fu buon vescovo, ma
PAPA LEONE XIII E IL CONCLAVE 359
la sua condotta nei moti del 1859 fu censurabile, e io la narrai con
documenti inconfutabili: e fu incerta, dirò cosi, la sua condotta nel 1860.
Sarebbe bastata una parola di lui per salvare la vitadel pivte Sandri,
contro il quale non erano emerse prove assolute, cbe avesse ucciso
il tamburo maggiore del primo reggimento granatieri, la mattina del
14 settembre. Ma non la disse, contentandosi di rispondere al conte
Ansidtìi, cbe gliene faceva premura : « il povero Sandri sarà mi martire
(li più in difesa della fede e della religione ». Ma, ripeto, tutte queste
circostanze non cran note, e solo era noto die nel lungo e agitato
pontificato di Pio IX egli non aveva avuto alcuna parte, e ciò bastava
per determinare verso di lui una corrente di simpatia nel mondo ec-
clesiastico e nel laico. Don Simplicio Pappalettere, già abate ordinario
di Montecassino, uomo di largo mondo e di geniale intelletto, per in-
carico del ministro Visconti- V^enosta. scriss > nel 1874 uno studio sulle
condizioni del Sacro Collegio e sulle maggiori probabilità circa la
scelta del nuo o Papa : e, dopo una rassegna accurata dei vari car-
dinali papabili, concluse cbe il futuro pontefice sarebbe stato il vescovo
di Perugia. Nel 1877 Ruggero Bonghi, nel suo libro : Il Conclave e
il Papa futuro. designaAa Gioacchino Pecci come il successore più
probabile di Pio IX. e lo giudicava assai favorevolmente, affermando
avere il Pecci le qualità tutte cbe San Bernardo vuole veder raccolte
in un cardinale, ma dubitando che da Papa a\rebbe fatto grandi cose-
Io stesso negli anni 187(i e 1877 scrissi più volte, nelle mie Xote vaticane
al Corriere della Sera, che il nuovo Papa sarebbe stalo il vescovo di
Perugia.
Al Conclave, che seguì alla morte di Pio IX, erano vivi 64 cardi-
nali. Tre soli non vi presero parte : il Brossais de Saint Marc, arci-
vescovo di Rennes, e il CuUen, arcivescovo di Dublino, malati e che
morirono poco dopo ; il terzo, che era l'arcivescovo di New York, Mac
Kloskey, che entrò in Conclave la sera del 19. Un Conclave, che conta
fra i più numerosi, tra i più brevi e i più tranquilli, fu quello nel
quale venne eletto il Pecci, anche perchè creduto più adatto a rimet-
tere il papato nel favore delle potenze. I più non lo conoscevano. Pa-
reva un uomo senza angoli e senza preconcetti ; vittima egli stesso
del cardinale Antonelli e del suo sistema, e disposto ad inauguraine un
altro con uomini diversi. Pio IX. natura impressionabile e impulsiva,
si era messo in urto con quasi tutti gli Stati di Europa : e quando
mori, fu unanime il desiderio dei Go\'erni di volere un Papa conciliante,
come risulta dal carteggio diplomatico riserva [issino, che io pubblicai
nel detto mio libro. Un Papa conciliante invocavano i Governi, e il
Gabinetto francese chiedeva jìerfìno un Papa di sentimenti moderati,
il quale «rendesse possibile la conciliazione con l'Italia ». Pio IX aveva
rotto guerra alla Germania dopo il 1870; aveva ospitato il Ledochowski
360 PAPA LEONE XIH E IL CONCLAVE
e la Geriiuinia aveva risposto col Kulturkanipf : s'era inimicalo con
la Russia per le cose di Polonia, e con F Inghilterra pei' le sue sim-
patie verso gl'Irlandesi e i Maltesi, e non vedeva di buon occhio la
lepubblica in Francia. E Leone XIII fu il Papa invocato dai Go-
verni, anzi in questo suo cammino si spinse tanto oltre, da perdere
la visione degli interessi religiosi e di quei diritti della Chiesa, che
non cessò di reclamare con ogni suo vigore in Italia. Fece la pace
con la Germania e obbligò il Centro a votaie il settennato militare ;
mise fuori dal Vaticano il cardinale Ledochowski ; fu sordo ai gridi
di dolore dei Polacchi e degli Armeni; aiutò la Russia nel suo lavoro
di colonizzazione politica e religiosa in Polonia, e la Francia a Tu-
nisi; aiutò l'Inghilterra nella questione d'Irlanda e di Malta; abban-
donò al loro destino i cartisti spagnoli e i legittimisti francesi, no-
nostante i loro fervori cattolici e le offerte : anzi in Fi'ancia compiè
la maggiore evoluzione della sua vita, alleandosi alla Repubblica, e
costringendo l'episcopato e il clero a divenirne il puntello. E la Re-
pubblica non gli dimostrò gratitudine, anzi gli amareggiò gli ultimi
anni, con la legge sulle corporazioni religiose, ed eseguendola in modo,
che quasi ricorda, in pieno secolo ventesimo. le crudeltà contro i primi
cristiani. Ma neppur questo valse a rimuovere Leone XIII dai suoi
amori francesi. Non gli usci dalla bocca una sola parola di protesta,
forse per non confessare che tutta la sua politica periva miseramente,
dopo "2ó anni d'illusioni e di speranze. Caiiomagno e Pipino tornavano
indietro dalla vagheggiata spedizione contro i nuovi Longobaidi!...
Leone XIII non ebbe che un solo nemico da combattere senza
tregua e senza misericordia, e questo nemico fu la nuova Italia, che
stranamente confuse con la Massoneria. La nuova Italia aveva portata in
Roma la sua capitale, collocata una corte laica in un palazzo papale,
proclamata la libertà di culto, di stampa e di coscienza, iniziata una
legislazione contraria alle dottrine della Chiesa cattolica, e tolta al pa-
pato, col possesso di Roma, la sola garanzia ritenuta dalla Curia suffi-
ciente all'indipendenza della Chiesa. Fu su questo punto che Leone XIII
si spinse anche al di là di Pio IX, perchè questi discorreva vana-
mente, mentre Leone XIll lavorò con la sua diplomazia, e senza
perdere alcuna occasione, per creare imbarazzi al Governo italiano, dalle
grandi alle piccole cose : dai fatti di Tunisi alla spedizione del ve-
scovo Macario, dopo il disastro d'Abba Carima. Vi fu un solo momento
nel 1887, in cui parve si accostasse ad una specie di modus vivendi
col Governo italiano, ma fu piuttosto il sogno di due idealisti, il padre
Tosti e Francesco Crispi, che il risultato positivo di accordi intervenuti
e discussi. La sua allocuzione del ;23 maggio, di tenore liiico più che
politico, non ebbe altro effetto che di sollevare gelosie e timori in Fran-
cia, e anche minacce: e queste lo scossero al punto, che egli, non
PAPA LEOXE XIII E IL CONCLAVE 361
senza disinvoltura, tornò indietro, e all'allocuzione, che aveva ispirate^
il famoso opuscolo del padre Tosti, successe, dalla sera alla mattina,
la lettera al cardinale Rampolla, e la imposta ritrattazione del monaco
disilluso. Da allora, la lotta divenne quotidiana e il dissidio degenerò
in conflitto, anzi in lotta personale tra il Crisjìi e Leone Xlll. EranO'
due orgogli, che. urtandosi, si jjervertivano. Queruli e polemici, benché
in modo diverso, montati da adulatori e da falsi zelanti, combattettero
corpo a corpo, nei giornali, nei discorsi, in concistoro e in parlamento,
nei congressi e nella diplomazia. Se, caduto Crispi dal jiotere. le appa-
renze della lotta si attenuarono, questa rimase sempre accesa da parte
del pontefice, che non lasciò passare occasione, nella quale avesse a
discorrere ai cardinali, come ai pellegrini, italiani ed esteri, senza
lamentare 1" insostenibilità della sua posizione in Roma, e reclamare
la sovrana ed effettiva indipendenza. L'azione del papato si svolgeva
libera in Italia e nel mondo; migliaia e migliaia ai pellegrini si ad-
densavano liberamente in Roma, per rendergli omaggio, ed egli di-
chiarava di non essere libero! La stampa vaticana, ostilissima alla
-Monarchia, coniò le barbare parole di sabaiidisti e sabaudìsmo, per
indicare, quasi a scopo diftamatorio. quanto v'ha di men corretto
nelle odierne tendenze italiane, quasi non bastasse la parola masso-
ìieria! E coi congressi, degenerati in dimostrazioni faziose a favore
del potere temporale, in Italia e fuori, si venne creando quel cattoli-
cismo politico, romoroso e settario, alleato nelle occasioni ai partiti
estremi, e eh' è la peggiore eredità di Leone XITI : partito, se può
chiamarsi tale, che già costituisce un pericolo per gli Stati e sarà un
flagello per la religione.
Capo di un partito politico fu davvero in Italia Leone XIII, più
ancora di Pio IX. Egli lo superò in intransigenza. Alla condanna di
Rosmini, e alla triste nota dell' Osservatore Romaìio dopo l'assassinio
di Re Umberto - che furono i due punti veramente neri del pontifi-
cato del Pecci - Pio IX non sarebbe arrivato. Pio IX non consenti alla
prima, e la sentenza del 3 luglio 18.54 fu pronunziata in presenza di
lui, e da lui approvata. Con quella sentenza sono da licenziarsi (dimit-
tantur) tutte le opere di Antonio Rosmini, e finché visse Pio IX, i
gesuiti roselo il freno: ma. lui morto, ricominciò l'indegna gazzarra
in nome di un tomismo inconcludente, e si chiuse con la condanna
delle quaranta proposizioni. Otto anni priaia, nella primavera del 1880,
Leone Xlll aveva detto al rosminiano padre Lockhart, biografo del
Rosmini: « Sento dal cardinale Xeuraan, che voi Rosnìiniani siete assai
rattristati, perché temete che io possa condannare le opere del vostro
fondatore. Questo non è vero: non mi é passata per la mente una cosa
simile ». Di tali patenti contraddizioni fu ricco, come ho detto, il
pontificato di Leone Xlll.
36!2 PAPA LEOXE XIII E II, CONCLAVE
Anche al padre Tosti fece promettere, che la litrattazione sarebbe
rimasta sotto il suggello del segreto papale, e fu pubblicata, due giorni
dopo, dall'organo magno della Curia. Pio IX non avrebbe immaginata
una cosa simile. Forse sarebbe stato jiiù violento, imponendo al Tosti
la ritrattazione, ma men crudele. Pio IX non avrebbe mai permesso
il triste comunicato, dopo l'assassinio del Re: tiiste, ripeto, perchè
offese la coscienza religiosa e la legge morale, e rivelò ancora una
volta il vecchio Papa destituito di ogni senso di opportunità.
I molti errori del suo pontificato, a studiarli bene, sono da attri-
buire a queste due deficienze : egli non amò e non ebbe il criterio
giusto delle cose e dell'opportunità loro: o giunse presto, o giunse
tardi, non mai in tempo. Gli ultimi anni del suo governo, durante
la onnipotenza del cardinal Rampolla, furono addiritfuia nefasti per
il pontificalo e per la Chiesa.
Ebbe la cognizione dei tempi, ma non intera, e le sue varie en-
cicliche sulla questione sociale lo rivelano. Esse rappresentano l'unico
lato simpatico del papato di lui. Cercò risolvere la moderna que-
stione sociale, ispirandosi ai soli dettami dell'Evangelo, alle sole re-
gole della carità cristiana. I suoi discorsi agli operai, le sue enci-
cliche, massimamente quella Rerum nocarum. furono accolte con
simpatia dalla stampa e dai Governi, e il suo socialismo ebbe proseliti.
Protezionista in economia, tenne conto dei diritti dei lavoratori, e,
consigliando loro moderazione e calma, ammoni Governi e capitalisti,
questi a concedere eque tariffe di salari, quelli ad abolire o a ridurre
imposte, che colpiscono le classi lavoratrici. II suo fu una specie di
socialismo di Stato, a base religiosa. Se per la dottiina della Chiesa
e le massime della morale cristiana ripugnò dal socialismo giacobino
e violento, anzi apertamente lo condannò, per la sua natura equili-
brata e calcolatrice di italiano, non giunse all'altro eccesso della vio-
lenza governativa. Volle che gli interessi si conciliassero, o con di-
sposizioni legislative, volontariamente adottate, o con lo spirito della
morale cristiana. Propugnò il ripristino delle vecchie corporazioni
d'arti e mestieri, modificate alle nuove esigenze dei tempi; rivolse ai
lavoratori consigli essenzialmente cristiani. Non li aizzò, non li in-
gannò, non li sedusse con speranze illusorie; ma loro inculcò la pace,
l'amore di Dio e del prossimo. Non impose ai Governi e ai Parla-
menti di rifare la società, modificando i-adicalmente gli organi dello
Stato, e dominando l'antagonismo degli interessi con la forza. Non
affrontò i capitalisti, ma solo li esortò, nel loro interesse, a migliorare i
salari, a misura che crescono i profitti del capitale. Per lui le funzioni
del Governo e i diritti dello Stato, le pretese del capitale e quelle
del salario dovevano avere un limite, oltre il quale c'era violenza.
PAPA LEONE XIII E IL CONCLAVE 363
Ma il suo socialismo non usci mai dal campo della parola. Consifi'liò,
ma non tentò nulla, anzi ebbe una specie di diffidenza per qualunque
forza cattolica accennasse di militare nel campo sociale. E quando
vide che con le parole sue si voleva giustificare il movimento della
Democrazia cristiana, la quale andava prendendo una larga espan-
sione anche in Italia, ne fu impaurito lui stesso, e con un'enciclica,
molto ambigua, ne arrestò lo sviluppo, e non fu pago sino a che non
ebbe ricondotta tutta fazione cattolica in Italia sotto l'opera dei con-
gressi famosi. E di socialismo negli ultimi anni non parlò più: l'en-
ciclica Rerum novantm è del maggio 18".)1 : corsero dodici anni da allora,
e di capitale e lavoro, di salario, profitto e corporazioni d'arte e mestieri
il vecchio pontefice non disse piìi nulla.
La sua natura di umanista, che si appagava della forma, rifug-
gendo da ogni azione, che presentasse molte difficoltà, e il cui successo
non fosse sicuro, non dava continuità all'opera sua. Come abbandonò
subito il socialismo cristiano, così non disse più verbo dell'unione
delle Chiese cristiane, da lui auspicata in una (inciclica, che ebbe il
torto di venire alla luce, senza essere preceduta dai necessari accordi
con i capi delle altre confessioni cristiane. Questi si ribellarono e scris-
sero vivaci polemiche, le quali misero nel nulla l'iniziativa pontificia,
che certo rispondeva allo spirito religioso del papato, e fu uno degli
atti più simpatici compiuti da Leone Xlll. E il Papa, vedute le dif-
ficoltà suscitate, non vi insistette punto. Uguale instabilità egli rivelò
in cose di minore importanza, sollevando critiche meritate. La pub-
l)licazione dei regesti pontifici non andò al di là del primo volume;
e per quest'opera ingente aveva costituito un vero consiglio di dire-
zione, chiamando a farne parte i benedettini più dotti, con a capo
l'abate Tosti, nominato allora vice-archivista di Santa Chiesa, e ono-
rato della maggiore confidenza da parte del Papa. x\Ia il To.sti cadde
in disgrazia, come ho detto, e Leone Xlll, mobile nelle tendenze e
nelle simjiatie. abbandonò la pubblicazione dei regesti, come aveva
allontanato dall'animo suo l' illustre monaco, che pur tante prove gli
aveva dato di calda devozione, e più non lo rivide.
Voleva ripuliblicare le opere di S. Tommaso, e si arrestò a mezzo :
né varcarono mai il limite delle buone intenzioni tante altre opere
d'arte e di pietà, che il Pontefice diceva di voler compiere e non compì
mai, tranne l'abside di S. Giovanni in Laterano: opera grandiosa, ma
non bella, che eseguì col danaro lasciato da Pio IX, e che volle fosse
considerata come sua, esclusivamente. Difatti vi si vedono le sue armi
e il quadro commemorativo, e per Pio IX non si vede alcun ricordo.
Delle chiese di Roma predilesse San Giovanni, e più volte mani-
festò la volontà di esservi sepolto, in un mausoleo, dirimpetto a quello.
364 PAPA LEONE XIII E IL CONCLAVE
ch'egli innalzò a Innocenzo III, conia laconica e supeiba iMiiziuue:
Leo XIII Innocentio III. Fu il Papa, sul quale si modellò. Ebbe
comune con Innocenzo alcune qualità di animo e di mente, l'inflessi-
bilità della dottrina cattolica, le tendenze accademiche, e, a tanti se-
coli di distanza, la debolezza per gli adulatori e la superbia di essere
l'ai'bitro del proprio tempo. Innocenzo scrisse sermoni ed omelie, odi
liriche, epistole e i commenti ai salmi della penitenza; e Leone poetò
finché visse, e pubblicò encicliche e discorsi, che sono monumenti di
stile e di eleganza latina. La conoscenza di questa lingua, nel suo
classicismo più puro, nella prosa come nella poesia, l'ormava la maggior
parte della sua cultura.
Leone XIII è passato di questo mondo senza veder conseguito il
suo sogno, ch'era il riacquisto del potere temporale.
Il successore dovrà imporre a sé stesso il malinconico dilemma :
o romperla dal primo giorno con la prigionìa, o rassegnarsi ad essa
per tutta la vita. Malinconico dilemma, che dovrebbe smorzare le am-
bizioni degli aspiranti al papato. Leone lascia le cose come le tiovò,
e nessuno che abbia un grano di cervello ])otrà illudersi, che mute-
ranno nel senso, che possa il Papa riavere l'antica signorìa, o una
parte di essa, limitata alla città di Roma. Questa eventualità somiglia
oramai alla quadratura del cerchio: rappresenta uno di quegli assurdi
storici e morali, che s'impongono allo studio dei filosofi più che degli
uomini politici. Non aver veduta la singolare e quasi spaventosa gra-
vità del problema: non aver dato un passo o tentata una via per la
soluzione, e Tessersi tanto spinto in una lotta irritante, per quanto
priva di effetto, perchè vuota di contenuto, rivelò nel moito Papa una
deficienza quasi inverosimile di studio, di tatto e di prudenza. (1 suc-
cessore di lui non può spingersi oltre, senza compromettere tutto, sia
nella condiscendenza verso i Governi, sia nella lotta contro l'Italia:
non può seguitare, senza pericolo, lo stesso programma dì pugnace
intransigenza. Deve im|)orsi un altro dilemma: o esser Papa tutto re-
ligioso, e ve ne sarebbe tanto bisogno: o ripigliare le influenze nella
forma legale, inandando i cattolici alle urne politiche, non per disfare,
ma per cementare e correggere. Già, soprattutto fra i giovani cattolici,
laici ed ecclesiastici, si scopre un movimento in questo senso, com-
presso violentemente negli ultimi anni del pontificato di Leone XIII,
ma non abbastanza, da non far manifesto qualche tentativo di ribel-
lione. Andare alle urne, per dare ai cattolici una parte nella rappre-
sentanza nazionale, per curare direttamente, e neirorbita della lega-
lità, gli interessi della Chiesa, se non conciliati, almeno non cozzanti
con quelli della società moderna. La Chiesa è flessibile, nonostante la sua
vecchia esistenza, ì suoi domini e i suoi apriorismi dottrinali: e il
cristianesimo è una dottrina dinamica e non sfatica, né può essere
PAPA LEONE XIII E U. CONCLAVE 365
im sistema iiiinioliile. L'idea di una tlliiesa vivente nell'umanità e con
l'umanità gli è naturalmente e storicamente insita, e la Chiesa ameri-
cana n'è la miglior piova. In questa opinione si trovano d'accordo
due intelletti illuminati, pur dissimili sotto altri riguardi: Raffaele
Mariano e il padre Giovanni Semeria. Combattere con la fede e l'ar-
dore di chi non abbia secondi fini, per rimettere sopra miglior via il
degenerato parlamentarismo e le varie classi sociali : ecco quanto il
nuovo Papa dovrebbe promuovere e non soltanto rispetto all' Italia,
e lasciar il resto al tempo.
Il presente Conclave non offre alcuna delle grandi curiosità, che
offi'ì l'altro. Allora le illusioni erano tante ! Si doveva eleggere il primo
Papa in condizioni storiche affatto nuove: e il Conclave si svolse nella
maggior libertà e indipendenza dei Padri.
11 Coverno italiano mantenne rigorosamente l'ordine pubblico :
nessun cardinale fu colpito da veto: la diplomazia si astenne dal tur-
bare in qualsiasi modo l'elezione pontifìcia, limitandosi a far voti, che
•essa riuscisse quale il bene della Chiesa e del mondo richiedevano.
Si credeva che il successoi'e di Pio IX avrebbe accettata la legge delle
guarantigie, che fu fatta con questa fiducia, e che ora non sarebbe
più possibile di fare, ed è così diffìcile il mantenere, tanto si è corsi
nella via deirintransigenza da una parte e dall'altì-a. Si designava il
■cardinal . Pecci come l'uomo più adatto a suggellare la pace con
l'Italia, e il Pecci da principio quasi legittimò le speranze. Fu per
poco. La invereconda baldoria della triste notte, in cui fu trasportata
la salma di Pio IX, giustamente l'offese e l'irritò: ma io credo, che,
.anche senza questo, egli sarebbe arrivato all'intransigenza pugnace,
data l'indole sua suscettibile e insofferente di liberi consigli. Alla vi-
gilia della inaugurazione del monumento al Bruno, quando il con-
flitto col Governo italiano degenerò in lotta aperta, ebbe il proposito
di lasciar Roma, ma i rischi di un viaggio, l'incertezza del domani
e l'avviso del Sacro Collegio gli fecero mutar consiglio. Certo, qua-
lunque Papa, anche fra i più longanimi, avrebbe perduta la pazienza:
ma egli non si rese conto, clie tra i fattori di perturbamento c'era
lo spirito astioso d'intransigenza e il partito preso di assalire e deni-
grare, da parte della stampa clericale. Chi non ricorda l'Albertario, ono-
rato e protetto 'i Con un altro Papa forse non si sarebbe arrivati a
quel punto, imperocché, posti il Papato e Fltalia nuova a vivere sullo
stesso metro quadrato, e creato l'assurdo delle due sovranità sullo
stesso territorio, nemiche e cozzanti per giunta, solo una grande mo-
derazione da parte di esse può impedire che s'azzuffino e si jiervertano
malamente. La moderazione, o spirito di misura, dovrebbe essere anche
il maggior dovere del Governo italiano, e rattenerlo sulla via, dove
lo spingono le correnti ladicali e massoniche, ogni giorno più preva-
366 PAPA LEONE XUl E IL CONCLAVE
lenti n«i comizi e nella rappresentanza legislativa. Se ciò non avve-
nisse, anche il prete Pero del Giusti, ])erveniito al papato, diverrebbe
intransigente e querulo.
Se dunque è da sperare, che l'elezione del futuro Papa si compia
in persona di un cardinale illuminato e prudente, è d'augurarsi pure, che
la politica del Governo italiano non seguiti a procedere, quasi senza
bussola, in balia delle onde torbide e tempestose del radicalismo e dei
suoi peggiori pregiudizi. L'Italia è nella sua grande maggioranza paese
cattolico: la sua capitale è sede altresì del papato, governo della Chiesa,
la c[uale ha oggi, col sistema rappresentativo, più voce che non abbia
avuto per lo innanzi nell'indirizzo dei Governi stranieii. E se un pericolo
può esservi, può \'enire da questo : che, portate le cose agli estremi,
possa da parte di quei Governi, cattolici e non cattolici, udirsi il
grido: « aiutiamo il Papa ». Auguriamoci che ciò non accada, e tutto
dipende dal nostro senno, e dalla virtù di non allontanarci da quel
senso di moderazione, per cui fu potuta fare l'Italia, attraverso diffi-
coltà infinite, e venire a Roma, e rimanervi per oltre trent'anni, con
abbastanza fortuna. E questa sarebbe compiuta, se dal prossimo Con-
clave - senza far profezie, divenute volgari, oggi che l'ambionte di
discrezione, dal quale i precedenti Conclavi furono circondati, è spa-
rito - uscisse un Papa, risoluto a far la sosta e a curare gl'interessi
religiosi più dei politici : Papa estraneo ai maneggi della Curia in
questi ultimi anni ; che abbia temperamento, non di lotta, né di pole-
mica ; che venga per benedire quanti sono credenti nella fede di Cristo,
e che, soprattutto, non abbia due pesi e due misure. La divina ispira-
zione consigherà i Padri ad eleggere l'uomo, il quale, nella presente
ora storica, abbia la visione intera dei pericoh, che minacciano la
Chiesa e la pace del mondo, e l'animo risoluto a fugarli"?...
Raffaele de Cesare.
LIBRI
PERVENUTI ALLA DIREZIONE DELLA NUOVA ANTOLOGIA
Le venti commedie di M. A. Plauto, tradotte da Gaspare Finali.
— Milano, 1903, Ulrico Hoepli. "2 voi. di piìi di 650 pagg. ciascuno.
Scritti e discorsi politici di Francesco Crispi (1849-1890). — To-
rino-Roma, 1903, Roux & Viarengo, pagg. 765. L. 10.
I Gaf/ffini dn Bissone - Loro opere in Genova ed altrove. Contri-
buto alla tutoria dell'arte lombarda, per Luigi Augusto Cervetto. —
Milano, 1903, Ulrico Hoepli, pagg. 309, in-folio, con 99 tavole.
Epistolario di L. A. Muratori, edito e curato da Matteo Càm-
PORi. V^olume V (1715-17!21). —Modena, 1903, Società Tipografica Mo-
denese, pagg. 500. L. 12.
Raiiioììcria di una tenuta condotta a mezzadria. Studio di ammi-
nistrazione e contabilità agraria, di V^incenzo Armuzzi. — Ravenna. 1902,
Tipografla Ravegnana, pagg. 470. L. 6.
Ragioneria di Stato - Ordinamento contabile in scrittura doppia,
per Nicola Spongia. — Brescia, 1903, Tipografia « La Provincia »,
pagg. 200. L. 5.
L'economia delle commi ita - La scienza delle finanze - Le entrate
tributarie, per Josef Kaizl. Traduzione e note di Giovanni Garano-
DoNViTO. — Roma-Torino, 1903, Roux & Viarengo, pagg. 301. L. 4.
Lo studio di Ferrara nei secoli XV e XU7, con documenti inediti,
per Giuseppe Pardi. — Ferrara, 1903, Tipografla sociale G. Zuffi,
pagg. 275. L. 5.
I diarii di Marino Sanato. Prefazione di Guglielmo Berchet. —
Venezia, 1902, Federico Visentini, pagg. 139.
Intorno alla faccicda del Duomo di Milano. Considerazioni e pro-
poste di Carlo Romussi. — Milano, 1903, Società Editrice Sonzogno,
pagg. 71.
II trionfo della morte e danza macabra - Grandi affresclii dipinti
in elusone nel 1485. Studio di D. Giudici. — Clusone, 1903, Antonio
Giudici, pag. 37. L. 5.
L'amano roiirito, di Biagio Chiara. — Palermo, 1003, Pr. Ganguzza-Lajosa,
pagg. 100. L. 2.
A Margherita di Savoia. Ode di C. Augusto Riccio. — Roma, 1903. Vo-
ghera, pagg. 5.
// conte: Fnliio Testi. Dramma storico in 5 atti di Annibale Campani. —
Roiua-Milaiio, 1903. Allirlglii, Segati cV C, pagg. 142. L. 3.
Donde rriKjoiio i raguzsi, per Domenico Panelli. — Napoli, 1903, Detken
k Roclioll, pagg. 188. L. 2,
Saggi di etica e di divitto, per Giuseppe De Castellotti. — Ascoli Piceno,
1903, Enrico Tassi, pagg. 240. L. 2.50.
Opere varie di Giovanni Maria Berlini, raccolte dal nipote Dr. Carlo Lu-
dovico Bertini. — Biella, 1903, G. Arnosso, pagg. 214. L. 5.
Incominciamo ! Studio sulla Basilicata di Ciro Marini. — Melfi, 1902, Giu-
seppe Grieco, pagg. 206.
Perchè r Italia è povera e come può diventare ricca, per Carlo Marin. —
Verona-Padova, 1903, P Hi Drucker, pagg. 320. L. 2.
La Ba.<iilicala. Studi e proposte per la sua rigenerazione economica dell'inge-
gnere G. Spera. — Roma, Loeseher & C, pagg. 194. L. 2.
Dante al monastero di Fonte Avellana, per Luigi Nicolbtti. — Pesaro, 1903,
Tipografia Federici, pagg. 61.
Versioni poetiche, di Biagio Allievo. — Torino, 1903, Castellotti e Scrivano,
pagg. 147. L. 4.
Sonetti editi ed inedili di Ser Ventura Monachi, rimatore fiorentino del se-
colo XIV. pubblicati per cura di Adolfo Mabellini. — Roma, 1903, G. B. Pa-
ravia, pagg. 128. L. 3.
368 LIBRI
Nazarena. Novelle di Mario Cerati. — Milano, 1903, Libreria Editrice Na-
zionale, pagg;. 136. L. 2.
Memorie storiche di Castelfiuglielmo, raccolte da Pio Mazzucchi. — Badia
Pole.sine, lflO.3, Cromo-tipografia Nazionale, paga;. 11.5.
La dichiarazione dei diritti dell uomo e del cittadino nella rivolmione francese.
Saggio di Gì iRGio Del Vecchio. — Genova, 1903, Tipografia della Gioventù
pagg. 92. L. 2.
Commento alla legge 29 marzo 1903, n. 103. sulla assunzione diretta dei puh
ilici servizi da parte dei comuni, per C. Cambra e A. Magnani. — Rocca S. Ca-
sciano, 1903. Licinio Cappelli, pagg. 200. L. 5.
La leggenda del Redentore, per Ettore Romanello. — Venezia, 1903, Fran^
Cesco Garzia i^ C, pagg. 40. L. 1,
Oiovanni Bovio: il deputalo - lo scrittore - l'uomo, per Francesco Bernau
BINI. — Napoli, 1903. pagg. 32. L. 0.40.
Sulla stilistica. Memoria di Francesco Colagrosso. — Napoli, 1903, Stab
Tipografico della R. L^ ni versi L'i, pagg. 52.
Un'altra aeronave dirigibile, per P. Marco. — Napoli, 1903, E. Pietrocola
pagg. 37.
PUBBLICAZIONI STRANIERE.
Histoire de Trance depuis les origines jusqu'à la revolution, par Ernest La-
vissB. Tome deuxième. — Paris, 1903, Librairie Hachette & Ci'', pagg. 443
Les chants séculaires, par Joachlm Gasquet. — Paris, 1903, Librairie Paul
OllendorH, pagg. 285. Fr. 3.50.
Préte.vtes. par André Gide. — Paris, 1903. Société du Mercure de France,
pagg. 310. Pr. 3.50.
Ministfre des Finances. - Regime fiscal des valeurs mobilières en Europe.
Tome II. — Paris, 1903, Imprimerle Nationale, pagg. 552.
Britain and the British scas, by H. J. Mackjndbr. — London, 190.3, Wil-
iam H eiiiemann, pagg. 377.
A Histonj of Frrnch versification, by L. E. Kastner. — Oxford, 1903, Cla-
rendon Press, pagg. 312.
Mes souvenir-'^ *** - L'unite de l' Italie et l'unite de l'Allemagne, par le Comte
de Reiset. — Paris, 1903, Librairie Plon, pagg. 530.
Le problf'me de l'avenir Latin, par Leon Baz.\lgbtte. — Paris. 1903, Li-
brairie Fischbachor, pagg. 256. Fr. 3.50.
La cimine des heures, par R. H. De Vandelboi'rg. — Paris. 1903, Société
du Mercure de France, pagg. 189. Fr. 3.50.
Lttcurs et Flimmes, par Hélènb Vacaresco. — Paris, 1903, Librairie Plon,
pagg. 200. Fr. 3..50.
La fiction universelle, par Jules Db Gaultier. — Paris, 1903, Société du
Mercure de Franco, pagg. 420. Fr. 3..50.
La restauration des monnments anciens, par Charles Buls. — Bruxelles, 1903,
P. Weissenbruch, pagg. 56.
En Visperas, par Lucio V. Mansilla. — Paris, 1903, Garnier Hermanos
((i, rue des Saints-Pères), pagg. 106.
PUBBLICAZIONI DELLA CASA B. TAUCHNITZ DI LIPSIA.
(Ciascun volume L. 2).
The Striking Honrs, par Eden Phillpotts. 1 voi. .3653.
The Pi!, by Frank Norris. 2 vols. 3651, 3655.
The Untilied Field, by George Moore. 1 voi. 3656.
Park Lane, bv Percy Whitb. 2 vols. 3657, 3658.
No Hero. by E. W. Hornung. 1 voi. 3659.
Trent's Trust, and Other Stories, bv Bret Harte. 1 voi. 3660.
The Conflict, by M. E. Braddon. 2 vols. 3661, 3662.
Pubblicato 11 21 lug-lio 1903. -
Direttore-Proprietario: MAGGIORINO FERRARIS.
Raffaello Messini, Responsabile.
Roma, Via della Missione, 3 - Carlo Colombo, tipografo della Camera dei Deputati
IL PONTIFICATO DI LEONE XIII
Quale sarà il giudizio die larà la stoiia del i^onlilicatcj di Leone XI 11
non è dato, ciefiianio. ad aleuno di [ìievedere con esattezza, perchè
lopeia di questo Papa è stata complessa, dislornie nelle varie sue parti,
mista di successi e di sconfitte innegabili ; alcune volte è sembrato che
audacemente precorresse l'avvenire, altre volte ha mostrato di rin-
chi.i'^rsi paurosamente nel passato, e, per rispetto alle questioni ur-
genti del tempo nel quale si svolgeva, alle volte si può dire che le
abbia chiaramente intuite, mentre in alcuni casi sembra che non abbia
voluto o saputo, non die capirle, neppure avvedeisi della loro esi-
stenza.
Certameiile la storia dirà che Leone XllI, per l'intelligenza, il
senso retto della sua dignità e la cultura, sopravanzò di molto il suo
precedessoie Pio IX. ma l'orse dirà anche che questo. ]iiù per gli avve-
nimenti cui si trovò mescolato die per ragioni derivanti dal suo va-
lore personale, è figura più rappresentativa, più imponente, più, si
direbbe (piasi, romanticamente interessante.
L'ultimo Papa sovrano temporale chiude un periodo (juasi mil-
lenario nella storia, meglio che del Papato e dell'Italia, del mondo
civile, e la maestà tragica dell'immensa ruina che lo avvolge, per ciò
die riguarda la sua persona, appare illuminata dallo splendore dell'età
nuova che s'inizia e su di lui irradia, come il sole illumina e, si di-
rebbe quasi, abbellisce i campi desolati dall'uragano. E questo tanto più
perchè ad accelerare l'avvento della nuova età Egli jiure, il Papa spode-
stato, aveva con una, forse troppo, ingenua buona fede contribuito.
Ricordo che quando giunse l'annunzio della morte di Pio IX,
parecchi vecchi patriotti che avevano combattuto il Papa-Re, contro
di lui cospirato e sfidate e patite le persecuzioni del suo Governo e
lo avevano, chi sa quante volte, maledetto, rimasero commossi e alcuni
anche non poterono rattenere le lagrime; essi, col cuore ancora volto
alla tomba appena chiusa di Vittorio Emanuele, la cui morte aveva
ridestate in loro le memorie eroiche del risorgimento, ripensarono,
quando fu annunciato che anche Pio IX aveva cessata la sua vita
mortale, all'anno 184(), nel quale quel Papa, che aveva finito maledi-
cendo l'Italia, parve evocarla dal suo secolare sepolcro e la benedisse,
incitandola, determinandola, anzi persuadendola, certo più involonta-
riamente che volontariamente, alla riscossa. E poiché, ricordo d'aver
sentito dire da qualcuno di essi, Pio IX ha crudelmente espiato il
fallo d'avere abbandonato l'Italia, d'averla combattuta, d'essersi alleato
ai suoi danni cogli strauiei'i e i tiranni, e noi abbiamo vinto contro
©4 Voi. evi, Serie IV • 1 ■ agosto 1903.
370 7L PONTIFICATO DI LEONE XIII
(li lui. e (li liniilc al Vaticano, di Roma sua abbiamo jallo la capilale
(Iciritalia risorta, sulla sua tomba dimenticbiamo le ottesc, le ingiurie e
i (Ianni pei' licordarci soltanto che la sua voce ci chiami) alla battaglia per
la Patria, che. lui acclamando e cantando il suo inno, abbiamo, coH'en-
lusiasmo dei nosti-i anni gio\anIli. consacrata la nostra vita all'Italia. E
benediciamo alla sua memoria, perchè, forse, senza di lui, non avremmo
tanto osato, patito e operato; certamente senza di lui non avremmo
così presto sentita l'onta e la vergogna di non essere cittadini d'una
Patria libera e indipendente.
Questo pensavano sulla tomba di Pio l.\ molti vecchi jiatriotli
italiani; mentre anche i nemici irreconciliabili della religione e della
Chiesa rimanevano, se non commossi, colpiti da ciuella morte, che ra-
|iiva bensì un nemico vinto, ma minacciava di ridestare le energie
avverse al loro ideale, che nel seno del cattolicismo ancora vivevano,
ed erano rimaste come compresse e avvilite sotto il peso delle scon-
fitte politiche e oscurate dallo splendore del risorgimento.
E poiché la grande battaglia tia gli ordini liberi e gli assoluti,
tra la scienza e la superstizione, tra la li])ertà del pensiero e il dogma
aveva avuto le sue fasi decisive durante t[uel Pontificato e il Papa,
colla stessa serena inconscienza con la quale aveva nel 184(5 destato
l'incendio della rivoluzione italiana, si era cacciato nella mischia e
aveva voluto schierare, contro le nuove aspirazioni, i nuovi desiderii,
le nuove verità, le nuove idee e i nuovi istituti, non solo la Chiesa
nel suo ordinamento amministrativo e politico, ma la religione stessa,
nella sua intima e spirituale essenza, il suo nome era diventato il
simbolo principale nella battaglia, e o per lui o contro di lui si com-
batteva, quasi che Egli fosse l'eroe rappresentativo d'una delle parti
avver.se, contro cui l'altra dovesse concentrale tutti i suoi sforzi. Cosi
il nome di Pio IX, lui vivente, grandeggiava già nella storia, e pareva
che dovesse dalla storia passare nella leggenda e continuare per se-
coli e secoli ad essere adorato o maledetto.
II.
Tutto ci() manca a Leone XIII, il quale, per quanto sia indubbia-
mente superiore, come abbiamo detto, per intelligenza, cultura, carat-
tere, insomma per tutto ci() che costituisce il valore personale d'un
uomo, a Pio IX, non imo pareggiare questo nel lascino che esercitava e
anche nella sua importanza storica. Pur tuttavia è anche indubitato
die Egli ha rialzato il prestigio religioso del Papato, lo ha sollevato
al disopra delle contese e delle dispute meschine (meno per ciò che
riguarda l'Italia): non è sempre riuscito, ma è onore per Lui averlo
tentato, di tare del Papato come una gi-ande Magistratura interna-
zionale di conciliazione tra Stati e Stati e tra Governi e Popoli; ha
parlato sempre altamente e nobilmente, e, sopratutto, mentre pareva
che la Religione e la Chiesa dovessero essere ormai considerate come
istituti e forze del passato. Egli ha voluto che siano considerate, e vi
è in parte riuscito, come forze attive, coscienti e importantissime nel
movimento sociale, scientifico, morale dellctà nostra. Indubbiamente
ora in Europa e in America n(m vi è alcun statista o pensatore politico
che possa prescindere dalla religione e dalla Chiesa cattolica nella riso-
II. l'ONTIFICATO ni LKONE XIII 3/ 1
luziuiie d'una (jiialunque (luestione politica o sociale che abbia un
valore vitale per la società che Egli o deve guidare o esamina e studia-
Mentre (piando Leone XllI salì al trono pontifìcio molti potevano con-
sidevare la Religione e la Chiesa come forze negative nella vita moderna,
ora che il suo Pontificato è finito, esse per tutti sono forze, spesso
avverse o nemiche, ma ad ogni modo positive che importa o vincere
o amicarsi. A IjUÌ nulla è sfuggito, non la gravità e l'urgenza della
questione sociale, non la necessità che c}uesta sia come sollevata dal
materialismo nel quale il socialismo tedesco la vuole immersa, e sia
spiritualizzata e idealizzata, non la incompatibilità del vecchio legit-
timismo monarchico colla società rinnovata e rinnovantesi, non i nuovi
aggruppamenti degli Stati e dei popoli, non infine i problemi oscuri
e complessi della democrazia. Egli ha visto e sentito la forza morale
della ricerca scientifica, l'importanza della storia documentata, senza
l)regiudizii e paure, ha capito il valore intrinseco del. Cristianesimo
al disopra e al di fuori delle varie confessioni religiose nelle quali si
divide; ha capito e sentito che il cattolicismo, col suo forte ordina-
mento amministrativo, colla sua tradizione, colla sua gerarchia ridotta
puramente, o principalmente, spirituale, poteva esercitare nel momlo
cristiano un'egemonia morale, sopravanzaie le altre confessioni, af-
fermarsi e tarsi rispettare sempre e dovunque.
Nato nel 1810, Egli aveva attentamente studiato i grandi e mera-
vigliosi avvenimenti che si erano svolti sotto i suoi occhi : quando
sali il Trono Pontificio aveva una lunga esperienza degli uomini e
delle cose, che gli servì ad adempiere la missione che si era prefissa, a
rompere o smussare le ostilità, a rinsaldare o a conquistare le ami-
cizie. Religiosamente, e anche moralmente e socialmente considerato,
quello di Leone XI 11 fu un grande Pontificato e di Lui si dirà che ha
lasciato la Religione e la Chiesa in condizioni molto migliori di quelle
in cui le trovò. In Germania, in Inghilterra, nell'America anglo-sas-
sone, nei paesi, cioè, dove le confessioni cristiane anti-cattoliche pa-
revano connaturate nella storia, nelle tradizioni, nelle istituzioni stesse
politiche e sociali dei popoli. Egli assodò il cattolicismo, che prima
di lui aveva cominciato il suo movimento di espansione, ma era ri-
masto come atrofizzato negli ultimi anni del regno di Pio IX pel
carattere reazionario che questo Pontefice gli aveva impresso ; anzi,
più che assodarlo come confessione religiosa, lo costituì e fece rico-
noscere, specialmente in Germania e in Inghilterra, quale potente
elemento di conservazione politica e sociale ; erigendolo nel primo
di questi paesi a difensore dell'unità imperiale contro il particolarismo
degli Stati del Sud, specialmente della Baviera, e della società contro
il dilagare delle dottrine socialiste, in Inghilterra domando la ribel-
lione irlandese che in esso s'alimentava, e contribuendo a cambiare,
quindi, il grande dibattito tra l'isola inglese e la verde Irlanda in una
questione d'oi-dinamento amministrativo ed economico che, ])er quanto
grave, può con buona volontà essere sciolta. Incontestabilmente,
senza l'abilità politica, inspirata ad un grande ideale religioso, il cat-
tolicismo in questi due paesi non sarebbe assurto all'altezza cui è
giunto, né l'imperatore di Germania sarebbe andato in \'aticano, in
Terrasanta e a Montecassino atteggiandosi a suo protettore, ne sa-
rebbe questione di abolire quella formula del giuramento del Re d'In-
gliilterra che contiene la consacrazione di legittimità della Monarchia
e della libertà inglese dopo la rivoluzione del 1688.
2,1'ì IL PONTIKICATO DI LliOXE XlIT
Leone XIII capi clie il cattolicismo illuminato, portato al di sojiia
delle contese politiche, aveva in se stesso, di fronte specialmente alle
confessioni protestanti eniiiientemenle individualiste e insanaliiliucnte
razionaliste, un elemento morale di fede cosciente e jìura da conqui-
stare gli animi e i cuori, tpiando fossero so-onibri dalle preoccupazioni
sorte nel processo di formazione delle nazionalità e degli Stati.
Applicando questo suo alto concetto insieme religioso e politico.
Leone XIII tolse ogni forza nella Spagna al carlismo, e nella Francia
al legittimismo e al bonapartismo, e con ciò non vi sarà alcuno che
voglia negare aver Egli reso un iramen.so servigio alla causa della
libertà.
Non che bastasse la forza della Chiesa a far sorgere in Spagna
la monarchia legittima di Don Carlos, o a restaurare in Francia il
trono borbonico o rim[)eiiale. ma è certo che la monarchia costitu-
zionale nel primo, la repubblica parlamentare nel secondo di questi
paesi, avrebbero avuto iliollo maggiori ostacoli da superare per con-
servarsi, o per consolidarsi, se avessero dovuto lottai'e anche contro
la forza organizzata del cattolicismo. Noi non entriamo a giudicare,
non essendo qui il luogo, ne avendone il tempo e l'agio, della politica
ecclesiaslica attualmente seguita dal Governo della Repubblica francese,
ma ci piace notare che se l'alto Clero secolare e quello regolale dal 1878
in poi non fosse stato come imbrigliato e lattenuto dall'intluenza
di Roma, se i partiti monarchici avessero potuto giovarsi dell'appoggio.
o palese o segreto, di questo e del Papa, probabilmente la repubiilica
non si sarebbe cosi fortemente consolidata all'interno e all'estero da
jiotere sciogliere le congregazioni e minacciare la denunzia del Con-
cordato.
In questo punto, forse, la politica seguita da Leone XIII andò oltre
il segno che le prefìggeva l'interesse della Chiesa, tanto da finire pei'
trovarsi, come ora, in una via senza uscita; non potendo la Santa Sede,
nello stato attuale, uè cambiare repentinaniente linea di condotta, né
liroseguire più oltre nell'amicizia col Coxerno francese. Sotto questo
aspetto il Pontiticato di Leone s'è chiuso con una sconfitta ed egli ha
lasciato al suo successore una ben grave questione da risolvere, la
quale inceiiperà per lungo tem|)o la libertà d'azione del nuovo Pon-
tefice, e produrrà probabilmente conseguenze politiche non lievi.
in.
Lo storico che vorrà ricercare la ragione di questa condotta di
Leone XI li verso la Francia, innegabilmente, per ciò che riguarda
l'interesse della Chiesa, eccessiva ed imprudente, la troverà nella preoc-
cupazione dei rapporti coll'ltalia.
Noi non crediamo alla possibilità d'una conciliazione aperta, sin-
cera e patteggiata del Papato coll'ltalia. uè vi abbiamo mai creduto,
neppure quando parve prossima a concretarsi nei fatti: per noi l'Italia
unita con Roma capitale è un termine perfettamente antinomico, con-
traddittorio anzi al Papato reggente, in una forma monarchico-aristo-
cratica accentrata, il cattolicismo, che pure in Roma ha la sua storica
e tradizionale capitale (1). Per noi anche il risorgimento unitario ita-
(1) Cfr. il nostro studio: Monarchia e Papato in Italia (Bologna, 1888 i : e altri
varii scritti minori.
IL PONTIFICATO DI LEONE XTIT 373
liane, privando, per fatalità storica cui era impossibile, anche volendo,
sottrarsi, il Papa del potere temporale e di lloma, ha indotta la ne-
cessità d'una riforma nell'ordinamento esterno del cattolicismo, augu-
rata e preveduta dai grandi nostri pensatori e in forma più determi-
nata degli altri da \'incenzo Gioberti, la quale toglierà cerlamentc
oiini ragione di dissidio. Ma tino a tanto che questa riforma non av-
venga, il dissidio, anzi l'inimicizia ufficiale, tra il Papato e l'Italia è
inevitabile, perchè è l'imico mezzo col qiiali^ il Pai)a1o possa, in modo,
diiemo cosi, tangibile, affermare quella indipendenza che nei secoli
passati volle conquistare e assicurare, opponendosi sempre all'unifì-
cazione dell'Italia e costituendosi un Principato temporale.
Per queste ed altre ragioni che altra volta abbiamo ampiamente
svolte e che non vogliamo qui ripetere, adunque, non era possil)ile a
Leone XIll, né sarà possibile al suo successore di venire a quella
conciliazione che molti augurano, ma nella quale il Papato e la Chiesa
da una parte, l'Italia unita dall'altra non avrebbero nulla da guada-
gnare, anzi, con ogni probaliilità. molto perderebbero. Ma tra il dis-
sidio acuto, cioè l'inimicizia reale ed effettiva d'ogni momento, e l'ini-
micizia ufticiale, che non esclude i rapporti pacifici e lascia ad ognuna
delle parti piena libertà d'azione, molto ci coitc, ed è a questa che
inevitabilmente ariiverà il Papato, ma non volle o non potè arrivare
Leone XIII.
Egli aveva un'intelligenza troppo alta e acuta per non capire che
lo Stato Pontificio, così com'era ridotto dopo il 1S15 in mezzo all'Eu-
ropa libei'ale e civile, era, più che una vergogna, un assuido morale
e politico: né certamente egli s'illuse mai sulla possibilità di restau-
lare il potere temi)orale, né, forse, gli è mai jiarso che questa restau-
l'azione fosse da desiderarsi nell'interesse della Religione e della (Ihiesa.
Sotto questo rispetto. Egli si distingue moltissimo da Pio IX; Egli
non è, né fu mai. come questo, temporalista nel senso preciso, mate-
liale, si direbbe quasi, della parola ; difatti le rivendicazioni dirette
del dominio terreno sono sempre state rare nei suoi atti e nei suoi
discorsi, nei quali il potei-e temporale è più affermato e difeso come
diritto e tradizione storica, che come necessità attuale. Leone XIIT ha
parlato spesso della condizione intollerabile fatta al Papato e alla
(Chiesa, della mancanza di libertà del Sommo Pontefice residente in
territoiio non suo e i cui diritti e prerogative dipendevano da una
legge interna dello Stato nel quale abitava, non garentita in alcun
modo da un accordo degli altri Stati, ma quasi mai, o ben di rado,
é andato più oltre, affermandosi, come faceva in ogni occasione Pio IX,
quale principe ingiustamente spodestato e pretendente attivo alla ricon-
quista del trono perduto. Ma se Egli non faceva questione del potere
temporale vero e proprio, riteneva anche (e dal suo punto di vista
non certo a torto) che non fosse nel suo diritto di rinunziarvi e, per
di più, capiva che l'Italia, com'è attualmente costituita, rappresentava
un ostacolo, pres.sochè insormontabile, ad ottenere quella posizione
sicura e quelle garenzie cui credeva avessero diritto il Capo e l'organismo
centrale della Chiesa cattolica. Forse un momento ritenne che si po-
tesse raggiungere questo intento con un accordo diretto, non con una
(ionciliazione, col Governo italiano, e fu quando, essendo il Crispi
Presidente del Consiglio, l'Italia parve dovesse assumere una jìarte
preponderante nella politica europea; ma ben presto perdette ogni
speranza e si ritrasse bruscamente. Non sono ancora ben chianti tutti
374 IL PONTIFICATO DI LEOxNE XIII
i particolari eli quelle trattative nelle quali ebbero parte preponderante
il Tosti e il Carini, ma se ne sa abbastanza per poter dire cbe il Go-
verno italiano, se si mostrò deferente e ben disposto, non abdicò mai
alla sua dignità, né permise si ritenesse che esso, più del Papa, aveva
desiderio che fosse stretto l'accordo. Come abbiamo detto, se per un
momenlo Leone XIII credette possibile questo modus vivendi, ben
presto si disingannò perchè sulForganismo centrale della Chiesa, sulla
sua intima compagine lrop])o potevano ancora le passioni e i ricordi tem-
poralisti, e questi gli si eressero contro e divennero formidabili tanto
da indurlo, non solo ad abbandonare Timpresa. ma a mai più liten-
tarla. E da allora prese forme più determinate la politica antitaliana
della Santa Sede, che concluse coll'asservire questa alla Francia. A questa
politica noi non crediamo che partecipasse con ferma convinzione
Leone Xtll, ma che piuttosto la subisse, persuaso che oltrepassava il
suo potere cambiarla. Nell'interno divenne più rigida l'avversione per
le istituzioni dello Stato nel clero specialmente alto; che se qualche
eccezione v'è stata, fu dovuta o all'influenza personale del Papa,
quando si poteva esplicare, o alla azione personale dei sacerdoti che,
vivendo in mezzo al popolo e dal popolo essendo sorti, non ]iotevano
prescindere dal parteciparne i sentimenti. In alcuni casi. anzi, parve
che i sacerdoti sopravanzassero e anche, in |)arte. andassero contro
alle idee della Santa Sede, come si vide chiaramente in occasione dei
nostri disastri d'Africa e più apertamente quando fu assassinato il Re
Umberto. L'avversione alle istituzioni dello Stato si manifestò, inoltre,
nella rigidità con cui fu mantenuto il non expedit. nell'aperta ripugnanza
verso la Monarchia che sempre ostentarono i più autorizzati interpreti
del pensiero e delle idee del Vaticano, nella participazione alle lotte
amministrative dove spesso i clericali spiegarono un'azione, se non con-
corde, certo parallela a quella dei partiti sovversivi, sempre, o quasi,
contraria ai partiti costituzionali, arrivando i più audaci fino ad espri-
mere apertamente il desiderio e l'augurio che fosse abbattuta la Mo-
narchia, simbolo ed affermazione infrangibile dell'unità, e in Italia
sorgesse una repubblica federale, nella quale il Papato avrebbe natu-
ralmente primeggiato e i suoi sostenitori avrebbero potuto, senza osta-
coli, parteciiìare attivamente alla vita pubblica.
Nella politica internazionale, come aiibiamo accennato, l'attività
della Santa Sede fu anche maggiore in senso contrario all'Italia e in
cpiesti ultimi anni parve subordinasse ogni interesse, anclie religioso,
al preconcetto di danneggiare e umiliare questa. Da jter tutto dove il
Regno italiano aveva interes.si da tutelare s'è trovato contro la diplo-
mazia pontiticia. da per tutto dove vi erano difficoltà da supei-are.
avversioni da vincere, ha visto vigilante, iironta. sempre nemica, la
Santa Sede.
È semi)re ap|)arso chiaio il concetto predominante ili indebolire
lo Stato italiano all'estero, come di abbatterne le istituzioni fondamen-
tali all'interno: questo tanto più da che. precipitando l'età del Pav)a
dalla vecchiaia nella decrepitezza, si affermò prepotente nella politica
vaticana l'influenza del cardinale segretario di Stato, che per alcuni
aspetti ricorda 1' Antonelli, ma ]iiù forse rassomiglia a (piei tieri car-
dinali, che. duiante la servitù d'Avignone e doiK) ]ier cpiardo si svolse
lo scisma (rOccìdente. mescolandosi senza scrupoli di sorta tra gli av-
volgimenti ilella |)olitica e delle guerre, conquistarono e poi assodarono
il dominio temporale della Santa Sede.
IL PONTIFICATO ni LEONE XIII ' 375
Ma i tempi erano mutati e l'Italia, nonostante gli errori e le ter-
giversazioni e contraddizioni della sua politica interna ed estera, era
troppo forte perchè questa linea di condotta potesse riuscire. Le istituzioni
monarcliiche-rappresentative airinterno sono ancora sicure, né l'ini-
micizia della Santa Sede e dei suoi partigiani, per quanto venga iu
aiuto all'opera dissolvitiice dei partiti sovversivi e tui'bi gli animi e
i cuori, ha potuto scuoterle; e di questo Leone XIII e il suo segretario
di Stato videro, in più occasioni, chiari i segni. Piuttosto si può dire
che la disciplina ferrea voluta stabilire nelle file dei vaticanisti e,
sojiratutto. la cdiidotta principalmente sulìordinata alla politica tempo-
ralista imposta loro in confronto della vivacità ed intensità della vita
sociale alla quale non possono rimanere indifferenti, ha prodotto una
specie di reazione nelle loro file e desfato qualche segno di resistenza,
che non accenna ancora a mutarsi in ribellione, ma che la prepara in
un avvenire, non prossimo certamente, ma neppure estremamente lon-
tano. Specialmente il movimento della democrazia ciistiana, quando
venga disciplinato, moderato e composto, può produrre effetti gravis-
simi, e il iiiopagarsi di questo movimento, nel quale, oltre la questione
del potei'e tenijiorale, anche quella del Fa|iato e dell'ordinamento cen-
trale della tlhiesa è ])osta in seconda linea, è stato accelerato e inten-
sificato dalla dilezione S]ii('catamente aulitaliana voluta imjH'imere dalla
Santa Sede all'azione dei suoi sostenitori nell'interno del Regno.
Per ciò che ha riguardo poi alla politica internazionale, la preoccu-
l)azione di danneggiare e umiliare l'Italia spinse la Santa Sede a com-
battere, in tutti i modi, la triplice alleanza, senza riuscire, jìerò, a S])ez-
zarla, come avrebbe desiderato, e questa condotta (-he indeboliva chi
la praticava fu abbandonata, infine, per volontà espressa, crediamo, di
JA'one Xlll, il quale comprese che valeva meglio rendersi amiclic le
grandi ])otenze nordiche, giovanflo loro e ritraendone giovamento per
la religione, specialmente nelllmpeio Germanico. Ma jtei' ciò cIk' ri-
guarda r Austria-Ungheria l'arrendevolezza della Santa Sede, non po-
tuta, o non voluta, temperare da Leone Xlll, jirodusse effetti dolorosi
per gl'italiani. Fa meraviglia che uno spirito così squisitamente e clas-
sicamente latino come Leone abbia accondisceso, pur di indebolire,
nella forma esterna piii che nella sostanza politica, la cordialità dei
rapi)orti nostri coll'Austria- Ungheria, a che sia, anche dal punto di
vista religioso, perseguitata e depressa la nazionalità italiana nell'im-
pero vicino, siano sostituiti i pieti slavi agl'italiani, e in luogo della
liturgia latina, posta, dove e fin che era possibile, la cattolica slava.
Forse egli pensò che in tal modo si ostacolava il progresso dell'orto-
dossia orientale, ma certo unico vantaggio presente e tangibile che ne
ritrasse fu d'avere in tal modo contribuito a impedire clie l'Imperatore
Francesco Giuseppe restituisse la visita al Re d'Italia in Roma, ben
magro risultato, invero, di fronte al danno morale e materiale prodotto.
Uno dei fatti più salienti che si svolsero sotto il Pontiticulo di
Leone XIII nella politica internazionale fu la conferenza dell' A ja, alla
quale Egli pretese e cercò in ogni modo di essere invitato, ma non
vi riuscì, per l'opposizione dell'Italia rafforzata dall'adesione della Gei'-
niania, dell'Inghilterra e anche dell'Austria-LIngheria.
In ((uesta stessa rivista noi spiegammo le ragioni giuridiche per
le quali questo intervento eia inammissibile e accennammo a quelle
]ioliticlie die gli avrebbero dato il significato di offesa all'Italia ( I) :
il) // Papa iiìlii Conferenza internusionaìe, fase IO febbraio 1898.
;}7(i IL PONTIFICATO DI LEONE XIII
ora è cerio che le seconde nei Gabinetti europei iianno avuto un peso
e un"imi>oitanza maggiori delle prime, pei'chè appariva chiaro che
fin tendi mento della Santa Sede non era già quello di aiutare la pro-
paganda per la pace e per il disarmo, ma invece di feriie l'Italia e
lorse di tentare che fosse discussa la i)osizione del Sommo Pontefice
dopo la caduta del poteie temporale. Questa pieoccinìaziimc politica
diede buon giuoco alla di|)lomazia italiana e rese inevitaltile cpiella
che, forse, fu la maggiore delle sconfitte patite dalla Santa Sede du-
rante il Pontiticato di Leone XIll. La aveva prevista la mente acuta
di Leone? E se la aveva prevista, perchè non riusci a schivarla quando
l)ur si poteva, non ponendo la questione dell'intervento?
11 fatto è che da quell'insuccesso l'influenza della Santa Sede, nella
politica internazionale propriamente detta, uscì molto diminuita, e fu
forse perciò che il Vaticano si diede tutto alla Francia, non ricavan-
done in ultimo alcun vantaggio e non riuscendo neppure ad impedire,
quando le circostanze lo permisero, il riavvicinamento cordiale delle
(lue nazioni latine e a ])rocurare, come abbiamo visto sopra, che in
Francia non prevalesse una politica cosi francamente anticlericale, da
divenire, o sembrare, anticattolica.
Riassumendo questa nostra breve esposizione, diremo che, mentre
nel campo religioso e moiale il Pontificalo di Leone XIII ottenne
grandi risultati, nel campo politico non si può dire altrettanto, perchè
fu ostacolalo o impedito dalla costante preoccupazione di ferire, dan-
neggiare, umiliare l'Italia. Anzi, a questo proposito, si può aggiungere
che quei risultati jiiosperi l'eligiosi e morali che ottenne sarebbero
stati molto maggiori senza la preoccupazione antitaliana, perchè le
circostanze alla religione erano grandemente favorevoli.
La parabola ascendente del materialismo o del razionalismo nel
campo scientifico ci pare, se non finita, almeno intei-rotta o rallentata,
e, indubbiamente, i tèmpi volgono propizii a un rinvigorimento del
sentimento religioso, massime sotto la pressione paurosa delle agita-
zioni e rivendicazioni sociali. Come abbiamo in questo scritto più
volte accennato, Leone XIII senti questo e ne trasse grande giova-
mento per la fede e la Chiesa, ma, ripetiamo, assai più ne avrebbe
tratto se non avesse dovuto o voluto, sempre, ad ogni costo, in ogni
circostanza, danneggiare l'Italia quale l'Iia costituita la gloriosa rivo-
luzione compiutasi il i20 settembre 1870.
IV.
For'se quando uscirà alla luce questo studio, il Conclave avrà
nominato il nuovo Papa; ad ogni modo non è il caso di fare previ-
sioni che, sempre quando si tratta di elezioni, sono, per' riguar-do alle
persone, azzardate, e divengono iiddlrittura fantastiche nel caso spe-
ciale dell'elezione del Sommo Pontefice. Ci pare tuttavia difticile che
il successore di Leone XIII lo pareggi nell'altezza dell'ingegno, nella
vastità della cultura, nella nobiltà della vita. Forse questo potrebbe
accadere se fosse eletto Papa un cardinale straniero, ma non ci pai-e
possibile che ciò avvenga per i contrasti tra le varie potenze, la
pr'eponderanza dell'elemento italiano nel Saci'o Collegio e la forza della
tradizione potentissima nella Chiesa.
TL PONTIFICATO DI LEONE XIII - 377
Nelle condizioni atUiali. solamente nn Caidinale americano forse
non desterel)be tra gli stranieri le gelosie politiche dei vari Stati, ma
viceversa porterebbe un pertiir])amento gravissimo nella compagine
della Chiesa, perchè il cattolicismo americano ha tendenze, modi di
azione esterna e anche un patrimonio di idee sue proiirie che non
sempre si conciliano colle attitudini e le abitudini del cattolicismo
europeo o romano. Perciò non è probabile che sia nominato Papa
neppure un americano, e quindi si può ritenere che il nuovo Ponte-
fice sarà italiano.
Essendo italiano non potrà decampare, in modo molto sensibile
esternamente ed ufficialmente, da quella linea di condotta verso 1" Italia,
die s'impose a Leone XIII; i tempi non sono ancora maturi per ciucila
li forma cui accennauinio sopra e che deve togliere ogni ragione di
dissidio.
Ma se i tempi non sono ancora maturi per la cessazione del dis-
sidio, ogni giorno che pas.sa ne fa meno intense le cause perchè dimi-
nuisce il ricordo di quegli avvenimenti che 1" hanno prodotto, e induce
una maggiore adattabilità del Pa])ato e della Chiesa alle nuove condi-
zioni create loro dalla legge delle guarentigie. Ed è sul tempo che
1" Italia, colla calma e la pazienza dei forti e dei giusti, deve fare asse-
gnamento.
Tra i tanti errori che sono stati commessi dai Governi italiani
non vi fu mai quello di fare una politica di persecuzione o di ostilità
dichiarata verso il Papato e la Chiesa. Auguriamo che un simile errore
non sia mai commesso, anche se la persona eletta a succedere a
Leone Xlll accentuasse in modo offensivo il dissidio e apparisse, nella
forma e nella sostanza, fieramente intransigente.
Ma se r Italia dev'essere calma e paziente ciò non significa che
debba essere inerte e passiva, che non debba jiraticare una politica
ecclesiastica forte e cosciente. Pur troppo di qfiesta politica non v' è
traccia in Italia, meno forse alcuni accenni che ne diede il Crispi ; né
si può dire che la sua necessità sia entrata nella coscienza del nostro
ceto governante e nelle idee informative della opinione pubblica. La
formula cavouriana: Liìiera Chiesa in libero Stato, malamente interjire-
fata ed applicata, ci ha indotto, per rispetto alla religione e alla Chiesa,
ad una specie di fatalismo buddistico, dal quale non ci risvegliamo
che a tratti per usare qualche piccola violenza, fare qualche dispetto,
dichiararci con alte e incomposte grida anticlericali : cose tutte che
irritano gli avversari e mostrano la nostra debolezza organica. Bisogna
die tutto ciò abbia fine, bisogna che, per rispetto alla Religione, alla
(Ihiesa. al Papato e ai rappoiti loro coli' Italia, ci formiamo un pro-
gramma, ci prefiggiamo una linea di condotta ben chiara e precisa,
riegna delle nostre tradizioni di sajiienza civile. A questo si dovrebbe
pensare in Italia da quelli che si (ireoccupano dei pericoli che l'osti-
lità inevitabile del Papato crea alla Patria, da quelli che non sono né
clericali, né anticlericali, ma che vogliono essere, e rimanere, solamente
italiani devoti all' Italia, alle sue istituzioni, alla sua unità e indi-
pendenza.
Domenico Zanichelli.
LEONE XIII
E I PAPI DEL SECOLO CHE FU SUO
I.
Fu dunque così iiiipiovviso questo ascendere del Papato, die la
vastissima commozione suscitatasi alla morte di Leone XIII e la vastis-
sima ansia con cui si attende dalla finestra di San l'ieti'o Vhahemus
Pontefìcem, non abbiano avuta nessuna prepai'azione nei tempi, e il
com]iianto Pontefice debba considerarsi sorto
■ ■ ■ come tallo da nuda
Terra, lungi da fonte vital?
Certo, alla fine del secolo xvni l'attenzione pubblica vei-so le cose
pontificie era cosi scarsa, che Pio \'l poteva esser trascinato moribontlo
in Francia, morirvi prigioniero, esser condotto al sepolcro non da preti
ma da soldati, venir calato nella fossa comune, senza che nel mondo
gli avversi e i potenti.mostrassero di avvedersene: era così scarsa, che
l'anno dopo gli AListro-Russi potevano a Venezia proteggere l'elezione
d" un nuovo Papa colla stessa degnazione sbadata, come se avessero
peiuiesso il ripetersi d'un vecchio cerimoniale per pietà delle vecchie
abitudini di pochi vecchi Cai'dinali.
Ma chi non tenesse conto di ciò che si maturò lungo la storia mo-
derna del Papato; chi per innalzare oltre misura Leone lo separasse dai
suoi predecessori più prossimi, gli renderebbe un cattivo sei'vigio. perchè
nei giorni nostri l'elogio fatto ad un uomo come di creatore d' un' èra
non è creduto a lungo. Più verosimile ai)i)arisce la grandezza di alcuno
quando gii si attribuisca d'aver saputo fissare e coronare le oscure
tendenze del tempo suo. D'altra parte, ad un uomo immedesimatosi
quanto Leone nel Papato, e dirò trasfigui'atosi in esso, nulla ripugne-
rebbe dippiù che veder attribuite a sola virtù propria le fortune del-
l'eccelsa istituzione, e lasciar credere che essa già non si fosse incam-
minata di nuovo da un j)ezzo alla mondiale considerazione, manifestatasi
alla scomparsa di lui e ricordante grandezze iiontificie di secoli lontani.
La verità è che egli sorse in una tal quale pienezza dei tempi
nuovi, i quali aveano preso gii inizii del loro carattere appiaito un
secolo prima ili lui, nel periodo che coise tra il 17Sr> e il 179S. cioè tra
i due viaggi di Pio VI : il primo, cpiando a Vienna per implorare pietà
veiso la Chiesa da (iiusepiie II, il Papa andò « |)elh'grint) apostolico»,
come portava il suo motto nella leggenda lìiofetica di Malachia: il
secondo, quando a \alenza |)er ordine del Direttorio andò « i)rigioniero
LEONE Xni E I PAPI DEI, SECOLO CHE FU SUO 379
apostolico » a chiudere la vita. Poiché tra c|uei due viaggi prese uuovo
aspetto il eombattiiuento che il Papato sostiene dalla sua origine per
r unità e l'espansione della Chiesa.
In Giuseppe II riviveva ampliata e anmiollita rautica lotta delle
investiture tra la Chiesa e l'Impero: ammollita nei modi, come era
naturale in un imperatore con cipria e parrucca succeduto ad impe-
ratori vestiti di ferro; ma ampliata nella sostanza, perchè non si
trattava più di recare nelle mani imperiali l'uno o l'altro ufficio della
vita ecclesiastica, ma di recarvi tutta la costituzione gerarchica e
disciplinare della Chiesa. Egli sopprime duemila conventi staccando
da Roma i settecento superstiti; ferma inesorabilmente alla frontiera
come merce stranici a le bolle, i brevi, le dispense papali; ordina i
seminarli, l'insegnamento ecclesiastico, l'uffìzio, le messe, i riti; abo-
lisce le processioni, fissa il numero dei chierici ordinandi, stabilisce
la quantità di candele per gli altari, prescrive la formola delle bene-
dizioni. L' « imperatore sacrestano », come lo chiamò Federico il
( (rande, portava così all'ultimo e massimo grado quel sistema d'in-
gerenza dello Stato nella Clhiesa, per il quale lo Stato, ritenendo la
vita religiosa come istrumento di governo, intendeva maneggiarla a
suo comodo togliendola anzitutto all'influsso di Roma, ma faceva ciò
professandosi cattolico, vantandosi di questa professione, cercando
nella teologia i mezzi d'allontanare il Papa, e all'occasione proscri-
vendo gli eretici. Il Papato che nel Medio Evo avea risposto agli inizii
di (|uesta guerra coi fulmini di Canossa, ora tentava attenuarne gli
estremi sviluppi portando le sue suppliche nella capitale dell'Impero,
e ne ritornava deluso e scemato.
Passano pochi anni e una guerra opposta s'accende da un'altra
parie. Coloro che, mozzato il capo alla sorella di Giuseppe II,
... il sacro tendale impei;n
abbatteranno . . .
iniziano il sistema della separazione della Chiesa dallo Sfato. Non
più la religione strumento di governo, ma nei momenti di pubbliche
violenze considerata nemica, nei momenti pacifici inconcludente. Ad
ogni modo, non più cercata la coonestazione di ciò in lil)ri teologici,
ma fuori della dottrina cattolica e di qualunque dottrina religiosa;
sepaiate sopratutto le coscienze degli uomini che dirigono lo Stato da
ogni precetto nascente da religione. Viaggiava ancora Pio VI, e verso
l'ultimo esigilo; viaggiava a causa di questa seconda guerra, benché
non più portatore di bandiera bianca, ma preda.
Durante il secolo xix iniziatosi tra queste due guerre, la guerra
nuova non toglierà la vecchia; anzi l'intreccio delle due diverrà il
lerieno su cui il Papato convien che cammini. Gli Stati dal 1789 in
poi non sapranno mai bene a quale dei due sistemi attenersi, se cioè
al regalismo che confessa la fede e la sottomette, o al separatismo
che oscilla tra lo scacciare la Chiesa e lo svincolarne la gerarchia. Si
giungerà cosi fino ai giorni nostri, nei quali ogni guardasigilli di paesi
liberi si tormenta col chiedersi senza posa se deve intromettersi nel-
l'azione ecclesiastica o applicarle i danni e i vantaggi della libertà;
nei quali ogni sovranità costituzionale, avvezza pure a mostrarsi ai
cittailini con in mano il placido ombrello di Luigi Filippo, pensa se
davanti ai cittadini Vescovi non deliba i'ii)iendere lo scettro e il manto
dell'antica gelosa potestà.
380 LEONR XIII E I PAPI DEL SECOLO CHE FU SUO
Ma ad onla di (iiiesta coiifiisione e di (jiiesU^ alternative entra-
vano nei rapporti defili Stali colla (Jhiesa iiidiiizzi nuovi, dinanzi e
contro i (|uali poteva il Papato |)rendere una via |)iù piecisa e più
fulgida, avvantaji^iandosi della duplice guerra novella più che non
avesse fallo deiruiiica «iiieira aulica: avvanta^gianilosi, dico, dell'es-
sere conihaltuto; né la fiase deve destar meiavi^lia. Forse la lorUiua
di Pietro fu simboleggiala in una navicella, per sigiiilicare che tal\()lta
meg'lio della forza dei remi, valgono a sospingerla i luroii della lem-
l^esta. D'altra parte i grandi venti della storia spirano da una jiotenza
misteriosa (incte Imìit hi orbe terrarum, e spesso il vento onde si gon-
liano i llidti non lui diversa origine da quello che gonfia le vele.
II.
Dopo la pace di ^Vestfalia, in cui le stesse ))otenze cattoliche aveano
alloidanalo la Santa Sede da ciò che (tiidio il chianuna /7 ///«ocor/c/
mondo, ossia dalla [ìolitica internazionale, esse, industriandosi ad al-
lontanarla oramai ancìie dalla loro vita ecclesiastica interna, adope-
ravano una politica sottile, abile, seduttrice, che voleva produrre o
secondare nell'episcopato o nel clero le tendenze a scansare gli ordini
di lioina, a chiudersi in ciò che in Francia si chiamò gallicanismo,
ossia in una specie di Chiesa nazionale devota alla preminenza pon-
tificia purché fosse soltanto preminenza d'onore. E in paite le potenze
vi riuscivano. La giieira contro Roma poteva fare assegnamento sopra
un notevole conhibulo, almeno passivo, di numerosi vescovi e di
preti, contributo tanto più prezioso alle Corone, in quanto essi
erano pronti a portare sul despota la riverenza e l'ossequio negati al
i^apa, e a sacrificare ampiamente a Parigi, a Vienna, a Madrid, a Li-
sbona l'indipendenza conquistata su Roma. Poteva bene il Re Cristia-
nissimo proibire all'episcopato francese sotto gravissime pene di re-
cai'si mai alle tombe degli Apostoli; poteva bene fermare sulle alpi
la HoUa pontificia che canonizzava V^incenzodei Paoli, ti-oppo caro ai
poAcii e a Dio per essere ugualmente caro alla Coiie; poteva bene il
Ke fai' ciò, perchè venti vescovi avi'ebbero continuato ad assistere tutte
le mattine colla consueta riverenza al suo alzarsi di letto.
Roma stessa, contro cui si combatteva, oggetto di ripulse e ab-
bandoni velati da modi ossequiosi e da formole diplomatiche, secondo
il celebre consiglio di d'Harlay a Luigi XIV: « bisogna legar le mani
al Pontefice e baciargli i piedi », Roma piangeva i tempi, salvava la
dottiina, ma indeboliva la propria fibra. Gli Stati, che respingevano o
scansavano ogni atto universale della Chiesa, vennero un gioiTio, è
vero, a chiederle essi stessi uno di tali atti solenni, l'abolizione dei
gesuiti: ma quale testimonianza in favore della sua autorità mondiale
era questa, quando a cacciare di fatto la Compagnia di Gesù gli Stati
avean già pensato da loro? « Tanto varrebbe chiedere a me che sop-
l)rimessi i miei corazzieri », diceva Federico 11 ; ma Clemente W\ aderì,
certo per lo stesso candido amore della pace che animò più tardi
Luigi XVI, quando il 10 agosto 1792 ordinò ai suoi svizzeri di de|)orre
sotto il fuoco le armi, e le turbe invasero le Tuileries e rovesciai-ono
il liono.
Altri i modi, altri gli effetti della seconda siicele di guerra sco]»-
piata colla rivoluzione. Credette foi'se la Francia troppo lento per l'odio
LEONE Xlir E I PAPI DEL SECOLO CHE FU- SDO 381
SUO di quei giorni il \eccliio metodo boiiionioo e giuseppino d'insi-
nuarsi tra gli organismi della Ciiiesa dividendoli, e di far pian piano
dimenticare l'esistenza del Papato' Oppure sentendosi essa bandilrice
d'un'idea universale le parve conforme all'esser suo il combattere l'av-
verso cattolicismo abbracciandolo tutto, e il ferirlo appunto là dov'esso è
|)iù universale, cioè nel Papa? Il fatto è che la Francia preluse al calvario
di Pio VI col calvario di tutto il clero negatosi a giovar la Costitu-
zione civile e iniziò il primo grande servigio reso dalla rivoluzione alla
(Ibiesa, di correggere cioè l'antica manchevole unità degli spiriti eccle-
siastici coU'unità della sofferenza comune. Messe poi le mani sulla
stessa persona del Papa, iniziò il secondo grande servigio, di rendere
sempre il Pontificato presente e visibile al mondo, ciò che appunto il
Pontificato domanda, sia pure col prenderlo di mira direttamente, e
nella podestà spirituale, e nella sovranità civile.
Il clero e il Papa patiranno le sevizie francesi senza che per al-
lora il mondo si riscota al loro patimento, ma i tempi nuovi son già
nel contegno dei sacerdoti pei quali a quell'epoca come sempre furono
corroboratrici le frenesie dei dispotismi demagogici, quanto erano state
tentatrici le splendidezze dei dispotismi monarchici : i tempi nuovi sono
sopratutto nelle parole di Pio Vi. Egli die a Giuseppe II intitolatosi
V'icario di Cristo aveva scritto questa troi)po tenue espressione: «Ve-
dremo di concihare i diritti dell" Impero cogli interessi della Chiesa »,
dice ai suoi carcerieri con fortissima rassegnazione: « Su questo mio
povero corpo voi avete tutto il ])otere, ma niuno sull'anima che di-
sprezza i vostri attentati e lide delle vostre offese ». Poi quasi agoniz-
zante ritinta con aperto sdegno di accordale quelle concessioni eccle-
siastiche che il Re cattolico di Spagna, per farsi pagare i servigi resigli,
cercava in quell'ora sacra strap])argli.
Certo, come press'a poco dice Th. de la Rive, la misera sedia in
cui alcuni pastori alpestri lo portano decrepito, stremato, pregante su
per le nevi del Monginevra, è più gloriosa a lui che la sedia gestatoria
in cui nei dolci e deboli tempi eia stalo tante volte levato sulla folla
pi'ostrata in S. Pietro: certo, al dire del (iuyau, lo storico fedele che
ci ripensa non soffre più pel Papato, soffre oramai solamente pel Papa.
III.
Passeranno due anni e la palpai)ile unità del Cattolicismo, riap-
jiarsa nel tentativo di distiuggerio, saffermerà ancora e più nello
slbrzo di ricostituirlo. Da Pio X'tl, ancora fresco dei sospetti, delle
))relensioni, delle piccinerie dell'Austria, il Primo Console, ridonando
alla Francia il culto cattolico, invocherà un atto di giurisdizione sulla
Chiesa francese non soltanto uguale a quegli atti che la Monarchia
cristianissima respingeva, ma cosi autorevole e radicale, come forse
in ordine alla disciplina il Papato non aveva mai fatto. Invocherà la
distruzione della Chiesa gallicana eia creazione d'una Chiesa francese
nuova. Che altro fu il Concordato del 1801 "? Tutte le vecchie gelosie
dell'episcopato di Francia verso Roma, tutte le quattro proposizioni
gallicane del UìS-1 respinte da Innocenzo XI, che dando alla Chiesa
universale una superiorità sulla Chiesa romana tendevano in fatto a
lìS'ì LEONE Xm E 1 PAl'l DEL SECOLO CHE FL' SUO
sottrarre la Chiesa francese all'una e airaltra, pogv'hivano tulle su
disquisizioni storielle, sopra una pretesa iu<lipen(len/,a (l'origiiif della
jierareliia di l'arancia dal Wseovo di Uonia. Ora, che cosa ixjteva re-
stai'ue più, quando tutti i vescovati francesi erano lifatti e rinumeg-
}>iali dal Papa, quando a lui solo, visibilmente, la Chiesa delle Gallie
avrebbe oraiiiai dovutola sua esistenza? Così, per iniziativa di Napo-
leone cominciava la serie dei trenta concordati o convenzioni, con cui
nel secolo xix sono state rinnovate o mutate le Chiese locali e. al
dire- di Taine,.si è resa visibile e indubbia la provenienza di quasi
tutta la gerarchia mondiale dalla recente opera di Roma.
Quando nei giorni di Sant'Elena Pio VII Taceva pregare ed annnonire
il Ke d" Inghilterra che non si creasse rimorsi e disonore tiattaiulo du-
lamente il \inlo, la sua lettera al Cardinal Consalvi diceva avei' egli
dimenticato ogni patimento projirio pensando die appunto a quel vinto
era dovuto, dopo Dio, il gran beneficio della religione restituita alla
Francia. Se Pio VII avesse potuto guardare con occhi di storico lon-
tano avrebbe forse aggiunto che a Napoleone, per il colpo dato alle
tradizioni gallicane, si doveva in qualche parte la rinnovata coesione
di tutta la Chiesa; anche se non fu volontario e consapevole nel grande
Còrso questo aiuto alFautorità romana sulle Chiese particcdari; anche
se lo aiutò la sua stessa ignoranza delle tradizioni e dei puntigli ec-
clesiastici francesi, la quale era tanta che, per dirne una, gli arrivò
nuovo, e negli ultimi anni dell'impero, dopo tanto dominio sopra tutti
gli uomini e tutte le cose, gli arrivò nuovo, dico, secondo Talleyrand,
che r Arcivescovo di Lione si chiamasse da secoli « primate delle
Gallie ».
Certo, Napoleone mostrò verso il Papa e la Chiesa proposili sal-
tuarii; certo, chiamando il Papa a dominar sulla Chiesa francese,
questo invito frustrò cogli articoli organici; certo, riconoscendo alla
sola Sede Apostolica il diritto e il potere di raccomandare alle coscienze
il nuovo Impero, tentò esautorarla poi colla cattività di Fontainebleau;
certo, dopo aver proclamato che unico il clero poteva farlo amare dai
popoli, a farsi temere bastando da sé, egli pretese (e purtroppo, per
le solite seduzioni del potere assoluto, in qualche parte ottenne) una
servilità dai dignitarii ecclesiastici, quale sarebbe parsa eccessiva per-
fino ai Borboni e agli Absburgo ; certo, il liberatore della religione
laido poco a diventar l'oppressore suo. Ma in quelFuomo della Prov-
videnza nel quale nulla fu senza grandissimi effetti, fossero conformi
o diversi, o contrarli alle intenzioni sue, in quell'uomo anche la per-
secuzione religiosa ebbe qualche cosa di distinto e di maggiore di
quella dei regimi regalisti. Non piegandosi a smembrare la Chiesa per-
dominarne una parte sola, come i re gallicani avean fatto, egli ne con-
fermò l'unità volendola asservir tutta (pianta.
Nel tempo slesso, come era accaduto a Pio \'I nell'esilio, la virtù
personale del Papa recò il Papato nell' estimazione pubblica ad un
grado più alto che tutte le altre sovranità d'allora. Poiché, quando
tanti re ancora incolumi e sicuri sofisticavano sui titoli e sul lilasone
del conquistatore. Pio VII jier gli interessi della Santa Sede e dei po|ioli
s'indusse a coronarlo: quando poi quei re tartassati o intimiditi accet-
tavano un posto di servitori nel corico (k'I trionfatore, l^io \'il si
lasciava spogliare degli Slati e della libertà [liullosto che dicli'arare
una guerra senza motivo all'ei-etica Inghilterra; quando quei re. presa
la rivincita, lasciavano condannare a lenta morte per crudele depoi-
LEONE XIII E I PAPI DEL SECOLO CHE FD SUO 383
Lazione il loro adulato padrone del giorno prima, Pio VII invocava
sul suo persecutore giustizia e misericordia. Quasi solo egli avea mo-
strato al mondo la larghezza in luogo della piccineria, la fortezza in
luogo della paura, la caritcà in luogo della vendetta.
JV.
Col cessare delle persecuzioni violente del Direttorio e di l^ona-
parte, col sorgere di quella pace infida, insidiosa ed oscura che andò
dal 1815 al 1846 il Pontificato riperde terreno. Può Leone XII tentare
intorno a sé una riforma dei costumi coH'animo più deliberato che si
fosse visto dal Concilio di Trento in poi, assegnando le cariche eccle-
siastiche e pubbliche secondo un criterio che si chiamò la promozione
della virtù. Può Pio Vili mostrare nel solo anno del suo pontificato
\[n invitto amore della giustizia, un proposito quasi violento di ri-
ti utare ogni avanzamento per raccomandazioni, parentele, favori. Può
Gregorio XVI esser tale che Gioberti, concorde con L. C. Farini, do-
vesse definirlo « santo e virtuoso pontefice, sollecito della purezza dei
dogma, dell'osservanza dei riti, del rigore della disciplina e di tutto
ciò che tocca immediatamente alla salute delle anime, recante in queste
cure spirituali uno zelo sincero condito di rara moderazione ». Ma
(|uesti Pa])i non giinigono ])iii a tenere dinanzi agli occhi degli uomini
il posto primario tenuto da Pio VII.
Lo Stato pontifìcio recuperato, ma sofferente dei patiti disordini
e lacerato da due opposti partili, il primo dei quali non credeva a
miglioramenti se non sovversivi; mezzo per ottenerli le sètte: il secondo
non credeva che a stabilità reazionarie; mezzo per serbarle la polizia.
E fuori dello Stato anche peggio: l'ordine pubblico appoggiato quasi
per intero alla Santa Alleanza, cioè alla lega dei vecchi assolutismi,
divenuti verso il popolo sospettosi e oppressivi per le ferite sofferte nella
Involuzione, e ritornati verso la Chiesa alle antiche pretensioni tutte le
volte che la nuova unione dell'altare col trono dava loro tanta sicu-
rezza da risospirare l'antica sovrapposizione del trono sull'altare.
Lacordaire, che pur amava |irofondamente i regimi liberi, giustificò
Gregorio di non averla rotta coi regimi dispotici, chiedendo come
mai avrebbe potuto senza scandalo il Papa infrangere le dighe che
(piesti opponevano alla Rivoluzione. E i Papi s'adopravano in ogni
occasione perchè la loro causa, pur congiunta in molte contingenze a
(| nella delle monarchie di diritto di pino, non si asservisse ad essa e
nemmeno si confondesse con essa. Infatti, come Leone XII al Re di
Spagna che lo rimproverava d'aver concesso Vescovi ai suoi ribelli
Stati d'America diceva: « perchè avete cessato d'esser Re voi, devo
Gessare d'esser padre io? », così Gregorio integrava la propria Enci-
clica contro la sollevazione dei Polacchi col tremendo rabbuffo allo
Czar Nicolò andato a visitarlo in Vaticano.
Ma intanto per la protezione della fede assunta da monarchie con-
quistatrici e regaliste non si poterono evitare cose tristissime. Primo,
che specialmente in Italia, le rivendicazioni nazionali così pro{)rie allo
s|)irìto religioso, il quale dall'amore alle tradizioni e dal dovere di
giustizia pubblica deduce il più vivo e storico sentimento di patria,
quelle rivendicazioni apparissero pericolose all'incolumità di principi
sacri e quindi sfuggissero in gran parte a, mani cattoliche per andare in
384 LEONE XIII E I PAPI DEL SECOLO CHE FC SUO
mani avverse. Il quale contrattempo lasciò tali tracce nella storia reli-
giosa d'Italia, che non è spento ancora l'eco d'un discorso in cui si di-
ceva: « ali! perchè non prendemmo noi in tempo sopra di noi la causa
nazionale! » e il discorso era pronunciato da 1). Davide Albertario.
In secondo luojjo non si potè evitare che gli uomini i quali alla
scuola di Lamennais iniziarono ciò che. con nome di sfregio ma esatto,
si chiamò clericalismo, cioè l'azione dei laici nella vita civile per
difese e ideali religiosi propri un tempo soltanto del clero, questi uomini,
ribellandosi all'interessata opera religiosa dei tlespoti. cadessero subilo
per effetto di reazione in un tale smodato amore delle libertà pub-
bliche da invocare negli Stati poco meno che l'ufticiale indifferenza
religiosa e da ammettere nei cittadini il fliritlo della rivolta, contro
le quali due proposizioni dovette levarsi Gregorio nella celebre Enci-
clica Mirari vos del 18'M.
Non si potè in terzo luogo evitare che tra tante necessarie pre-
cauzioni o condanne si sviluppasse tra i fedeli la paura che ogni cosa
nuova fosse bacata, la supposizione che ogni cosa antica fosse lode-
vole, e il fuggir sistematico dalla vita pubblica per salvarsi dalla
contaminazione, e le mille angustie di pensiero e d opei'a, dalle qua:!
solo oggi, per princii)ale aiuto di Leone XI 11. il mondo cattolico si
sta liberando.
Dolorosi, confusi tempi (pielli in cui i tre Papi furono costretti a
vivere. Una sola ragione ili conlbitarsi ci fu, che cioè ogni opinione,
ogni atto dei fedeli diventava per essi affare di coscienza. Quando in-
fatti la coscienza prende il luogo antico delle istintive passioni pub-
blict e, sia essa vasta o stretta, sicura o tremante, promette sempre
miglioramanli ed elevazioni. Lo stesso legittimismo, che parve allora
l'atteggiamento obbligatorio del pensiero politico dei cattolici, ebbe,
malgrado la sua angustia, un ufticio educativo e liberatore : li av-
vezzò a giudicare se non la condotta almeno i titoli dei Governi e ad
affrancarsi da quell'adulazione indistinta venso ogni padrone j^ro tem-
pore, che specialmente in Italia dal cincpiecento in poi era stata la
forma d'acquiescenza verso tutti gli stranieri e i tiranni.
Ma io credo che i>ochi pontificati siano stati all'animo d'un Pon-
tefice più penosi che il suo a Gregorio XVL costretto com'era a con-
giungere alla ferma vigilanza sulle dottrine una fatata incertezza o
insufficienza d'indirizzi pratici, a sentirsi inevitabilmente adugiato
dalla nefasta ombra del genio di Metternich. Quella cappa di piombo
non si poteva spezzare che con ima temerità. Un giorno, passeggiando
al braccio del celebre Cardinal Mai (così mi narrò il jzrande archeologo
De Rossi che lo avea risaputo da quest'ultimi)), il \ecchio Pajia Gre-
gorio sostò e gli disse: « So anch'io che le litòrme son necessarie:
ma io sono troppo innanzi negli anni ])er darle: le darà il mio suc-
cessore, e... - aggiungeva con occhio eloquente - che Dio gliela
mandi buona ! »
Perchè non confessare che le riforme di Pio IX dal 1846 al 1848
furono un' ingenua temerità ? Le riforme nel momento che si conce-
dono sono sem|)re una malattia degli Stati : possono diventar salute
se lo Slato è organizzato fortemente e se è forte la mano che le con-
LEONE XIII E I PAPI DEL SECOLO CHE FU SUO 385
cede. Ma quando la benevolenza sola fa il benefizio, e sola la gratitu-
dine dovrebbe tenere in freno i beneficati, si sa quel che si dona dap-
principio non quello die verrà strappato dappoi, si fa che al primo no
di chi fu largo nei sì la primitiva eccitazione festosa diventa som-
mossa. Quale Stato in ttalia resistette alla Costituzione e la conservò "?
Uno solo, il Piemonte, ed esso lo potè, sia perchè ai liberali volle fare
per il futuro certe promesse che a nessun Papa sarebbero mai state
possibili ; sia perchè quel proclama di Moncalieri che intimava al
popolo di serbar l'ordine e di aver giudizio se non voleva perdere la
libertà, poteva ad ogni occorrenza esser sostenuto da un esercito, vinto
bensì ma tanto valoroso e fedele, che ogni velleità di rivoluzione sa-
rebbe stata schiacciata come quella di Genova.
Anche Pio IX, dopo un periodo costituzionale non meno rischioso
di quello di Carlo Alberto, si risolse ad una specie di proclama di
Moncalieri che doveva esser letto al riaprirsi delle Camere, ma esso
rimase nella tasca di Pellegrino Rossi assassinato, e intanto l'esercito,
incerto per infiltrazione di ribelli, lasciò che il giorno dopo si pian-
tassero i cannoni contro il ])aIazzo pontificio e si proponesse al Papa
come ministro lo Sterl)ini, cioè il mandante dell'assassinio. Nella notte
Pio IX, salvando la plebe dalla tentazione di ripetere su di lui il
delitto onde era stato vittima un altro sovrano riformatore e applau-
ditissimo, cioè Luigi XVI, tentò felicemente a Gaeta la fuga di \'a-
rennes.
A questo approdarono nello spazio dei suoi domini le riforme di
Pio IX; ardile tro])po se si pensa quale incitamento ne prendessero
gli ignes siip2)ositos cineri doloso: timide troppo .se si pensa: primo,
al testamento del grande cattolico Giuseppe De Maistre, secondo il
quale non ci sarebbe stata salute finché non si fosse cacciata l'Austria
dall'Italia: secondo, se si ]iensa che per usurpazioni austriache sugli
Stati della Chiesa il Papa non aveva firmato il trattato di \'ienna, e
che nella Storia c'erano esempi di guerre dichiarate da Pontefici per
ragioni molto minori. Ora, poi che Pio IX accetta l'ospitalità del Re
Borbone e l'aiuto di Stati cattolici non meno viziati di regalismo,
parte dei quali, senza fargliene mistero, lo guardano come un liberale
scornato e ravveduto, non cercherà di starsene appartato e docile?
Per purgar di gloria un breve fallo
non s'impiccolirà?
Invece da quel giorno si parrà la grandezza di Pio IX. Quell'uomo
che se avesse avuto la prudenza politica di Gregorio XVI si sarebbe
intisichito nello statu quo. se avesse avuto il genio politico di Giulio li
si sarebbe gettato dietro le calcagna dell'Austria a chi sa quali com-
promettenti acquisti temporali, quell'uomo coli' essere soltanto il grande
incendiario del 1848 era riuscito a qualche cosa di meglio, a dare al
Papato per mezzo della commozione dei popoli un aspetto e un'effi-
cacia nuova nel mondo. 11 suo influsso sugli sjiiriti avea oltrepassato
le materie di Ciiiesa, il suo giado politico fra i |trincipati avea rotto
ogni ])io|)orzione colla ristrettezza del suo territorio. Ora ])er fopeia
medesima di l'io IX (juesto innalzamento subitaneo non si |)erderà
più: mutati i plaudenti, limarranno i plausi; mutata l'intenzione di
tanti sguaidi umani, il Papa non sarà per questo guardato meno.
Poiché, trattanilo egli oramai i suoi Stati temporali più come un
principio da difendere che come una dotazione da fruire, considerò i
Qn Voi. evi. Serie IV - 1" agosto 1903.
386 I,EONE XtlI E I PAPI DEL SECOLO CHE FU SUO
principi maggiormente combattuti della Rivoluzione non soltanto come
cosa da sceverare e ricordare dottrinalmente, ma come cosa da animare
e vivificare nel cuore delle genti. Alla resistenza clie ei'a slata il i)io-
gramma dei Papi dall'S!) in poi. lesistenza condotta con ferma man-
suetudine di martiri da Pio VI e Pio VII e con ponderazione cauta
dai tre successivi, egli si diede con una risolutezza, una genialità, ima
franchezza di modi, un'altezza della dignità pontificia, un'abitudine di
serbai' in ogni suo atto i caratteri della sua persona, per le quali invece
di rimaner assiderato nell'amplesso delle vecchie dinastie, folgoreggiò.
Ricoveratosi per un istante in braccio ai potenti, seppero i potenti
come alla giocondità di Benedetto XtV possano andare uniti gli sdegni
di Paolo IV. Lo seppero, quando al suo protettore Napoleone 111 inti-
mava esser tempo di cessar le protezioni se doveano far largo alle pre-
tensioni; quando davanti al vicino Regno iniuaccioso. e alla vigilia
stessa della caduta del temporale, non studiò mai una parola che ten-
desse a propiziarsi l'imminente vincitore; quando tenne fermo nella
fondazione della gerarchia cattolica d'oltre Manica malgrado i contrasti
inglesi: cjuando alle sevizie di Bismarck opponeva la porpora pel car-
cerato vescovo di Poseii: quando ad offensive albagie dello Czar ri-
spondeva cacciandone dal proprio cospetto l'ambasciatore.
Annunziatosi nel 1867 il Concilio Vaticano, al quale Pio IX rom-
pendo per la libertà della Chiesa antiche tradizioni non volle invitar
nessun principe, Ruggero Bonghi ripensava al dicembre 1864 in cui
fu pubblicato il Sillabo. Oggi una simile pubblicazione pontificia non
susciterebbe gran rumore : troppa parte degli « immortali » principii
deirS9 in esso condannati sono morti in questi ultimi lustri per la
stessa efficacia delle idee positiviste e delle aspirazioni socialiste: ma
allora i principii della Rivoluzione parevan tutti Vangelo e le grida
contro il V^aticano audarono alle stelle. Così dunque dipinse lo spet-
tacolo d'un tal Papa il Bonghi, iu uno di quei suoi momenti felici, in
cui la moltiplicilà ordinata delle idee minute, colla stessa interna con-
fricazione, dava un calore d'eloquenza alla sua freddezza:
La resistenza, quand'è aperta, non conta nemici, non misuragli ostacoli
e si fonda sulla roccia di convinzioni indomabili, piace anche dove fa piaga.
Cotesto Papa che sicuro della verità della dottrina a cui nome parla sfida
le legioni che la combattono non ripiegando nessun angolo della sua ban-
diera, anzi spiegandola tutta, è qualcosa contro cui la bestemmia è tuttora
possiliile, ma non il disprezzo... Questo vecchio sacerdote scemato di potere,
stremato di forze... proseguito oramai da tanti vituperii da quanti applausi
era stato assoi^dato un giorno; che non s'inchina né avanti a chi lo difende
né avanti a chi l'offende...; che non si concilia un nemico solo con una men-
zogna o un'umiliazione...; che negli spiriti dei suoi fedeli tenta di riaccen-
dere l'antica iìamma facendo guizzare più viva quella dell'animo proprio e
provocando l'amore del sacrificio in tanta parte del mondo... e mantenendo
fra i suoi devoti e nel clero una maggiore e più ferma unità che non s' é
mai vista prima, e ciò col nudo imperio della parola - questo vecchio sa-
cerdote, diciamo, è bene il più straordinario e mirabile fatto dei tempi
nostri, di tempi già tanto pieni di novità e di meraviglie.
VI.
Ma, come accenna il Bonghi, Pio IX fu originale princijialmente
per aver operato sul cuore dei suoi fedeli in modo, che alla riverenza
verso la Santa Sede s'aggiungesse un vincolo piìi affettuoso, e sopra tutte
LEONE Xm E I PAPI DEL SECOLO CHE FU SUO .'5S7
le virtù apostoliclie sentissero viva la pateniilà. Mentre da secoli la
moltitudine degli uomini religiosi aveva a mala pena levato lo sguardo
s()|)ra (piella parte minuta della gerarchia di cui viveva in familiarità
quotidiana, cioè la parrocchia o la diocesi : mentre Roma era apparsa
loro dapprima coQie un potere incerto e remoto, poi vicino e determinalo.
Mia sempre più degno di omaggio più che di atì'etto: mentre la divina
e in se perfetta unità della Chiesa, anche quando non era combattuta
negli animi esisteva in essi più per obbedienza implicita che per os-
sequio consapevole. Pio IX coll'espansione dell'animo suo, colla visi-
l)ilità creatagli dai suoi primi atti e dalle successive lotte nello spirituale
r nel temporale. Pio IX scaldò in modo gli animi dei suoi, che insieme
all'aggrupparsi di tutto il clero intorno a lui, si ebbe per la prima
xolta nell'epoca moderna la partecipazione diretta del popolo devolo
alle fortune del Papato, per la prima volta la diffusa colla iìorazione
dei laici alle aspirazioni sue.
Parecchie forme assunse questa insolita comunione attiva della
periferia della Chiesa col suo centro.
La prima fu il giornalismo cattolico, il quale, nato colla libertà e
la consuetudine della stampa, portò a" notizia quotidiana d'un ampio
pubblico gli atti, le ragioni, i dolori del Papa, sconosciuti un tempo
alla folla religiosa. Un tal giornalismo rese impossibile ai Governi ciò
che loro era facile nel secolo xviii, ossia il silenzio sulle decisioni
e gli ordini di Roma. Quando Napoleone III, rinnovando le censure del
regime gallicano, proibì al clero francese di far conoscere al popolo il
Sillabo, il popolo conobbe subito il Sillabo proibito in quei giornali, che
guardando oltre i monti al Vaticano si chiamavano idlramontani.
Seconda forma, l'azione cattolica. Nacque prima nei parlamenti,
nei quali tra i varii partili presentavasi un partito nuovo, quello
degli uomini intesi a mantenere e ristabilire lo spirilo cattolico, o
almeno il rispetto al caltolicismo. nella legislazione; partito nuovo,
dico, perchè in altri tempi, sotto i regimi assoluti il lato dei rapi)orli
tra la Chiesa e lo Sfato passava troppo al di sopra del capo dei cit-
tadini, da aver essi modo o ragione di militare in prò della loro fede
nel campo civile. X)aì parlamenti il moto si andava diffondendo nelle
iimministrazioni e nei corpi chiamati ad eleggere gli uni e le altre;
(la questi ad ogni ramo della vita collettiva. Si posero cosi sotto Pio IX
le basi di quella attiva organizzazione cattolica che non pretese essere
l'unica accolta dei professanti la fede, ma quella dei militanti pul)-
l)licamente per essa; che non fu quindi la Serrata del Gran Consiglio
la quale escludesse dal nome di cattolici gran parte dei battezzati, ma
fu la tormazione d'un corpo, progressivo bensì nella qualità e assor-
bente nel numero, scelto fra i piìi consapevoli dell'interezza della dot-
trina, e fra i più vivi a lottare per essa.
La terza forma fu quell'Obolo di S. Pictio. che in Italia, minac-
ciato di proibizione dalle aidorità |)oliticlie, potè |)ubblicanu'iile conti-
luiare |ier la libertà che gli volle .serbata il Conte Camillo di Cavour.
Kra antica l'abitudine religiosa di dotare chiese e conventi, ma essa
per lo più costituiva vincoli di bontà e di giatitudlne soltanto ti'a i
ledeli e la vita ecclesiastica immediatamente vicina ad essi. L'Obolo
nuovo, dotando direttamente la Santa Sede, e saltando, se è lecito dir
cosi, tutti gli organismi minori della Chiesa, suggellava anche con vin-
colo di sacrificio l'unione tra il popolo cattolico e il Pontificato.
388 LEONE XIII E I PAPI DKl, SECOLO CHE EU SUO
E veniamo ora alla quarta forma. Intorno allo Stato I^omano
accadeva un fatto contrario ed uguale a quello che accadeva contro lo
Stato Romano. Mentre la legione ungherese che combatteva a tianco
di Garibaldi nel IStìO, legione straniera su terra italiana, dava palpa-
bilmente un aspetto di lotta cosmopolita alla formazione del Regno
d'Italia, i volontarii pontifìcii accorrendo a difesa del potere temporale
le davano lo stesso aspetto in un senso opposto. Uomini nuovi da una
parte e dall'altra : uomini di cui nei s(>c(ili scorsi non sarebbe stata
possibile né immaginai)! le l'esistenza. Poiché, se anche, è vero che
l'amore all'autorità riguardata da sola, come il legittimismo d'allora
portava, movesse molti di coloro che stringevansi intorno alle Somme
Chiavi, mentre l'amore alla libertà, riguardata parimenti da sola,
moveva gli altri a vestir la camicia rossa, non mai prima d'allora
avrebbe ])otuto avvenire una cosa simile. Solo nei tempi ultimi era
accaduta nell'animo delle moltitudini una polarizzazione dell'autorità
e della libertà, cioè dei due elementi che in tempi normali sono amati
d'accordo: solo dopo l'S'.t era accaduta negli animi tale accensione per
l'una o per l'altra, da offrire essi ili qua e di là virili olocausti di
sangue. Ad ogni modo, se questa ultima forma di cooperazione laicale
dovea necessariamente cessare nel 1870 ed apparire di fatto transitoria,
non poteva essere transitorio ciò che essa lappresentava, ossia una
tale ascensione del Papato negli animi, che i tigli di coloro i quali |)er
Pio VI aveano tutto al piìi pregato e pianto, ritenessero giusto e
degno offrire per, Pio IX la vita.
VII.
(Juando Pio IX moii nacque il dul)bio che la sua doi)[)ia ci n-
quista, d'un generale consentimento ecclesiastico intorno al Papato, e
d'una incipiente cooperazione laicale ai tini di esso, fossero tenuti saldi
dal fascino della persona sua; che il suo successore sarebbe stalo bensì
più cauto e oculato, ma assai meno afticace. l'areva anzi che i più
fedeli si rassegnassero volentieri a ciò, per la maggior gloria del Papa
defunto. Eppure il dubbio era superficiale. L'importanza personale che
Pio IX ave\a saputo ottenere non poteva essere un impedimento per
chi dovea venir dopo, ma era il retaggio migliore. Fra tutti gli orga-
nismi della Chiesa, infatti, il Papato raccoglieva ormai la maggior
somma di affetti e di consensi al di dentro, la maggior attenzione, sia
pure ostile assai spesso, al di fuori.
La sbadataggine onde erano stati oggetto la più parte dei Papi
moderni fino alla Rivoluzione francese e che era rinata nel periodo
della Restaurazione non poteva rivivere. Ciascuno nel mondo aveva
preso il suo partito : si era amici o nemici della Sede di Pietro ; in-
differenti non più. Gli atti pontifìcii, qualunque essi fossero, non sa-
i-ebbero mai caduti nel vuoto. La sfessa distruzione del potere tem-
jìorale. prepai'ala come era da una gueiia di dieciiu' d'anni e tenuta
poi viva dalle commemorazioni del Regno per una parte, e dalle pro-
teste vaticane per l'altra, prima ancora d'operare o come daiuio alla
Chiesa secondo i timori della Santa Sede, o come liberazione di essa
secondo le promesse ufficiali dello Stato, operava come un contrasto
continuo e s|)ettacoloso che raddop|)iava avanti gli occhi del mondo
la presenza, la visibilità e quindi l'importanza del potere ecclesiastico
LEONE XIII E I PAPI DEL SECOLO CHE FU SUO 389
eentrale. Questi erano gli anelli di congiunzione tra il Pontificato di
Pio TX e quello che doveva venir dopo ; questo il vantaggio eredi-
tario preparato al suo successore. (Ionie seppe servirsene Leone Xlll '!
Stupendamente. Incominciò col non volere nella storia del Papato il
posto secondario in cui tanti dei suoi si sarel)bero contentati di ve-
derlo. Benché i [)redecessori avessero occupato molto spazio, dello
spazio vuoto ce n'era ancora e quanto ! L" immaturità dei tempi non
aveva loro permesso di guardare con un guardo unico tutta la so-
cietà che si andava formando, uè di volgere ad essa tutta T attività
della Chiesa. Ma il Pajjato. pensava egli, è forse straniero mai ad al-
cuna età? Per scabrosa, per inaspettata, per strana che sia v"è alcuna
età incapace d'accoglierlo ? L'opera dei Papi precedenti era stata una
varia difesa contro l'errore e la forza irrompenti. E Leone XIII, mal-
grado i giorni durissimi dai quali l'animo dei fedeli non sapeva per
lo più se non rifuggire, non pensò a benefìcio d' inventario, accettò
con fiducia l'eredità quale Dio gliela dava, e credette maturo il tempo
per « portare largamente l'azione benefica della Chiesa e del Papato
(così scrisse quasi subito al Cardinale Nina) a tutta quanta l'odierna
società ». Da Pio VI si erano avuti i Papi della resistenza ; egli volle
esser il Papa dell'iniziativa.
E poiché la superiorità d'un uomo di governo, nell'alto senso della
parola, non sta nella ricchezza delle idee e nell'arte di ottener sempre
il successo, ma sta in un'idea fissa, sua, semplice, capace d'unificare
tutti i suoi atti, così connaturata con lui che egli non possa pensare
né agire diversamente, e per ciò stesso non atta a suscitare in lui
quella meraviglia che gliela faccia avvertire e definire; egli ebbe questa
superiorità, anche in confronto dei suoi prossimi predecessori, perchè
eblDe un' idea di tal fatta : credere cioè non alla sola immortalità
della Chiesa, come credono tutti i cattolici, ma alla sua perpetua gio-
ventù; credere non solo ai diritti del i\ipato. di cui tutti i Papi sjie-
cialmente nel secolo xix furono custodi, ma alla potenza permanente
del Papato, sia neirinterno della Cliiesa, come unificatore e perpetua-
tore di tutti gli sparsi moti religiosi che nel tempo e nello spazio sor-
gano tra i fedeli, sia all'esterno come distributore risoluto e chiaro
dei beneflcii di cui è capace la Chiesa verso la società. Questa fu la
sua convinzione originale e regolatrice d'ogni atto nella vita e nella
morte ; questa fu il suo genio. E questa il mondo all'ingrosso capì, e
di questa gli tenne conto nel compianto finale ; il quale fu troppo
vasto e troppo unanime perchè solo alla virtù potesse esser rivolto, e non
comprendesse anche l'omaggio ad una straordinaria grandezza. La
quale sfuggì invece a molti giudici minuziosi, datisi a contare una per
una le sue fortune e i suoi insuccessi, e quindi fattisi inetti a vedei-e
1" ampia unità fondamentale dell'esser suo
Adoprando il Papato come un isfromento giovane, egli cominciò
la sua innovazione nel magistero, in quelle encicliche che solo una
critica superficiale potè considerare come un bel riassunto delle mas-
sime immutabili della Chiesa, indipendenti dalle urgenze del tempo
in cui furono emanate. Esaurito infatti da t^ui e dai Papi precedenti
il dovere di premunir la società dalle fallacie contenute in tanta parte
delle dottrine moderne, nasceva una seconda necessità : precisai'e ((ual
parte delle idee e degli ordini nuovi fosse permessa dalla Chiesa. A
dir vero, questa necessità non avrebbe dovuto esserci, perchè non
è proprio dei legislatori indicar positivamente tutto ciò che è lecito.
:5iM( LEONE XIII E I PAPI DEL SECOLO CHE EU SITO
hiistando ad essi indicar positivamente ciò die è vietalo: ma la crea-
vano alcune speciali disposizioni degli animi. Da una |)aite intatti
molti cattolici, o per ripugnanza a quelle novità die avean ii'eati loro
tanti mali, o per quella tendenza a supporre e invocare amplissimi i
divieti die è propria delle coscienze fervorose e intimorite, ritenevano
che la contaminazione rivoluzionaria avesse invaso tutte le particelle
delle libertà moderne, i^all" altra parte molti avversari, a cui premeva
di eccitare contro la Chiesa le forze, le predilezioni, i pregiudizi della
società attuale, s'atfanuavano a proclamare die essa s'opjione ad ogni
minima conquista dei tempi nostri. Contro ([uesto involontario accordo
di due ojjposte esagerazioni, Leone Xlll provvide colle sue Encicliche.
La cui sostanza è questa: riconfermare i divieti della Chiesa, ma afTer-
mando ciò che la Chiesa permette, e ciò per liberare le coscienze e perchè
l'attribuire alia Chiesa un rigore che non ha sia altrettanto impossibile
elle l'accusarla di troppa cedevolezza.
Fatto ciò, egli mosse un passo ancora: da ciò che è lecito s'in-
camminò ad intimare ai cattolici ciò che oramai è obbligatorio. Di qui
i suoi comandi di attività civile nell'Enciclica Immortali Dei, i suoi
comandi d'attività sociale nelle Encicliche Rerum novarum e Graves
de commitni. Episodio della premura per l'atti\ità civile dei cattolici
rimarrà ciò che fu chiamato la sua politica francese. Sgombrare le vie
perchè i cattolici francesi crescessero d'alacrità e d'efticacia pubblica
e valessero un giorno ad emulare le forze, le fortune e l'alta imparzialità
politica del Centro tedesco, questo fu il suo proposito. Il quale, quando
sia ben compreso, non toglierà certo il diritto di discutere se i mezzi
furono ben escogitati e applicati, se l'insuccesso dell'oggi era o no da
aspettarsi, ma rimarrà nella storia come segno di un suo concetto fe-
condo; esser tanto importante cioè nei regimi moderni il provvedere
con legali e pacifiche lotte popolari alla retta vita degli Stati che debba
eedere davanti a ciò l'amore a legittime tradizioni impaccianti. Rina-
sceva per lui una parte del grande pensiero di Savonarola secondo il
(piale la qualità di Inion cattolico si compie in quella di forte cittadino.
Quanto poi alla attività sociale, che cosa sarebbe rimasto delle
sparse iniziative di Ketteler, di Gibbons e di Manning se Leone Xlll
non le avesse fatte sue"? L'assunzione dei moti sociali cattolici per
l»arle del Pontificato intese a porre sopra una via pratica e perpetua
le imprese sociali che già sorgevano fra i cattolici di alcuni paesi e a
farle nascere in altri luoghi ove da se sole non accennavano a venir
fuori: a regolare cosi il passo diverso con cui si camminava dai cat-
tolici verso i tempi nuovi; dove eccitando, dove ordinando.
E intanto era facile vedere che importanza, che efficacia avrebbe
avuto questo diventar oramai indirizzo della Chiesa, e non soltanto
zelo di privati, il proposito di adempire come un dovere evangelico
la nuova speciale giustizia che la specialità delle mutate condizioni
economiche richiede tra le classi. Difatti ciò che si chiamò democrazia
cristiana e fu da lui battezzata, prima ancora d'agire sulla società con
provvedimenti sociali agi psicologicamente sull'indole di coloro che
erano sollecitati ad applicarli. 11 contatto colla cruda e vasta realtà,
che era naturale etfetto del voler studiare e curare l'intera società mo-
derna, leceva nascere subito questa domanda: «ma siamo noi, clero
e laicato, proporzionati a tanto ufficio? Abbiamo noi la coltura della
mente e la virilità della tempra che convengono ad essoV » Ecco dunque
lo spirito di rinnovamento interiore, a cui Leone Xlll dette impulso
LEO.VE Xm E I PAPI DEL SECOLO CHE FU SUO 391
chiaro e a cui, pur essendosi egli formato in tempi tanto estranei a
questo spirito, dava larga fiducia di saper presiedere, se la vita gli fosse
ancora durata.
Dinanzi a questa iniziata trasformazione intima della vita catto-
lica, passavano anzi in seconda linea i suoi atti diplomatici. |)ur rima-
nendo essi singolari per ciò, che nascendo dal pontefice della demo-
crazia attestavano quanto riguardo si debba tuttavia non alla forza, ma
airefiicacia dei Governi, nei quali ancora per lungo tempo si assom-
merà tanta parte della vita dei popoli: atti diplomatici grandi non
perchè sempre incoronati da esito felice, ma perchè, fortunati o no,
ncn lasciavano mai il tempo che aveano trovato. Colla scossa dell'azione
o della reazione essi mettevano sempre più dinanzi alla mente Tonni-
presenza delfautorità pontificia, tanto che coloro i quali le avevano un
giorno profetizzato che sarebbe morta d'inerzia, erano oramai costretti
a muoverle la bella accusa di troppa attività.
Un Papa, che invece di mendicare ospitalità da un secolo per
tanta parte straniero e contrario, gli si presentò subito in atto d'of-
frii-gliela; che spesso chiamato e talvolta respinto si mescolò con
sicurezza medioevale in ogni grande affare del mondo; che apri nuovi
orizzonti all'azione e piìi ancora alla rinnovazione dei suoi fedeli:
questo Papa dove%'a suscitare un'impressione di profonda grandiosità
in chiunque l'avesse con semplicità contemplato. Cosi il popolo d'ogni
[larte lo contemplò, e manifestò gli effetti di questa ctmtemplazione
nell'ora meno sospetta d'adulazione e di calcolo: con un cumpianto,
cioè, troppo sproporzionato a quello che saluta altri vecchi noti e
buoni, perchè potesse esser sola sentimentalità verso la bontà e la
vecchiezza.
Da Pio VI tutto un secohj è passato. In esso, sforzi di martirio, di
resistenza e di lotta aveano cercato di sollevare il Papa e la folla dei
fedeli dal sensibile impiccolimento e dalla poca considerazione in cui
erano pian piano discesi dopo il secolo xvi. Tutto era servito a ciò :
larghezze d'opere magnanime e anche ristrettezze di zeli in apparenza
fanatici: tutto avea cooperato a far sì che gli uomini della Chiesa,
alti e bassi, preti o laici, s'incamminassero a differire da quelli dei
molli tempi, di cui pur si difendea la memoria. Leone XI 11 sorse al
sommo di questi sforzi, li incamminò genialmente per vie più arieg-
giate e più radicali.
Ma non compiuta è l'opera divina
Né data a un solo...
11 mondo fedele in gran parte sospira, il mondo non fedele in
gran parte curiosamente e confusamente aspetta, che Vhaòenuis Pon-
tificem annunzi non soltanto un successore cronologico, ma un con-
tinuatore consapevole e vivo di un tal Papa, frattanto l'epitaftio pa-
radossale e veridico di Leone XllI dovrebbe esser questo: non varcò
la giovinezza e mori troppo presto.
Filippo Crispolti.
S O N B T X I
(Un nii min mi' di /irnssiniii
Meliga.
Sui davanzali e i rustici balconi
Più non fiammeggi accanto al lìomodoro,
0 rosseggiante meliga, i'istor(j
Di tanti rozzi deschi umili e buoni.
Tra solchi e siepi ed alberi e covoni
Non veggon piìi le tue pannocchie d'oro
Disperdersi lontano, in dolce coro
Cantando, le fanciulle ed i garzoni...
Ma ridotta in farina, or che la lenta
Metamorfosi hai chiusa, la dispensa
Gelosamente ti raccoglie e serba;
E nel rigor de la stagione acerba
Ancor biondeggi su la parca mensa.
Fumando in odorosa ampia polenta.
In Borgo Dora.
Fra la placida Dora e la collina
Che la vecchia città orna e incorona.
Si distende la tumida officina
Ove tanta di vita onda risuona.
L'opra dei ferrei ordigni ivi la buona
Mano esperta dell' uom compie ed affina,
Kd a nuove vittorie agile sprona
Di Gutenberg l'antica arte divina.
Qui la materia inerte - alto portento ! -
Si muta in vario e docile strumento
Di pensiero ora mesto ora giocondo,
E via si spande a suscitar la viva
Fiamma del genio e de l'amor pel mondo,
« Fin che nel mondo si favelli e scriva ».
Casale.
In riva al Po, fra rustici casali.
Onde le venne il dolce umile nome.
La ridente città stendesi come
Una Baccante a pie dei vendemmiali
393
Colli, disciolte le pampinee chiome...
E i colli narran delle medievali
Lotte Ira borghi e fra città rivali,
Narran le pugne e le fierezze indome.
Ma ben più fiera palpita Casale
- Fidgida gemma in ferrea corona -
Al pio ricordo della sua Ditesa,
Di cui la gloriosa eco risuona
Lungo il festante Monferrato, quale
Un inno per la lieta ampia distesa.
Santhià.
Fra la schiera dei monti umile e pia
Che nel fulgore dei tramonti estivi
Da la pace dei candidi e votivi
Santuari in solenne atto ti spia:
Fra le prealpi e la melanconia
Del dolce piano dagli irrigui rivi...
Da secoli e da secoli tu vivi,
0 vecchio borgo da la lunga via (*).
E un'antica corona ampia ti cinge:
Roppolo. la vetusta ara del dio
Apollo, e Ca vaglia, patria del pio
Gersenio, e ovunque il guardo avido attinge
Circonfuse di pampini o di spiche
Glorie e ricordi di grandezze antiche I
Oropa.
Da l'ardua vetta del Mucrone - oscura
Ed umida di nebbie alta sorgente -
Esce, irrompe, precipita il torrente
'Scintillando fra i sassi e la verzura.
Esce e bacia da secoli le mura
Del biancheggiante Santuario: sente
Le preci della pia umile gente
Che s'incurva scendendo alla pianura...
Ed or placido scorre ora serpeggia
Di balza in balza in mille argenCei fili,
E si rinfrange e torbido spumeggia.
Mentre, vigili antichi e solitari,
Lo guardano dall'alto i campanili
Delle borgate e i rozzi casolari.
G. 1)e.\b.\tr.
['■) Virus ria- longw, dei Roiuani.
IBSEN POETA LIRICO
VrvEK?: • è combatter© con srli giioini che
grufolano nella nostra mente e net cuore.
PuETARK - è gintlicare stè stessi i*ome ne l'urji
estrema.
« Ciò che è nelle mie poesie è la mia giovinezza e tinche io scrissi
poesie liriche, in me era ancora qualche cosa che era giovine », deve
aver detto Henrik Ibsen, quando pubblicò Tultima edizione del suo
unico volume di poesie (l), un volumetto di dugento pagine. Veramente
r Ibsen non scrisse volumi di poesie che in un solo periodo, tra i venti
e i quaranta anni ; in seguito non ne eblìe più la tentazione, sebbene
fin negli ultimi anni lo incalzassero, audacemente aprendosi una breccia,
pensieri sempre nuovi e sentimenti sempre pronti all'assalto. E perciò
questo volumetto è un documento sti'aordinariamente notevole ; in
esso r Ibsen fresco di giovinezza, la figura poderosa del gigante nor-
vegese, piena di forza nativa, ci sta davanti come in embrione; in esso
ci sta di fronte l'energia quasi rigida che irradia da ogni punto deUa
sua intera {jersonalità. R oltremodo interessante in questo volume il
ricercare per ogni lato le tracce delle forze motrici di tutta la sua pro-
duzione futura (^).
Non è ancora cancellata in me l' impressione che nella mia fan-
ciullezza provavo dell' Ibsen, al declinare della sua forte virilità - con-
lava da óO a (■)() anni - quando lo vedevo passeggiare per le vie di
Copenhagen e di Berlino. Una figura di energia stranamente concen-
trata, salda, piuttosto jiiccola che di inedia statura, dall'aspetto ester-
namente accurato, quasi da zerbinotto. Calzoni d'estate chiari ed ampi,
una stretta giacca di velluto bruno o nero, dei gran « whiskers » scuri,
appuntili, tagliati all'americana, il bastone col pomo d'argento tenuto
rigidamente, una rosa all'occhiello, un cappello tondo sulla folta capi-
gliatura - così incedeva egli con piccoli passi eleganti, ma energici.
(1) Poesie di Henrik Ibsen, (i" edizione. Copenhagen, 1891.
Il presento articolo offre luio speciale interesse perchè occasionato per im-
pulso di Henrik Ibsen stesso. L' Ibsen. che, quale autore drammatico, fu mi-
nutamente trattato da tutti i critici del mondo, ma non mai ancora in modo
fondamentale quale poeta lirico, sebbene anche come tale ci appaia incompara-
bilmente grande, l' Ibsen espresse il desiderio che si cercasse nelle produzioni
liriche della sua giovinezza il germe di tutta la sua individualità poetica.
(2i La sentenza significativa che l' Ibsen mandò alcuni anni or sono all'au-
trice di quest'articolo, quale autogramma per un'opera letteraria : « È il compito
di ogni grande opera d'arte lo stabilire nuovi paU di confine », e che è tanto
caratteristica per la sua produzione ulteriore, potrebbe stare quale motto delle
sue poesie giovanili, che nel loro complesso già manifestano interamente il suo
spìrito riformatore.
TBSEN' POETA URICO 39,")
Intanto i suoi occhi sciii'i lampeggiavano acuti e fieri; la bocca egli
teneva saldamente serrata, la testa superbamente alzata: visibilmente
un uomo soddisfatto di sé stesso.
Non era affatto un tipo da poeta, piuttosto un tipo da self mcuìe
mail, il tipo di un ricco armatore, di un grosso commerciante fortu-
nato, che dopo lunghi viaggi, ritorna alle patrie città, ancora pieno
del fresco soffio del mare, colle tasche ben fornite, e si compiace di
vedere il movimento intorno a sé. Qualcosa di forte e sicuro - di inte-
ramente sé stesso {[' ideale ibseniano) - era in questa figura, a dis|ietto
della forma esteriore penosamente accurata.
Ora che dalle serie fattezze senili dell' Ibsen ci fissa uno sguardo
da strige singolarmente visionario, è impossibile immaginare l'impres-
sione bizzarramente mista, che produceva l' Ibsen d'una volta.
Allora aveva già lasciato dietro di sé la sua lirica più caratteristica,
la sua giovinezza, come i suoi lavori drammatico-lirici più potente-
mente agitati, però pure a quei tempo ({uesta .sua parvenza esterna era
un enigma per tutti i suoi amnùratori. t]ia ([uesti il pensatore profon-
damente sottile di Brand, l'audace fantastico di Per Gynt, il ])ode-
roso poeta epico dei Konnseimieme? ci si domandava quasi sbigof liti.
Bene era egli, ma tutta la forza di queste figure era internamente
compressa, costretta in una fei'rea fortezza, nascosta nel suo infimo,
nel più profondo ricettacolo dell'anima sua. L'uomo esteriore era
l'uomo corretto, domato, vigile con sé stesso. Vi sono appunto na-
ture che nella loro psicologia, in tutta la loro costituzione, nel loro
aspetto fisico lianno alcunché di imbarazzato; esse si sentono irdellet-
tualmente e tisicamente troppo grevi per la vita esteriore (si sostiene
i|uesto, per esempio, di Amleto) e perciò - per non fare qualche passo
falso - costoro diventano, i)er una nobile vanità o per orgoglio, troppo
padroni di sé e troppo compassati nella forma.
Ritroviamo queste singolarità nell'lbsen, fin nella sua età senile,
in cui ci colpiscono il suo modo di vestire esternamente minuzioso, il
suo cauto incedere, il suo tono di voce sommesso, il suo modo ormai
conosciuto di acconciarsi la ricca capigliatura con l'aiuto di un piccolo
specciiio, die nasconde nel suo cappello. Tutti questi sono infatti indizi
di una natura orgogliosa, che ha per divisa je ne me donne jamais, e
che appunto perché prova certe difficoltà puramente esteriori ad acqui-
stare la leggerezza della maggior parte dei mortali, si é scelta con
dispendio di grande energia una forma esteriore compiuta, adatta al
proprio individuo.
Ma é qui nostro compito di occuparci soltanto del giovane Ibsen,
vale a dire dell' Ibsen poeta lirico, che é in sostanza la medesima cosa.
Se consideriamo dunque con precisione questa lirica della sua gio-
vinezza, vi incontriamo subito quella dualità che ci colpisce nel suo
aspetto esterno dei tempi passati : la forza internamente compressa, le
figure poetiche e le visioni costiutte con poderosa forza, pesanti e con-
centrate, e nello sfesso tempo versi in un metro finamente cesellato
come una lama affilata e ini' iionia mordace nella forma più elegante
ed accurata; non mai iriequietezza, sempre forza ed un insieme fiero
e composto.
Egli non canta in queste strofe come un giovane poeta comune, in
queste strofe, che, salde nella loro costruzione, celano in sé una po-
tente freschezza di natura, una sfrenata esuberanza di pensieri, una
indignazione ardente, mentre l'autore, quale virtuoso, si trastulla con
3SK> TBSEN POETA URICO
la rima e col metro. Egli è già fin dai principio una personalità ed un
artista compiuto.
L'ibsen, per esempio, per occuparci anzitutto della sua acuta forma
poetica, Ila strofe di quattro versi, in cui ogni verso contiene tre o
quattro rime interne. Ad onta dell'enorme forza e schiettezza della
materia e dell'espressione, queste rime germogliano spontanee e si
adattano a pennello al soggetto grave e difficile.
Si veda, per esempio, la breve poesia famosa Foglio d'albo, scritta
per il compositore norvegese Halfdan Kjerulf. Naturalmente la tradu-
zione può (lifticilmente rendere la brevità e la concisione del testo
originale:
Foglio d'albo.
Con le note pure Orfeo infuse
l'intelletto negli animali e l'anima nelle pietre.
Anche noi abbiamo pietre a mucchi,
e pur tra noi si vedon correre le belve.
Suona, finché le pietre risuonino,
e crepi la pelle degli orsi!
Una forza straordinariamente salda informa questo ritmo, questa
concentrazione, la costruzione di (lueste poche liglie. clie stringenti e
sicure rivestono il soggetto e sembrano martellare nel nostro orecchio.
La straordinaria capacità di porre profondamente addentro nel
verso l'intonazione fondamentale - nel caso seguente come un mare
temjiestoso di passioni e di voci della natura - e di fare nel medesimo
teiiqjo il verso stesso facile e semplice nella forma, verrà mostrata dalla
seguente tetra poesia d'amore :
Sonatore.
Rivolta a lei ogni mia brama.
Ma nella notte d'estate sfavillante
la via conduceva là, al iìume,
dove r « uomo delle acque » misteriosamente ghigna.
« Ah, tu sai bene ammaliare e cantare,
sai bene volteggiare intorno ai sensi dell'amata,
cosi che nelle grandi chiese e sale
essa ti segua priva di volontà? »
Il « mostro delle acque » evocai dalle voragini :
Egli sonava, e ancora ne rabbrividisco;
ma quando io fui divenuto suo maestro,
ella era... la sposa di mio fratello !
Nelle grandi chiese e sale
lasciai con le note l'anima mia,
ma dalla malia e dal canto del « mostro delle acque »
pili non mi svincolai.
Queste righe, temo bene, appariranno alquanto oscure a quei let-
tori, che non abbiano una profonda conoscenza del ciclo di pensieii
die informa le saghe sorte intorno alla natura norvegese. Ciòche(|ui
è reso è il gran fragore e l' incanto della natura norvegese ne" suoi
Fosser e Elve (cascate e onde). Qui ha la sua dimora il mostro ma-
rino (Nòkken), un demonio di selvaggia natura maligna, che amma-
liando canta e trae suoni dalle minugie, finché i mortali si avvilu!)pano
nelle sue note e non ne escono più. Poderose voci della natura risuo-
IBSEN POETA LIRICO 397
nano in questo misterioso inuggliio delle aeque notturne, in cui il gio-
vane si imprigiona, immaginando di imparare il suo demoniaco gioco
dall' « uomo delle acque » (Nokken) per ammaliare la sua bella; ma
invece rimane ammaliato egli slesso, perdendo - inguaribilmente pazzo -
la sua felicità.
La potenza della natura in questa poesia potrebbe venir parago-
nata a quella nell" « Erlkonig » del Goethe, ma non si può negare,
che il Goethe ha ado]ierato più parole e che a malapena l'effetto è
maggiore. Qui l'Ibsen procede in linea retta dall'antico « Volkslore »
nordico, che in poche parole ci poneva davanti tutto un mondo di vita
sensitiva.
Si prenda a paragone, per esempio, l'antica canzone nordica di
« Messer Peder » che aveva perduto la sposa e ne era moi-talmente
aftlitto. Le seguenti quattro righe l'accontano nel modo piìi schietto il
maggior dolore umano:
Allora messer Pietro parti a cavallo,
egli era cosi cupo!...
II giorno in cui si compiè il mese da quella cavalcata
egli giaceva ne la terra nera.
Quali sfere di sentimenti attraversa ora il poeta in questi versi
stringenti, energicamente bulinati'? Dove si trovano qui le caratteri-
stiche e gli impulsi dell'anima, che imjìrontavano poi tutta la sua
attività?
Da un lato incontriamo subito il sentimento della natura ]ni\
sconfinato, l'intenso immergersi nelle fresche profondità della forza
nordica, colle sue rupi, i suoi « Fosser », la sua montagna e il suo
profumo di abeti e di pini, colle sue saghe selvaggiamente demoniache,
colle sue figure di elfi, ninfe « Trokle » (folletti) e « Nòkker » (spiriti
dell'acqua), insieme coi lil)eri sensi del giovane che vampeggiano in
mezzo a tutto quel mondo ricco; dall'altra parte questo sentimento offeso
e |)rofondamente ferito dalla volgarità d'ogni giorno, dalla ristrettezza
dei pensieri e dei sentimenti, dalla viltà nella volontà di vivere, dal-
l'ipocrisia e dall'imperfezione dell'umanità strisciante nella bassezza.
Già Rousseau ha detto, pensando alla sua Svizzera, che una natura
grandiosa produce gente meschina. Per l'Ibsen son tali la sua Nor-
vegia e i suoi Norvegesi - la natura, la grande madre pura ; il paese
coi suoi abitanti, specialmente quelli delle grandi città, un nido ab-
bietto di cittadinuzzi, di anime mercantili, di vite di menzogna. Questo
il popolo bandiva il poeta in esilio volontario, e dall'esilio egli scrisse
le sue più ardenti e più aspre canzoni dell'Indignazione!
11 risentimento, l'ironia, il dis|)iegio per i suoi com|)atrioti che
troviamo nelle sue opere posteriori, come per esempio in Brand, Per
Gijnt, Le colonne della società, L'anitra selvatica, Il nemico del po-
polo, ecc., vediamo già quali germi lirici nelle sue poesie. Tutto ciò
che ci vien raccontato nei suoi drammi della freschezza ed originalità
del paese e della schiatta, ram|)olla anche da queste canzoni che, esenti
da ogni sentimentalità, da ogni afa lirica, afiluiscono a noi sci'osciando
freschissime come le note del Gi'ieg.
Pabsh uv.l, Noru.
E dal mare di neliliia che si stende fra le i'uijì
pare si inalzi una poesia.
Innumerevoli isole alte e maestose
398 IBSEN POETA LIRICO
sfavillano nel sole.
L'aquila naviga per questo regno
come nave sul mare,
e dietro sono i monti pallidi
simili al minaccioso esercito magico
su una cresta di rupi (1).
Olii il poeta ci racconta come egli si trovi lassìi, circoiulato dai
ghiacciai sointillauti, con una profonda vallata allargata sotto di sé
come un regno di nebbia. Nulla rompe il silenzio, se non i lievi passi
delle renne, che cercano il nnisciiio sotto la neve, e le note del « Lur »
(corno delle Alpi), sonato dalla « Saterjente » (pastorella). Là il « Sa-
tersti » (sentiero tagliato nella roccia) si spinge nudo nel cielo azzurro,
sulle rupi vertiginose. L'aria fresca ed acre ci sferza da ogni spacca-
tura e da ogni voragine, e dovunque è l'odore degli abeti, dell'erica
e dei fiori selvatici. Irrigidito e luminosamente chiaro pende il sole
sulle rupi di ghiaccio, illuminandole senza scaldarle e senza scioglierle;
ma giù nei profondo esso penetra di calore la terra umida, e là è un
brulicame di fiori aromatici, di erba folta e molle e di trifoglio. 11 poeta
segue il minatore che si spinge nelle voragini per strapparne il metallo:
Mostrami la via, o tu, greve martello,
alle più intime profondità della natura!
il metallo. « il sangue » della rupe, procedendo a spira nei tetri labi-
rinti del monte: il minatore egli stesso saldo, di ferro come la roccia,
che lo educò alla volontà e al lavoro virile.
In alto, dalle pietre coperte di muschio, precipita l'acqua ad un
tratto, di fronte al viandante, da una nuova gola: pioggia e vento
ringorgano la gola, essa diventa fiume : quando poi tutto ritorna tran-
quillo, l'acqua si abbassa ed un umido pidviscolo dorato spruzza i
fiori selvatici dolcemente profumati. Aria delle alte rupi ! aria delle
alte lupi! Come tutto qui è fresco e puro come l'etere!
Là, come acciaio, si tempra il sentimento della libertà del giovane
poeta, là egli batte i suoi ferrei versi nell'alto godimento della propiia
forza e della fredda e chiara potenza del suo pensiero, senza senti-
mentalità, senza vane brame e sogni nebulosi. Xo, il creare non è uno
spasso - è lavoro serio, è opera virile con se stessi e colla natura
nel silenzio solenne, in cui si sta da solo a solo col giudice che è
in noi :
Vivere • è combattere con gli gnomi
che grufolano nella nostra mente e nel cuore.
Poetare • è giudicare sé stessi
come ne l'ora estrema.
Nelle nature cosi profonde ed individuali come l'Ibsen, il senti-
mento dominante della potenza della propria ]iersonalità sarà sem|ire
la base, sulla quale si appoggerà tutta la rimanente vita sensitiva. Qual-
cosa di straoi'dinariamente forte. ]jenetrato di se stesso, irrompe attra-
verso ciò che è puramente umano: l'amare, il sognare, il desiderare, ecc.
In questo senso manca qualche cosa nelle poesie dell'Ibsen: il po-
tere di dimenticare sé stesso, il potere di abbandonarsi dolcemente ai
sogni e all'ebbi-ezza della vita. Il sacro fuoco, che vive in lui, divampa
(1) Vita dell'alta montagna.
IBSBN POETA URICO 390
soltauto contro tulio ciò che sta in alto, ma distrugge nella sua vee-
menza ciò che è abbietto, ciò che mollemente si avvinghia alla terra
e alle cose. 11 primo germe delle astrazioni che, nelle posteriori opere
poetiche dell' Ibsen, formano nello stesso tempo la sua forza e il suo
lato debole, ci appare già qui nella sua lirica. La gioventù, per esempio,
si mostra nelle poesie dell' Ibsen come cosa senza sostanza determi-
nata - è soltanto un movimento, soltanto un impeto forte e dolce
verso una meta lontana e luminosa.
« Se anche coliamo a fondo colla nosti'a barca - il veleggiare era
pur bello! » fa dire al suo giovane poeta nella Commedia dell'amore.
Cosi pure nella sua splendida poesia II viaggio dei cantori, su di
una nave parata a festa, la gioventù veleggia fei'vida verso il Nord
sfavillante.
Il viaggio dei cantori.
Nel fulgido e sacro momento
■ spiegate le cento bandiere -
estatici aridiamo col vento
per isole verdi e costiere.
Irrompon Hai petti concordi
i giovani canti da prora,
e irradiano per i fiordi
il sol della gioia canora.
Fulgor di vessilli s'espande :
cantiam come uccelli in amore:
Io sente, laggiù, il pescatore
che passa qualcosa di grande.
Andiam verso feste abbaglianti
di faci, di fior, d'armonia;
e là nella fulgida scia
balena la luce dei canti... (1^
Ouesto passaggio delle giovani schiere di cantori che passano stre-
pilando davanti al solitario pescatore nordico, « Striten », lia qualche
cosa di intinitamente fresco e frizzante, sebbene esso non ci offra pro-
priamente molto di pili di questa pura freschezza. Molto particolare
e simbolica per Ibsen è la figura solitaria del paesano, del pc-^catore,
che davanti all'angustia e alla povertà del paese nativo ilimentica,
rabbi'ividendo, la sua barca, il suo miserabile avere, e peitino le sue
solite devozioni domenicali, per guardare questa l)aldanzosa nave gio-
vanile, conquistatrice.
In senso affatto diverso ritroviamo questo ardore per ciò ciie è
astrattamente grande in un'altra poesia oltremodo caratteristica. Parlo
della poesia : Senza nome. Sommariamente suona cosi :
Senza nome.
Il mio verso sia diretto
al più cavalleresco de' cavalieri.
Capisco come la spada bruci
nelle ardite mani legate,
capisco la fiamma del rancore
dietro la fronte pallida,
il) Tiadotto da Angiolo Orvieto.
MK) IBSEN POETA URICO
la volontà della vittoria,
la volontà non mai vinta e lucente,
la mano tesa verso gli alti vessilli dei padri,
i sogni di grandi e fiere vittorie,
il superbo attacco sempre impedito,
misera aquila reale !
Ecco, si fa giorno! - I corni risuonano.
Su, o paesi, su alla caccia!
Ah, l'ala fiera e libera
crudelmente violentano catene e gabbia -
nessun mezzo di fuggire dai lacci !
Astuti gnomi stanno a sentinella.
Martirio nella porpora,
muta tortura, segreto affanno,
fiori che senza vita si stendono
verso il sole, appassiscono, si spezzano.
Dal sogno un repentino risveglio...
sono on;bre nel mio canto.
Il mio verso sia diretto
al più cavalleresco de' cavalieri.
Ben si credette che questa poesia fosse specialmente diretta contro
il nol)ile re svedese d'allora, Oslvar XV, clie nella guerra tedesco-danese
del 18B4 non potè mantenere ai Danesi Talleanza promessa, come egli
aveva tanto ardentemente desiderato, perchè ne fu imiiedito dal suo
Parlamento; pure deve certamente venir intesa in senso più largo.
Questa espressione « il più cavalleresco » - così profonda psicologica-
mente - rispecchia l' ideale proprio dell' Ibsen, grande sofferente, die
nella sua dolorosa rinuncia si erge fiero e muto, colle mani legate e
il sangue ardente.
E la strofa : « Martirio avvolto nella porpora », ecc., finamente e
pur profondamente commossa, come annuncia il modo delFIbsen, nelle
sue immagini astratte e])pur tatdo ])iltoriche ! - Straordinario è nello
spirito dell' Ibsen questo sind)olismo nascosto e delicato, dietro il quale
si cela tutto un mondo pieno di violenti sentimenti e di dolore.
Forma il passaggio all'ironia ibseniana più mordace, la poesia
pungentemente iraconda Ai superstiti, un necrologio, in cui il poetn
ci presenta simbolicamente un ei-oe, che, proscritto e incompreso, viei.
ucciso dalla folla colle sue proprie armi.
Ai superstiti.
Lo esalta ora la folla - la nobilissima !
Ma l'eroe dovette prima sanguinare.
Con la fiaccola, che egli portò
l'avete colpito sul viso.
Con la spada per voi temprata
gli avete ucciso il cuore.
Gli omiciattoli colpi che vi inceppavano
i vostri scudi lo serrarono intoi'no.
Ma sopra i vostri capi lasciò nn astro
di splendore e di gloria.
Non offuscatelo ! perchè riconciliato
dorma l'eroe che avete deriso e dileggiato
IBSEX POETA LIRICO 4()I
Con questa poesia siamo propriamente giunti nel cuore delia lirica
ibseniana: all' indignazione profondamente agitata che si sfoga con
l'ironia e con una baldanza rivoluzionaria contro le attuali condizioni
umane. Il soggetto è quasi sempre lo stesso: il fiero, il libero, il so-
litario non inteso e proscritto dalla moltitudine. L'Ibsen ci si mostra
qui subito il grande individualista, che è poi sempre in seguito; la
folla è la nemica, il gran bruto irragionevole, altrettanto ottuso e be-
stiale, quanto freddo e crudele. Come un monte nell" alto Nord egli
torreggia solitario, annunciando già ne' suoi anni giovanili, col suo
pensiero libero da ogni legge, colla sua rigida volontà e la sua mano
potente, la rivoluzione contro la vita attuale, rivoluzione nelle opere,
Ibsen a 40 anni.
rivoluzione nel pensiero. « La massa ha sempre torto ». dice il suo eroe,
il dottor Stockmann, nel Xeniico del popolo : la moltitudine presa come
moltitudine, quale « compatta maggioranza », l'idra dalle cento teste che
altro non è se non una somma di zeri, che incessantemente aumenta,
di numero e non mai di valore.
Ovunque qui l'aidente entusiasmo per le grandi forze motrici, pei'
gli impulsi interni, ingranaggio dell'animo: perii coraggio, la volontà,
l'ardore verso il vero, la forza d' azione, il sogno, il forte presenti-
mento : nessun rispetto per la vita stessa nella sua brutale nullità.
« Più che la vita stessa, miei signori, è un sogno che non ebbe
mai vita! » grida egli alla folla, che chiama « pallido sognatore » il
suo eroe nella poesia Senza nome. L' intimo, la grande brama di-
vampante dell'individualità, l'impulso creatore all'azione e al pensiero,
il sacro dovere, che fa l'uomo ferreo e saldo e che pure ritlette sulla
sua anima un pieno splendore di bellezza, « in modo che ne germo-
!26 Voi. evi, Serie IV ■ 1" agosto 1903.
402 IBSEX POETA LIRICO
gliano fiori scherzando, sclierzando in dolce danza variopinta », quella
volontà di azione e di vittoria, che fu torse uccisa prima che diven-
tasse vita, quella grande poesia della brama imprigionata nell'ardente
ricettacolo dell'anima, quella selvaggia provocazione alla forza, che
- ora ammaliante come una canzone di sirena sorgente dagli abissi,
ora acuta e tagliente come la zampa di un leone - giorno e notte
grida : Sia ! sia ! - tutto ciò è per lui il grande, il sacro, il « poeta »
(Skalden) nell'uomo; il poeta nel più profondo significato (1).
n
Autografo della poesia a pair. 404: Lettera.
Qui si manifesta l'unica vera esaltazione quasi orgiastica del gio-
vane lirico Iliseii, l'esaltazione per la pallida idealità, ormai rimossa
dalla vita, eppure infinitamente potente, che, luminosa come un eretto
elianto, dalle rigide rupi del freddo Nord tende verso il cielo. Lo sen-
tite già l'inflessibile spirito del futuro poeta della volontà, che a colpi
di mazza creò opera su opera, piene di intimazioni alla forza, alla re-
sponsabilità, a\\' etica profondamente grande dell'individuo? Osservate
come egli qui nella sublime solitudine poetò nel senso di « giudicare »
sé stesso, cavando dal suo intimo e ponendoseli chiari davanti, i
grandi, i sacri concetti - concetti quali ci appaiono dai suoi drammi
posteriori: Tutto o nulla. La pretesa ideale, V Essere interamente sé
stessi ? Ma quando questa forza compressa, questo impulso d' azione
vuol squarciare l'involucro, il sognatore diventa ad un tratto l'azione
stessa nella sua intera e piena violenza. Oh, guai a questi gua-
stamestieri, a questi mezzi uomini, a questi vili che lianno bisogno
(li Vedi la poesia: Scusa nome.
IBSEN POETA LIRICO 403
ili sentirsi compatti ! « Voi pensate clie io sia diventato conservatore,
percliè aspetto la grande ora in abito di nozze, in fini guanti lucidi,
in bianchi manichini! (1) Oh no, la rivoluzione voglio, ma non una
rivoluzione qualunque, non la rivoluzione vana, venale, incompleta,
Kuastatrice - voglio la mia rivoluzione, la mia grande, intera rivo-
luzione ».
Fra le rivoluzioni vma sola conoaco,
che non fu incompleta e meschina.
Essa ha gloria dalle età più antiche,
intendo, si capisce, la storia del diluvio universale.
Ma già allora il diavolo fu ingannato,
perchè Noè con menzogne si trafugò nell'arca.
Perciò noi facciamone da conoscitori una migliore,
da conoscitori, da radicali, da uomini.
Attendete voi all'acqua! svegliate chi russa!
Io apposto torpedini sotto l'arca (2).
Qui neir ultima strofa quelle famose o famigerate parole, che procu-
rarono poi airibsen il nome di «Anarchico» o « Nichilista >% ma che
derivano dal più puro ed astratto idealismo per ciò che è grande e
intero nella volontà umana. « Riconosci il lil)ro de' tuoi peccati ! » -
dice il diavolo, nel Per Gìjnt, al protagonista, poiché questi vuol ren-
dersi degno dell'inferno, per sfuggire alla fatale dissoluzione nella
gran massa (nel « Stoebeskeen », mestolo del fonditore). « Ho privato
per metà della vita, durante un naufragio, il cuoco di un bastimento,
e per metà, in un' altra occasione, privai di qualche altra cosa una
cuoca ». « Non seccarmi col \\\o per - metà dice il diavolo: - devi tuffarti
nel mestolone ».
E questo entusiamo selvaggiamente ideale per ciò che nell'uomo
vi ha di cjrande ed intero, che come un turbine vuol spazzare ogni
meschinità, divampa nella sua lirica in fiamme altissime.
Il Giudizio estremo.
Regna un demone di eterna ijotenza,
non sfidate ciò che egli possente stabili!
Nella polvere cadde la pompa della «Domus aurea»,
in macerie cadde il colosso di Nerone.
Ma solamente quando il delitto romano volò
vittorioso dall'uno all'altro polo,
ebbe il tiranno l'apoteosi
e, nuovo idolo, la corona delle statue imperiali
fece pompa sul Campidoglio.
Ma pur imputridendo nella melma faziosa,
non ci dogliamo e non soffriamo,
che mille rigogliosi fiori avvelenati pendano
dall'albero marcio del tempo.
Roda il verme! Prima che il ghiaccio s'infranga
non giunge la grande catastrofe;
E prima che si spenga il miserevole « sistema »,
la vendetta non terrà vm giudizio vendicatore
ne l'estremo giorno menzognero!
<1) Vedi Lettera del pallone.
{'2\ Al mio amico, Foratore della rirolnsione.
404 IBSEN POETA LIRICO
Ci colpisce stranamente a tutta prima il fatto che T Ibsen, il
quale col pensiero e con la poesia va fino agli estremi limiti nella
rivoluzione contro la vita attuale, non sia poi mai apparso nella vita
reale (juale politico o riformatore, come per esempio Bjornson in in-
numerevoli occasioni. La causa sta in ciò che il suo temperamento,
assolutamente aristocratico - e di tempo in tempo anche veramente
conservatore - da un lato si mostra cauto, sapiente, delicato, da un
altro solenne, pieno di grandezza e di ammirazione per la bellezza
e le fini forme della vita. In occasione dell' apertura del canale di
Suez, alla quale assistette quale invitato, scrive all' attrice danese,
Louise Heiberg, nella famosa Lettera del Pallone prima menzionata :
Lettera ffrummeiitoj.
Cosi anche lo spirito umano
pei futuri canali,
fra cori ed inni,
circondato da una luce di bellezza,
farà vela per le piagge orientali,
farà vela per la terra promessa.
Se noi due, cara Signora,
partissimo per assistere alla festa?
Si, chi lo sa?
Pino allora
sto rinchiuso nella mia stanza,
come un gufo,
e vedo se mi riesce un verso.
Alle mani sempre i guanti,
ciò rammarica la gente;
ma io provo - lo confesso -
il grande orrore della folla.
Volentieri non vedrei, che la feccia
mi toccasse, in.sudiciandolo, il vestito,
vorrei in un puro aiuto di nozze
festeggiare ciò che porge l'avvenii-e-
Non so che cosa possa caratterizzare l' Ibsen più finamente di queste
poche righe. Mentre il suo intelletto ci stende davanti numerose imma-
gini dell' Egitto e degli idoli egiziani e del loro destino nella storia
dell'umanità (come in questa poesia), mentre il suo occhio profetico ha
delle grandi visioni delle missioni dei popoli - abbottona ad un tratto
previdentemente il suo vestito, soiride sommessamente, liscia i suoi
guanti glacés e aspetta.
Questa, delicata riservatezza nella vita, mentie la sua mente vede
cose grandi e luminose, questo accennare alle immacolate immagini
ideali e spiegarle davanti a noi, mentre mai non lotta o combatte per
esse, è il suo regno, nel quale non possono mai penetrare gli gnomi
della vita volgare [DOgnets Trolde) e il chiasso d'ogni gioino {Dariens
Lami) .
Come il grande solitario non compreso o mal compreso, proscritto
e perseguitato, che già egli era nella sua giovinezza, si sente ad un tratto
pieno di alto orgoglio e di i)rofondo dolore ! Egli è quale persona che
viva soltanto di sé stessa, di sé stessa si nutra e da sé stessa riceva
IBSEX POETA LIRICO 405
il calore vitale. Nella poesia incoili parabilmeate efficace. L'eider, questo
sentimento superbamente doloroso riceve una piena espressione. Così
suona la poesia:
L'eider fabbrica il suo nido in Norvegia,
esso vive dove il mare riposa nei seni azzurri.
Esso spiuma il suo petto, tanto ricco di lanugine,
e se ne fa un dolce nido caldo e soffice.
Ma il rude pescatore non ne è commosso,
e saccheggia il nido fino all'ultima piuma.
Se il pescatoi'e è gelido, l'uccello è caldo,
e si spenna e si spenna il petto finché rimane nudo.
Se ancora lo si spoglia, egli fabbrica pure
di nuovo il suo nido nel fesso della rupe.
Ma viene il ladro per la terza volta,
allora in primavera esso stende l'ale,
Allora attraversa l'aria col petto sanguinante
verso il Sud, il Sud, verso il sole, verso la gioia!
Come la linea è qui tiera e nobile, e come lo slancio è ])uro e rom-
bante! Attraverso la nebbiosa notte nordica, il grande uccello ferito dà
in preda ai venti il suo petto sanguinante, dirigendosi, solo e liberò,
verso una piaggia più mite, lasciando dietro di sé tutto ciò che gli è
caro, il nido saccheggiato e distrutto. Quale grandezza nella fiera sem-
plicità, nella fantasia largamente abbozzata !
Questa fuga superbamente dolorosa dalla patria è appunto la storia
della gioventù del poeta ; e cogli stessi intendimenti, con questa into-
nazione pura ed amara, scrisse anche la sua canzone classicamente
bella delle Navi incendiate - per cosi dire, l'ultima sua strofa lirica, la
quale chiude la prima edizione del suo libro di poesie. Riproduce qui
un'antica saga nordica, in cui si racconta che i nordici « Vikinger »
(conquistatori del mare), quando avevano acquistate nuove terre e vi
si volevano stabilire, incendiavano le loro navi, per non cadere nella
tentazione di ritornare in patria. Così pure il poeta. Superbamente e
dolorosamente volge le spalle alla sua patria, che non lo voleva com-
prendere, e prende il largo per l'alto mare. Le masse nevose e i lu-
minosi pali di confine (Banner) del paese nativo cadono presto nel
mare davanti a" suoi sguardi; egli non vede più nulla di ciò che gli
è caro ed ai suoi occhi meravigliati si aprono ridenti le spiaggie del
paese straniero, del paese dei sogni, del Sud (1). Sole e brezze carez-
zevoli gli aleggiano intorno : allora la sua nave si ferma, là deve essere
la sua nuoA'a patria. Subito divampa il naviglio da lui stesso incen-
diato; il fumo azzurro, come un arco di ponte, si stende verso la patria,
verso Nord... ma egli non torna mai più a casa... Pure il suo desi-
derio ardente ve lo riporta in sogno ogni notte e ogni notte l'ombra di
un cavaliero solitario ritorna cavalcando dai paesi luminosi del Sud
alle capanne nevose della Norvegia...
(1) Ibaen si stabiliva allora per lungo tempo in Italia.
406 IBSEN POETA LIRICO
La poesia in tutta la sua stringente concezione ibseniana e col
caratteristico basso del pensiero fondamentale, così suona nella tradu-
zione quasi letterale:
XWI IKCEKDIATE.
Allontanò le carene
ei da' paterni suoi liti,
cercando solchi più miti
e deità più serene.
Bianclii di neve i suoi fari
già s' estingueano nei mari,
e i fauni del mezzogiorno
già gli arridevano intorno.
Incendiò le sue navi:
tu, fumo azzurro, volavi
- arco leggero di ponte -
là verso il patrio orizzonte.
Verso le gelide grotte,
via dalle terre del sol,
un cavaliere ogni notte
lanciasi pallido a voi.
Con questa poesia, pure tradotta da Angiolo Orvieto, vogliamo
chiudere l'analisi della lirica ibseniana, analisi che, senza aver avuto
la pretesa di ricercare le traccie di og»i momento commotivo della sua
Musa, ha però seguito interamente i movimenti principali del suo
spirito, riguardo alla sua produzione lirica. Dall' immacolato e pos-
sente sentimento della natura e dalla sua fusione col paese nativo,
abbiamo seguito il poeta attraverso il grave colloquio con sé stesso
nella solitudine, dove egli incarna in sé il suo sentimento di indipen-
denza, i suoi sacri ardori per le forze ideali della vita, il suo ribrezzo
per tutto ciò che è meschino ed incompleto, la sua rivoluzione astrat-
tamente divampante contro l'esistenza attuale. Vedemmo la sua ironia
di fronte alla brutale realtà in antagonismo coi profondi impulsi dello
spirito e dell'anima, il suo orgoglio da « gran solitario » offeso ed il
suo aspro doloie amaro - tutto ciò svolto pienamente e fieramente -
finche infine il bicchieie trabocca ed egli volta le spalle al suo paese
e al suo popolo. - E noi concludiamo, col sentimento quasi doloroso
di separarci da qualche cosa di infinitamente libero e puro che ci ha
rinfrescato lo spirito e i sensi.
Ora, che il canuto poeta, ritornato nel suo alto Nord, riconciliato
col mondo e con sé stesso, lascia scorrere tranquillo i suoi giorni silen-
ziosi ed uniformi, queste fresche canzoni ci risuonano all'orecchio come
le strida di giovani e fieri uccelli, che colle grandi ali bianche distese
verso il sole si slanciano alla gran luce in un audace volo, sicuri della
vittoria e della libertà.
Rosalia .ì.\cobsex.
L'ARIOSTO INGLESE
Downland to thee is dear...
Spenser to me. whose deep eon<'Oit is such
As passing ali conceit. ueeds no defenco.
And I in dtep delight ani ehiefly dromi'd
Whenas himself to singing he betakes.
Shakespeare.
Se di Sir Philip Sidney non fosse rimasta che la heneJìca, geniale,
profonda inflnejiza su Edmondo Spenser, gli costituirehbe da sé un
titolo di benemerenza non lieve. Rare volte due figure di poeti appaiono
così intimamente connesse nella vita e nell'arte; con questo di parti-
colare, che la luce non deriva dall'astro maggiore al minore, ma in
ordine inverso.
Per Astrophel, l'amicizia di Colin Clont è un episodio: egli è uno
dei tanti attratti nella sua orbita radiosa: ma per l'altro è essenziale
e indimenticabile, fonte insieme di fortuna e d'ispirazione. Tutti i germi
di nobiltà e di poesia che solo in parte poterono fiorire nella vita breve
del cavaliere impeccabili, e germi di clas.sicismo e di rafììnatezza onde
il tempo era pieno, come l'aria di primavera è greve di profumi, ma
che il Sidney aveva attinto alla madre stessa del Rinascimento, ap-
paiono svolti e maturi nell'opera dell'amico superstite.
Né lo Spenser sarebbe stato un vero poeta se a quei germi non ne
avesse aggiunti altri piìi caratteristicamente suoi, propri all'indole, al
luogo, al tempo in cui vennero in fiore; ma quel primo indirizzo perdurò
sempre. Egli scrisse quando già il Rinascimento italiano era passato
per tutte le sue fasi, dalla pagana letizia dell'Ariosto alla solennità
religiosa del Tasso ; quando già l'Inghilterra era grande e temuta e la
sua Regina il tema obbligato di tutti i panegirici : quando il secentismo
cominciava a falsare le grazie più pure dell'arte. Tutte queste tendenze
dunque e tutte queste condizioni si ritlettono negli scritti di lui ; e
mantenendo egli la sua fisonomia di poeta italianeggiante per eccel-
lenza, scorgiamo in essa più d'un atteggiamento della musii italiana.
Comunemente lo si rassomiglia all'Ariosto : confronto giiisfiticato
dalla materia cavalleresca della sua opera maggiore, e intrinsecamente
da alcune affinità di visione e di trattazione artistica; ma, considerato
nel complesso, l'autore della Faeric Quccììc non è un secondo Messer
Ludovico. Li separavano settanfanni e più di evoluzione intellettuale:
profonde diversità di stirpe e di credenza : l'indole sopratutto. Quello
scetticismo leggero e bonario che brilla e zampilla con cosi gioconda
spensieratezza ne]V Orlando, da sfatare l'opinione d'un intento deter-
408 l'aiuosto inglese
minatanienfe satirico, è talvolta assunto ed occasionale, non mai ca-
ratteristico al suo imitatore, \ello Spenser era piuttosto l'ardore entu-
siastico del Tasso: una preoccupazione morale e sociale che l'Ariosto
a sua volta più che altro ostenta nelle introduzioni semi-tilosofiche
d'alcuni canti. C'è un che di severo e di tragico nella vita e nell'opera
di chi fu [ìaragonato al più festevole poeta nostro: e l'ultimo fram-
mento del grande poema incompiuto par che preludi all'austera ma-
linconia del Milton.
Appunto perchè poeta nato e però « di sua natura trasmutabile
per tutte guise » lo Spenser dovette essere singolarmente sensibile, al
punto da tradurle in poesia, alle vicissitudini della vita. Vita avven-
turosa, pur nella monotonia di uffici ingrati, poi che risentiva dei
conflitti etnici e religiosi del secolo, come l'estremo lembo d'un maroso
è infranto all'impeto di venti lontani. Proclive al sogno ed alla quiete,
indispensabile al poetare assiduo, e tuttavia attratto dal bagliore della
Corte, egli dovette lottar col bisogno, mendicare favori, mutar occu-
pazione e dimora, sinché un'ultima di tiuelle tempeste irlandesi che
furono così stranamente ed indissolubilmente legate alla sua attività
d'uomo e di poeta, lo scagliò, privo di fortuna ed affranto da sventure
domestiche, a morire nella sua Londra nativa.
Delle sue origini .si sa ben poco. Sebbene in vari luoghi egli si
compiaccia con le tre figlie di Sir Pliilip Spencer di Althorpe della rico-
nosciuta sua jiarentela con quella famiglia, che cominciava allora a
salire in fama ed in potenza (1). e sebbene per altri dati risulti discen-
dente immediato degli Spenser. di Huntwood (-2). tuttavia le condizioni
di suo jìadre (del quale si ignora sino il nome) non dovettero essere
troppo tìoride. se lo Spenser figura tra gli allievi della Scuola di gram-
matica recentemente istituita dalla Merchant Taylors Company, aiiiuali
la famiglia di Roberto Nowell, cittadino londinese, era larga di aiuti
secondo il costume elegante del tempo. È notevole che nella stessa
lista di poor scholars fosse compreso Richard Hooker, il primo dei
grandi prosatori inglesi che possa chiamarsi moderno, come lo Spenser
fu il primo gran poeta dei tempi nuovi. L'epoca era feconda d'ingegni
che, quasi di sbalzo, dovevano sollevare la letteratura inglese ad al-
tezze insperate. 11 ventennio compreso fra gli ultimi anni di governo di
Edoardo VI e i primi di Elisabetta vide nascere a breve intervallo lo
Spenser e il lìaleigh. il Sidney e l' Hooker. Bacone e lo Skakespeare.
Non più di dodici anni corrono fra il primo e l'ultimo, accettandosi
il 1552 per anno di nascita di Edmondo (3). Egli era dunque appena
diciassettenne quando, sempre per larghezza dei Nowell, fu mandato a
Cambridge (4). e nelle prime impressioni della vita universitaria dob-
biamo ceicare i principi! di quel dualismo intellettuale che fu poi sempre
caratteristico all'opera sua.
(1) Vedi le dediche del Pianto delle Muse, della Prosopopea e dd Muiopot-
mas. e Colin Glonts come home againe.
(2) Vi allude egli stesso nel Prothalamion, là dove si chiama figlio di « merry
London ». « Though from another place I take my name ». = A house of ancient
fame ». Il cognome si trova scritto indifferentemente coli".* e col e dal poeta
stesso, sebbene prevalga la prima forma.
|3) Si deduce da un passo degli Amoretti (Son. LX\
(4) Vi fu accettato a Pemlu-oke Hall in qualità di sizar. specie di famulas,
tra lo studente e l'inserviente.
i/ariosto inglese 409
Come il Tasso, di soli otti anni maggiore di lui, egli entrava nella
virilità quando l'Europa era ormai divisa in due campi ben distinti,
il cattolico ed il protestante. Caduta ogni speranza di conciliazione per
l'attitudine presa dal Concilio di Trento, non era più possibile, come
■ ai tempi dell'Ariosto, chiudersi in una serena inditìerenza. Bisognava
prender posizione fra i contendenti; e questa specie di costrizione
esterna, che per molti degenerò in ostentazione ed in ipocrisia, neces-
sariamente impresse agli animi più sinceri un tratto d" inesorabile in-
tolleranza. Lo Spenser fu plasmato daW antijiapisnio come il Tasso
dalla controriforma: tanto più efficacemente inquanto, all'uscir dalla
sua grammar school. trovò 1" Inghilterra sossopra per la Bolla di Pio V
contro Elisabetta e l'insurrezione da lui istigata a fa\(>re di Maria
Stuarda, che di li a jjoco fu repressa senza misericordia.
Ma fuori dalla contesa mortale cui nessuno ormai poteva sottrarsi,
continuava - come un organismo che si può violentare e snaturare sì,
ma non isradicare in tutto - la vita del rinato classicismo. E proprio
a Cambridge lo Spenser si unì di tenerissima amicizia ad uno dei più
appassionati umanisti inglesi - l'Harvey - che a quel tempo significava
ancora imitatori ed apostoli della coltura italiana. Per quanto si vo-
glia ammettere che nei tre anni consecutivi all'uscita dello Spenser
dall'Università (dopoché nel 1576 vi el)be preso il grado di Maestro)
fossero avvenute a Cambridge delle mutazioni, è diffìcile supporre che
il quadro tracciatone dall'amico nel '79 non debba riferirsi almeno in
parte al tempo in cui entrambi erano studenti:
« 11 Machiavelli un grand'uomo. il Castiglione di non poca fama,
il Petrarca ed il Boccaccio nella bocca di tutti, il Galateo ed il Guazzo
non mai tanto fortunati, l'Unico Aretino noto solamente ad alcuni: i
Francesi e (jV Italiani altamente apprezzati: i Latini ed i Greci solo
leggermente ».
Sembrerei)he quasi che gli anticlii si studiassero di riflesso, quel
tanto che bastasse ad intendere gli scrittori di moda - moda più che
mai affettata dai ìvits della Corte dacché il Sidney, allora fresco del
suo viaggio in Italia, vi aveva, a così dire, apposto il suo suggello di
arbiter elegantiaram.
Il paese stava attraversando uno di quei periodi nei quali - come
nella Roma degli Sci pioni - il bisogno di raffinatezza è superiore allo
stesso bisogno del sapere. Sin da quando il Castiglione, inviato alla
Corte di Londra per ricevere la Giarrettiera pel Duca d'Urbino, vi aveva
impersonata la cortesia italiana nella sua espressione più squisita, era
rimasto il desiderio di quella civiltà superiore, ed il suo ideale del
perfetto Cortegiano - ideale di coltura non meno che di lealtà e di va-
lore - tras])ortato nell'Europa settentrionale ed innestato nei costumi
-ancor cavallereschi dell'aristocrazia inglese, aveva contribuito a formare
il carattere di Sir Philip Sidney (1). 11 « Cortigiano, Soldato. Studioso »,
come fu chiamato l'autore dell' ^rc«f/('rt, parve davvero realizzare l'equi-
librio felice fra l'antico nobile, forte ma rozzo, ed il gentiluomo ele-
gante del Rinascimento : e sarebbe difficile immaginare un complesso
di doti più atte ad impressionare uno spirito immaginoso ed entusia-
stico come quello dello Spenser e, per i suoi studi, preparato a gustare
(1) V. CoLKTHOi'E, in Garnett, a Hixtory of Italiaii Literatitre (Londra, 1898).
■Cfr. pure The Italiaii Renaissinice in Enghiiid, Studies by Lewis Einstein
(Londra e Nuova York, 1902).
410 L'ARIOSTO INGLESE
Ogni più delicata emanazione della bellezza: di forma, d'animo e di
pensiero.
Ma prima di venire a immediato contatto con chi doveva poi tra-
sfigurarsi nel Principe Artù della Begina delle Fate, lo Spenser subì
un'altra, diversa, ma non meno profonda influenza, che non solo gli
inspirò i primi canti, ma in certo modo pervase, come quella, tutta
la sua creazione avvenire. Nel periodo piuttosto oscuro che seguì la
sua partenza da Cambridge, compare per la prima volta quella Wid-
doives daiighter of the Gìevue (1) che forse fu Rose Daniel, sorella
dello storico, e che il poeta celebrò con tanto ardore per lo spazio di
quattordicini anni sotto il nome di Rosalinda, sinché stanco della sua
durezza, non meno costante della fedeltà di lui, ne fece una tarda
vendetta con l'episodio di Mirabella (3). Come colei che finì poi col
sostituirla nel suo cuore, anche questa donna è involta nel mistero;
ma sembrerebbe che fosse capace d'apprezzare l'ingegno dell'uomo
cosi ostinatamente ritìidato, e non ignara del gergo italianamente clas-
sicheggiante del tempo, se è vero che lo battezzò her Signior Pegaso.
Risulta da molti indizi che quei tre anni passati nel Lancashire,
se sfortunati in amore, non furono però oziosi per lo Spen.ser; ma
disgraziatamente le notizie relative ad essi ed ai due successivi, tanto
importanti nella vita di lui - letterariamente, moralmente, material-
mente - sono piuttosto scarse e frammentarie. 11 carteggio, pubblicato
nel 1580, fra lui e lo Harvey (3) mostra che egli aveva ormai avvici-
nato il Sidney: il quale accolse quell'animo di pceta colla pronta cor-
dialità di un intelletto affine, forse lo tenne seco a Penshurst Gasile,
probabilmente lo presentò alla Regina, certo lo raccomandò alle. grazie
dell'onnipotente favorito di lei e suo zio, il Conte di Leicester. Una
delle lettere dello Spenser è datata appunto da Leicester House (4) : im-
portantissima come documento della nuova fase che, principalmente
per opera del Sidney, andava altra veisando la letteratura inglese:
« Quanto ai due valenti gentiluomini. Master Sidney e Master
iJyer (5), essi mi tengono, loio mercè, in ([uak-he consuetudine di fa-
miliarità Ed ora hanno proclamato nel loro \\?t'.i»iiàyui un ge-
nerale tralasciamento e silenzio dei disadorni rimatoli e puranco degli
ottimi: in vece di che hanno, per autorità del loro intero Senato, pre-
scritte certe Leggi e Norme di quantità di sillabe ingtesi pel verso
inglese; avendone ormai acquistato gran pratica e tiratomi alla loro
fazione lo son di recente più innamorato del mio versificare
inglese che non del rimare: cosa che avrei dovuto essere da gran
tempo, se allora avessi seguiti i tuoi consigli »
Come si vede, il sistema era quello seguito quaranl'anni prima
dal Tolomei e dagli altri autori dei « Versi et Regole de la nuova
poesia toscana » (6); e sebbene da questo e da altri passi non risulti
(1) V. The Shepheards Calender, Egl. IV.
(2) V. Spenser, The Faerie Qneene, 1. VI, e. VII.
(3) V. Threc propcr and nittie famìììur letters. latflìj passed betiveen tuo Uni-
rcrsilie ineit. ecc., e Tuo otlier ieri/ coniiiieiidahìe Letters, of tlie sanie nien irriling^
hoth thouchiìifi the foresaid Artipciatl Versifijing, and eertain other Partknlars, ecc..
Londra. Bynneman.
(4) 5 o 16 ottobre 1579.
|5) Sir Edward Dyer, amicissimo del Sidney.
(6) Ed. in Boina, Cosimo Pallavicino, mdxxxix. V. Chiarini, La nuora Me-
trica nella poesia italiana, in Nuova Antologia, 1878, fase. VII.
[/ARIOSTO INGLESE 411
che gli amici dell'Areopago sapessero di quei saggi, e dei successivi
del Jodelle e del Baif in Francia, sarebbe strano che il Sidney, tanlo
studioso delle cose nostre, non ne fosse informato, né durante il suo
soggiorno in Italia, ne in Francia, né per mezzo del dottissimo Languet
suo amico. Ad ogni modo gl'inconvenienti eran sempre gli stessi, né
i criteri poi tanto sicuri, specialmente quando si trattava d'esametri:
« poiché l'unica o principale difficoltà che appare é l'Accento: il quale
talvolta fa iato ed a così dire sbadiglia malamente non bastando come
dovrebbe, e talvolta eccedendo la misura del Numero sembra un ochetta
zoppa che si strascichi la gamba appresso e talaltra
pare un cane sciatìcato che la regga per aria Desidererei vi-
vamente o che tu mi mandassi le Regole ed i Precetti dell'Arte, che
osservi nelle quantità, o altrimenti osservassi i miei, che mi furono
dati da M. Sidney, cioè gli stessi stabiliti da il. Drant. ma allargati
dal proprio criterio di M. Sidney ed aumentati dalle mie Osservazioni,
acciocché possiamo entramlii accordarci e fissarne uno solo » (l).
Or ecco la grave accusa che nuiovono al Sidney. Egli fuorviò lo
Spenser, secondo i critici; lo distolse dalla via che gli era naturale,
e non intuendo il suo genio per la rima e pel ritmo glorioso della
poesia volgare, lo indusse a perder tempo nella versificazione artifi-
ciale allora in voga. Si ammette bensì eie tal danno fosse compensato
ad usura dalla benefica intluenza esercitata sulla natura eminentemente
sensibile dello Spenser dal suo sijirito eletto, puio e geniale: ma senza
porre menomamente in dubbio questo secondo aspetto dei loro rap-
porti, mi pare che altre considerazioni debbano scagionare il Sidney,
e con lui l'Harvey. non meno responsabile del preteso traviamento.
Poiché lo studio ostinato di piegare il verso inglese ai metri antichi,
se non creò nulla di vitale in sé, necessariamente dovette iniziare lo
Spenser in tutti i segreti d'armonia e di lingua, temperando, colla
robustezza classica, quella sua melodiosità troppo molle e monotona
10 chi sa quanta parte degli sforzi, che sembrerebbero inutili di un'im-
presa disperata, non rivivono nella meravigliosa ed in apparenza spon-
tanea agilità di ritmo deW Epifhalamion .
Senza dire che nei)pure durante i maggiori entusiasmi « areopa-
gitici » lo Spenser proscrisse risolutamente la rima. La corrispondenza
coll'Harvey lo dimostra ingolfato in una multiforme attività poetica,
nonostante avesse « da impiegare il tempo, il corpo, l'anima » a ser-
vizio del Leicester. La stessa Faerie Qiieeue era ormai avviata e l'autore
ne chiedeva il parere all'amico.
Preziosissima è la risposta dell'Harvey, non solo perché ci dà la
misura del gusto contemporaneo, ma perchè stabilisce in modo irre-
futabile a quali esempi s'ispirasse il poeta:
« I tuoi Sogni mi piacciono immensamente: e tanto più perchè
hanno un sapore di quella singolare straordinaria vena ed invenzione
che mi é sempre sopratutto piaciuta, e che in certo modo ammiro
soltanto in Luciano, nel Petrarca, nell'Aretino, in Pasquino ed in
tutti i più delicati e più finamente concettosi Greci ed Italiani (perché,
quanto ai Romani, non valgono nulla in questo genere): il cui mag-
giore studio e fine si fu di non aver nulla di volgare, ma in un modo
o nell'altro, e specialmente nelle vivaci ampìificazioìti iperboliche vare,
peregrine e strane sotto ogni aspetto, di riuscire superiori, come si
1 1) Spenser a Harvri/. AVestminstor. aprile 1580.
41:2 l' ARIOSTO INGLESE
direbbe, d'un grado o due almeno alla capacità ed all'ambito d'uno
studioso comune Certo ti terrai ragionevolmente soddisfatto se
1 tuoi Sogni verranno apprezzati in Inghilterra come le Visioni del
Petrarca in Italia », cosa di cui lo scrivente non dubita nem-
meno. Ma per la Faerie Qurene è meno ottimista: « A dirla schietta
son privo di criterio se le tue Nove commedie, alle quali a imitazione
di Erodoto metti i nomi delle Nove Muse ed a parere di alcuno non
indegnamente) non s'avvicinano maggiormente alle Commedie deìVA-
riosto, sia per finezza ed elocuzione plausibile, sia per la peregrinità
dell'invenzione poetica, che non quella Roijina delle Fate al suo Or-
lando furioso, che tuttavia necessariamente sembrerai emulare e sperar
di sorpassai'e, rome hai apertamente dichiarato in una delle tue ultime
.lettere Ma qui basti per questa volta, e sta sano, finché Dio o
qualche buon Angelo non t'ispiri meglio »
Pare che il buon angelo non fosse precisamente dell'opinione del-
l' « eccellentissimo e dottissimo, ed oratore e poeta, Maister Gabriel
Harvey, Fellow di Trinity Hall e Professore di diritto civile ». Quanto
ai Sogni ed alle Nove commedie non ne resta traccia ; ed è peccato,
considerando la vena satirica di cui lo Spenser dette poi così felice
prova nella Prosopopea.
Intanto, sotto l'umile pseudonimo d' « Immerito » era uscito il Ca-
lendario Pastorale, raccolta di 12 egloghe seguite da emblemi o motti
riassuntivi, dei quali un terzo sono sentenze italiane nel testo origi-
nale. « Il poeta - nota l'amico suo e commentatore E. K. (1) - prescelse
l'egloga seguendo l'esempio dei migliori e più antichi poeti, che ten-
tarono tal genere... quali uccelli di nido, quasi per provar le forze
loro Cosi volò Teocrito, così Virgilio, così il Mantovano (3), così
il Petrarca, così il Boccaccio, così il Marot, il Sannazzaro ed ancora
altri poeti francesi ed italiani, le cui orme il poeta segue ovunque ».
Il libro piacque subito. Senza dubbio l'autorità del Sidney, cui era
dedicato, e che nella Difesa della Poesia lo citava fra i pochi buoni
esempi di letteratura contemporanea, ne accrebbe la diffusione e la for-
tuna ; e poco dopo il Webbe (3) assegnava senz'altro il primo posto
nel Parnaso inglese al Noe Poete : che così fu chiamalo dietro l'esem-
pio del chiosatore, come al principio del secolo quella dell'Ariosto s'era
chiamata la nuova poesia.
È chiaro dalle lettere dello Spenser, vibranti di entusiasmo e di
speranza, che dai suoi allori egli non si riprometteva la gloria soltanto.
E n'ebbe infatti un vantaggio materiale, sebbene probabilmente in
forma inattesa : una specie di Garfagtuma, ma a \'ita. piìi fiera e sel-
vaggia, dov'egli portò, non la querula e semisarcastica impazienza del-
l'Ariosto, bensì l'appassionata energia dell'odio di stirpe doppiata da
un forse malinteso, ma virile, sentimento del dovere.
La quistione irlandese, che tuttavia occupa tanta parte dello spi-
rito pubblico anglosassone, era sin dai tempi di Elisabetta 1" « ulcere
(1) Poi identificato con Edward Kirke, amicissimo dello Spenser e come lui
già sizar a Pembroke Hall. Anche quella di accompagnare il testo da lina chiosa
era un uso allora prevalente in Italia.
(2) Battista Mantovano, popolarissimo nelle scuole inglesi. 1' « old Mantuan »
•del Pedante nel Loies Labour Lost.
(3) Discorso snlla Poesia iiif/lesi\ uno dei primi esempi di moderna critica
letteraria in Inghilterra.
1, 'ARIOSTO INGLESE 41S
sanguinosa » del Regno Unito. Dopo lunghi anni di malgoverno, o di
niun governo, o di un buon governo esautorato dalla volubilità e
dall'avarizia della Regina, era scoppiata nel 1579 una vasta insurre-
zione promossa da Gregorio XI 11 e da Filippo li, alimentata da av-
venturieri spagnoli ed italiani e capitanata dal conte di Desmond. Fu
mandato governatore a domarla un puritano. Lord Grey ; e per inter-
cessione del Sidney e del Leicester, scelse a segretario Edmondo
Spenser.
Per la seconda volta il temperamento impressionabile del poeta
subì il fascino d'un carattere che per molti aspetti poteva chiamarsi
eroico. Il ristauratore della legge, che concepiva la sua missione come
una crociata contro l'Anticristo ; che, di natura « assai gentile, afta-
bile, aiTettuoso e temperato ». come appariva al suo fedel segretario,
seppe giungere alla più tremenda durezza nel servizio di Dio e della
Sovrana, si trasformò a poco a poco agli occhi dello Spenser nel sim-
bolo vivente della giustizia. Se non si tien conto di quella campagna
e dello spirito con cui fu condotta, tutto il quinto libro della Faerie
Qiieene e molti altri passi del poema sono inintelligibili. Mezzo secolo
dopo, gli stessi principi conducevano alle stragi del Cromwell ; e ad
essi dobbiamo chieder ragione di come il soave, il gentile, il poetico
Spenser non si facesse scrupolo di fondare la propria fortuna sulle
spoglie dei vinti. Nominato cancelliere, prima della Corte Irlandese e
poi del Consiglio del Munster, ottenne nel 15S<5 il castello di Kilkolman,
feudo confiscato dei Desmond ; e la sua poesia licevette un colorito
speciale dalla selva d'Ario corsa dai banditi, dalla limpida Multa e
da tutto quel « bellissimo e dolcissimo paese s" altri ve n' è sotto il
cielo » (1) cui faceva cosi strano contrasto l'efferratezza degli uomini.
« Frutto selvaggio cresciuto in selvaggio suolo » fu dunque nel
concetto dell'autore quella Regina delle Fate che la solitudine di Kil-
kolman gli concedette di condurre a maturazione, poi che l'era ri- .
masto fedele pur fra le asprezze della guerra e l'aridità delle carte
bollate.
« L'intento generale del libro è di foggiare un gentiluomo o no-
bil persona a virtuosa e gentil disciplina... mediante le virtù morali,
assegnando a ciascuna virtù un Cavaliere acciò ne sia patrono e di-
fensore nelle azioni e nei fatti d' arme e nella cavalleria, dal quale
dovranno esprimersi le operazioni di quella virtù onde è protettore e
vincersi e disfarsi i vizi e gli sregolati appetiti che alla medesima si
oppongono » (:2). Se non che presto il poeta prende la mano al filo-
sofo. Ad uno schema quale il Tasso medesimo non avrebbe potuto
immaginarlo più regolare uè più edificante, sottentra la più scapi-
gliata libertà ariostesca. Ora è in iscena S. Giorgio, ora Venere e
Diana, ora il Tamigi con tutti i fiumi inglesi. L' interesse dall' as-
sieme si volge all'episodio: riconosciamo Bradamante, Atlante e Rug-
gero come altrove Erminia, Rinaldo e Armida : e, nello sdoppiarsi
e moltiplicarsi di simboli e d' allusioni, non solo il Sidney, il Lei-
(1) V. Spenser, A view of the present state of Ireland, scritto postumo par-
zialissimo ma non privo d" interesse storico ne di considerazioni acute, nel quale
rivive la guerra d'esterminio cui più o meno direttamente partecipò il poeta.
(2) V. Lettera introduttoria premessa ai primi tre libri : e il Dialogo rife-
rito da Ludovico Bryskbtt nella prefazione alla Vita Ciiile di ir. B. Giraldi,
da hu tradotta (1G06).
414 l/ ARIOSTO INGLESE
cester. Lord Grey, Maria Stuarda, Filippo li, il poeta stesso ed i
suoi amori si susseguono con quel!' insidia ariostesca di troncare i
«anti nel momento di maggiore interesse, ma tutto il Faerie Land
diventa il regno di Elisabetta, l'Elisa del Calendario Pastorale, la Cyn-
thia del Ritorno di Colin Clout, la Belphoehe, la Britomirt, la Mer-
cilla, la stessa Gloriana o Gloria della Regina delle Fate (l).
Chi ebbe il merito di porre in luce la grandiosa fantasia allego-
rica, fu quei Walter Raleigh che incarna così compiutamente il tipo
dell'avventuriere inglese del secolo xvi. Ritiratosi nei suoi possessi
d'Irlanda per fuggire un temporaneo malumore della Regina, capì
senz'altro che ricondinie in corte l'amico del Sidney (2), ormai ma-
turato a poeta grandissimo, l'esaltatore della Tudor, poteva essere,
come fu, il mezzo migliore di rientrare in grazia. Pochi scrittori eb-
bero un trionfo cosi immediato, unanime ed entusiastico come il nuovo
poeta di dieci anni prima, proclamato il poeta dei poeti all' apparire
dell' opera maggiore. Bisogna rendersi conto, nota un critico, del-
l'aspirazione di una letteratura impaziente del capolavoro cui erano
venuti invogliandola in quei dieci anni e il Sidney e il Marlowe e
l'Hooker e lo stesso Shalcespeare coi primi saggi del genio sorgente, per
comprendere la somma di diletto suscitato da mi poema, che riassu-
meva quanto di più fulgido aveva fiorito nell'arte italiana. Pure, le
due opere che ritraggono al vivo il tempo trascorso dal primo « Lau-
reato » inglese in quella Terra Promessa di tutte le ambizioni, in
quella grande accademia ch'era la Corte (3), hanno note amare di di-
singanno. Profonde e complesse né tutte dovute alla corruzione erano
le ragioni del fascino che quel centro di vita artitìcioso esercitava
sulle pili nobili intelligenze del paese. Perchè Elisabetta lappreseii-
tava davvero l'Inghilterra nella sua forza divenuta cosciente, nella
fiera difesa degl'ideali religiosi, nel nuovo fiore dell' ingegno e della
ricchezza. E se i pensatori e gli eroi, se un Bacone ed un Howard
non disdegnavano di porgerle un omaggio pur grandioso nella sua stessa
trascendenza (ove per un momento si voglia dimenticare la donna e
cogliere il simbolo cui ardevano tutti gli incensi), come doveva rifìu-
tarvisi il poeta, al quale quella gloria raggiava incontro idealizzata
dal ricordo del suo Sidney perduto e dall'impazienza degli anni d'esi-
lio, - che aveva innanzi I' esempio dell' Ariosto e del Tasso, come
questi avevano avuto l'esempio virgiliano'? Lo Spenser non si peri-
tava di celebrare la fresca verginità della non immacolata Diana ses-
santenne, come l'Ariosto non s'era vergognato di magnificare la ca-
stità di Lucrezia Borgia: una specie d'incoscienza gli permetteva di
sentire altamente di sé nell'atto stesso che vendeva la sua musa. Forse
che il Tasso non era rimasto gentiluomo nell'anima con tutto l'asser-
vimento a casa d'Este? La viltà era nel costume: né lo Spenser fu
superiore ai tempi. Ma, come il Tasso, aveva scatti di alterezza : e
l'indole romantica pugnava stranamente in lui con una praticità d'in-
(1) V. introduzione al II libro, st. IT.
(2j Morto nella guerra dei Paesi Bassi fin dal 1.586.
(3) Prosopopeia, or Mot/ter Hnhberds Tale (1591), e Colin Cloni s come Home
again; apologo satirico il primo e il secondo poemetto allegorico con remini-
scenze del Calendario Pastorale, anche nel nome « Colin Clout » che sta per
l'autore stesso (1595).
l" ARIOSTO INGLESE 415
tenti ignota all'amante crEleonora. Entrambi venivano alla Corte im-
preparati alla lotta meschina cui era impari la generosità deiringegno:
Full little knowest thou, that hast not trirle.
What hell it is in suing long to bidè:
To loose good days, that might be better spent:
To wast long nights in pensive discontent:
To fret thy soni with crosses and with cares:
To eat thy heart through comfortless dispaires;
To fawne, to crowche, to waite. to ride, to ronne.
To spend, to want, to give, to be undonne (!>.
11 poemetto che dopo un solo anno dai trionfi della Faerie Queene
riassumeva cosi dolorosamente le esperienze dellautore. faceva parte
di una raccolta il cui solo titolo basta a rivelarne lo stato d'animo:
Lamenti siiìla Vanità del mondo. Il essa figurano le « Visioni del Pe-
trarca, già tradotte » (i^), come in genere l'imitazione del Toscano è
manifesta in quasi tutte le composizioni : e nelle Buine del Tempo.
dedicate alla memoria del Sidney e del Leicester, giunge per qualche
passo sino alla traduzione letterale.
Intanto « poor Colin Clout », come il pastore della Gerusalemme
e il suo riflesso, il Melibeo della Regina delle Fate, aveva cambiata
la reggia per la vita solitaria, né (tramutato ormai l'amore per Ro-
salinda in un malinconico ricordo senza speranza), fu insensibile ad
una nuova bellezza che gli sorrise nell'Isola di smeraldo : o piuttosto,
dopo non breve resistenza, si lasciò commuovere dalla passione di lui,
umile e ardente. Ne nacquero gli Amoretti (3) e il divino Epithalamion,
storia ed esaltamento di quell'amore dal suo nascere alla consacrazione
nuziale nel giugno 94, e quella Visione di Colin Clout (4) che par
l'illustrazione della Primavera liotticelliana. ed è meritatamente fra i
gioielli più celebrati del poema.
II quale, arricchito di tre nuovi libri, veniva ripubblicato nel 1596
con quella superbissima dedica alla Tudor « acciocché viva con l'eter-
nità della sua fama » cui i secoli ban pur dato ragione. Fu quella
l'ultima occasione che richiamò lo Spenser alla Corte : ma a giudicare dal
(1) Prosopopea :
Ben poco sai. tu che non hai provato.
Che inferno sia a lungo vivere in suppliche:
Perder buone giornate, che potevano meglio essere spese;
Sciupar lunghe notti in pensosa scontentezza :
Logorarti l'animo con croci e con cure:
Mangiarti il cuore per disperato sconforto:
Piaggiare, umiliarti, aspettare, cavalcare, correre.
Spendere, aver bisogno, dare, esser rovinato.
(2) Innesto « già tradotte » e il concordare la versione quasi perfettamente
•con un'altra contenuta in una miscellanea poetica d'un .John van der Noodt
■olandese (ed. 15(i9), ha fatto congetturare che costui facesse passare per suo «n
lavoro dello Spenser allora giovanissimo: « curiosa illustrazione - nota il Church -
di quanto fosse di moda la letteratura italiana ai giorni d' Elisabetta, se uno
scolaro appena uscito dalla scuola dei Merchant Taylors ne sapeva già tanto ».
■Cfr. E. KoEi'PEL. in Englische Stndien (Jlonaco. ottobre 1889).
(3) Ottantotto sonetti, dèli titolo italiano.
(4) Faerie Queene, 1. VI. e. X. st. II e segg.
416 L'ARIOSTO INGLESE
ProthalarnioH (1) che uscì queiranno stesso, più esplicito nella sua tri-
stezza di quanto il poeta avesse scritto sin allora, non gli parve di
cogliere ilfiiitto d'una preminenza letteraria cui nemmeno lo Slialcespeare
faceva contrasto, di sedici anni di ufficio pubblico e, diciamolo pure,
d'una adulazione non meno antica, in una pensione di 5(t sterline che,
]ier di più, gli pagavano brontolando. Ben altro aveva veduto il no-
stro Rinascimento ; Cardinale il Bembo e Duca l'Accolti : laddove, ad
onta dei suoi allori, Mr. Spenser si sentiva a disagio fra tanti Sirs e
tanti Lorcìs, con quella sua ingenuità di pretender grazie e favori
senza intrigo e senza umiliazioni.
Per una seconda volta tornò a cercare il conforto delle « Sweet
Ladies Muses, Ladies of delight » {^2) presso le rive della sua Mulla
diletta: breve riposo. Poiché l'insurrezione che pareva domata nel lóS'i.
scoppiò con più tremenda violenza nel 1598 ; ed era scritto che dovesse
cadere di tutta la sua forza sull'antico segretario di Lord Giey. No-
minato Sceri fio della Contea di Cork nel momento del pericolo, « come
non privo di abilità né d'esperienza nelle guerre » (3). lo Spenser man-
dava il 9 dicembre un dispaccio sullo stato del paese a nome del Go-
vernatore Lord Norreys : ed è questo l'ultimo dato ceito che ci resta
di lui. Pare che l'antico maniero di Kilkolman fosse ar.so di lì a poco
dagli uomini del conte di Desmond: che un neonato del poeta pe-
risse nelle tiamme : che, rovinato e disperato, egli si rifugiasse con la
moglie a Londra. Vi morì il 10 gennaio Ì'M), se vogliamo credere a
Ben Jonson (4), « per mancanza di pane nel King Street, e rifiutò venti
monete mandategli da Lord Essex, dicendo che non aveva tempo di
spenderle ».
Così la fine del primo epico d'Inghilterra è involuta di leggende;
ed anche se a quella « mancanza di pane » si voglia dare un'inter-
pretazione non del tutto materiale, la strana risposta di chi altre volte
aveva pure sollecitato il sussidio dei potenti parrebbe il grido di ama-
rezza di un'anima che non vede rifugio che nella morte. Il pensiero
dolorosamente ricorre al Chatterton : e quella vita sorrisa dalla gloria
e infranta all' « Irish Commonwoe » (5) che lo Spenser inconscia-
mente aveva contribuito ad inasprire, quel cantore perito nell'abban-
dono e accompagnato al sepolcro in pompa solenne da quanti fossero
poeti in Londra, sembra il più eloquente esempio della Mutabilità cui,
nell'afflizione dello spirito stanco, aveva consacralo gli ultimissimi
versi (6).
Fra tali vicende germogliarono le più soavi stanze che l'Inghilterra
avesse udito sin allora, e che. dopo quattro secoli di rigogliosa let-
teratura, restano ancora nel paese quasi un termine di paragone d'ogni
armoniosa bellezza.
(1) Protlialamion or Sponsali Verse per il doppio matrimonio delle figlie del
conte di Worcester. Londra, 1-596.
(2) Prosopopea.
(3i Lotterà del Consiglio Inglese al Governo d'Irlanda, settembre 1.598.
(4) Y. Ricordi di Drnmmond di ffantlior/iden delle coincrsasioni con Brn
Jonson. del 1619, che, con la Storia del C.^mden. è Tunica fonte che ci rimane
sugli ultimi giorni del poeta.
^5) Ralbigh.
(6) V. Tiro Caiitos of Mntabilitie. pubbl. la prima volta nrl 1609 in una ri-
stampa del poema.
l'ariosto ixglese 417
Imitatore dei nostri bucolici nel Calendario Pastorale, dell'Ariosto
e del Tasso nel poema cavalleresco religioso, del Petrarca negli Amo-
retti e nei Lamenti, lo Spenser più tipicamente di chiunque altro rap-
presenta l'influenza dello spirito italiano sull'inglese in quanto è so-
spiro verso la forma perfetta. Trovò un mondo poetico già elaborato
e compiuto dallo sforzo di tre secoli, e vi si adagiò senza innovare,
con quel felice ringiovanimento di antichi motivi ch'è il suo tratto pe-
culiarissimo, com'era stato quello del Poliziano. A voler ricercare le
fonti a cui attinse, che dico? i caratteri, le scene, le strofe intei'e tra-
sportate di peso dai nostri nel suo poema, - come quel tanto esaltato
Boìver of Bliss ch'è semplicemente il Giardino d'Armida in lutti i
minimi particolari, dall' «arte che tutto fa. nulla si scopre >► all'inno
della Rosa e del piacere (1) - c'è da rimanere stupiti. Eppure nessuno
vorrà sostenere che lo Spenser non fosse poeta nella più gentile si-
gnificazione del termine. L'arte sua è più suggestiva che plastica :
suggestiva sempre di forme leggiadre. Come la farfalla del suo Muio-
potmos, egli vaga in un mondo di luce e di profumi : divaga, ogni
qual volta la grazia di un aspetto ne attrae l'immaginazione mobile
e delicata :
What more felicitie can fall to creatui'e
Then to enjoy delight with libertie ? (2)
Nonostante le innegabili tendenze filosofiche della Musa spenseriana,
la bellezza, « la bellezza che è cosa sacra » è pur sempre la nota più
alta d'ogni suo canto. E se ne schermisce : e vuol persuadersi ch'è
tutt'una colla virtii, quest'altro termine fìsso del suo idealismo : e scrive
l'inno all'Amor divino ed alla divina Bellezza per far dimenticare
quelli già dedicati alla Bellezza ed all'Amore naturale : come il Tasso
contrapponeva la Conquistata ed il Mondo creato alle lusinghe terrene
della prima Gerusalemme. Ma li pubblica insieme (3). Tutto il con-
trasto della civiltà da cui usciva il poeta - quel contrasto che aveva
fatto tanto soffrire la coscienza scrupolosa di Torquato - è in que-
st'alto che potrebbe parere ipocrita, se non fosse ingenuo ; il quale
contrasto spiega la proscrizione delle opere dello Spenser da parte dei
Puritani, e l'elogio insieme che ne scrisse il loro più nobile ingegno (4).
Ma com'è inconscio nel poeta, quasi non ce ne accorgiamo: e pas-
siamo senza maraviglia dalla Casa della Santità ai Giardini di Adone,
perchè in entrambi vediamo il riflesso di palazzi e di ville altre volte
cantati, Sehifanoia e Urbino, Fiesole e Baja, già trasfigurati in di-
more di principi e d'incantatrici.
Sarel)be ridicolo voler ricondurre ai modelli italiani tutte le fan-
tasie spenseriane, quando è noto che lo stesso Ariosto attinse tanta
parte dello scintillante macchinario cavalleresco a fonti straniere; e,
quanto allo stile, sappiamo che lo Spenser si formò sopratulto sul
il) Faerie Qiieen, 1, II, e. XII.
(2i Miiiopotmos, or The Fate of the Biitter/ìie, noi Lamenti.
Qual miglior sorte può toccare a niuno
Che di fruir diletto in libertà ?
È il motto premesso ai Miscellaiieous Poems dal Keats, appassionato ammiratore
dello Spenser.
(3) Foivre ITr/m/ies. 1596. Cfr. la dedica per le intenzioni dell'autore.
(4) Milton : « Our sago and serious Spenser, whom I dare be known to
think a bettor teacher than Scotus or Aquinas » (Areopagitica).
1^7 Voi. evi, Serie IV - 1° agosto 1903.
418 i/ariosto inglese
Chaucer, il Tytirus così affeltuosaniente ricordato nel Shepìierds Ca-
lendar, e presso il quale volle esser sepolto (1). Ma il Chaucer, tenia-
molo presente, fu il primo scrittore inglese che deliberatamente imi-
tasse i nostri : e se lo Spenser dopo due secoli di decadenza più di
lui « mostrò ciò clie potea » una lingua che pareva negata alla per-
fezione, lo dovette a questo duplice, diretto ed indiretto impulso del
pensiero e della forma italiana : che non crearono certo il suo genio.
ma lo plasmarono a loro esempio. L'armonia della sua stanza famosa (3)
e più delle strofe liriche delicatissime, se ben si osservi, è armonia
di immagini non meno che di suono : immagini petrarchesche, poli-
zianesclie, ariostesche, tassesche, reminiscenze di Virgilio e d'Ovidio
e di Teocrito già vissute nel nostro Rinascimento e che rivivono nel-
l'arte sua, atteggiate di purità e di freschezza ; finché « un'incognita
indistinta » della soavità di mille canti, la poesia di tre letterature
trasfusa nella poesia d'un'anima innamorata, di tre paesi bellissimi
congiunti nel sorriso d'una sola natura, c'inebria, come un sogno
nuovo che tuttavia ci sembri di conoscere, col ritmo insinuante del-
VEjjithalamion.
Alice Galimberti.
(1) Neil' « angolo dei poeti » della Westmiiister Abbey.
(2) Imitata diilla nona rima, con qualche alterazione specialmente neirultimo
verso.
SULL'IPPICA
PENSIERI E RICORDI
Capitolo II.
L" indomani mattina giungevamo alla stazione di Bieloczerckiew.
Lì ci attendeva una carrozza, alla quale erano attaccati quattro cavalli
arabi di manto bianco come neve; allo sportello si avvicinava un
cosacco, che indossava una giaccheltina e dei larghi pantaloni bleu
scuro, e portava un berretto rosso in capo ed una cinta ai fianchi
dello stesso colore. Questi era un cameriere della mia zia, che essa
stessa ci aveva mandato incontro, giacché in Ucrania con tale divisa
vestono i servitori. Il mio compagno di viaggio, il signor Piacentini,
supponendolo un ufficiale delle milizie irregolari o qualche grande
personaggio, lo salutava rispettosamente inchinandosi e rimaneva molto
meravigliato quando gli spiegai che era semplicemente il cameriere
della zia Branicka.
In pochi minuti, traversato uno splendido parco, ci fermavamo
al limitare dell'abitazione della zia e. sceso di carrozza, rabbracciavo.
Il primo della famiglia Branicki a possedere terre in questa pro-
vincia è stato il mio bisnonno, l'alamanno Francesco Saverio Bra-
nicki. Egli vi ebbe una proprietà di una estensione sterminata: ma
erano steppe nude, né su queste esisteva castello o casa signorile di
sorta. Per abitarvi scelse una casaccia qualunque che serviva per
stazione di posta, presso a Bieloczerckiew, la fece raffazzonare alla
meglio: sicché divenne la sua residenza ed il centro dei suoi posse-
dimenti.
L'atamanno aveva per moglie la contessa Alessandrina Engelhart.
nipote del celebre Potemkin, il favorito dell' imperatrice di Russia
Caterina II; essa fece piantare intorno a tale casa un grandissimo
parco: gli alberi, divenuti centenari, lo fanno rivaleggiare in magni-
ficenza con la villa Pamphili di Roma. A tali luoghi hanno poi messo'
nome Alessandria, in memoria della fondatrice. Questa ebbe pure in
animo di fabbricare un castello in mezzo a quel parco, ma tale pro-
getto non venne poi mai eseguito né da lei, né dai suoi successori.
Costoro si sono contentati di sopperire al cresciuto bisogno di abita-
zioni, costruendo dei piccoli padiglioni intorno alla rustica casa primi-
tiva, sulla ({uale hanno lasciato per ricordo una targa ove è scritta la
parola Osteria, che serviva d' insegna ai viandanti, sicché la residenza
420 sull'ippica
di Alessandria assomiglia ad una magnifica cornice, che racchiuda
un quadro insignificante.
Tale noncuranza per lo splendore della ])ropria abitazione proviene
forse nei popoli slavi dalla 1 ro origine nomade, mentre noi, discendenti
da popoli sedentari della più remota antichità, teniamo innanzi tutto
alla magnificenza dei castelli ed al lusso dei palazzi tanto di città
che di campagna.
L'enorme superficie della proprietà del mio bisnonno si è venuta
in seguito restringendo per vendite successive e per confische subite
da alcuni suoi discendenti, che si sono compromessi in politica ed è
stata poi divisa tra i suoi successori. Quello che rimane del primitivo
unico complesso forma ora tre proprietà distinte: Alessandria, che
Contessa Maria Branicka.
appartiene alla mia zia, contessa Maria Branicka, Uzin, al mio cugino
Saverio, e Staiviszcze, al mio cugino Ladislao.
Benché ognuna di queste terre sia poca cosa in confronto di quanto
possedette il mio bisnonno, pure ciascuna è ir.olto più estesa delle mag-
giori proprietà territoriali private che esistono in Italia.
Ma qui mi arresto, non avendo intenzione di scrivere delle impres-
sioni di viaggio. E perciò non rammenterò le espansive accoglienze
fattemi dai miei parenti, né descriverò il genere di vita che si conduce
in campagna nell' Ucrania e narrerò ancor meno le lunghe miglia o
verste, che si percorrono in carrozza per andare da un luogo all'altro,
affondando talvolta nel fango fino a metà l'altezza delle ruote, passando
tal'altra attraverso turbini di polvere.
Ma, tornando a parlare di cavalli, dirò che in origine in quella
gran terra di Ucrania vi era una sola e grande razza di cavalli arabi.
sull'ippica
421
lladjat,
che questa ora è stata divisa in tre allevamenti distinti, e che ognuno
di quei miei parenti che ho nominati più sopra possiede il suo. Li
visitammo tutti e tre ; in quello della contessa Maria Branicka non
stimammo di fare acquisti perchè non ha guari vi è avvenuta una
grave disgrazia, un in-
cendio, nel quale peri- '
rono circa SO cavalli. ,
Bisognerà quindi atten-
dere che abbiano avuto
tempo di riparare al dan-
no, e per potervi fare
delle buone scelte, aspet-
tare che siano cresciuti
i nuovi prodotti.
Dal mio cugino Sa-
verio invece comprammo
uno stallone di puro san-
gue arabo, sauro dorato,
di anni tre e mezzo, chia-
mato Hadjat.
In quanto a questo
convengo che non sia
gran cosa ; ha il difetto
di avere le gambe da-
vanti un poco troppo diritte. Ma, che volete, in quei paesi le vendite
dei cavalli hanno luogo in aprile ed in maggio ; nella stagione, nella
quale vi andammo, eravamo forzati a scegliere fra ciò che rimaneva.
Dopo tutto, se Hadjat non era perfetto, era discreto e di puro sangue
arabo: ci decidemmo a
" prenderlo allettati dal
prezzo che ne chiede-
vano, che era uguale a
quanto da noi si pagano
i cavalli per la rimonta
dell'esercito. Pensammo
che con questo unico
esemplare potevamo di-
mostrare al nostro paese
- ove c'è tanto bisogno
di riproduttori arabi e
si hanno sì scarsi mezzi
per piocurarseli - che
se ne possono acquistare
degli autentici a prezzi
assai modesti. E cosi cre-
do che non abbiamo fatto
fare al Governo un cat-
tivo affare.
Dall'altro mio cugino il conte Ladislao Branicki acquistammo
Hetman, puro-sangue arabo, sauro che non aveva del tutto rag-
giunto i tre anni. Questo è un cavallo potente di fortissima ossatura,
quale si richiede per incroci, e sono convinto che farà un'ottima riu-
scita; però, a poterne dare un adeguato giudizio, conviene attendere
//l'unni. >i,ill(iii
4'i'2 sull'ippica
che abbia raggiunto il suo completo sviluppo, ciò che nei cavalli arabi
non avviene prima dei 5 o (j anni.
Fatti questi acquisti mi separai dal mio compagno, dovendo io
partile per 1" Ungheria, chiamatovi da urgenti altari privati, ed il Pia-
centini, pioseguì il suo viaggio di ricerche, e si recò a visitare gii alle-
vamenti ilei conte Giuseppe Potoclci e del principe Roman Sanguszko.
Dal primo comprò Pekin. stallone di puro sangue arabo, bajo seuro.
Pecliiii. stallone arabo.
di anni 3 e mezzo, e dal principe Sanguszko, Ziliniek. ]iuro-sangue arabo,
di anni 3, bajo ciliegia. Quest'ultimo, appena arrivato al Deposito di
Ferrara, morì a cagione dei disagi sofferti nel viaggio, che fu disastro-
sissimo. Infatti per le lungaggini del nostro Ministero a scrivere, per
quelle dei polacchi a rispondere, ed infine per una nuova legge pro-
mulgata nel frattempo dal Governo russo, che, vietando l'esportazione
dei cavalli, ci costrinse a ricorrere sino a Pieti'.ìburgo per ottenere i
dovuti permessi, quel viaggio fu protratto di tanto, che si dovette
compiere in pieno inverno. E quest'anno, come ognun sa, è stato rigi-
dissimo. Fu dunque gran fortuna se non morirono anche gli altri.
Ripassando per 1' Ungheria ebbi occasione di rivedere ancora una
volta l'allevamento del signor Pfeiffer e li rimaicai uno stallone chia-
mato DjoHcl, bajo dorato, clie non aveva del tutto ancora compiti i tre
anni. Mi parve di singolare bellezza; credetti perciò di segnalarlo all'at-
tenzione del ministro Baccelli, il quale io seguito ne ha fatto acquisto,
ed ora è venuto a raggiungere gli altri al Dejiosito di Ferrara. Sicché
adesso per la prima volta il nostro Ministero di Agricoltura e Com-
mercio si trova a possedere uno stallone di mezzo sangue e cinque di
puro sangue arabo, provenienti da allevamenti europei. Ne avrebbe
sei, senza la morte disgraziata di Zflnnek. Ritengo che per tali acquisti
sia slato fatto un ottimo esperimento e ne rendo meritata lode al
ministro Baccelli. Però non bisogna illudersi, né da sì esiguo numero
di l'iproduttori attendere dei risultati di qualche im])ortanza; per otte-
nerli con\'errebbe averne per lo meno 40 o 50. Perseverando ci si
potrebbe arrivare facilmente.
sull'ippica 423
Per riuscire si dovrebl)e mandare a comperarli in aprile o maggio
e non in settembre ed ottobre, come fino ad ora si è tatto, perchè, ripeto,
in tal epoca le vendite dei nuovi prodotti sono già state fatte, gli inviati
delle altre nazioni hanno già provveduto ai loio acquisti, sicché ai
nostri non rimane da scegliere e debbono contentarsi degliscarti; ciò
tanto per la ricerca dei cavalli inglesi quanto degli arabi.
Avi'ei bramato ottenere, prima che si procedesse a nuovi acquisti,
un ponderato giudizio sull'operato nostro, potendo ciò servire di norma
a coloro che in seguito ne avranno incarico ; ma, per l' abituale len-
tezza della burocrazia, non l'ho potuto ottenere ancora, benché abbia
insistito da parecchi mesi. Ormai mi sono stancato di ripeterne la do-
manda, tanto più che,
ripensandovi sopra, mi ^WK:35^~~*ts?;;^
è venuto il dubbio se
tale giudizio possa riu-
scire cosa seria. Infatti
a pronunziarlo autore-
\ olmente occorrerebbero
persone competenti, for-
nite di speciali studi sui
cavalli arabi. Ma, enu-
merando nella mia mente
i nomi di coloro che com-
pongono le Commissioni
uftìciali, di nessuno mi
sono ricordato che sia
stato in Oriente, che ab-
bia visto i corsieri dei
beduini, che abbia visi-
tato le scuderie del Sul-
tano e nemmeno che co-
nosca gli allevamenti arabi che esistono in Europa. A qual prò dunque
provocare il loro verdetto"? Speciali cognizioni e lunga esperienza occor-
rono per conoscere bene i cavalli arabi: altrimenti si rischia di cadere
in grossolani errori, specialmente quando si debbono scegliere per ripro-
duttori. A tale scopo va tenuto in assai maggior conto la purezza del
sangue e l'antichità della genealogia, che non le forme e l'apparenza
dell'animale.
Citerò, ad esempio, lo stallone Luciti, che importato dall' .Arabia
in Italia alcuni anni or sono, pai-eva mingherlino, d'imperfetta strut-
tura, a prima vista sembrava non dovesse valere nulla e quando il si-
gnor Piacentini lo scelse per la sua razza provocò risa universali. Eb-
bene, quel cavallo ha data la miglior produzione che mai siasi veduta
nella campagna romana.
Dje
Ora il soggetto naturalmente mi conduce a trattare degli stalloni
governativi e ad esporre le più urgenti riforme che, a mio parere, si
dovrebbero applicare per renderli veramente utili al Paese.
Innanzi tutto se ne dovrebbero scartare quasi i due terzi, perchè
deficienti, mal conformali, privi di sangue e disadatti alla riproduzione;
conservandoli è tanto veleno che s' infiltra nelle vene della nostra pro-
duzione equina. Quindi si dovrebbero colmare gradatamente i vuoti con
424 sull'ippica
successivi acquisti più razionalmente tatti e proseguire nella compera
di puro-sangue arabi ed arrivare a possederne un numero ragguanle-
vole e destinarli alle Stazioni di monta della campagna romana, delle
Provincie meridionali, a quelle delle nostre isole, insomma inviarli nei
posti ove lallevamento brado è ancora in uso, giacché i jìiodotti di
tali incroci sopportano meglio la durezza. Ma, se sono favorevole
agii stalloni di puro sangue arabo, ciò non mi fa escludere gli inglesi,
i quali potrebbero adoperarsi con vantaggio nell" Italia Superiore, ove
rallevamento stallino è più copiinie. Però questi si dovrebbero sce-
gliere con ciiteri differenti da quanto si è fatto in passato, ricercarli
alti, robusti, ben membrati, veri stalloni da incrocio, indipendente-
mente da quanto possano valere per le corse.
In ciò è da additarsi ad esempio rUngheria, che ha istituito la
razza governativa di Kis-ber, ove produce dei cavalli di puro sangue
inglese, che sembrano carrozzieri, e se ne serve poi con buoni lisultati
per migliorare le sue razze indigene. E dico ciò. non già per incitare
il nostro Governo ad impiantare una razza governativa di tal genere,
ma per additargli il tipo di riproduttori che dovrebbersi ricercare.
In quanto poi agli stalloni per produrre cavalli da corsa, o il Go-
verno dovrebbe disinteressarsene del tutto, che tanto le corse andreb-
bero avanti lo stesso, e qualcheduno arriverebbe sempre primo, op-
pure, qualora se ne volesse assolutamente ingerire, dovrebbe limitarsi
all'acquisto di uno o al più di due riproduttori e prepararsi a pagarli
somme ingenti, perchè a tale scopo i cavalli di prim'ordine soltanto
possono dare buoni risultati.
L' ideale sarebbe di possedere stalloni ugualmente adatti alla pro-
duzione di cavalli da corsa ed ali" incrocio. Lo avevamo raggiunto
quando possedevamo Meìfon, ma ci siamo affrettati a venderlo, né lo
rimpiazzerà di certo Melanioti, col quale abbiamo preteso di sostituirlo.
Questo cavallo, per la sua splendida origine, riuscirà forse a darci
qualche buon prodotto per corse; ma, per le sue fattezze mancanti di
armonia, né lui, né i suoi figli varranno mai nulla per rigenerare le
nostre razze comuni.
Oltre ai puro-sangue arabi ed inglesi, convengo sia pure necessario
avere qualche robusto stallone di sangue ])iù volgale, allatto a pro-
durre delle buone fattrici. A tale scopo abbiamo acquistato degli Hack-
neys ; e così abbiamo creduto di raggiungere lo scopo.
Ma gli Hackneijs sono una razza di cavalli troppo recente per dare
affidamento in quanto alla fissità di tipo; gl'Inglesi l'hanno creata da
non molto tempo, selezionando dei grossi mezzo-sangue ed aprendo
un pedigree, o libro d' iscrizione per la genealogia dei loro discendenti.
Dapprima li han chiamati Roster, ora li designano coli' antico nome
francese di Hackiieijs, ma ciò non ha mutato la loro natura. Ignoro
quali vantaggi ne abbian tratti gl'Inglesi, ma sul continente non sono
riusciti e da noi non hanno prodotto che animali linfatici e squilibrati.
Per raggiungere lo scopo sovraccennato credo che faremmo assai
meglio adoperando grossi stalloni delle nostre razze volgari ; di questi
almeno potremmo conoscere esattamente l'origine e la discendenza.
Come anche non sarei contrario a sperimentare qualche stallone an-
daluso, giacché fra questi ed i cavalli dell' Italia meridionale e quelli
della campagna romana vi dovrebbe essere molta affinità, avendo l'an-
tica dominazione spagnuola lasciata una forte impronta di sangue ibe-
rico nelle nostre razze meridionali.
sull'ippica 425
Però ho inteso dire che disgraziatamente anche in [spagna i ca-
valli andalusi sono quasi del tutto scomparsi. Ma se non esistono più
nella loro patria di origine, ve ne sono ancora in Argentina, lo stesso,
quando vi andai, vi ho veduto dei belli esemplari alti, robusti, col
largo collo ornato di folta criniera e con lunga coda che scende quasi
fino a terra, simili in tutto a cjuelli che si vedono nei quadii di Ve-
lasquez. Il prezzo che ne chiedono è modicissimo, ed aggiuntavi pure
la spesa del viaggio, verrebbero ancora a costare pochissimo, condotti
in Italia. Perciò credo che sarebbe un'esperienza da farsi.
Oltre ad una migliore scelta quando si dovranno fare nuovi ac-
quisti, altre urgenti riforme vi sarebbero - a mio parere - da appli-
care al modo onde gli stalloni sono tenuti e custoditi nei Depositi go-
vernativi. Son d'opinione che si dovrebbero tenere più in esercizio,
meglio in treno, come si suol dire, acciò divengano più robusti e quindi
meglio adatti alla generazione. Si dovrebbe pure avere maggiore cura
della loro igiene, per evitare gravi e dispendiosi inconvenienti, come
quello succeduio quest'anno. Senza porvi riparo in tempo, si è lasciata
diffondere una malattia infettiva nel Deposito di Pisa e farvi stragi, la
quale poi si è trasmessa alle vicine scuderie da corsa dei privati, con
evidente responsabilità del Governo.
Ma intorno a tale incidente non posso che riferire delle voci vaghe,
come mi sono arrivate all'orecchio ; al Governo incomberebbe l'ob-
bligo di ordinare un" inchiesta e di fare piena luce.
Ma sia di ciò, come di altri provvedimenti che potrebbero essere
utilmente adottati, non ho i dati necessari, né la possibilità di fare
gli studi che occorrerebbero per poter compilare un programma pra-
tico ed esauriente.
Per rendere gli stalloni dello Stato veramente giovevoli ed utili
alla nostra produzione equina, dovrebbe il Governo nominare una
Commissione di persone verauiente competenti, ed affidarle tale inca-
rico, e quando il programma fos.^e compilato dovrebbe ap|)licarlo con
energia.
Migliorati che fossero gli stalloni, non si sarebbe fatto ancora che
la metà di quanto occorre.
Essendo per la riproduzione più imjiortante ancora avere delle
buone madri, bisogna urgentemente fare qualche cosa per procurarci
delle migliori fattrici. So, come ho già accennato, che a tale scopo il
Ministero della Guerra, d'accoido con quello di Agricoltuia. sileno ri-
costituendo la razza di Persano. ed intendano produrre delle buone
fattrici per cederle, quale incoraggiamento, a miti condizioni agli al-
levatori. Ma pure ho inteso dire che vogliono darle al prezzo di 700 lire,
che nelle attuali nostre condizioni economiche non sarebbe né mite,
né d' incoraggiamento, e che ancora intenda imporre l'obbligo di te-
nerle per proprio uso, senza poterle vendere. Se cosi fosse, sarebbe
meglio non far niente, perchè nessun allevatore troverà convenienza
ad accettarle a simili condizioni.
Perciò proporrei non già di sopprimere la razza di Persano, ma
di darle uno scopo più pratico, quello, per esempio, di produrre ca-
valli per gli ufficiali, pei quali ogni anno siamo costretti a ricorrere
all'estero, oppure di produrne degli adatti per l'artiglieria, dei quali
manchiamo assolutamente.
Invece per migliorare le fattrici proporrei un altro mezzo, quello
d' istituire dei premi d' incoraggiamento in tutte le provincie d' Italia
MG sull'ippica
per quegli allevatori che presentassero il più bel gruppo di cavalle.
Così sono persuaso che si otterrebbe assai più e si spenderebbe assai
meno che non con l'intervento diretto dello Stato.
Qui mi arresto ; avendo raggranellate alcune notizie, le ho disposte
in buon ordine, tanto da potere scrivere questi articoli che pubblico
sulla Nuova Antologia. Non pretendo già che contengano quanto vi
sarebbe da dire suU' interessante argomento, ma spero che sieno un
grido di allarme che giovi a farci ottenere l' invocata Commissione e
le desiderate riforme.
E tralascio di parlare deirallevamento, ricordando ai ministri della
Guerra e dell'Agricoltura, ai quali spetta per ufficio di occuparsi più spe-
cialmente di queste materie, che nelle medesime regna in Italia la più
completa anarchia; che da molti anni assistiamo al doloroso spettacolo
di parecchi milioni dati da noi poveri contiibuenti e sciupati senza pro-
durre alcun vantaggio, anzi deteriorando la nostra (n'oduzione equina,
e che ad essi perciò incombe il dovere di porvi l'imedio.
Ora che ho esposto alcune idee sul modo di allevare quel nobilissimo
animale, che è il cavallo, ritengo non fuori di proposito di aggiun-
gere qualche parola sul miglior modo di adoperarlo.
Il cavallo adunque è un istrumento: il modo di servirsene chia-
masi equitazione.
Varie volte mi è venuto in mente ciie vi sarebbe da fare uno studio
importante sulla equitazione nell'antichità, ossia una ricerca su come
questa sia stata praticata nel jìeriodo classico, sulle variazioni che ha
subite, e sui modi di cavalcare che hanno usato i diversi popoli, dei
quali componevasi il mondo antico.
Tale studio porterebbe a fare delle osservazioni e dei raffronti im-
portantissimi ; per caso a me pure è accaduto farne alcuno che mi ha
molto interessato.
Per esempio, nell'ammirare i fregi del Partenone, ove nel corteo
della processione panatenaica sono rappresentati dei cavalieri ateniesi,
ho rimarcato la sicurezza e la disinvoltura con la quale stan seduti
sui loro destrieri. La loro posizione sul cavallo può dirsi perfetta anche
secondo i criteri della equitazione moderna.
E la stessa impressione mi lia prodotto la effìgie del cavaliere ate-
niese DexiUos, scolpita sulla sua stele mortuaria che sfa al Ceramicon.
Ma lasciamo da parte l'archeologia dell'equitazione, che non rientra
nei limiti di questo mio scritto, e veniamo a parlare di tempi a noi
relativamente più vicini.
Dopo il Rinascimento, l'egemonia della equitazione appartenne alla
Spagna e si estese anche all'Italia meridionale, che in ([uel tempo era
vice-reame spagnuolo.
Le ])er.sonalità più celebri nell'arte dell'equitazione furono in allora
spagnuoli o italiani al servizio di Spagna. In quei tempi un jirincipe
Pignatelli divenne rinomato per avere inventato un morso ili una forma
speciale, che l'inglese marchese di Newcastle, del quale avrò poi occa-
sione di parlare, consiglia di adoperare, quale ottimo freno, in un suo
libro sul modo di domare i cavalli.
In allora l'equitazione alla spagnuola era in voga in tutti i paesi
d'Europa e, ciò che è interessante a notarsi, anche nell'Inghilterra,
paese nel quale poi, circa il 1750, questa si è trasformata del lutto e
sull'ippica i"27
da scientifica ed accademica, qua! era prima, è diventata più pratica
€ naturale, e ciò è aA'venuto per le caccie a cavallo e le corse che vi
sono state iniziate assai prima che altrove.
Tale nuovo sistema, che è stato chiamato di equitazione all'inglese,
a sua volta si è propagato sul continente, e tutte le nazioni - quale
prima e quale dopo - lianno finito per adottarlo.
Ma ritorniamo al marchese di Newcastle : questi visse dal 1592
al l()7(i. Esule in Francia sotto Cromwell. vi pubblicò in francese quel
libro, al quale ho accennato; rimpatriò alla restaurazione degli Stuard
■e fu da re Carlo II crea-
to duca e nominato
suo grande scudiere.
Questo libro è illu-
strato con molte belle
incisioni: vi si vedono
selle con alti arcioni,
morsi e bardature alla
spagnuola, ed in esse
sono rappresentate tut-
te le evoluzioni del-
l'alta scuola, come le
insegnavano i rinomati
maestri di Jladrid.
Da tale libro, non
■solo si può rilevare
quanto a quei tempi
l'equitazione alla spa-
gnuola fosse generale
in Inghilterra, ma an-
che come i cavalli in-
digeni non vi fossero
apprezzati ed importas-
sero stalloni spagnuoli
per migliorarli. E quel-
lo che pei' noi è im-
portante rilevare, è che
fra quelle stampe vi è
il ritratto di un cavallo
corridore napoletano, chiamato Xohilissimo. condotto in Inghilterra,
quale ri])roduttore di gran pregio.
Gol decadere della potenza della Spagna, l'egemonia dell'equita»-
zione passò in Francia, e sotto Luigi XV e Luigi XVI la scuola di
Versailles fu rinomata per tutto il mondo. Questa, distrutta dalla rivo-
luzione, ripristinata dalla restaurazione, venne definitivamente sop-
pi'essa ai tempi di Luigi Filippo.
Ma con la sua caduta, non vennero per questo abbandonati i
principi e le norme che vi si insegnavano, che anzi rimasero in voga
sino ai giorni nostri, ed il celebre cavallerizzo signor Baucher, morto
nel principio del regno di Napoleone HI, può dirsi sia stato l'ultimo
illustre rappresentante di un sistema che cessò con la sua scompar-sa.
La trasformazione dei cavalli inglesi, che rimonta alla metà circa
del secolo xviii ed ebbe principio con la creazione delle loro razze di
«avalli di puro sangue, iniziatavi con capistipiti orientali, produsse
Buduiuo.
428 sri.L'ippiCA
pure per conseguenza necessaria una totale trasformazione nel modo
di cavalcare che si estese anche all'esercito.
E a tale proposito si racconta, che durante le guerre della repub-
blica e dell' impero. Napoleone, I essendo venuto in contatto con gli
eserciti inglesi, rimanesse impressionato dalla superiorità dei cavalli
e dalla maniera più pratica ed efficace di cavalcarli di questi suoi
avversari, e che concepisse il piogetto di riformare su quel tipo la
sua cavalleria. Di tali intendimenti dell' imperatore si ha notizia nelle
memorie del generale Marbot (1).
Ma Napoleone I cadde jìrima di poter mettere ad effetto la vagheg-
giata riforma, ed i Governi che lo seguirono non se ne curarono
affatto.
Buttero della Campagna romana.
E fu soltanto Napoleone Ili, il i[uale. dopo aver trascorsi lunglii
anni di esilio in Inghilterra, arrivato al potere, trasformò completa-
mente r ippica della Francia. In quest'opera ebbe per collaboratori
diversi generali, fra i quali primeggiò il generale Fleury: allora si
illustrarono, come famosi cavalieri, il visconte di Montécot, i signori
de la Mothe e de Bouexic, il visconte di Laurisfon, il conte Artus
Talon, i marchesi de St-Sauveur, de St-Germain, de la Bignè, il conte
d' Evry, ed altri, e mi ricordo di avere nella mia giovinezza avuta
occasione di conoscere ed ammirare a cavallo alcune di queste celebrità.
Quando tale trasformazione fu compita in Francia, ne seguirono
poi resempio. quale prima e quale dopo, tulle le altre nazioni del
continente, ed ormai si cavalca ali" inglese, non solo da tutti gli
sjjorfsweìi, ma anche in tutti gli eserciti d" Europa.
(1) Memorie del (/eiierale Miirhnl. E. PlonXounit. impr., Paris. 1892. 15* edit.,
voi. II, p. 43 (Campagne de Portugal, 1810>.
sull'ippica 429
Però anche ai tempi ove l'equitazione scientifica e di alta scuola
era in auge dappertutto, vi sono sempre state altre classi di cavalieri
che hanno cavalcato in modo diverso, cioè meno scientifico, ma più
semplice e naturale. Vi sono stati sempre due modi opposti di equi-
tazione, che il barone d' Etreillis, nel suo libio Ecuyers et cavuliers -
Aiitrefois et aujoiird'hui (1), chiama équitation du dedmis e éqmtation
dudehors, perchè la prima ha per palestra d'insegnamento il maneggio,
la seconda scaturisce spontanea coH'andare a cavallo in campagna.
lo invece chiamerei l'una artificiale ed accademica, l'altra pratica
e naturale; ma fa lo stesso.
Nel secondo modo cavalcano ed han sempre cavalcato gli arabi,
i butteri della campagna romana, i cosacchi della Russia, i gattcltos
dell'America del Sud, i cotv-boys di quella del Nord, i boeri dell'A-
frica australe ed i rough-riders dell'Australia.
Benché costoro adoperino l)ardature differenti, impieghino forme
di selle diversissime, usino taluni tener le staffe cortissime, altri molto
lunghe, stiano a cavallo in modo dissimile, pure possiedono tutti
indistintamente le qualità essenziali che si riscontrano nel perfetto
cavaliere, cioè lo sfare fermissimi in sella, tanto che vi sembrano inchio-
■dati, e l'avere tutti assoluta padronanza dell'animale che montano.
Le regole della loro equitazione non procedono da libri stampati
o da artificiali e pedanteschi precetti insegnati loro nel rinchiuso
maneggio, ma si son venuti formando naturalmente, percorrendo le
vaste estensioni di terreno. In ognuno di costoro la particolare maniera
■di cavalcare è adatta al terreno speciale dei loro paesi, a superare
(1) Paris, Impr. Baiidoin, 1887.
430 sull'ippica
gli ostacoli che vi si incontrano e a soddisfare alle esigenze delle
varie loro attribuzioni.
L'equitazione inglese ancor essa è semplice e naturale e parrai la
si possa classificare come una categoria delle sopracitate, e, prese
tutte insieme, designarle come un sistema solo da contrapporsi a
quello antico di alta scuola, ormai andato in disuso dappertutto.
In Italia, in tutte le provincie ove è rimasta in uso la grande
coltura, dove gli armenti son tenuti a sistema brado, ed uomini a
cavallo li portano a pascolare, vi sono sempre stati dei buoni cavalieri,
come ad esempio nella Campagna romana, nella Maremma toscana e
in Sardegna, e sono diventati tali non per regole scientifiche, ma per
esperienza e per i dettami della natura.
Invece sono stati sempre scarsi quelli che sanno star bene in sella
nelle provincie ove la coltura è più intensiva e dove non vi è bisogno
di andare a cavallo per accudire alle faccende di campagna.
Quando le reclute giungono ai reggimenti di cavalleria è facile
riconoscere da quale provincia provengono al modo col quale si avvi-
cinano al cavallo; alcuni vi si appressano con confidenza, perchè da
tempo sono abituati a maneggiarlo, mentre gli altri rimangono titu-
banti ed incerti, come se stessero di fronte ad un nemico.
Nelle classi pili elevate vi sono dei buoni cavalieri nei luoghi ove gli
esercizi sportivi s(mo piìi antichi e da più tempo praticati. Ad esempio,
i romani sono buoni cavalieri, e ciò lo debbono alle caccie alla volpe,
che in Roma sono state iniziate, da circa sessant'anni, da mio padre.
Simili caccie sono state impiantate molto più recentemente anche
a Gallarate, presso Milano, e a Pordedone nel Friuli, ed hanno giovato
moltissimo a perfezionare l'equitazione dei lombardi e dei veneti: ed
ormai fra costoro si contano |)ure degli ottimi cavalieri.
In quanto poi all'equitazione militare, bisogna rammentarsi che la
nostra cavalleria è stata quella che ))iù lungamente è rimasta attac-
cata agli antichi sistemi, e che i nostri ufficiali sono stati per lungo
tempo inferiori, nella jierizia del cavalcare, ai nostri sporfsmen ; perciò
tanto più notevoli sono i recenti progressi che hanno compiuti.
Ed è curioso ricordare, che per circa ^0 anni dopo l'entrata degli
italiani in Roma, pochissimi ufficiali seguivano le caccie alla volpe e
quei pochi che vi partecipavano erano malvisi dai loro superiori. E
ciò mentre quelli delle altre nazioni èrano nei loro ])aesi talvolta co-
mandati, sempre incoraggiati ad intervenirvi, ritenendovisi essere le
caccie a cavallo, fra tutti gli sports, quello più adatto a perfezionare
l'equitazione militare.
Per istrana anomalia, mentre da noi in quel tempo le caccie, che
pur soi'o un esercizio ippico molto simile a quanto gli ufficiali ponno
essere chiamati a fare in guerra, erano dal Ministero tenute in sospetto,
le corse invece, che non vi hanno nulla di comune, erano incoraggiate
e protette. Sicché già allora erano state instituite delle corse militari,
gli ufficiali erano incoraggiati a parteciparvi, e se ne vedevano iu tutte
le riunioni di corse.
Ma, educati coi sistemi anticlii e mancanti della preparazione che
a ciò è indispensabile, vi si mostravano inesperti e vi facevano spesso
cattiva figura, con disdoro della nostra uniforme.
Un giorno, nel 1891, 1' on. Tommasi-Crudeli ed io ci trovammo
per caso ad assistere ad una di queste corse militari in Roma, che ebbe
esito ancora più infelice delle altre. Benché vi tosse assegnato un premio
sull'ippica 431
piuttosto rilevante, pure pochissimi utficiali vi si erano iscritti, mo-
strando col loro esiguo numero lo scarso entusiasmo per lo sport, che
vi era allora nella nostra cavalleria.
Per quanto mi rammento era questa una corsa di siepi : superandole
moltissimi caddero, non già perchè i cavalli le avessero urtate, ma
semplicemente perchè non sapevano reggersi in sella.
Disgustati da tale spettacolo e profondamente addolorati, l'ono-
revole Tomma si-Crudeli ed io convenimmo che era necessario invo-
care pronti rimedi a tale stato di cose, reclamando urgenti riforme
per l'equitazione della nostra cavalleria.
A quell'epoca eravamo deputati tutti e due, presentammo quindi
insieme alla Camera un ordine del giorno in quel senso e lo svol-
gemmo nella tornata del 13 giugno 1891.
L'on. Pelloux, allora ministro della guerra, ci ri.spose aderendo
alle nostre idee ed assicurandoci che (pianto prima a\rebbe fon-
dato vicino a Roma una scuola di perfezionamento per l'equitazione,
ad uso dei nostri utfìciali.
Pienamente soddisfatti da tale risposta, prendemmo atto delle di-
chiarazioni del ministro e dell'impegno assunto e ritirammo il nostro
ordine del giorno.
E tale impegno fu da lui scrupolosamente tenuto e nell'ottobre
dello stesso anno aprivasi la scuola di Tor di Quinto.
Al primo corso intervennero ufficiali scelti per la loro perizia nel-
l'equitazione fra i vari reggimenti di cavalleria, ^ino al grado di ca-
pitano, ed ebbero per istruttore il marchese Luciano di Roccagiovine,
emerito sportsman, conosciutissimo tanto nelle riunioni di caccie.
quanto in quelle di corse. Alcuni di questi allievi sono poi diventati
dei cavalieri celebri, e citerò a memoria il tenente Bracorens de Sa-
voiroux. poi morto disgraziatamente a Pinerolo per una caduta da
cavallo, il capitano Giacometti, ora promosso maggiore, che in seguito
è stato direttore di questa scuola, ed il capitano Caprilli, che si è
poi reso celebre in tutti i concorsi ippici.
Dopo il primo anno questi corsi sono stati sempre frequentati
unicamente da sottotenenti. Una disgrazia avvenne prima dell'apertura
della scuola: i cavalli, che vi erano mandati da Pinerolo, perirono
quasi tutti in uno scontro ferroviario: ma tale perdita riusci vantag-
giosa alla scuola medesima.
Giacché, dovendosi provvedere immediatamente, il cav. Ranucci
venne mandato in tutta fretta a comprar cavalli in Irlanda, e quelli
che riportò sono stati i migliori che al>biano mai avuto ed han pre-
stato ottimo servizio per lunghi anni : da allora in poi se ne sono
sempre riforniti in Irlanda.
Ma, per malintesa economia, si è voluto diminuire il prezzo di
acquisto, che per i primi, se ben mi ricordo, era stato di i2.ó(K) lire
ciascuno: per conseguenza naturale, quelli che si srjno comprati dopo
sono stati alquanto inferiori: ed in nessuna delle ulteriori mandate si
son visti animali paragonabili a quei primi.
Ormai son trascorsi 1^ anni da clie la scuola di Tor di Quinto è
stata fondata, i suoi corsi han proceduto regolarmente ogni anno e
si può dire che, grazie a questi, 1' equitazione dei nostri ufficiali di
cavalleria è stata completamente trasformata.
Mercè questa scuola, ha avuto luogo finalmente, anche fra di noi.
quel cambiamento nella equitazione militare, nel quale, come ho ac-
432 sull'ippica
■cennato più sopra, la Francia per prima ci aveva preceduta sotto Na-
poleone III, poi la Germania, l'Austria, insomma tutte le nazioni del
continente.
Ed ormai si può dire che la media della perizia nell' equitazione
dei nostri ufficiali sia piuttosto elevata e che possa slare con onore a
confronto con quella dei loro colleghi delle altre nazioni, come è stato
luminosamente dimostrato al concorso ippico militare ed internazionale
che ha avuto luogo a Torino nella primavera dell'anno scorso.
Ma, benché la scuola di Tordi Quinto sia un'istituzione bene riuscita,
■ed abbia prodotto notevoli risultati, perciò non è detto che non la si
possa migliorare ancora e che non v'abbia qualche difetto da correggere.
Anzi credo che, edotti dall' esperienza di questi anni passati, vi
si potrebbero introdurre alcune correzioni, applicare dei miglioramenti
che le tornerebbero vantaggiosissimi. Ed intorno a tale argomento
esporrò francamente la mia opinione.
Innanzi tutto credo che il locale ove l'hanno posta sia completa-
mente disadatto per una scuola di equitazione. Nella fretta di aprirla,
l'hanno istallata in l'.ia vaccheria fallita, presa in affitto e raffazzonata
alla meglio, che sta nella tenuta di Tor di Quinto. Il Governo l'ha poi
definitivamente acquistata. Ma pei' quanto si faccia, quel locale non
varrà mai nulla, essendo imjìossibile trasformare una vaccheria in
una scuderia per cavalli, munita di tutti i comodi e provvedimenti
igienicifhche si richiedono al giorno d'oggi.
Converrà quindi, quando che sia, provvedere un edificio espres-
.samente fabbricato per tale scopo.
Pel terreno di esercitazioni si è fatto peggio ancora, si è acquistato
un ippodromo da una Società di corse in liciuidazione ; ma siffatto terreno
•è argilloso, soggetto a infiltrazioni d'acqua e ad inondazioni, perchè
sta sotto il livello del fiume. Quando piove vi si att'onda come in un jian-
tano, quando è sereno e i raggi del sole l'hanno prosciugato, diventa
durissimo. È stalo dimostrato inservibile per le corse, ed ora non varrà
ad altro che a stroncare le gambe dei cavalli della scuola. Qui pure ci
vuole un rimedio radicale; abbandonarlo, cioè, e provvederne un altro.
In quanto ai corsi, sono due per ogni stagione, di tre mesi cia-
:SCuno ; ma questo è un termine troppo breve. In tre mesi si può ap-
pena dare una infarinatura di equitazione, non certo formare un per-
fetto cavaliere: bisognerebbe per lo meno protrarti a sei mesi.
Per l'insegnamento ])oi convengo che ha recato grandi benefici,
facendo ablmndonare l'antico e barocco sistema, cosi detto di alta
scuola, ed avviando i nostri ufficiali ad iina maniera di cavalcare più
sportiva. Però ritengo che si è andato un poco esagerando in quel
senso ; percliè bisogna tenere bene in mente, che altra deve essere
l'equitazione sportiva, altra quella militare.
Lo sportsman può cavalcare disinvolto, stare seduto comodamente
in sella, adagiarvisi in quella posizione che più gli aggrada, senza
punto preoccuparsi dell'estetica, può imbrigliare il suo cavallo come
meglio crede, non avendo bisogno di fermarlo immediatamente. Il ca-
valiere militare, invece, deve stare a cavallo più assestato, tener le
gambe più aderenti e sopra tutto stare seduto in modo che l'animale non
si ferisca mai sotto la sella, perchè quando sia in tal modo telilo, in
guerra egli diventa un cavaliere inutilizzabile; il suo cavallo deve
•essere armato con briglia più potente, per potersi fermare d'un tratto,
■e voltare rapidamente in ogni senso.
sull'ippica 438
Invece ho .sovente veduto a caccia gli ufficiali della scuola di Tor
di Quinto presentarci coi cavalli imbrigliati col solo filetto, in moda
da non esserne completamente padroni, paitire come fulmini, e, pieni
d'entusiasmo e baldi per giovinezza, superare brillantemente i primi
ostacoli : ma poi arrivare sfiatati, alla morte della volpe o del daino.
Mentre dovrebbero incidcare loro che la prima qualità dell'esperto ca-
valiere deve essere cjuella di saper risparmiare le forze del suo cavallo.
In quanto poi agli esercizi che fanno praticare in quella scuola,
credo che vi diano soverchia importanza al salto, che, per loro, r'on
dovrebbe essere che un accessorio: mentre invece dovrebbero adde-
strarli più specialmente a superare tutte le altre e più comuni diffi-
coltà che si incontrano in aperta campagna, e che maggiormente a.sso-
migliano a ciò che possono essere chiamati a fare in gueria. come a
saper guidare un cavallo per un terreno fangoso, senza che vi si
sprofondi, ad andare tra sassi senza inciamparci, a scendere ()er ra-
pidi dirupi, aiTampicarsi per erte salite, e traversare corsi d'acqua e
tiuniicelli.
Infine vorrei che da questi esercizi fossero esclusi tutti quelli che
sanno di teatrale, come ad esempio la celebre discesa, le di cui foto-
grafie sono state sparse per tutto il mondo, che, se impressiona a prima
vista, non è altro che un trucco da circo equestre. Giacché essa è
artificialmente preparata con della rena sparsavi sopra, che. scivolando
insieme al eavallo, permette di superarla - ciò che altrimenJbi non sa-
rebbe fattibile - e, praticamente, non serve ad altro che a sfioncare
le gambe dei cavalli.
Vi sono in natura delle discese altrettanto difficili, ma queste si
traversano in modo affatto diverso: il cavallo vi si porta piano, lo si
guida a posare i piedi adagio, l'uno dopo l'altro, sulla punta di un
sasso, o su un piccolo lialzo di terreno, e cosi si arriva a passare per
posti che sembrerebbero intransitabili.
Ma ora torniamo ancora, per un poco, a parlare dell' istromento
dell'equitazione, ossia del cavallo.
All'apertura della scuola di Tor di Quinto, come ho detto, l'hanno
provveduta di cavalli irlandesi. Li hanno saputi scegliere, ed hanno
fatto bene: ma. per dodici anni, hanno seguitato a fare lo stesso ed
hanno fatto male. Dovendosi, a mio parere, portare questa scuola al
punto di divenire la raccolta e la mostra dei migliori eavalli italiani,
bisogna pure cominciare una volta : tanto più che è un'onta che i
nostri ufficiali sieno i soli, fra le" principali cavallerie d'Europa, ad
esser montati su cavalli importati dall'estero.
Son persuaso che, se si adottassero le riforme ed i miglioramenti
che ho proposto nel precedente capitolo, riusciremmo ad avere tanti
eccellenti prodotti indigeni, da poterne vantaggiosamente fornire non
solo la scuola di Tor di Quinto, ma anche tutti i nostri ufficiali.
Ma l'allevamento è cosa limga e per la scuola, volendo, credo si
potrebbe fai-e più presto.
Vi ho visti alcuni pochi bei maremmani; basterebbe acquistarne
dei simili ogni anno in numero maggiore sino a fornirla esclusiva-
mente di cavalli indigeni.
Credo che anche nello stato attuale della nostra produzione equina
>i arriverebbe facilmente a trovarne degli ecceUenti, quanti ne occor-
rono. Basterebbe che al Ministero della Guerra volessero incaricare un
conoscitore intelligente di andare a ricercarli e prescindessero - per
i28 "^'ol- C'"^'I. Serie IV - 1° agosto 1903.
434 - sull'ippica
una volta - da tutta quella farragine di luescrizioni e di regolamenti.
con la quale hanno resa la compra dei cavalli pressoché impossibile.
Presentemente i nostri prodotti indigeni sono un poco meno veloci
ed hanno minor sangue degli inglesi, ma, in cambio, sono più resi-
La discesa.
stenti alla fatica ed alle intemperie e saltano egualmente bene. Li n-
teno-o preferibili pel nostro paese soprattutto perchè non hanno bisogno
di acclimatarvisi. ne vanno così soggetti alle malattie che provengono
dal repentino cambiamento di clima. GÌ' irlandesi, per esempio, tra-
sportati in Italia, vanno molto soggetti a diventar bolsi, ed a caccia
o-li allievi di Tor di Quinto mi hanno spesso fatta l'impressione di essere
sull'ippica 435
montati su locomotive, tanto eia il fischio che emettevano i loro cavalli.
Riuscendosi ad avere la scuola fornita soltanto con cavalli italiani,
si otterrebbe non solo una soddisfazione moi-ale, ma forse anche un
miglior servizio.
Credo poi che, anche nella maniera di addestrare i cavalli, vi debba
essere una certa differenza tra quelli destinati allo .sjiort e quelli che
si preparano per l'esercito. Ai primi può essere lasciata maggiore libertà
nei movimenti, mentre i secondi devono esser resi piii obbedienti alle
chiamate; ciò tanto è vero che in Inghilterra stessa, patria dello sport,
i cavalli da caccia vengono chiamati hiinters e quelli degli ufficiali
chargers, benché tra di loro non vi sia altra differenza che nella ma-
niera onde sono addestrati.
Se, mercè la scuola di Tor di Quinto siamo riusciti a trasformare
completamente la nostra equitazione militare, bisognerebbe pensare
anche a perfezionare quella dei borghesi e diffondere, il piìi larga-
mente possibile, la passione del cavalcare fino nelle classi inferiori.
I proprietari della terra dovrebbero, per quanto è fattibile, servirsi
di cavalieri per le loro aziende rurali e nelle classi superiori si dovreb-
bero propagare tutti quegli esercizi ippici che servono ad imparare a
star bene in sella; come soprattutto le caccie a cavallo ed anche le
loro imitazioni, che chiamano Paper-Himt, ed il giuoco del Polo.
Alle corse annetto molta minore importanza, specialmente se sono
corse piane, perchè esigono un genere affatto speciale di equitazione
che non è applicabile agli usi comuni della vita. Ritengo invece gio-
vevolissime le corse di resistenza, le quali disgraziatamente sono quasi
del tutto andate in disuso in Italia.
Insomma vorrei che si iniziasse una doppia propaganda, un'azione
parallela per lo sviluppo dell'ippica, da un lato nei militari, dall'altro
nei borghesi, e l'una influirebbe sull'altra.
I cavalieri militari propagherebbero con l'esempio la buona equi-
tazione tra i borghesi; ed i borghesi, addestrati nel cavalcare sino
dall'infanzia, sarebbero pronti a servire, ad ogni evenienza, quali buoni
cavalieri militari.
Omero e Virgilio chiamano i Troiani, a titolo di lode, domatori
di cavalli. I vasi dipinti ed i marmi dell'antica Grecia ci dimostrano
quanto gli esercizi ippici vi fossero tenuti in onore, e come nel fiore
della civiltà ellenica abbondassero gli eleganti cavalieri. Gli equites
degli antichi Romani insieme ai legionari conquistarono il mondo, e
dal feudalismo alla rivoluzione francese non si concepiva un gentil-
uomo che non sapesse stare bene a cavallo.
Né credasi che a' tempi nostri sia cessata l'utilità del nobilissimo
animale, e che non importi più il sapersene servire correttamente. Le
biciclette e gli automobili non varranno mai a renderci tutti quei ser-
vizi che solo può prestarci il cavallo; ed i cannoni e le mitragliatrici,
se hanno fatto cambiare tattica alla cavalleria, non ne hanno punto
scemato il bisogno.
È dunque un errore il credere che l'occuparsi dell'ippica sia cosa
futile, svago di sportsmen indegno di uomini seri. Che anzi colui che
vi applica l'ingegno e l'attività, si dedica a cosa importante e seria,
e compie certamente un'opera patriottica.
Baldassarre Odesc.ìlchi.
GLI AMMONITORI
ROMANZO
XII.
Ci sono veramente degli uomini cattivi? Molti opprimono diretta-
mente il loro prossimo per il proprio interesse, ma non senza rimoiso.
Esistono veramente coloro che tanno il male per il male, torturano un
miserabile con una vera voluttà"? Io non so. Ma se esistono, non pos-
sono essere che ini fenomeno artificiale, una corruzione dell'uomo
operata dall'uomo stesso: e non possono esistere se non in una cate-
goria di persone che è aidorizzata ad essere o mostrarsi malvagia.
La giustizia della legge è una cosa teorica. Ora l'uomo opera non
come una forza considerata geometricamente, mi spiego"? ma come un
essere di sentimento tratto molto inegualmente verso il bene proprio
e quello degli altri, lo posso immaginare, con molta buona volontà,
in un giudice un'imparzialità di bilancia di precisione, ma negli ese-
cutori no. La pena, il castigo, la vendetta per i cervelli grossi sono
la stessa cosa. La mano o la corda per cui passa un povei-o diavolo
di ladro o di anarchico non fa distinzioni.
Queste considerazioni mi sorgevano nel cervello dopo una visita
ormai inaspettata che mi destò l'indomani. Un delegato e un (piestu-
rino, bussato gentilmente, entrarono e mi chiesero il permesso di fare
una perquisizione. In tutta la notte avrei potuto trafugare un carro di
documenti, e la mia premura a indossare un pastrano non diede loro
alcun sospetto. Sulla faccia del questurino non era che una goffa aria
di autorità e di presunzione, su quella del delegato, fina e dalle labbra
sottilissime, una ostentazione di gentilezza affatto maligna.
Mi sequestrarono, indovinate che cosa ! Il pane altrui di Turghe-
nieff, e una gran quantità di bozze, sebbene fosse stampato su ogni pacco
Società Ed. Scientifica. Poi se ne andarono, persuasi forse d'avermi
nel sacco.
Infatti - proseguiva il mio pensiero, mentre mi palpavo sul petto il
manoscritto salvato - degli uomini profondamente malvagi esistono :
essi divengono tali perchè il sentimento generale a loro riguardo è
appunto questo, che debbano mostrarsi terribili castigatori dei bir-
banti. Ora, supponiamo che non esistessero birbanti: il desiderio di
costoro li farebbe nascere. Non sento io che il desiderio del bene fa
nascere, intorno alle persone che veramente ispirano il bene, una quan-
tità di buone azioni"? Esiste una reciproca suggestione. Sognate azioni
malvagie e ne vedrete sorgere intorno a voi. Cbiamate uno ladro e
ruberà, dice il proverbio. E talvolta basta un bruscolo per far cadere
GLI AMMONITORI 437
un disgraziato in una contravvenzione, che porta una recidiva, che
suggerisce un delitto, e via di seguito.
Intanto ecco il caso mio. Comunque, io sarò notato fra gli indi-
vidui sospetti : supposto clie il delegato sia convinto dai superiori
sulla mia innocuità, nessuno si curerà di convincerne il questurino.
Per lui dunque io sono un individuo pericoloso : lo sarò domani per
il suo compagno e posdomani pei- tutti i questurini del Borgo San
Donato. Ogni mio atto sarà spiato, seguito, interpretato sempre in un
senso. Un giorno avviene una dimostrazione, uno sciopero: io torno
a casa dalla tipografìa e m'incontro con gli scioperanti: mi s'agguanta,
se non mi si è già messo al sicuro prima. Alcuni giorni di prigione
mi esas])erano : le mie idee diventano sentimenti, poi discorsi, poi
azioni...
Ma quel Inion amico mio! Nessun mezzo gli restava per cancellar
la macchia che la Questura vedeva in lui, fuorché farsi prete o frate.
Invece egli s'era innamorato d'una donna d'altri. Ed era bastata una
vaga denunzia per farlo richiudere in jirigione. Certo gli acidi del suo
mestiere potevano venire scambiati per miscugli tonanti!
Due giorni dopo ricevetti una lettera di lui: la inserisco tra questi
fogli :
« Caro Martino.
« Ti affido i miei lavori, che pregoti far tenere, disegni, lastre e
fogli tirati, a Mr. Carlo Cìiedda, artiste pehit re, 67, rue Lépic. Paris xviii.
Spero uscir presto : è stato qui il mio deputato : affidiamoci alle auto-
rità una volta tanto: egli è socialista ministeriale. Ricorda quello che
t'ho raccontato di lei e tienmi informato di tutto ciò che potrai sapere.
« Ti abliraccio con tutta l'anima.
« Tuo
« QlIBIO ».
« Indirizzo: On. Fal)io .\nsaldi, presso II Popolo».
Eccomi d'improvviso mescolato a un dramma, pensai non senza
paura, e forse ad un processo. Non essendo mai stato preso, neanche come
testimonio, negli ingranaggi intimi della macchina sociale, perfino la
conoscenza d'un rappresentante del popolo mi dava soggezione, figuria-
moci poi d'un magistrato ! Unico bene reale della relativa libertà in
cui viviamo è di poter essere solo e ignorato perfino all'agente delle tasse.
La sera una donna mi attendeva all'uscio della soffitta. Ella mi
porse un biglietto:
— Son venuta oggi, - mi disse - alle quattro. Ma non l'ho trovata.
Faccia subito quello che è detto li dentro, perchè il treno parte alle
undici.
Apersi con un tremito nelle mani. Calligrafia di donna: ecco:
« Gentilissimo Sicfuore,
« Fate portare tutti gli oggetti cui Quibio tiene di più, ben apparec-
chiati, a Porta Nuova, subito, colf indirizzo: Madame Carlo Chedda,
67. me Lépic. Paris, deposito stazione. La donna che vi porta il bi-
glietto vi aiuterà. Se volete, inosservato, entrate nella stazione e quando
vedrete chiusi gli sportelli e il treno muoversi (treno di Modane, ore 11 '/.),
avvicinatevi alla donna vestita di nero che si sporgerà con un libro
nero in mano, che prenderete e porterete per Quibio al deputato An-
saldi, da parte vostra s' intende.
« Fido sulla vostra amicizia per lui ».
438 UIJ AMMONITOIU
Q)iiali erano le cose a cui egli teneva di più? Riempii la sua va-
ligia dei rami già toccati, dei disegni, di tutte le carte che potei sco-
prire: non bastando, riempii la valigia mia. Scesi con la donna, la posi
con esse su una vettuia.
Eiano le otto. Andai a mangiare un boccone, poi uscii. AveA'o la
febbre. Sentivo, insieme ad un turbamento puerile, una specie d'orgo-
glio e di contentezza d'esser mescolato ad un romanzo, io cbe avevo
passato una vita così grigia! In due anni quanti drammi intorno a
me! E io lii-avo innanzi la mia vita uguale e monotona. Ma qualcosa
sarebbe accaduto a me pure, qualcosa di non comune: io mi sentivo
chiamato verso qualche atto di vita o di morte, solitario torse, ma non
infecondo. Quando mi sarebbe venuto incontro il dramma"? Stassera
stessa, forse ? Comunque, io mi sentivo eccitato, esaltato, come se fossi
stato un personaggio di questo romanzo d'amore e si trattasse della
vita, o d'una persona che mi fosse più cara della vita. "Passeggiai
alquanto, poi entrai a prendei'e un caffè. Irresistibilmente m'incam-
minai verso la stazione. Entrai al Ligure e presi un'altra tazza. Af-
ferrai alcuni giornali un dopo r altro : non c'era nulla : suicidii, assas-
sina, cronaca, appendice... Anch'io finalmente penetravo in un mondo
fantastico, in una atmosfera che spira e s'agita dentro l'atmosfera
eguale della vita di tutti i giorni : ma in quella vive soltanto la pas-
sione, il sacrificio e la morte.
E mi posi a scorrere la Stampa della sera. Vedevo torbido: mi
colpivano gli occhi qua e là i titoli delle rubriche: I volontari della
morte!... Sì, e perchè?... E questo giornalista che ha trovato un sì bel
titolo di rubrica da poter collocare là accanto al listino del mercato!
La vita è in ribasso... U importasione degl'italiani al Capo... L'im-
portazione!... bellissimo. Un attentato contro Edoardo VII: ecco un
altro volontario... Ah, Vattentato è smentito... « Nella calca un indi-
viduo poveramente vestito s'avventò verso la carrozza reale, ma fu
travolto dai cavalli dei coiazzieri. Egli ebbe il cranio fracassato. II re
fu molto impressionato... L'individuo portava in mano una supplica ».
Levai gli occhi dal giornale. Una commozione violenta m'aveva
invaso: m'asciugai gli occhi senza farmi scorgere e appoggiai la fronte
sulle mani.
Mi sentivo stordito: le tempia mi facevano un rumore di un tor-
rente o di un treno in moto, e mi sentivo inerte in tutte le membra,
con questo spaventevole tumulto nel cervello. Ad un tratto sentii come
uno schianto. Un' immagine passò come un lampo in fondo ai miei
occhi. Ero io là in quella calca... mi avventavo...
E cominciai a guardare le persone intorno a me, temendo anche
che mi osservassero : molte sorbivano il loro caffè e leggevano la
loro Stampa con beatitudine o noia: ma certe altre, con fisiono-
mie incisive, con ocelli oscuri sotto la luce piovente dall'alto, dove-
vano covare qualcosa in petto ! E subito le pareti, la sala del Ligure
mi parvero diverse, o t()rse non le avevo mai esaminate. Con tante
lampade gli angoli erano oscuri o si oscuravano quando vi guardavo,
e le porte s'aprivano sulle tenebre... Uscii.
Sulla piazza della stazione le tranvie piene di luce s'incrociavano,
suscitando scintille lungo i fili e lungo le rotaie nell'aria umida: sotto
i portici una folla passava in un via vai interminabile. L'orologio della
gran facciata segnava le 9 e mezzo.
GLI AMMONITORI 439
Allora mi posi a camminare forte verso il Po. Gli alberi parevano
chinarsi sotto rumidità. che pioveva dal cielo e m'immollava i panni.
Sul ponte di ferro un po' di nebbia era sospesa lungo le acque. Due
lumi erravano proprio nel mezzo del fiume.: dovevano essere due barche
invisibili, che or s' approssimavano, or s' allontanavano. Anche nel
seno gelido del Po quante disperazioni s'erano rifugiate! Che cosa
cercavano quei due lumi f
Tornai lentamente. M'avvicinai alla stazione. Molte carrozze giun-
gevano, lo guaidai da lontano sotto la tettoia dei Depositi e non ci
vidi nessuno. Presi un biglietto d'entrata e mi ficcai tra la folla. Non
osai mostrarmi presso il treno di Modane, finché non sentii i primi
gridi: Partenza! Allora m'avvicinai e attesi che chiudessero gli sportelli.
Mi tenevo accanto al primo carrozzone di prima classe e guardavo
indietro. Una figurina vestita di nero, con gran feltro nero in capo,
si sporse da un finestrino di seconda, parve guardarmi, poi si ritrasse
tosto, lo mi sentivo battere il cuore come se stesse per rompersi, ma
giravo intorno lo sguardo e la persona, con noncuranza, tenendo d'oc-
chio quel carrozzone. La macchina fischiò, le catene si tesero con forti
scosse. Allora la figurina si sporse di nuovo e guardò me direttamente :
io mi avvicinai e presi un oggetto che ella mi poi'se:
— Buona permanenza, signor Stanga !
10 mi volsi, già lontano : ella mi tendeva la mano, ma non osai
tornar indietro. Feci una grande scappellata, e uscii prima che il treno
fosse fuor della tettoia.
Che cosa aveva pen.sato la signora della mia goffaggine"? Le avevo
strappato il libro come un ladro. Avevo intraveduto nel carrozzone
la donna che m'aveva portato il biglietto: perchè non aveva fatto
porgere il libro da lei? Evidentemente avea voluto darmi un segno
di gentilezza e di gratitudine. E io non le avevo neanche detto:
« Buon viaggio! »
Senza dubbio la mia parte nel romanzo era mancata.
Giunto a casa, apersi il volumetto ch'era legato da nastro verde.
Non era un libro, ma un cofanetto e soltanto la copertina s' apriva.
Debbo dire ch'ebbi un senso di delusione? Mi parve d' essere piom-
bato in pieno romanticismo. Forse là dentro non e' era nulla d'im-
portante, qualche ricordo d'amore, dei fiori... Ma un pensiero opposto
m'assalì subito. Del danaro foise. Elibene, perchè no"? Ma (piel danaro
era stato causa della rovina di Quibio...
11 gioiiio doiK) portai il volumetto all'ori. Ansaldi. È un uomo
simpatico, alto, ricciuto, cogli occhi scintillanti. Guardò il cofanetto
ed ebbe un sorriso ironico :
— Tutti misteriosi questi anarchici ! Anche lei è anarchico ?
— lo, no : e neanche Quihio.
— Sul serio"? - fece egli inciedulo.
— Sul serio.
— Be', questo ncju monta - aggiunse. - Ad ogni modo lo lasceranno
espatriare alla prima occasione senz'alcuna difficoltà. È cosa certa. È
questo che lui vuole, non è vero "? - aggiunse con un fine sorriso.
— Credo - diss' io serio. - Vorrebbe andar a Parigi da certi suoi
amici artisti.
E mi congedai un po' rassicurato sulla sorte del mio amico.
Non ho tuttavia più saputo nulla di sicuro e il mio pessimismo
riguardo alla jjolizia è atavistico. Tutti i proverbi del mio villaggio
44<) (ILI AMMONITORI
dicono che dalle griiife della giustizia non s"esce vivo. Ho toito, ma
è un istinto.
E la sua piccola Diana ? Laggiù, nella gran Bal>ilonia. attende,
attende... La raggiungerà egli? Lo spero. Entrambi avevano una sì
gran fiducia nella loro stella, da veri fatalisti ! Forse chi vuol essere
felice, ha grandi probabilità di pervenirvi...
Avea veramente un viso bellissimo e fiero la sua Diana lotta-
trice ! Ma c'è lotta possibile contro tutti, contro i malvagi e i deboli
e gl'inerti che formano la società, piccola Diana .'
XIII.
Così, io lestaAO di nuovo solo.
Chi mi stette più a lungo accanto nella vita fu mio padre, otto
anni di cui ricordo vagamente due soltanto. Tutti gli altri jtassarono
ben più rapidi e se n'andarono com'erano venuti : le circostanze della
vita, o la morte, me li portavano via in un intervallo di pochi mesi.
Mi ricordo anche di due compagni carissimi della Pia Casa, morti
l'uno di risipola, l'altro di polmonite, entrambi in pochi giorni. Morti
o sventurati o peggio erano tutti coloro che mi avevano toccato un
po' da vicino. Son io che porto sventura, o la sventura ama abitare
lungamente intorno al mio capo prima di rapirmi quandochessia? Ep-
pure io mi sento invincibilmeute nato per esser felice, e per dare forse
un po' di felicità. Ho tal desiderio di darmi, di prodigarmi, di non
esistere per me stesso, di sentir gli altri vivi e felici intorno a me !
D'altronde io parlo di sventura ma non la temo. Che cosa devo temere
ormai, alla vigilia del grande atto"? Talvolta, scrivendo, me ne dimentico
quasi: i ricordi mi assorbono: ma io so benissimo che l'avvenire è
nelle mie mani, il mio avvenire !
Ricevetti qualche settimana dopo da Quibio un bij^lietto di ri-
sposta ad una lettera mia. in cui gli avevo raccontato la partenza della
sua Diana. Egli se ne mostrava felice. 11 fatto di aver contribuito in
qualche modo a dargli quella contentezza, mi commosse fino alle la-
crime. Poi non seppi più nulla di lui. Questo mio memoriale servirà
a qualcosa in suo favore?
Una sera tornavo, tutto cupo e col cuore chiuso, dalla tipografia.
M'ero licenziato: dirò poi perchè. La Biondina mi feimò nel corridoio
e mi pregò di seguirla nella sua soffitta.
Un alito di gentilezza spirava dai mille oggettini raccolti in quel
piccolo spazio. Un tettuccio in un angolo, sotto il piovente del tetto:
a lato presso la finestra, una gabbietta, ove due canarini addormentati
si stringevano 1' un contro l'altro su un pinolo. Negli angoli, raen-
solette con statuine di gesso e sulla testata del letto una Santa Cecilia
di Donatello. Sotto la finestra una macchina da cucire. Ella mi porse
una sedia, poi si volse a frugare nel suo tavolino da lavoro e ne trasse
un quaderno legato con un nastrino rosso :
— Questo è il libro di Crastino - disse, porgendomelo con un gesto
come toccasse una cosa sacra.
— Ah ! - non |)otei a meno di esclamare. - Immaginavo che do-
veva essere in salvo: solo non pensavo...
— E a chi doveva affidarlo egli? - disse guardandomi con rim-
provero.
GLI AMMONITORI 441
— È vero ! - risposi io. riflettendo a quello ch'ella era stata per lui.
Alcuni mesi erano bastati per una donna ad acquistar tutti i diritti;
perchè nessuno nella vita doveva avergli dato quanto lei in questo
breve tempo.
Io osservai la ragazza : era dimagrita assai, il che le scopriva mar-
catamente la foima del viso cli"era d"una gran purezza: la lucerna le
disegnava fortemente la fronte e gli zigomi, mettendole molta ombra
negli occhi che ardevano come per febliie ed acquistavano una pro-
fondità d" espi-essione quale non si poteva immaginare nella bimba
espansiva e incurante che appariva prima.
— Lei sa certamente quanto può costare la stampa di questo li-
bro: dev'essere bello, s'intende: come questo qni.
E mi trasse da una piccola scansia dietro le mie spalle il i)rimo
libro di Cl'astino. Era in compagnia dei Mifteralili. deìV Odissea, del-
VEnekle, della Gerusalemme.
— Questi me li ha dati lui - disse, vedendomi esaminare i libri
nella loro modesta ma pulita legatura; - li ho letti: qualche volta me
ne leggeva lui dei canti interi. Ah, che musica! IjUÌ mi buttò via tutti
i miei romanzi e mi lasciò soltanto i Miserahili. Questo qui, come
mi ha commossa! Quelle storie - aggiunse indicando i poemi - sono
molto belle e divertenti, ma non fanno piangere... Adesso però non
posso aprirli senza sentirmi un nodo al cuore, perchè odo la sua voce
«he legge in un modo tanto stanco e dolce... Ma mi dica dunque, quanto
può costare"/
— Da tre a quattrocento lire.
Ella mi guar.iò spaventata, poi le si liempirono gli occhi di la-
grime :
— lo non a\iò mai trecento lire.
Non potei fai- a meno di sorridere :
— Ma non poteva lei consigliarsi con (pialche amico, parlarne col-
l'editore "?
— Si : mi ha detto tante cose di lei ! Le voleva molto ])ene : non
mi parlava che di lei : diceva che era un filosofo. Voleva che mi con-
sigliassi con lei e con la dottoressa che venne qui di poi. Ma io avrei
voluto farlo tutto da me: fargli questo regalo dopo morto. Ah se
fosse mio, tutto mio! Per questo ho aspettato tanto prima di parlar-
gliene...
— Bene, - diss'io, commosso - io sono a sua disposizione per il
danaro, che posso avere d'oggi in domani. Ma pensi un po': l'editore,
se lei glielo porta, lo stamperà senza costo di spesa, anzi dandole
un tanto pei cento sul guadagno, che sai'à importante, poiciiè (Irastino
adesso ha una fama: avrà un posto nella poesia italiana.
Ella mi guardò tra offesa e intimorita :
— Vendere, guadagnare ! Ma come i)uò lei parlare così "* Ma e' è
il suo sangue, qui, la sua vita, ed anche la mia ! Ali ! Lei non può
capire! Lo legga, lo legga... lo lo sentirò fino alla morte. È tutto quello
che mi ha contato dei suoi dolori, tutto l'amore per sua sorella : e
poi... mio povero amoie, povero amore !
E si po.se a piangere disperatamente.
Io la lasciai sfogarsi un momento. Tutta la sua persona, smagrita,
era scossa dai singhiozzi. I capelli, scioltisi, le inondavano la faccia :
notai che la gran capigliatura bionda era tagliata poco più sotto le
spalle.
44'2 OLI AMMONITORI
— Ascolti un momento, la prego - feci io. - Ci penseremo meglio.
Possiamo benissimo stamparlo a nostre spese : quello che si ricava
andrà per una tomba conveniente al nostro povero amico. Io leggerò
subito il libro : domattina glielo porto.
Ella si volse a me tutta racconsolata. Le strinsi la mano commosso
e uscii.
Quello che sottersi e piansi quella notte è indicibile.
Che cosa orrenda la vita, se un essere può soffrire come ha sof-
ferto quel povero fanciullo : che cosa terribile l'arte, che condanna un
uomo a frugare, rivoltare, lavorate questo dolore come se fosse una
creta da cui deve uscire la statini ! Che orribile dono la poesia ! Per
questi esseri è una maledizione, uno strumento che intensifica la sof-
ferenza. Io non ho mai sofferto de" miei dolori più roventi, de' miei
desiderii d'amore frustrati, quanto ho sotTerto per la visione di questa
esistenza disumanamente infelice...
Eppure io l'avevo sentito esclamare con voce costernata: « Vivere,
vivere !... Troppo tardi ! Troppo tardi ! » Dunque aveva desiderato la
vita, ci s'era aggrappato alla fine con tutte le forze.
Effetto delle mie teorie ? No.
Bastò che in una vita d' inferno entrasse uno sguardo di donna L
Questo ha potuto fare quella semplice creatura solo perchè era una
donna : egli si è sentito per un momento saldo, forte, completo, uomo :
ha cantato il suo breve inno alla vita, poi è sparito.
Un breve poemetto racconta il rapido dramma della soi-ella : me-
ditazioni sulla nascita e sulla morte, l'aspettazione d'una vita novella
uscita da un seme ignoto, ch'egli carezzeiebbe con un' interrogazione
inutile negli occhi e un timore nell'anima, il timore dello sconosciuto
che s'era intruso e ingrandirebbe fra sua sorella e lui. Il poemetto finiva
lì. La morte di lei non ha lasciato che vaghi e cupi echi in alcune
poesie di solitudine e di morte, ove il senso del mistero ha risonanze
di terrore.
Una collana di sonetti densi e jier me alquanto oscui'i racchiude
in brevi sintesi i concetti moderni della vita umana : espansione libera
dell'infanzia, rivelazione scientifica della vita, l'iniziazione dell'amore,
la fusione di due esseri, la propagazione della esistenza nello spazio
e nel tempo, ai contemporanei e ai posteri : idee astratte, rese sensi-
bili con i)arole viventi, più che con immagini. Qui egli mostra vera-
mente la via della poesia di domani : è un precursore.
Poi una parte s" inizia con un'esplosione di gioia. È come se un
sole presente che si sentiva dietro una cortina di nubi invada subita-
mente una landa, dissecchi le pozzanghere e tragga dalla terra un
trionfo di vegetazione. Seguono alate poesie d'amore, ove una figura
viva si disegna, si colora e sorride, semplice, incolta e profonda, colla
freschezza d'un fiore di monte. L'incontro nella miserabile cornice delle
soffitte, mutate nelle cupole e nelle guglie d'una cattedrale : due vite
canore alate, e l'una gorgheggia e l'altra piange, lo non rilessi il libro,
ma l'impressione è profondissima in me, la visione vivissima. Io vedo
quel piccolo corpo di bimba, stretto intorno alle membra scarse di ca-
lore del mio povero amico, come per infondergli la gioia, e nulla ho
mai veduto né immaginato più bello di quel gruppo. Egli parla, egli
GLI AMMONITORI 443'
affascina la piccola cingallegTa, colla sua musica che le canterà in cuore
fino alla morte, ed ella ascolta - e adora : adora V ignoto che splende
per lei in quel corpo che abbraccia, pallido e ardente.
Al mattino, apjtena vidi la Biondina aprir la finestra, metter fuori
la gabbietta e i piccoli vasi, serena e seria come se la fonte del riso
fosse in lei interrotta, bussai alla sua porta Dovevo aver in viso la
riverenza e l'ammirazione che sentivo dentro, perchè ella sorrise quasi
di gratitudine.
Accanto a lei, seduto su una coperta di lana stesa sul pavimento^
era un bimbo di due anni, con una scodella fra le gambette, vuota,,
in cui rigirava un cucchiaio che poiiava alle labbra inutilmente.
— Vede che ho un bambino anch' io - disse sorridendo.
— È della Minca"? - chiesi.
— Sì: gli voglio tanto bene. Non è vero che è bello"?
Lo considerai un momento : bello non era affatto : aveva le gote
molli e pallide, due grandi oi-ecchie e una bocca enorme dalle labbra
di mulatto: ma gli occhi brillavano, fissi su me. come due carbonchi.
— Si. è bellino - risposi.
— Ho pensato tutta la notte a quel che lei m' ha detto iersera.
Gli faremo un bel monumento come quello di Silvio Pellico, nel cam-
posanto nuovo. So io chi glielo farà : io andrò dal signor Leonardo
e gli darò il libro, e dirò che sono io...
— Conosce il Leonardo"? Quello si che |iuò farlo, un bel monu-
mento, anche con un piccolo marmo!
— Sì : avevo un'amica ciie è stata sua modella. Poi si è maritata.
Una volta è andata da lui a dirgli che il suo bimbo era morto : egli
ha fatto il ritratto e gliel'ha regalato...
— 11 libro servirà a comprar il marmo! Vuol andar lei dall'edi-
tore? È necessario parlarne anche alla signorina Lavriano.
To ero tormentato da un'interrogazione. Le domandai :
— Senta... dove sono i suoi capelli"?
— Li ho venduti - rispose subito, turbata, ma con un lievissimo'
sorriso.
— Non ci credo!
Ella scoppiò a piangere, ma con in faccia uno strano miscuglio
di pudore e di gioia:
— Non lo sa nessuno - confessò. - Quanto crede che mi avrebbero-
dato? Settanta lire m'ha oft'ei'to una volta il parrucchiere qui abbasso.
Erano belli, non è vero? E lui li amava tanto!... Prima che gii chiu-
dessero la cassa... La Minca non se n'accorse affatto.
Era contenta come una bimba. Io mi raffigurai i bei capelli sul
petto del povero morto.
Il bimbo rotolandosi sulla coperta aveva valicato l'orlo e così, con.
le cosce nude suH'anunaftonato. la scodella rovesciata fra i piedi, mi
guardava ridendo.
— Su. batuffolo! - esclamò lei togliendogli la scodella e ponendolo-
a sedere sul suo letto; e rivolta a me:
— lia due anni suonati e non cammina ancora. A proposito, sa
che 1" Ubriaco è in jirigione? Lei che ha dei mezzi dovrebbe aiutare
la Minca. Finirà male : ho paura che impazzisca o ne faccia una;
oattiva.
— Perchè 1' hanno messo in prigione?
444 (ìli AMMONlTOUl
— L' hanno preso per un manutengolo : era sull'angolo di via
Bonzanigo mentre i ladri scassinavano il negozio del gioielliere : forse
li conosceva : qui siamo costretti a conoscere anche i ladri e le donne
disgraziate... o non li conosceva affatto. Quella povera donna! Le mo-
nache di Santa Zita le portano qualcosa, e poi i ragazzi vanno al Pane
Quotidiano tutti i giorni. Lei non mangia più : bisogna metterle il
boccone in bocca. Io voglio occuparmi del piccino, ma e gli altri due?
Notu ha nove anni, l'altra, una bimbetta mezzo scema, ne ha sei.
Adesso lei guadagna, sapete quanto? sei lire al mese, a far la camera
d'un impiegato del lotto al quarto |)iano. Qualche mese fa aveva molte
camere da fare e riusciva a metter insieme fino a trenta soldi al giorno.
Quando le hanno messo in prigione il marito, nessuno ha più voluto
saperne, eccetto quel giovine del lotto che forse non lo sa ancora o
che sarà un socialista... Figuriamoci: moglie di un ubriacone, pazienza,
ma di un ladro! Non è vero. Gip"'- seguitò, baciando il bimbo. - Adesso
le domando io se questo innocente deve saperne qualcosa, lui!
Ad un tratto sbarrò gli occhi guardando fuori, sul tetto. Mi volsi
da quella parte : un piccolo spazzacamino era sbucato da un abbaino,
s'eia piantato cogli scarponi su la cresta, poco lontano dalla mia sof-
fitta, e aveva girato lo sguardo sicuro tutt' intorno.
— Per quello là non c'è da aver paura - osservò la ragazza. - Si
ricorda del Notu? Che spavento!
Lo spazzacamino si scioglieva la corda dai fianchi, deponeva la
raspa, indi, inerpicatosi su un comignolo, vi faceva scendere la sua
spazzola di ferro, poi ne la ritraeva con tutta forza. Il cielo era cosparso
di nuvole argentee investite dal vento, e mentre esse movevano com-
patte, pareva che la piccola figura nera e il comignolo e il tetto navi-
gassero in un moto lento che dava la vertigine.
— E quel povero bimbo li ! Chi sa dove ha la mamma : dicono
che ci sono delle mamme che li vendono, li danno a nolo per tre o
quattr'anni... Che orrore! E la giustizia lascia fare tutto questo?
— La giustizia? Chi è la giustizia, buona figliola? Insomma lei è
una piccola socialista, eh?
— Io? - rispose ella guardandomi curiosamente - Crede lei? Vorrei
bene essere qualche cosa, ma non sono niente. Vigi diceva bene che
ero... non so più che cosa... Ha letto? Che belle cose, eh? Io ero
umiliata, prima, davanti a lui: ma lui mi diceva soltanto che fossi bella
e che sorridessi, e che gli bastava. Mi contemplava delle ore intere
e io m'inquietavo per paura che non mi trovasse come mi voleva, ma
poi lo vedevo così felice ! lo sono sicura che non mi guardava me,
ma che guardandomi gli venivano clii sa quante belle memorie e quante
belle idee... Voleva sempre che sorridessi, e io ho sorriso fino alla fine,
con che pena, mentre lo vedexo morire!
Abbracciò il bimbo strettamente, che si riliasse un po' stupito :
poi si asciugò gli occhi :
— E mentre sorridevo .senza parlare, - non parlavo mai ! - lui pen-
sava alle rose, ai paesaggi e alle stelle e diceva ch'io ero della stessa
famiglia e anche lui... Quante volte m'indicava le stelle ! Guardavamo
fuori della finestra, sulla neve dei tetti, nel cielo nero, e lui mi di-
ceva che sono tutte vive o che lo saranno, e che lui andrebbe presto in
una di quelle... Difatti io sono sicura ch'egli è ancora vivo. Rovisto
morire il mio bambino, e ho pianto tanto ! Ma dopo mi faceva l'ef-
fetto d'un canarino che mi è morto: era proprio finito tutto, finito I
GLI AMMONITORI 445
Ma lui... non può essere ! Ha parlato fino alla fine e mi ha detto delle
cose che non posso ricordare... oli quanto mi afiatico per ricordarle,
ma non posso ! Eppure io mi sento un'altra donna dopo quelle parole.
e voglio vivere, sebbene desiderassi di morire con lui : sento che devo
vivere, perchè devo fare qualche cosa. Non so che cosa, e aspetto...
Io consideravo quella ragazza semplice e la vedevo penetrata d'una
forza misteriosa, come se una volontà energica le si fosse trasfusa.
Sorrise come per dissipare l'impressione delle parole gravi che le erano
uscite dal cuore quasi inconsciamente: ma sotto il sorriso e nell'oc-
chio pensoso vedevo che esse dovevano formare omai il fondo della
sua sostanza. L'amore aveva tatto questo miracolo: e una acuta ma-
linconia m'assali, come sempie, davanti a quello che era e che deve
restare [)er me un ignoto ineffabile.
Intanto, dalla lettura della vita di Crastino, un' idea era germo-
gliata nella mia mente. Il mio Memoriale, colle sue divisioni scolastiche,
pure imprecise, col suo sforzo di esattezza clie lo rendeva arido, colla
sua dottrina incerta ed affastellata, com'era inefficace, di fronte alla
semplice narrazione personale d'un'esistenza! La stessa parte prima che
descriveva la miseria presente, riusciva monca e imperfetta. Forse, inco-
minciai a pensare, il nudo racconto della mia vita può essere più
rappresentativo, più suggestivo che non una trattazione, per la quale
mi manca una disciplina d'anni. E quanto alla forma, s'io non ho la
potenza d'arte di Crastino. ho la passione, ho una volontà di afferrare
il mondo nelle mie mani e di torcerlo e di foggiarlo come la creta
in cui sono nato, una volontà talmente intensa che ne soffro e mi
consumo.
Pochi giorni dopo incominciai questa narrazione. Quanto al modo
di ottener iidiensa. ero sicuro, comunque, di pervenirvi. Nulla è im-
possibile a chi non teme la morte.
XIV
Passarono i dieci o dodici giorni che di comune accoido tra me
e il mio direttore avevamo giudicati necessarii per finire la correzione
d'un grosso volume che avevo condotto già molto innanzi, e uscii de-
finiiivamente dalla tipografia.
Questo congedo era stato tra volontario e forzato. Un nuovo di-
rettore era entiato nella tipografia: il precedente usava forse molta
indulgenza con me? Lo immagino, peirhè i rimproveri e le multe,
che mi assegnava il nuovo, erano quasi sempre giustificati. Dovevo
essere permanentemente assolto nei casi che avvenivano intorno a
me e turbato, perchè gravi eirori mi sfuggivano sovente. LTn gran
mutamento doveva pur essere avvenuto nel mio contegno, perchè il
contegno dei miei colleghi correttori con cui stavo, su uno stesso banco
gomito a gomito, intere giornate, era affatto mutato verso di me. For.se
non udivo qualche loro domanda e non rispondevo, o gettavo là qual-
che frase distratta e impaziente. Non so: so che ho visto su pochi
visi un po' di rincrescimento perchè me n'andavo.
Credo che ho offeso il nuovo direttore con qualche risposta risen-
tita : non ricordo. Ma la mia condizione là dentro era divenuta in-
tollerabile.
446 (rLI AMMONITORI
L'ultimo giorno contemplai a lungo con una infinita tristezza
quella vasta tettoia vetiata dove avevo passato quasi dieci anni!
Dieci anni! Le file dei compositori nel loro camicione grigio sta-
vano intente alle casse: nelle corsie ad .ogni tratto passavano due
uomini, r un dietro l'altro, pollando una « forma » su una tavola, il
foglio pronto per le macchine, come portassero una barella o un
feretro. Dirimpetto i cilindri giravano con fragole, i fogli si rove-
sciavano Tun sull'altro: le donne nel loro grembialone di prigioniere
ripetevano il gesto monotono di collocare i fogli sul cilindro o di
raccoglierli in mucchio. Su due ballatoi laterali le legatrici si agita-
vano continuamente. Un centinaio di donne e un centinaio d' uomini.
Immaginare che potesse stal)ilirsi qualche lapitorto fra quegli esseri
fatti per integrarsi a vicenda, qualche rapporto diverso da quello che
■esiste fra l'uno e l'altro pezzo d'una macchina, è impossibile. Eppuie
nell'ininterrotto affaccendarsi di tutti quegl'individui, ridotti a essere
come i denti d'un ingranaggio, nascevano, si annodavano, traverso il
minuto lavorìo della composizione e il fragore delle piatlafoinie vo-
lanti, sorrisi, desideri, amoi'i, e quando la campana del mezzodì libe-
rava d'un subito tutti quegli esseri, legati, irrigiditi per ore e ore in
un immenso organismo meccanico, e la folla si riversava fitta traverso
i corridoi e fuor della porta nella strada soleggiata, che gioia vederli
tornare vivi, tornare esseri umani, sorridersi, j)arlarsi, interpellarsi,
salutarsi dividendosi, o andar di conserva come amici o stringersi a
braccetto come amanti!
Fra quelle ragazze che, uniformemente vestite, sfoggiavano tutta
la lor bellezza nell'acconciatura dei capelli, qualcuna forse mi guardò
non affatto sprezzante o indifferentev Ho in fondo agli occhi qualche
leggero sorriso, qualche sguardo di simpatia, e non so più a qual figura
assegnarli. Forse là era una donna che avrei amata"!?
Dieci anni !
Ero dunque libero. Per la prima volta mi sentivo indipendente,
senza padrone . Nella Pia Casa ero soggetto, lungo le ore di lavoro
al padrone presso cui mi mandavano e nel resto del tempo agli assi-
stenti dell'Istituto; poi passai di padrone in padrone, col senso perenne
della soggezione, sì che alla festa non potevo mai liberarmi dal peso
della schiavitù del domani e delle settimane prossime. Forse che mi
sento io ora pienamente libero".' No: ho in fondo una timidezza irra-
gionevole che costituisce una inferiorità reale: s'io volessi fare un atto
d'indipendenza, certamente sarebbe esagerato e rasenterebbe la ribel-
lione: credo che ciò sia avvenuto infatti nei miei rapporti col diret-
tore della tipografia.
E per godere intera la sensazione almeno della libertà fisica, mi
diedi a grandi passeggiate per le colline di Torino: che respiri, che
bagni d'aria e di sole in mezzo agli eftluvii dell'autunno, che stupori
dinanzi alla scoperta improvvisa degli orizzonti luminosi e sconfinati!
Io non mi ero mai sentito vivere con tale espansione. Ah, quando
dicevo a Crastino che la vita è buona ! Si : basta esser sano di corpo
« di mente : la felicità è forse una cosa molto semplice e molto facile.
Essere vivo : molti se ne contentano, e questa non è ancora la felicità.
Senza dubbio la felicità è sentirsi vivo. A misiu'a che la vita è com-
plessa, larga, intensa in un uomo, cresce la sua felicità, e coloro che
contengono maggior quantità di vita sono coloro che son più capaci di
felicità. È questo ch'io avevo pensato sempre, così semplice e pur così
GLI AMMONITORI 447
inintelligibile per la maggior parte. Ma il giorno che questo vero così
luminoso e vittorioso apparirà a tutti, non sarà mutata la vita sociale"?
Il consorzio civile è ora atfatto nemico dei singoli, tanto che ai
maggiori spiriti s'affaccia il progetto o almeno il desiderio vago di
abbandonare il commercio dei proprii simili per ritrarsi nella campa-
gna e riprendere il contatto colla natura, colla terra materna. Ma la
società ha corrotto colle sue cifre anche la terra e l'acqua e l'aria, e
il contadino è ora più infelice che ogni altra classe...
Un giorno nelle mie gambate traverso i colli mi trovai vicino a
Gassino. Ci entrai, lìiconobbi qualche casetta screpolata, ma nessuna
fisionomia mi richiamò qualche immagine d'un passato tanto remoto.
Non mi sentii vincolato più a quei poveri contadini che vedevo mo-
Aersi tra i seminati, che all'altro povero e cieco genere umano. Pure,
presso le fornaci, affatto trasformate e irriconoscibili, la vista della
terra gialla in cui io e mio padre e i miei nonni, intere generazioni
forse, avevamo frugato rintanati come talpe, svegliò un vago miscu-
glio di sensazioni dolorose insieme e dolci in fondo al mio essere.
Uscendo dal paese, vedo, seduto al sole, di fronte al Po e al piano
immenso, un vecchio, rotto in due dalla sciatica : faccia raggrumata,
occhietti umidi e morti. Cosi sarelìbe stato mio padre se fosse vissuto:
così avrei finito io pure La terra in cui hanno frugato tutta la vita,
li ghermisce pel collo, li curva, li soffoca nel suo seno.
Ci tornai. Una sera, imbruniva, la campana del villaggio, la sola
voce festiva della mia infanzia, era di sabato, sonava a concerto an-
nunziando la festa. E un ritornello... me lo trovai lì nella memoria,
nell'orecchio, sulle labbra: d'onde veniva';? E io camminavo cammi-
navo, verso la città, solo nella strada provinciale. E cominciai a can-
tare e a piangere, a piangere e a cantare...
Gante, canté, tìjete, canté touzour!
,..così ostinato, così doloroso, così aspramente, lungamente penetrante...
da impazzire! E saltai nel seminato, mi affondai nei solchi recenti,
Locconi, ficcando le mani tra le radici, mordendo, suggendo le erbe.
O terra, mia terra, umile e cara e sola madre mia ! Chi mi ha divelto
dal tuo seno, sì presto, ch'io avevo dimenticato perfino il tuo sapore?
Ma non tardai, dopo aver vagato per due settimane, a sentir
troppo grave il peso della mia libertà scioperata. Ah poter agire ! Fare
qualcosa di grande, di iinmraensamente benefico !
E meditavo. A\Tei potuto forse dedicarmi ad un' opera paziente,
continua. Sfrena, come quella buona dottoressa Lavriano, il cui sor-
riso e il tocco della mano gentile dovevano aver sollevato o guarito
chi sa quanti mali ? Sentivo una strana impazienza : ciò era troppo
minuto e troppo lungo, e io non avevo tempo. Da parecchi mesi sen-
tivo in tutti i miei atti l'impulso ad affrettarmi, perchè il tempo da-
vanti a me s'accorciava : e che cosa s'avvicinava con esso ? Una sven-
tura i La morte ?
Due visioni s'erano impadronite del mio spirito con ugual forza,
sebbene l'una reale, l'altra fantastica. Nell'una Crastino ed io ci volge-
vamo indietro in un gran viale fiancheggiato ai lati da grossi cumuli
di neve : un punto lontano ingrandiva rapidamente avvicinandosi : il
veicolo tozzo e fulmineo passava, lasciandoci appena indo\inare una
figura so di esso. Lo seguivo coU'occhio: un piccolo mucchio nero là
448 r.LI AMMONITORI
innanzi stava fermo in mezzo alla strada e rautomolìile si lanciava... La
visione si spegneva (fun tratto lasciandomi un gelo nella schiena. Nel-
l'altra, una carrozza pesante correva in una strada di città assiepata di
gente, fiancheggiala da corazzieri giganteschi : un uomo si gettava
verso di essa e veniva fracassato dai zoccoli d"un cavallo. E mi pareva
di sentir un colpo al cervello...
E cominciai un mattino a svegliarmi con l'idea d'una cosa che
dovevo fare, oggi'? domani? E tutte le mattine avevo la stessa sensa-
zione di aspettativa insieme e di obhligo, come d'una promessa che-
dovessi adempiere e differissi di giorno in giorno per cause non del tutto
dipendenti dalla mia volontà.
La cosa che dorerò fare era affatto intima, era semplicemente di
accettare un atto ancora oscuro che mi s'imponeva lentamente con
forza e ostinazione, perchè di poi è cessata affatto l'inquietudine che
m'invadeva ogni mattina e che diminuiva soltanto la sera mentre dicevo
a me stesso: Domani!., coli' intenzione implicita di considerare e infine
di accettare, quasi per far tacere una voce insistente e irritante che
mi ripeteva sempre lo stesso: « È necessario! »
Ed ecco il fatto che mi determinò.
Uscivo dalla Biblioteca Civica ov'eio andato per finire la Risur-
rezione di Tolstoi che avevo cominciata il giorno prima, e me ne tor-
navo colla testa tutta scombussolata. Vi ero rimasto sei ore: il sole
tramontava: il cielo, lontano, dietro l'angolo del monumento al Frejus,
discendeva leggerissimo sulle creste bianche ed azzurre delle Alpi.
Respiravo a pieni polmoni, anche per sollevarmi l'oppressione mo-
rale. 11 romanzo mi aveva lasciato un enorme senso di sgomento: esso-
descrive con tal potenza la massa dell'iniquità sociale, che i personaggi
pieni di buona volontà e i precetti di vita che dà l'autore diventano spro-
porzionati, inefficaci, puerili. E pensavo ch'io ero forse, come codesti
russi, un'anima ingenua che vede tutta la mostruosità degli organismi
sociali e crede poterli atterrare con una spallata. Forse vai meglio
scomporli vite per vite, ruota j)er ruota, come farebbe un esperto mec-
canico. .Ma come persuadere cjuesti capi macchina ad esaminare, ritbr-
mare, rinnovare i lor vecchi strumenti, traverso cui l'uomo moderno-
esce falsiito, deformato, talvolta stritolatof
Ero giunto in piazza Statuto.
Ho l'abitudine di soffermarmi presso ai chioschi dei giornalai. Mi
avvicinai ad uno per guardare su un giornale in che giorno eravamo.
Era la Gazzetta di Torino, uscita allora, e mi colpì subito la scritta:
// dramma di Via San Z)oHa^o. Simultaneamente avverto il gridìo che
alcuni venditori facevano per le strade, colle stesse parole. Un tremore
inesplicabile m'assalse, comprai il giornale: era un'intera colonna: il
cronista faceva un lungo e lacrimo.so preambolo : « La donna può avere
quaranfanni...: marito in prigione... Ella aveva mandato i tre tigli... il
maggioie teneva l'ultimo in braccio e l'altro per mano... al Pati e Quo-
tidiano... La donna stava inginocchiata contro la parete in un angolo-
delia soffitta... Un braciere... ».
Mi sentii toccare sulla spalla: mi volsi. Era la dottoressa Eva:
era molto turbata:
— Ho fatto fermare la tranvia, vedendo. lei qui. Che cosa orribile! -
disse, accennandomi il giornale.
— È la Mlnca, non è vero?
GLI AMMONITORI 449
— Sì. Lei non sa ancora nulla"? Viene con mef lo l'ho vista: ora ho
portato i due ragazzi a casa mia, poi vedrò... È morta verso mezzogiorno,
pare. Stamattina aveva mandato i bambini da noi. Pareva che lo sapesse,
il povero Notu ; non ha voluto mangiare : è stato tutto il giorno ammu-
sonito, cupo... Che cosa crede che diventerà quel ragazzo lì'?
lo ero tutto sconvolto: era come se avessi ricevuto un colpo sulla
nuca e fossi stramazzato e non mi potessi più rialzai'e.
— Aveva chiuso le imposte e turato il caminetto... Ha preso tutte
le precauzioni più minute: tutte le fessure dell'uscio e della finestra
erano tappate. Ha fatto prèsto l'acido carbonico a raggiungerla, cosi
inginocchiata a terra... Aveva ingannato anche la Biondina, che ha
bussato soltanto quando sono tornati i ragazzi, alle due, ed essi dove-
vano stare fuori fino a sera... Notu pareva che lo sapesse. È lui che si
è messo a piangere davanti all'uscio, picchiando, e gli altri due anche
essi... Così il marito della portinaia ha sospettato e ha forzato l'uscio.
Me lo raccontava la Biondina.
Eravamo giunti, quasi correndo, alla casa. Sotto il portone le donne
chiacchieravano, coi visi curiosi e inquieti. Salimmo. L'uscio era chiuso
e due guardie passeggiavano lungo il corridoio. Avrei voluto vedere
un momento la povera morta, ma le due faccie arcigne me ne di-
stolsero. D'altronde, perchè"?
Andammo fino in fondo, nella camera della Biondina.
La Biondina colla faccia piangente teneva stretto in collo un bimbo,
il bimbo della morta, che mordeva un tozzo di mela senza stupirsi
degli abbracci e delle lacrime di lei. Quando ci vide, parve acquietarsi,
guardò la dottoressa che conservava la sua mirabile calma.
— Non si ha mai la mente a tutto - diceva costei. - Le cose vanno
innanzi lentamente! Io pensavo anche a questa disgraziata, ma è inu-
tile: noi non possiamo mai aver il senso immediato dell'urgenza, del-
l'imminenza, della necessità! Il mio aiuto sarebbe giunto fra un mese,
o più : e chi può misurare le forze di resistenza d'una creatura? Pai'e
forte oggi. Domani è sfasciata a terra come un cencio !
Tutto questo dramma mi pareva una continuazione, uno svolgi-
mento di quello che un genio possente mi aveva edificato davanti agli
occhi: ma con qual semplicità spaventevole il destino mi gettava di-
nanzi una realtà così enorme ! Lina semplicità che mi incuteva il ter-
rore del mistero. Ecco: una creatura aveva voluto morire. Era morta,
niente di più facile. Così facile... e irreparabile!
Ma la dottoressa pensava al marito, ai figli. Ella non si tratteneva
mai sull'irreparabile e andava innanzi. Ogni triste avvenimento la
stimolava ad agile sempre più prontamente : tutto le era occasione di
complicare sempre più le fila delle sue operazioni, come un generale
che approtltta d'ogni menomo vantaggio contro un nemico formidabile.
Così ogni crisi le era favorevole per condurre i suoi conoscenti verso
le sue idee o verso la sua opera, ogni morte le lasciava un'eredità.
— Sapete che ho fatto una conquista? - aggiunse dopo un poco,
indicando la ragazza. - Ho una recluta nuova che mi può esser preziosa,
sapete perchè"? Perchè è bella: io avevo estremo bisogno d'una donna
bella e che sapesse sorridere bene, l miei bambini se la disputeranno.
E vedendo le tacite proteste e le denegazioni di lei, come per vin-
cere un'ultima riluttanza:
— È troppo modesta. Crede di non esser buona a nulla... e infatti
è proprio necessario esser buone a qualcosa"? C'è del pane da distri-
529 Voi. evi, Serie IV . !• agosto 1903.
450 GLI AMMONITORI
buire, c'è da accogliere dei poveri affamati mezzo nudi: ciie cosa è
più facile che aver pietà ? Che cosa è più desiderabile che aver delle
ceste di pane, dei pentolini di minestra da distribuire"?
E continuava col suo fluido eloquio di propagandista :
— Il malessere che ci viene dalla vista della sofferenza è sùbito
sollevato dal fatto di poterla far cessare per un momento almeno e
senza fatica. Lei è una buona sarta: faremo tanti vestitini : avremo
della stoffa... Ci sono due opere dove la nostra Biondina può far tanto
bene. La Cassa per la maternità... Lei è della stessa classe: non ho
ragione. Stanga? Va a trovar le madri di famiglia, le persuade a pagar
due soldi al mese, due soldi, capisce, per aver di che vivere a casa
e curarsi nel tempo della gravidanza... E poi il Pane Oitotidiano, dove
non sono che vecchi e bambini, bambini e vecchi, che hanno bisogno
della gioventù e dell'allegria. E allora la rivedremo fiorire, la nostra
bella cara, che vuol lasciarsi ammalare, lasciarsi morire...
E con una mossa tenerissima s'era avvicinata: le carezzò i capelli,
l'abbracciò e la baciò in fronte. 11 viso della ragazza parve irradiarsi.
— Sono due settimane che la catechizzo - mi (Uss'ella. - Ora il
libro del povero Craslino è in corso di stampa : uscirà presto : abbiamo
trovato un buon editore, l'editore di mio papà. Leonardo farà il monu-
mento e lei andrà a posare per un bel bassorilievo di cui ho già vi.sto
il disegno, bellissimo. Dopo, che le resterà da fare?
— È vero. - disse la ragazza costernata - la mia vita è finita li.
— Perciò - insistè la signorina, fatta improvvisamente grave - bi-
sogna mutar vita: quei giorni devono restar puri. Tu devi considerarti
sua per sempre, non è vero? È lui che t'ha detto di vivere, e ha desiderato
che tu vivessi in modo che potesse sempre volerti bene, non è vero, cara?
L'altra alzò la testa guardandola con due occhi fermi e luminosi :
— Verrò quando lei vorrà.
— Allora domani 1 Non perdiamo tempo. Verrò a prenderti.
La baciò sulla guancia, poi si volse verso di me :
— E lei che fa ora?
lo mi sentii leggermente turbato come per un celato rimprovero.
— Non so. Mi preparo per fare qualche cosa.
— Vuol che trovi qualche cosa anche per lei? Vuol che domandi
al dottor Semini, che dice tanto bene di lei ? Vuol essere reclutalo nel-
l'esercito del bene? Ci penserò e voglio un po' vedere se oserà rifiutare.'
Ma nel corridoio si fece un gran rumore di passi pesanti. Vedemmo
una cassa entrare nell'uscio. La ragazza scoppiò in un pianto dispe-
rato, cui seguì per riflesso il bimbo. Ricordava ella un'altra cassa,
nello stesso corridoio, e il suo morto amore?
La dottoressa la richiuse nella sua soffitta, poi avviandosi disse
a me che l'accompagnavo:
— Non si lasci prendere il sopravvento dalla tristezza, dalla tri-
stezza sterile. Bisogna agire, si ricordi.
E mi strinse forte la mano. Dietro di lei mi parve che la mia poca
forza di vivere se n'andasse per sempre.
« Bisogna agire... »
Apersi il giornale che avevo comprato. Come potevano i lettori
veder altro in quelle colonne, altro che il dramma spaventoso? Come
avevano potuto i redattori occuparsi d'altro? « La Banca sconto... La
rendita al 3 per cento... LEritrea... 1 giovani monarchici ! » Ah miseria !
GLI AMMONITORI 451
E io, che avevo fatto per quella povera donna? Forse io avrei po-
tuto impedire quel suicidio? Le avevo dato qualche denaro, ed ecco
tutto. Era soltanto questo il mio dovere? Ed ecco un'altra cagione di
malessere per me... Son io che devo provvedere a che la gente non s'am-
mazzi? Eppure io ho una parte di colpa. E tutti abbiamo una parte
di colpa. È intollerabile!
E il senso dell'impotenza mi abbaile. Aver tanta energia, tanta pas-
sione, tanto furore, e sentirmi oppresso come dalle pareti d'un monte !...
Ma io sono come un germoglio di quercia in mi vecchio muro.
e quanti di questi germogli intorno a me ! ( losì si sgretola, si spacca il
vecchio muro !
Io non posso diuique che distruggere: non posso edificare, r n
posso impiegare la mia forza in nulla. Nessuno vuole la mia vera
forza. Tanto non varrebbe buttarla come un cencio ai piedi di chi p lò?
Forse avrei avuto mezzo di portare qualche meschino aiuto ai mi-
.seri che mi morirono d'intorno: potrei forse contare al mio aUivo
molte piccole azioni, molte consolazioni, molte parole, molte la; rime
spese a prò di essi... Ma era necessario ch'io vedessi costoro soltanto,
ch'io fossi miope, ch'io non lanciassi la mia mente, il mio ci.ore ad
abbracciare tutte le miserie della terra, ch'io non ne formassi una mole
che mi annienta. E io avevo ben altro da dare, posseggo be j altro!
Ecco perchè non posso pensare che ad un'azione sintetica, grandiosa,
feconda.
Quella sera errai per Torino in giri interminabili. Si accesero i
fanali, si riempirono i recinti all'aria ajierta dei caffè: poi i teatri ri-
versarono fuori le loro folle, le strade si sgombrarono, si decimarono
le lampade e la città prese il suo aspetto notturno triste e deserto.
Allora rimase viva .soltanto la gente notturna, le donne aspettanti
negli angoli delle strade, con la testa scoperta e le mani sotto il grem-
biale, i ciccaioli col lumicino rasente il selciato, come cani randagi,
i cerinai die corrono zopi)icando dall'uno all'altro dei due o tre caffè
aperti tutta la notte... La sensazione era per me nuova e aveva il suo
fascino d'incubo. Volli entrare in uno.
Una vecchia calva dalla faccia ignobile mi aperse la porta, alzan-
domi in faccia un paniere di cerini e d'altri oggetti. Nell'aria fumosa
sedevano fìtti, intorno ai tavolini, giovanotti dalla faccia di vecchio e
ragazze dai vestiti e dai cappelli fronzuti e irrequieti : esse parevano
alberi nani agitati da un vento continuo. Alcuni giocavano fumando
e bevendo birra. Io pensavo alle osterie di campagna in cui ero andato
qualche volta la domenica e alle sbornie che prendeva alcuno dei miei
compagni. Quanto meglio che non tutto questo!
Uscito dalla birreria Dreher errai ancora, quasi senza rendermene
conto, avendo affatto perduto la nozione del tempo. Mi trovai sul ponte
della Gran Madre, salii sul Monte dei Cappuccini e coi gomiti sul pa-
rapetto della terrazza contemplai a lungo la massa nera della città e
il fiume tranquillo e cupo in cui si sospendevano i fanali coi loro ri-
flessi come una duplice collana di stelle, e ne scesi col cuore stretto e
col senso vago di qualcosa ch'io stessi abbandonando giorno per giorno,
minuto ]ier minuto, come se a tutte le cose, una per una, eh' io ve-
devo, dovessi dare un addio per sempre.
Per il Corso Vittorio un sonno invincibile mi prese, e una stan-
chezza mortale. Entrai nel caffè della Stazione e bevvi un latte caldo.
Non vi rimasi che pochi istanti. Che spettacolo! Vi parevano accolti
452 GLI AMMONTTORl
tutti i mostii (Iella notte, atroci scherzi rrumanitii. nani, sciancati,
^obbi, rattiap])iti, monchi, coi loro oggetti di vendita, che parevano
tare parte della loro deformità, e nessuno destava pietà, ma soltanto ri-
pugnanza e sdegno. Pareva che tutti questi infelicissimi si sforzassero e
riuscissero stranamente a simulare le infermità da cui erano affetti,
come odiose caricature di veri infelici. E le celie ed i lazzi che ad essi
rivolgevano certe donne dalle occliiaie pavonazze. dalle bocche rugose
e sbilenche mi destavano dei fremiti d'irritazione e mi spingevano de-
gl" insulti alle labbra.
Appena fuori, l'aria frizzante mi diede una scossa salutare. Mi si
rinfrescarono le idee e tutte le visioni d'incubo svanirono. Erano le
quattro e tutta la città era d'un curioso colore azzurro sotto il cielo
che albeggiava. Mi pareva d'aver sognato. Mi posi a camnunare verso
casa rapidamente. Mi sentivo le membra pesanti e indolenzite: una
pàtina amara in bocca mi dava la nausea.
In piazza Castello alcuni operai al lume d'un fanale a pressione
d'aria, luminosissimo, collocavano delle rotaie, e i gran colpi di mar-
tello, riscotendomi, parevano dare alle mie idee un tono salubre e
saldo. Il loro lavoi'O, tia il sonno della gran città e il piccolo agitarsi
di quegli esseri di vizio e d'avvilimento donde uscivo, mi commoveva.
Non era in essi la verità e la giustizia? Ebbi un momento l'impulso
di dirlo a uno. Io sono forse un retore o forse un artista: ma le cose
che immagino con ma estrema vivacità e forza e che spesso formulo
inconsciamente, non passano mai dal pensiero all'atto. Forse ero nato
oratore, o scrittore f
Quella fu la sola notte ch'io passai interamente fuori di casa, e mi
fece un'impressione enorme. Esisteva dunque una popolazione sotter-
ranea che sbucava la notte fuor dalle cloache, al par itegli idrofili neri
che si sbattono contro i globi perlacei della luce elettrica: una popo-
lazione che vive sulla viltà, sulla bassezza, sul vizio degli altri, degli
altri che dormono al mattino dei sonni senza rimorsi? Che cos'era
dunque l'umanità, quest'amalgama di sacrificio e di oppressione,
di iiurezza e d'infamia"? Per tali esseri poteva trovarsi una salvazione?
Bisogna attendere le generazioni degli uomini sani e buoni e la
prole della loro prole! Com'è lontano tutto ciò!
E non avverrà mai. tinche i figli del popolo, ch'è solo perennemente
buono e sano, non saianno messi in condizione di nascere e di cre-
scere con tutte le energie che la terra e la razza accumularono in esso.
Ad un certo punto, non so come, scorsi distintamente nella mia fan-
tasia due figure, che no i avevo mai dapprima associate, una testa serena
d'apostolo e una faccina di bimba, il dottor Semmi e la signorina Eva.
Che gioia n'ebbi, un momento, che gioia!
Giunto a casa, una gran calma era entrata in me. .\vevo accettato.
E mi addormentai d'un sonno tranquillo e profondo.
E così la mia vita è passata. C'è forse della gente lil)era, che
viaggia, che osserva paesi e costumi, ed altra che gode, mangia, ride,
va alle corse, ai bagni, accanto a quella clie muore, muore continua-
mente... Io non fui tra nessuno di costoro, lo passai accanto alla vita,
ma non ne toccai che un lato e un istante solo; intravidi cioè appena
il mare enorme e l'onda inesauribile: qualche essere emer.se, fino a
venire scorto da' miei occhi. Ora il mare si richiude sopra il mio capo
per sempre.
LiLI AMMONITORI 453
XV.
Ed eccomi solo. ora. definitivamente, dinanzi a me stesso.
Temo io forse"? No. Mi vedo. Un pnnto nero appare lontano lon-
tano: ingrossa, avanza, s'avventa. Ecco: balzo in mezzo alla strada,
chiudo gli occhi immoto, rigido... Ah!
Daqueirattimo, da quell'urto incomincerà per qualcuno una nuova
vita... forse per molti.
Si traviserà la cosa? Scriveranno i giornali d'un povero pazzo...?
Per qualche ora. poi si farà la luce: ho trovato il mezzo.
Uno di questi (jìorui, tutto sarà finito ; forse domani.
Non ho nessuna ragione che mi trattenga. Io credo aver trovalo
il senso della vita generale. L'individuo non può esser felice per sé
stesso, perchè in fondo a tutto ciò è la morte. Il segreto dunque della
felicità anche per l'individuo mortale è di sentirsi immortale, di sen-
tirsi cioè vivere dentro gli altri, dentro l'umanità, dentro l'Essere luii-
versale. I^a morte dunque non m'importa : ripugna a tutta la com])a-
gine che forma il mio essere, ripugna alla vaga coscienza che lianno
tutte le mie molecole, tutte le unità elementari che formano di me una
colonia; esse anzi mi faranno sentire tutta la loro forza coesiva al
momento dell'atto : ma non ripugna alla mia coscienza superiore.
Vivere è per me troppo doloroso : ogni sofferenza altrui si ripercuote
ora in me con troppa violenza. Io potrei e sere il piìi sfortunato dei iniei
simili e non soffrirei un millesimo di quello che soffro ora, che mi sento
penetrato, ubriacato da tuffa la sofferenza degli ; omini. Fuggire l'ag-
giomeramento. la città, il contatto dei miei simili e rifugiarmi nei
campi, isolarmi in mezzo alla natura sana e serena? Ma ora anche le
lande, ove gli eremiti si seppellivano, sono proprietà d'alcuno e in nes-
suna parte tace l'eco della miseria... D'altronde è troppo taidi.
Ho trovato per gli altri la ragione di vivere e per me la ragione
di morire. Il suicidio è viltà quando significa fuga. Io non fuggo. Io
m'immergo nella vita: io dò certamente, colla mia morte, comunque
fruttifichi, e il sacrifizio non è mai senza frutto, un maggior senso di
libertà e di solidarietà ai miei simili. Io dico a chiunque viva oggidì,
posto dalla società in qualsiasi condizione: « Bisogna operare e amare.
Bisogna limitare il proprio volere, congiungerlo in alimonia col volere
dei nostri simili. Umile o precipua parte nel coro sociale, espandi in
tutta la sua potenza l'anima che fi diede il destino, abbraccia l'uma-
nità e la natura, compenetrati e fortificati di esse: opera ed ama! »
La scossa ch'io dò a quest'onda repentina d'umanità che va fati-
cosamente orientandosi nell'armonia, sarà come l'urto clie sconquassa
un organamento vizioso, liberandone gii elementi, acciocché trovino la
lor via e il loro posto. La mia morte volontaria dunque è una testi-
monianza in favore della vita.
Stanotte dormirò"? Fra ([ualche giorno tutto sarà finito. Non temo
di me stesso: solo soffrirò in (piesto tempo molte impazienze e inquie-
tudini, aspettando l'attimo.
Poi... dormirò.
fFineJ.
Giovanni Cena.
L'ISTRUZIONE POPOLARE IN ITALIA
Un rapido sguardo alle condizioni della nostra istruzione popo-
lare e la trattazione serena, positiva di due questioni importantissime
che ben da vicino toccano il problema della scuola e della cultura
nazionale, sembrami cosa non del tutto inutile, specialmente nell'at-
tuale momento politico, in cui la gran massa del popolo vuole una
più diretta e più larga partecipazione al governo della cosa pubblica.
E perciò che interessarsi al problema dell'istruzione popolare nell'ora
presente equivale a interessarsi ad un urgente problema politico-sociale.
Tanto più in quanto la nostra scuola pi'imaria - per la ascensione
continua, irresistibile, storicamente necessaria delle masse popolari in
tutte le forme e le manifestazioni del vivere civile - va oggi acquistando
una funzione nuova : da essa l'immenso torrente deve venire incana-
lato, disciplinato, guidato al bene per le vie tranquille dell'elevazione
intellettuale e morale.
lo penso che, in questo momento, fra le tante voci discordi e ta-
lora anche acerbe della nostra vita politica e sociale, la voce della
scuola del popolo debba levarsi solennemente pacifica, ammonitrice.
1.
Indubbiamente, in questi primi quarant'anni di vita nazionale, non
pochi sono stati i sacrifici sostenuti dal Paese per l'istruzione del po-
polo. Ma, ciò non ostante, quanto siamo lungi da quell'ordinamento
scolastico che presso altre nazioni, vicine e lontane, è oramai diven-
tato efficace strumento di progresso e di prosperità ! Vediamo, dunque,
quale sia la condizione attuale della nostra istruzione primaria, ve-
diamo quali e quanti ne siano i bisogni, e facciamo si che a noi ne
venga qualche non inutile insegnamento. Spigoliamo dall'ultima dili-
gente Relazione del Ministero della pubblica istruzione, compilata con
intelletto d'amore dall'egregio comm. V. Ravà e pubblicata allo scopo
di fornire alle Nazioni convenute alla Gara mondiale di Parigi nel 1900
un'idea esatta del nostro sistema scolastico elementare.
Nel 1897-98 l'istruzione primai'ia fu impartita in 50,588 scuole
pubbliche diurne, delle quali ben 44,881 di grado inferiore (1% 2% 3*)
e le altre 5677 di grado superiore (4" e 5"). Da cui si vede come la
assoluta maggioranza dei nostri fanciulli riceva appena, quando la ri-
ceve, quella prima, monca, insufficiente istruzione che si è voluta chia-
mare istruzione obbligatoria. Ma le nostre cinquantamila scuole bastano
esse ai bisogni di tutta quanta la popolazione "? Il Ravà è di parere
che per ora debbano' generalmente bastare, fino a che la legge sul-
l'istruzione popolare in ITALIA 455
l'istruzione obbligatoria non possa essere osservata per intero, e tutte
le famiglie si persuadano di far proseguire ai loro figliuoli la scuola per
qualche anno dopo la terza. Ma quando possiamo sperare che questo
avvenga se più di un milione di fanciulli è renitente all'obbligo sco-
lastico, e non può ancora approfittare della scuola, perchè vive in case
sparse per la pianura, o nelle gole o su per i fianchi dei monti, op-
pure in minuscole frazioni aVenti meno di 5t)0 abitanti e lontane da
■qualsiasi centro ? Quando possiamo sperare che questo avvenga se
^7,637 scuole erano e sono divise in due o più sezioni di classe con
un solo maestro"? se ci sono ancora le cosidette scuole unicìie, un
vero controsenso pedagogico e didattico ?
Tutti ricordano la descrizione invero spaventosa che Francesco
Torraca, nella sua pregevolissima Relazione, fece di molti locali che
servirono ad uso scuola fino al 1895-96. Ma, in proposito, anche dopo
il biennio, non c"è ragione a rallegrarsi, poiché il Relatore nota che
dalle relazioni degli ispettori scolastici la necessità di migliorare i
locali è dimostrata più che mai urgente.
Si lagna l'ispettore di Lucca, e quello di Campobasso osserva me-
lanconicamente che nel suo circondario si cambia ogni anno la sede
delle scuole per far piacere a questo o a quel consigliere comuvale. a
questo 0 a qtieìT elettore influente. Né in condizioni migliori si trovano
molte delle scuole di Livorno, di parecchie altre città e di Roma
stessa. Per Napoli, che ha un onere di circa 120,{XX) lire annue per
fitti di case private ad uso scuole, valga quanto ci ha svelato l'in-
chiesta Saredo. Nel circondario di Lanciano la maggior parte delle scuole
sono in locali indecenti, sem' intonaco, a volte basse e sporche, senza
vetri alle finestre, né vetrine alle porte, umidicci e 2}rivi d'aria e di capa-
cità. Quattro scuole sono confinale in cucine affumicate e buie... (Jna
scuola femminile è una piccola anticamera dell'alloggio temporaneo
dei RR. carabinieri, e altre scuole si trovano nel carcere mandamen-
tale, ove qualche classe ha relativa porta ferrata con chiavistelli enormi
€ buchi per spiare. L'ispettore di Oristano ci addita una scuola che è una
specie di caverna illuminata da un abbaino, ed un'altra che sta accanto
al cimitero, ed un'altra ancora che fu cappella mortuaria. Molto ebbe
a fare l'ispettore di Pordenone itercliè dall'immediata vicinanza d'una
scuola venisse tolta una stazione... di riproduzione bovina! E l'aula
della scuola mista di Grottazzalina serve anche da teatro e da sala
del Consiglio comunale !
La questione degli edifici scolastici è questione grave sopra ogni
altra, poiché è questione di igiene, di salute, di moralità anche - come
in Senato già ebbe a notare l'on. Cardarelli. Bisogna provvedere, e.
intanto che si provvede, non sarebbe meglio improvvisare baracche-
scuole come in Germania e in Isvizzera, e cominciare a persuadersi -
dirò con Emilio Pinchia - che « ogni battaglione di meno è qualche
metro cubo d'ossigeno di più in prò dei bambini che sono il domani
d'Italia? »
Anche per l'arredamento, la pulizia, l'acqua e il riscaldamento, le
nostre scuole primarie, mollo, troppo lasciano a desiderare. Chi nei
Comuni minori cura la pulizia é il maestro che la fa eseguire dagli
alunni; dove il maestro è indolente... nessuno. Ma il servirsi degli
alunni può essere, talvolta, pericoloso, perchè si è dato talora di tro-
vare, fra i motivi addotti a giustificare il licenziamento di qualche in-
segnante, questo: che non aveva avuto rispetto alla dignità umana'...
456 l'istruzione popolare in italia
L'argomento dei rapporti fra i Comuni e la Scuola è certamente^
Fia i più ardui e delicati, in quanto che ci troviamo di fronte ad after-
nuizioni le più opposte, e non sono pochi coloro che muovono dal
preconcetto che Scuola e Comune siano termini fra loro irreconciliabili.
In tale opinione, difatti, c'è molto di vero, ma ha ragione il Ravà
di osservare che se le condizioni finanziarie di molti Comuni fossero mi-
gliori, anche sulle loro scuole verrebbe a posarsi qualche raggio di
sole. Miei studi speciali mi hanno persuaso che le spese per l'istru-
zione elementare continuano a gravare sui bilanci di non pochi Comuni
tino ad assorbire la terza parte delle loro entrate; per cui sarebbe
utilissimo, a giudicare equamente dei Comuni riguardo alla scuola,
poter fare una statistica, nella quale fossero messe a confronto le cifre
rappresentanti le entrate, le spese generali e le spese per l'istruzione.
In tal modo vedremmo che molti piccoli Comuni fanno un sacriticio-
di gran lunga maggiore di quello sostenuto da grandi città, come ad
esempio Milano, la quale, pur spendendo per le sue scuole più di
tre milioni di lire all'anno, non sjìende che circa un decimo delle sue
entrate. Si può quasi affermare die tutti i Comuni al disotto dei tre-
mila abitanti, relativamente al loro magro bilancio, spendono assai
più dei grandi centri.
Le nostre 50,558 scuole furono rette da 50,435 insegnanti, di
cui 31,848 maestre: cifra questa degna di speciale considerazione, poiché
ci affaccia il problema: a cìii affiderrmo la futura scuola popolare?
La questione è grave e non soltanto scolastica, perchè con la spari-
zione del maestro - disse tiene il Bencivenni - rauoi-e una tradizione,
si rompe una fede, sparisce il centro propulsore dell'idea educativa.
Sono le nuove condizióni della vita e dell'economia sociale che
hanno spinto la donna a cercare nel lavoro quel sostentamento che prima,
dedicandosi totalmente ad essa, trovava nella famiglia. E poiché il
fenomeno non è particolare della sola classe operaia, ma anche di
ciucila media, così abbiamo una grande offerta di maestre, la quale,
avendo per alleata la bassa cifra degli stipendi, ha provocato una
inevitabile concorrenza che ha finito per darci il fenomeno odierno. 11
quale, considerato d'ogni lato, non si presenta come un sintomo molto
lieto per l'avvenire della scuola laica e della educazione moderna che
deve guardar fidente incontro alle nuove venture e ai nuovi ideali-
delia felicità umana.
Come si osserva, in Italia, la legge sull'istruzione obbligatoriaT
Nel 1897-98 il numero degli obbligati fu riconosciuto in '2,4a),0(X)-
circa. Di essi frequentarono 1,800,(100; per cui ben 600,000 fanciulli
si sono sottratti all'obbligo scolastico.
Nei paesi industriali la legge sull'obbligatorietà dell'istruzione
trova un serio ostacolo nella premura che i genitori poveri hanno di
mandare i propri figli a lavorare negli opifici. Ma di questo fatto è
complice, in parte, la stessa legge sul lavoro dei fanciuUi, dove si
parla di limiti (Vetà e non mai di grado eli cultura, cosi che sono
moltissimi i fanciulli, i quali, pur senza l'attestato di proscioglimento
dall' obbligo scolastico, entrano liberamente nelle fabbriche e nelle
officine. Ciò, però, non avviene nelle Nazioni più progredite, presso
l'istruzione popolare l.V ITALL\ 457
le quali il dovere di frequentare la scuola ha la diuata media di otto
anni, e l'osservanza del lungo obbligo è stata resa possibile da una
larga riforma di leggi sociali e scolastiche che hanno messo la scuola,
il maestro e lo scolaro nelle migliori condizioni.
In Prussia l' obbligatorietà dell'istruzione si estende dai 6 ai 14
anni ; ma per chi non supera la prova del proscioglimento si prolunga
ancora di un anno. Ne basta : alla scuola popolare comune segue
quella di complemento che può diventare obbligatoria fino ai 18 anni.
Lo stesso ordinamento, salvo leggiere variazioni, vige nei regni di
Wurtemberg, di Sassonia e di Baviera, nei granducati di Baden,
Assia e Sassonia-Weimar, nei ducati di Sassonia-Coburgo, Sassonia-Mei-
ningen e Brunswik. Tn Olanda non esiste l'obbligo scolastico legale,
ma è un fatto incontrastato che colà la scuola è frequentata da tutti.
Nella Svezia l'obbligatorietà dell'istruzione si svolge come in Germa-
nia, mentre in Norvegia e in Danimarca l'obbligo comincia al settimo
anno per le città e all'ottavo per le campagne, e g'unge tino al quin-
dicesimo. Nella Scozia l'istruzione è obbligatoria fino ai 14 anni. In
Inghilterra la durata dell' olibligo scolastico varia a seconda delle con-
dizioni delle regioni; in media va dai (3 ai 14 ainii. Ma non è con
speciali ordini costrittivi che gl'Inglesi pervengono al rispetto dell'olv
bligatoiietà; bensì, sopratutto, con l'energica repressione dell'ozio e
del vagabondaggio dei fanciulli : si pensi che vi sono persino i boifs
headles, cioè i hidelli cercatori di fanciulli. In Francia l'istruzione
elementare è obbligatoria dal sesto al tredicesimo anno. Nel Belgio
disposizioni legislative impongono ai Comuni di mantenere tante scuole
quante sono volute dai bisogni della popolazione. Nell'Austria le Diete
debbono provvedere ai fanciulli una efìncazioiie completa e sufficiente.
mentre in Ungheria vi ha l'obbligo di frequentare la scuola elemen-
tare dai 6 ai ì^ì anni, e poi la complementare per altri tre anni al-
meno. Nella Svizzera la forma e i modi dell'ordinamento scolastico
sono lasciati alla libera gara delle repubbliche federate; in generale
l'obbligo dura dai 6 ai 15 anni. Nel Giappone, in quasi tutti i paesi
dell'America del Nord e nelle Colonie de' piti potenti Stati d'Europa,
hanno vigore, talora anche migliorate, le costituzioni della Germania
e della Gran Bretagna.
Dunque, solo l'Italia, la Spagna, il Portogallo si sono contentate
di aver scritto nella legge un misero obbligo scolastico di soli ire
anni, al quale centinaia di migliaia di fanciulli sfuggono totalmente!
Nel 1897-98 frequentarono le scuole di complemento e le scuole
serali e festive, il cui numero totale fu di circa 3,0()0, meno di l^'ì mila
alunni, mentre nel 1871-7'2 quelli che frequentarono le sole scuole
serali e festive furono 530,532. Quid faciendum ? Il bisogno di ima
legge che dia vita di sano organismo ad una scuola complementare
pei- il popolo si fa ogni giorno più manifesto e più urgente; ma chi
sarà il ministro capace di condurla in posto facendo votare i fondi
necessari ?
A questo proposito, bene osservava, nell'ultima Relazione al bi-
lancio della pubblica istruzione, l'on. Luigi Credaro: «L'educazione
tecnica delle classi lavoratrici, resa necessaria dalla ferrea legge della
concorrenza mondiale, vuole una scuola ordinata e compiuta che ac-
compagni il fanciullo fino all'ingresso dell'officina e ne completi l'istru-
458 l'istruzione popolare l\ itall\
zione con riusegnamento serale e festivo ». In Inghilterra si è, oramai,
persuasi che in avvenire la lotta si farà nel campo delle raanitatture
e del commercio e che perciò le nazioni meno istruite saranno serve
delle altre e condannate a compiere i lavori pii!i umili e meno rimu-
nerativi. E il Mosso, dal quale questa notizia è tolta, cosi la com-
menta: « V'edremo ora iniziarsi una gara fra gli Stati Uniti dell'Ame-
rica e l'Inghilterra, per contendersi il primato, essendo riconosciuto
che l'industria inglese decade per difetto di cultura dei fahbricanti e
degli operai». E aggiunge questo particolare assai interessante: «Vi-
sitando una grande fabbrica di New York, il direttore mi diceva:
- L'istruzione speciale i giovani fanno presto ad impararla nei nostri
laboratori ; ma se non hanno studiato, se la loro mente non è aperta
in modo da comprendere l'intensità della vita moderna, giova poco
l'essere degli abili manuali, degli operatori...». Quale profonda verità
in queste parole, e quale insegnamento per un paese ancora così poco
industriale come il nostro, la cui merce di maggiore esportazione
chiamasi nomo!
Gli asili e i giardini d'infanzia furono, nel 1897-98, i2,989, dei
quali 2,048 pubblici e 941 privati. Secondo gli ultimi dati statistici,
su (Jl7(j aule di asili e di giardini d'infanzia ()4(i sono disadatte. :201':2
mediocri, adatte 3518. Conviene, però, osservare che queste cifre si
possono ritenere piuttosto ottimiste, e nessuno può calcolare i danni
che reca ai bambini un'aula umida o comunque malsana.
Per quanto il numero degli istituti infantili sia in continuo au-
mento, duole dover constatare che in alcune regioni esso è atfatto
nullo o sproporzionato al bisogno. L'ideale nostro dovrebbe essere
l'istituzione di un asilo o giardino - reso oramai necessario ovunque
dalle nuove condizioni della vita e dell'economia sociale - in ogni
capoluogo di comune e in ogni borgata. Ma quanto non ne siamo
lontani se consideriamo 1 opera di certi Regi commissari, i quali, per
dare assetto alle finanze comunali, non trovano di meglio che falci-
diare il già misero bilancio dell'istruzione pubblica: o l'opera di quelle
camarille locali che. assumendo il potere, credono impegno d'onore
distruggere quanto fu fatto dalle precedenti... camarille!
La Francia, la cui popolazione non sorpassa di molto quella del-
l'Italia, ha il triplo di tali istituti, con un numero di allievi quattro
volte maggiore.
1 nostri istituti infantili hanno bisogno di radicalissime riforme
che. a mio avviso, dovrebbero dar loro una organizzazione sociale più
stabile, piìi definita e meglio in corrispondenza con gli interessi dell'edu-
cazione infantile, e una organizzazione pedagogico-didattica più larga,
più logica e più rispondente all'esperienza della vita dei fanciulli. E
tale organizzazione pedagogico-didattica si dovrebbe far derivare, se-
condo il pensiero di F. S. De Dominicis: 1° dalla natura della scuola
cui devono preparare: "2" dal carattere dell'educazione domestica cui
devono sopperire o che devono sussidiare e migliorare : 3° dai naturali
poteri fisiologici e psichici propri dell'infanzia e della fanciullezza;
4° dall'esperienza raccolta dall'educazione simultanea di bambini e di
fanciulli, ila il primo passo lungo la via delle riforme si deve fare
col passar queste istituzioni dalla dipendenza del Ministero dell'in-
terno a quella del Ministero della pubblica istruzione.
Nel 1897-98 si ebbero in tutto il Regno 3733 scuole od istituti
privati di istruzione elementare con 171,775 alunni. A quel che sembra.
l'ISTRL'ZIOXE popolare IX ITALIA 459
la concorrenza delle scuole private alle pubbliche non è sensibile se
non in alcune località: ma. ad ogni modo, questo è fatto certo: che
oggi, mentre vediamo diminuire le scuole private tenute da maestri
laici, dobbiamo inv?ce notare un progredire lento, costante nelle
scuole tenute da persone del clero. Della qual cosa gli uomini del
Governo si dovrebbero seriamente preoccupare, poiché è loro stretto
dovere dare alla scuola italiana tale perfetto ordinamento da renderla
superiore a qualinique altra sia nei riguardi dell'istruzione che della
educazione. Il popolo tanto più Tapprezzerà e l'amerà quanto meglio
risponderà alle sue condizioni di vita, alle sue aspirazioni, a' suoi
bisogni tìsici, intellettuali e morali. Occorre vigilare e lavorare: perchè
io penso che la scuola clericale, in un regime di libertà, debba essere
rispettata, e vinta solo dai progressi delle scuole dello Stato.
II.
Molte e importanti considerazioni sull'ordinamento e il funziona-
mento della nostra scuola elementare mi ha dettato il rapido esame
ora compiuto. Ma da quanto son venuto dicendo due grandi e gravi
problemi, dai quali dipende il riordinamento razionale ed efficace delle
nostre scuole, mi pare si presentino alla nostra discussione.
Dal già detto credo risulti evidente che la scuola del popolo, in
Italia, è quel che è per la mancanza di una vera coscienza scolastica
nazionale e di un positivo diritto finanziario della scuola. Da noi la
scuola non è ancora entrata nella coscienza pubblica, cosi che tutte
le spese, tutti i sacrifizi fatti per essa sono assai spesso considerati
come un peso troppo gravoso, di cui si farebbe a meno più che volon-
tieri. Per ciò e per le condizioni generali del bilancio, la scuola da
noi è povera, così che sono possibili le aule omicide, gli arredamenti
antiquati, disadatti, antigienici, il materiale didattico insufficiente o
mancante, gli stipendi irrisoli, e anche, fino ad un certo punto, la
forte infrequenza e il fiorire delle scuole private confessionali.
Questi, dunque, i due gravi problemi che nelle condizioni attuali
s'impongono alla nostra attenzione. Vediamo di esaminarli con amore
e senza falsi preconcetti, per cavarne qualclie insegnamento, qualche
logica e pratica proposta.
1 popoli delle nazioni ])iù civili d' Europa, degli Stati Uniti d'A-
merica e persino della lontana .\ustralia hanno capito che la scuola
è una delle istituzioni sociali più importanti e piìi delicate, e perciò
se ne occupano con quell'amore, quella cura e quella serietà di cui
possiamo avere un sicuro indice nella rigorosa osservanza del lungo
obbligo scolastico, al quale ho già accennato. Indubbiamente, essi
hanno un concetto ben chiaro e positivo di quello che è la scuola,
ne conoscono le leggi e i regolamenti, ne seguono con occhio vigile
e amoroso il funzionamento, ne chiedono le riforme: il deputato e il
consigliere non si presenterebbero ai propri elettori senza il programma
scolastico. In quei paesi la scuola, che oramai è entrata nei costumi
e nell'anima di tutti i cittadini, s'è formata una storia, storia gloriosa
che testimonia il cammino progressivo della Nazione, che diventa la
sintesi dello sviluppo e dell'attività di tutte le sue pacifiche energie
4(i0 l/lSTRCZIONE POPOLARE IN ITALIA
in Ogni ramo della prothizione: in (jiiei pnetii c'è la coscieuzu della
scuola.
In Germania la scnola è scuola ricca di pensiero e di inoiale
autorità come di mezzi: poiché non solo lo Stato e i Municipi se ne
interessano, ma eziandio Opere pie, chiese, stabilimenti industriali,
cittadini... Scrive Aristide Gabelli: «La piìi bella elemosina in Ger-
mania parve quella di* aprir la mente, di proiìajiare il buon senso, di
dar forza allingegno, giudicandosi impossibile che non venissero se-
guaci all'intelligenza avveduta l'amore dell'ordine e del lavoro, il ri-
spetto dei propri simili, la pace e il benessere ». È per questo che
colà si ebbe il bello, educativo spettacolo « di cittadini che si asso-
ciarono fra loro jier farsi una scuola, come si associano da noi per
farsi il teatro: mentre altri legarono alle scuole per testamento visto-
sissimi patrimoni, come da noi per cantar messe o tar elemosine ».
Né diversamente che in Germania avviene nella vicina Svizzera,
la quale, mentre tante cose la dividevano, - religione, razza, lingua -
ha trovato nella scuola uno dei mezzi per vieppiù unirsi e ajl'rateliarsi.
La fine dell'anno scolastico - epoca della premiazione - è l'occasione
in cui tutte le città svizzere si mettono in festa. Dice bene Ettore
decotti : « Una solennità religiosa attrarrebbe soltanto i fedeli di una
o dell'altra setta ; questa festa della civiltà invece raccoglie insieme
tutta la cittadinanza senza distinzione di sorta ». Anche nel piccolo
Belgio ogni ordine di cittadini si interessa grandemente alla scuola,
tanto vero che le scuole complementari e di prolungamento alla pri-
maria vi sono varie, diffuse, importanti e favorite. La Francia, che
per l'istruzione primaiia spende la bella cifia di circa !^4l» milioni
all'anno, è senza dubbio una delle nazioni ove della scuola e delle
istituzioni complementari della medesima si ha la maggior cura. Pen-
siamo ai corsi degli adulti e delle giovinette, alle conferenze popolari,
alle società per l'istruzione del popolo, alle società scolastiche di mutuo
soccorso, alle associazioni dei vecchi scolari, alle benemerite leghe
dell'insegnamento, ai patronati scolastici, ecc.. che alla scuola primaria
francese formano un (legno complemento, una bella e gemmata corona.
E che dire della Svezia e della Norvegia che da alcuni anni oc-
cupano il (piarto posto nelle tavole dello sviluppo e del progresso
dell'istruzione della prima età in Europa? Basti ricordare che la Mostra
didattica svedese e norvegese all'Esposizione di Parigi del i9(X) destò
l'ammirazione di tutti i visitatori : - meritato premio ai continui, ge-
nerosi, intelligenti sacritici che per l'istruzione e l'educazione della
gioventù sopportano volentieri, da parecchi anni, le due Nazioni sorelle.
Uguale interessamento di Governo e di popolo per la scuola ri-
scontriamo negli Stati LTniti, le cui scuole hanno strappato al severo
Dario Papa parole di alta ammirazione. E Arcangelo Ghisleii, riferendo
sull'ultima Esposizione di Chicago, ha notato che il popolo americano,
mentre in ogni altro caso sa amministrarsi con tanta parsimonia di
spese burocratiche, è addirittura prodigo, si direbbe che abbia un
debole di paterna tenerezza per le sue scuole e per i suoi scolari. Di
che era testimone ['Educational Exhihition in cui tutti gli Stati, anche
gli ultimi arrivati nella storia della colonizzazione, si erano adoperati
per far meglio apparire i propri progressi scolastici, e anzi, nel faie
bella mostra di sé, sembrava che molti ci avessero messo perfino della
civetteria.
l.'lSTRLZIOSE POPOLARE IX ITALIA 461
E della nostra Ilalia che cosa possiamo dire? Le Relazioni Tonaca
e Ravà mostrano abbastanza chiaro che, se anche qualche cosa s'è
fatto, non si è fatto clie pochissimo ; mostrano che da noi la coscienza
della scuola manca affatto : mostrano che la scnola non è ancora en-
trata nella vita nazionale. Il popolo non ha peranco capito che. pre-
cisamente e specialmente per suo mezzo, alla scnola si doveva rivol-
gere non piccola parte degli sforzi e dei sacritici falli dal Paese per
la propria prosperità civile.
Di chi la colpa "?
Certamente non della collettività, alla quale nessuno ancora ha
insegnato ad amarla, la scuola, a vedere in essa uno dei fattori neces-
sari al suo cammino verso l'avvenire, a considerarne la grande efficacia
nello spazio e nel tempo. Essa nulla domanda e può domandare per la
scuola, perchè da nessuno, finora, ha imparato a conoscerne gl'interessi
e le aspirazioni, a vederne e a sentirne i numerosi e gravi bisogni. Ancor
oggi, dopo quarant'anni, il Governo italiano non è persuaso della ne-
cessità di far partecipare tutta la Nazione alle più ardue questioni
del problema scolastico, e non è ben compreso del grave errore di non
aver dato se stesso quale esempio continuo ed efficace di forte, illu-
minato, sollecito amore per la scuola. Essa avrebbe meglio cooperato
alla formazione di quella coscienza italiana, la quale, mentre sarebbe
stata il naturale complemento alla riconquistata libertà, avrebbe aiu-
tato potentemente un più largo rinnovamento economico, civile e mo-
rale del Paese.
La storia dei nostri ordinamenti scolastici non ricorda alcuna
partecipazione della collettività alle vicende della scuola che con la
vita italiana non è in armonica e perfetta corrispondenza. Nella stessa
discussione della legge sulla obbligatorietà liell'istruzione, l'opinione
pubblica fu assente, tanto che in quell'epoca l'obbligo scolastico non
rap])iesentò altro se non il postulato nobilissimo di quei patriotti, i
quali, cosi - se ihjìUc emente così! come si espresse il senatore Pe-
poli - credevano di ottenere « che i nostri figliuoli consolidassero nel-
l'avvenire le vittorie che noi abbiamo ottenute nel passato con tanti
sacrifìci e che furono sempre le vittorie della libertà, della giustizia
e dell'ordine ».
È dunque necessario che anche in Italia ci affrettiamo a promuo-
vere la formazione e lo sviluppo d'una vera coscienza scolastica na-
zionale che possa diventare la migliore cooperatrice in quel fecondo
lavoro di rinnovamento che, presto o tardi, noi pure dobbiamo ini-
ziare. !■; necessario che il Governo e la Stampa, ciascuno con i propri
mezzi, conducano la opinione pubblica a interessarsi della scuola.
Di proposito ho accennato al Governo e alla Stampa, perchè l'azione
varia e complessa dev'essere esercitata, da principio, da chi possiede
i mezzi più adatti a fare entrare, a poco a poco, per un fatto psico-
logico quasi inavvertito, nella coscienza individuale e collettiva la con-
vinzione che la scuola è strumento possente di civiltà, è luminosa
face che rischiara la via del progresso. E la partecipazione del popolo
all'opera della scuola dimcstra precisamente che l'istituto scolastico
non funziona da solo e per se solo, ma in perfetto accordo con tutte
46!2 l'istruzione popolare I\ ITALIA
le energie della Nazione allo scopo di raggiungere quella complète iden-
tité de l'édiication et de la vie, in cui risiede lo spirito motore del pro-
gressivo cammino d'un popolo.
Il programma che gli uomini del Governo possono attuare in
ordine alla formazione e allo sviluppo della coscienza scolastica nazio-
nale è certamente vasto e complesso, così ch'io penso che un pro-
gramma nel preciso senso della parola non si possa quasi determi-
nare. Tanto più in quanto l'azione del Governo a favore della scuola
non si può limitare a un determinato numero di atti, ma, assai meglio,
si identifica con tutta l'opera di reggitori illuminati, e innamorati,
essi per i primi, di questo potente mezzo di diffusione della cultura, di
educazione alla libertà e alla civiltà.
Ad ogni modo, è bene notare come fondamento di un tale pro-
gramma debbono essere la laicità dell'insegnamento e una condizione
di vita decorosa per la scuola e per l'insegnante. Solo così è possi-
bile dare all' ambiente scolastico la forza e la capacità di accogliere
le necessarie riforme, di mettersi in diretta e più intima corrispon-
denza di pensieri e di atti con la vita nazionale, di attirare nell'or-
bita de' -;uoi interessi e della sua attività nuove e feconde energie.
Importa, innanzi tutto, che, da quanti sono preposti al Governo
della cosa pubblica, parta l'esempio di un costante e profondo rispetto
all'autorità della scuola, autorità che con tutti i mezzi bisogna rin-
saldare e diffondere. Importa che alla scuola nulla venga lesinato di
quanto può contribuire a mostrare ai cittadini quale gran parte essa
sia della vita del Paese. Importa che nel Parlamento, ne' Consigli
comunali e provinciali si riconosca alle questioni scolastico-magistrali
tutta la loro importanza sociale, e che su di esse si combattano quelle
vive battaglie alle quali la pubblica o])inione attivamente partecipa. Le
questioni della scuola, insomma, devono avere nella discussione pub-
blica lo stesso diritto di cittadinanza delle questioni di politica interna
ed estera, delle questioni militari, ecc.
Ma, per tutto ciò. l'opera assidua e illuminata del Governo, del
Parlamento, delle Amministrazioni comunali e provinciali deve essere
integrata dall'opera quotidiana della Stampa. La quale, occupandosi
di continuo del problema della scuola e questo trattando in rapporto
a tutti gli altri problemi dell'ora presente, diventa il mezzo efficacis-
simo per costituire tra la scuola e la Nazione quella specie di adesione
inconscia da cui, in appresso, si forma la coscienza: alla cui forma-
zione, in questi ultimi mesi, hanno dato vigoroso impulso quei pub-
blici Gomizì prò scìtola che. via via. si tennero nelle principali città
tl'ltalia nostra con nuovo insolito fervore, facendo rifiorire le nostre
più cai'c speranze - le speranze della Patria risorgente nella pace del
lavoro e della libertà, aspirante ai più liberi ordinamenti fecondati
dalla cultura educativa diffusa in tutti gli strati sociali.
In circa quarant'anni di regno, l'Italia ha svolto notevolmente la
sua vita economica, industriale, commerciale, artistica e scientifica ;
ma in fatto di educazione politica e sociale, essa è ancora quello che
era nei vecchi regimi, mentre per l'educazione e la cultura scolastica
è rimasta pressapoco alla legge Clasati che non poteva certo prevedere
gli avvenimenti nuovi, i nuovi tempi.
l'istruzione popolare I.\ ITALIA 46S
Da ciò un contlitto grave tra la vita del Paese e il suo indirizzo
educativo, contlitto pericoloso che bisogna risolvere al più presto,
facendo per l'educazione quanto alibiamo operato o veniamo operando
per le altre manifestazioni della vita nazionale, mediante una opinione
pubblica scolastica illuminata, cosciente, volente.
IH.
Inaugurando nel 1S81 le conferenze pedagogiche regionali in Foggia,^
F. S. De Dominicis diceva : « Quale corrispondenza intima potete voi
trovare tra i nuovi fattori storici e l'attuale nostro ordinamento edu-
cativo e scolastico ? Non corrispondenze, ma opposizioni e molte vi si
trovano. Perchè, mentre la civiltà moderna è civiltà democratica, lo
Stato è, da noi, quasi estraneo all'istruzione popolare, di cui sussiste
solamente, e abbandonato alle povere forze dei comuni, un magro ab-
bozzo : la scuola elementare. Ór ciò è contraddizione... La politica
chiama oggi i popoli a partecipare alla vita pubblica : vuole che essi
scelgano gli uomini che devono sciogliere i complicati problemi della
vita nazionale in ordine all'economia, al diritto, alle manifestazioni
della coscienza religiosa, ai rapporti internazionali, ai bisogni dei tempi.
Or non è egli contraddittorio che le nostre scuole somministrino alla
grande maggioranza degli elettori poche nozioni di tutto e nessunis-
sima della vita sociale?... »E terminava il discorso così: « L'Italia ha
bisogno di curare nelle sue scuole l'educazione dei sette od otto mi-
lioni di figli del popolo, non quella dei trenta o quarantamila stu-
denti dei licei e delle università... L'Italia ha bisogno, in una parola,
di pedagogi zzare, ma di pedagogizzare con idee e con sentimenti nuovi
per il popolo, di pedagogizzare per creare la nuova personalità. Senza
di ciò non v'è missione nuova per l'Italia, non vi è nuova Italia ».
E dal 1881 ad oggi, se pure molti progressi si sono fatti, le cose
sono cambiate di poco : non tutti sono ancora convinti della neces-
sità di istituire una vera scuola popolare per coordinare la cultura
elementare a una cultura educatrice più ampia allo scopo di elevare
e di migliorare le arti e i mestieri ; non tutti sono ancora pronti a
fare per la scuola dei .sacrifizi, perchè, con maggiori mezzi finanziari,
essa possa rendere vitale e ordinata l'ultima nostra rivoluzione poli-
tica, e più proficua e progressiva la incipiente trasformazione eco-
nomica.
Dall'esame rapido, sintetico della Relazione Ravà abbiamo visto
che le condizioni delle nostre scuole sono deplorevoli e perciò biso-
gnose di radicali provvedimenti, i quali richiedono milioni e milioni.
Ma questi milioni non ci possono venire da un povero, semplice
aumento del bilancio della pubblica istruzione, né da alcuno di quei
mezzi, come la tassa sulle vincite al lotto, che sembrano escogitati
a bella posta per demoralizzare ancor più il concetto e la funzione
della scuola nella coscienza delle moltitudini.
Il problema finanziario della scuola è vasto e complesso e non
può essere risolto con le mezze misure, ma con una riforma larga e
positiva scatente dalle condizioni stesse della vita odierna del Paese
e dall'esperienza delle altre Nazioni. E tale risoluzione ci si impone
464 l'istruzione popolare in italia
oggi tanto più urgente, in quanto lo stesso ministro dell'istruzione
pubblica, on. Nasi, d'accordo in ciò con l'on. Gallo, non pare con-
trario ad una tassa scolastica.
Per ine - lo dico subito - la tassa scolastica diretta è una imposta
antidemocratica nella forma e nella sostanza, contrastante con lo
spirito nuovo dei tempi, la quale non potrà che favorire le scuole
private confessionali, inceppando la formazione e lo sviluppo della
coscienza scolastica, ritardando la marcia nobilmente ascendente delle
classi popolari. La tassa scolastica a me sembra contraddire ad una
delle più belle conquiste della civiltà nel campo del diritto pubblico,
ad una delle conquiste più geniali che la nostra borghesia, precor-
rendo i tempi e gli avvenimenti, seppe compiere quando, forse, non
era ancor presente a tutti il valore e il vantaggio della cultura nazio-
nale largamente diffusa ; imperocché, se la maggiore diffusione della
cultura è un vantaggio collettivo, non può essere equa la tassa scola-
stica imposta sulla elementarità dell'istruzione, vale a dire sulla cul-
tura del popolo, dalla quale, in gran parte, dipende la prosperità del
Paese. E poi, potrà la tassa scolastica, anche la più gravosa, fornire
alla scuola tutti quei larghi mezzi di cui ha tanto bisogno? E non è
almeno illogico proclamare l'obbligatorietà della prima istruzione e la
necessità moderna d'una maggiore cultura, nello stesso tempo che si
pensa a tassare anche l'abbici "?
A me pare importante richiamare all'attenzione nostra che il fatto
della istruzione ])rimaria, considerato nella sua vera essenza e nel posto
che occupa accanto a tutti gli altri fatti della complessa vita del Paese,
non è fatto di spettanza dell'individuo, si bene della collettività. La
scuola popolare non impartisce un sapere che renda possibile la su-
bita acquisizione di speciali abilità utili; ma dà una cultura, che, nel
suo complesso, non avvantaggia più l'individuo che la convivenza
sociale nelle manifestazioni varie del lavoro e del costume.
La nostra legge elettorale, che, in gran parte, caratterizza la costi-
tuzione dello Stato italiano, è - secondo l'espressione dell'on. Sacchi -
una legge eminentemente degna di un popolo civile, perchè essa
attribuisce il diritto di voto, che è quanto dire di partecipazione al
governo della cosa pul)blica. ad ogni cittadino fornito di minima
cultura, cioè licenziato del corso elementare obbligatorio. Da ciò si
vede come la scuola debba diventare il \nù alto ufficio dello Stato de-
mocratico, il quale in essa trova uno dei mezzi più efficaci di con-
servazione e di sviluppo. E pertanto, ecco la necessità imprescindi-
bile - poiché si tratta della vita della nostra Costituzione - che la prima
v,i,'jdtura sia possibile a tutti nelle scuole dello Stato, senza inceppi di
sorte, ji. Così che Y obbligo, oltreché da un fatto sociale, discende anche
da un sfatto politico, il cui peso, nella questione della tassa, è di non
poca imi '^lortanza, lasciando in linea affatto secondaria le ragioni che,
a questo l';)roposito, lo Scialoia metteva avanti- è bene notarlo -circa
vent'anni fa-, quando cioè l'attuale legge elettorale non era stata an-
cora votata.
Ma v'è di \ più. Contro l'applicazione della tassa scolastica diretta
stanno pure le t*: condizioni storiche del nostro Paese. Il quale, risorto
e ricomposto ad Sanità dopo tanl' anni di servaggio che un potente al-
leato trovò nella ° ignoranza delle moltitudini a ciò mantenuta, sente
l/lSTRUZIONE POPOLARE ]N ITALIA 4tì5
il bisogno che le sue masse non siano, comunque, allontanate o di-
stolte dalla scuola. E nessuno vorrà certo negare che. in alcuni paesi
specialmente, nei più poveri paesi delle nostre piìi povere provincie,
qualsiasi ostacolo di natura didattica o amministrativa o fiscale com-
pirà quell'opera perniciosa che. invece, noi dovremmo scongiurare
con tutte le nostre forze. Rileva opportunamente Giovanni Vidari che
la cultura ha, oggi, a un dipresso « quella funzione sociale che, nelle
età trascorse, aveva l'esercizio delle armi. Questo era il fondamento
su cui e per cui s'era costituito il reggimento aristocratico, e tanto
più forte e potente era lo Stato in cui più sviluppato e meglio edu-
cato fosse lo spirito militare: quella, e in genere la libera esplica-
zione del pensiero, è il fondamento per cui si sono, nel processo sto-
rico, costituite le nazioni democratiche, ed è la forma che sempre
meglio si rivela accomodata al progresso civile e il campo in cui de-
gnamente possono gareggiare i popoli ».
Ma più che all'educazione maschile la tassa scolastica riuscirebbe
dannosa all'educazione femminile, le cui deficienze tutti conoscono.
In Italia, come altrove, s'è sentito, finalmente, il bisogno di rin-
novare, fortificare, slargare l'orizzonte dell'educazione della donna
che le condizioni della vita moderna, del lavoro e della economia
sociale han chiamato ad importanti uffici. Si è capito che il cammino
del Paese, per le nuove vie, verso un nuovo ideale di progresso, non
si può compiere senza il concorso intelligente ed attivo della donna.
K ci si è persuasi che male provvede al suo avvenire quel popolo che
trascura l'educazione delle fanciulle, lasciando loro preferire quelle
scuole nelle quali, per evidenti ragioni di ideali e di costituzione,
non possono essere preparate alla vita così compiutamente com'è ne-
cessario. Perciò qualche cosa si è fatto, ma il più resta da fare.
Ora è lecito domandare se la tassa scolastica si può considerare
come uno dei mezzi adatti allo scopo.
Nel 1897-98, mentre nel corso inferiore delle scuole pubbliche
erano iscritte l,0i21,991 fanciulle, nel corso superiore erano soltanto
t)4,149, delle quali ben 17 mila non si presentarono agli esami. Ancora
nel 1897-98, su circa 94 mila alunni frequentanti le scuole serali e
festive di complemento e per gli adulti, appena ':>5 mila erano fem-
mine. Di più: su i2854 scuole e istituti privati qiicisi duemila eran
femminili frequentati da 116.110 alunne contro poco più di 50 mila fan-
ciulli delle scuole maschili, senza contare che i frequentanti del corso
superioie furono quasi 116 mila, mentre le frequentanti appena '-Ih mila.
Ora. queste cifre ci autorizzano ad affermare che l'educazione fem-
minile, da noi, ha bisogno d'essere meglio sviluppata e più diffusa,
al qual intento non può, evidentemente, contribuire la tassa scola-
stica. La quale farà sì che prosperino sempre più le scuole tenute da
religiosi e che il numero delle fanciulle che abbandonano la scuola
dopo il corso obbligatorio aumenti con un crescendo poco confortante.
La questione, dunque, è grave: tanto più grave se pensiamo a
questa coincidenza curiosa che contiene una grande incoerenza: - mentre
comincia ora ad avere eff'etto la legge sul lavoro dei fanciulli per cui
questi non possono essere adibiti ai lavori prima dei 12 anni, e, perciò,
ragionevolmente, si reclama che la durata dell'obbligo scolastico sia
protratta di qualche anno, conferendo così alla scuola pubblica na-
zionale un nuovo carattere di utilità sociale, - ora si vorrebbe im-
liorre la tassa scolastica che il concetto dell'istruzione e dell' educa-
3Q VoLCVI, Serie IV - 1° agcsto 1903.
4()(') l'istruzione popolare LV 1TALL\
zinne date dalla scuola per il Paese rimpicciolisce e avvilisce... nella
marca da bollo.
E questo dopo che il Bollettino del Ministero d'agricoltura indu-
stria e commercio ha pubblicato delle cifre che ci riempiono l'anima
di dolore, di sconforto e anche di vergogna. Dall'ultimo censimento
è risultato che soltanto il 51 5 per cento degli italiani d'età superiore
ai 6 anni sa leggere e scrivere: per cui il 4cS.5 per cento è analfabeta:
tredici milioni di nostri connazionali non sanno fare il proprio nome,
offrendo, così, lo spettacolo invero poco consolante di un enorme squi-
lil)iio fra ie leggi, il Governo del paese e lo stato intellettuale di gran
parte del suo popolo. Poiché è appunto fra costoro - non bisogna di-
menticarlo - che si devono contare quegli emigranti clie, sul mercato
mondiale della mano d'opera, fauno ai loro compagni una incivile
e rovinosa concorrenza; è da costoro che escono i violenti, i pazzi che
ascrivono a colpa dell'individuo ciò che, invece, è dei sistemi; è contro
(!Ostoro che la Confederazione Australiana, la Colonia del Capo di
Buona Speranza e la Columbia inglese hanno votato le leggi restrittive
dell'immigrazione - con quanto vantaggio dell'economia, della pace e
dell'onore del Paese ognuno può da sé considerare.
È vero: si dice che la tassa scolastica, di lire ì'^2 per ogni alunno
del corso inferiore e di lire 20 per ogni allievo del corso superiore,
non toccherà i fanciulli di famiglia povera, ma qui - a parte la que-
stione di principio - non è male tener presente che, per la massima
parte, andrà a colpire i figli di quella piccola e media borghesia che
è, al dire del Carducci, considerata nel processo storico il vivaio delle
forze d'una nazione, onde vengono e han da venire nei mutamenti
ideali non che sociali le attività nuove del pensiero.
11 grido incessante che, oggi, ci assorda d'intorno è: ìion mettete
jìiìt tasse, e i progetti di sgi'avi - sintomo eloquente - si succedono
gli uni agli altri, discussi C(m vivacità e con assiduità. L'on. Mag-
giorino Ferraris inibblicava, or non è molto, su questa stessa Antologia,
un lungo scritto intitolato precisamente: Popolo smìuito: diminuiamo
le tasse! E un sincero amico del nostro Paese, il Bolton King - l'au-
torevole storico della Unità italiana, l'autore, insieme coll'Okey. d'un
apprezzatissimo libro suir//a//« d'oggi e della migliore biogratìa di
Giuseppe Mazzini - ha testé pubblicato nel Joiinial of the Rogai stafis-
tical Society una lettera sull'Italia contemporanea, nella quale è detta
enorme ed eccessiva la quantità delle imposte gravanti sui poveri.
Da una delle tabelle del King si apprende che ben 20 milioni di lire
sterline su un totale di 50 milioni vengono a cadere sulle classi meno
abbienti: fatto grave questo che viene meglio illuminato dal seguente
confronto del VVolff: mentre una famiglia operaia inglese paga in media,
per imposte, solo il 6 per cento delle sue entrate, si può calcolare che
una famiglia italiana paga il 23 per cento!
La base finanziaria della scuola popolare dev'essere qualche cosa
di ben diverso dalla tassa, poicliè per essa non si conferirebbe al-
l'istituto scolastico quella sua particolare individualità economica nel-
l'azienda dei nostri tributi, che il De Dominicis giustamente consi-
dera condizione essenziale a rendere la scuola un potente organo della
vita sociale.
l'istruzione popolare IX ITALIA 46/
Che si può dunque fare? Contrario a qualunque imposizione diretta,
io penso elle il modo migliore e piii sbrigativo di risolvere il grande
problema sia quello di consolidare il bilancio della pubblica istruzione
in una cifra ben maggiore dell'attuale con una più equa e più ra-
zionale distribuzione dei tributi del Paese fra i vari bilanci dello Stato.
Poiché non si può a meno di non considerare il fatto, che degli SUO
milioni, destinati alle spese vive della Nazione, più della metà figurano,
invariabilmente, per le sole spese militari, mentre col resto si deve
pensare a tutti gli altri servizi civili: istruzione, lavori pubblici, agri-
coltura, industria e commercio, amministrazione della giustizia, sicu-
rezza pubblica, amministrazione finanziaria, marina mercantile, ecc.
Oh! vediamo che mai più nessuno ci possa ripetere questo rim-
]irovero, forse troppo severo ed esagerato ma non del tutto immeritato,
•dei signori Bolton Khig e Okey: « L'istruzione è il capitolo più triste
della storia sociale italiana, un capitolo di penosa avanzata, d'indif-
ferenza nazionale a un Ijisogno primario, di un ritardo presente che
dà all'Italia, dopo il Portogallo, il triste primato dell'analfabetismo
nell'Europa occidentale ».
Ma, da buoni positivisti, noi non ci cristallizziamo nelle formule,
e se proprio il consolidamento che vagheggiamo non è ora possibile,
pensiamo che, data la gravità e l'urgenza del problema importantis-
simo, ad altri modi di soluzione dobbiamo fendere l'occhio. E a me
pare che due altre vie ci siano aperte: o spezzare le tradizioni del
passato interessando lo Stato alla sola istruzione popolare e lasciando
l'istruzione superiore e media alla libera concorrenza : o far poggiare
la scuola su un proprio vigoroso organismo economico. Nel primo
«a.so si darebbe piena ragione ai deliberati della Rivoluzione Francese e
al noto ragionamento di Talleyrand : e nel secondo si cambierebbe il
principio della gratuità assoluta in quest'altro: la scuola non dev'essere
gratuita se non a chi non può pagarla. Orbene, scartando la prima
via che, non ostante la sua apparente semplicità, sconvolgerebbe tutto
il nostro ordinamento scolastico, mi pare che, non potendosi conservare
la gratuità assoluta, il mezzo miglioi-e di rendere davvero la scuola un
organismo vivente, quale s'incontra nell'evoluzione storica dei popoli
civili, sia la costituzione del diritto finanziario scolastico con uno spe-
ciale contributo che già trovereblte un punto di partenza nella vecchia
legge Casati. L'art. 345 di questa legge dice, infatti, che nelle spese
per l'istruzione debbono concorrere anche gli abitanti agiati.
È di per sé evidente che la cultura necessaria alla società in un
dato periodo del suo svolgimento dev'essere data con mezzi sommini-
strati dalle famiglie, dai Clomuni. dallo Stato, da tutti gli enti sociali,
poiché l'utilità dell'istruzione e dell'educazione scolastica é utilità
pubblica generale. Cosi che a contribuire per la scuola si potrebbero
chiamare, sotto un certo aspetto, anche le classi meno abbienti, quo-
tando i Monti di pietà, le Congregazioni di carità e le altre istituzioni
congeneri che il patrimonio inalienabile del povero spesso ammini-
strano in modo assai problematico; o promovendo, per disposizione
legislativa, la opportuna conversione di molti lasciti che. già, più non
rispondono alle tavole di fondazione, alla volontà dei testatori.
Nel 1878, la scuola, negli Stati Uniti d'America, pos.sedeva 150
milioni di acri di terreno; e oggi in alcuni Stati della Federazione vi
ha uno speciale contributo proporzionato al numero degli obbligati
all'istruzione e gravante sulla proprietà fondiaria. In altri Stati vi sono
468 l'istruzione popolare in italia
tasse sagli alcools e sulle farine, una percentuale sui t'ondi pubblici,
e contributi messi dalle contee e dai distretti scolastici, i quali
hanno altresì la facoltà di imporre nuove tasse per aprire nuove scuole
(A. Labriola). Con le ultime riforme scolastiche popolari l'Inghilterra,
che pure dà alle scuole, a titolo di sussidio, più di 100 milioni all'anno,
ha saputo accumulare alla loro l)ase una quantità di risorse econo-
miche, e, oltre a ciò, ha conferito ai Board scliools la facoltà di fis-
sare speciali contributi. Nel Belgio lo Stato obbliga il Comune a tener
aperte tante scuole quante sono richieste dai bisogni della popolazione:
ma in compenso il Comune riceve sussidi dallo Stato stesso, dalla
Provincia, e può anche servirsi delle scuole private, di fondazione o di
Congregazioni di carità. In Francia non abbiamo speciali contribu-
zioni, ma lo Stato si interessa sopratutto alla istruzione primaria, per
la quale, come s'è visto, spende quasi iióO milioni, di cui solo 00 sono
a carico dei Comuni. In Olanda la scuola può essere tenuta dai pri-
vati, dal Comune e dallo Stato, il quale paga il 33 per cento delle
spese, lasciando facoltativo il contributo scolastico. Nella maggior
parte delle città della Prussia e in molte altre parti della Germania,,
ove essa ha tuttavia delle forti tradizioni storiche, la scuola può con-
tare su tasse speciali, su fondi dei Comuni e sussidi dello Stato, su
prestazioni delle terre esenti, su fondazioni, patronali, ecc.
Ora noi abbiamo visto, per sommi capi, come là ove l'istruzione
è meglio sviluppata, la scuola abbia proprie risorse aventi molto
spesso una base economica che si estende su ogni forma di proprietà
e di produzione. Per cui non ha torto il De Dominicis di affermare che,
senza molteplici relazioni coi tributi di un jiaese, « la scuola non può
avere larga vita morale e rispondere al suo fine, perchè non ha larga
vita materiale. Anche nella vita scolastica il fatto economico è il primo
fatto, il primo vero ».
Ma, dato che ci siamo obbligati, quale forma di contribuzione
dobbiamo noi adottare? Qual è la forma di contribuzione meglio rispou-
dente alle condizioni del nostro Paese e del nostro istituto scolastico"?
La forma del contributo scolastico non può, logicamente, non es-
sere una sola, e la sua misura deve variare soltanto a seconda del
reddito degli individui, della potenzialità economica e della funzione
specifica degli enti, delle esigenze particolari del Paese, ecc. ecc. Il con-
tributo scolastico indiretto e proporzionale dovrebbe essere imposto
su tutti i grossi redditi, stipendi, assegni, ecc., sulle Congregazioni
di carità e Opere pie in genere, sulle Camere di commercio, Boi'se,
Camere del lavoro, ecc., sui clubs, sulle società di divertimento,
società sportive, e via dicendo. Di più, la legge dovrebbe jìievedere
e imporre la conversione di quei legati che, per una ragione o per
l'altra, non rispondono e non risponderanno più alle intenzioni dei
testatori.
Come facilmente si vede, queste jiioposte semi)lici e razionali
soddisfano meglio di tante altre che già furono fatte al principio di
una contribuzione scolastica e alle necessità di una attuazione pronta
e profìcua, tanto più profìcua in quanto con essa si verrebbero a rego-
lare e a coordinare tutti quegli assegni che al giorno d'oggi lo Stato e
molti enti sociali danno a speciali scuole. Il contributo scolastico (il
quale, - lo dico qui di sfuggita - oltre che con la gratuità assoluta, si
l'istruzione popolare IX ITALIA 460
potrebbe evitare con la tassa unica progressiva) non esclude il concorso
dei Comuni e dello Stato, e verrebbe riscosso come tutte le altre imposte,
mantenendo però sempre il suo peculiaie cai-attere di risorsa della
scuola.
Ma, evidentemente, questa riforma altre ne impone : cpielle cbe da
lungo tempo si vanno chiedendo invano nell'Amministrazione sco-
lastica e soprattutto il decevtramenfo, il quale, col contributo, diventa
una necessità ineluttabile. C'è bisogno di chi in ogni circoscrizione
amministri direttamente tutta la faccenda scolastica, esplicando l'in-
dirizzo dello Stato supremo moderatore degli studi. Ora questo ammi-
nistratore, per il carattere generale del diritto finanziario della scuola,
non può essere il Comune : ma piuttosto un Consiglio, coadiuvato da
un apposito ufficio e da ispettori, il quale sarebbe composto di membri
scelti dal Governo, dai Municipi, dagli enti sociali, dai cittadini, da-
gl'insegnanti. Questo Consiglio penserebbe all'amministrazione del
patrimonio scolastico e delle scuole: curerebbe l'esecuzione delle leggi,
dei decreti e delle disposizioni ministeriali: promoverebbe la maggiore
diffusione della cultura nella circoscrizione; farebbe proposte al Go-
verno per nuove scuole e nuove disposizioni ; studierebbe insomma,
praticamente, il problema della scuola e lo avvierebbe con ogni mezzo
alla soluzione. Qualcosa di simile a questo Consiglio funziona già
nella Svezia e Norvegia, in Inghilterra, nel Belgio, nella Danimarca,
negli Stati Uniti d'America, ecc.
Cosi, adunque, la riforma sarebbe completa in quanto avremmo
tolto il controsenso pedagogico e scientifico di voler applicare lo
stesso programma di istruzione e adattare gli stessi metodi, gli stessi
•espedienti educativi a tutte le diverse parti d'Italia che, al dire di
Alfredo Niceforo, sociologicamente. « è un vasto mosaico a mille tinte
•e sfumature, è una tavolozza smagliante, ove un pittore esaltato ha
«temperato la gamma dei colori più stridenti e diversi, una di quelle
orgie fantastiche di tonalità che si vedono qualche volta in certi
grandi tramonti, ove scintillano le iridiscenze del rosso, del turchino,
•del violetto accanto all'oro e all'argento delle nubi ».
Or non è molto. Giacomo Novicow ha pubblicato un libro sulla mis-
sione dell'Italia ; libro ch'è un inno d'incoraggiamento, un consiglio
affettuoso d'amico, una lancia spezzata contro il pessimismo e i troppi
facili predicatori della decadenza latina. 11 Novicow ritiene che l' Italia
abbia ancora parecchie abitudini mentali e parecchie virtù vigorose
■e operose che. senza dubbio, contribuiranno a porla assai presto in
grado di dimostrare la superiorità del suo genio scientifico, letterario
e artistico. E la missione che crede competere all'Italia nostra è mis-
sione di pacifica espansione d'uomini e d'idee, di predominio intel-
lettuale e morale, di sostenitrice e di coordinatrice in Europa della
pace e della giustizia internazionale.
Ma per compiere questa gloriosa missione di fronte alle altre Na-
zioni, l'Italia deve anzitutto compierne una grande verso se stessa :
la missione della cultura educativa popolare ciré preparazione ad una
vita più civile mediante l'acquisizione di nuove abilità, di nuove idee,
<li nuovi criteri cavati dal mondo reale, mediante la trasformazione
ili sentimenti e di pensieri in abitudini morali e mentali buone. La
470 i/istrl:zioxe popolare in itaija
missione deiritalia verso se stessa è la formazione della nuova per-
sonalità del popolo mediante una più intima corrispondenza, una più
equa proporzione e adequazione tra la vita pubblica e l'educazione
del Paese : per cui, rifatta nella vita e nella coscienza, possa anche
la patria nostra iniziare la sua feconda evoluzione verso l'avvenire.
Bella e nobile è la missione che il Novicow crede affidata al-
l'Italia dalla civiltà: grati, noi dobbiamo accettare il consiglio e l'au-
gurio; ma i folti e virili piopositi, il lavoro nuovo e fecondo, la nuova
orientazione dello spirito nostro dobbiamo integrare col riordinamento
della scuola, con la istituzione della scuola popolare, con la più larga
diffusione della cultura in mezzo alle classi meno abbienti che, senza
posa, procedono e si elevano, assurgendo a dignità e ad esercizio dì
funzione politica.
Angelo Sicchirollo.
LIBRO CANONICO CINESE SUI BACHI OA SETA
(THSIX-KOUAX-TSAX-CHOr)
In un ai-ticolo pubblicato nella Nuova Atdologia (fascicolo del 16
dicembre 1901) avevamo promesso di aggiungere, come corollario al
tema della Coltivazione dei gelsi nell'Impero cinese, parecchie curiose
norme sull'allevamento del filugello, desunte da numerosi autori ed
in particolar modo dal libro intitolato: Tlisin-komm-tsan-chou (Libro
sui bachi da seta) che ancora oggidì è degnissimo di considerazione
per quanto porti la rispettabile data del 1739. Esso presenta infatti un
riassunto di leggi, tradizioni e nozioni pratiche, riunite in una pode-
rosa opera di 7S libri, divisi in "li^ volumi, compilati per ordine dell'im-
peratore celeste, da letterati, legislatori, poeti ed agronomi insigni,
da scritture remotissime dei tempi di Komtff-tsée (Confucio) e di Meng-
f.seìì, ritenuto quale il piìi dotto tra i fllosotì cinesi seguaci di Con-
fucio nel quinto secolo avanti l'Era Cristiana. Testimonianze poi di
autori cinesi diversi che trattano più o meno direttamente della col-
tura dei gelsi - già ricordati appunto col fascicolo accennato - e del-
l'educazione pratica del fllugello, risalgono ai più antichi tempi, dal
4439 al 976 dell'Era nostra; secondo il P. de Maillac l'allevamento,
diremmo ufficiale, del baco da seta, per opera dell'imperatrice stessa
Si-ling-chi, moglie di Homi g-ti, ii\-ventore dell'industria tessile del boz-
zolo e dell'arte di farne vestimenta preziose, data dall'anno 2602
])rima di Cristo.
Senza preoccuparci della serietà e veridicità di ciueste date, scio-
gliamo la promessa, continuando a parlare del modo col quale, dopo
la coltivazione diligenfissima e razionale delle varie qualità di gelsi,
anche i più eletti personaggi dell'Impero cinese si dedicavano alla
educazione pratica del filugello, che in allora non era soggetto alle
infinite peripezie e malattie parassitarie più tardi sopravvenide. e più
particolarmente allorché gli Europei divennero bachicultori.
Che il delicato lepidottero richiedesse però le più scrupolose cure
Tin dagli inizi della cinese bachicoltura, forse perchè ribelle agli in-
tenti degli allevatori che dovettero disciplinarne l'allevamento, stu-
diandono le molteplici fasi, le complicate trasformazioni ed esigenze,
lo si apprende dal Libro dei bachi, ove si insegna ragguagliata mente
il modo di costrurre le abitazioni silenziose, non polverose, fresche,
aerate, non umide del bombice ; la necessità di tenerlo lontano da
letamai e da locali immondi, non esposti ai cocenti raggi del sole.
472 IL LIBRO CAXON'ICO CLVESE SII lìACHl DA SETA
alle variazioni frequenti di temperatura. Appena nati, i bachi abbi-
sognano di un grande calore, - così scrive Non-Sang-Thsiouen-Choit.
ricordato nella pregiata opera del Julien, e nelle note del Bonafous:
l'aria è ancora fredda nella prima età del filugello e solo dopo la terza
gioventù {terza muta) i bachi amano il fresco non esagerato, la luce
non soverchia, il cibo abbondante e sempre rinnovato, altrimenti ca-
dono ammalati ed il raccolto dei bozzoli è perduto. « Conviene pone
tutfintorno alla bigattiera, ad ogni finestra, delle stuoje che si pos-
sano rotolare e distendere quanto occorra. \el mezzo della camera,
ove si tengono i bachi, si accende (dice lA.) un fuoco sotterraneo,
una specie di calorifero ».
Se i bachi abbisognano di calore e l'aria esterna sia fredda, si
abbassano le stuoje delle finestre e si manda calore nella bigattiera...
Se facesse un freddo rigido, si accende fuori dell'abitazione della bo-
vina disseccata, e quando è tutta accesa e non dà più fumo, si col-
loca ai quattro angoli della camera ove si allevano i filugelli.
E qui FA. prosegue con minuti ragguagli che sarebbe cosa
prolissa liprodurre, indicando come l'allevatore debba avere i più de-
licati riguardi per il prezioso bombice, evitando sovratutto i funesti
sbalzi di temperatura, per causa dei quali diventano i bachi giallicci
e tlaccidi. e muoiono in grande t[uantit;i.
Nei libri cinesi si trovano spesse volte accennate diverse qualità
di filugelli, il che ha prodotto da principio non poca confusione negli
studiosi europei e molta incredulità in generale sulle vantate mera-
viglie dell'arte bacologica di quei Paesi. Ma i botanici e gli ento-
mologi hanno saputo porre in evidenza come realmente esistano le
tre varietà di filugelli utili all'agricoltore, indicate dal dizionario ci-
nese Eni ìja, e cioè: il Sciang, ossia il Bomhyx mori, baco da seta che
si nutre del gelso domestico; lo Tdieou-iu, che si nutre di foglie di
giuggioli e di altre d'un albero chiamato ìioa e loiiair. ed infine YHatig.
che si ciba di foglie del sino.
I naturalisti poi ci parlano del Bomhyx militta (Fab.) che vive
sul ricino, pianta arborescente nel Bengala e altrove, e del Bomhyx
cyntlìia (Fab.l, baco selvatico come il precedente, forse assai affine
a quello del Madagascar che vive in società, e ad altri che si nutrono
di foglie di frassino, di quercia, ecc.
La grande cura che i Cinesi ebbero sempre per i bachi da seta del
gelso, così rigoglio.samente produttivo d'ottimo e rinnovellato fogliame
fece sì che in alcuni distretti si coltivarono otto varietà di bachi, cui
si impose un nome si^eciale, secondo i mesi in cui preparavano il
bozzolo: Haìig-tchiiì-tsan, in aprile; Tché-tsan, in maggio: Hang-
tsan, in principio di giugno; Ai-fchin-tsan, jn fine di giugno (i più
pregevoli); Ai-tsan. in luglio; Han-tcJiin-fsan, in agosto; Ssè-tdioa-
tsaii. in ottobre: Haii-tsuìi. in novembre. Né qui si arrestano i libri
cinesi nella enumerazione di varietà di bachi, salendo fino a tredici.
Il Bonafous ed il Cera affermavano ai tempi loro che la facoltà
di riprodursi perfino tre volte in un anno era cosa da essi ricono-
sciuta in alcune particolari razze di bachi da seta. Naturalmente pel-
le nostre regioni tutto ciò si ridurrebbe ad esperimenti da gabinetto
IL LIBRO CANONICO CINESE SLI BACHI DA SETA 473
e non ad allevamento su vasta scala a scopo industriale, e con risul-
tali rimunerativi.
È poi degnissimo di nota l'uso che i Cinesi, imitati in seguito dai
Giapponesi, fanno della carta, da essi con la ben nota abilità prepa-
rata, acciocché le femmine del baco possano deporre il proprio seme.
Con tale spediente non vengono gli ovoli esposti ad una disuguale
temperatura, come avviene ammassandoli in sacchetti di tela : e la pic-
cola larva esce più agevolmente dal guscio, trovando un sostegno
sulla carta stessa ove la femmina lasciò col seme un pò" del glutine
suo. Questo metodo parve da principio al Bonafous poco conveniente
per la difficoltà di riconoscere la quantità esatta del seme da distri-
buire agli allevatori. Ma ben presto rillustre bacologo ebbe campo di
cliiarire come i Cinesi non errassero, pesando e prima e dopo il car-
tone sul quale il filugello deponeva gli ovoli, e cosi ne ricavassero la
quantità voluta con un calcolo elementare.
Dall'osservazione di quanto i Cinesi operavano per la conservazione
della semente in iscatole di bamhon esposte a tutte le variazioni di
temperatura, si può argomentare agevolmente che anche in tempi
remoti il filugello in quel paese contraeva speciali malattie prodotte
dal repentino passaggio dal freddo al caldo della semente, e peggio,
del bacolino appena nato.
I bachi della semente colpita da malanno hanno un aspetto gial-
lognolo e si possono paragonare, scrive Homig-Sing-Tseng, ad un
fanciullo che abbia contratto una malattia nel grembo materno. Non
vale la pena di allevare tali bacherozzoli. Per conservare sana la se-
mente di bachi, aggiunge l'Autore cinese, preludendo al sistema razio-
nale odierno dell'ibernazione, si stendono i fogli di cartone sovra canne
o tavole di hamhoii, facendo in modo che non siano esposte né al
vento, né al sole. Inoltre si coprono con una stoffa leggiera di seta
per evitare che farfalle ed insetti del cotone ne facciano scempio.
Si attende che la neve cada copiosamente e si stendono in mezzo
ad essa i fogli di cartone coperti di seme, ritirandoli dopo un giorno
per distenderli nuovamente sulle tavole di hambou.
Ed ora vediamo con quale premuiosa cura il Libro dei bachi da
seta spiega agli allevatori del filugello il modo di nutrire il prezioso
insetto durante le quattro mute (tre sole pei bachi autunnali).
Si distinguono, dice il libro in discorso, quattro speciali e brillanti
colori o tinte naturali nei bachi da seta: una candidezza lucida, ed in
tal caso richieggono una nutrizione moderata: un turchino lucido, ed
in tal caso vogliono abbondante nutrizione: una tinta oscura, pelle
grinzosa, ed é segno questo che sono stati nutriti insufficientemente:
una tinta gialla, lucida, ed in tal caso diminuiscasi a poco a poco la
nutrizione. Ogniqualvolta si dà il cibo al filugello, si alzino le stuoie
delle finestre, e piena luce inondi la bigattiera, perché i bachi appeti-
scono più facilmente la foglia fresca e lucente e ne traggono maggior
profìtto che non all'oscuro. Oltre la foglia di gelso si dia ai bachi la
foglia di tché (specie di gelsi nani, selvatici, che non si trovano in
Europa) e non si lasci mancai'e l'aria nei locali ove sono allevati.
474 II, I.IIìRO CAXOXICO CINESE SUI BACHI DA SETA
Il nono giorno, dice il libro cinese, essi cessano di cibarsi per
"ìi- ore, ed è questo il primo sonno e il tempo della ])rima muta perchè
cambiano la pelle: altri sette giorni debbono poi trascoirere prima
che avvenga la seconda muta: sette jiarimenti per la terza e cinque
per l'ultima che è il ta-mieiì, il gran sonno. Dopo tre giorni di copiosa
nutrizione si apprestano a prepararsi il bozzolo.
Non ripetiamo qui tutto quanto con scrupolosa precisione i diversi
libri scientitici e sacri dei cinesi antichi scrivono riguardo alle cure
delicatissime che si debbono avere per i filugelli quando stanno per
salire al bosco: ne facemmo cenno altra volta, ammirando quei i)er-
fetti baciiicultori, i cui insegnamenti ancora oggidì, dopo centinaia di
anni, appaiono indiscutibilmente degni di plauso.
Solo ci tratterremo ancora sovra un consiglio che il Libro dei bachi
dà agli allevatori e si direbbe fruito di cognizioni scientifiche moderne,
preludendo a quanto oggidì si suol fare dopo le recenti scoperte della
chimica e della microscopia, per combattere là morìa improvvisa dei
filugelli e tener lontane, con speciali sistemi di prevenzione e di disin-
fezione, le malattie parassitarie del baco da seta, alcune delle quali
tuttora non chiaramente spiegate.
Ogniqualvolta, dice il precitato libro, si è dato il cibo al baco, è
necessario fare una attenta visita ai graticci per assicurarsi che la
foglia è stata ripartita in giusta misura. Se il tempo è piovoso ed
oscuro, se l'aria è fredda all'esterno, prima di distribuire la foglia si
accendano rami secchi di gelsi e paglia di riso e con tal guisa si proemi
di dissipare il freddo e l'umidità che danno grave disturbo al baco.
1)01)0 il terzo sonno si distribuisca sui bachi farina di riso, pre-
ventivamente cotto e ridotto in polvere, e farina di piselli seccati
prima al sole e poscia macinati. Questa polvere o farina rinfresca i
bachi da seta e dissipa il calore interno ch'essi provano in tal punto
pericoloso della loro crescenza; la seta che produrranno i filugelli così
trattati riuscirà assai piìi lucente e robusta...
A questo proposito è doveroso ricordare e rendere omaggio ad un
nostro concittadino benemerito che rese il suo nome illustre anche
nella vicina Francia, vogliamo dire il cav. Matteo Bonafous, che nel 1837
divulgava i precetti bacologici cinesi desunti dai libri che la Biblioteca
di Parigi gelosamente conserva. Il Bonafous, botanico e bachicultore
insigne, volle mettere alla prova quanto è asserito nel Libro dei baciti,
di cui ci occupammo, e, come esso lasciò scritto, presentò ai filugelli
sottoposti all'esperimento finissima farina di riso, che l'insetto rifiutò,
preferendo morire anziché cibarsene. Ripetè la prova seguendo il con-
siglio del bacologo cinese, offerendo la farina sparsa sulla foglia del
gelso con uno staccio di seta, ed i bachi avidamente se ne cibarono
colla foglia, anche dopo la terza mata, salendo al bosco cogli altri
non nutriti di farina e producendo in verità un bozzolo più denso, piìi
robusto e di tinta |)iìi brillante. Altrettanto il chiarissimo dott. Bonafous
ottenne con farina di frumento e con fecola di patate.
Sarebbe opportuno che i bachicultori odierni esperimentassero tale
trattamento, utile maggiormente in annate di foglia di gelso deficiente
come questa del 1903 per gli sbalzi di temperatura e le gelate avve-
nute dal 17 aprile in poi.
G. l. Armandi.
IL NUOVO D18EGN0 DI LEGGE
SULLE DERIYAZIOXI D'ACQUE PUBBLICHE
Non Iian mai riposo
L'aeque...
F. Pastonchi. Can^oìie.
Il poeta, meglio ancora del giurista, ha colpito la precipua carat-
teristica delle accfue correnti. L'onda succede all'onda con assidua
vece: da alpestri inaccessibili balze precipita al piano o scompare in
paurose voragini, sgorga dal suolo desiosa di luce, corre veloce per
ampio letto, s'indugia in amene plaghe: stanca, ma non doma, si
raccoglie infine nell'oceano, ove un nuovo destino l'agita con le ine-
sorabili sue leggi.
Fugge il tempo e con esso fuggono le acque, quasi loro tardi di
spargere ovunque i benefici loro e d'offrire prontamente l'elemento
indispensabile alla vita.
Ma nell'obbedire alla destinazione imposta da natura, non dimen-
ticano i capricci e le cieche ire. Ribellandosi talora precipitano ruinose,
abbattono, devastano, recando desolazione e morte. E se un ostacolo
si frappone e resiste, corrucciate impigriscono nelle invase campagne,
ammorliando l'aria con triste malsania. L' uomo dapprima si ritrae
sgomento dinanzi a tanti orrori, ma con lo svolgersi dello spirito d'as-
sociazione e col progredire della civiltà prende coscienza della possanza
sua e coraggiosamente accetta la lotta temeraria.
Gigantesche dighe difendono ormai le terre dai subiti furori e co-
stringono le acque ribelli negli ampliati alvei. Il genio dell' uomo detta
ad esse la sua legge : il corso loro or fi-ena moderandone gì' impeti,
ora accelera e volge per nuovi lidi: sino nel mare persegue l'onda
fuggente. Se disastri avvengono è pronto al rimedio e le terre con-
quistate arditamente riconquista. Né più s'accontenta della sola difesa
e degli usi primi offerti da natura. Le acque assoggettate vuole fattrici
di civiltà, ed ora le adduce a spargere su basse zone ricca copia
d'elementi fertilizzanti, ora le costringe a dar vita a molini ed opifici
con l'azione diretta del loro peso sui motori. Reso temerario dai trionfi,
rapisce infine alle acque correnti la stessa cieca energia onde vanna
superbe e trasformandola l'asserve, guidandola lungi domata e schiava.
Nella lotta titanica soccorre la legge, sia imponendo alla collet-
tività d'eseguire gli arditi disegni e le vaste imprese che talvolta il
476 IL NUOVO DISEGNO DI LEGGE
genio di un individuo ha concepito, sia associando forze converf^rent i
ad unico fine, sia integrando l'attività del singolo. Ma nel disciplinare
così le varie azioni e armonizzarne lo sviluppo, la legge deve rispon-
dere alle condizioni del momento e favorire ogni possibile progi-esso.
Adempie a ciò la vigente nostra legislazione sulle acque"?
All'epoca della codificazione la funzione dei corsi d'acqua in Italia
appariva già legata a vitali interessi pubblici. In mancanza d'una
rete ferroviaria e stradale completa servivano essi largamente alla
fluitazione e alla navigazione interna resa più attiva dalla natura dei
commerci ; la vastità di plaghe malsane spingeva ad adibire le torbide
per le colmate naturali ; inteso era il bisogno d'infrenare le forze sel-
vagge delle iiruenti piene.
Né mancavano rapporti con l'economia privata per gli usi agri-
coli e industriali. Ma essendosi lungi ancora dal vedere in essi un
pubblico interesse, si consideravano quali usi minori. Così l'entità
del danno temuto o del vantaggio conseguibile serviva di base alla
distinzione fondamentale dei corsi in maggiori e minori. 1 primi ve-
nivano senz'altro dichiarati demaniali, e sottratti alla disponibilità
privata, consentendosi usi singoli subordinatamente agl'interessi del
regime idraulico ed a quelli della navigazione ritenuti sempre preva-
lenti. I secondi si lasciavano invece all'utilizzazione privata. Ma ad
essa non rispondeva la disponibilità piena individua, potendo da opere
inconsultamente fatte nell'alveo e nelle sponde derivare danno al re-
gime ich'aulico. come da mi uso effrenato venire ostacolo all'altrui
uso con pregiudizio dell'industria e dell'agricoltura. Sorgeva cosi da
un lato il concetto di una tutela suprema dello Stato sugli stessi corsi
minori e dall'altra quello d'un potere regolamentare affidato al giudice
nelle private controversie.
Ma lo stato di fatto è venuto col tempo modificandosi.
Il largo sviluppo di strade ordinai ie e di ferrovie non coordinate
alle comunicazioni fluviali, i seguiti allacciamenti delle stazioni coi
porti marittimi, le esigenze della difesa idraulica e talora quelle anche
dell'estetica, dell'igiene e della viabilità attraverso tronchi acquei url)ani.
l'assenza di acconce opere e d'idonee imprese, la natura e l'indirizzo
stesso dei commerci sono cause tutte che hanno contribuito alla rapida
decadenza della navigazione interna.
È da augurarsi che a farla rivivere senza sacrifici inadeguati allo
scopo giungano gli studi e le cure ad essa rivolti. Ma pure tornata
in onore, norme ben diverse dalle attuali occorrerebbero, dovendosi
per necessità di cose limitarla a taluni corsi soltanto, coordinandola
alle altre vie di comunicazione, ai mutati mezzi di trazione, alla natui'a
dei prodotti trasportabili, alla distribuzione stessa dei centri agricoli e
industiiali in rapporto ai mercati interni ed esteri. Appare quindi
sempre l'insutticienza della legge e vessatorio il ]iredominio ch'essa
accorda alla navigabilità jier un'intera categoria di corsi d'acqua, anche
se di fatto innavigabili.
Perduta ha pure ogni importanza la fluitazione, scarsamente eser-
citata, e ritenuta spesso negli effetti suoi dannosa più che benefica.
Accresciute invece sono le esigenze della difesa idraulica e acci-e-
sciute quelle dei bonificamenti per la nuova funzione attribuita allo
SULLE DERIVAZIONI D ACQUE PUBBLICHE 4//
Stato. Delle une e delle altre tengono conto recenti leggi, ma di esse
non è il caso di qui discorrere, pur rilevandosi la tendenza a novella
rielaborazione.
Non meno profondi e radicali mutamenti si sono verificati, e tuttora
accennano a verificarsi, nel campo lasciato già all'azione individuale.
Il trionfo della meccanica e le poderose applicazioni del vapore por-
tarono fiero colpo alle piccole industrie nostrane alimentate dalla forza
idraulica. Costrette ad utilizzare le cadute sopraluogo, e quindi spesso
fra alpestri dirupi, lungi da centri abitati e da rapidi mezzi di comu-
nicazione, non potevano reggere alla concorrenza delle forze termiche
e della grande industria. Se a poche, favorite da speciali condizioni, fu
possibile resistere ancora, le altre tutte caddero ])er non più risorgere,
o trasformarono i loro impianti, mentre le nuove si stabilivano a
modello di quelle estere cercando rivaleggiare con esse.
Cosi l'Italia, sfornita di giacimenti carboniferi d'ottima potenza
calorifica, trovavasi in condizioni d'inferiorità, pur essendo ricchis-
sima di forze idriche lasciate in triste abbandono.
Ad un maggiore uso delle acque tendeva invece l'agricoltura che,
per riparare ai danni cominciati a verificarsi con la tariffa doganale
del 1878, associavasi in alcune regioni l'industria del bestiame lattifero,
richiedente praterie fecondate da copiose irrigazioni.
A seguire tale tendenza e nella lusinga di dare impulso nuovo
alle industrie facilitando le concessioni d'acque pubbliche, veniva la
legge del 1884.
Ma se raggiungeva lo scopo nei riguardi agricoli, restava nei jirimi
anni quasi ineseguita in quelli industriali, riuscendo sempre di grave
ostacolo la localizzazione dell'uso.
Nel 1881 eransi invero presentati nell'esposizione internazionale
di Parigi esperimenti pratici per trasmettere a distanza l'energia idro-
elettrica, ma si era lungi ancora dall'applicazione industriale. Il pro-
blema invece può dirsi ora completamente risoluto, ed a ragione il
poeta canta con nuovi accenti la scoperta audace che alle acque bal-
zanti da alte rupi comanda di far correre veicoli per strade lontane,
di dar moto a pesanti macchine, d'illuminare città, d'animare gran-
diosi opifici. La scoperta è tale da assegnare ormai all'utilizzazione
industriale delle acque e persino a quella agricola un nuovo grandioso
compito che, eccedendo la sfei-a d'azione del singolo, interessa tutta
l'economia nazionale.
Ma come si giustifica ancora l'antica distinzione dei corsi in mag-
giori e minori, quando del nuovo maggior uso può essere suscettivo,
e talora anche meglio, un corso minore provvisto di cadute o facilmente
dotabile di salti artificiali"? E come possono rilasciarsi all'esclusiva
utilizzazione privata tali corsi, ammettendo persino die il proprietario
di pochi metri quadrati di terra costeggiante una caduta possa derivare
la forza, trasformarla e negoziarla a suo talento, o peggio ancora im-
pedirne ai non frontisti ogni utilizzazione"?
Né ])iù atte od opportune riescono le norme della legge del 1884
che, nep])ui- lontanamente intuendo la finalità sociale delle concessioni
d'acque pubbliche, tutte le disciplina quale esercizio d'una signoria
dello Stato nell'interesse esclusivo del singolo. L'interesse del singolo-
ha quindi limite negli altrui diritti che, se anche di fatto non esercitati
o di minimo contenuto economico, valgono persino ad impedire lo svol-
478 IL NUOVO DISEGNO 1)1 I.EUC.E
gersi della concessione e ad arrestare l'industria attuata, qualumiue
sia rimportanza sua o rentità del danno arreca bile.
L'incertezza regna sempre nelle concessioni e sarebbe anche mag-
giore per la revocabilità che si vuole insita alla loro stessa natura, se
equità di giudici e prudenza amministrativa non temperassero l'ec-
cessivo rigore.
Trattandosi di largire favori a privati, non s'ha riguardo alcuno
all'interesse da proteggere, e fra pili domande concorrenti decide il
criterio della |)riorità. Nessun riguardo si ha pertanto al modo migliore
d'utilizzazione, come non s'evita lo sperpero, mirandosi solo ad accre-
scere il numero delie derivazioni.
Degl'impianti in comune, resi tanto necessari dal bisogno di di-
minuire le spese di trasformazione dell'energia, la legge del 1884 tace
assolutamente. E insufficiente riesce quella del 1888, pur ispirandosi
alle nuove tendenze. L'esperienza invero ha dimostrato come inefficace
sia nel campo industriale il vieto sistema di premi inadeguati od in-
certi, e come non basti soltanto parlare di consorzi. Riunite le forze
individue occorre invero disciplinarle, e sovratutto occorre garentire
ad ognuno la stabilità dell'uso, regolando i reciproci rapporti.
Né è questa la sola lacuna. Per le recenti applicazioni potendo le
forze idroelettriche avere largo uso nell'esercizio di servizi jnibblici,
una dannosa gara s'è accesa fra i privati e lo Stato. Nella speranza
di futuri lucri mirano i primi ad accaparrarsi le forze più facilmente
utilizzabili: si difende il secondo, riservandosi quelle necessarie non
solo per le attuali ma anche per future esigenze. E come la legge non
impedisce gl'indebiti accaparramenti, cosi non evita il dannoso con-
flitto fra gl'interessi dell'industi-ia e dei servizi pubblici. Ne consegue
che ad opera di privati e dello stesso Stato rimangono inattive (|iiaii-
fità di forze che potreijbei'o essere utilizzate con \antaggio grande
dell'economia nazionale.
Anche per tale paite appare pertanto l'insutticienza della nostra
legislazione sulle acque. Vero è che da persona autorevolissima fu, non
è molto, diversamente affermato: ma l'affermazione nacque dal dubbio
che ad eccessivo fiscalismo potessero informarsi le nuove discipline.
E il dubbio giustificavano talune tendenze fiscali manifestate nell'istesso
Parlamento in occasione del disegno di legge presentato al Senato dal
ministro Lacava, e che pur costituiva lodevole transizione dai vecchi
a nuovi principii.
La necessità di riforma non è intesa in Italia soltanto.
Delle legislazioni vigenti negli altri Stati d'Europa, solo quelle del
Baden e del granducato di Hessen possono dirsi ispii'ate a criteri mo-
<lerni. Essendo la prima costituita dalle leggi 25 agosto ISTti-l'a mag-
gio 1883 e la seconda da quelle 14 glugno-SO luglio 1887, non è dato
ricercare in esse la disciplina delle officine di tlistribuzione dell'energia
idro-elettrica. Ma arditamente innovando, esse già mirano a far valere
l'importanza economica e sociale delle acque, sostituendo i principii
nuovi della massima utilizzazione e dell'impresa più idile a quelli degli
usi singoli e localizzali. I diritti dei terzi ottengono qui rispetto, ma
ne è ammessa l'espropriazione, ed è ammessa nello Stato la facoltà
di concedere a chiunque il diritto d'uso non esercitato dal riverasco.
SCLLE DERIVAZIONI n'ACOLE PL'BBLICHE 4/i»
Le altre legislazioni o sono di vecchia data, o si fondano su pvin-
cipii d"anticlie leggi e su viete tradizioni non rispondenti alle moderne
esigenze. Tuttavia la necessità d"una riforma è più vivamente inlesa
negli Stati poveri di litantrace e in quelli che una meno larga signoria
esercitano sulle acque
Cosi in Francia si è già rilevata l' insufficienza della legge 8 aprile
1898, e risapute sono le vive critiche che le vengono mosse. Xello
stabilire i diritti dei riveraschi sui corsi non navigabili e non tluita-
hili, essa non contempla le cadute d'acqua che restano pertanto og-
getto di licenza del Governo. Con l'autorizzazione governativa si crea
un vero diritto illimitato ed esclusivo all'utilizzazione d'una ricchezza
pubblica, ma senza stabilire corrispondente obbligo d'usarne, e senza
nemmeno concederne i mezzi se da terzi sorgono opposizioni.
Solo quando si tratti di lavori dichiarati di pujjblica utilità nel-
l'interesse di servizi pubblici, la legislazione francese permette ai con-
cessionari di derivare dai corsi non navigabili la quantità d'acqua
necessaria, indipendentemente dai diritti dei riveraschi cui viene cor-
risposto indennizzo.
Il medesimo principio si vuole estendere agli usi privati che per
l'entità loro riescano fattori dell'economia nazionale o sieno comun-
que connessi ad usi pubblici. A ciò tende la legge sulle ofiicine idrau-
liche, presentata alla Camera il G luglio l9iK), e basata tutta su un
adattamento del concetto d'espropriazione per causa di pubblica utilità.
Una riforma radicale è stata invece propugnata nella Svizzera,
ricca di forze idrauliche, e come noi povera di carbone. Ila se l'agi-
tazione mossa dalla Frei Land nel 1891 non è giunta a far dichia-
rare proprietà della Confederazione tutte le forze idrauliche non an-
cora utilizzate, va conseguendo per opposta via risultati notevoli. Il
Consiglio federale invero ha raccomandato ai Cantoni d'introdurre
nelle legislazioni loro taluni principii fondamentali che in gran parte
assicurano gì' invocati benetìcii.
Cosi pertanto si vuole che gli aumenti e miglioramenti nell'uti-
lizzazione delle cadute d'acqua sieno considerati di pubblica utilità,
applicandosi le leggi sull'espropriazione per l'acquisto dei diritti ne-
cessari a conseguirli Di fronte ad essi cedono i privilegi della navi-
gazione e della tluitazione in quanto non sieno di fatto necessari. E
cedono altresì gli oppo.sti voleri degl'interes.sati, favorendosi la crea-
zione di Società per l'esercizio piìi economico dei corsi d'acqua uti-
lizzabili da diverse officine, ed efficacemente proteggendo le iniziative
prese al riguardo. Ma non all'iniziativa soltanto s'accorda protezione,
considerandosi il contenuto economico dell'intrapresa e preferendosi
quella che maggiormente interessi.
Cosi è noto che per lo sfruttamento delle forze idrauliche la ten-
denza dei Cantoni più Hcchi e popolosi, quali Ginevra, Vaud. Zurigo.
Friburgo. Berna, Argovia. è verso il monopolio con impianti di gran-
diose officine per la distribuzione dell'energia elettrica in tutti i centri
industriali, mentre nei Cantoni poveri si mantiene l'antico concetto
delle molteplici concessioni private, a condizioni di favore, nella lu-
singa d'incoraggiare il sorgere di nuove industrie.
La Prussia, che dispone di tanta copia d'acque correnti, si è
preoccupata anch'essa dell'insufficienza della propria legislazione idi'au-
lica. Dopo varii tentativi di riforma e d'unificazione si è giunti ad
480 IL NUOVO DISEGNO DI LEGGE
un progetto di legge organica, pubblicato nel 1894 in testo ufficiale
e che ora trovasi in via di rielaboiazione. Secondo tale disegno di
legge, abbandonata la tradizionale distinzione delle acque in pubbli-
che e non pubbliche, si afferma la proprietà dello Stato sui soli corsi
navigabili e quella dei privati sugli altri tutti. Ma dal lato concetto
privatistico, serbato ancora in omaggio ai vecchi principii, non di-
scendono le conseguenze che ad esso sarebbero proprie. L'utilizza-
zione invero del patrimonio idraulico è considerata d'interesse gene-
rale. E da una parte si estende la tutela dello Stato, sforzandone il
concetto giuridico per farvi rientrare anche un diritto di disponibilità
delle acque non demaniali non utilizzate dai privati, dall'altra si
allargano le applicazioni della legge sull'csiìropiiazione per causa di
pubblica utilità.
In nome della tutela lo Stato interviene nella sfera stessa privata,
accorda derivazioni da qualunque corso in vantaggio d'imprese eco-
nomicamente opportune, crea nel concessionario un \ ero diritto d'uso,
garentito persino contro gli utenti che non abbiano fatte valere le loro
pretese nei termini stabiliti. In nome della legge sulla espropriazione
si limitano o si sopprimono gli opposti diritti di uso, riconoscendo
un'utilità pubblica anche in imprese agricole o industriali esclusiva-
mente private. E l' indennizzo si commisura ai diritti stessi nell'effet-
tività loro, mentre più largamente s'apprezza il rajiporto di mezzo a
fine, chiedendosi solo che l'impresa non possa es.sere in diverso modo
regolarmente compiuta.
Si favorisce così l'utilizzazione delle acque, mentre altre norme ne
assicurano la massima intensività col minimo sperpero. E così, per via
di adattamento dei vigenti principii di diritto, si cerca sodisfare le
attuali esigenze e la generalizzata tendenza della socializzazione di
tutte le acque correnti.
A sistema non diverso s'attiene il disegno di legge testé redatto
dalla Commissione, presieduta con tanto amore e dottrina dall'esimio
magistrato O. Quarta e nominata dal ministro Balenzano. che primo
concepì l'idea di vivificale con moderni concetti l'intera legislazione sui
lavori pid)l)lici.
11 nuovo disegno di legge, andando anche oltre i criteri seguiti
dalle legislazioni che pur ammettono una larga categoria d'acque pub-
bliche, vede nel decorso naturale la caratteristica sufficiente per la pub-
blicità, e i corsi tutti considera pubblici, sieno essi maggiori o minori.
Si accosta in tal guisa alle disposizioni della legge del ÌS(55, e adatta
i ])rincipii del Codice civile dichiarando diritti di uso quelli sanciti a
favore dei rlxeraschi o dei proprietari i cui fondi sono attraversati da
minori corsi. E delle acque esuberanti agli u§i stessi riconosce nello
Stato la facoltà di disporre a scopo anche agricolo o industriale.
Data tale costruzione giuridica, potrebbero dirsi demaniali tutte le
acque correnti e sostenersi che una espropriazione per legge si avveri?
Anche oggi in base alle disposizioni vigenti si nega da molti che
i riveraschi abbiano un diritto di proprietà sui minori corsi. Si potrebbe
quindi prescindere dall'increscioso concetto d' un'espropriazione per
legge, e ricorrere a quello d' un' interpretazione autentica, tanto più
che inalterati resterebbero nel materiale contenuto gli usi attuali.
SULLE DERIVAZIOXI d'aCQUE PUBBLICHE 481
Xè d'altra parte sarebbe lecito affermare la demanialità dei minori
corsi, rimanendo pnr sempre immutata la distinzione posta dall'arti-
colo 543 del Codice civile.
Nel silenzio della legge vedrebbe la dottrina se si dovessero con-
siderare di nessuno, o fosse possibile ancora ricercare per essi un
subbietto giuridico.
Con la pubblicità delle acque correnti s'accorda allo Stato un' in-
gerenza più o meno diretta nell'utilizzazione loro che si svolge in
forme diverse, secondo i diversi tini cui debbono rispondere.
Talune forme invero dipendono dalla destinazione prima ebe la na-
tura stessa asegnò alle acque per rendere possil)ile la vita : gli usi neces-
sari quindi naturalmente s'affermano e sono a tutti comuni. Altre
forme si svolgono nell'interesse diletto della collettività e ad esse prov-
vede lo Stato adempiendo a vere sue funzioni. Altre infine rientrano
nel campo agricolo e industriale ove, pur dominando l'interesse pri-
vato, non manca un interesse indiretto della collettività. Queste invero
ora servono di mezzo a Stato, provincie e comuni per l'esercizio di
propri servizi pubblici, ora svolgendosi nella sfera d'azione del singolo
ne eccedono i limiti negli effetti loro influendo sull'economia nazionale.
E quando ciò non avviene, resta pur sempre il pubblico interesse che
non sieno compromesse le altre possibili forme di uso e non venga
turbato il regime idraulico. Alle varie destinazioni delle acque risponde
pertanto il supremo potere dello Slato che i varii interessi armonizza,
gradua e disciplina.
Alle forme che si svolgono nell' interesse diretto collettivo cedono
le altre tutte. Ma tale predominio non dipende da categorie assolute e
invariabili, esaminandosi di volta in volta se e realmente occorra esclu-
dere l'aimonico svolgimento di altre forme.
11 concetto di conciliare i varii usi, curando la massima utiliz-
zazione dei corsi d'acqua col minimo sperpero, domina nel disegno
di legge.
Quando si hanno domande concorrenti, .se ne tenta anzitutto la
conciliazione ripartendo l'acqua in ragione dei bisogni, richiedendo la
costituzione di speciali consorzi per impianti in comune, o facendo
obbligo al concessionario preferito di fornire a prezzo di costo la quan-
tità d'acqua o d'energia necessaria agli altri richiedenti. Potendo per-
tanto nascere una forzata comunione, si disciplinano gli speciali
rapporti, s'accordano a concessionari e subconcessionari privilegi im-
mobiliari reciproci sui rispettivi opifici, e si provvede perchè in ogni
evenienza sia possibile a ciascuno continuare nell'esercizio della propria
industria indipendentemente dal fatto altrui.
Non riuscendo possibile od opportuna la conciliazione, decide prima
l'importanza dell'intrapresa per il pubblico bene e quindi l'importanza
economica.
Nei riguardi di pubblico bene sono preferite anzitutto le forniture
d'acqua potabile a popolazioni che ne difettano e quelle per l'esercizio
di colmate naturali in bonifiche di -r categoria a scopo igienico. Se-
guono (piindi le intraprese private connesse con l'esercizio di servizi
piibl)lici e le concessioni per l'esercizio di servizi i)ubblici di provincie
e comuni con facoltà di cedere a privati l'acqua o l'energia esuberanti.
In ciò sta il punto fondamentale della riforma. Ne è a temere die
in tal guisa si spingano gli enti autarchici a compiere funzioni esti'anee
3^ VoLCVI, Serie IV . 1' agosto 1903.
484 II, NUOVO DISEONO DI LEGGE
alla loro natura, accendendo brame di tolli speculazioni. La legR;e sulla
municipalizzazione dei servizi ha fatto olà ragione di teoriclie non più
rispondenti alle moderne esigenze, mentre qui si provvede da un lato
a rendere meno gravoso l'esercizio di seivizi pubblici con vantaggio
economico dei cittadini, dall'altra a facilitare le piccole industrie che
mai potrebbero trovare la convenienza e il modo d'im mobilizzare ca-
intali in costosi impianti.
Né va tenuto in minor conto l'ammessa possibilità di private ottìcine
per la trasformazione dell'energia idraulica in energia elettrica da distri-
buirsi sia pei servizi di Stato, provincie e comuni, sia per industrie
private. Si possono cosi evitare le improfìcue riserve delle migliori
forze idrauliche fatte dallo Stato per tuture esigenze, pur assicurandone
il legittimo sodisfacimento.
In tale nuova forma di concessione sorgono rapporti nuovi che
richieggono legali discipline. E queste sono dettate nel duplice intento
di tutelare egualmente gl'interessi privati e quelli dei pubblici servizi.
Per la quantità d'acqua o d'energia riservata allo Stato, alle Pro-
vincie ed ai comuni l'industriale percepisce il solo prezzo di costo, ma
può ritrarne maggior vantaggio impiegando temporaneamente e a deter-
minate condizioni la parte non ancora utilizzata. Occorrendone un'ulte-
riore quantità peri pubblici servizi, esso ha diritto alla tariffa ordinaria,
depurata del canone governativo, mentre per le forze già impegnate
spetta agli utenti compen.so.
Così non può permettersi che per volontà del concessionario stesso,
o per fatto di mi terzo, s'arresti l'esercizio di servizi pubblici. Assicurata
la facoltà di provvedere d'ufficio, si vieta l'apposizione di sigilli all'opi-
ficio senza il consenso della Amministrazione, e nei casi di fallimento
o d'esecuzione forzata o di decadenza si provvede per la continuazione
dell'intrapresa. Ma in nessuna guisa si danneggiano i creditori. Obbli-
gando anzi a tentare la subasta dell'intero impianto per la continua-
zione dell'intrapresa, s'ammette a vantaggio loro il plusvalore della
concessione stessa cui non hanno alcun diritto. E nel caso che la
subasta non riesca, dandosi allo Stato e sussidiariamente alla provincia
ed ai comuni la prelazione per l'acquisto del macchinario indipenden-
temente dal valore della concessione, nulla si toglie alle ragioni credi-
torie e in nulla si sminuiscono le garanzie che loro competono.
Ma se in tal guisa si tutelano gl'interessi pubblici, non si trascu-
rano le industrie le quali chieggono per il loro svolgimento la maggior
sicurezza, specie ora che la nuova forma d'utilizzazione delle acque
impone costosi impianti. Tolta quindi ogni dannosa incertezza, s'accorda
con la concessione un vero diritto, né i terzi che abbiano omesso d'oji-
porsi nei termini stabiliti possono sospenderne l'esercizio, conservando
solo ragione a un indennizzo commisurato all' uso tolto, sminuito o
reso più difficile nell'effettività sua. Persino contro l'Amministrazione
può farsi valere tale diritto, essendo stabiliti i casi di deccidenza e
ammettendosi compenso in quelli di revoca.
Non è tuttavia da dimenticare che se un diritto nasce dalla con-
cessione, nessuno ne preesiste ad essa. 11 com|ienso quindi trova
estremo limite nelle spese d'impianto depurate delle (juote d'ammor-
tamento verificatesi, mentre non sembrerebbe logico ammettere che a
danno dello stesso concedente dovesse essere fatta al concessionario
una posizione migliore di quella di cui godeva anteriormente alla con-
cessione.
sl:lle derivazioni d'acque pubbliche 483
Rapidità di' procedura, abhandoiio d'ogni fiscalismo e d'ogni ves-
satoria disposizione sono inoltre caratteristica del nuovo disegno di
legge. Ma se larghi sono i favori accordati, non meno grande è la
severità contro possibili traviamenti.
Cupidigia d'illeciti guadagni non deve turbare il sereno svolgersi
delle finalità connesse con le acque pubbliche. In mi paese povero
d'industrie può anche ammettersi che un compenso spetti all'interme-
diario il quale cerchi l'utilizzazione o])portuna e trovatala l'offra a
idonea impresa, ila non iniò certo permettersi ch'esso accaparri la
concessione senza prestabilito fine e la vada poi negoziando per con-
fiscare ad esclusivo vantaggio suo i beneficii che la legge vuole accor-
dati alle industrie ed all'agricoltura. Né si può d'altra parte consentire
che il concessionario di un'officina di trasformazione si giovi del mo-
nopolio di fatto creato in suo favore, e al quale non aveva diritto
alcuno, per vessare gli utenti imponendo a suo libito ilisastrose tarifie.
Con ardita innovazione si combattono gl'indebiti accaparramenti,
subordinando la concessione alla dimostrazione della disponibilità dei
mezzi finanziari, mentre pur s'ammette nel richiedente la facoltà di
presentare una società od un consorzio per l'attivazione dell'impresa.
E si combattono le conseguenze del monopolio comminando la deca-
denza, cjuando i2 concessionario non ottemperi all'invito di ridurre al
giusto le tasse riconosciute eccessive.
Tali sono le linee fondamentali del nuovo disegno di legge che
cerca sodisfare le moderne esigenze. Nel dibattito fra 1' utilizzazione
di Stato e l'utilizzazione privata non poteva interveniie e foi-se sarebbe
stato prematuro l' intervento suo. ma le disposizioni proposte né all'una
né all'altra rii^scono d'ostacolo.
Non conviene invero dimenticare clie, se cercasi di dare impulso
alle imprese jirivate connesse con servizi pubblici ond'evitare che gran
quantità di forze restino inoperose, non si può negare allo Stato la
facoltà di tali riserve. Né questa lacoltà ha d'uopo d'esplicito riconosci-
mento di legge, rientrando nel diritto di disponibilità che allo Stato
spetta sidle acque pubbliche. Nulla quindi vieta che il principio am-
messo per Provincie e comuni sia anche seguito dallo Stato. Ed é anzi
desiderabile che, ove le condizioni locali lo consentano e debbasi pro-
cedere ad impianti governativi di trasfomazione per l'esercizio di servizi
inibblici, si addivenga all'ut lizzazioue massima per distribuire ad usi
privati le forze eccedenti. Evitando le gravose spese d'impianti singoli,
q potrà cosi togliere in alcuni luoghi l'ostacolo |irimo al soi'gere delle
industrie ed avviarsi a più |)erfetto sistema.
Allo Stato, tutoi-e supremo e distributore delle acque pubbliclie.
spetta ricercare se e quali usi sieno ammissibili e quali po.ssano offen-
dere o ren(k^re inattuabile un pui)blico interesse. Per tale'disamina non
assegna ci-iteri il disegno di legge.
Tacendosi i motivi che s'(»pp()ngun(» alle coiicessioni. perniane il
dubbio se sia fra (^ssi il iciuuto deturpamento di iial inali liei!e/,/.e
artistiche.
La questione è sorta da lem|)o e può ripresenlarsi ancora, dacché
talune cascate per l'imponenza loro o l'amenità dei luoghi formano
4«4
IL NUOVO DISEONO 1)1 LKGGE, ECC.
rammirazioiie di quanti converifiono in questa terra nastra ricca d" in-
canti. Salvo il caso di speciali discipline, non credianìo che allo Stato
possa negarsi la facoltà di disporne : ma vi sono questioni che non si
risolvono col solo diritto.
distogliere dal loro coiso quelle onde spumose che i secoli ri.-^pel-
tarono, sostituire alla poesia del loro incessante muggiiio il realismo
e il calcolo d'un opifìcio industriale offende il pen.so artistico d'ogni
animo gentile.
Ceda pure tale sentimento di fronte a un'esigenza di pulii)l)lico
interesse o ad umanitario line. Ma ove l'uno o l'altro non si verifichi,
non si permetta che la speculazione deturpi o annienti invidiate bellezze.
Scetticismo e tornaconto nella trionfale loio maicia hanno resa già
abbastanza fredda e amara la vita, ])ercliè si ])ossa distruggere quel poco
di poesia che vesta. Impedisca lo Stato azioni devastatrici e nel con-
ciliare o graduale le esigenze tutte c(imi)ia opera altamente civile.
R. DE \lTU.
LA ROVINA ECONOMICA DELLA GRECIA ANTICA
T.
Una (Ielle cause meno spesso rilevale della fine della Grecia an-
tica è da riscontrare nello spostamento dei rapjtorti di produzione e <li
scambio del mondo ad essa contem|)oraneo.
La conquista romana e più ancora l'ordinamento finanziario ed
amministrativo dell" Impero fissarono stabilmente una condizione di
cose, cbe già era cominciata a definirsi dall'età d'Alessandi-o Magno,
e le cui conseguenze si sarebbero rilevate nei secoli cbe avrebbero
immediatamente seguito gli inizi dell'era volgare.
Alessandro avea seminato la sua lunga corsa attraverso l'Oriente
di una folla di città destinate a rivivere in una nuova preponderanza
economica di quelle regioni (1). K la via da lui iniziata fu iìallula
ili lungo e in largo dai suoi successoi'i, ai cui occbi seml)rò - né fu
vana illusione - di continuare la glande tradizione dell'antico |)aese
del sole.
Seleuco Nicatore inaugurava ben sedici Antiochie, cinque Lao-
dicee, nove Seleucie, tre Aiiamee, una Stratonicea. Risorgevano in
Siria e nelle contrade più recondite, a nord della medesima, le iieroie,
le Edesse, le Perinto, le Maronee, le Gallipoli, le Acaie, le Pelle, le
Oropo, le Amfipoli, le Aretuse, le Astaco, le Tegee, le Calcidi, le La-
risse, le Eree, le ApoUonie, le Soteire, le Alexandropoli, le Alexan-
drescate, le Niceforio, le Nicopoli, ecc. ecc. (3). E ciò, mentre il territo-
torio europeo si popolava di Tessaloniche, di Cassandree, di Demetrie,
di Lisimachie, e l'Asia Minore lanciava da sola alla luce del giorno
l)en cinquecento città, vigili avamposti di tutta una nuova fiorita in-
dustriale e commerciale (3). Dall'.isia Minore alla Siria, dalla Meso-
potamia e dalla Caldea all'altipiano dell' Iran, dall' India all'Arabia
ed all'Africa, tutto un mondo di civiltà spente resuscitava, un mondo
di civiltà nuova insorgeva. La concorrenza, in ogni tempo ardenfis-
sima, fra le città greche e l'estero venne per tal via ad assLirgere a
(1) Ps. Pllt. llspi Tf|C 'AÀs;*vcp-,y TÓ/y;^: t, ì^ìttj^. I, 5. Sulle cittfl fondate
da Alessandro Magno e successori, come sugli intenti di quella sua colonizza-
zione, cfr. la non mai vieta monografia del Drovsen, Les villes fondées par
Alexandre et ses successeiirs, in ffisf. de l'Iielt . ti-ad. fr. sous la direction de
A. Bouché-Leclbrq i Paris, l^i\, II, App. III).
(2) App. Suicà/.v;, .57.
(3) Mayk, Lehrbnch d. Handelsgeschichte (Wien, 1S94, pagg. '2ì, -2!) e 4,Si;
MoMMSEN. Le Provincie romane da Ceftare a Diocleziano, trad. it. del prof. De
RuuciEuo (Roma, 1887, pagg. 330-32): Richter. Handel nnd Verkeltr der ivicìi-
tiijsteit Viillier des Mittelmeeres im Allerthum (Leipzig, ]8S(), pagg. 110 e segg.).
"< I,A ROVINA ECONOMICA OF.l.I.A filìF.CIA ANTICA
inoporzioni minacciose. I nuovi centri nianifaltinieii e cominorciali
accaparrarono ^ran jìarlc delia clientela dell'Eliade. Una l'olia di av-
ventiiii(>ri, di salariati, d' intrapreiidiloii si recarono colà a far Ibr-
liiiia, e l'atlività industriale, esulala dall'antica patria, rizzò una l)ar-
ri(!ra invalicaliilc ai |ir<)d(illi «ireci. ormai superllui al di là dei l'indo
!■ .lell'K-co (II.
II.
Era sorto invero al 300 a. C, ad oriente del mondo ellenico,
sulla più ampia zona di territorio che mai fosse toccata a successore
di Alessandro Magno, il più vasto dominio del tempo, V Impero dei
Seleiicidi. che dall' Egeo si sarebbe in breve esteso tino al Gange {"2).
Né si trattava dì una potenza, minacciosa soltanto a motivo delle
sue dimensioni colossali. 1 piimi Seleucidi vi si erano rivolti a |)ro-
muoverne le attività della produzione e piìi ancora dello scambio (3).
Seleucia, nella Mesopotamia, sita in una posizione privilegiata, era
divenuta così, nel volgere di pochi lustri, la più notevole e fiorente
piazza commerciale fra l'Europa e l'Asia nord e centrale, come Ales-
sandria lo sarebbe stata fra l'Europa e l'Asia meridionale.. Qui, attra-
verso il Tigri e l'Eufrate, convenivano gli Armeni a scaricare le loro
merci assortite; qui si incrociavano le vie di transito della Persia e
dell' Aj-abia, recanti pei' le vaste e numerose arterie i fiotti enormi
delle preziose derrate, di cui abbisognavano l'Oriente e l'Occidente.
Ma la capitale dell'Impero non poteva dirsi sola. Antiochia, prima dopo
Seleucia, Laodicea Sira, pregiata pel suo porto e pel vino squisito, che
esportava in gran copia in Egitto, e, sovra tutte, Battra, che, resasi
in breve indipendente, aveva conquistato uno dei primi posti quale
scalo delle merci, che dall' India, dall'Asia nord e dalla Serica, viag-
giavano alla volta del Mar Nero, tutte le tenevano dietro, recanti a
gara la fiaccola della civiltà e della vita (4).
III.
Ma ciò che era destinato a rivolgere dalle fondamenta l'orienta-
zione economica del mondo antico si era la fondazione della grande
Kofierdam dell'antichità, Alessanch'ia d'Egitto, e l'impidso che alla
regione, di cui era la caj)itale, avrebbero dato i successori del grande
Macedone, i Toloraei.
La scrupolosa preoccupazione, che questi nudrirono dei materiali
interessi della loro patria, fu piuttosto unica che rara. Continuando, e
non con vani isterismi, ma con una politica, che la larghezza degli oriz-
zonti seppe integrare con il più mirabile .senso pratico, l'antica riva-
lità dei Faraoni con la Mesopotamia, che di altro non era espressione
se non del record commerciale fra il Nilo e l'Eufrate, essi si curai'ono
(li GiiKAUD, La main-d'u'urre industrielle (laìis l ancienne ilrère (Vavìa. 1900, J
pagg. 3.>36i. ■
(,2; Droysen, Hìnt. de l' Iteli., Ili, (il <• segg. i
(3) BlU.mneu, Die i/eirerh/irhe Thiitigkeit der Vòlker d. ilnss. Alt. (Leipzis. ?
1869, 19 e segg., 26). ' *
(4) Beer, Geschìclite d. irc///iff«rfe/.s (Wion. l!-GO-84,pagg. 'J0-9I ■. Su Seluuciii
cfr. altresì Hullmann, Handet.sgeschiclite d. ^'r/VrAr;; (Bonn., lì^39, pjgg. 237- l;i|
i
LA ROVINA BCOXOMfCA DELLA (iRECL\ ANTICA 487
(li porre delle stazioni navali su tutti i punti economicamente strate-
j^'ici del mondo antico, la Tracia, le Isole Egee, Creta, lAsia Minoie
la Fenicia, la Palestina, la Siria. l'Arabia, la Libia, la Cirenaica, e.
ciò che ebbe maggior peso, mentre lasciarono che l'antica linea di
Copto continuasse a servire quale tramite non ultimo del commercio
eritreo ed asiatico col Mar Rosso, ultimarono quelle comunicazioni fra
questo ed il Nilo, ch'erano state iniziate dai Faraoni (l) e che sareb-
bero nell'avvenire equivalse alla conquista vittoriosa della ricchezza
e della civiltà.
« Ciò che costituisce - scrive infatti il Droysen - l'importanza del
« territorio di Suez è il fatto che colà giacciono gl'incavi più profondi,
« operati dal mare tra le più grandi masse continentali del globo : gli
« è che là il Mar Rosso, il porto naturale di tutte le coste dell'Oceano
« Indiano fino all'Australia e alla China, non dista dal Mediterraneo,
■< il porto delle regioni occidentali, di più di qualche miglio. Nell'età
« ellenistica l'importanza del Alar Rosso, delle Bocche del Nilo, della
« comunicazione pel canale tra il fiume e il mare non era certo eguale
« all'odierna, centuplicata dalle scoperte transatlantiche e dallo sviluppo
« del comiiiercio e dell'arte nautica; ma, ciò non ostante, l'irruzione
« dell'ellenismo nel Mar Rosso, ormai accessibile, dovè, dopo la spe-
« dizione di Alessandro Magno, costituire l'avvenimento più notevole
« nei rispetti della trasformazione dell'equilibrio esteriore; dovè, pei
« suoi resultati, riuscire così sorprendente e di efietti cosi durevoli
« come lo sarà sedici secoli di poi la circumnavigazione del Capo di
« Buona Speranza, che apporterà un colpo mortale al commercio ita-
« lieo ed olandese ».
Per tal guisa Alessandria, ove poi a diffondersi nel mondo intero
affluivano i prodotti dell'Egitto. dell'Etiopia, della Libia, della (lire-
naica, della Mesopotamia, dell'Arabia, della Siria e dell'India, già. fin
dal terzo secolo a. C, superata la stessa Seleucia, era divenuta la prima
piazza mercantile dell'Oriente, e di lei la distruzione di Cartagine
avea poscia fatto la regina quasi incontrastata della produzione medi-
terranea. Per il Golfo Arabico le sue merci penetravano infatti nell'O-
riente, per l'alto Nilo in Etiopia, e per il Nilo medesimo viaggiavano
dal Mediterraneo al Mar Rosso, cioè a dire dall'Europa all'Asia {!].
E, mentre i Tolomei si accaparravano il mondo intero quale mer-
cato e quale campo di rifornimento delle materie prime, lanciavano
la produzione indigena, sia agricola che industriale, al più alto grado
di perfezione e d'intensità che essa abbia mai toccato nell'evo antico.
Due recenti pubblicazioni, una dei signori Grenfell e Mahafty (3),
l'altra del Wilken (4), ci danno o ci confermano delle rivelazioni e
delle notizie strabilianti sulla produzione indigena al tempo dei Tolo-
mei. La schiavitù è pressoché disparsa o affatto trasformata, il lavoro
mercenario dominante, segni l'uno o l'altro di grandi rivoluzioni; la
specializzazione dei lavoro estrema; Alessandria accoglie tutte le aiti
(1) LiEBLEiN, Ilamlel unti Schiffahrt auf (lem rotlien Meere in aìten Zeit
iiarli iifiiiptiscìien Qiiell (Christiauia, 1880, pagg. 99 e 599).
i2) NofiL, Bist. (ili commerce da monde (^Paris,1891, pag. 23). Cfr. Straiì. 17, 1. KJ.
ì3i The rerenne lairs of Ptoìemy Pliiladelph i Oxford, 1896).
(4) Griechische Ostraka uns Aegijpten und Nnbien (Berlin, 1899, voi. U). Cfr.
altresì Ll'mbeoso, Economie polifiqne de l'Egjìjite sous les Lagides (Turili, 1870), a
Tìoinov, Mi'moire sur lic. poi. ecc. de l'Eggpte (Pari?, 1871); Richter, o. c,
pagg. 122 segg; BlIìmner, o. c, pagg. 14 e segg.
4S8 I,A ROVIN'A rCCOXOMlCA DKI.I.A CIIKCIA ANTICA
o i mestieri, altrove o nel [lassald dispersi in cenili isolati: lioiisee
ragiicoltiiru, praticala con sislenii o \aii o scouosciiili in aldi paesi ;
tiorisce la grande industria e il potere eentiale legola e governa la
produzione con una intelligenj:a ed un amore ignoto ai popoli del-
rantichità.
« Se scopo dello Stato - esclama il Mommsen - è di i-endere
« gigante il piij che possibile la ])roduzione, i Lagidi nel mondo antico
« sono stati i veri maestri nelFarte di governare ».
E r Egitto, che nudriva a miriadi hxun. capi'e e [tecore di qualità
unica più die rara, produceva altresì in copia l'orzo, il fruuieido. il
(loiirali. le ci])olle, raglio, le fave, i jiiselli. i cocomeri, il porro, il
|)apiro, il loto, l'olio di sesamo, il vino, i ticlii, il cor-siuin. la palma,
il sicomoro, il lino, il cotone, le erbe alimentari, le lenticchie, gli
allori, i mirti, le rose, il miele, ecc. ecc. E da quella tei'ra latata.
posta a cavaliere dei tre mondi conosciuti, si diffondevano i prodotti
della natura e dell'industria più preziosi nell'antichità : il lino e i
suoi manufatti, il cotone ed i suoi filati, il papiro, nutrimento degli
indigeni e materia prima ])er funi, canestri, barche, carta da scrivere,
il vetio, il cristallo, i ]irofumi, l'avorio, i cereali, le spezie, le carni
salate, i tappeti, gli oggetti di metallo anche prezioso e del prezioso
materiale da coslrnizione. « Alessandria - scr'ive un Romano del terzo
sec(do - è la città tlell'abliondanza. della liccliezza e del lirsso. Ivi
niurro è ozioso : questi lavora il vetro, quell'altro fabbrica la carta,
un terzo tesse la tela, gli stessi ciechi, gli stessi gottosi di piedi o di
mani disimiiegnano il loro lavoro: unico diti è il danaro, e questo pre-
gano ci'istiani, pagani, tutti... ».
La (ìrecia non aveva posseduto che un ristretto raggio commer-
ciale. Specie i Fenici (1) e i Car-taginesi (3) avevano in gr-an parte
neirtr-alizzato i suoi jirogressi sul bacino occidentale del Medifei-raneo
e im|)edito la moltiiilicazione della sua potenza economica con i[uella
della Gr' eia asiatica e delle rimanenti colonie. L'Egitto fioi'isce irr
un'età, in cui gli uni decadono e gli altri periscono. Forte del dominio
economico, o quasi, di tutto il mondo allora conosciuto, favorito dal
suo impero coloniale, insidia fino in patria le sorti della Grecia, e,
trionfator-e su tutti i mercati, lancia 1 srroi manufatti nel cuor-e della
|)enisola ellenica, costringendone i vari paesi all'importazione.
Ma il suo trionfo, che del r'esto sarebbe forse riescilo inevitabile se
dibattuto su pur'o ter-reno economico, viene ausiliato in primo dal-
l'estrema debolezza politica, erri la conquista di Alessandi'o Magno e le
vicende successive ridussero la Grecia, contemjioi'anea all'imper-o dei
Lagidi, poscia dalla conquista romana, che, mentre devastava l'Eliade,
sbai'azzava l'Egitto delle rivali più temibili, Cai'tagine, la Macedonia,
la Siria, e costituiva Alessandria centr-o de" suoi appr-ovvigionamenti.
Questi tre fatti riescirono, nel mondo antico, gr'avidi di conse-
guenze, e incalcolal)ile fu l'impulso, che il commer-cio egiziano elil)e a
ritrarrne. Dal porto di Alessandria, ove « prima neanche venti navi
« ar-divano vareare il Mar Rosso », l'aurora del primo secolo dell'era
volgare vedrà « intere flotte veleggiare alla volta dell' India e della
« remota Etiopia, all'acquisto di meiei preziose, da sciimlriare corr
(1) SciiMiiLLiNii, Der plioiiisisclir Handel in den griechischen Geniissrrn
^Milnster, 1884, pagg. 7 e segg.).
\_'1\ Beloch. lirievh. Geschichle (Strassburg, 1S93-97, 1, pagg. 186 e segg.)
r,A ROVINA ECONOMICA DELLA ORECIA ANTICA 480
« altre non inferiori né per numero né per pregio, elie TEgitto mede-
« Simo a\reb))e esibito »(l).
Cosi la Repul)hlica e poscia l'Impero romano, che farà pnlsare di
nuova vita le arterie del nuovo Egitto, sopravvenivano a decidere del
radicale spostamento dell'orientazione politica ed economica dei po-
jioii fino allora esistili, e, se la prima aveva dato al mondo ellenico
il colpo di grazia, il secondo ne proseguiva l'opera con l'incliiodarne
il cadavere nella toml)a.
IV.
Ma la spada di Brenno, die Roma avea fatto pesare nella con-
te.sa economica fra l'Egitto e la Grecia, non limitò a queste due re-
gioni le sue tatali conseguenze.
Afiermato in lutta la sua pienezza il dominio politico di Roma
sul Mediterraneo e sulle coste europee asiatiche ed africane che lo
limitavano, spenta la vita del popoli che avrebbero potuto vantarvi dei
bisogni e delle attività, la traiettoria del commercio e la sua orienta-
zione non poterono per altra via non soggiacere ad analogo rivolgi-
mento, che, mentre ecpiivalse alla vita o alla rissurrezione dei paesi,
che esso inconsapevolmente si accingeva a favorire, provocò la fine o
la decadenza degli altri, ai cui danni, con pari inconsapevolezza, faceva
divergere le pro|)rie destinazioni.
I bisogni del mondo si traducevano nei bisogni di Roma. Ciò die
Uoma avrebbe ricercato sarebbe d'ora innanzi divenuto passibile di
nlile scambio, e solo i ])aesi. cui Roma, a seconda delle sue neces-
sità e dei suoi gusti, si rivolgerebbe, sarebbero d'ora innanzi divenuti
gli eletti della civiltà. E, pur troppo, nel fatale responso che l'arbitra
delle sorti dei tre mondi ebbe tacitamente a dettare, la Grecia non
potè non vedere segnata la propria condanna. Due furono le grandi
necessità dell'Impero, il pane per gl'indigenti, le merci voluttuarie per
i ricchi, e né alla prima, né alla seconda essa era più in grado di
sopperire. Su altri doveva cadere la scelta, e. posto in prima linea
l'Egitto, doveano tenervi immediatamente dietro i restanti paesi della
costa nord-africana.
V.
L'Africa settentrionale vantava, oltre all'Egitto, l'antico territorio
cartaginese, corrispondente all'incirca all'otlierna Tunisia, la Numidia
e la Mauretania, delle quali regioni, s])ecie delle due prime, grandissimi
- assai superiori a quelli che Roma non avrebbe mai cavati dalla
Grecia - erano gli utili che se ne sarebbe potuti aspettare.
L'Africa nord infatti, valendo quasi da sola ad approvvigionare
regolarmente la grande metropoli, possedeva su tutti i paesi del mondo,
specie sulla Grecia, dei vantaggi inestimabili. « Caduta l'agricoltura
« in Italia, e divenuta Roma città cosmo|)olita, essa aveva avuto bi-
« sogno della continua im])ortazione di grano d'oltre mare a buon
« mercato » {±). Sin dai tempi di (licerone era stata costretta a vivere
(1) Strah. 17, 1, 13.
(2) MoMMSEN, o. e, SCI. Ofr. Boissieu. L'Afrnjirr rnmaiiif (Paris, 1895,
p;i!;g. 147 e segg.).
4^10 I,A «OVINA ECONOMICA DELLA GRECIA ANTICA
(li giano dell" AtVica, ed assai diftieilmente avrebbe potuto trovare
lornitiice più preziosa. « L'Alji'eria - seriveil Boissière in una sua ge-
« niale nionogratia - è, eome tutta la Berberia, la tei'ia del grano per
« eccellenza. 1 cereali, l'orzo, il frumento, ecco la grande liccliezza, la
« ricchezza niassitna dell' Alìica nord, ecco la caratteristica più notevole
'< attribuitale da Sallustio, ecco l'aspetto fecondi), nel quale appaiono
« tuttavia codeste contrade per eccellenza altrici. L'antica Mauretania,
« senza pur gareggiare con la Nuniidia e sovra tutto col teriitorio
'< cartaginese, s'incoronava di un serto di triplice spiga, e l'Algeria lia
« il diritto di serbare codesto vecchio emblema, quantunque la sua
« fertilità non raggiunga più quella delle tepide valli tunisine. Ma
" traversate la sua Mitidjah o seguite il bacino del suo Cheli ff, dalla
« riva, in cui si bagnano Bona e Philipjieville. arrampicatevi sui gioghi
« disboscati che ascendono verso Guelma o verso Costantina, o ma-
« r?ari, allonantandovi da Orano, attraverso regioni più aride e terre più
« inagre, guadagnate quel nido di verzura, ove Tlemcen si cela tra
« il fresco dell'ombra ; sopra tutto percorrete quelle immense e mo-
« notone pianure che dalla piccola Bordjbon Arreridj, metà campo
« coltivabile e metà tortezza, si stendono fino a Sétif, la ricca metro-
« poli di quest'impero di grano, e fino ai dirupi tra cui s'aderge la
« cittadella di Cirta : voi non trovate se non grano, grano che vi av-
« volge d'ogni parte ». e « d'ogni |ìarte, a perdita d'occhio, fino alle
« montagne lontane che chiudono l'orizzonte, non piii campi, ma
« spazi infiniti e deserti di cereali. E uno spettacolo meraviglioso si
« apre sotto il sole di giugno, quando su quegF interminabili flutti
« di spighe d'oro, rabbrividenti allo spirare dello zeffiro, scendono le
« torme robuste dei mietitori kabyli, sparsi in lunghe file nello spazio
« divorato dal calore e iiammante di luce, col capo protetto da alti cap-
« pelli di i)aglia, a spargere sul terreno i mazzi di spighe, staccati dalle
« l'alci, a colmare i covoni con le braccia abbronzate, mentre una canzone
« intonata con voce nasale si leva al cielo ad allegrare la rude fatica.
« 11 tritico, il frumento indigeno, fecondati dall'aratro francese od
« estratti da quei siros berberi, di cui itarlano Cesare e Plinio, ali-
« mentano, come in altre età, i mercati della metropoli e si riversano
« sugli scali di Marsiglia, come altra volta nei granai di Ostia. L'orzo
« algerino viaggia fino alle contrade remote del nord, ai paesi della
« birra. E il grano, nei lunghi giorni d'estate, discende a schiena di
« cammello o a pieni vagoni verso Orano, verso Algeri, verso Bona,
« si accumula a fianco delle pesanti balle di lana, sui mercati di Costan-
« fina o nel porto di Philippeville e viene caricato in gran copia sui
« vascelli in partenza. L'Algeria, che un giorno sarà forse un'ine-
« sauribile paese vinifero, una nuova e vasta Borgogna, una nuova
« jjinguadoca, è ancora, come al tempo di Sallustio, un'immensa Beauce
« montuosa » (1).
Come al giorno d'oggi, la ricchezza in cereali dell' Afiica era adunque
jiroverbiale. E, se Sallustio l'aveva definita frugum ferUlis, Plinio,
qualche secolo dopo, avrà a narrare di piante di grano d'Africa, in-
viate dai g(.vernatori del luogo agli imperatori, cariche di ben 401) semi
(li frumento. Gli era cliiaro che Roma, esaurita nella produzione in-
digena, pi eoccupata, e gravemente, ogni anno della propria alimenta-
zione, non avrebbe tardato a fissare in quelle terre benedette la fonte
1,1) Boissière. L'Algerie romaiiie (Paris. 1883. pagg. 45-47).
LA ROVINA ECONOMICA DELLA nRECIA ANTICA Wl
stabile del proprio approvvigiona melilo: e, come il principato, fin dai
suoi esordi, aveva sciolto il non tacile problema, movenilo alFoccii-
l)azione diretta del territorio egizio da jiarte dell'imperatore, analogo
processo aveano col t(>mpo, sia pure in maniera meno esplicita, snbito
le regioni più occidentali delTAfrica nord.
Né fu tutto.
Poiché, al tempo di Augusto, dei sei milioni di ettolitri di fru-
mento d'importazione estera, Roma ne ricavava due dall'Egitto e
quattro dai rimanenti distretti africani e dalla Sicilia, il governo ro-
mano aveva a tale uopo organizzato il servizio delle flotte vittuarie
con una preoccupazione da far esclamare ad uno storico contempo-
raneo: «Essa non fu soltanto una preoccupazione, fu una religione,
« un vero e proprio culto. 11 timore superstizioso degli uni, l'adula -
« zione vile ed interessata degli altri inventarono non so qual Genio dei
« viveri e dell'annona, della Fame della Città sacra, una divinità, che,
« adorata in Roma ed in Africa, ricevè costantemente voti ed offerte.
« L'annona non fu .solo personificata dall'arte, non fu mero personaggio
« mitologico, non mera allegoria monetaria, essa fu un Genio, una
« divinità ».
Ma non si trattò soltanto di organizzare materialmente il traffico
del frumento. Ciò, che per garantii'e la stabilità e la costanza del pro-
dotto i Romani ebbero a tentare nella provincia d'Africa, potè, fra le
intraprese, cui essi dettero mano, dirsi più unico che raro.
I bisogni impellenti della vita materiale e la grave, spesso fatale,
responsabilità del governo, qualora non fosse riescilo a sopperirvi, li
resero eccezionalmente ingegnosi. Tutta la regione, come fin dal secolo
scorso ebbero a piaticare i Francesi, fu rimboschita, e alla penuria
d'acqua, di cui l'Africa settentrionale per lunghi mesi soffriva e sotfrirà
più duramente nei secoli venturi, essi si affrettarono a sovvenire me-
diante opere idrauliche, canali, argini, serbatoi, i cui ruderi sfidano
ancora la devastazione dei secoli e l'operosità dei contemporanei (1).
Ma, pur senza tener conto dell'Egitto, le ricchezze naturali, che ai
Romani vi era dato sfruttare, e che sfruttarono, sia pure in propor-
zioni minori, non si limitavano ai cereali. L'.4frica nord alimentava
altresì l'ulivo, la vite, probabilmente anche il cotone, lo sparto, il giunco,
la canna, il tartufo e, fra gii alberi fruttiferi, il tico. il mandorlo, la palma,
il giuggiolo e il melagrano, l'albero dalle classiche mele puniche.
Né mancava di risorse minerali. Essa celava nelle sue viscere il
marmo e l'allume (2), e tutto quello, che da sé non avrebbe potuto
fornire, al pari della Cartagine antica, della cui succedanea l'Impero
mirò a ristabilire le relazioni con l'Etiopia, era in grado di ritrarlo
dalle regioni più interne. Di là infatti tornarono a provenire le bestie
(1) BoissiÈRE, o. e. pag. 56 e segg. ; pag. 136 e segg. La salkistiana pR-
renne scarsezza d'acque (SajAj., Ing., 17, 5-6) della Barberìa è da accettare cbw
grano snlis. Si tratta piuttosto di lunghi intervalli fra la stagione delle pioggie
e quella della siccità. Onde la preoccupazione maggiore degli antichi Romani
e dei moderni Francesi non dovè essere di trasportare l'acqua, ma di regolarne
i vantaggi (CtV. BoissiÈRE, o, e, II, App. XII).
(2) A. 0[HARiii)NNEAr], Proiiiiits agricoles de ì'Aìgéiie soiis les Romains, in Cor-
respoitdences et comptes rendus critiqiies della Revuc de géogrnphie, fase, del no-
vembre ISSO. La nota non reca che la sigla A. G., ma che sia dello Charbonneau lo
riprova, fra l'altro, la necrologia del suo autore che il Drapeyi'on, direttore della
rivista, inseriva in uno dei fascicoli del 1883
492 l.A ROVINA ECONOMICA DEM, A (iRECIA ANTICA
feroci, adibite agii anfiteatri, i metalli jneziosi. i marmi, la lìolvere
d'oro e i cariehi uiiiaiii dei negli del eentro.
Disseminate sul suo territoiio, elie aviel)be largito all'I inpero le
intelligenze migliori, e alla eiviltà i suoi maggiori apostoli, brillavano
come fari luminosi le anticlie città numide e fenicie, ora romanizzale,
porli, fattorie, mercati, centri di studi e di jiiaceri: Cliercliell. Cirta,
Lambesa e sovra tulle Carlagine, risorta, al pari della mitica Fenice,
rigogliosa dalle sue ceneri e di cui un retore avrà a dirci clie, pur
rimanendo inferiore a Roma, contenderà il piimato ad Alessandria e
ad Antiocliia.
VI.
L'Africa valeva bene e valse infatli le più scrupolose cure dell' Im-
pero, ma non valevano meno altre legioni più discoste ed altrettanto
sospirate, cui l'Africa medesima era già servita e più ancora sarebbe
per l'innanzi servita di transito. A))|)unlo per (|iiesto - e con scrupolo
identico - venne da Koriia organizzato il couimercio con l'Oriente asia-
tico, i cui ricavati annullarono completamente il vantaggio di ((ualsiasi
relazione con la Grecia.
Dall'Oriente, come nei secoli posteriori, affluiva agl'inizi dell'era
volgare la più ingente e svariata copia di prodotti e di manufatti vo-
luttuari, ai (piali era solo riservato di soddisfare la febbre di lusso e
di piacere, da cui la metropoli del mondo, erede delle mouarcbie e
delle corti dei successori d'Alessandro Magno, era invasa.
Di là provenivano e proverranno l'incenso, la cassia, la seniia, le
resine, la mina, l'aloe, il cinnamomo, il pepe, il garofano, lo zuccbero.
il riso, la tartaruga, i diamanti, gli zafliri, gli smeraldi, le ametiste, i
topazi, gii opali, i rubini, i giacinti, le perle, le tele, i filati di cotone
e di lana, l'avorio, l'indigo, l'anice, le mussoline, l'ebano, il legno di
teck, il inalino, il nardo, la porpora, il vetro, il cristallo, le lane, le
stoffe colorale, le sete, le mezze sete, tutti i tesori dell'India, tutte
le rarità della China (1).
Al paragone di tanto ben di Dio, la Ciiecia non offriva che del marmo
e qualche commestibile poco ricercato o punto necessario ("1). Cento
milioni e più di sesterzi, pari a 20 e piiì milioni di lire, escivano ogni
anno dalle casse dello Stato, pigliando il volo jier l'Arabia, per le
Indie e per la Serica, all'acquisto e all'impoiiazione delle perle: una
somma quattro o cinque volte maggiore per i rimanenti |iro(lotti {'.]),
(1) Bfco il pensiero romano sul valore economico della sola provincia tVAsia:
« taiu opima est et fertilis ut et ubertate agiorum et varietale Iructuum et ma^
ffnitiidini' pastionis e/ iiiiiltitiidine canini rerum quae cxporlantnr, facile omnibus
terris antccelhit • (Cic, De imp. Cn. Pomp. 6, ti).
(2) NofiL, o. e, pag.50. Cfr il quadro dell'importazione estera di Roma schizzato
dal RiCHTEU ^o. e, 144 e segg ), sia pure senza eccessivi riguardi della cronologia.
(3) Plin., H. N. 6, 23, 101. È questo uno dei passi materialmente più
controversi di Plinio, le cui sigle non s'intende bene se significhino 550,000 o
.j5O,OO0,O!J0 di sesterzi. Questa seconda è però la lezione piii autorevole icfr.
Plin., H. N., ed. Sillig), e alle considerazioni d'indole paleografica è da aggiungere
questa che, se l'importazione ed il trasporto delle perle sommavano a 100 mi-
lioni di sesterzi, di parecchio maggioro doveva essere la sposa per le rimanenti
mercanzie, tanto più che Plinio, come s'intravvede dalla dizione da noi adottata,
ci lascia incerti se nei 5,i0 milioni siano da r-itenere inclusi i 100 sborsati pur
l'importazioac delle perle.
I,\ lìOVIXA ECONOAIICA nETJ. \ fiKEClA ANTICA 40:5
ed esse non costituivano che il saldo in moneta dell'eccesso dt'U'iiii-
porfazione romana, non coverto dall'esportazione in Oriente.
E in che cosa consisteva codesta esportazione? Era dessa tornita
in massima parte da produzioni dell'Europa occidentale, come |>iornho.
rame, zinco, argento, e da altre dell'Egitto. L'Egitto, che si era acca-
parrato le vie del commercio con l'Oliente. l'Egitto che ne vantava
quasi per intero l'intrajiresa, era eziandio la provincia, verso cui Roma
si vedeva ohbligata di un notevole risparmio nelle spese richieste dal-
l'importazione. In Cina esso spediva i suoi manufatti di vetro, in Arabia
ed in India le sue stoffe sontuose, i suoi broccati, i suoi variojiinti.
i suoi bronzi, i suoi strumenti musicali, nonché probabilissimamente
lo splendido materiale da costruzione fornito dalle sue cave, quali il
granito di Siene, la breccia verde della regione di Kosèr, il basalto,
l'alabastro, il poitido. E la Grecia, che aveva su)ai-iito l'attività, la
virtù indiistiiale. il movimento del commercio, non potea neanche
([uesta volta continuare a nudrire l'ambizione di tenervi dietro.
VII.
Mentre intanto Alessandria e l'Oriente si popolavano d'uomini e di
ricchezze, nuovi centri commerciali e industriali si disegnavano sulfo-
rizzoute economico dell' ICuropa occidentale. Sin dalla line di (kiilagine,
nel traffico del bacino occidentale del Mediterraneo e dell'Atlantico,
Marsiglia era a poco a poco sottentrata ai Fenici. Dessa commercia
ora in loro vece con la Gallia, con la Bretagna, con le isole Cassiteridi,
stanzia nuove colonie, inaugura industrie di metalli, fabbriche di armi,
arsenali (1), e assurge all'onore di essere definita l'Atene della Gallia
Transalpina e di covrire della sua ombra gigantesca, pur in un periodo
di crisi, il quadro che Strabene verrà abbozzando della Narbonese.
E con Marsiglia si ha tutta una fioritura economica dell' Europa
centrale e occidentale: nella Gallia Cisalpina, l'unica regione d'Italia
ove l'agricoltura sussistesse e 1" industria lioiisse, nella Cisalpina, pro-
duttrice di tessuti di lana, di tele, di tappeti, con Piacenza, Cremona,
Parma, Padova, ecc.: nella Transalpina, preziosa fornitrice di carni
e di pesci salati, di pelli, di miele e di legname da costruzione, con
Narbona, che il primo secolo dell'era v>dgare vedeva emporio di tutta
la Gallia, con Arles, Bordeaux, Nimes, Forum .lulium, Tolosa, Lione,
Reims {"ì): nella Spagna, ricca di miniere, di olio, di vino, di miele,
di pece, di cinabro, di tessuti in lana ed in tela, di metalli e di la-
vori in metallo, ove Plinio menzionerà quattrocento città maggioii e
dugentonovantatrè minori (3), con Cadice, Cordova, Siviglia: nell' In-
ghilterra, prospera di un'agricoltura, i cui prodotti venivano adibiti
anche all'espoitazione. detentrice di stagno, di piombo, di rame, di
(1) Blììmneu, o. c, 141-42: Buctisenschììtz. Die .Haiijitsialtiii d. (imnrb-
/'lf;issef< ini kit/ss. Alti'iihninc (Leipzii;. 18(i!), r>l).
(2: La crescotitt' importanza eomuiffciale della llallia Cisalpina e Traiisal-
])iiia si rileva altrt'Si dalla copia delle eorpoiazioiii industriali ivi t-ostitiiite.
l'fr.WALTZiNCi, Mude hÌAf. sin- les corp. i'rof. clies les Romains (Louvain, lM».5-f)00,
II, pag. 158-59): e Blììmner, o. e., 3S e segg.
(3) Tale cifra si accorda con quanto ne dice STRAnONE, il quale reputava
che coloi-o che vi avevano menzionato 1(100 citt;\, aveano dovuto includervi anche
i piccoli centri (.3, 4, 13).
U)ì l..\ KOVLN'A ECOXO.MICA !)ELLA (lIlliClA ANI'K^A
lend, (li clcllri) e produttrice di oggetti di avorio, di colliiiic e di vasi
(l'elettro e vetro, eoa Londra; nella Germania, con Halisliona. Magonza.
Norenilìeig.
Vili.
K alle nuove condizioni esteriori lisponde la struttura e Torien-
laiiiento delle nuove \ le del Iraflico internazionale.
Le più battute tra le mediterranee sarainio d'ora in avanti quelle,
che da l)icearchia e da Ostia, primi porli italici, condurranno a Mar-
siglia in Gallia o a Cadice in Spagna, o le altre che da Pozzuoli per
Messina proseguiranno alla volta della provincia d'Africa o dell'Egitto.
Ma assai più cospicue delle precedenti s'accingono ogni giorno
a divenire le vie del traffico romano coi paesi dell'est.
Sotto la Repubblica avevano dominato due vie terresti! attraverso
l'Asia Minore. L'una, costeggiando le rive del Mar Nero, sinternava
nell'Asia nord e centrale, ove i mercanti romani colà domiciliati eser-
citavano una vittoriosa concorrenza a danno dei confratelli d'Occidente,
e le merci, di cui essa era l'alveo, venivano caricate e recate in Italia
da altri mercanti romani, detentori, se non unici, certo vittoriosi del
commercio europeo. L'altra andava dall'Eufrate per Mazaca, Apamea e
Laodicea, fino ad Efeso, recando i prodotti naturali e industriali della
Caldea, della Fenicia, della Siria, della Persia e dell'India, che colà
attendevano d'essere alla loro volta caricati e trasportati in Italia.
Ma già, dagli ultimi anni della repubblica, le relazioni fra Roma
e l'Egitto avevano tatto prevalere una terza linea fra l'Occidente' e
l'Oriente, quella di Alessandria, che fin dalla riduzione dell'Egitto a
provincia romana accoglierà il maggior nerbo del connnercio romano-
orientale.
Essa, proseguita da altre vie tluviali e teriestii attraverso l'Egitto.
l'Arabia, ecc., tino alle Indie, rotte e diramate a seconda delle occor-
renze e delle destinazioni, e, dopo la conquista romana, inauginata
direttamente per mare, a motivo della migliore navigabilità del Nilo
e del più breve tragitto terrestre, aveva finito per trionfare sulle più
antiche fra l'Europa e l'Oriente. Se non che ottant'anni circa dopo la
conquista dell'Egitto, o magari prima di codesta età, in un'era che
pen") non è i)iù la tolomaica, sibbene la romana, toccava in sorte ai
navigatoli la scopeita dei uuissoni di nord-est e di sud-ovest. Uiui
nuova linea, senza confronto più rapida ed agevole, s'apriva fra l'A-
frica e l'India, e questa, che il commercio occidenlale seguirà senza
interruzioni per ben quattordici secoli, non farà che ribatlire la sog-
gezione economica di Romn all'Rgitto e (piella del mondo intero al-
l'una ed all'altro.
IX.
Solii, in IMI r.uilo. lajiliala Inori delie yiiandi arlciie coimner-
ciali, vuotant('si d'uomini e d'energie, giaceva la (ìrecia destituita
dell'antica grandezza, senza più desiderio o stimolo alcuno a ricii-
pei'arla. Nelle intuizioni di paesi d'ora innanzi in rapporti counner-
ciali con Roma, arbitra del governo del mondo, essa non serba ]iiù
che l'ultimo posto. Roma commercerà con la Sicilia, l'Africa, le re-
LA ROVINA ECONOMICA DELLA CiRECIA ANTICA 495
gioni dell' Europa settentrionale e occidentale, l'Arabia, la Siria, la
Persia, le Indie, poco o nulla con la Grecia, che più non vanterà
l'onore di citazioni esemplificatrici da parte dei contemporanei studiosi
e storici del movimento economico. Tutti i paesi un tempo soggetti
all'impero del commercio ellenico, le coste fieli" Egeo e del Mediter-
raneo, la Spagna, l'Italia, la Sicilia, la Libia, l'Egitto e l'Asia Mi-
nore, subiscono adesso altri domini ed altri dominatori. E Atene,
mutila d'industrie e di commercio, si accingerà a vivere delle bene-
voli oblazioni di quei Romani che vi dispenseranno regolarmente fru-
mento, vi istituiranno dotazioni alimentari e ne pagheranno a spese
dell'erario i giuochi pubblici. I mercati dell' Impero oblieranno o
cjuasi gli antichi olii e gli antichi vini dell'Egeo, e d'ogni assenza di
vita sarà prova il fatto che le nuove molteplici riattazioni o costru-
zioni di strade militari-commerciali o commerciali soltanto si terranno
lontane dall'ambito di questa penisola, un tempo sorrisa dal Ijacio
della gloria.
Nuove strade si apriranno in Palestina, in Egitto, nella provincia
d'Africa, fra l'Italia e la Spagna, fra l'Italia e l'Europa centrale, in
Spagna, nelle Gallie, in Inghilterra, in Tracia, in .\sia Minore, in Siria.
La Grecia rimarrà fuori dell'intreccio di tante arterie di vita (1). se
ne togli l'apertura di un tragitto attraverso le montagne dell' E])iro e
della Macedonia, l'uno, paese che i Greci non avevano mai conside-
rato come ellenico, l'altro che ellenico non era mai stato.
Ne tale abbandono sarà limitato alla rete stradale. La Grecia non
vanterà lavoro pubblico di qualche importanza, compiuto dalla Re-
pubblica o dairimf)er() romano, che dapertutto troverà da restaurare
e da comi)iere, fino in Alessan(h'ia ed in Egitto, ma che non crederà
di occuparsi dell'Eliade, se non |)er piofondervi i suoi .sonisi di spiez-
zante commiserazione. 1 mercati e le grandi fiere, che un tempo adu-
navano ed agitavano in giorni determinati tutta la schiatta degli EI-
leni, sono ora pressoché disparsi. Sedi di fiere e di mercati sono
divenute l'Africa, l'Oriente, l'Europa occidentale e centrale, non più la
penisola ellenica. Qui l'Ai'cadia, già dall'oraiiolo e da Senofonte van-
tata per la sua densa popolazione, Orcomeno, Mantinea, Tegea, Erea,
le loro mura, i loro templi, non saranno nell'età di Strabone, al pari
della glande Megalopoli, che un grande deserto, il Pireo un villaggio
cosparso di poche abitazioni, visitato dagli stranieri solo in grazia
delle sue opere d'arte, ove sarà caso strano se qualche grande nave
egizia vorrà accingersi a solcarne le acque. Atene, la grande Alene,
non vanterà altra industria se ne togli quella dell'accattonaggio. L'il-
lirio e l'Epiro, un tempo fiorenti di uomini e di prodotti naturali,
figureianno in massima parte deserti, e fra i villaggi rompenti le im-
mense distese dei ruderi degli antichi centri cittadini, il silenzio pen-
derà fin sull'oracolo di Dodona, come ogni altra cosa, già spento.
Delfo non sarà più che una memoria, un testimonio eloquente del
precipitare delle umane grandezze. Delle cento |)iù rinomate città
della Laconia, ben settanta giaceranno prostese al suolo o abbando-
nate. In Tessaglia, la più fertile delle regioni greche, il Penco, nel
terzo secolo, bagnerà un paese completaiuente selvaggio. Le antiche città
iK'otc. Tebe sovra ogni ailia. nou saranno più ciie dei liorglii rustici.
(1) MoMMSEN, o. e, 270. Cfr. Légkk, L'S /ravtnix publics aii temps des Romains
(Paris, 187.5, pag. 179 e segg).
106 LA ROVINA ECONOAIICA DEI.LA C.KIXIA ANTICA
o, peggio ancora, qualcosa die a stento potrà essere definito eoiiie
tale (1). e Dione Crisostomo avrà copia di modelli nell'abbozzare, in
una sua orazione, il quadro di un villaggio euboico dei i)rinii del
quarto secolo dell'era volgare, sorgente sulle l'oviiie e il deserto di
una città spoftolata, fra terre incolte per mancanza di braccia, in
mezzo a messi maturanti entro il recinto delle anlicbe nana, cosparso
delle statue abbandonate degli dèi e degli eroi, e di blandii di t)e-
stiami pascenti a pie dei vetusti edilìzi cittadini (-2).
« 8i maturava - esclama uno storico - un processo d'involuzione
« pari a quello che subirebbe l'Inghilterra contemporanea, ove per-
« desse d'un tratto la sua egemonia commerciale e industiiale e scen-
« desse al livello di un paese di secondaria importanza » (3).
Ma. giacché è destino dellv- umane vicende die i mali generino
di rimbalzo altri mali, che a loi'o volta acuiscono la giavità dei primi,
la tine del movimento commerciale nei mari greci e nelle terre elle-
niche condizionerà o determineià direttamente la risurrezione o lo
spaventoso incremento della pirateria, da secoli, in grazia dell'av-
vivato commercio per terra e |)er mare, se non spenta, in gian parte
fugata, che soffocherà con la violenza e col terrore gli ultimi tratti
della vita economica greca.
Nel primo secolo a. C. tutto il Mediterraneo, assai |)iù die lago
romano, era invero divenuto lago di corsari temibili ed im|)uniti. in-
sidiatori di viaggi e di commerci. « Quale costa o quale isola - diie-
« derà Cicerone - fu. in questi ultimi anni, abbastanza forte per diten-
« dersene, abbastanza recondita per isfuggire ai loro occhi? Chi potè
« accingersi a navigare senza esporsi al pericolo di rimettere la vita
« o la libertà? Quante isole non sono state diserte? Quante città gli
« abitanti non abbandonarono pel terrore? Quante i pirati non con-
« quistarono per forza? » (4).
Essi infatti, i cui covi preferiti giacevano in qucH'estremo ormai
morto lembo orientale del mare Mediterraneo, penetrati, andie in pieno
inverno, nel cuore dell'Egeo, scoriazzavano in seno alle Cicladi. for-
micolavano indisturbati e minacciosi sulle spiagge dell".\sia Minore e
della Grecia, assalivano le città e le obbligavano a riscattarsi per de-
naro, le assediavano, le espugnavano. Air84, sotto gli occhi di Siila
prendevano e spogliavano Samo, Samotracia, Clazomene, lasso. Tutti
i templi sulle spiagge dell'Eliade e dell'Asia Minore ne avevano subito
il saccheggio: quello d'Ermione, d'Ejiidauro, di Tenaro, di Calamuia,
d'Argo, di Delo. - quello di Samotracia avea da solo pagato ben ()U,(K)0
franchi - e la jiopolazione, in preda al terrore e alla disperazione,
avea terminato con l'espatriare in massa.
(Il Heuod. I, tìC; Xen. 'ì-Vi.}.-q:/.fjL, VII, t, -JH: Straiì. 8, 8, 1-2: Strab. ».
I. 1 : Stuah. 7, 7. 9; Stuak. !», 3, 4 e 8; Stkaiì. 8. -t, 11: Stkah. !». 2. 5.
(2| Dio. Chrysost., Kh^-A/.o^ ■'f^ Ko/y,v&-; passim (ed. Diiulorf. Lipsiae, 18.")7).
(3) Mevbr, Die wirtsehuftliche Entwickelaiifi dps Aìtertnin, in Jalirbiicli f.
Xatioiialokonoinic and Statistick 118(10, \ki'^. 728).
(4) De imp. Cu. Pomp. 11,31-32.
LA ROVINA ECONOMICA DELLA GRECIA ANTICA 497
Né i corsari esaurivano il lugubre e feroce corteo dei malanni,
ilie la fine del commercio aveva provocalo: insorgeva il brigantaggio
terrestre.
Nell'età di Stralione la regione dell'Olimpo trovavasi in mano di
una banda di malfattori così temibile da essere il suo capo riescito
ad acquistare da Ottaviano, il futuro dominatore del mondo, un tal
quale riconoscimento di sovranità indisturbata.
È agevole da tutto ciò immaginare tino a qual segno tanti disastri
dovessero contribuire a soffocare gli estremi conati del commercio nei
mari periferici e nell'interno dell' Eliade e a sospingere quel paese sempre
più verso il fondo dell'abisso.
XI.
E gli ultimi tratti della Grecia può dirsi non tocchino l'età di
Roma imperiale. Essi si spengono o quasi con Roma repubblicana.
Nel breve lasso di tempo, che corre dalla sua fine politica (146 a. C.)
alla fine della Repubblica romana (;5() a. C. ), i tenui rigagnoli
commerciali, non più guidati dagli argini della civiltà, ripigliano le
antiche primitive orientazioni. Ad Atene, naturalmente disadatta e
divenuta solo - in virtù della sua attività e della sua potenza politica -
l'emporio commerciale dell'Oriente e del Mediterraneo, si sostituiscono
per breve ora Corinto, Rodi, e, dopo la romana decapitazione di am-
bedue, Delo, e con Delo qualcuna delle città costiere dell'Asia Minore
o del Ponto.
Ma, anche a non escludere la nuova Corinto romana, non si tratta
(juesta volta né di splendori durevoli, uè di nuovi centri di produzione
o di civiltà, sibbene, salvo forse Rodi, di effimeri porti e di stazioni
marittime, che nulla hanno a competere con le rivali dell'Occidente e
dell'Oriente, di brevi ed anguste vie di transito ad altri mercati e di
altri prodotti. Il tronco maggiore del mondo ellenico è già invaso dal
rigore e dal gelo della morte, e l'aurora imperiale romana s'affretterà
a rivolgere ai porti italici, non più ellenici, della costa occidentale delia
penisola gli estremi residui del traffico greco con l'Oriente.
L'industria si arena, regredisce alla sua fase prettamente econo-
mica; destituita di ogni sbocco e di ogni orientazione, si giace soddi-
sfatta di sopperire alla meno peggio ai bisogni locali. La Grecia
finisce, sopravvive il greco, rigattiere volgare ed astuto della produ-
zione altrui, pieghevole come servo, umile come parassita ed accattone.
Analogo processo altri popoli ed altri paesi dovevano, con con-
seguenze più o meno fatali, subire di là a qualche dozzina di secoli.
E, come alla scoperta dell'America l'egemonia commerciale ed eco-
nomica passerà dai popoli mediterranei agli altri dell'Atlantico ; dagli
Italiani e dai Tedeschi agli Spagnoli, ai Portoghesi, ai Francesi, agli
Olandesi; dagli empori meridionali agli occidentali d'Europa, - così,
alla nuova scoperta delle Indie e dell'Europa, essa si spostava dalla
th-ecia e dalla Magna Grecia all'Oriente, all'Egitto, all'Africa, all'A-
tlantico, provocando, come quattordici secoli più tardi, la fine delle
nazioni, dai cui lidi avea esulato per sempre.
C. Barbagallo.
■i^\ VoL evi. Serie IV - 1" agosto 1903.
L'EVASO DA SAKHALIN
NOVELLA
I.
... Il mio compagno parti ed io fui obbligalo a passare la notlc
nella « yurta » solo. Ma non avevo nessuna voglia di lavorare e non ebbi
nemmeno il coraggio di accendere il fuoco. Semicoricato sul mio ietto,
mi abbandonavo insensibilmente, e senza averne coscienza, alle penose
impressioni di un silenzio assoluto e della notte che scendeva coi
vortici di una nebbia glaciale.
A traverso i ghiaccinoli della fhiestra della piccola yuita, gli ul-
timi e pallidi raggi di un giorno crepuscolare (cosa tanto particolare
alle regioni dell'estremo Nord) si spegnevano a poco a poco.
Una densa oscurità usciva dagli angoli, si dilfondeva, saliva lungo
i muri obliqui clie sembi'avano congiungersi sempre più vicino e al
disopra della mia testa. Durante alcuni minuti ancora apparvero i
contorni dell'enorme stufa che si innalzava in mezzo alla yurta. Si
sarebbe detto che uno dei penati familiari dell' abitazione « yakula »
stendesse le sue braccia aperte, come in una lotta silenziosa. Infine
quelle ombre confuse disparvero a loro volta e lutto si perde nel nero
crescente.
Oscurità completa!... Soltanto tre macchie fosforescenti e indecise
scintillavano debolmente. Kra il freddo paralizzante (lelFinverno yakuta
che, a traverso le finestre, immergeva i suoi funebri sguardi.
Minuti e ore scorsero silenziose, seguendosi le une dopo le altn?
nel loro ordine ritmico. Era l'ora crepuscolare e quotidiana che io non
sentii venire, in cui la tristezza si impadronisce del cuore da padrona
sovrana ; in cui il « suolo straniero » avvolge l'esiliato col suo soffio
implacabile, con la sua oscurità glaciale: in cui nell'immaginazione
turbata, si levano e si stendono, minaccianti, come un infinito invin-
cibile e senza misura, le montagne, le for-ste, le steppe immense frap-
poste fra voi e quel che vi è tanto caro, tutto ciò che è lontano ora,
tutto ciò che è perduto; tutto ciò adescandovi ancora, attirandovi
più vivamente, non svanisce nemmeno a quell'ora nella nebulosa
lontananza, con gli scintillii rassomiglianti agli splendori del fuoco mo-
rente di una speranza perduta. Kd è allora che l'amaro dolore così a
lungo frenato sale dal più profondo del cuore, rialza arditamente il
sinistro capo e, in mezzo a quella calma di morte, in queste tenebre
mi susurra nettamente all'orecchio le inesorabili, spaventose parole:
« Per sempre in questa bara... Per sempre!... »
l'evaso r>A SAKHALIX 499
L'n gagnolio debole e carezzevole che, dal tetto piatto ari'ivava al
mio orecchio, a traverso il tubo della stufa, venne a strapparmi a
quell'intorpidimento penoso. Era l'amico intelligente, il mio fedele cane
Cerbero, che, intirizzito al suo posto di guardia, sembrava chiedermi
che cosa avessi che potesse impedirmi di accendere il fuoco, in quella
terribile ora di freddo. Sentendo che ero per soccombere in quella
lotta col silenzio e l'oscurità, mi scossi, mi decisi a ricorrere all'unico
mezzo di salute che avevo sottomano; e questo ei'a il fuoco, il dio
della yurta, il fuoco onnipossente.
1 Yakuti non spengono il loro fuoco dell'inverno e i loro fumaiuoli
sono fabbricati in modo che non possono essere chiusi. Noi, eravamo
riusciti, bene o male, ad accomodare il nostro da poterlo chiudere,
ma dal di fuori, e bisognava, ogni volta, salire sul tetto piatto della
yurta. La casa era avvolta dalla neve fino alla cima; i gradini vi
erano tracciati ed io salii.
La nostra abitazione si trovava all'estremità della « sloboda ». un
poco al di fuori. D'ordinario, si poteva, dal nostro tetto, abbracciare
tutto il piccolo piano e le montagne che la circondavano, come i fuo-
chi delle yurte della sloboda, abitate dai dipendenti dei coloni russi,
da lungo tempo yakutizzati, e, in maggior parte, da tartari esiliati.
Ma in quel momento una nebbia grigia e fredda, che l'occhio non
poteva penetrare, avvolgeva tutte le cose. Sospesa nell'aria, di una tem-
peratura di 40 gradi Réamur, essa gravava, immobile e pesante, sulla
feria silenziosa; dovunque, lo sguardo era fermato da quella massa
grigia, difforme e morta...
Solamente in alto, molto in alto, al disopra del capo, in fondo
al cielo, una stella solitaria trapassando il denso velo, inviava alla
terra il suo raggio acuto e chiaro.
Tutto era ghiacciato: le rive del fiume, le povere capanne del vil-
laggio, la piccola chiesa, il |)iano ininterrotto e coperto di neve, la linea
scura della « taiga », ogni cosa era sprofondata in quella nebbia come
in un immenso mare. 11 tetto della yurta col suo fumaiolo di argilla,
sul quale mi tenevo dritto col mio cane accovacciato ai piedi, mi
dava l'impressione di un'isola gettata in mezzo all'oceano senza limiti.
Intorno, non il menomo rumore... solamente il freddo, l'angoscia...
una notte silenziosa, piena di ansietà, di timore.
Cerbei"o cominciò a guaire dolcemente e lamentosamente. Il po-
vero cane pi'o\ava forse, lui pure, una specie di angoscia all'avvici-
narsi di quel regno freddo implacabile e si stringeva a me, col suo
piccolo muso appuntito, allungato, le orecchie sottili e tese, fissando
con aria pensosa gli occhi sulla nebbia grigia e impenetrabile.
Ad un tratto, le sue orecchie si rizzarono ed esso si die a ululare.
Ascoltai. Dai)prima non intesi nulla, ma dopo alcuni istanti di
questo silenzio strano, sorse un rumore lontano, appena percettibile,
uno. due. tre!... e subito potei riconoscere, attraverso l'aria ghiacciata,
lo scalpitìo di un cavallo che correva in lontananza, a traversò le
praterie! lo pensai al povero cavaliere solitario, che. giudicando dal debole
rumore prodotto dagli zoccoli del cavallo, aveva a fare ancora tre
verste, prima di arrivare al villaggio. Poscia discesi rapidamente dal
tetto ])er la muraglia inclinata e mi precipitai nella yurta, peichè, in
un minuto, all'aria aperta, col viso scoperto, si rischi,! di sentir gelarsi
il naso o una guancia.
.)(K) 1, EVASO DA SAKHALIX
Cerbero do|)o di avere emesso un grido sonoro in direzione dello
sealpitìo del cavallo, mi seguì.
Subito, un ceppo che accesi s'infiammò nella stula, dal fornello
aperto come una gola mostruosa, nel mezzo della yurta : vi aggiunsi
pure alcuni rami di larice e, dopo pochi istanti, la mia triste e silen-
ziosa dimora si riempi di rumore e di allegri scoppiettìi.
La fiamma scorreva lungo i ceppi, li lambiva, li accendeva a jioco
a poco, scherzando, saltellando, brontolando, fischiando. Era tiualche
cosa di chiaro, di vivo, di piecipitoso e di instancabilmente ciarliero
che scivolava nella yiu'ta, illuminandola allegramente fino nei suoi
angoli più appartati e dando ades.sala vita. Allora, a traverso il tubo
corto e dritto della stuta, sentivo le scintille brucianti scoppiettare e
fischiare nell'aria ghiacciata. Poi il fuoco riprendeva il suo giuoco con
esplosioni frequenti; simili a colpi di pistola risonavano allegramente
nella mia povera capanna.
Allora non mi sentii piìi così solo. Intorno a me tutto sembrava
agitarsi, danzare, parlare. La brina stesa sulle finestre, a traverso la
quale guardavo poco prima la notte sinistra e glaciale, la brina, su
cui ora brillava la fiamma, si crivellava di ardenti scintille di ogni
colore, simili a pietie preziose.
Io provava un piacere particolare pensando che in mezzo a quella
notte nebulosa e fredda una capanna solitaria brillava dei ritiessi lu-
minosi e, simile a un vulcano in miniatura, lanciava \ciso il cielo
mazzettini di incandescenti scintille che scoppiettavano e palpitavano
nell'aria, a traverso turbini di fumo bianco.
Cerbero venne a mettersi sulle sue zampe posteriori vicino alla
sfida e si die a guardare il fuoco, immobile come una statua. Di
quando in quando volgeva la testa verso di me, e i suoi occhi, pieni
(li carezze e cosi intelligenti, dicevano la sua riconoscenza e la sua
bontà.
Nel cortile, presso il muro esteriore, risuona un rumore pesante
di passi: ma Cerbero non si nmove e si contenta di brontolare con
indulgenza; egli sa bene che sono i miei cavalli che, dopo essere ri-
masti a lungo sotto la tettoia, le orecchie serrate, tremanti di freddo,
vengono ora, attirati dal fuoco, a ripararsi vicino al muro a godersi
la vista delle scintille che danzano nella notte e di quel lungo nastro
di fumo tiepido e bianco.
A un tratto il mio cane si allontana tlal fuoco, con aria scon-
tenta, e si mette a bi'ontolare, [)oscia si slancia verso la porta, lo
faccio uscire Cerbero e lo rimando al suo posto di guardia sul tetto,
dove esso si dimena ed abbaia con furore, mentre io esco per guar-
dare fuor del vestibolo.
Kra quel passante solitario che avevo inteso in mezzo al silenzio
della notte. Il fuoco della mia capanna l'aveva senza dubbio tentato;
e già scostava le pertiche di che era fatto il mio jiortone, per far pe-
netrare nel cortile il suo cavallo carico e sellato.
Io non aspettavo nessuno dei miei amici. Non era possibile che
l'osse quegli un yakuta che arrivava al villaggio a un'ora così inol-
trata. Anche in questo caso egli sapeva bene dove abitavano i suoi
« dogors » (anuci) e non si sarebbe fermato al primo fuoco.
Non potrà essere che un colono, pensai io.
D'abitudine, non si ama avere in casa simili ospiti, ma in quel
momento la presenza di un essere umano arrivava molto a proposito.
T. EVASO DA SAKHALIX 5(J1
Sapevo che il mio fuoco, che ora scoppietlava così allegramente, non
avrebbe tardato a calmarsi; allora avrei visto le fiamme languenti
allungarsi pigramente sul legno arrossito, e sempre piìi deboli, sem])re
pili rare, quelle fiamme, come scrp:'nti di fuoco, si metterebbeio a
scorrere le braci ardenti, susurrando misteriose parole.
Allora, di nuovo il silenzio e l'oscurità avrebbero invaso la mia
capanna e l'angoscia sarebbe eutrala nel mio cuore.
Di quando in quando, una debole scintilla, covante sotto la ce-
nere, sprizzerebbe nell'ondn-a come lo sguardo di un occhio che si
socchiude, per richiudersi pei' sempre: poi infine ogni luce svanirebbe
e di nuovo sarei rimasto solo, solo in ([uella notte lunga, dolorosa,
senza fine.
Quell'uomo al quale io era per dare asilo, non lo conoscevo; nel
suo passato forse vi era stato del sangue!... Che importa! D'altronde
questa idea non mi venne neppure.
La Siberia insegna a distinguere l'uomo anche in un assassino.
Benché, conoscendoli davvicino e meglio, non si conservano illu-
sioni su quei poveretti che si sono divertiti a rubare cavalli, a scas-
sinar serrature o spezzare dei cranii in una notte oscura, e non si
può fare a meno, in presenza di uno di questi esseri, che cei'care di
comprendere e spiegarsi i movimenti così diversi, cosi complessi della
natura umana. L'analisi insegna ciò che si può aspettare da un uomo.
Un assassino non è che un assassino: egli pure vive, prova le stesse
sensazioni degli altri uomini, ha sopratutto il sentimento della rico-
noscenza per colui che, in un tempo cattivo e freddo, gli dà asilo.
Frattanto, tutte le volte che mi è avvenuto di fare una nuova cono-
scenza di simil genere, e se per caso il mio viaggiatole notturno si
trovava in possesso di un cavallo sellato, su cui si dondolava, get-
tato di traverso il doppio sacco dei cavalieri yakuti. la questione di
sapere a chi fosse appartenuto prima il cavallo mi ispirava un cei'to
dubbio e il contenuto del sacco mi incitava a riflettere sulla ma-
nier'a con cui era stato acquistato.
La pesante poiia della yurta, guarnita di una pelle di cavallo e
nascosta nella muraglia obliqua, si apri ; un'ondata di vapore venuta
dal di fuoi'i s'ingolfò nella camera e lo straniero si avvicinò alla stufa.
I']ra un uomo di alta statur-a, ben piantato e quadrato di spalle.
Sebbene egli fosse vestito da yakuta, non si ave\ a che da volgere
uno sguardo su lui per veder'e che non lo er'a. I suoi piedi er-ano calzati
di quella « toi'bag » di pelle di cavallo, bianca come la neve. Le maniche
della « sona » larghissime si rialzavano in pieghe e superavano le
orecchie. La sua testa e il suo collo er-ano avvolti in un lai-go scialle
i cui capi erano annodati dietro le spalle. Questo scialle, come la inrnta
acuta del berretto yakuta, erano quasi interamente r-icoperti di fiocchi
di brina compatta e gelata.
Lo sconosciuto si avvicinò alla stufa e con le mani gelate si
snodò dap|irima lo scialle, poscia i cordoni del ber'retto die si rigettò
sulle spalle. Alloi'a, potei vedere il viso giovane e arr'ossito dal freddo
di un uomo di una trentina d'anni, l suoi lineamenti for-ti, espressivi
erano impr-ontati a quella espressione particolar-e che io aveva avuto
spesso l'occasione di osservarle nei decani delle comunità di prigionieri
e che è tpiella delle persone sicure dell'autorità che essi esercitano nel
loro ambienle, sebbene obbligati, nello stesso tempo, a una gr-ande
circospezione con gli stranieri. I suoi occhi neri e intelligenti lancia-
502 l'evaso ha sakhamn
vano l)nni e i;i|)idi sguardi. La parte inferiore dei viso, mi |)o' promi-
iieiilc. las(Muva indovinare una natura ardente e apiiassionala clic il
« Hi'odinga » aveva appreso da linigo tempo a dissiiiudan', peiclir
da alcuni sinionu carallerislici. sel»l)ene diftieili ad alferiursi, io aveva
iniiuediatamente riconosciuto nel mio ospite un « Hrodiaga » (evaso).
Talvolta un fremito quasi insensibile del suo lahltro inferiore e la
tensione nervosa dei suoi muscoli livelavano la lotta interna di uno
spirito inquieto e sempre in guaidia.
La fatica, il freddo, e forse pure Tangoscia che aveva provato il
viaggiatore solitario, camminando la notte a traverso (piella Tiehhia
ini penetrabile, addolcivano i contorni della sua tigura, e si li vela va
tale cambiamento sulla sua fronte e nei suoi occhi nei-i con mia sof-
ferenza così consona col mio umore di quella sera, che io sentii a
un tratto nna simiiatia involontaria pel mio ospite sconosciuto, (les-
sando di svestirsi di jiiii. si appoggiò alia stufa e trasse di tasca una
pipa.
— Buongiorno, « gospodine » (1), disse egli battendo il fornello della
sua pipa contro uno spigolo jiei- vuotarla, e lanciandomi di sbieco uno
sguardo scrutatore.
— Buongiorno, ris|iosi io continuando a esaminare con attenzione
la sua tigura.
— Vi chiedo scusa, gospodine, di esser penetrato in ca.sa vostra
liberamente. Tutto quel che vi chiedo è di riscaldarmi un poco e fu-
mare una pipa, poscia partirò subito perchè, a due verste di t\m. de-
gli amici, fra cui sono sempre il benvenuto, mi aspettano.
La sua voce tradiva quella specie di riserva di un uomo che non
vuol mostrarsi importuno, e con piccoli sguardi attenti e bruschi cer-
cava indovinare la risposta che ero per dargli e che doveva stabilire
le nostre relazioni ulteriori.
10 ti tratterò come mi tratterai, diceva il suo occhio tisso e freddo.
Malgrado tutto questo, la riserva del mio ospite contrastava gra-
devolmente con l'importunità abituale dei coloni yakuti, benché tasse
evidente che, se egli non avesse contato passare la notte in casa mia.
avrebbe attaccato il suo cavallo alla siepe, di fuori, invece di farlo
eidrare nel cortile.
— Chi siete"? - domandai. - Come vi chiamate?
— Io mi chiamo Bagbylai, vale a dire, vedete', questo non è il mio
nome vero... il nome che mi si dava in Russia era Vassily... V'oi ne
avete inteso ])arlare for.se? del distretto di Baiagantai?
— Nato all'LTrar.' Un Brodiaga ?
Un soiiiso di soddisfazione illuminò le labbia del mio os|)ite.
— Sì. pr()|)iio così ! Sono io stesso. Sembra che avete intesopar-
lare di me.
— Si, è stato M. N. N. che mi ha parlato di voi. Voi ei'avaie
vicini, non è vero?
— Pei'fett amente. M. N. N. mi conosce benissimo.
— Ne sono felice. Siate il benvenuto. Rimarrete in casa mia questa
notte e vi dico che niente mi giunge jùii a i)ro|iosito, perchè io sono
solo. Fra breve jirepareremo il * samovar».
11 Hrodiaga accettò volentieri.
— Grazie, gosiiodine, poi che ini invilale. io non liliulo. Snilanto,
(i) Signore.
bisogna che io tolga il sacco dalla sella e che porti qui qualche altra
cosa: ciò è luolto pi-udente, sebbene abbia avuto la precauzione di at-
taccare il mio cavallo nel cortile: ma vi sono persone molto abili di
mano nel vostro villaggio, sopratutto fra i Tartari.
Egli uscì. Un minuto dopo rientrò nella camera, carico di due
pacchi da viaggio. Dopo aver sciolte le correggie. cominciò a tirar fuori
provvigioni di ogni sorta, pezzetti di burro gelato, latte ghiacciato,
qualche dozzina di uova, ecc.. Pose una parte di questi commestibili
sulle mie scansie e il i-esto nel vestibolo, perchè non si sciogliesse.
Poscia, si tolse lo scialle, la pelliccia, il caffettano, e infine, non
avendo che la sua camicia di cotone, prese una sedia e si sedette
vicino al fuoco : indi levando la testa e sorridendo : ■
— Gospodine, ecco !... io vi dirò tutta la verità. Avvicinandomi
alla vostra porta mi dicevo: Forse egli mi rifiuterà Tospitalità jier questa
notte ! Perchè, vedete, io comprendo benissimo la situazione. Vi sono
fra noi tutte le specie di tipi, e alla maggior parte di essi non si po-
trebbe dare ospitalità... in alcuna maniera. Ma per me. io non appar-
tengo a quella categoria, ve lo dichiai'O in buona coscienza... Del resto,
poi che avete inteso parlare dei miei...
— È vei'o, ne so qualche cosa.
— Vedete bene!... lo. posso dirlo senza vantarmi, meno una vita
assolutamente onesta, esemplare : ho una vacca, un torello di ti-e
anni, un cavallo... Lavoro la terra, l'orto...
Tutto questo era detto in un tono strano vicino al sogno. Il co-
lono, gli occhi fìssi, sembrava guardare un punto nello spazio. Pro-
nunciando queste ultime parole. s])alancò le braccia in un gesto di stu-
pore che sembrava dire: « Tutto questo è verità, sì, proprio come iodico ».
— Sì, - continuò egli suUo stesso tono - io lavoro, e secondo i co-
mandamenti di Dio! Che volete? Che volete, considero che questo vai
sempre meglio che rubare, o. ciò che è peggio ancora, fare il brigante.
E vedete, un esempio ebevi prova come io abbia ragione, lo viaggio
in una notte oscura, vedo un fuoco, il vostro, entro... e subito trovo
un'accoglienza ospitale, il samovar... Non sono questi fatti inapprez-
zabili 1
— Certo - risj)osi io, sebbene fosse evideide che era sé stesso che
egli voleva convincere di tutti i vantaggi della sua nuova vita.
10 conoscevo un poco questo Vassily da ciò che me ne aveva rac-
contato uno dei miei amici, uno dei Brodiagiii coloni. Egli viveva da
due anni in una casetta di sua projirietà, in mezzo alla foresta, presso
un lago e non lontano da una « naslega » (comune) yakuta. Vassily,
fra i coloni che sono per la maggior parte teste ardenti, che trascinano
la miseria, non avendo nulla da perdere, rubando e saccheggiando
nelle vicinanze. Vassily era uno di quei rari Brodiaghi che prefeiisconn
una vita di lavoro, cosa che permette loro di rialzarsi facilmente.
11 jiopolo yakuta è. in generale, molto bonario, e in alcuni villaggi
è in uso il soccorrere i coloni nuovi venuti. È vero che, senza questo
aiuto, un uomo, gettato in si dure condizioni in mezzo a un paese
sconosciuto, non avrebbe altra alternativa che morire di fame e di
tieddo o darsi al brigantaggio.
E vero pure che questo soccorso è volei fieri accordato sotto forma
di « sussidi di viaggio », grazie ai ((uali il connine si sforza di sba-
razzarsi il p"ìi presto possibile di quei cittadini incomodi, inviandoli
a una miniera qualunque da cui non ritornano che raramente.
L BiVASU J)A SAKHAI.l^
Nondimeno un nomo che vnole seriamente lavoiare tiova sempre
aiuto e sostegno presso i yalcuti.
Vassily otteiHie dunque dalla naslega uti'isiìa. un bue e sei « ])uds »
di biada ciie fuiono seminati a spese del eoiiuine il |)riiiio anno. La
messe tu sulillo al)l)ondanle: di più, X'assily s'impegnò in conrlizioni
molto vantaggiose presso alcuni proprietaii iakuli per falciare il grano;
poscia, poco a poco si mise a tare il commercio del tabacco, e in meno
di due anni trovò modo di mettere su casa propria. T yal<uti lo sti-
mavano molto. I coloni, in sua presenza, lo chiamavano Vassily Ivano-
vitch e solamente qiiando era assente lo nominavano Waska sempli-
cemente. I preti, in viaggio per il loro ministero, entravano in casa
sua e alla loro volta io invitavano ad andarli a trovare. Bisogna
aggiungere nel numero delle sue conoscenze alcuni di noi, gente di
casta e di educazione più elevata, precipitati dal destino in c( nelle
lontane regioni.
La vita di Vassily sembrava dunque molto bene ordinata, e non
gli restava più che ammogliarsi. Ma in ciò si presentavano molte
difTicoltà, perchè di abitudine non si sposa un Brodiaga, ma con un
po' di danaro, con una giovenca e ini buon puledro si accomoda tutto
in quel benedetto paese.
Tuttavia, più esaminavo la figura energica del giovane Brodiaga.
più vi scoprivo non so che di bizzarro che dapprima non mi aveva
colpito. Ora, quella figura mi piaceva meno di poco priina, sebbene
la trovassi, malgrado tutto, abbastanza gradevole.
1 suoi occhi scuri guardaxano talvolta con aria pensosa e intel-
ligente. Tutti i suoi lineamenti indicavano l'energia; le sue maniere
erano franche, e, nel tono che egli affettava, si sentiva l'amor piojìrio
soddisfatto di vaia natura fiera. Talvolta, soltanto, un fremito nervoso
passava rapidamente sul suo viso e i suoi occhi cessavano di brillare. Si
indovinava quanto costasse a Vassily nascondere, sotto una maschera
di freddezza e di calma, amarezze pungenti che senza posa tendevano
a manifestarsi e che il Brodiaga non riusciva a frenare che con lo
sforzo di una grande volontà...
Allora, io non mi rendevo esatto conto di quel che passava nel-
l'anima del colono. Lo seppi, dopo. È che quell'uomo, Brodiaga per
temperamento, ingannava sé stesso, ci'edendo che la sua esistenza
tranquilla, la sua casetta, la sua vacca, il suo torello, e la stima che
gli si testimoniava, tutto ciò bastasse a renderlo felice.
In fondo, egli non lo ei'a affatto e lo com[)rendeva. l'ur cercando
(ti soffocare quella voce che bi'ontolava in lui, aveva coscienza che la
sua vita monotona in un |)aese straniero, ostile, non era fatta per lui;
ne era disgustato e sentiva già salire dal fondo della sua anima il
richiamo della taiga.
Già, nella monotonia della sua esistenza, le lontananze scono-
sciute, attraenti e illusorie, cominciavano a tentarlo, ad attirarlo
verso di esse.
Tutto questo non è diveiuito chiaro per me che più laidi: ma in
quel momento discernevo facilmente che, malgrado la sua aiiiwrenza
calma, quel Brodiaga aveva nell'anima qualche cosa che lo rodeva,
una specie di cratere sempre pronto a fiammeggiare.
Mentre preparavo il samovar, Vassily era seduto vicino alla stufa
guardandoli fuoco con aria pensosa. Quando il tè fu pronto lo chiamai.
T. EVASO DA SAKHAI.IN air.)
— Grazie, gospodine. disse egli alzandosi. Una parola buona vale
già per me il miglior samovar. AIj! gospodine, gospodine! - mi disse egli
a un tratto con una specie di passione - mi crederai tu ". Al momento
in cui ho scorto il tuo fuoco, il mio cuore è balzato di gioia, ti giuro
elle non mentisco: perchè chi altri che un Russo avrebbe acceso qui
il fuoco.' lo attraversavo le praterie fredde ed oscure... Distinguevo
sulla mia strada i fuochi di alcune yurte e il mio cavallo vi si diri-
geva con tutte le sue forze, perchè è una bestia yakuta. Io non mi
sentivo attirato verso quelle capanne. Che mi avrebbero offerto esse '?
Senza dubbio avrei potuto riscaldarmi, trovarvi anche deiracquavite.
ma queste abitazioni non mi dicevano niente... mentre, allorché ho
scorto il tuo fuoco in quel freddo e in questa notte oscura, mi sono
(letto: Ecco dove vorrei esssere... se mi si vorrà ricevere... Grazie di
non avermi scacciato! Se, per caso passerai qualche volta per la nostra
naslega sarai sempre in casa mia il benvenuto. Grazie a Dio, non
saremo imbaiazzati a farti grata accoglienza... E sarai ricevuto come
meriti, degnamente.
Dopo aver bevuto il tè, Vassily riprese il suo posto vicino al
fuoco. Non poteva coricarsi ancora perchè doveva aspettare che il suo
cavallo avesse meno caldo, per dargli del fieno.
Il cavallo yakuta non è molto forte, ma, in cambio, ha poche esi-
genze. II conta<lino se ne serve per traspoilare il buii'o e altri viveri
nelle mine più lontane o neirinterno della foresta, nei Tonguss, nel
jiaese deirUtchur (1).
In queste escursioni si percorrono centinaia di verste senza tio-
\ are fieno Allorquando in mezzo alla taiga deseita si arriva alla sta-
zione di riposo, il Yakuta spazza in circolo la ne\e, accende dai)|)rima
un gran fuoco, poi lascia i cavalli (antecedentemente impastoiati) pas-
seggiare per la foresta.
Il cavallo che ne ha l'abitudine arriva sempre a sco]irire qualche
erba secca dell'annata precedente, e questa gli basta perchè il mattino
do|>o esso sia pronto a riprendere^ il penoso viaggio. Ma con questi
vantaggi, il cavallo yakuta ha un temperamento particolare di cui biso-
gna tener conto: esso non deve mangiare né immediatamente prima
della corsa, né iniTuediatamente do)io.
Qualche volta, prima della partenza, lo si lascia ventii|uattro ore
senza nutrimento e anche ])iù.
Vassily fu dunque obbligato di as])ettare circa tre ore. Io non mi
coricai n>p]Hire, e rimanemmo svegli entrambi, scambiando di quando
in quando poche parole. Vassily, o piuttosto Baghylai, come era abi-
tuato a chiamarsi lui stesso, gettava costantemente dei cepjìi nella
stufa, cosa che rivelava in lui una delle abitudini del paese, abitudine
contratta nelle lunghe serate dell'inverno yakuta.
— È molto lontano - mormorò egli ad un tratto dopo un abbastanza
lungo silenzio e come rispondendo al suo proprio pensiero.
— Glie cosa è lontano' - chiesi io.
— K del nostro paese che parlo, della Russia.
Qui niente avviene carne da noi, niente rassomiglia alla vita di
laggiù. Vedele, il bestiame, il cavallo... .\ppena si arriva, la i>rima
(1) Piuiutì cLp si getta nell'Aloilan. iifflueiite della Lena.
5()6 ì.'evaso da sakhalin
cura non o di dare a mangiare al cavallo? Qui, è differente: se voi
pensate di dargli il menomo nudrimento quando ha ancora caldo, è
(ìeiduto. Il fieno si cambia in ghiaccio, e la povera bestia union' H
il popolo! vive nella foresta, mangia carne cruda di cavallo: mio Dio,
che cosa non s'intiliiotte ([uiV Persino le carogne... Puah! E poi sono
senza pudoie (|uesta gente. Non avete ch'^ a trarre dalla vostra tasca
la scatola del tabacco che li vedrete tutti come un sol uomo tendere la
mano o ricliiedervene.
- Che volete? Sono i loro costumi, - spiegai io. - E se domandano
non rilìutano di dare a. loro volta. Non sono stati foise essi che vi
hanno aiutato a metter su la vostra casa "?
— Sì, essi mi hanno aiutato, questo è vero.
— • Ebbene! Siete voi contento della vostra vita?- chiesi guardando
fissamente il Brodiaga ?
Egli sorrise enigmaticamente.
— Si, la vita... - rispose egli dojK) un i)reve silenzio, lanciando
un nuovo ceppo nel fuoco.
La fiamma illuminò il suo viso: i suoi occhi erano di\enuli
oscuri.
— Eh, gospodine ! Se io vi raccontassi tutto!... Io non ho, finora,
visto niente di nuovo neììa mia vita. Soltanto fino a diciotto anni
sono ^tato felice, vale a dire sinché ho obbedito ai miei genitori.
Poscia, ho cessato di obbedire ed io fui jierduto. Da quel tempo non
mi considero più come un essere vivo, non fo che agitarmi, di-
menarmi per nulla.
Delle ombre passarono sul viso del Brodiaga e il suo labbro infe-
riore si rialzò in una piega convulsiva, come quello di un fanciullo
che non sa trattenere le lagrime: egli sembrava, col pensiero, ritornare
a quella età in cui obbediva ai suoi genitori: ritornava fanciullo, ma
uii tanciuUo pionto oia a piangere sulla sua vita spezzata.
Essendosi accorto che io l'osservavo attentamente e cercavo scru-
tare il suo pensiero, il Brodiaga dominò la sua emozione, e ritornato
in sé, scosse la testa, dicendo :
— Via, a elle prò tutto questo?... Non amereste meglio, forse,
che vi raccontassi la storia della mia fuga ftell' isola di Sakalin ?
Naturalmente, accettai la proposta, e passai tutta la notte, fino
all'alba, ad ascoltale il racconto del Uiodiaga.
In una notte d'estate del 187... il battello a vapore Nijujj-Novgorod
scivolava sulle onde del mare del Giappone, lasciando dietro di se.
nell'aria azzurra, una lunga fascia di fumo nero. Sulla sinistra, si di-
stinguevano già le l'ive scarpale della Provincia Marittima, avvolte
in una nebbia azzui-rastra a riflessi di argento, mentre, sulla dritta,
in una lontananza intinifa, scorrevano le onde dello stretto di La-
perusa.
11 battello si dirigeva verso l'isola di Sakhalin, ma le coste roc-
ciose di cpielfisola non si scorgevano ancora. Sul battello tutto era
calma, silenzio : sul cassero si staccavano, illuminate dalla luna, le
figure dei jìiloti e degli ufticiali di guardia. I fiiociii dei boccaporti
vacillavano, riflessi sulla superficie oscura dell" Oceano.
La Nijiiy-NoL^gorod avanzava col suo « carico ili prigionieri »,
i quali dovevano rimanere a Sakhalin. A bordo, la disciplina era
l'evaso da sakhalix 507
severissima : essa lo è di ])iù quando si tratta di (le|ior!azioiie. Di
adorno, i piigionieri incatenati passeggiano sliI p'.xite per turno, il resto
del tempo Io |)assano in fondo alla cala.
I.a cala è una vasta stanza ))assissima di volta, al di sollo del
ponle. La Ince vi penetra da piccoli boccaporti che, sul fondo o.scuro.
rassomigliano a due file di bottoni chiari che si vanno sempre più
imjìiccolendo finché spariscono affatto nei fianchi rotondi del naviglio.
Un corridoio, fiancheggiato da grandi pilastri i cui intervalli sono
occupati da griglie di ferro, sejiara la cala in tutta la sua lunghezza
e contiene a destra e a sinistra gli spazii dove sono allineati i letti
di tavole per i prigionieri.
In questo corridoio, poggiati sui loro fucili, stanno le sentinelle
di guardia. La sera, una mesta fila di lanterne illumina con luce dubbia
quel triste quadro di mi.serie umane. Tutta la vita dei deportati scorre
là. dietro t|uella griglia, sotto gli occhi di feroci guardiani. Glie il
bruciante .sole dei tropici dardeggi i suoi raggi sul mare infuocato,
che il vento fischi e brontoli, che le catene della nave stridano e si
rompano, che le onde sollevate dalla tempesta vengano a spezzarsi
contro il battello o che un uragano tbrmidabile si scateni fino a far
gemere e scoppiare il vascello, là, nella cala, niente si muove, tutto
è silenzio. Alcune centinaia di uomini rinchiusi ascoltano, ansiosi, i
lamenti del \ento, e niente li riguarda di ciò che avviene di sopra, né
il |iericolo, ne la direzione della loro galleggiante prigione.
Sul battello, il numero dei prigionieri sorpassa, e di molto, quello
dei loro guardiani, ma una disciplina di ferro grava cosi pesantemente
su tutte le cose, regola anticiiiatamente ogni movimento in modo, che
qualiuique tentativo di ribellione o di ammutinamento è impossibile.
Dalti'onde, tutto è previsto, anche Timprobabile. Se per caso,
quella tinba si rivoltasse, se. divenuta bestia furiosa, tutto sfidasse
nella sua disperazione, se il timore delle repressioni terribili e dei colpi
di fucile tirati a traverso le griglie fossero stati impotenti a fermare
quegli uomini esasperati e che essi si fossero scagliati contro la mu-
raglia di ferro per romperla: allora il comandante avrebbe ancora a
sua disposizione un mezzo infallibile e non avrebbe che a dire: — Leva
tale e tale... fate agire!... — Reco... È fatto!... — R subito correnti
di vapore scottante sarebbero in-oiettate nella cala... R allora le grida
di dolore sostituirebbero le grida di rivolta!...
Questo mezzo originale e onni]jotente allontana la possibilità di
un ammutinamento a bordo. Nondimeno, l'oppressione di un regime
cosi severo modifica poco i costumi e le abitudini di quei miseiabili.
Una notte, mentre il battello scivolava tranquillamente su un mare
cnlmo. riflettente i suoi fuochi nelle acque profonde e oscure: mentre
le sentinelle, appoggiate sui loro fucili, sonnecchiavano al loro posto
di osservazione, e, fremendo leggermente sotto i palpiti della mac-
china instancabile, le lanterne versavano nella prigione la loro ma-
linconica e pallida luce, dietro le griglie, là dove si allineavano in
ordine le ligure grigie ed immollili dei forzati addormentati, un delitto
silenzioso fu compito... Quegli uomini, malgrado le loro catene, ca-
stigarono i rinnegati...
L'indomani, all'appello, tre ])rigionieri non si mossero dai loro
posti. Essi rimasero immobili sui loro letti di tavole, malgrado le
formidabili grida dei capi. Quando si penetrò dietro la griglia e si
sollevarono le « klialates » (specie di vesti da taiiiera) che li coprivano,
ili tacile convincersi che mai più si sarehhero levati per l'appello.
In tutte le coiiiimità dei |irij4Ìonieri esiste nn cello giuppo, foi-
inalo dei più forti e dei pili intliieiili, clic si eii^ic in tiilinnalc, risolve
e giudica ^11 affari gravi, (ili alili, che sono il maggior iiiiinero, vi
restano alTatto estranei, e gli avvenimenti del genere di (pielio di cui
ora vi ho detto sono per essi completamente inattesi.
Colpito di stupore da quella notturna e sinistra tragedia, il po-
])olo della cala rimase muto e sotto la vcdta bassa regnava nn silenzio
timoroso e ])ieno di minaccia.
Non si sentivano che i risucchi delle onde che, spezzate dalla
|)rua del naviglio, correvano lungo la linea di Hot tazioiie, poscia Tan-
sare pesante della macchina, (Taccordo con i colpi cadenzati degli
st.aiitufti. Ma snhito i prigionieri cominciarono a intrattenersi di ipiel-
r incidente e delle consegnenze che ne avrel)l)ero potute seguire. Kra
evidente che, questa volta, le autorità non avrebbero avnto intenzione
di soffocare la cosa, attribnendo la morte a nn accidente o a una
malattia subitanea.
No, le tracce erano visibili. Infatti, 1" interrogatorio conùnciò. l
pi'igionieii tennero fermo.
[in])o.ssibile (come spesso avviene) trovare uno solo che si lasciasse
trasportare a una vile denunzia; le minacce jiiii tenibili, le promesse
più lusinghiere furono im])oleiili.
Gli è che, ipiesta volta, (illre il sentimento di solidarietà, il timore
suggellava le lingue.
Per quanto grande fosse lo spavento che i.spiravano i capi, per
quanto formidabili fossero le loro minacce, vi era qualche cosa di
più formidabile ancoia e questa era la Comunità. Quella stessa notte,
sotto gli stessi ocelli delle senlinelle, aveva dato pro\a della sua ter-
ribile potenza.
Senza dubbio, più d'uno fra i prigionieri non aveva ilormito in
quella notte; più di un orecchio ansioso aveva inteso il sordo rumore
della lotta e le grida soffocate delle \ittime sotto il « co|ierchio » (I):
poscia dei rantoli e dei gemiti che non rassomigliavano attatto ai
sospiri di un uomo tianquillamente addormentato.
Ma nessuno di quei paria lindi, anche con una sola |»arola. gli
esecutori di quella spaventosa sentenza.
La giustizia non ebbe dunque ricorso che su quelli che erano
ufficialmente responsabili: lo « siarosta » (2) e il suo aiutante. Quel
giorno stesso li misero ai ferri. 1/aiutaiite era \'assily, ina allora
portava un altro nome.
Due giorni passarono, durante i quali i prigionieri esaminarono
la cosa sotto tutte le sue facce, in tutti i suoi particolari. Kssi conchiu-
sero dapprima che ogni indizio era sparito e che era impossibile
trovare 1 colpevoli: lo siarosta e il suo secondo non erano dunque
minacciati che a causa della loro responsabilità disciplinare e questo
era senza importanza. A tutte le domande che si sarebbero potute
(1) Nel gergo dei prigionieri « f'iire il copercliio » significa uccidere un de-
tenuto nell'interno della prigione. Si gotta sulla vittima una < khalata « che soffoca
le sue grida.
(2) Capo dei piigionim-i. prigioniero lui pure, intenneiliario frn fnutoritfl e
i detenuti.
1/e\ASO da vSAKHAl.lN 5()9
loro rivolj^ere non avrebbero avuto che una sola cosa da rispon-
dere: « Noi dormivamo ».
Tuttavia, doiio un es^ie più attento, l'altare cominciò a ispirare
qualche inquietudine e a qualcuno apparve come cosa dubbia.
Questi dubbi riguai(hivano sopratutto Vassily, e sebbene in casi
simili a (piello di cui si tratta la « Comunità » taccia sempre in modo
die la non complicità dei primi responsabili apparisca chiaramente,
auche questa volta Vassily avrebl)e potuto facilmente provare che egli
non aveva pieso alcuna parte in quella sinistra tragedia notturna.
Tuttavia, alcuni prigionieri, fra quelli più sperimentati e che ne
avevano viste di ben altre, cominciarono a scuoteie la testa in ma-
niera poco rassicurante. delii)erando sulla posizione dell'aiutante.
— Sai tu. veccliio mio, - disse un giorno a X'assily un antico
forzato che più di una volta si era trovato in passi simili - sai tu
che bisognerà fare apjiena toccheremo SalihalinV Fuggire al più presto
e senza dir ])ada! Tu hai un brutto affare suUe spalle. Sì, camerata,
un cattivo, un pessimo affare.
— Perchè'?
— Perche... È forse questa la prima o la seconda volta che sei
condannato?
— La seconda.
— Proprio così, ecco di dove viene il pericolo. E ti ricordi tu
chi è colui che lia denunzialo Fedica? Tu, sempre... .1 stato grazie
a lui che tu hai dovuto portale le manette per una settimana intera,
non è vero "?
— Sì, è vero.
— Ebbene, che gli hai tu detto allora?.. I soldati l'hanno bene
inteso!.. Che ne pensi?.. Non vi è là una minaccia?
Vassily e gli altri compresero che la questione meritava di essere
meditata.
— Credimi, tu non devi che pesar bene tutte queste cose per
giudicare che non devi aspettarti altro che di essere fucilato.
Un mormorio come di protesta si fece sentire.
— Non facciamo bestialità, Buran -gridarono i prigionieri scontenti.
— Il vecchio ciarla senza sapere quello che dice.
— 11 vecchio è ridivenuto fanciullo, è chiaro!
— No, io non posso ritornare fanciullo - disse il vecchio con aria
irritata, sputando la collera. - Che cosa comprendete voi in tutto que-
sto? Voi giudicate la cosa da Russi, ma io, io ragiono dal punto di
vista siberiano. Ora, io li conosco bene gli usi di qui, ed è come ti
dico, siane sicuro, V'assily. Si invierà la cosa innanzi al governatore
generale dell'Amur, e tu sarai fucilato infallibilmente o se, j)er una
grazia straordinaria, ti si farà coricare sul cavalletto, allora sarà [teg-
gio. non ti rialzerai più. Comprendi dunque, vecchio mio, die noi
siamo su un naviglio e eh > su un naviglio le leggi sono due volte
più ferree che sulla terra ferma!... Dopo tutto, - aggiunse il vecchio
con aria severa e come stanco pel suo lungo discorso - dopo tutto la
cosa non m'interessa. Che la peste vi pigli tutti !
E già, gli occhi spenti del vecchio Brodiaga avevano ripreso l'e-
spressione della triste indifferenza con cui guardavano lutto, uomini
e cose. Fece col braccio un gesto molto vago e si allontanò.
in un gruppo di prigionieri, quando questo gruppo è numeroso,
si trovano sempre uno o piìi « giuristi », e, se si presenta un affare del
510 l'evaso T)A SAKHALIN
genere di qiie.slo. et^si prommziauo, aulk-ipatameiUe, la sentenza eoii-
forrae alle leggi : e quel che v'è di notevole, è che questa sentenza
coincide sempre con quella che profferiscono i detenuti in massa, dopo
snatura deliberazione. *
Nel caso in questione, tutti i « giuristi » furono dell'avviso di
Huran, e da quel momento fu deciso che Vassily dovesse fuggire
Dal momento che egli era in pericolo di morte per' un affare della
(lomunità. era dovere di questa stessa Comunità venirgli in aiuto.
Vassily. dopo aver ricevuto la provvisione di biscotti e di gallette eco-
nomizzate per lui espressamente, si organizzò un gruppo di \olontarii
che avrebbero dovuto evadere con lui.
Il vecchio Buran era già evaso due volte da Sakhalin. Fu duiupie
a lui che si fece prima la proposta di fuggire. Il vecchio non esitò
ajungo.
— Era scritto - rispose egli - die sarei morto nella taiga ! A dire
il vero, moiire nella taiga è quel che meglio conviene a un Brodiaga.
Quel che vi è di meno buono è che sono già vecchio, consumato,
esaurito.
Gli occhi pallidi del forzato ebbero un lieve bagliore. Poscia riprese:
— Ebbene, sia ! Prova a riunire una decina di uomini e la cosa
andrà: ma due o tre non basteranno, la spedizione è troppo perico-
losa! lo andrò finché le mie gambe mi porteranno, perchè non vorrei
morire nell'isola!
Pronunziando queste ultime parole le palpebre del buon uomo si
agitarono convulsamente e lagrime senili scorsero sul suo viso rugoso
e abbronzato.
— È molto indebolito, il veccliio - pen.sò Vassily; poi si credè in
dovere di reclutare altri camerati die volessero divideie i pericoli e
i vantaggi fli un'evasione.
(Continuo}.
\Vl,Alll.\nU() K'oHdl.KNKO.
LA NUOVA ALLEANZA
K dunque riuscito alla Francia quel che l'Italia a\eva invano len-
lato. E si compi-ende.
Il modo in cui è stai i aiiuiinciata nella stampa italiana la crisi
spagnuola avrebbe potuto far credere - dato che in quei giorni si pre-
stasse attenzione ad un tale argomento - che cagione di quella crisi
fossero le inattese dichiarazioni fatte alle Cortes dal signor Silvela
sopra un accordo frane n-siia^iiuolo per le cose del Marocco, ed in ge-
nere per tutte le questioni internazionali. Ma nulla di meno esatto.
I Gabinetti spagnuoli sogliono essere in guerra con sé stessi,
(|uando noi sono con gli altri i)artiti e col paese; e a (fuesta malattia
organica, da cui neppure le disgrazie coloniali e Io scoronamenlo in-
ternazionale hanno potuto guarire quello Stato, godente di una s{)ecie
tutta sua di parlamentarismo, è dovuta appunto la morte volontaria
del Gabinetto Silvela.
II contlitto apparente è stato provocato dal ministro della marina,
il quale chiedeva nientemeno clie ottocento milioni di un tratto, per
la ricostruzione immedjata cli_ una grande flotta, fedele al princijiio di
tanti Governi latini -spesso il nostro non escluso -di chiudere la stalla
dopo che i buoi se n'erano fuggiti. Il signor Sanchez de Toca chiedeva,
cioè, al Parlamento ed al Paese il sacrificio di una somuui corri-
spondente a tutto il liilancio dello Stato dopo che si erano perdute
quelle colonie, le quali forse, con una somma molto minoi-e, s|iesa in
tem|)o, avrebbero potuto essere salvate. Ed il signor V^illaverde, ministi-o
delle finanze, s'era opposto al ])unto tla rinunciare al jiortafoglio.
Questa crisi parziale, reliminazione del membro dissidente, non
avevano però condotto alla soluzione della malattia intestina da cui
il Gabinetto Silvela era afflitto: poiché, da un lato, ove poteva, e
come, il signor Silvela trovare gli ottocento milioni pretesi dal suo
ministro della marina senza sconvolgere nel modo più imprudente la
situazione finanziaria, già tanto diffìcile, ed arrischiare per la Spagna '
la sorte cui ha dovuto sottostare il Portogallo - una menomazione, cioè,
della sua indipendeza politica - per causa appunto della questione di
denaro? Sarebbe stato un assidere so|)ra una base bene strana e ben
contraddittoria la rinasct'nte pyfenza militare spagnuola ! Mail i)eggio
era che, d'altro lato, il ministi'o dell'interno, il ((uale, |)er conto del
Gabinetto, aveva manipolato le recenti elezioni, era bensì riuscito
a soddisfare l'impegno suo e di tutti i suoi predecessori, di foggiare
una maggioranza ad imagine e somiglianza del (iabinetto, ii;a aveva
lasciato aperta la porta ad un numero di repubblicani che veniva giu-
dicato eccessivo dai suoi colleghi. Ed il caso era aggravato da due
considerazioni: perchè il signor Maura è un conservatore appena ap-
5t4 LA NUOVA ALLEANZA
pena di ieri, avendo sino a ieri l'altro appartenuto ai partito liberale,
ii clie non lasciava di suscitare qualche sospetto ; e perchè sono in vista
importanti elezioni amministrative. Si trattava dunque di un collega
compromettente, grazie al quale gli avversarli avi-ebbero potuto entrare
in maggior numero anche nelle amministrazioni locali.
Si poteva, è vero, disfarsene, trovando il modo di fargli subire li
sorte del signor Villaverde. II signor Silvela, stretto invece da qne>te
complesse difficoltà, ha preferito presentare al Re le dimissioni di tutto
il Gabinetto, dopo aver fatto, in appoggio del suo programma navalf,
le importanti dichiarazioni di politica internazionale a cui ablùair.o
accennato e che si sono prestate all'equivoco; e ha rinunciatoci man-
^^-jr'?' dato, che il Re desiderava aftidaigii, lasciando il posto al signor Vil-
lavei'de precisamente.
11 che dovrebbe volere, in questo caso speciale, significare la logica,
almeno finanziaria, e un po' anche politica.
Dato, infatti, che da un lato la situazione economica della Spagna
le rende assolutamente impossibile il sacrifìeio occorrente per la forma-
zione immediata di una glande marina da guerra : e che dall'altro l'ac-
cordo stretto con la Francia garantisce la Spagna da qualunque triste
sorpresa internazionale, specialmente in quel Marocco ove si è ristretta,
può dirsi, tutta l'azione della sua politica estera, il signor V'illaverde
non ha che da svolgere come presidente del Consiglio quel programma
prudente che da semplice ministro delle finanze non era riuscito a
far prevalere.
Ma, comunque, questo c'interessa mediocremente, dio che ne ri-
guarda, e molto davvicino, in questa crisi, è appunto ciò che su di
essa ha meno influito: il nuovo patto, cioè, che ha stretto le due po-
tenze mediterranee, e che viene a completare, a beneficio della Francia,
quello già annunciato ai rispettivi Parlamenti di Roma e di Parigi,
dall'on. Prinetti e dal signor Delcassé.
11 primo ministro inglese, interrogato in proposito dal deputato
(iibson Bowles ai Comuni, ha dichiarato di nulla saperne. La risposta
può apparire strana, visto che la dichiarazione del signor Silvela è
stata, non .soltanto utliciale, bensì pubblica. Ma naturalmente, il signor
Balfour ha voluto significare che il Governo britannico non ha avuto
ufticialmente alcuna comunicazione; il che può darsi benissimo, visto
che né la Spagna, uè la Francia sono dipendenti dairinghilterra. Ciò
non toglie che certamente il Gabinetto di San Giacomo ha sa]nit() a
tempo di quell'accordo; e vuol dire che ha avuto le sue buone ragioni,
per non formalizzarsene : ragioni che, quantunque non espresse, deb-
bono avere persuaso i Comuni, visto che la interrogazione non ha
avuto seguito.
Evidentemente, le vai'ie questioni che potevano complicare i
rapporti franco-inglesi sono state regolate: altrimenti, non si sarebbe,
uè da una parte né dall'altra, agito in modo da turbare sul più bello
le es|iansioni che non cessano di far brillare il più bel sereno sui
rapporti dei due paesi, dalla visita di Re Edoardo a Parigi in poi: e
la proposta d'arbitrato non avrebbe in pochi giorni fatto tanto cam-
mino, se essa dovesse arrischiare di venire tosto intralciata da diver-
genze incresciose.
Non si coire certo il rischio di mostrarsi cattivi profeti, manife-
stando l'impressione che, per quanto almeno si riferisce al Mediter-
raneo, ogni pericolo di complicazione è stato eliminato tra Francia ed
LA NUOVA ALLEANZA 513
Inghilterra il giorno stesso deiraccordo franco-italiano. Se la Tripo-
litania è stata riconosciuta entro l'orbita dell'influenza nostra, certo
la Francia si è impegnata per conto suo a non risollevare oltre la
questione d'Egitto, e le manifestazioni degli scorsi giorni - da quelle
del signor Etienne e del signor D'Estournelles a quelle del signor Del-
cassé(l) - lo dimostrano abbastanza chiaramente: mentre l' Ihghilterra
ha acconsentito quella moderata azione della Francia nell'interno del
Marocco che, senza turbare la situazione internazionale della costa,
consente all'impero coloniale della Francia in Africa di assidersi più
stabilmente al nord-ovest.
L'Inghilterra, impersonata nel suo Primo Ministro, ha dunque po-
tuto permettersi dopo ciò il lusso d'ignorare la dichiarazione del signor
Silvela.
La quale non avrebbe per sé stessa anche per noi che una impor-
tanza relativa, se si dovesse intendere applicata al Marocco soltanto,
e se non richiamasse alla mente alcuni precedenti abbastanza inte-
ressanti della nostra politica internazionale.
Per ciò che si riferisce al Marocco, è chiaro infatti che noi ab-
biamo rinunciato definitivamente alla situazione che vi eravamo an-
dati acquistando dal 1887 al 1890, e che dal 1894 al 1896 era stata
confermata. In quel primo periodo, Muley Hassan - il padre del
Sultano attuale - aveva riposto principalmente in noi la sua fiducia,
e la istituzione di una fabbrica d'armi a Fez diretta da ufficiali ita-
liani non era stata che la espressione visibile di tutta una serie di
accordi, miranti a farci avere sulla opposta sponda del Mediterraneo,
in forma diversa ma non inefficace, la posizione perduta con la inva-
sione francese della Tunisia e col trattato del Baido. L' Italia doveva
fornire il Marocco di una Marina da guerra, jiagata naturalmente dal
Sultano, e costruita in cantieri italiani : il che ebbe un principio di
esecuzione con la costruzione nel cantiere Orlando della nave Bascir;
ufficiali italiani avrebbero comandato quella Marina, sino a che non
avessero potuto venire sostituiti da ufficiali marocchini (?); sulla costa
mediterranea del Marocco la flotta italiana avrebbe avuto una stazione
di riposo e di rifornimento, e gf istituti militari italiani avrebbero
dato a giovani ufficiali del Mogreb V istruzione necessaria a porli in
grado di organizzazione all' europea l'esercito del Sultano.
Si era dunque giunti ad un risultato che non avrebbe ritenuto
possibile neppure quel buono Scovazzo. nostro primo ministro a Tan-
geri, il quale iniziò lo scamicio di simjiatie fra 1' Italia e il Marocco;
tanto quel risultato andava al di là delle più lusinghiere speranze che
persino menti fervide di poeti come il De Amicis, di pittori come LTssi e
come Biseo, potevano vagheggiare nelle loro lusinghiere illustrazioni
della Mauritania.
Ma, come è ben noto, la conseguenza non è mai stata la virtù
fondamentale della politica italiana. Poco a poco, ciò che si era otte-
nuto in quel primo periodo e che non si era abbandonato nel se-
condo - ad onta delle molte difficoltà provocate dalla diversa situa-
zione internazionale - andò in prescrizione. A Tangeri si lasciarono
prevalere altre influenze, malgrado le simpatie sempre dimostrateci
dal quel Commissario Imperiale per gli altari esteri, Moharamed-el-
Torres. A Fez, dopo avere avuto un successo signiflcante sopra tutte
(1) Vodi Nuova Antologia, 10 luglio 1903.
33 Voi. evi, Serie FV ■ 1° agosto 1903.
514 LA NUOVA ALLKANZA
le altre potenze all'avvento del giovinetto Abdel-Azziz, si trascurò man
mano la posizione, così che il nuovo Sultano fu cosa di tutti meno
che di noi. E si arrivò al punto che ben può dirsi l'on. Prineiti
non abiiia rinunziato a nulla di serio e di concreto, se, per ottenere
l'adesione della Francia alla nostra supremazia a Tripoli, ha messo
da parte detinitivamenle il Marocco, lasciandovi al Governo tVancese
mano libera.
Ma l'accordo franco-spagnuolo, che non si limita ali" Impero sce-
riftiano, ci richiama - dicevamo - precedenti diversi, di cui è bene
tener conto.
Tale aecoi'do non è intatti che la ripetizione a vantaggio della
Francia di un patto precedente, che già era stato stretto a benefìcio co-
mune della Spagna e dell' Italia. A vantaggio della Francia, perchè
quando questa si sia obbligata a non mutare la condizione apparente
della costa marocchina mediterranea, non vorrà dire con ciò che la
Spagna avrà acquistato il potere di esercitare, essa, sul Marocco una
vera ed utile intUienza. Ormai, alla politica spagnola bastano le appa-
renze, di queste deve accontentarsi. Ma esse non bastavano all'Italia,
quando fu stretto il patto fra Roma e Madrid.
La Triplice, quando entrò nel suo secondo periodo, nel suo pe-
riodo attivo, jioteva considerarsi come il centro di un sistema plane-
tario, nella cui orbita gravitavano altre combinazioni, da cui derivava
il completo equilibrio della situazione. Erano principalmente due: la
prima, costituita da quegli accordi a tre, cui si è già qui accennato,
stretti fra l'Austria, l'Italia e l'Inghilterra, che miravano ad impedire
ogni mutamento nel bacino orientale del Mediterraneo, e che, per
quanto si riferiva più specialmente all'interno della ]ienisoIa balca-
nica, aveva il suo complemento in una convenzione politico-militare
austro-romena; la seconda combinazione, mirante allo stato quo nel
bacino occidentale del Mediterraneo, era stata conclusa fra la Spagna
e l'Italia. Ma, se la prima a poco valse, specialmente per colpa - o
almeno per causa - dell'Austria, la seconda non condusse assoluta-
mente a nulla, per causa della Spagna.
Questa infatti potè bensì staccarsi interamente dalla Francia, non
avendo mai dimenticato i fischi che avevano accolto a Parigi Alfonso XII
di ritorno da Berlino, ma non osò mai schierarsi a])ertamente contro
la potente vicina, che poteva fomentare in modo sì jiericoloso la pro-
paganda repubblicana nella penisola iberica. E quanta efficacia quella
potesse avere è facile pensare, ricordando le dimostrazioni rej)ul)bli-
cane cui dava luogo qualche anno fa la presenza a IJarcellona di mia
squadra francese, inviata colà probabilmente apposta per far sentire
al Governo di Madrid a quali conseguenze avrebbe potuto condurre
l'ostilità della Francia pei' la monarchia Alfonsista. La Spagna si tro-
vava dunque fra l'incudine ed il martello, fra il pericolo cioè di una
maggiore diminuzione nel Mediterraneo, e quello di una rivoluzione.
Contro quello, aveva appunto mirato a premunirsi avvicinandosi alla
Triplice per mezzo dell'Italia; ma doveva teneie in quell'accordo, causa
il secondo pericolo, tanta prudenza, da renderlo, di fatto, assoluta-
mente inutile per l'Italia. Visto ciò, e visto che sin quando l'accordo
rimaneva secreto, era come se non si fosse concluso, quando fu per
scadere - nel 1895 - e la Spagna ne chiese, a buon conto, la rinno-
vazione, il Governo italiano dichiarò che era bensì disposto a consen-
tirvi, ma alla condizione che l'accordo si rendesse pubblico, nella
LA NUOVA ALLEANZA 515
massima, se non nella lettei-a, precisamente come s'era tatto per la
Triplice.
Il Governo di Madrid esitò, tentennò, insistette per evitare quella
compromissione ; ma alla line, visto che il Governo italiano rimaneva
fermo nella sua, d'altronde ragionevole, domanda, finì col cedere alla
paura del pericolo interno, piuttosto che alle considerazioni della sua
importanza internazionale. Ed oppose un rifiuto.
Così l'accordo italo-spagnolo, venuto a scadenza, decadde, e non
fu più l'innovato.
Dire questo puliblicamente oggi, è commettere una di quelle inno-
centi indiscrezioni postume le cpiali. mentre non fanno male ad alcuno,
possono invece riuscire utili alla più esatta considerazione della situa-
zione politica. Ed in questo caso può riuscire non indifferente al pub-
blico che si occupa di questioni internazionali il sapere che è alla
Francia riuscito oggi - et pour cause, poiché il pericolo repubblicano
permane sempre in Ispagna, come ha dimostrato l'ultimo discorso
Salmeron alle Cortes - ciò che si era tentato invano dall'Italia, la
■quale non disponeva nel suo gioco delle stesse carte, e anclie dispo-
nendone molto probabilmente non se ne sarebbe valsa.
Ora, quantunque quell'accordo rappresenti per la Spagna assai
più una garanzia contro mali maggiori che una promessa di vantaggi
positivi, esso non è per sé stesso cosi insignificante, che non ne
debba esser tenuto conto nella fisonomia della situazione europea.
Esso ha per noi una importanza minore di quella che avrebbe
presentato, se si fosse concluso nel periodo della nostra tensione con
la Francia. Ormai, le più urgenti questioni franco-italiane sono ap-
pianate : le spiegazioni intervenute, le intelligenze corse per la que-
stione mediterranea, tolgono a quell'accordo ogni carattere minac-
cioso. Ciò non significa tuttavia che esso debba lasciarci del tutto
indifferenti.
Non può essere, invero, senza effetto per lo svolgimento della no-
stra situazione avvenire, che l'Italia non abbia più nel Mediterraneo
una potenza sola di secondo o terz'ordine che la segua, e occorrendo
le si accompagni. Nella inesistenza politica effettiva della Grecia, e
■col conglobamento assoluto della Spagna nell'orbita francese, l'Italia
si trova a far parte a sé di fronte sia all'Inghilterra che alla Francia.
Sono oggi due potenze amiche a noi e tra loro. Ma tutto l'avvenire
non è scritto, e chi vuol vivere, sia pure modestamente ma sicu-
ramente, non deve fare astrazione dalle diverse faccie che esso può
assumere.
Attenzione, dunque, dalla Clonsulta !
XXX
TRA LIBRI E RIVISTE
Cronache d'attualità — "NVhistler — « Trionfi di donna » — Movimento antial-
coolista — William E. Henley — Attraverso l'Australia del Sud — Bagni
e nuoto — Varie.
Cronache d'attualità.
La morte d'un papa, l'elezione
d'un altro papa interessano non sol-
tanto la cristianità, ma tutto il mondo
civile: agli uni la fede, agli altri la
simpatia per lo scomparso e l'aspet-
tazione per colui che ne occuperà la
sede, ad altri infine la semplice cu-
riosità fanno ricercar notizie, inter-
rogare, vivere in ansia. I giornali
poi, tra il Vaticano e il pubblico,
ostentano d'essere ciascuno a gara
i più fedeli interpreti. Mai in Italia
abbiamo avuto maggior esplicazione
di metodi giornalistici. Arrivare il
primo nel record, ecco l'ideale. Co-
sicché i giornali già pronti da giorni
con la notizia della morte si lancia-
rono d'un colpo, appena avutone l'av-
viso. Ma l'avviso del Vaticano era
preciso, con l'ora e il minuto. I gior-
nali invece avevano già pronta la lor
pagina che diceva « mezz'ora fa,
un'ora fa », sicché i lettori seppero
che il papa era... morto prima.
Questione di metodo che si esplicò
anche colle interviste: medici di Pa-
rigi e di Berlino furono interrogati,
censure ed accuse si volsero contro
i medici curanti: il Vaticano diven-
tava un centro da cui si irradiavano
e a cui convergevano invenzioni, fan-
tasie, barzellette, menzogne, tutto
l'ammasso di cose disparate che il
giornale offre in pasto alla credulità,
alla curiosità, all'indolenza del pub-
blico.
Il giornale rispecchia il pubblico,
dicono. Nondimeno vogliamo credere
che il pubblico gradisca andie delle
pagine che contengano qualcosa di
più che non le dicerie e le strane
trovate. Noi abbiamo veduto infatti,
Leone XIII IS'unzio a Bruxelles-
scorrendo i giornali della penisola,
delle cose interessanti, dovute a buone
penne. Questo ci pare buon metodo
che rialza la missione della stampa.
E crediamo far cosa grata non solo
ai lettori, ma anche agli autori, se le
riferiamo in una rivista destinata a
vivere più che non i fogli quotidiani.
Il primo é una di quelle effusioni
altamente poetiche che sgorgano dal
cuore e dalla mente di Antonio Fo-
gazzaro quando qualche avvenimento
di gran significato si ripercuota nella
sua anima sensibile. Fu pubblicato
dalla Stampa di Torino.
« Si è allontanato con lenta maestà,
si é perduto nel mistero. Non é parso
mai così grande al mondo attonito
TRA LIBRI E RIVISTE
517
come nell'ultime ore della lunghis-
sima vita, nell'attesa protratta del fine,
serena e cosi operosa da ricordare
l'attitudine e la parola estrema di Set-
timio Severo. Ha fatto pensosi di lui
non pur i credenti suoi, ma gli uomini
altresì di fede diversa e anche gli
uomini senza fede, meno forse alcuni
piccoli miopi superbi. Lo stesso suo
diuturno appartarsi nel Vaticano im-
menso, la perseverante ripulsa di ogni
convivenza con i signori di Roma,
l'ordine inflessibile alle sue falangi di
minatori della polvere davanti un
Dominatore dello spirito. Tanto lo
innalzò, giusta l'antivedere dei catto-
lici ch'ebbero Dante a maestro e pro-
feta, la Divina provvidenza; la quale
altre purificazioni prepara e altre ele-
vazioni alla Sede Santa.
« Santa la Sedeenobilissimol'uomo.
Si lesse che negli ultimi suoi giorni,
accennando a possibili errori del suo
Pontificato, egli abbia rivendicata l'o-
nestà del'a propria coscienza. Ogni
dubbio circa questo punto sarebbe
r
Carpinete romano, luogo nativo di Leone XIII.
assistere con l'armi al piede, aspet-
tando un suo cenno, alle lotte politi-
che italiane, lo hanno cinto dei mistici
vapori che ingrandiscono le parvenze
•degli uomini e delle cose. Terreno
e tuttavia invisibile viceré delle ani-
me, le ha governate da un Sinai a\'^•olto
■di nuvole. Il suo nome non si è mai
visto, come quello dei predecessori
suoi, sotto provvedimenti di gabelle,
di armi, di pene corporali, stette sem-
pre a suggello di parole proferite, nella
intenzione sua, per la gloria di Dio
■e per la salute della Chiesa.
« A lui più non si convenne il nome
di piccolo principe. Imperatori e Re
più non I oterono misurarsi con la
grandezza sovrana del X'icario di Cri-
sto : apparvero, a fronte di esso. Do-
vile. La maggior grandezza personale
del defunto Pontefice apparve nella
sua fede stupenda. Come i più glo-
riosi Pontefici di governo e di batta-
glie, egli senti con intensa certezza
l'autorità di Cristo in sé, il soffio dello
Spirito Santo. La fede di milioni e
milioni di uominiche in lui venerarono
un Essere prossimo a Dio confluì
largamente nella paurosa sua prova
dell'umiltà cristiana. I cattolici italiani
che stimano errore la sua ostilità per-
tinace allo Stato nostro, errore il man-
tenimento del non expedil, errore la
prigionìa volontaria, e forse giudica-
rono gli atti del Pontefice universale
con soverchia vivezza di sentimento
patrio, tributano riverente omaggio
alla sua retta coscienza.
5J8
TRA LIBRI E RIVISTE
« Testimonio supremo della Verità
Cattolica, egli co.npie il ciovere al-
tissimo di manifestarne in se stesso la
bellezza e la bontà. Le virtù del sa-
cerdozio cattolico furono intere in lui ;
servizio eminente reso alla sua reli-
gione nell'alto seggio visibile a tutto
il mondo, perchè la fede che vale a
Il conte Pecei, nonno di Lieone XIII.
generare lumi di purissima vita, d'in-
corrotta spiritualità, offre in tal modo
le supreme prove razionali di se stessa.
« Leone XIII ebbe vigoroso e e-
condo r ingegno, larga e ricca la col-
tura ; non ricondusse a semplicità le
forme pesanti e accademiche del tra-
dizionale linguaggio pontifìcio, lo co-
strinse però a modernità di soggetti,
al servizio di un pensiero prodigio-
samente attivo che si esercitò in ogni
campo.
« Il suo senso dello spirito moderno,
tanto scarso nella maggioranza im-
mensa dei Pastori cattolici latini, la
sua imperterrita fede gli dettarono
insieme la risoluzione magnanima di
aprire agli studiosi gli archivi vati-
cani. L'uno e l'altra giganteggiano in
un provvedimento assai più memo-
rando che tutte insieme le Encicliche
del defunto Papa malgrado il loro
merito incontestato e il rumore incom-
parabilmente più grande
che fecero.
« Il senso dello spirito
moderno e la fede im-
perterrita di Leone XIII
giganteggiano nell'atto,
strettamente personale
suo, che istituendo la
Commissione biblica
apriva le porte del Va-
ticano alla critica dei testi
sacri, le offriva modo di
giustificarvi l'audacia de'
suoi dubbi e la solidità
delle sue affermazioni.
Era un omaggio solenne
al diritto della scienza,
una gloriosa professione
di fede nell'infallibile ac-
cordo delle verità di ogni
ordine. Era il principio,
inavvertito dai più, di un
grande, fatale avvenire,
di un emergere mirabile
della verità dalle strette
mortali di corteccie defi-
cienti, di una trasforma-
zione lenta ma immensa
nella intelligenza del dog-
ma, che si ripercoterà,
non importa se fra secoli,
nella via e nella vita, nel
culto e nella pratica cri-
stiana, sopprimendo il fa-
risaismo, glorificando Io-
Spirito sopra la Lettera.
« Il moto impressovi con eroico
animo e con tremula mano dal Pon-
tefice che ieri si spense, potrà venire
ritardato, lo sarà senza dubbio, con
ogni maniera d' inciampi : ma è di
Dio e più non si arresta,- porterà
santo ai posteri lontani il nome di
Leone XIII » .
Un'altra pagina, di diverso carat-
tere, apparve sulla Gazseita di Ve-
nezia. Essa è di un nostro chiaro
collaboratore, il novelliere veneto En-
rico Castel nuovo.
TRA LIBRI E RIVISTE
« Una vita che abbraccia poco
meno di un secolo conservando fino
all'ultimo limpida e integra la co-
scienza di sé sarebbe già cosa mira-
bile se pur fosse stata semplice spet-
519
« Tale fu la vita di Leone XIII ,
e quanti sentono la grandezza tra-
gica delle cose, siano credenti od.
increduli, s'inchinano oggi commossi
dinanzi alla pallida figura d'asceta
Anna Pecci. madre di Leone XIII.
tatrice degli avvenimenti che si svol-
sero nel suo corso mortale. A più giu-
sto titolo essa richiama la nostra at-
tenzione e desta la nostra meraviglia
quando pensiamo ch'essa fu attiva-
mente mescolataai moti del suo tempo,
che per oltre venticinque anni, da
una specula eccelsa, dominò l'avvi-
cendarsi dei casi e il fluttuare drl-
l'anime, e raccolse l'omaggio devoto
d'uomini d'ogni stirpe e d'ogni paese.
che sta sul limitare dei regni del si-
lenzio e dell'ombra.
« Non è questa l'ora né é il luogo
di giudicar l'opera del vecchio Pon-
tefice. Certo nessuno potrà dire, ciò
che si disse di tanti che lo prece-
dettero e si dirà di tanti che lo se-
guiranno, ch'egli non fosse pari
all'ufficio. Il posto eminente fu ono-
rato da lui per altezza d'ingegno, per
austerità di costumi, per vastità di
520
TRA LIBRI E RIVISTE
dottrina, per giusta comprensione di
parecchi fra i problemi che trava-
gliano l'età nostra.
« Politico spesso sapiente ed ac-
corto, Leone XIII crebbe influenza
alla Chiesa presso molte nazioni; con
altre spiegò una mansuetudine evan-
gelica che non ebbe premio adeguato;
verso lo Stato italiano si mantenne
la rinuncia è già suggellata dai fatti,
è già sancita dalle coscienze.
« Qualunque abbia ad essere l'at-
teggiamento del successore verso l'I-
talia, è desiderabile che la tiara non
si posi su capo men degno.
« E questo voto, naturale negli
amici del Papato, sia anche il voto
di coloro che il Papato non amano,
di coloro che non vogliono
paci ottenute col sacrificio
della società laica alla teo-
crazia.
« Noi crediamo che la so-
cietà moderna e la Chiesa
procedano per vie diverse,
ma poiché ancora milioni
e milioni d'anime guardano
al Papato come ad un punto
luminoso, dobbiamo augu-
rarci che quel punto sia alto,
che quella luce sia pura ».
Casa ove nacque ^Leone XIII, a Carpinolo
ostile, deludendo le speranze di quelli
che avevano troppo presunto della
sua energia e del s :o spirito d'ini-
ziativa. Pure i suoi venticinque anni
di Pontificato non furono senza frutto
per l'Italia se contribuirono a sfatar
la leggenda d'un Papa prigioniero ed
oppresso, se persuasero i più restii
che mai il capo del cattolicesimo
esercitò con maggior libertà il suo
ministero, se i pellegrinaggi non fu-
rono mai più frequenti, più nume-
rosi, più rispettati, né mai fu cinto
di maggiore ossequio il carcere vo-
lontario del Vaticano. Leone XIII
non rinunciò, e il suo successore non
rinuncerà, al potere temporale, ma
Il seguente giudizio, stam-
pato dal giornale // l 'eneto,
è dovuto al nostro grande
filosofo positivista, Roberto
Ardigò ;
« Umanista forbito, se pure
di valore non più che mode-
sto; vita operosa, se pure
senza geste di insolito splen-
dore ; esempio bello di con-
tegno misurato; molto nobil-
mente sedette da tanti anni
a capo della Chiesa. Se
l'aureola della posizione di
Vicario di Cristo di quel-
l'Uomo buono lo rende ado-
rabile ai fedeli, ne ha gua-
^dagnato il rispetto anche dei
non credenti la dignità non mai smen-
tita nel disimpegno del difficile e
gelosissimo ufficio affidatogli.
« Con lui, nell'assetto della Chiesa,
tanto accortamente lungo i secoli sta-
bilito, non si azzardarono iniziative
inconsulte e turbatrici ; e, se di queste
il merito ha da essere attribuito so-
prattutto alle tanto avvedute tradizio-
nalità regolatrici della Curia romana,
è da farne lode anche a lui, che non
si può dire che non le secondasse.
« E cosi con lui la Chiesa, questo
prodotto imponentissimo di tanti se-
coli di operosità maravigliosa, si man-
tenne ancora ben salda, malgrado il
contrasto formidabile della modernità ;
TRA LIBRI E RIVISTE
m\
pure essendo evidente che è finita l'èra
delle nuove conquiste, ed è già da
tempo incominciata quella della pura
difesa, combattuta si ancora podero-
samente, ma perdendo terreno sem-
pre ; e di fuori, di fronte al prevalere
della scienza e del potere civile ; e
di dentro, coli' infiltrarsi nello stesso
clero, almeno in qualche parte del
mondo cattolico, insidiose tendenze
ammodernatrici, e col rilassarsi in
basso per ogni dove delle credenze
e delle osservanze ».
Il Paese di Perugia pubblicò i se-
guenti versi latini, che si credono
dettati dal Papa a monsignor Angeli
nella notte insonne fra la domenica
5 e il lunedi 6 luglio. I versi hanno
per titolo: Nocttirna ingeminiscentis
animai' medita tio.
Fatalis ruit bora. Leo, jam tempus abire est
Pro meritis que viam carpare perpetuam.
Quse te sors maneat ? Caelum sperare jubebant,
Largus contulerat quae libi dona Deus.
At summas claves immenso pondera munus,
Tot libi gestum annos hs;c meditare ge-
[mens.
Qui namque in populis excelso prestai honore,
Hei ! misero pasnas acrius inde luet.
Htec inter trepido dulcis succurrit imago.
Dulcior atque animo vox sonat alloquii.
[racti,
Quid te tanta premit formido? .^vique pe-
Quid seriem repetens tristia corde foves'
[roganti.
Christus adest miserens humili veniamque
Erratum ah ! fides eluet omne tibi.
Ed eccone la traduzione di Ettore
Ricci che diede lo stesso Paese:
L'anima che geme - Meditazione not-
turna.
L'ora fatai s'appressa; ecco è già ora,
Leon, che lasci la terrena stanza.
Lieto movendo all'eternai dimora.
Ma qual sorte t'aspetta ? Ahi ! di speranza
Gli occhi lucenti al cielo un giorno alzavi.
Per tanti doni ond'avea il cor fidanza.
Al grave peso delle somme chiavi,
Da molt'anni sofferto, or pensa e gemi.
Che l'alto ufficio l'alma tua non gravi.
Chi più s'onora, più convien che tremi.
Misero, allor che il giudice severo
Gli sta dinanzi ne' momenti estremi.
Ma lo smarrito cor, dolce un pensiero
A consolar mi viene; odo un accento
Cosi gentil, ch'io prendo lena e spero.
— Perchè, dice, perchè tanto spavento
Col membrar de' passati anni t'accora,
Perchè l'animo tuo vive in tormento ?
Gesù pietoso a chi perdono implora.
Benignamente a te volge la faccia,
D'ogni colpa ti monda; ecco è già l'ora
Dell'amplesso di Dio: schiudi le braccia! —
Papi poeti ve ne furono parecchi.
Incominciando dallo spagnuolo Da-
maso autore d'inni ai santi (366-384),
passando per gl'inni cosi caratteri-
stici di Gregorio Magno (590-604),
ricordando le odi sacre di Innocen-
zo III, gli scritti di Enea Silvio Pic-
colomini, di Matteo Barberini (Urba-
no Vili), di Fabio Chigi (Aless. VII),
si trova che parecchi furono i papi
i quali indulsero alle compiacenze
poetiche.
Gioacchino Pecci fu chiamato nel
1832 a far parte degli accademici ar-
cadici a 22 anni e si chiamò Nean-
dro Eracleo. Egli aveva cantato una
sua malattia in una elegia un po' sco-
la.stica. Durante tutta la vita egli si
ricordò di essere accademico arcadico.
Ecco come giudica Leone XIII
poeta, nel Resto del Carlitio, il nostro
collaboratore Giuseppe Lipparini :
« In fondo, egli è stato, in buon
senso, un dilettante : un uomo colto
ed erudito, conoscitore profondo dei
suoi classici, cresciuto fra il latino
di Cicerone e quello di Tommaso,
amante dei bei versi torniti, ricchi
di reminiscenze, scritti non per va-
nagloria o per guadagno, ma per
proprio compiacimento. Anche que-
sto giova ad ornare la poesia di Leo-
ne XI 11 con quella aurea mediocritas
che Orazio predicò e che i moderni
fingono di aver dimenticato. Oraziano
egli è senza dubbio, anche quando
tratta argoment; sacri. Anzi i suoi
inni e le sue elegie sono scevri di
quella unzione che rende in generale
poco piacevoli le scritture degli ec-
clesiastici...
« Le poesie di Leone XIII che noi
conosciamo sono poco più di cin-
quanta. Molte egli deve averne scritte
per qualche letizia o tristezza di amici,
senza ritenerle degne di essere co-
Mi
nosciute da tutti. Questo scrupolo è
senza dubbio degno di lode ; ma forse
un giorno noi potremo leggere molte
cose di lui, che oraci restano ignote.
« Alcune delle poesie latine del de-
funto Pontefice sono d'indole intima,
altre' sono elogi di virtuosi uomini
estinti. Non ha gran varietà di sog-
getti, essendogli precluso l'argomento
più umano, l'amore. Delle passioni
TRA LIBRI E RIVISTE
« Anche la natura esteriore ha poco
eccitato la fantasia del pontefice poeta.
I suoi epiteti e le sue descrizioni so-
no comuni, e, comunque, non hanno
alcuna importanza nel componimento.
Solo in due delle sue poesie palpita
e vive un sentimento fresco e agile
della natura : cioè in quelle che egli
dedicò in vari tempi alla fonte pub-
lilica della nativa Carpineto. Qui, ri-
camerà del letto ove morì Leone XIII.
si ricorda qualche momento per con-
dannarle nei loro effetti. I.a sua poe-
sia è quasi sempre tranquilla e anche
piacevole, anche quando nel Carine
secolare del 1900 egli cerca di tuo-
nare contro la nuova Italia e la cor-
ruzione dei tempi. Dico cerca, perchè
la sua non era poesia da fulmini. Mi-
gliore egli è nel genere famigliare,
dove l'anima sua si mostra pura e in-
tera, un po' semplice, molto onesta,
amante dello scherzo decoroso, ricca
di filosofìa e di dottrina. Quel sor-
rìso parco che noi vediamo nei suoi
ritratti è anche in queste poesie, sotto
la cui tranquillità si nasconde spesso
una lieve e innocente malizia.
cordata" anche da 1 n emistichio eguale,
canta e brilla veramente la fonte Ban-
dusia di Orazio, con una compostezza
che qua e là mi par degna della An-
tologia.
« Leone XIII none .'tato un grande
poeta; ma la sua poesia è grande-
mente significativa per la natura e
l'attività dell' uomo che l'ha creata
in quelle ore in cui aleggiava in lui
lo spirito pagano delle Muse. Questa
attività poetica, che ai più sembra
affatto trascurabile, sarà uno dei ti-
toli di gloria del longevo pontefice ;
non tanto per il suo valore intrin.seco,
quanto per il suo significato. In altre
parole, Leone XIII ha mostrato con
Una Processione solenne in San Pietro.
524
TRA LIBRI E RIVISTE
ciò di essere un tenace e convinto se-
guace della nostra gloriosa tradizione
latina Benché nemico acer-
rimo dell'Italia e del suo
odierno ordinamento, egli
ha mostrato di intendere la
necessità della tradizione e
della cultura classica del
nostro paese. Poco vale se
alle voci della vita moderna
egli è rimasto sordo, o le
ha accolte con vane querele.
Egli era troppo in alto, ed
esse non potevano giungere
fino a lui.
« Quando ha cantato la
fotografia e i suoi prodigi, ^,"
egli ha parlato con la voce '3ÈL'
e con r anima di un fan-
ciullo meravigliato. Uomo 11 ' ""i
moderno non poteva essere
e non fu. Ma, quale che
sia il giudizio da portarsi su la sua
vita e la sua opera di pontefice, con-
verrà sempre riconoscere in lui un
uomo amante della cultura, delie let-
tere e delle arti, un uomo che pur
nella sua altezza ascetica aveva sen-
tito e provata quella che per noi è
la più viva e urgente necessità : la
conservazione e l'esaltazione della no-
stra grande tradizione italica elatina».
Ed ora alcuni versi. Il pontefice
poeta ne domandava, e questi non
sono i primi né gli ultimi. Li pub-
blicò la Stampa e sono di Francesco
Pastonchi. Si intitolano Lumen in
coelo: fra alcune strofe che direnmio
di circostanza, perciò freddine, ne
troviamo a scegliere alcune dotate
di una gran nitidezza di pensiero e
di forma ;
Uomo, giungesti. Come il più mendico
Giungesti fra le tue porpore al varco
Ugual d'ombra o di luce. O prigioniero
Meraviglioso, cui neppur la Morte
Apre le porte della sua prigione,
Sei libero : sei vinto, o vincitore.
E un altro già con passo cauto avanza
Presso il trono e già vede la tiara
Splender nel gesto che glie la imporrà.
Troppo grave al tuo capo era, o Vegliardo,
Di gemme carca e più d'ansie, fulgore
Impassibile cinto di tempeste;
Se lasciarla or nel turbine fu triste
Per l'anima, fu lieve per la carne.
Degno è che tu riposi. O ardente figlio
Del Lazio, aspro signor di Benevento!
Perugino arcivescovo, riposa
Nella pontificai serenità.
Il poeta ricorda una sua visita a
Roma. Qui, nella superba cornice
Il Lia il iLcijno d'Italia e il Vaticano
con le rispettive sentinelle.
secolare, lo spettacolo di .San Pietro
l'aveva tentato:
Atteso avea poi, molta ora, tra premersi
Di genti smaniose l'infinito
Lento corteo: cotte cappucci stole
Mantelli pizzi ori ermellini porpore...
0 tedio... uomini sempre .. uomini sempre!
Cupidi alacri scaltri imperiosi,
.\nelanti di giungere, frementi
Di conquista percossi da desii
Terrestri, arsi da umane avidità.
Un urlo alfine prorotto da petti
Gonfi d'ansia, uno squillo d'argentine
Paradisiache trombe, e in alto... in alto...
Sulle teste protese, fra il candore
Dei flabelli ondeggianti... un cereo scarno
Volto trasumanato; già straniero
.\ tutti, già recesso in una pura
Lontananza, già fiso oltre la vita
K\ suo sogno d'eterna verità.
Eri tu dunque l'Unico, il monarca
Universo, il signor d'innumeri anime
Che pregano che sperano che credono ;
Quegli che nelle sue stanze raguna
1 tesori del mondo e non li gode ;
Quegli cui sono offerti tutti i doni
E non li tocca di sue mani gracili ;
Quegli cui traggon pellegrine genti
D'ogni lido; egli solo attende e sta.
Ma insieme eri colui che più non varca
Le soglie del suo carcere, non vede
Smagliare il sol dai monti o imporporarsi
A fior del mare e questa itala terra
Non può mirar sotto diversi cieli
Sempre divina ; eri colui che nulla
Possiede fuor che un tenero desio,
E senza riveder la sua natale
Casa fra estranea gente morirà.
E ora, per finire. Chi ha detto che
in Italia tutto finisce con una canzo-
TRA LIBRI E RIVISTE
525
netta ? Ingenuo ! Tutto finisce invece
con una giuocata al lotto. Ecco i
numeri del Papa :
4, l'ora della morte - 9, i noven-
diali - 70, l'imbalsamazione - 68, l'età
della sua elezione - 84, il numero che
corrisponde a Leone... ecc. ecc.
Neanche uno è uscito... cioè, no,
il 4, all'estrazione di Roma.
E a chi si stupisce di questa mia
impreveduta scienza cabalistica, ri-
sponderò che ho tolto di peso la
notizia da uno dei più autorevoli
giornali francesi che non trascura,
scrivendo dell'Italia, le note più ca-
ratteristiche...
Whistler.
Chi dei nostri pittori non conosce
il celebre ritrattista che ebbe tanta
influenza sui ritrattisti di tutti i paesi
e comincia ad averne non poca fra i
giovani italiani ? Molti ne conoscono
altresì le sembianze bizzarre nel ri-
tratto (o nelle riproduzioni) che Bol-
dini espose a Parigi.
Col Whistler scompare una delle
personalità rarissime in questa età
mediocre. Le sue satire, le sue ori-
ginalità e stranezze meravigliarono,
irritarono i critici e gli crearono presso
gli artisti ed il pubblico una fama di
poseur non del tutto infondata : egli
era senza dubbio sincero, ma la pro-
vocazione altrui lo spingeva oltre i
limiti.
James Abbot Mac-Neil Whistler era
nato nel 1834 a Lowell, nel Massa-
chussetts; suo padre era del Sud, in-
gegnere; sua madre irlandese. Passò
l'infanzia a Pietroburgo, poi entrò
nell'Accademia mi itaredi West Point.
Ma Parigi e la vita bohhnienne degli
artisti lo affascinarono, e nel 1S59 si
diede alla pittura, rimanendo due
anni nello studio di Gleyre. Suoi
condiscepoli erano Degas, Bracque-
mond, Fantin-Latour.
Incominciò con schizzi ed acque-
forti. Nel 1880 espose venticinque
superbi schizzi, all'acquaforte, di Ve-
nezia, e già i suoi French Set ave-
vano avuto successo. S\V Academy
espose il suo primo quadro. Al pia-
noforte. Nel '61 si stabilì a Chelsea,
sobborgo di Londra celebre per il
soggiorno di molti letterati ed artisti,
e vi esegui molti disegni del Tamigi.
Nel 1863 la sua celebre The Little
White Girl fu rifiutata al Salon ed
esposta ai Refusés, ove sollevò molte
discussioni.
Fu nel 1872 ch'egli espose il suo
primo A rrangeine?it in Blackand Grey,
armonia di co'ori, - e verso lo stesso
tempo il suo meraviglioso ritratto
della madre 'che è ora una perla del
Museo del Lussemburgo a Parigi) in-
contrava molte opposizioni all' Aca-
demv. Poi un Nocttirne in Black and
Gold, che rappresentava un incendio
di notte, fu messo atrocemente in ri-
dicolo da Ruskin, al che il Whistler
si ribellò e chiese i danni.
Al magistrato che gli domandava:
— Quanto tempo avete impiegato per
questo « notturno? » - egli rispondeva:
— Un giorno: probabilmente l'ho
ritoccato il giorno dopo...
— E per il lavoro d'un giorno
domandate duecento ghinee?
Autoritratto giovanile di Whistler.
— No - rispose Whistler. - Le do-
mando per le ricerche di tutta la mia
vita. (/ ask it far the knowledge of a
lifetimc ^ .
Che maraviglia ch'egli fosse acer-
bissimo contro i critici e il pubblico ?
Non soltanto nel suo linguaggio mor-
dente ch'egli sciorinava con una com-
postezza e freddezza del tutto ame-
ricane, ma anche cogli scritti li
perseguitò a morte. Così fece in The
Gentle Art of Making Enemies (La
526
gentile arte -di farsi dei nemici) e
nella serie di conferenze ch'egli tenne
nel suo studio e pubblicò sotto il
titolo: Ten o'clock Lecitires nel 1885.
i/JA Parigi, a Venezia egli fu più
apprezzato che non in Inghilterra, ed
egli se ne vantava. A Londra egli
non esponeva più, se non in mostre
particolari, e ultimamente un'esposi-
TRA LIBKI E lìlVISTE
zione la Princesse du Pars de la Por-
celaine di Whistler. Il ritratto di sua
madre è a Parigi, quello di Carlyle a
Glasgow, bellissimi entrambi.
La gentil arte di farsi dn nemici
gli riusci: ma la morte li fa tacere,
ed egli avrà la ricompensa delle lotte
che seppe sostenere con spirito e
pertinacia.
"VVhistlor laetissiiiins. di Mnrtimer Monpes (dal Cri/if).
zione International Art Society' s Exhi-
bition, che aveva le adesioni altresì
di parecchi artisti italiani, lo aveva
eletto presidente. Due anni fa chi
scrive vide in una di queste esposi-
zioni alcuni dei suoi piccoli quadri,
armonie di colori, arrangements, ac-
canto a disegni di Segantini, gessi
di Troubetzkoy, quadri di Fragia-
como, Soldini, ecc.
Egli era membro della Legion di
onore, della Société des Artistes Fran-
(jais, dell'Accademia di S Luca, ecc.
Ma nei Musei di Londra non ha nes-
sun quadro. Ancora questa prima-
vera gli Accademici comprarono per
il legato Chantrey parecchie cose
mediocri, mentre era a loro disposi-
I giovani pittori vivevano a Pa-
rigi, quando egli giunse, in tutt'altra
atmosfera che la presente. Non vi
è. oggi, alcun principiante che non
si preoccupi di far tra.secolare il pub-
blico col primo quadro esposto. Nel
1860 gli allievi non esponevano che
col permesso del loro maestro e non
mostravano che opere meditate, nelle
quali il mestiere era d'una sorpren-
dente sicurezza. Questa forte educa-
zione permise a Whistler, in seguito,
di abbandonarsi a tutte le fantasie
della sua capricciosa originalità.
Dopo aver, particolarmente col ri-
tratto di sua madre, dato prova di
doti d'analisi, d' osservazione e di
esecuzione , saviamente coordinati .
TRA LIBRI E RIVISTE
;eg!i potè, senza nulla affidare al caso,
gettare le impressioni più ardite sulla
tela. Nelle interpretazioni della na-
tura o della persona umana apparen-
527
che la personalità morale, e questa
personalità morale, pc hii, si affer
mava insieme nel'o sguardo e nella
posa o nel gesto famigliale. Egli anne-
Whistler mnlliplex, pagina di schizzi di Mortimer Menpes.
temente le più vaghe e le più fanta-
stiche, l'essenziale si leggeva sempre.
Whistler fu un amante appassio-
nato del colore.
Ciò ch'egli cercava di rendere in
una fisionomia, era meno il tipo fisico
gava dunque ostinatamente nell'om-
bra, come fastidioso, tutto ciò che
costituisce per tanti pittori l'essen-
ziale, vale a dire la rassomiglianza
fotografica, e non metteva in evi-
denza che il resto.
528
TRA LIBRI E RIVISTE
Ma in tutto ciò ch'egli vedeva,
paesaggio o figura, l'impressione co-
lorata era la più forte, ed era quella
che egli cercava di rendere
con la più ingegnosa sotti-
gliezza. Onde, nella lista delle
sue opere, lei titoli come questi:
Ritratto di donna- Arrangement
in block - Armonia in grigio e
fiero - Verde e violetto - Nero
e oro - Notturno grigio ed oro
{La neve a Ckelsea) - Grigio e
verde (L' Oceano) - Uosa e rosso
[Il tulipano) - Bleu e oro (San
A/arco di l 'entzia) - Bleu e ar-
gento (Bugìior). Egli narrava
così le preoccupazioni alle quali
aveva obbedito eseguendo le
sue tele, ed egli aveva il diritto
di attirar l'attenzione su esse,
giacché mai armonie più soavi
hanno rapito occhi moderni.
Fra i ritratti che hanno con-
tribuito alla sua gloria, quello
di Carlyle, del violinista Sara-
sate, e quello di sua madre,
sono fra i più perfetti di W'hist-
ler. Quanto ai suoi altri lavori,
uno di quelli che hanno più
attratto su lui l'attenzione, oltre
Manica, dal giorno in cui,
stanco della Francia, si fissò
a Londra, fu la decorazione,
con Burne-Jones, d'un palaz-
zetto privato ove esegui la sua
famosa Camera del Pavone su
un tema unico dall'uccello di
Giunone.
L'anno scorso l'elegante Critic di
New York dedicò un numero al Whist-
ler, nel quale il pittore Mortimer
WhistliT - Caricatura dì Ernest HaskeU.
Un aneddoto eh' egli ripeteva vo-
lentieri era questo:
L^n mattino egli aveva invitato a
colazione la duchessa di Westminster
ed un signore, due delle più consi-
derevoli fortune dell'Inghilterra. Un
momento prima gli si era intimato un
sequestro, ed egli ebbe la bizzarria
di far sedere a colazione i due signori
ch'erano venuti per eseguirlo. Ai due
milionari non venne neanche in mente
che nello studio suo c'era di che
pagare dieci volte i suoi debiti, se
essi avessero voluto. Ed egli aggiun-
geva nel suo linguaggio piuttosto
salato che ciò era naturalissimo, per-
chè chi è ben pasciuto non può affatto
accorgersi clie altri abbia un ventre
che abbaia...
Menpes si sbizzarriva a ritrarre il
Maestro in tutte le variazioni - laetus,
affabilis, arrogans. duplex, multiplex ,
cogitans, divisus, tactissiniiis : è uno
svolgimento sinfonico che dovette es-
sere caro ad un pittore musicale. Ne
offriamo due pagine, certi di far cosa
grata ai nostri lettori.
« Trionfi di donna ».
Alfredo Fanzini è un umorista, cosa
rara in Italia. Si cade generalmente
in equivoco rispetto all'umorismo.
Prender le cose e gli uomini in gioco
e farne la caricatura puramente este-
riore non è affatto umorismo, sebbene
cos'i molti l'intendano. L'umorista
dev'essere uno psicologo e per ac-
corgersi rapidamente e nettamente di
chi va fuor d'equilibrio è necessario
TRA LIBRI E RIVISTE
529
avere perfetto il senso dell'equilibrio:
è d'uopo essere sufficientemente stac-
cati dagli altri uomini per potere os-
servarli quasi fossero continuamente
nuovi e stupefacenti - e sentirsi ad essi
talmente solidali da essere penetrati
d'indulgenza e di tenerezza. L'umo-
rista è un contemplativo che si stu-
pisce e s'intenerisce.
Ho detto cosa rara in Italia. Tanto
rara che i pochi che abbiamo se ne
accorgono troppo e finiscono con dirlo
anche: « Badate che io sono un umo-
rista »; il che basta perchè cessino
di esser tali.
Alfredo Fanzini, per esempio, se ne
accorge qualche volta, ma rarissima-
mente. Quando se n' accorge ejli
dice a se stesso: « lo devo trovar in-
congrue quasi tutte le cose»; e da-
vanti a qualche cosa determinata in
cui non è luogo di far ridere, egli
si sforza un pochino - per esempio,
davanti alla miseria, alla miseria che
si organizza per diventare meno mi-
seria... Dirò meglio, così faceva qual-
che volta. Ora non fa più cosi. Il
suo ingegno matura, il suo umorismo
acquista in profondità, in acutezza,
in simpatia, in omogenei/a. Non gli
accade piti, per esempio, di ridere su
cose e su idee di cui ieri aveva pianto:
ha compreso che è necessario, spe-
cialmente per un umorista, del quale
il buon lettore non sa talvolta se egli
scherzi o faccia sul serio, posare sui
capisaldi, sulle basi, e precisamente su
queste, quel filo a piombo, che indi-
cavo come senso dell'equilibrio.
Questa mezza serqua di novelle è
comparsa in parte su riviste sotto
altri nomi. Ma il Fanzini è uno di
quegli .scrittori che non perdono nel
venir riletti, al contrario. Feresempio,
io ho salutato con piacere La poma
d'airone. la simpatica studentessa,
« [iresa in giro » dapprima da un fior
di gievine farabutto e poi consolatrice
d'un povero diavolo di « ribelle >>
- nessun più povero diavolo dei ri-
belli ! - che non aspetta se non un
bacio e una lagrima di donna per
dei^orre tutto l'odio accumulato in
una tormentata infanzia contro la so-
cietà. Ho battuto le mani a Nadina
che, tratta da una milionaria, come
istitutrice, in tutti gli splendori e i
pericoli della disorientata vita cosmo-
polita, si riprende alla fine quando,
34
dopo aver contemplato la propria
meravigliosa metamorfosi in una toe-
letta d'un Worth parigino, le cadono
gli occhi a un tratto sul vecchio ve-
stito nero, reietto, buttato in un an-
golo del tappeto, con grande stupore
della sarta, mentre la vecchia padrona
spiega loro: « Fanciulla italiana..., tutte
fanciulle italiane sono cosi, moltosen-
timentali ! »
Che spirito indiavolato nel bozzetto
Senape inglese o senape francesef Me-
rita la spesa di seguire il commen-
dator Fabrizi, egregio magistrato, il
quale depone il suo memoriale contro
il divorzio in una buvette, e il codice
dal barbiere che gli ringiovanisce la
faccia, e dopo tanti sogni di libertà,
si ritrova a tavola in faccia alla mar-
chesa consorte che lo scruta coU'oc-
chialino, mentre la cameriera ripete
la fra.se sacramentale: «Senape...?»
// trionfo della morale è riboccante
d'una satira continua cosi ben soste-
nuta contro quel professor Gaudenzi,
- grande compilatore di antologie, di
chiose leopardiane, foscoliane, alfie-
riane, e perciò commendatore, deco-
rato, stipendiato, eletto nelle com-
missioni, accetto al ministro della F. I.
e cosi ben aiutato e sostenuto dalla
moglie sua e dalle colonnine dei suoi
figliuoli, - che voi sorridete alla insi-
nuazione d'un ingenuo sulla integrità
del coniugio, e fate largo, come sem-
pre, alla bella famiglia dell'autore-
vole uomo, simbolo della società.
Ma il capolavoro è // trionfo di Puc-
cin, il trionfo della bimba che viene
terza in famiglia e si manda lontano
a balia; cosi deliziosa quella Puccìh.
come la vita che nasce, la vita che
fiorisce, la vita che conquide. E di
questa, simpatiche lettrici, non vi
dico nulla : è proprio necessario che
ricorriate al bel libro di Alfredo Fan-
zini, presso la Poligrafica, Milano.
Movimento antialcoolista.
Il Rene Sociale k un modesto foglio
mensile che esce a F"irenze omai da
cinque anni, come organo della Lega
Italiana antialcoolista. Questa Lega,
purtroppo ignorata dai più, si pro-
pone di combattere l'alcoolismo e di
fare il possibile per impedirne la dif-
fusione, servendosi di tutti i mezzi
Voi. evi, Serie IV - 1" .agosto 1903.
TRA LIBRI E RIVISTE
530
legali che sono in suo potere - pro-
paganda individuale dei soci, pubbli-
cazioni, conferenze, petizioni, ecc. -
Non ha carattere religioso o politico:
ogni persona che abbia compiuto i6
anni ne può far parte. Si compone
di soci eflettivi, i quali si astengono
completamente da ogni bevanda al-
coolica; di soci aderenti, \ quali, astemi
di bevande alcooliche ottenute dalla
distillazione, non bevono vino o birra
che ai soli pasti, e sempre colla mas-
sima moderazione. Ogni socio s'im-
pegna di propagare secondo le sue
forze i principi della Lega. Tre per-
sone al minimo possono costituire
una sezione locale della Lega, che
ha la sua sede centrale a Firenze, via
Manzoni, 13.
In questi giorni, informa l'ultimo
numero del Be>ie Sociale, una sezione
importante s'è costituita a Brescia.
Altre son state fondate a N'enezia, a
Bergamo e in città minori dell' Alta
Italia e centrale. Pare dunque che
anche nel nostro paese vada insinuan-
dosi con propositi effettivi l'idea della
propaganda contro uno dei flabelli
massimi della umanità. Noi vorremmo
poter registrare qui dei risultati con-
solanti. La tenacia del piccolo gruppo
d'apostoli di Firenze, cui hanno ade-
rito scienziati come Lombroso, Man-
tegazza. Marre, Barduzzi, Zerboglio,
è frattanto ammirevole. Il loro piccolo
giornale merita d'esser sostenuto da
quanti approvano il principio ispira-
tore. L'abbonamento è d'una lira ;
perquattro lire se ne prendono cinque,
e molte signore , molti professori
hanno, sappiamo, adottato l'uso be-
nefico di dispensare il foglio alla
gente del popolo con cui hanno rap-
porti, ai dipendenti, agli operai, ai
ragazzi delle scuole.
Ecco alcune notizie sul movimento
antialcoolista internazionale che to-
gliamo da! numero succitato del Bene
Sociale :
Dall'S al 10 giugno ha avuto luogo
a Ginevra il 6" Congresso dell" As-
sociazione internazionale delle donne
astenie (World's Woman's Christian
Teniperance Union). Eran presenti
qualche centinaio di delegati venuti
da tutte le parti del mondo, dall'A-
merica, Australia , Islanda ecc . - Le
varie relazioni presentate danno un'i-
dea della grande estensione dell' L-
nione e dell'attività dei suoi membri.
Sorta in America circa trenta anni
fa, conta ora, solo in quella contrada,
più di 300,000 soci ed esercita una
grande influenza sociale e politica.
Alla sua iniziativa e perseveranza si
devono importanti misure legislative,
ed in particolare l'insegnamento an-
tialcoolista in tutte le scuole degli
Stati L'niti.
Oggigiorno possiede sezioni in 59
paesi diversi, ultima fondata è quella
delle isole Filippine. L'Unione non
si occupa esclusivamente di antial-
coolismo, ma pure di altre opere che
vi si collegano, quali il rilevamento
della pubblica moralità, riforme .so-
ciali, incoraggiamento al risparmio
ed alla previdenza, ecc.
Quest'anno vollero .scegliere per
lor luogo di convegno una città del-
l'Europa centrale per cercare di scuo-
tere le donne del vecchio continente
e di incitarle alla lotta contro l'al-
cool - questo alcool che porta la di-
scordia e la rovina nelle famiglie,
di cui esse sono le prime vittime.
Speriamo che possa questo con-
gresso essere fecondo di nobili inizia-
tive ; certo per la loro attività, perle
loro energie queste donne sono per
noi tutti un esempio di come va con-
dotta la lotta contro l'alcoolismo.
L n' altro Congresso antiiilcoolista
internazionale s'è tenuto a Brema,
quest' anno, dal 14 al 17 aprile. Queste
grandi rivmioni internazionali ove sono
discusse e dibattute le più alte que-
stioni sia d'ordine tecnico che pratico,
sono ormai diventate un bisogno, una
necessità per tutti quelli che si oc-
cupano della questione antialcoolista.
Il Congresso aveva raccolto 1500 ade-
sioni, successo senza precedenti, e
più di 800 persone hanno assistito a
tutte le sedute presiedute dal dottor
Deibruck. direttore del manicomio
di Brema. 11 Congresso, solennemente
aperto dal Ministro dell'Interno del-
l'Impero, Conte di Pozadowski, ha
tenuto le sue sedute nei vasti e splen-
didi locali della Società degli Artisti.
Il Congres.so ha cominciato i suoi la-
vori con una discussione generale
sull'Alcoolismo, sul principio dell'a-
stinenza totale e sulla moderazione,
di.scussione viva e ricca di incidenti
TI!A LIBRI E RIVISTE
531
a cui lianno preso parte vari cam-
pioni della lotta antialcoolista, ed il-
lustri scienziati. - I rapporti furono
vari ed importantissimi ; ricorderemo
qui solo la relazione del Dr. Legrain
su « l'alcoolismo e la tubercolosi »,
il lavoro dei prof. Ploetz e Rudin di
Berlino su «l'Alcool o la razza »; lo
studio del prof. Forel su « l'uomo
e la narcosi ». V'ari problemi di pro-
filassi sociale furono studiati; il pro-
fessor Craner trattò delle misure legis-
lative contro i bevitori ; il Dr. Frank
parlò del trattamento degli alcoolisti
dal punto di vista medico, ecc. La
questione dell'insegnamento antialcoo-
lista nella scuola fu ampiamente trat-
tata dai signori Don e Wakely e dalla
signora Hunt.
Aggiungiamo qui il rendiconto di
una iniziativa svizzera altamente lo-
devole.
Il Comitato d'azione della Federa-
zione astinente, unitamente alla So-
cietà degli alienisti svizzeri, ha appro-
vato le seguenti tesi sull'interdizione
del bevitore, tesi che saranno pre-
sentate al Consiglio federale ed alle
Commissioni delle Camere incaricate
di riferire sul progetto del nuovo
codice civile svizzero :
I. Ogni persona colpita d'alcoo-
lismo può essere interdetta.
II. Prima di procedere all'interdi-
zione l'autorità tutelare rivolgerà un
avvertimento al bevitore, se le cir-
costanze fanno prevedere che tal mi-
sura po.ssa essere efficace. .Se 1' avver-
timento rimane senza alcun successo,
l'autorità tutelare procederà senz'altro
all'interdizione.
III. Pronunciata l'interdizione, essa
non entra in vigore se l'interdetto
consente ad entrare in una speciale
casa di salute fino alla sua guarigione.
Se ne esce guarito cessa l'interdi-
zione.
IV. Invece dell'interdizione l'au-
torità tutelare può pronunciare la
reclusione obbligatoria in una speciale
casa di cura, per la durata di 6 a
i8 mesi. La reclusione obbligatoria
non diminuisce la capacità civile se
non nei limiti che la cura stessa
esige.
V. I Cantoni prenderanno le di-
sposizioni necessarie per assistere i
bevitori indigenti, entrati in una casa
di cura per le tesi III e IV, come
pure le loro famiglie.
William Ernest Henley.
È morto a Londra, ancora in buona
età, uno scrittore che ebbe grande
influenza sull'ultima letteratura in-
glese. Aveva cinquantaquattro anni.
Poeta, critico e direttore di grandi
riviste, egli ebbe un gran posto e
difficilmente sarà surrogato.
Aveva cominciato nel i S75, collabo-
rando in periodici londinesi. Nel 1877
fondò il London : piti tardi diventò
editore del Magazinc oj Art ; dal 1888
al 1 893 diresse lo Scols Obset-cer, di
poi fece prosperare sino al 1898 la
New Revieiv che fece conoscere molti
giovani letterati inglesi, fra i quali
Wells, che vi pubblicò il suo Time
Machine.
Egli accolse intorno a sé un gruppo
di giovani che capitanò brillantemente.
Nessun editore, dicono, godette di
più riconoscente amicizia da parte
de' suoi collaboratori: egli stimolava
gl'ingegni assorgenti, frenava le impa-
zienze, dirigeva gl'incerti per troppa
abbondanza d'attitudini; e quand'egli
ritoccava dei manoscritti, il che faceva
sovente, agiva con tale tatto e aveva
un intuito cosi sicuro, che lo scritiore
raramente aveva cagione di non es-
sergliene grato.
« Per tutti coloro che si aggrup-
parono intorno alla bandiera del Na-
tional Obsei~'er (prima Scols Oòs)
Henley era il Vikingo capo delle let-
tere, che tutti seguivano, il cui ap-
prezzamento ambivano, il cui esempio
destava una lieta emulazione... Era
un maestro magnetico : probabilmente
costituì il fenomeno che nelle lettere
inglesi più si può avvicinare alla de-
vozione dei romantici francesi per la
magistrale influenza di Victor Hugo >>.
Di W. Henley rimarrà forse poco.
Egli ottenne fama con A Book of
l 'erses, poi con Hospital Poems che
portava nella letteratura inglese una
nota nuova, in uno stile piano e molto
vicino alla prosa, sebbene di una sem-
plicità sapiente. Un'altra raccolta in-
vece. Bric-à-brac, contiene dei versi
scritti colla più complicata arte. In
tutta la sua poen'a l'influenza dei mo-
53"2
TRA LIBRI E RIVISTE
delli francesi è assai facilmente lico-
noscibile.
Come critico si occupò per pareccfii
anni nelle sue Views and Reznews non
soltanto della produzione corrente
W. E. Heiilev.
inglese, ma anche di quella del con-
tinente, e non soltanto di letteratura,
ma di tutte le arti. La morte' lo colse
prematuramente in piena vitalità, nel
suo lavoro non mai interrotto, ed è
una gran perdita per 'e lettere inglesi
Attraverso l'Australia del Sud.
Il progetto per la costruzione di
una ferrovia attraverso l'Australia
ideato dal Governo dell'Australia del
Sud è uno dei più grandi rischi che
mai siano stati intrapresi prima d'ora
da alcuno Stato, ed è certamente uno
dei più importanti appalti mai offerti
a impresa privata in alcuna parte del
mondo. L'offerta degli australiani agli
impresari! è questa : Costruiteci dentro
il nostro territorio un tronco ferro-
viario di 1063 miirlia, che rimarrà di
vostra proprietà, e noi vi daremo
come premio una concessione in sem-
plice proprietà ereditaria di 79, 000, 72 5
acri di terreno. Chiunque guadagna
questo premio sarà il più grande
proprietario che la storia abbia mai
rammentato. Egli possiederà un ter-
ritorio più grande che l'intero Regno
Unito. L'acro inglese equivale a me-
tri quadrati 4046.71.
Trenta anni fa l'Australia del- Sud
riceveva la lode e la gratitudine del
mondo coir impianto di una linea tele-
grafica transcontinentale, e dopo non
molti anni essa cominciò a gettare un
ponte sul continente ed anche una
ferrovia. Di poi furono costruite delle
strade ferrate e.stendentisi a setten-
trione da Adelaide a Oodnadatta (688
migliaj e al sud da Port Darwin a
Pine Creek (146 miglia). Tra questi
due tronchi ferroviarii rimane uno
spazio di 1,063 miglia. E precisamente
questo spazio che l'Australia si pro-
pone di occupare con una ferrovia
che dovrebbe sorgere col nuovo si-
stema della concessione gratuita del
terreno.
Si dice che quando la ferrovia
transiberiana giungerà a Port Arthur,
la valigia postale e i passeggieri po-
tranno sbarcare a Port Darwin in soli
quattordici giorni da Londra. Con la
proposta ferrovia australiana essi po-
trebbero raggiungere Adelaide da Port
Darwin (circa 1900 miglia) in tre
giorni.
Il risultato infine sarebbe: dicias-
sette giorni da Londra ad Adelaide.
Il tempo è moneta, e la nuova fer-
rovia significherebbe un guadagno per
tutta l'Australia.
Fra qualche tempo, scrive il sig. F.
H. Gordon, ntWAmerkaii Montkly,
il commercio dell Est dovrà essere
agguantato dalla zampa del Grande
Orso, la Russia. Ma in questo tempo,
chissà, Singapore sarà il punto d'ar-
rivo di una linea che correrà dal-
l'Europa attraverso l'India e; Burma.
Singapore è tre giorni più vicina a
Port Darwin che Port Arthur. Quando
questa sarà compita, data, natural-
mente, la nostra nuova strada ferrata,
noi non solo saremo in quattordici
giorni nel nostro centro imperiale, ma
avremo espulso la nostra rivale russa
favorendo una via che correrà ampia-
mente attraverso il territorio inglese.
I particolari dello schema sono:
Gli offerenti debbono dare una cau-
zione di 10,000 lire sterline come
garanzia che il contratto sarà firmato
se la offerta è accettata, ed essi deb-
bono determinare: 1° La quantità di
TRA LIBRI E RIVISTE
533
terra che si richiede per la costru-
zione di ogni miglio di ferrovia; 2° Lo
spazio di tempo perchè l'opera sia
condotta a termine. Non saranno prese
in esame quelle offerte che richiede-
ranno più di 75,000 acri di terreno
per ogni miglio di ferrovia. Le offerte
debbono essere inviate non più tardi
del 2 maggio 1904. L'offerente vin-
citore deve : costruire la ferrovia,
secondo il volere dell'ingegnere capo,
sulla larghezza di tre piedi e 6 pollici :
linea che va da Port Augusta a Oodna -
datta.
.All'offerente vincitore è dato il
diritto di comprare la ferrovia da Porto
Darwin a Pine Creek, ad un prezzo
fissato da un arbitrato, ed anche dei
diritti consecutivi su tutte le ferrovie
del Sud-Australia, su condizioni sta-
bilite dai membri della Commissione
delle ferrovie.
Ogni volta che 40 miglia di fer-
rovia sono costruite, l'appaltatore può
Carta dell'Au-stralia. ool tracciato della ferrovia progettata.
le rotaie debbono essere di acciaio, e
di peso non minore di 60 libbre ogni
yard; 3" Completare l'opera in otto
anni, dovendosene costruire almeno
cento miglia all'anno: 4° Provvedere e
mantenere sempre un servizio di treni
per merci e passeggeri una volta al-
meno alla settimana da ogni stazione
capolinea, con una velocità di non
meno di 20 miglia all'ora; 5" Depo-
sitare 50,000 lire sterline che sa-
ranno assolutamente perdute se si
viene meno a qualche condizione del
contratto.
1 prezzi pel trasporto delle merci
e dei passeggeri non debbono ecce-
dere quelli imposti dal Governo sulla
scegliere la terra alla quale egli ha
diritto, in masFe, che debbono essere
scelte alternativamente su uno o l'altro
lato della ferrovia, e facenti capo ad
essa. Due blocchi non possono star di
fronte l'uno all'altro, ed ognuno di
essi deve essere più vicino all'altro
che sia possibile da formare un pa-
rallelogramma.
La terra sarà concessa con tutto
l'oro, metalli e minerali ivi conte-
nuti, senza che il Governo si appro-
fitti di nulla, eccetto delle pubbliche
strade che vi potrebbero essere trac-
ciate dal Governo senza compenso
alcuno. La terra sarà libera da ogni
tassa per un termine di io anni dalla
TRA LIBRI E RIVISTE
534
concessione. I pezzi di terreno clie
attualmente si sa che contengono delle
miniere aurifere, e tutte le terre già
occupate per pubblica utilità, sono
escluse dalla scelta. Si è calcolato che
la ferrovia completamente allestita co-
sterà circa 5,000,000 di sterline. Il
Governo si riserva il diritto di vendere
la ferrovia in caso dì dissensi, al
prezzo fissato da un arbitrato.
Molte obbiezioni sono state mosse
fuori del Sud-Australia, mentre i Sud-
Australiani approvano lo schema ad
unanimità, .\lcuni dicono che il pre-
mio di 75,000 acri di terreno per
ogni miglio di fer ovia è troppo grande.
È senza dubbio un premio magnifico,
ma si hanno, solo nel territorio del
Nord, 523.000 miglia quadrate di terra,
vale a dire 335, 1 16,380 acri. Inoltre
la maggior parte di questo terri orlo
non solo è improduttivo, ma è im
carico annuale dello Stato.
Dopo aver dato 79,000,000 acri
per la ferrovia, se ne avranno ancora
tutto all'intorno 256,000,000 che sa-
ranno occupati e daranno luogo ad
una sorgente di reddito pubblico,
invece di essere come oggi abban-
donati e a carico dello .Stato.
Il brillante articolista seguita poi
a parlare della strada che dovrebbe
percorrere la nuova ferrovia, e sembra
che essa non presenti serie difficoltà
per la costruzione, e dopo alcune
altre osservazioni sul dono, Mr. Gor-
don conclude dicendo che l'e.Tettua-
zione di questo grande progetto sa-
rebbe un avvenimento d' interesse
mondiale, e dichiarasi orgogl oso che
l'Australia del Sud abbia avuto il
coraggio d'iniziarlo.
Bagni e nuoto.
Argomento d'attualità: perciò par-
liamone. È un' occasione per dire
qualche parola in prò dell'esercizio
fisico di cui hanno tanto bi.sogno le
nostre generazioni studiose. Seguiamo
brevemente una delle simpatiche con-
versazioni scientifiche pubblicate dal-
l'.4cadeiiir di Londra dovute alla
penna del signor C. W. .Saleeby
Sotto la parol v uuo/o si comprende
anche il fenomeno di galleggiamento,
non solo quello della locomozione
sull'acqua. 1! primo fatto è la riso-
luzione d'un problema di peso, il
peso specifico, che è il rapporto fra
la massa del corpo e il suo volume:
il corpo urna 10 spo.sta un volume
d'acqua minore che il suo proprio
peso, e perciò tende ad affondare.
La difficoltà adunque per l'uomo con-
siste nello stare a galla e perciò nel
vincere la gravità col movimento II
membro più pesante è il capo, ed è
quello pure che, a causa della respi-
razione, non può star sott'acqua. Ma
l'acqua sostiene assai più che l'aria
e perciò il nuotatore appoggerà ogni
tanto il capo sull'acqua per riposarsi.
Il pesce è nella stessa necessità di
respirare, ma non è costretto a spin-
gere il suopesantecraniofuord'acqua,
perchè può assorbire l'ossigeno ch'è
disciolto nell'acqua stessa. Nel pro-
fondo dell'oceano, fino a cinq'ie mi-
glia di profondità, esso può trovare
nell'Atlantico dell'ossigeno ch'è stato
di.sciolto nelle acque superficiali del
Polo. - acque cos'i fredde che af-
fondano passando in latitudini calde,
e portano l'elemento che sostiene la
vita agli abitanti del fondo marino.
Le branchie del pesce espongono il
loro sangue all'acqua ossigenata e lo
scambio gasoso si compie nello stesso
modo preciso che avviene col san-
gue e coll'aria dei nostri polmoni
Con poco sforzo muscolare il nuo-
tatore può rimaner a galla. In iden-
tico modo l'uccello si sostiene nel-
l'aria, quantunque a condizione d'un
molto maggiore sforzo nuiscolare.
E la scienza degli aeronauti c'in-
segna che la dirigibilità e il potere
motore sono soltanto ottenibili con
un oggetto più pesante che il mezzo:
Santos-Dumont vi dirà che la sola
condizione di successo nella naviga-
zione aerea è un principio « più pe-
sante dell'aria ». Cosi pure nel nuoto:
nessun movimento volontario potrebbe
avvenire se il corpo umano fosse più
leggero dell'acqua
Prima di considerare il problema
muscolare, sofTermiamoci un istante
sul modo di nuotare sott'acqua. È
possibile ipcr-aerare il sangue. Prima
di tuffarvi, prendete una quantità di
lunghi e rapidi respiri, molto più che
non ne abbiate bisogno: il vostro
TRA LIBRI E RIVISTE
sangue sarà impregnato di sufficiente
ossigeno per alcuni minuti, e se avete
imparato a tener gli occhi aperti sot-
t'acqua, tentate.
Lo stesso risultato si può ottenere
enfiando i polmoni d'un animale con
un soffietto: esso cesserà interamente
di respirare per qualche minuto. E
questo stato, chiamato apnea, che è
il segreto d'una lunga sommersione
il nato dell'uomo è il solo fra i
nati degli animali che deve appren-
dere a nuotare. Tuttavia egli è in
migliori condizioni che non, ad esem-
pio, il cane, che oflfre colle piccole
gambe assai minor superficie ali 'ac-
qua che non l'uomo colle mani. A
mostrare questo semplice fatto mec-
canico, provate a nuotare con larghi
piatti di legno attaccati alle mani e
ai piedi: ciò accresce enormemente
la rapidità.
L'atto del nuoto, come fatto di coor-
dinazione nervosa, è semplice perchè
simmetrico. Ogni pianista conosce la
difficoltà d'eseguire con una mano una
terzina, coli' altra due semicrome,
coll'una una misura dispari, coll'altra
una pari: cosi avviene in ogni azione
muscolare. In un'azione simmetrica
le due metà del cervello agiscono al-
l'unisono, il sinistro comandando il
braccio destro e la gamba destra e fa-
cendo ripetere all'altra parte la stessa
cosa. Perchè poi l 'una metà del cer-
535
vello controlli l'opposta metà del cor-
po, è un'altra questione.
Un dei benefizi del nuoto è di svi-
luppare tutti i muscoli egualmente.
Da questo lato è superiore alla bi-
cicletta, al football, al teiuiis, al cri-
cket.
L'alto valore del nuoto come eser-
cizio viene complicato dalla perdita
di calore ch'esso produce. Parlando
in generale, il valore d'un bagno
di mare è in proporzione inversa della
sua durata Piti breve è l'immersione,
più accentuata è la reazione della cir-
colazione e delle funzioni cutanee.
Perciò coloro che, andando di rado
a bagnarsi, credono compensarsene
stando di più nell'acqua, commettono
un grosso errore (La gallina è immune
dal carbonchio: ma tenetela coi piedi
nell'acqua fredda, poi inoculatele dei
bacilli: essa ne sarà infettata). Si può
star un po' più a lungo nell'acqua
.solo a patto di sviluppare del calore
col moto La pelle non assorbe i sali,
essa è a prova d'acqua, una delle
più importanti sue funzioni
Non è bene bagnarsi dopo un nu-
trimento copioso, né durante la tra-
spirazione : il crampo - spasimo mu-
scolare portato dal freddo - si evi-
terà abbreviando il bagno. Se uscite
colle labbra paonazze e il tremito
dei denti, il bagno vi sarà più no-
civo che benefico.
Nemi.
PUBBLIO AZIoXr STRANIERE.
Mantissa. Roiuiui Hiiiticn par Fuéihohk Marcelin. — Paris, 1!K13. Paul
( ill.-ndorff. pag. 349. Fr. 3..'i0.
An soleil de .Jnillet (182918S0). par P.\i l Ad.\m. - Paris. 19' 3. P;uil ollcii-
<lorft', pagg. 532. Fi- 3.50
Ches les Rois. par Adolpuk Aukiìer. — Paris. 1903. Albert Fonteinoing.
pagg. 300 Fr. :<.50.
Iitée.'f sociales et Faits sociaii.x. Conférenct-s de MM. G. Blondel, Acg.
SoucHox, Martin Saint-Léon, Ch. Combes. Difovrmantelle. Emm. Bivièrk,
rtvec une introduction de M. Georges Goyav. — Paris. 1903, Albert Fonte-
moing. Pr. 3.50.
Sonvenirs Entomologiqnes. par J.-H Fabre. Études sur l'instinct et les ma^urs
dea insectes. — Paris, liiWì, Librairie Charles Delagrave, pagg 380. Fr. 3."0.
Traile de biologie, par Felix Le Dantec (con 101 illustrazioni . - Paris, 1903.
Felix Alean. L. 15.
Trenle el nnième rappovt de la Direction et dii Cn/iseil d'Administration da
Chemin de Fer dn Saint-Ootltard. compreiiant la période dii ler .Tanvier an 31 De-
i-eiìibre 1002. — Lucerne, 1903, Imprimerie J. Burkhardt, pagg. 130.
NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI
ITALIA.
Al toatro J/tissiiiio di Cutania. Giovanni Hovio è stato L'ommr-moiato ilal-
Ton. Mirabelli.
— Il Comitato fiorentino e quello astigiano, promotori delle onoranze cen-
tenarie ad Alfieri, hanno stabilito di promuovere un pellegrinaggio alla casa
dove nacque il poehi. in Asti, ed un pellegrinaggio alla sua tomba a Firenze.
— Lumei ili Coflu è il titolo di un'ode che Francesco Pastonchi ha pubbli-
cata sulla Stampa di Torino in morte di Leone Xlll.
— A San Marino è stata inaugurata una lapide ed un busto in l)ron7,o in
onore di Francesco Azzurri, architetto romano, autore del monumentale palazzo
del Governo di San Marino, inaugurato noi 1S94.
— Il 16 agosto a Viareggio saranno tributate solenni onoranze alla memoria
del poeta Shelley ad Iniziativa di un Comitato presieduto dall'avv. Cesare Ric-
cioni, e che ha offerto la presidenza onoraria a Gabriele D'Annunzio.
— Il 3'ì agosto sarà inaugurata ad Aquila l'Esposizione agricola-enotccnica-
industriale abruzzese che promette di riuscire del più alto interesse.
— Il Comitato esecutivo del Congresso geografico che dovrìl tenersi a
]!fapoli, ha nominato a patrono del Congresso Re Vittorio Emanuele III. e vice-
presidenti onorari il Duca degli .\bruzzi, il Duca di Genova e il ministro J^^asi.
— La Giunta superiore delle Belle Arti ha deliberato di proporre per ha
pensione di pittura l'Aprea, e per quella di architettura il Milani.
— Fra le nuove commedie rappresentate in questi giorni, notiamo La casa
del sonno, di C. Bertolazzi, al Costanti di Roma. Tra poco andrà sulle scene a
Milano una commedia storica in dialetto veneziano. Carlo Gassi, di Renato Simoni.
Monsignor Bartolini è un noto dantofilo. Egli pubblicò qualche tempo fa
un commento alla Divina Commedia, di cui ci occupammo nella nostra Rivista:
ora riceviamo un suo studio critico intitolato: Il Cainiiie nella Divina Commedia.
in cui il dotto prelato dimcstra che colla parola Cacume il'urg. IV) Dante allu-
deva ad un monte della catena de' Lepini, ad occidente di Fresinone, a destra,
e circa al mezzo della via che conduce a Piperno
— Durante l'agosto presso l'editore Hoepli uscirà, sotto forma di Manuale,
uno studio critico sulle Leggende Popolari, raccolte dal prof, lugenio Musatti,
docente di storia moderna nella R. Università di Padova.
— L'editore Remo Sandron ha terminato la stampa deir.4/'/e italiana di
Guido Menasci in un volume di edizione di lusso ricco di circa trecento inci-
sioni che sarà pubblicato prossimamente. Il libro, destinato alla maggior diffu-
sione, non vuol essere un arido sommario di nomi e di date n^ una monotona
serie di succinte biografie di artisti, ma come un racconto vivace e particola-
reggiato per quanto rapido dei principali momenti della vita artistica italiana.
in modo da far palese e chiara l'evoluzione del pensiero e delle forme d'arti-
nel nostro paese parallelamente allo svolgersi delle altre attività intellettuali
sul comune fondo storico. L'introduzione conterrà una facile sintesi di tutta la
materia trattata che va dalle origini alle più recenti manifestazioni artistiche.
Al nuovo studio del nostro collaboratore è da augurare lo stesso successo che
ebbe il suo scritto su gli Angeli nell'arte, sia come libro nella edizione Alinari,
sia come comunicazione fattane l'anno scorso per la Società di i^tndii italiani
all'LTniversità parigina
— L'Istituto femminile Maria Laetitia di Torino ha fatto testé una piccola
esposizione di lavori artistici che venne molto lodata. Gli è che la scuola d'or-
nato fu affidata ad un Aero artista, Giacomo Cometti, uno dei cultori dell'arte
nuova ch'ebbero maggior successo all'ultima esposizione torinese.
NOTIZIE, LIBHI E RECENTI PUBBLICAZIONI 537
Storia di un passero, di ORAZIO GRANDI. Firenze, Civblli. — Orazio
Grandi è ben noto ai lettori della Nuova Anlolo(/ia per le sue graziose e fresche
novelle che richiamano i costumi semplici e le cortesie d£a;li abitanti di Valdi-
niovole. La storia di mi passero esce ora in un grazioso volumetto illustrato che
è stato accolto con largo favore. Questo racconto semplice e commovente può
divertire anche gli adulti, come diverte i piccini. Benché Orazio Grandi lo abbia
dedicato allo « Benemerite Società protettrici degli animali >, pure il libro è
destinato ai ragazzi, tanto che la Commissione centrale nominata dal ministro
per la istruzione pubblica lo ha meritamente approvato come libro di lettura e
di premio
Poemetto Giocondo, di LICURGO TIGLI. Rol x cv Viahengo. L. 1. — Fra
lo stuolo di giovani poeti, assai men numeroso di quello che comunemente si
creda, Licurgo Tioli è degno di essere in special modo incoraggiato. Questa nostra
convinzione è stata raffermata dalla lettura del Poemcito Giocondo, di recente
pubblicato. Vi si sonte, è vero, un appassionato ammiratore di Pascoli, ma si
sente pure l'ispirazione personale e un ingegno al di sopra del comune. Di questa
raccolta di versi che ora abbiamo sotfocchio. ci sono sembrati specialmente
giaziosi i sei sonetti: La casetta. Il fòco. Le camjiane. La neve. Il pane, Il latte.
che formano una piccola collana. Attendiamo dunque dal Tioli altri saggi, i
quali avranno fortuna, come meritamente auguriamo a questo Poemetto.
La Viva e la Morta, di I. ORTBGA MUNILLA. Prima traduzione italiana
dalla IV edizione spagnola di GINEVRA SPERAZ. La Polkjkai-'ica. L. 1.50. —
È un racconto di delicata psicologia condotto bizzarramente: fra ingenuità e
luoghi comuni si sprigiona qua e là un senso acuto e sottile d'analisi, rivela-
tore d'un sicuro temperamento di novelliere. L'Ortega Munilla che vlen presen-
tato per la prima volta al nostro pubblico dall'elegante traduttrice, la quale ò
pure una scrittrice egregia, ha nella sua opera letteraria una quindicina di
volumi e sarebbe stato desiderabile che la Speraz avesse in essa scelto qualcosa
di più adatto a mostrarci la fisionomia del suo autore. Chiamato due anni sono
ad occupare il posto del grande poeta Ramon de Campoamor all'Accademia
Spagnuola, l'Ortega Munilla è. oltre che uno squisito stilista, un giornalista
militante e infaticabile, presentemente direttore iMVImparcial.
FRANCIA
I preparativi per l'esposizione dei Primitivi francesi comprendente il periodo
dal 135') al 1589 procedono alacremente. Tale esposizione sarà triplice: al Louvre,
al Museo delle arti decorative e alla Biblioteca Nazionale, che possiede una
magnifica collezione di manoscritti alluminati
— Il sindaco di Longjumeau propone di celebrare con speciali festeggia-
menti il centesimo anniversario della nascita del compositore Adolf Adam, che
nacque a Parigi nel 1803, e rese celebre il nome di Longjumeau colla piii popo-
lare delle sue opere, Le Postillon de Loniijiimean, rappresentata all'Opera Co-'
mique nel 18.86.
— Per il monumento da erigersi a La Rochelle in memoria di Eugène
Fromentin, il barone Alfonso di Rothschild ha elargito 1000 franchi.
— Il « Pi-emier Grand Prix de Rome » per una cantata è stato aggiuili-
cato a M. Raoul -Louis Laparra, nato a Bordeaux nel 1876, e allievo di Gabriel
Paure.
— Si è aperta al Museo Galliera un'esposizione di avori artistici moderni.
Durerà fino al 31 luglio.
— L' 11 dicembre ricorre il centenario della nascita del musicista Berlioz:
però, oltre alla commemorazione che in quell'epoca sarà fatta a Parigi, nel corso
dell'agosto vi sai-anno' feste in onore di Berlioz a Grenoble, che ha scelto questa
stagione come assai più comoda per i visitatori.
— Nella stagione 1908-1901 il « Théàtro du Peuple > organizzato recente-
mente dalla signora Maria Cheliga e dai signori Dargel e Quet, rappresenterà
fra l'altro un atto di Lucien Descaves, un atto di Jean Grave, nonché Le Troveur
da feu, due atti di Fernand Gregh, e Les Femmes. cinque atti di Jean Jullien.
— Il 14 luglio, nel giardino del Lussemburgo a Parigi è stato inaugurato un
monumento a Ferdinand Fabre. opera dello scultore Marqueste.
— Il pittore Albert Besnard ha ricevuto dal Ministero della pubblica istru-
zione l'incarico di eseguire il soffitto della sala di spettacolo del teatro francese.
538 NOTIZIK, 1,1 BUI E KECENTl PLIiBLlCAZrONI
— Si è costituito un Gomitato pei- liinalzaro un monumouto a Puvis rie
■Chavannes.
— Nei giorni 1 e :2 agosto avranno luogo le rappresentazioni annuali della
■Comédio Frane aise al Teatro Antico d" Orange. organizzate da M. Paul Ma -
riéton. Esse comprenderanno: una tragedia in quattro atti tolta da Euripide,
di M. Georges KivoUet, Les Phéniciennen; una tragedia in tre atti di M, Péladan.
Oedipe et le Spliynx; Horace, di Corneille: e un Recital du Rumancero popiilaire
dtt Midi.
— NelTultimo giorno dello scorso giugno è stata inaugurata, e consegnata alla
città di Parigi, da M. Paul Meurice, la celebre casa dilla Piazza dei Vosgi, della
quale Victor Hugo abitò il secondo piano dal 1S8,' al 1S4S, (.Questa e isa, che è
divenuta un museo consacrato alla gloria di V, Hugo, è di tre piani. Il terreno
e il primo piano contengono quadri e opere in scultura, che si riferiscono agli
scritti di V. Hugo ; al primo piano vi è anche la Biblioteca composta di 4000 vo-
lumi rarie e 5000 stampe. Il secondo piano contiene i di.segni ed altri lavori
artistici eseguiti da V, Hugo stesso, nonché una camera, cui è stato restituito
l'assetto che aveva quando in essa il poeta esalò l'estremo sospiro. All'ultimo
piano si ammirano i ricordi di famiglia, e una collezione di oggetti dovuti al-
l'ammirazione popolare: canzoni, caricature, piatti, pipe e gioielli di ogni genere
recanti l'effigie dil poeta.
— 1 a Hililiotlncpie Nationa'e di Parigi è entrata in possesso delle carte per-
sonali del iiittori'. poeta e scultore Augusto de Chatillon, di un manoscritto ine-
dito, e di tutta la sua corrispondenza che contiene un gran numero di lettere
di artisti celebri e di pittori del periodo romantico,
— Durante l'agosto vi -aranno esposizioni di Amici delle Arti a Beauvais,
a Dieppe, a Donai e a Macon.
Confession d'un enfant d'hier, par ABEL HERMAjN'T,OLLENDOKbF. Tr, 3.50,
- Questo libro non è veramente un ronianzo, ma una confessione: le sue pa-
gine costituiscono una serie di memorie destinate a servire alla storia della
societcl; vi sono notati minuziosamente non solo dei fatti, ma anche i più pic-
coli sentimenti chedalla prima età alla fine dell'adolescenza hanno traversato il
cuore d'un « enfant d'hier », Questa confessione è molto interesssante, M. Her-
mant, senza cinismo, non cerca però di gettare alcun velo sulla nuda verità: e
il suo stile brioso ed eroico, ben noto a chi abbia letto i Sonveiiirs du Vicointc de
Conrpière, è riuscito in ciò a meraviglia
Petit-Coeur, par JEAN VIOLLIS. Paris, Mercire de Pr.ìnce. 1903. pag. 171,
L, 2, — .1, Viollis è già favorevolmente conosciuto in Francia, sopratutto come
poeta fine e leggiadro: ciò nonostante questo breve romanzo è stato quasi una
rivelazione, perchè è difficile raccogliere in così poche pagine una storia tanto
soave e delicata. Le vicende di Severino, il povero fanciullo morto di amore,
sono narrate con una cura così sobria e sapiente che vien fatto di pensare se
l'A, non abbia conosciuto realmente quel Petit Carir e ìa sim spiensierata Ber-
, nadette. Anche i personaggi secondari, sebbene delineati con pochi tratti di
penna, sono di una realtà intensa,
Napoléon et sa Famille, tom, V et VI (lSat-1811), par FRÉDÉRIC MASSON,
Paris, Ollendorff. — Nei due volumi che vengono ad aggiungersi alla sua
opera così importante, lo storico di Napoleone analizza le cause della politica
dell'imperatore, e ci mostra le incessanti preoccupazioni che il governo della
famiglia gli dava. Vediamo i suoi parenti aumentare le esigenze e le ostilità
verso il despota, un cenno del quale può sollevarli al colmo del favore, come
Giuseppe, e precipitarli dal trono, come Luigi, L'odissea del marito di Ortensia
Beauharnais è tutta narrata in questi volumi, come pure l'esodo di Luciano,
radiato dalla lista dei principi e dei senatori, le avventure di Girolamo, gli
intrighi di Murat e di Carolina. Abbiamo un quadro commovente e talvolta
drammatico delle ambizioni sempre deste dell'uomo di cui M Masson ha rin-
novato la storia.
Recenti pubblicazioni:
Ln Maitresse du Prime Jean. Roman par Willy, SO ilhistrations de "SVely, —
Albin Michel, Fr, X'ì)
La Marche à VEtoile. Roman par Claude Berton — Fontemoing. Fr. 3.50.
Ches les Rais, par An ili'He Aderer. — Fontemoing, Fr, 3..50
Brnmes. Poèsies par Jan Ehrhardt, — Fischbacher. Fr, 1..50.
NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI 539
L'année poétique, 1903. Avec un appendice: La poesie eii 1902. par Charles
FuSTER. -• Fischbacher. Fr. 6
L'Eau Soiiterraine. Poésies par Charles Dlma.s. — Ollendorff. Fr. 3.50.
Disconr.'ì de reception à /' Académie Francaise (4 jiiin 1903), par Bdmono
RoSTAND. — Fasquelle Fr. 1.
Bonhenr Manqné carnet d'un amoiireuxV par Georges Di'. Porto-Riche. —
Ollendorff, Fr. 2.
Thèmes d' application, Le.xicoìogie. Sijnta.xe. Farmatioìi dex Mot.s de /' Espe-
ranto, par L, DE Bbaufront. — Hachette Fr 2.
Cotés et Porta francais de la Manche, par Charles Lenthéuic, inspeeteur
general des Ponts et Chaussées. — Plon-Xourrit Fr .").
INGHILTERRA E STATI UNITI.
Un gruppo di memliri nella Dante Society farà nel venturo settembre
un giro in Italia visitando i luoghi che maggiormente si collegano alla memoria
di Dante, e recandosi a deporre una corona sulla tomba di lui a Ravenna,
nelfanniversario della sua morte.
— L'Associazione londinese dei correttori tipografici, fondata nel 18.54. cele-
brerà l'anno venturo il suo giubileo.
— Un gruppo di artisti e letterati inglesi dimoranti a Parigi hanno formato
il progetto di erigere un monumento a Victor Hugo in Londra.
— La collezione di stampe ed incisioni inglesi raccolta nella sezione indiana
del Victoria and Albe/i Masenm, rimarrà aperta fino alla fine di settembre.
— Fra i nuovi romanzi che vedranno la luce nell'agosto, notiamo quello
di R. W. Chamber, Maids of Paradise, annunziato da Archibald Con^table & Co.
— Fra le opere più recenti |>iil)Ulicate dallo stesso editore è specialmente
notevole il volume di Fridtjof .\ims4'n, Fartliest Xortli (6s. ).
— Un'importante opeia di sociologia uscirà fra breve presso Putnara: So-
rioliii/ì/: the Science of Human Society di .1 H. W. Stuckenberg ('.Jls. i.
— Neil Munro.il noto scrittole, iia completato un nuovo romanzo, C7////;'e«
uf Tenipest che è stato messo in vendita il 20 luglio da Blackwoodc\ Sons (is.),
— Mr. Murray ha in preparazione un volume di Personal Reminiscences
of the Dul:e of Wellington, di Francis, First Euri of Eilesmore, pubblicate per
cura di sua figlia la contessa di Stafford
— Longmans & Co. pubblicheranno tra breve The Valet's Tragedij and
olher Studies in Secret Historij. di Andrew Lang
— Un romanzo di Alessandria d'Egilto nei suoi tempi più antichi sarà
pubblicato in autunno da Fisher Unwin. 11 titolo ne è lychiades: a Tale ol the
Ptoloinies. L'eroe è un giovane greco d'Asia, che viaggia verso Eliopoli nella
speranza di risolvere l'indovinello dell'esistenza, e portando seco un cofano
pieno di manoscritti, fra i quali gli Alessandrini sospettano che ve ne siano
alcuni preziosissimi di Aristotele.
— Oltre al romanzo Secreta of the Foreign Office, di William Le Queux.
che Hutchinson pubblicherà nel venturo autunno, un altro dello stesso autore.
The Tickenkote Treasiire, uscirà nella terza settimana di agosto presso Murray
e un altra. The Closed Book. uscirà sul Chaniber's Journal durante il venturo
anno.
— I due nuovi volumi dell'opera di Mr. Treveiyan, The American Revo-
lution, sono in corso di stampa presso Longnian, e saranno messi in vendita
in autunno.
Uno dei primi libri che Deut annunzia per Tautunno sarà Shake.yìeare's
Homeland di Mr. Salt I^rassington. autore di Historic Wnrrestrrshire. 11 princi-
pale scopo dell'autore è slato di compilare una guida interessante ed utile per
il visitatore de! paese di Shakespeare Più di settant i disegni di Mr. Henry
.T. Howard e Mr, Sidney Heatli illustreranno il volume.
— La duchessa di Suthcrlaud sta facendo una piccola raccolta di versi
originali di vari autori di grido. Questa raccolta formerà un volume che sarà
venduto a beneficio della Crippled Children's Onild.
— Trova.si ora, per fare studio ricerche, in Europa Mr John d. Griffith,ominente
avvocato di Indianopolis^ a cui è stata affidata la compilazione della biografia di
Benjamin Harrison, che fu presidente degli Stati Uniti dal 188!) al 1893. Finora
nessuna biografia completa e formale di alcuno degli ultimi presidenti degli
Stati Uniti era stata scritta II laviiro inti'apreso da Mr. Griffith sarà completo
fra un paio d'anni.
540 NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI
— L'editore Hutchinson ha preso impegno di pubblicare molti romanzi, fra
gli autori dei quali vanno notati s-pecialmente: Anthony Hope.Eichard White-
ing, Jerome K. Jerome, William Le Queux, e Judge Robert Grant. Nel prin-
cipio di autunno vedranno la luce i seguenti: lite Yelloir Van. di Eichard
Whiteing; Place and Poirer. di Ellen Thorneyeroft Fowler: Tlir Jeslers, di
« Rita »; A West Jndian Norel. di Frankfort Moore ; The Pikemen, di S. R.
Keightley: On the Wings of /he Wiiid. di < Alien Raine » ; A Xeir American
Novel, di' Judge Grant: The Amblcrs. di B. L. Farjeon: The Quecn's Ouii Trai-
tors. di E. L. Prescott; Secvets of the Foreign Office, di William Le Queux: In
a Little House, di Tom Gallon: Camilla Faversham. di Ronald Mac Donald:
The Land of Joy, di Ralph Henry Barbour; The La.st Word, di Alice Mac (ìowan.
— Quelli ora pubblicati da Hutchinson, sono: Before the Dann. di J. A.
Altsheler: Virginia of the /"/iorfes/ows, di Cinthia Stockley: e Dragooning a L)ra-
goon. di E. Livingston Prescott.
From Crown to Cross, by LUCAS CLEEVE. HiRST & Blackett. 6s. —
Non è questo uno dei migli' iri romanzi di Lucas Cleove, <■ l'aspettativa era
maggiore per quelli che hanno letto gli ultimi suci libri. From Croirn to Cross
narra gli intrighi di una delle piccole Corti di Germania. Fra i personaggi
vi è un re appassionato amatore della musica di Wagner, e che perciò passa
per squilibrato di mente : un giovane principe che ha le medesime tendenze
musicali, e il padre di lui, che ha in animo di deporre il re e di prendere per
sé il trono. Lo studio dei caratteri è buono e lo stile è bene adattato allo spi-
rito del libro. La musica wagneriana ha in questo romanzo una parte assai
importante, ed è spesso e acutamente discussa.
The Cambridge Modem History. Edited by Dr. A. W.Waud. Dr. G. W. Pro-
THBRO. and Stanley Leathes. Voi VII: The T'nited States. Tue Camhridge
Univer.sity Press. 16s — Della Storia Universale Moderna, concepita da Lord
Acton, già sei volumi sono in vendita, e il settimo vede ora la luce Esso svolge
la storia degli Stati Uniti, in 2H capitoli dovuti a diversi colliilioratori, fra i
quali notiamo John A. Doyle: Miss Mary Bateson; A. G. Bradley: Melville
M. Bigelow; J. B. Me Master: H W. Wilson: John G. Nicolay: John Chri-
stopher SchvFab: Theodore Clarke Smith: John B Moore: Henry Crosby Emery:
Barrett Wendell. La Storia d( gli Stati Uniti narrata in questo volume, comin-
cia dal 1C07, dal principio cioè della colonizzazione inglese Do| o sei capitoli
sulla guerra civile, dovuti a Mr. J. G Nicolay, le quattro monografie finali trat-
tano della ricostruzione politica, e dello sviluppo economico ed intellettuale che
gli Stati JTniti hanno mostrato in questi ultimi anni
The Coronation of Edward VII, by J. E. C. BODLEY. Methien & Co — Questo
importante volume scritto per ore ino del Re, dall'autore del volume intitolato
France, include non solo una descrizioue e un dettagliato studio storico dell'in-
coronazione di Edoardo VII, ma tratta tale argomento in rapporto alla storia
europea ed imperiale In appendice troviamo le liste di tutti i personaggi cha
furono invitati alla cerimonia La legatura araldica, molto elaborata, è stata
disegnata da Mr. Douglas Cockerell.
Recenti pubblicazioni :
Dcficient Saint. A Novel by Marshall Sainders.— Bell & Sons. 6s.
The Life and WorIxS of Friedrich Schiller, by Calvin Thojias, Professor in
Columbia University. — Bell & Sons. Bs.
An Autobiographi) of Leigh Hnnt. Edited by R. Ingpen. - Archibakl Con-
stable. 21s.
Historg of the Chnrch and State in Xorivag - From the Tenth to the Si.x-
teenth Centnrg, by Thomas B. Willson. — Archibald Constable. 128. 6d.
The Mediaeval Stage, by E. K. Chajibbes. — Oxford LTniversity Press. 2
vols 2.^s.
A History of French Versification, by L, E Ka.stner, — Oxford University
Press. 53. 6d.
Old Dags in Diplomacy - Recolhxlions of a Closed Centnry, by The Elue.st
Dau(ìhter of Sir EiiWAKii CitoMWKLL DisiiROWE. — Jarrold liv Sons. lOs. tjd.
Wagner, Bayrcuth and the Festival Plays, by Frances Gerard. — Jarrold
& Sons. Ss. Gd.
Divinity aud Man, by W. K. Roberts. — Putnam's Sons. 7s. 6d.
NOTIZIE, I.IBIU E RECENTI PUBBLICAZIOX: 541
Travel Skelclies in Egypt mid Oreece. bv Seimmal Eisrdh. — Eiliot Stock
lOs. 9d.
Modem Civic Art. bv Charles Mulford Eobissox. — Putnam. lOs. 6d.
The. Fauna and (ieographi] nf the Maldive and Lnccadiie Archipelagoes, by
J. Stanlev Ct\kdiner. Voi. I. — The Ciimbridffe University Press. 60s.
AUSTRIA E GERMANIA.
Tra breve comincerà a pubblicarsi un nuovo periodico storico intitolato:
Archiv far Reformations-Oeschicìite. Te.xte nnd Untersnchungen. Esso sarà diretto
da Walther Friedensburg, già segretario dell'Istituto storico prussiano in Roma
ed ora direttore degli Archivi di Stettino. Il principale scopo è di stampare i
documenti finora inediti. Editori ne saranno C. Schwetschke & Sohn di Ber-
lino e il prezzo di abbonamento sarà di lO marchi l'anno.
— Le opere che saranno rappresentate a Bayrouth nel 1904 in occasione
della festa « aiim-riaiia. saranno: Tannhiiii^er. Parsifal e L'Anello dei Mbelungen.
— Due lUKive iipci-r musicali, Odì/ssens' Tud. di August Bungort, e Aìpenkonig
jind Mcnsclii:n/'i'iiid. di Bli'ch. saranno rappresentate a Dresda nella nuova stagione.
— L'8 agosto comincerà a .Monaco di Baviera il primo ciclo delle rap-
presentazioni wagneriane, che si terranno durante l'agosto ed il settembre.
— La Secessions Ausstellung di Monaco starà aperta fino alla fine di ottobre,
e così pure l'esposizione internazionale dell'associazione degli artisti di Monaco,
al Palazzo di Cristallo.
— A Reichenberg, in Boemia, si è aperta un'esposizione di ritratti in mi-
niatura
— Il 24 luglio è stata inaugurata a Strasburgo la seconda Conferenza in-
ternazionale sismologica, che ha per scopo di creare l'associazione degli Stati
interessati nelle esplorazioni sismografiche.
Recenti pubblicazioni :
Ber jVeue Gott. Roman aus der Zeit Moses, von Leonorb Fuei. Zwei
Bande. — Leipzig, Hermann Seemann Ifachf.
Maina. Drama in drei Akten von Otto Ki'NZ. — Wien, Karl Fromme.
Weltitinder. Gedichte von Paul Bliss. — Berlin. Wilhelm Siedenburg.
Fabeln und Parahctn des Orients. Der Tiirkisclum Sammlung « Humajun
Ifame > entnommen und ins Deutsche Ubertragen von Souby-Bbv. Mit einem
Vorwort von Rieder Pascha. — Berlin, Fontane & Co.
Cornelia, die Sriuvester Goethes, von Georg Witkowski. Mit ihren zum
Theil ungedru'kten Briefen, und Tàgebuchblattern. — Frankfurt a'M. Lite-
rarische Anstalt. Riltten & Loening.
Kìiltnrgeschichte der rómischen Kaiserzeit. von Geori; Krupp. Erster Band. —
Miìnehen, Allgemeine Verlagsgesellschaft.
Fin Ritt iihcr den Pamir. von Wilhel.m Pilchner. Mit 90 Abbildungen
und 2 Karten. — Berlin, Mittler & Sohn,
Was wird aiis niiseren Kolonien ? Zeitgemiisse Betrachtungen von Baron
TON Falkbn'bb(ì(ì. — Berlin, Boll & Pickardt.
Die Icaificrliclie Marine ivilhrend der Wirren in China 1900-1!}01 Herausge-
geben vom Admiralstabe der Marine. Mit 8 Abbildungen und 20 Pliineu und
Skizzen in Steindruck. — Berlin, Mittler oc Sohn.
Freimaurerei nnd Loge. Betrachtungen ilber den sozialethischen Bei'uf der
Freimaurerlogen, von Dietrich Bìschoff. — Leipzig, Max Hesse.
VARIE.
Lo scrittore norvegese Jonas Lie celebrerà il suo settantesimo compleanno
nel novembre venturo, e si attende un suo nuovo romanzo prima della fine
dell'anno.
— La biblioteca dell'esploratore Nordenskjold è stata comperata per l'Uni-
versità di Helsingfors al prezzo di 280030 marchi. Tale biblioteca, che è spe-
cialmente ricca in opere di Storia della geografia, antiche carte geografiche,
piante di città, ecc., contiene molti libri assai rari e più di 150 incunaboli.
— Il ministro dell'istruzione dell' Impero russo ha deciso di erigere una
nuova università per lo provinole del nord-ovest ed ha finalmente scelto come
sede la città di Mohilef. Vilna, Vitebsk, Minsk e Mohilef erano state proposte,
ma Vilna fu scartata perchè il Governo non voleva risollevare il ricordo dell'an-
54*2 NOTIZIE, LIBRI E RECENTI IHiBBLICAZlOXl
tica università polacca che aveva sede in quella città: Vitebsk e Minsk hanno
una popolazione inferiore a quella di Mohilef, e perciò furono lasciate in disparte.
— Durante Tagoato si terrà all'Aja, al Circolo Artistico, una interessante
esposizione di ritratti antichi, organizzata da A, Bredins, Hofstedo de Groot.
Moes, Martin ed altri eruditi olandesi.
— A Spa, Esposizione di Belle Arti dal 12 luglio alla Hni- di settembre.
OLI ITALIANI ALL'ESTERO.
Maurizio Muret nel Jùiirniil dea Déhats ha fatto un prolilo di Filifjpu Cri-
spolti. Nel numero dell'I 1 luglio deUa fferne Blriie parla àiVirtor-Emmanutl III.
La signora Rosalia Jacobsen pubblica su la Rniir un articolo: Le Césariume
et son Poète Enrico Corradinì. a pi'oposito del suo forte di'auima (iiiilio Cesare.
di cui la 2* edizione è comparsa testé presso La ffassee/i/a interiia'ionaìe. Lo
stesso articolo è discusso nel numero del 20 giugno del .ìouriial de ISnixcìlea da
Zadig.
— L"on (iuido Baccelli è stato nominato mi'mI>ro dell" A' cadomia delle
Scienze di Parigi.
— I/Académie Fi'an(,'aise ha conferito il premio « Jules Pavre » di lOPO
franchi al libro Ames Dormaiites della signorina Dora Molegari.
— La Recite pubblica uno studio detmarchosePaolucci de" Calboli su/w8-
sìcisti nomadi d'Italia.
— La missione archeologica italiana in Creta scoprì recentemente ad Aja
Triada un sarcofago dipinto, di un valore inestimabile Detto sarcofago pare
risalga a 4500 anni e sareblie il più antico dipinto Irovato in Europa II sar-
cofago è inoltre importantissimo por la idea esatta ch'esso dà dei costumi del-
l'epoca. Sappiamo che la Camera cretese votò un encomio ed un ringraziamento
al capo della missione archeologica italiana prof Halbherr dell" Università di
Roma, per i lavori compiuti negli scavi di Gortina e Festòs.
— É stato recentemente pubblicato il resoconto annuale della Sezione di
Costantinopoli della Dante Alitjliieri Da esso risulta che quella fiorente Società
conta ben 233 soci, fra i quali 47 signore. Ke è vei-amente benemerito il pre-
sidente, avvocato Lewis Mizzi che ha donato e fatte donare cospicue somme
alla Società
NOTIZIE GIURIDICHE.
Come già annunziammo, è stata pubblicata la relazione del deputato Sa-
landra sul progetto di legge : Disposizioni sull'ordinamento della famiglia. Pre-
scindendo dalle opinioni della maggioranza della Commissione parlamentare,
non si può disconoscere che questo documento, per la cura con cui è stato redjitto
e per la competenza del suo autore, è un nuovo e non indifferente contributo
alle gravi e dibattute questioni cui si riferisce. La relazione consta di due partì.
La prima riguarda la istituzione del divorzio in Italia e. dopo un beli' esame
delle ragioni favorevoli e contrarie ad ammetterlo e dei vari precedenti storici,
viene alla conclusione con il voto che la Camera non approvi il primo tìtolo
del disegno ministeriale soppresso dalla Commissione, la quale non ne rico-
nosce l'opportunità, non la necessità politica e giuridica, non l'utilità sociale,
non la giustificazione scientifica. La seconda parte accetta in massima le dispo-
sizioni del progetto di legge dirette a facilitare e garentire il riconoscimento
dei figli naturali ed a concedere loro, entro avveduti limiti, il diritto di doman-
dare "in giudizio la dichiarazione di paternità. Non sono state però accolte le
disposizioni con le quali: 1" verrebbe ad essere accordata la facoltà dì legitti-
mare per susseguente matrimonio il tìglio nato da persone, di cui una soltanto
fosse legata in matrimonio al tempo del concepimento (articolo 47): 2" i figli
nati fuori matrimonio potreljbero essere adottati dai genitori, mentre l'adozione
non sarebbe permessa a chi ha figli naturali non riconosciuti (artìcolo 48 :
8" i figli naturali non riconoscibili non sarebbero così incapaci di ricevere per
testamento (articolo 49) e sarebbe modificato l'assegno alimentare loro attribuito,
quando la qualità loro risultasse certa nonostante il divieto d'indagare la pater-
nità e la maternità (articolo 50): 4" l'ufficiale pubblico, ricevendo una dichia-
razione di paternità o maternità, non potrebbe, .senza una multa, far menzione
di circostanze dalle quali si dedurrebbe che il figlio è incestuoso o adulterino.
Infine la Commissione, nesiando al Governo la facoltà larghissima di coordinare
NOTIZIE, LIBRI E RECENTI PUBBLICAZIONI 543
la legjge proposta con il codice civile e con le altre leggi vigenti, ha gius'a-
raente formulato le disposizioni di legge da essa approvate in guisa che potes-
sero senz'altro trovare il posto loro nel codice civile.
— Il deputato Lucchini Luigi ha svolto recentemente alla Camera una
proposta riguardante alcuni provvedimenti per la prevenzione della recidiva
e per la riparazione degli errori giudiziari, proposta sulle cui linee generali
l'illustre penalista aveva già avuto occasione di pronunziarsi e che corrispon-
dono, com'egli dice, agli ultimi e più sani postulati della scienza e ai più mo-
derni e pratici ideali "della civiltà nella lotta contro la delinquenza e per il
maggior prestigio della giustizia. A questi tini provvedono egregiamente le norme
dettate dal Lucchini per l'esenzione da condanna e so.spen.»<ione di pena, per
la riabilitazione e per la riparazione degli errori giudiziari.
— Aderendo ad un esplicito voto della Camera, il Ministero ha proposto
l'abolizione del Tribunale Supremo di Guerra e Marina e la devoluzione delle
attribuzioni stabilite dalle penali militari alla Cassazione, di quelle per violazione
della legge sui matrimoni dei militari ai Consigli di disciplina divisionali e
delle aUi-e riguardanti le doti alle Corti di Appello L'ufficio di avvocato gene-
rale militare sarebbe mantenuto per la con.sulenza legale del Ministero ed i
tril)unali militari sarebbero ridotti a dodici soltanto, cioè uno per ogni corpo
d'armata.
— Un altro disegno di legge di indiscutibile importanza per il nostro diritto
pubblico è quello presentato al Senato dal presidente del consiglio per regolare lo
stato degli impiegati civili. Dalla relazione annessavi si deduce come la necessità di
simile legge sia stata intensamente sentita e come all'attuazione di essa abbiano
cooperato con perseverante concordia i due rami del Parlamento Tralasciata ogni
definizione di nomi e di concetti generali - come quelle di pubblico ufficiale e
di puliblico impiegato - la relazione constata il bisogno di frenare gli arbitri,
consolidare le consuetudini utili, sopprimendo quelle affatto ingiustificate, e ridurre
ad unità le norme di quei rapporti uguali nel loro contenuto, senza tuttavia
rompere affatto ogni legame con la tradizione e la pratica. Vi è anche un punto
riguardante i delirati rapporti fra il potere legislativo e l'esecutivo in quanto
deve conservarsi a (iu>'st'iiltimo quella giusta potestà discrezionale che fa induli-
biamente parte della competenza propria ad esso. Ecco l'ordine del progetto di
legge sul quale ritorneremo alla ripresa dei lavori parlamentari: I (art. 1-12)
Disposizioni generali, II (art. 13-"29) Ammissione, promozioni e traslocazioni,
III (art. .SO-33^ Missioni e congedi, IV (art. :l4-iOi Aspettativa e disponibilità,
V (art. 11 11)) Dimissioni, dispensa dal servizio, collocamento a riposo, VI (art..50 .54)
Consigli di disciplina, VII art. 55-72) Punizioni, Vili (art. 72-77) Disposizioni
finali e transitorie.
r^
Gli usi civici in Sicilia, di A. PUPILLO-BARRESL Catania, 1903, Gian-
ni itt.\. pag 137 L 3. — Oggi che sono ancor vive molte controversie riguar-
danti quotizzazioni di demani e scioglimenti di promiscuità, e che comuni e
privati si contendono aspramente le facoltà acquisite ai cittadini di godere i
prodotti naturali di talune parti del loro territorio, oggi questa accurata mono-
grafia non è priva di (lualche pratica utilità, giaccliè offre uno schema di quel
che furono gli usi civici in Sicilia dalle origini romane sino ai dì nostri. Certo,
considerato da un punto di vista strettamente scientifico, il libro ci sembra in
alcune parti alquanto manchevole, specie quando l'autore, che è del resto giova-
nissimo, si ferma a studiare il difficile argomento nei periodi più fulgidi del
diritto pubblico siciliano, ed accenna a qualche ardita opinione non fondata su
esatta interpretazione di antiche fonti giui'idiche. Ciò non per tanto il metodo,
gli intenti ed i risultati ottenuti dal Pupillo-Barresi meritano una sincera parola
di compiacimento e di lode fu. f. sì.
Recenti pubblicazioni :
[diritti dell' ìKimn. di ]Vrol.a Speu.\lieui. — Torino-Roma. i903, Roux &
Viarengo. p.ag. 10. LI. 0
Comminto alla Irqqe snlln imposta di rirchessa mobile, di Oronzo Qvarta. —
Milano. 190-, Soc. Ed'Lib., voi. Il, fase, 'i.'i-ifi. L 2.
Della riparnsione del danno nella fiinsione punitiva, di Gii'seppe Grecìouaci. —
Torino, l'.l03. Un Tip Ed., pag. 30'2. L. 8.
Delitto e pena nel pensiero dei Greci, di Alessandro Levi. - Torino, 190!.
Fratelli Bocca, pag. viii-2T8. L. 3..")0.
Delle locazioni immohiliari. di RicnAUDo Fibini. — Milano, 190. i, Soc. Ed.
Lib., pag. 7i6. L. lo.
LIBRI
PERVENUTI ALLA DIREZIONE DELLA iVUOVA ANTOLOGIA
Xapoìi p la nnesiUone merkiionale, di Francesco Saverio Nitti. —
Napoli, i'.tiCÌ, Luigi Pierm, pagg. 17i2. L. ±
Alpinisti Cialiattoni, di A. G. Cagna (con 39 incisioni e 1^ tavole,
disegni di G. Grassis). — Milano, 1903, Ulrico Hoepli, ed.. ])agg. i234.
L. 4.
L'eoolazioìir iimana. di G. Serui. Piccola Biblioteca di Scienze
Moderne. — Torino. VM):]. F.'» Bocca, ed., pag. 283.
Disegno storico dell'arie italiana, di GnLio Urbini. Parte I (dal
secolo I al xv). — Roma. 1903, G. B. Paravia & G.. pagg. 114. L. 1.80.
Religione e Politica - Etioloqia dei costumi, di Antonio Bacc.a-
redoa. — Napoli, 1903, Detken &• RoclioU. jìagg. 795. L. 4
Il Miruiidiu. Romanzo di Lucio d'Ambra. — Torino, 11X)3, Roux &
VHarengo. pagg. 349. L. 3.
/ fumi dei baitello. Scene valsassinesi di Piero Ma(ìistretti. —
Milano. 1903, Ditta Editrice P. Clerc (Corso Genova, 15), pagg. "292.
L. 4. ■
Raccolta di pensieri e modi errati (1867), di Giovanni Bovio. —
Napoli. 1903. Tipografìa Melfi & Joele (Palazzo Maddaloni), pagg. 160.
L. 2.50.
Il nostro Alleato del Sud. Studio snll' Italia di Arnold Blanken-
FELD. Traduzione di Dante Parenti. — Roma. 1903, Ludovico Cec-
chini, pagg. 134. L. 1.50.
Dal Canal Orande al Corno d'Oro. Noterelle di viaggio di Carolina Pelitti.
~ Toiiuo, 1903. Giovanili Gallizio, pagg. 180. L. 2.50!
Oli elettori del Papa. Biografie - Appunti di Storia e di Diritto. — Roma, 1903,
Desolfie, Lefebvre & C. '">, pagg 96.
L'ultimo moto massinimo (185T), per Ersilio Michel. Episodio di storia to-
scana. — Livorno, 1903, S. Belforte & C , pagg. 115. L. 2.
Carmina, di Giuseppe Scopa. — Napoli, liiOS, Luigi Pierro & Figlio, pagg. !iO.
Note dantesche, di Pietro Gamhèra. — Salerno, 1903, Fratelli Jovane, pagg. 88.
Dottrine religiose e sociali del Conte L. K Tolstoi, per Bassano Gabha. —
Milano. 1903, F.i'i Treves, pagg. 132. L. 1.50
Culla vuota. Versi di Adriana Battaguni-Costa-Reghini. — Firenze, 1903,
R. Beuiporad & Figlio, pagg. lOG
Filosofia morale, di LuKU Friso. — Milano. 1903, f Irioo Hoepli, pagg. 850.
li. 3.
Manuale per il i/iurato, di Augi^.sto Setti. — Milano, 1!)03, Ulrico Hoepli,
pagg. 246. L. -^.SO. ' .
Album del « Vessillo Israelitico » contenente prose, versi, pensieri, senteme di
vani scrittori, compilato dal direttore Cav. F. Servi, per il Cinquantesimo anni-
rersario del periodico. — Torino, 1903, Luigi Simonetti. pagg. 140.
PUBBLICAZIONI DELLA CASA B. TAUCHNITZ DI LIPSIA.
(Ciasciui volume L. 2(.
Souls, by Rita. 1 voi. 3663.
The Gates of Wrath, by Arnold Bennet. 1 voi. 3661.
Ranson's Folli), by Richard Harding Davis 1 voi. 366.5.
Tlie Star Dreamer, by Agnes and Egbrton Castle. 2 vols. 3666-3667.
Conrad in Qiiest of Éis Yoath, by Léonard Merrick. 1 voi. 3668.
Castle Omeragh, by Frank Frankfort Moorb. 2 vols. 3669 3670.
Pubblicato il 1° agosto 1903.
Direttore-Proprietario: MAGGIORINO FERRARIS.
Raffaello Messini, Responsabile.
Roma, Via della Missione, 3 • Cario Colombo, tipo^afo della Camera dei Dopatati
I VERSI DELL'ARTE
« Alla fonte »
di Domenico Trentacoste.
Dtil pianto (li Niobe. dal fiso
sconforto di Pia.
d' Ofelia dal pallido viso
(dajipoi olle fra l'onde morìa)
non forse in un'allw di maggio
balzò nella creta
il fior di un efebo, ed il raggio
di un'anima vergine e lieta?
Da un distico d'Albio Tii)ullo.
di Maro da un verso,
ti venne codesto fanciullo,
col riso che trilla sì terso".'
Sul margo del fonte egli sosta :
dell" acqua gli inviti
ascolta: e a una gaia risposta
già par che il suo labbro s" inciti...
Ah veggo! La tonte a cui beve,
sei Tu. Giovinezza !
da Te ne" precordi riceve
suggello vital di gaiezza !
Ed io, cui sul fronte la neve
già sfiora e carezza,
risento sid cor, lieve, breve,
il fascino tuo. Giovinezza!
-22 aprile 190S.
35 Voi. evi, Serie IV - V, agosto 1903.
546 I VERSI dell'ahi-e
Il Seminatore
di Domenico Trentacoste.
(Versione dal francese dì Maurice Gi'illemot).
Nobile e calmo va : con occhi intenti
guarda lontano, a un avvenir migliore:
^a. con il gesto del Seminatore
elle sparge Toro delle sue sementi.
V. suo il domani. Alto il pensier sui venti
lancia, lungi dal mondo inferiore:
batte per tutti un palpito il suo cuore,
sdegnoso di volgari allettamenti.
Donde viene"? ove tende"? È il Dio Progiesso,
clie il nostro spirto affranca e rinnovella.
e che passa fra noi come una stella.
Il suo raggio, del Ver puro riflesso,
guida gli umani (mentre il ciel s" indora)
alla suprema trionfale aurora.
]
Per un bassorilievo funerario.
A Leonardo Bislolfi.
Fra le tue visioni, o Leonardo,
regna serena imagine la Morte,
d'ogni forma mortai più bella e forte,
dolce al pensier, dolcissima allo sguardo.
("hi diede al gènio tuo tal maliardo
poter, cli'ei varca le fatali porte,
e con le nuove cose che v" iia scorte
agita il volgo accidicso e tardo"?
Ecco un'ara. Costor, che il fuoco cinse,
rivivono tra mobili volute
e l'uno spirto a sé già faltro stringe.
E così, pur dalle ceneri mute,
rinasce Amor che la Morte non vince,
e parla, del tuo marmo alla virtute.
1 VERSI dell'arte 547
Mater dolorosa
A Leonardo Bistol/ì,
Nelle Madonne di Donato ride
dolce il poema dell' amor materno,
e un Parvolo, col suo fascino eterno,
ogni gentile spirito conquide.
Ma nella tua. che cara ospite attendo,
tutta del mondo Y infinita ambascia,
tutto il pianto dell' anime s' accascia,
die talor anche in me gemere intendo.
Chino il volto, le braccia abbandonate,
abbandonata la persona affranta,
innanzi al tuo destino umile e santa,
salve, o Regina delle addolorate!
Salve, o Madre del pianto, o non fallace
solo conforto dell' afflitta gente:
noi cui dolore, \ivo eternamente,
laute anime spezzate ebbeio pace!
La Stìnge »
tu' Leonardo Bistolfi.
Che medita costei"? L'ineluttabile
d'oltretomba terror non la spaventa.'
Calma, raccolta, immobile,
guarda oltre il tempo, oltre lo spazio, intenta.
Scendon sul petto scarno.
fin sulle scarne mani, i suoi capelli...
Dea degli avelli.
noi ti chiediam la gran j)arola... Indarno!
Tu l'ignoi'i. La tua marmorea pace
alcun senso non turba, alcun pensiero.
Negli occhi tuoi non giace,
gelido e orrendo, il funebre Mistero.
Tu stai, proteso il volto, i gigli allato,
la croce al pie. religioso simliolo:
a te dinanzi, oscura ed invisiliile.
l'ombra del Fato.
Tu in lei t'affìggi: e con piofonda e forte
indifferenza, lungi alla vii tema.
scruti il problema
eterno della Vita e della Morte.
548 I VERSI dell'arte
« Crepuscolo »
di Li'onindo Bistolfi.
Calano lente l'ombre del crepnsfolo
sulla campagna.
Teneramente
si stringe a lui la tacita compagna
nel languido abbandono del crepuscolo.
Che pensan essi"? Su dal cuor profondo
salgono, lenti, sogni e desiderii.
A lidi incogniti
veleggian l'anime.
naufragando nell'anima del mondo.
Del primo bacio torna la memoria.
Forse dell'ultimo
bacio il terror s'atfaccia all'imiirovviso-
l'idtimo bacio, l'ultimo sorriso,
della \ita nell'ultimo crepuscolo...
Là. dietro ai monti, s'è celato il sole :
ombra e silenzio!
Come, senza parlar, s'intendon l'anime!
Oli i colloqui dolcissimi, al crepuscolo, ;
senza parole!...
« Veglie dell'anima ».
A Pietro Canonica.
La tua statua vivrà. Quella che il dito
creatore plasmò persona bella,
che dorme e pensa, sogna e parla, quella
che in cuor portasti, trepido e smarrito:
quella che i gigli delle membra ostende,
ed in sua nudità tanto è pudica:
quella che opprime come una fatica,
onde il bel corpo lasso si distende:
quella che dalle palpebre, pur chiuse,
e dalla bocca, pur silente, vibra
tutta l'anima sua, tutta la libra
spiritale che il tuo genio le infuse,
quella vivrà. vi^Tà. Ben più di un cuore
indagherà l'enigmatico viso
e una traccia di pianto o di sorriso
gli chiederà, con desioso errore.
Pili d'uno a lei verrà, com' io. sospinto
da un bisogno di pace e di mistero,
e, mondo d'ogni torbido pensiero,
in lei riposerà, pacato e vinto.
I VERSI dell'arte 549
Nella villa dell'amico.
Alla signora Olga Cannnica-Sormani.
O Sianola jientil. spesso m'avviene
che mi punga di V^oi la nostalgia.
A casa vostra si sta tanto bene!
casa d'intimità, di cortesia,
dove l'Arte e l'Amore in comj)agnia
vivono inalterate ore serene.
Piero foggia con man meravigliosa
creature dal marmo e dalla creta :
Voi col sorriso di tenera sposa
tutta gli late la dimora lieta:
quando passate in un fruscio di seta,
sente il suo cor la pace, e in V^oi riposa.
Care memorie, il Padre e la Sorella
qui tornano fra dolci antichi affetti :
Voi ne ascoltate la nota favella
risuscitarvi gli anni giovinetti,
popolar di fantasimi diletti
il giardino, la casa e la cappella.
O voi felici, che il Destin vi serba
(luesto ridente solitario nido!
Noi, giù, la vita cittadina acerba
preme, e il volgo malevolo ed inlido :
si che a voi sale il mio cupido grido,
a voi cui cingon l'ombre folte e l'erba.
Sulla terrazza, onde a traverso il piano
errabonda si perde la pupilla
insino all'Alpi candide, lontano,
piove alla vespertina ora traiK[uilla
(mentre, ai pie, la città di lumi brilla)
un fascino di sogni, intimo, arcano.
E qui talor. mentre gentile e buona
la vostra voce favellarmi ascolto,
ecco, lontan, come il desìo lo sprona,
vola il pensiero a un sospirato volto :
e fra il cerchio amichevole raccolto
cerco una cara cognita persona...
550 I VERSI DELL ARTE
Ricordi biellesi.
A Lorenzo Dcllcaiii.
0 Lorenzo, che fanno i bei castagni
del nostro verde irriguo Biellese,
e il tuo grande Mucrone, e le scoscese
balze che 1" Elvo assorda co' suoi lagni "'
Che fa la densa tacita lioscaglia '^.
e le vacche disperse alla pastura ?
e a sommo il poggio, in faccia alla ])ianura,
il Santuario che sovrasta Graglia ?
Lorenzo, io li rammento ; io li sospiro
vagando la balselica Parigi,
fra gli orizzonti nubilosi e grigi
cui segnano i palazzi angusto il giro.
Io li sospiro. Quante rime han visto
rampollarmi dal cuore innamoraio !
L' Elvo, talor. mandava un ululato,
come un lamento minaccioso e tristo.
Talor fra l'erbe e i muschi ed i ciclami
lene gemeva in esili zam])illi,
in brevi laghi, limpidi, tranquilli,
ove gli ontani ritletteano i rami.
Arduo, quinci, a Sordevolo il salire,
ma piana poi la strada al tuo PoUoue.
S'affaccia, su. l'aereo Mucrone :
va la via, pur fra l'ombre, in lente spire.
Oh le linde casette, a mezzo il c^Ue,
tra il frascheggiar che si propaga al piano,
alle torri di Biella erme, lontano,
dell'orizzonte al vapor pigro e molle!...
Poscia, fra i sacri monti, i Santuari
ove, fidente e pia, viene la schiera 1
dei pellegrini, alla Madonna Nera,
pregando a pie dei benedetti altari.
Li udrai. Maria? Rivolgerai le sante
luci ai mali che attliggono la terra"?
al dolor che fra gli uomini si sferra,
e a Te si prostra, stanco e supplicante"?
Ma, Signor, la tua voce io più la sento
fra le rocce solinghe e in mezzo ai bo.schi.
sia che rida il sereno, o sia che foschi
nuvoli corran via, preda del vento.
I VERSI DELL ARTE
Per le rocce, pei boschi e per i prati
venni l'ultima volta in comitiva.
Tepido s'afTondea per l'aria estiva
un odorar di fieni Imbalsamati.
lo lo riveggo, Amico, il pingue verde,
il brumoso mattino e l'erta costa.
il latte munto nell'alpestre sosta.
mentre la nebbia in fiocchi si disperde.
E un fresco riso di fanciulle, un coro
di voci giovanili ancor mi suona:
scorgo d' intorno, in florida corona,
capelli neri e vaghe trecce d'oro.
0 trecce d'oro, e voi, capelli neri.
sol nel ricordo poi v' ho riveduto :
ne vi giunge un mio palpito, un saluto.
l'intima nostalgia de' miei pensieri"?...
Delleani, 1' istessa nostalgia
al mio paese mi ritorna ancora.
[vi è l'avita semplice dimora
che, all'estate, accogliea 1' infanzia mia.
Ivi crebbe mio nonno. E la bonaria
effige sculta ancor vi sta, sovrana :
ode all'alba, al tramonto, una campana
salutar, dalla pieve solitaria.
Egli amò quella pieve : amò il suo Dio.
e la sua gente : e ad opera fornita
riandò con sereno occhio la vita,
e a cor pacato potè dirle : addio !
Mio Padre, poscia, amò le vecchie stanze,
i nuovi fiori, il piccolo giardino.
ove i ciclami, occulti sotto il pino,
danno all'aria selvatiche fragranze.
Ivi, accanto ai girani, alla vainiglia,
all'edera, alle rose arrampicanti,
quanto festivo trastullarci, e quanti
dolci affetti nell'intima famiglia!...
0 Lorenzo, il mio cuor così ricorda
il nostro verde irriguo Biellese,
il tuo grande Mucrone, e le scoscese
balze che 1' Elvo co' suoi lagni assorda.
Ritrova intatte, nel pensier fedele,
le rimembranze mie più care e meste :
ritrova rocce, prati, aeque, foreste.
vive nella malìa delle tue tele...
Parigi, settembre 1891.
551
552 I VERSI deli/arte
« Nozze d'oro •
Quadro di Mario Bedeschi, al Museo di Torino.
Le viole, destandosi al mattino.
trovar sul tavolino,
ove furtivamente
amica mano di vicin le pose :
e la breve dimora
alla novella aurora
tutta sorrider parve oltre l'usato,
dalle nude pareti
air antico soffitto affumicato.
« Cari vecchietti miei - scrive il figliuolo
cui trasse lungi, in suolo
di Francia, speme di miglior guadagno -
oh come triste mi sarà domani
non divider con voi l'aria, il soggiorno,
gli abbracci e le carezze !
Vola, lettera mia, vola ai lontani,
ove il desio ti chiama ;
di' eh' io t'invidio e del destin mi lagno».
Or la lettera sta sid tavolino.
che uno scoppio di baci
ne interruppe la trennda lettura
Poi la vecchia: « Ricordi un birichino
che, sessant'anni or sono.
correndo il mondo in cerca di ventura.
se tornava in paese,
con motti e pizzicotti
non dava pace ad una l)imì)a bionda?
* Indi, cresciuto in anni, il birichino
sposò la bionda. Allora
non si meschiavan sindaco e curato ;
per venire in città dai nostri monti
non si sognava ancor la ferrovia.
Pure con che allegria
sul vecchio legno tardo e sconquassato
salutavam dall'alta imperiale
i borghi e le città dello stradale !
« Gianni, là nel paese i buoni vecchi,
che il nostro nodo allora han benedetto,
son iti, ad uno, ad uno:
lungi dal natio tetto
non li obliammo, abbandonando il bruno;
e il figlio, che il Signor ci ha conservato.
I VERSI dell'arte 553
ora con pari affetto
sotto il ciel di Marsiglia
volge fido il pensiero alla famiglia ».
Sfìlan rapidamente alla memoria
liete vicende e amare:
anni allegrati da una lunga pace
e tronche all'improvviso
gioie dal colpo dell'età fugace :
i genitor cui la vecchiezza spense.
i pargoletti contrastati indarno
all' immatura fine,
che a deprecar non valse il biondo crine.
Poi nella corsa per l'età fuggita,
quasi stanco, talor l'uno si arresta:
come alla verde giovinezza, un caldo
soffio d'amor l'incita.
copre di baci la diletta testa :
e nella breve stanza
esala, a' rai del sole.
una casta fragranza
di candidi capelli e di viole !
« Exoriare aliquis... »
Gruppo ili bronzo di Ci/tirii'llo.
Questo, caduto nella lotta oscura,
porti, o madre dolente, all'ospedale :
ma l'altro forse, che il tuo sen matura,
sarà l'Atteso, il redentor fatale?
Aprile. l'MìiS.
* Le reclute »
Quadro di Vittorio Cavalieri.
Risa, schiamazzi,
liberi lazzi,
fra i bersaglieri,
reclute d'ieri.
Fra questa balda
brigata, il sole
penetra, e scalda
visi e parole.
Son racconti di lepide avventure:
son l'ultim'ore in libertà trascorse:
gli ultimi baci dati e presi - e, forse,
l'idtime ubi'iacature !
554 I VERSI dell'arte
Tutto fhiufio nell'anima raccolta,
solo costui non parla e non ascolta.
A parte siede:
poggia il capo alla mano :
fisso e chino è lo sguardo: a che"- a un lontano
borgo, ad alcuno ch'ei soltanto vede...
Degli addii l'ora
rivive ancoia.
Nelle recenti sue memorie fruga:
la mamma addolorata gli si aitacela:
il padre che rasciuga
d'una furtiva lacrima la traccia ;
poi, tenace e soave visione,
della diletta l'ultimo saluto
ad un halcone :
lo sguardo muto:
un bacio che per l'aria ancor gli viene,
un fior che vola,
ch'egli, fra il labbro, trasognato tienp.
ricordo che lo punge e lo consola...
Quanta gajezza
lìi giovinezza
fra i bersaglieri,
reclute d" ieri !
Solo costui non parla e non ascolta :
neir anima raccolta
sente morir la fragranza d' un fiore
tra una pungente nostalgia d'amore...
Per la strada di Orbassano.
A Vittorio Carotieri.
Nella sottile nebi)ia mattutina
vela i tloiidi fianchi la collina,
e le montagne fumano a ponente.
Mene, per l'aria, un suono di campane,
che dalle case disperse e lontane
chiama alla messa la divota gente.
Nel sole esulta la pianura verde,
ove lo sguardo naufrago si perde,
e l'attraversa stridulo il vapore.
Cantan gli uccelli tra le fronde, occulti:
vivi dialoghi, armonici tumulti.
saluti al maggio, melodie d'amore.
I VERSI dell'arte 555
È festa. Per le strade soleggiate
passan frequenti garrule brigate :
oggi il contado per un dì s'inurba.
Ma la mia cittadina anima stanca
vien pellegrina a una casetta bianca,
dai rumori fuggendo e dalla furba.
Qui stai, piftor dal cuore di poeta :
qui stai, dell'arte verecondo asceta,
fra le tue visioni e i tuoi ricordi.
Che fa, se ad altri gli agi signorili.
le facili lusinghe femminili"?
e a te mostrin le spalle i volghi sordi'
Tu dalla breve rustica dimora
ricevi il primo bacio dell'aurora,
e saluti sull'Alpe il dì moi-ente.
Miri l'oscura vita della plebe
curva sopra la vanga a franger glebe,
e la illustri, amoroso e paziente.
Narri idilli di cuori giovinetti,
narri giochi d' infanti a te diletti,
o arguto novellier della campagna.
Poi. talor, ti si attristano le tele.
e dii)ingi materne ansie e. crudele,
entro il tuguiio un'agonia si lagna....
0 Vittorio, e tu adempì la tua via,
solo adorando il \'ero, poesia
eterna della vergine Natura.
Accogli ancor la voce che s' innalza
dall' umil gente faticosa e scalza,
che alle mense dei ricchi il pan matura.
Odi il linguaggio semplice e sincero
onde la madre Terra al tuo pensiero
rivela forme innumere di vita.
E se il desio di te gli amici spinga
a questa casa tacita e solinga
che fra tanta malìa di verde invita,
accenna loro la campagna: insegna
la pace che nell'ermo esilio regna
e dolce impera de" tuoi quadri in cima.
Essi l'invidieran, com'io: che al blando
riso di maggio me ne vo, destando
gli echi, per te. della dormente lima.
n gìoruo dell'Aseensioue, 189G.
556 I VERSI dell'arte
I ritratti di Gualfarda e di Marcella.
Ad Angelo Dall'Oca Bianca.
Angelo, paion candide faifalle
le bimbe che segnò la tua matita.
Ricordi "? il dì morìa sopra la valle
quando sorgevi, ad opera compita.
Le mie bimbe ridean. Ridea Marcella,
biondo tenero fior. Ridea Gualfarda,
grandi occhi neri tra le brune anella,
che tutto ti viucea, la maliarda !
Federico venia, precoce amante
delle matite tue, de" tuoi pennelli :
e intorno, allor, che gridìo lieto, e quante
corse con i miei tre piccoli uccelli !...
Or eh' io ritorno, mentre maggio odora,
a questa casa, a questo ermo giardino,
nel memore pensier ti veggo ancora
pingere e folleggiare, appiè del pino...
- Nonnetta Minna mia, nonnetta buona,
dolce regina del jilacido regno,
vuoi tu meco venir oggi a Verona,
al fido amico dal bizzarro ingegno "? -
Sì, quest'oggi verremo. Alle tue tele
verremo, conu» in pio pellegrinaggio,
là dove chiede il tuo peniiel fedele
al cielo, all'acque, ad ogni forma, un raggio.
Verremo. Rivedrò l'Adige, a sera,
tra gli argini passar, muto e solenne ;
e la Piazza dell" Erbe, onde sì fiera
rampogna su dall'animo ti venne :
e le chiese, ove i secoli han pregato ;
e le fanciulle che sanno l'amor...
tutta la tua città viverti allato,
la tua città, cui desti l'Arte, e il cuor!
3ie il' Mliisi (Vcn.iiiil. 2-> inauf-io 1903.
I VERSI dell'arte 557
A Villa Borghese,
A Te. lontana.
Qui tra Telci. qui pei viali solitari
tu mi segui, tìda amica, nel pensiero :
forse avvolta dentro il mobile leggero
velo della nebbia ?
Piati roridi all'autunno, voi. sacrari
taciturni, dalla densa ombra tranquilla,
ove sola s'ode l'acqua che zampilla
con mormorio querulo.
quanta ]iace qui nel vostro ospite grembo,
quanta pace fra le nere antiche fronde,
quanta ])ace. bianco cigno, pur tra l'onde,
che sereno navighi !
Ecco il sol fende la nebbia : rompe a sghembo
di fra i pini, sovra l'erba che scintilla :
sei tu meco nel mattino di novembre, per la villa
sacra, amico spirito ?
Roma, novembre lllOO.
(Pastello di Gerolamo Cairati).
Augusto Ferrerò.
SULLA SOGLIA DEL MLSTERO
Più d'una volta nel corso della mia vita lio interrop'ato me stesso.
« D'onde vieni? - mi chiesi. - Dove vai'? »
La risposta non fu mai pronta, non fu mai sola.
Plinio rispose jier me un vecchio catediista dimenticato, minac-
ciandomi l'inferno se interrogassi ancora, facendo luccicare in alto il
paradiso stellato a patto che dessi fede cieca, senza intendere, a tutte
le verità rivelate. Poi. usciti dalla cattedra e dai libri, a me risposero
un metafisico e un razionalista spiegandomi in vario modo la loro
dubitosa dottrina per cacciarmi in un'altra tenebra dotta, in ultimo,
non in me, anzi da me molto lontana, una scienza miope, affermando
sé stessa nella cellula prepotente, negando valore a ogni tilosotia. anzi
a ogni secrezione del cervello umano - che è poi l'idea - mi assicurò
in tono arrogante che per sua lunga esperienza (e corto senno) io e
tutti gli altri, lui pure compreso (bontà sua), partiti ieri dal niente,
torneremo domani al magnifico nulla. Clii si senfi lare queste tre
risposte, (piasi a un temjx) medesimo, in sé stesso, che è quasi da sé
stesso, e seppe rassegnarsi al purgatorio dopo morte per passare alla
men peggio la misera esistenza presente, certo non fece male a sé né
agli altri quanto in sé e inforno a sé ne fece la scientifica boria, la
quale condanna tutta l'umanità bendata alla materia cieca.
Ma fra i diversamente rassegnati io trovai il dubbio sempre sveglio,
il dubbio che perennemente interroga, e talvolta si dà risposte lumi-
nose e pronte, le quali per un poco accontentano ed esaltano, ma più
si oscurano interrogando ancora. E trovai le anime inquiete e sma-
nianti per aver forse veduto il cielo una volta e non saperlo più tro-
vare in terra. Allora, non peranco addomesticato alla umana bassura,
provai anch'io l'agonia dell'uomo sano, e vidi da vicino il purgatorio
dei vivi.
A queste anime interroganti e assetate di verità, a queste anime
poverette che se ne vanno per la mia via elemosinando l'amore eterno,
sempre dissi superbamente una parola umile, la medesima parola di
pace che a me ha fatto un po' di bene.
« D'onde vieni? » - m'interrogo ancora.
Io vengo dall'inlìnito. Non dal nulla, piuttosio dall'universo tutto.
Da qual punto? Non so bene, ma posso iirovarmi a indovinare, posso
rifare i passi del mio lungo viaggio.
Mi accompagnerò con Darwin, il quale, a gran torto, fu detto da
taluno canifiione del materialismo: e invece fu, secondo a me pare, un
raggio elle ruppe il tenebrore a benefizio degli adulatori della materia e
SULLA SOGLIA DEL MISTERO 559
degli adoratori dell'idea. Perchè del darwinismo, a guardarci bene ad-
dentro, ogni pensatore può giovarsi. Solo se ne trovarono male i ministri
del verbo rivelato perchè non vogliono ammettere possa e debita la ra-
gione umana ricercare sé stessa. E furono certo coloro che dell" immo-
bilità si sono fatti una rocca forte e le han dato l'ignoranza per fonda-
mento; furono certo essi che dissero al mondo essere darwinismo e
materialismo una medesima cosa.
Quando Darwin fece stupire molti suoi simili annunziando che
l'uomo deriva dalla scimmia, io non ne seppi nulla: ma prima che
la parola del filosofo e dello scienziato arrivasse fino a me, avevo pen-
sato anch'io dovesse tutta (pianta l'animalità congiiingersi per anelli
infiniti all'uomo.
Già ne avea avuto sentore la filosofia antica, e la metempsicosi
da Pitagora a Platone, a chi ben guardi, non si può dire molto lontana
dalla cosi detta verità moderna.
Verità moderna? Forse l'assurdo e la boria sposati insieme"?
Pur troppo i filo.soft di tutte le età, dicendosi veggenti, brancola-
rono nel buio a un istessissimo modo. Fu loro professione, (^d è ancor
oggi, quella che sembra facile ma è tormentosa: la professione dell'in-
dovino. Facile in apparenza, perchè se io affermo e tu neghi siamo
pari; facciamo un vano duello di parole e di sofismi, e la A'ittoria è
(l'entrambi. Tormentosa nella sostanza, perchè non accontenta nessuno
di noi se interroghiamo in buona fede, pei che il passato balbetta poche
|>arole scucite, e il futuro è muto: e perchè quando la folla ci porge
le corone siamo caduti a terra vinti entrambi.
Fra i miei antenati io non vorrei trovare la scimmia soltanto, e
anzi, per dirvi tutto il mio pensiero ingenuo, mi dorrebbe di essere
stato prima d'ora un macaco. Piuttosto vorrei aver vestito le forme
d'un cane, il candidato all'umanità - come disse Michelet.
Ed io convengo pienamente con lo storico e filosofo francese.
Sul nostro buon amico cane furono scritti dozzine di volumi in
forma ammirativa; e un paradosso ci assicura che quanto vi è di meglio
nell'uomo è il <-ane.
Molti cani sono consegnati alla storia percliè combatterono in
campo aperto a fianco del loro amico uomo, e (piando l'uomo fu se-
polto il cane si lasciò morire d'inedia sulla sua fossa.
.\ltri cani a Parigi vanno in cerca dei bambini smarriti, e col solo
fiuto li ritrovano. Non è molto, a un famoso salvatore di bimbi fu
data in pubblico la medaglia guadagnata col sudore della sua... lingua
(la traspirazione nel cane segue questa via): e quel cane non s'inor-
goglisce del premio meritato, e porta la medaglia sul collare perchè
\e l'hanno attaccata.
Altra buona gente canina sulle vette del San Bernardo e di altre
alpi, (juando è venuta la notte e la tormenta infuria sulle falde del
monte, se ne va in cerca dell'uomo acceciito e sepolto dalla neve; con
le zampe strappa il cattivo lenzuolo nevoso, con l'alito suo scalda
l'assiderato perchè trovi la forza di sorbire un po' di cognac nella
fiaschetta che l'amico migliore dell'uomo si è legata al collo per lui;
al bisogno afferra il poveraccio coi denti senza fargli male, lo trascina
fino all'Ospizio, lo salva.
Ognuno di noi ha in mente (pialche prodezza di buoni cani di
sua conoscenza che gii hanno empito l'anima di gratitudine, o .se non
altro di ammirazione.
560 SULLA SOGLIA DEL MISTERO
Io ne conobbi uno, il quale, per la paura di perder l'amico che
se ne andava sul treno di Gallarate, lo seguì di corsa lungamente per
la via maestra, tinche cadde morto sotto gli occhi del padrone che
stava sulla piattaforma.
E un altro ne conobbi, meraviglioso veramente.
Era un cane da caccia: si chiamava Fritz; lo avevano regalato a
un amico mio in Finale Emilia. Per venire a Milano col nuovo pa-
drone, Fritz aveva viaggiato di notte e in treno ferroviario: rimase,
nuovo buon amico delfainico mio, parecchi mesi in Milano, finche al
suo padrone fu donato un altro cane, il tpuile fermava meglio la qua-
glia. Gran disastro per il buon Fritz, perchè aveva preso a volere un
gran bene al suo padrone- cosa ignota agli altri servitori nostri quando
abbiamo la disgrazia d'averne in casa. L'amico mio. impacciato da
due cani, e da due tasse, per alleggerirsi un poco non trovò di meglio
se non regalare alla sua volta Fritz. Ma perciiè Fritz amava troppo e
amava bene, non volle acconsentile al baratto del suo padrone con
un altro indifferente, e ogni giorno fuggiva dalla casa nuova })er tor-
narsene alla vecchia. Fuggiva appena poteva, nello stato in cui si
trovava, magari senza collare né medaglia. Una volta, due, tre volte
tornò a casa senza museruola, e sempre l'amico mio, seccatissimo. lo
fece accompagnare all'abborrito suo domicilio nuovo. Fin che un giorno
Fritz fu colto da quell'uffiziale [ìubblico che butta il laccio al collo dei
cani senza museruola. E fu preso, il povero Fritz. e condotto al canile
a fare ritlessioni amare sugli uomini e sulla loro vita sociale.
Il vecchio padrone, informato del disastro seguito, avvertì con let-
tera il padrone nuovo perchè si affrettasse a riprendere il cane in Muni-
cipio, pagando naturalmente la multa : ma per un errore di recapito
la lettera invece di pervenire al destinatario tornò al mittente dopo
una settimana.
Vidi l'amico mio impallidire, perchè Fritz non gli si era tanto staccato
dal cuore da non amarlo ancora mi poco: venne egli a me e mi disse:
« Quel povero Fritz! ora l'hanno sicuramente affogato!» Affogato'^
Sì: i cani colti al laccio senza museruola, se non vengono riscat-
tati dal padrone gli affogano o gli asfissiano: non so jirecisamente il
genere di morte che si dà ai poveracci, e non creilo che venga loro
data la scelta, ma è certo che non devono pesare troppo lungamente
sul bilancio municipale.
E passarono molti mesi. Già Fritz ci era uscito tutto di mente
quando l'amico mio, tornato a Finale Emilia, si vide venire incontro,
scodinzolando e latrando forte, un buon cane capace d'essere tornato
in vita per fare all'antico padrone le feste che non si meritava: lo
stesso Fritz in carne e ossa !
Che cosa dunque era accaduto"? Semplicemente una cosa sublime.
Fritz, messo alla catena nel canile municipale di Milano, quando
ebbe perduta la speranza che uno dei suoi padroni gli venisse a lici-
tare la salvezza, non avendo mai sperato nulla di buono dall' uomo
fatale del laccio o da un altro pubblico uftìziale. strappò una notte
la sua catena. E fu libero. Fiutò l'aria intorno per racca]iezzarsi, certo
diede un pensiero sfiduciato ai suoi padroni, al nuovo ch'esso non
amava, al vecchio che poco amava lui, e s'avviò con la catena pen-
zoloni sempre dritto innanzi a sé, fino... a Finale Emilia!
Direte: « E come fece, se da quel lontano paese era venuto viag-
giando in ferrovia e di notte •? se la distanza è enorme ? se ti-a Milano
e Finale vi sono corsi d'acqua da passare? E chi gli insegnò la strada? »
SULLA SOGLIA DEL MISTERO Obi
Io non so come fece ; nessuno allo stato presente delle nostre cogni-
zioni sulla psiche animalesca (che molti negano ancora, chiamandola,
con più furberia che dottrina, istinto) nessuno saprebbe rispondere.
Certo è che Fritz compì questa meraviglia nota a tutta Finale, la quale
io vide giungere sfinito, sanguinolento, piagato dal pezzo di catena
che gli flagellava il corpo scarno. Fino a poco tempo fa Fritz viveva
ancora fra le carezze di tutti i suoi concittadini. Ma non si era più
messo a padrone: l'esperienza fatta gli aveva giovato. Fi'itz fece vita
libera; al primo mattino si offriva sulle cantonate ai cacciatori, e la-
vorava bene a fermar la quaglia, a levar le pernici per un tozzo di pane.
E ditemi voi: quando Fritz sarà uomo non se lo sarà meritato"?
Piuttosto io temo che non vi guadagnerà molto.
Or non mi cuio di sapere se allo stesso livello del cane sia la
scimmia, od altra forma animale: a me basta il cane e ne avanza,
perchè non mi occorre gran fatica di pensiero a farmi indietro a ri-
cercare nell'animalifà domestica e in queiralfra individui più indegni
<-he un giorno saranno cani, e altri ai quali un prossimo avvenire pro-
mette le forme più basse di gatti e di topi, di nil)bi odi colombe: e
via di buon passo fino al microbo, primo anello poco visibile della
catena, al microbo che tante volte si vendica dell'immensa distanza
attaccando l'ultimo e più sublime anello animale i)er inoculargli il tifo
o la malaria.
Io m' interrogo ancora :
v Dove vai? » - Non certo nel nulla. Solo una jiaite di me si confon-
derà nella materia universa: non io. lo me ne andrò altrove a conti-
nuare il mio pensiero audace, a interrogare altri mondi dove .sono vite
più elette; vestirò io nuove forme meno goffe di questa che ci affligge
con tante miserie, e pur consideriamo (ed è veramente) la gran mera-
viglia dell'animalità terrestie.
Amici lettori, io me ne andrò. E tutti voi verrete meco; e sia questo
un giorno vicino o lontano, arriverà securamente per la gioia di ognuno.
Perchè la vita in terra è la catena di Fritz: la morte è la liberazione;
la morte è la vera vita.
Nessuna enfasi in queste ))arole: sono il mio folte convincimento,
sono la mia fede tranquilla.
Chi dubita della verità sublime, chi la nega opponendo una pic-
cola dottrina di briciole raccattate fra altre miserie d'un cattivo ban-
chetto, costui non s'affacciò mai alla finestra in ima notte stellata ;
non pensò un momento alle legge meravigliosa che governa il creato
e fa attonite le creature.
A me la verità altissima fu rivelata dall'ordine universo.
E fu anche rivelata da forze misteriose che porto in me. m' in-
tendo la ragione e il sentimento.
Con quanta logica ]iotè il materialista affermare al mondo che egli,
nato da un capriccio del fango, portò nella vita il pensiero, e nella
vita prese la carila, l'amore, il senfimento di giustizia e perfino la im-
pacciosa gratitudine, facile agli altri animali, e durante la breve via
fu mi.steriosamente indotto a rispettare gli altri e sé stesso, cercando
anzi di giovare agli altri e a sé stesso : e sino all'ultima ora della sua
vita rafforzò il proprio ingegno, dandogli una cognizione, un puntello
di più? E potè il fanciullo neghittoso e discolo, con la sola forza del
36 '^ol. evi. Serie rv . 16 agosto 1903.
r)()>2 SULLA SOGLIA DEL MISTERO
buon volere, mutare il propiio io ineschino in uno scrutatore della
vita, perchè in ultimo, al momento della catastrofe preveduta, quel
monello dotto avesse a perdeie tutto il suo lungo lavoio, e V io, fatto
quasi divino con tanta pena cerebrale, si confondesse un'altra volta
nel tango?
Vedete bene che ogni logica manca a tanto lavoro inutile.
E se manca la logica, perchè mai siamo andati a prendere nel fango
la ragione, a farcene un altro trastullo vano della nostra vanità?
E dove se ne va il sentimento di giustizia, il quale ogni tanto ci
fa fremere, il quale raramente c'illumina quando più siamo irati, e ci
fa perdonare l'apparente ingiustizia? Dico apparente ingiustizia, per-
chè... Amici, quante volte noi diciamo: la (jinstizia è altrove, altret-
tante forse jienetriamo il vero.
Se la vita nostra cominciasse nella materia e vi toinasse fatal-
mente, la forza cieca chiamerebbe altre cecità a battaglia ; e l'anarchia
sarebbe a quest'ora fatta padrona della vita sociale. Aia al pensiero
che questa nostra vita, la quale ci par tanto breve e tanto lunga, non
è ne l'una cosa né l'altra, ma è soltanto il volo d'un attimo nell'eter-
nità; qualche volta qualcuno di noi si spoglia dei suoi cenci vani,
butta via la jMopria ambizione, sopporta i suoi travagli per meglio
adorare il bello ed il vero. 11 vero ed il bello, congiunti insieme in
un'altra vita, sono la perfetta giustizia.
In un certo senso accetto io pure la verità rivelata. La logica che,
ripeto, non siamo andati a jtrendeie nel nostio fango iniziale al mo-
mento di nascere, ma che abbiamo trovato in emlirione nel nostro
cervello, la logica modesta è la rivelazione.
La logica modesta ci rivelò man mano la giustizia, la pietà,
perfino l'amore del prossimo. E questa trinità ebbe la sua religione,
e que.sta religione volle un culto. E allora noi abbiamo eretto nell'a-
nima nostra un altare per adorarvi tutte le cose belle, tutte le cose
buone.
Anche possiamo non negare ai sacerdoti il paradiso e 1' inferno,
sajiendo bene ciie li polliamo dentro. Oggi l'inferno è già in noi quando
siamo scontenti di noi: la nostra speranza è il paradiso. E quando
saremo liberati dalla nostra croce, paradiso o inferno ci daranno più
lunga gioia o più lungo tormento.
T'orneremo dunque all'infinito, precisamente come dall'infinito
siamo venuti?
Non così precisamente. La breve tap|)a che ci fu concessa, che
forse abbiamo scelto noi stessi volonterosi, avrà fatto di noi anime
più meritevoli della vita eterea, come generalmente di noi fece persone
più degne della vita terrestre. Se ci guardiamo dentro troviamo più
d'una qualità acquistata nella breve giornata della nostra vita. Nelle
prime ore eravamo un po' bugiardi, un po' vanesi e neghittosi, e un
po' ladruncoli della roba, dell'approvazione, dell'amore: nelle ultime
la vita sociale (salvo che qualche prepotenza della impari battaglia
non ci abbia buttato nella melma), ridonò al nostro io la sua coscienza.
E noi, morendo, rinasceremo più degni della vera vita.
Certo ci rimarrà una lunga via da percorrere per accostarci al
grande ignoto. Il quale non sa])|)iamo veramente che sia e dove si
trovi; ma almeno ci sarà indicato il buon sentiero per arrivarvi, e ci
SULLA SOGLIA DEL MISTERO 563
alzeremo su su, sempre più in alto, neirinteiligenza del bello, nell'a-
more del bene.
Per qual fine ?
Una volta avrei risposto: « Per l'ideale che è fine a sé stesso ».
Ora più non mi accontento di queste frasi o d' altre simiglianti, che'
mi sembrano troppo alte o troppo enfatiche, capaci solo di stordire"
la mia ragione con la loro retorica.
Oggi penso solo che il sentimento va fin dove la ragione non ar-
riva, che forse la povera umana favella poirà un giorno essere sosti-
tuita da un altro misterioso linguaggio universale veramente e che
l'ideale eterno si esprimerà a tutti con suoni celesti che sai'anno in-
tesi da ognuno. O forse che tutti noi non ci commoviamo alle musiche
dell'uomo senza intenderle, o intendendo solo che sono esse poveri
tentativi di penetrare in cielo stando in terra.
Ma se a lasciarci pigliar dalla fantasia non è male per noi (anzi
talvolta è un gran bene), poco serve all'indagine del nostro destino
perchè ci svia senza nulla concludere.
E allora? Allora mi si affaccia dall'alto un pensiero umile.
Dico a me stesso che molto mi l'imane a penetrare delle cose vive;
che non avendo io nemmeno la bussola meravigliosa data a Fritz per
tornarsene a Finale, mancandomi altre facoltà che in altri miei simili
riconosco potenti, indovinando intorno a me forze meravigliose, le
•piali ancora non mi hanno detto una parola chiara, mi rimane un
solo scampo: riconoscere che il mio pensiero finisce presto ed è inca-
pace di arrivare all'infinito.
E dico ancora ;i me medesimo: domani saprò cose che ignoro oggi;
la terra in cui vivo, lo spazio che mi circonda, la luce, il suono, l'elet-
tricità, e perfino il povero Fritz, mi sveleranno il loro segreto.
E la mia ragione umiliata si confessa : « Io non atterravo nel primo
tempo della mia esistenza terrena nemmeno un lembo di quel che ora
intendo; io non penetrerò finché son viva il segreto della vita, come
altri vivi sono forse capaci di fare: e anche quei vivi eccelsi non
haimo l'immagine della verità come la darà loro la morte ».
Ma noi abbiamo interrogato anche la morte.
E le sue risposte furono spesso una celia, o una betta, o un in-
ganno, come se la morte voles.se continuare il cattivo gioco della vita.
Troppe volte ci lasciò dolenti d'aver consumato il tempo nostro, du-
bitosi di noi e dei nostri compagni; a volte invece essa strappò qualche
lembo della tenebra e ci rispose con jjarole alte e buone.
Lo spiritismo, che ancora non è scienza, e forse non sarà mai,
ma che fu antico germe di tutte le religioni, può oggi offrire agli in-
dagatori onesti, ai filosofi di coscienza, agli scienziati veri (e per veri
m'intendo quelli che. arrivati alle ultime alture, riconoscono umil-
mente di essere solo ignoianti meglio di prima), lo spiritismo può
ottrire a costoro un monte d'idee forse vicine alla verità.
Sempre ho plaudito alla onesta, sincera, forte scienza di Crookes,
Wallace, e d'altri, quando mi aprirono la cortina del mondo buio. La
loro dottrina, la loi'o fama di scienziati e di filosofi, mi fecero sicuro
dei metodi usati nelle esperimentazioni meravigliose ; e anche oggi non
dubito un momento che quando essi mi assicurano di aver visto e
toccato lo spirito materializzato di Katie King attermano cosa veris-
564 St'LLA SOGLIA DEL MISTERO
sima, per quanto vera può essere una cosa di questa terra, dove ognuno
elle passa cercando il vero semina l'errore.
Ho assistito anch'io a sedute spiritiche; e per vero dire il linguaggio
tiptologico, m'intendo il linguaggio espresso coi tavolini, poco mi con-
vinse. Non perciò nego, ne sorrido. Aspetto. A chi pei- parlilo pre.so.
o per cecità, o per scientifica boria, voglia affibbiare ad ogni costo agli
altri qualità poco decoratile, come oggi si dice volentieri dai francesi
che scrivono italiano, e tenersi per sé la più d eco rat ira di tutte, cioè
vestire altrui di ingenuità credenzona. sé stesso di gravità forte, a co-
stui è facile beffarsi degli spiriti avendo perfino una volta tanto un
po' di spirito, ma poco poc3; dire, ad esempio, che gli spiritisti hanno
la testa nelle gamlìe dei loro tavolini, e altre cosine saporite del pari
e garbate altrettanto.
Il vero è che quando molte persone serie spendono il tempo loro
nell'indagine del mistero, e si circondano di ogni precauzione per evi-
tare gli inganni di sé stessi e degli altri, esse sono buoni operai intenti
a un lavoro altissimo che deve avvicinare il mondo alla verità.
Non perciò io mi metto volentieri a tavolino, al buio, a contatto
d'un medio e di altri credenti. Scarso frutto ricavai sempre quando
mi tentò questa curiosità altissima. Le risposte avute, se mi impr-essio-
narono al primo momento, mi fecero perdere la notte ripensando, e dalla
riflessione rinacque fatalmente il dubbio dove mi sembrò essersi affac-
ciato il vero: si cancellò la luce fosforica apparsami nella stanza buia,
e ripiombai piìi sconsolato nella mia tenebra.
Questi esperimenti di tavolino, queste apparizioni ed altro, avranno
sempre un vizio d'origine finché si fanno al buio fra persone che spesso
non si conoscono bene. coU'intervento d'un medio il quale talvolta
campa la povera vita presente prestando le facoltà del [iroprio corpo
al capriccio della gente morta.
Gli increduli sono feriti dagli esperimenti dove sembri mancare la
serietà; certo il maggior nemico della religione s]iiritica (altri dirà
scienza spiritica, io non ancora) il maggior nemico è il medio se lucra
sulla propria mediali ita.
Per chi pensi che l'umanità debba molto guadagnare dalle pratiche
spiritiche (anche questo non penso e ne dirò il perché), valga almeno
la riflessione che cento sedute spiritiche al buio e coll'opera d'un
medio, ancor che siano controllate, perdono quasi ogni valore se una
sola volta si è riconosciuto l'inganno.
Invidiando coloro, i quali ebbero la sorte buona d'assistere non a
spettacoli di spiritismo, ma a vere e proprie manifestazioni d'un" altra
vita, con qual si sia mezzo ottenute, pur che sicure e nette da ogni
peccato, io sono sempre rimasto spiritista convinto con poco sforzo di
riflessione, solo per logica conclusione delle mie indagini sul mio
essere.
Il meglio della mia dottrina spirituale me lo fornirono, come vi
ho confessato, le notti stellate, poche cognizioni astronomiche racimo-
late qua e là, e una scienza fatta in casa per mio uso e consumo, la
conoscenza del cuore umano. Se mi fossi rimasto solo e saldo in un
dogma o in una scienza, non avrei fatto un passo nella mia fede; ma
sempre mi trovai più vicino agli angeli quando, dopo essermi scrutato
tutto, scemai la superba distanza per accostarmi al mio cane.
Pur se mi mancarono le gioie delle grandi rivelazioni spiritiche,
le quali possono far bella la vita presente, rendere la virtù più facile.
SULLA SOGLIA DEL MISTERO 565
e far deiruoiuo un apostolo, anzi un angelo, ciascuno di noi ha nel
proprio passato qualche rivelazione che ad altri sembrerà poco persua-
siva, ma che per lui è verità sacrosanta.
Per conto mio ne dirò una sola che dopo trentanni ancor oggi
commuove me che vi parlo.
Cristina era una donna buona e modesta, capacissiuui d'intendere
me ed altri in ogni cosa sensata, d'ascoltare con indulgenza anche
le parole con poco senso che spesso dicono i poeti in casa e fuori.
Questa donnina forte era la mia compagna.
A quel tempo noi non si navigava nell'abbondanza, e anche di
poi, quando entrammo in porto un po' avariati, alla nostra nave ca-
rica di speranze mancarono sempre altre cosucce.
Perciò a notte tarda ogni giorno facevamo i conti di cassa. Questo
lavoro non turbato da desideri inutili, confortato sem|)re da una sola
compiacenza : quella d'aver sjìeso poco, ci teneva attenti una notte a
ricercare pochi centesimi che volevano sfuggire al nostro conto. Era
l'occupazione meno fantastica che uno si possa immaginare, e ci oc-
cupava terra terra tutti e due, me e la mia compagna.
A un tratto nella vicina sala il pianoforte prese a sonare dispe-
ratamente, e sempre la medesima nota, un sol dell'ottava bassa: pic-
chiava e ripicchiava implacabile. Levammo entrambi il capo dal conto
che non tornava.
« Chi è che suona"? » -domandammo allo stesso tempo.
La fantesca quel giorno non era in casa: l'aspettavamo la mal tina
dopo: i nostri piccini Laura e Callo, tigliuoli di primo letto di mia
moglie, da un paio d'ore dormivano nell" ultima camera: erano en-
trambi paurosi come tutti i bimbi di quell'età. Inaura eia un po' ma-
lata, avea i modi gravi di bimba aspettata altrove. Carlo, monelluzzo
di tre anni, non si sarebbe pensato mai di scendere dal letto alto, a
quell'ora tarda, attraversare al buio un corridoio lungo per venirsene
nella sala, buia del pari, a lucchiare e ripicchiare quella nota del
])ianoforte.
Pur non poteiulo accogliere nessun'altra idea ci parve certo che
il suono fosse opera di Caiiuccio. E fu un lampo l'affacciarsi di questa
idea, levarci in piedi entrambi, e con la candela in mano attraver-
sare con due passi il corridoio che ci separava dalla sala. Le porte
erano aperte e si facean riscontro. In questo mentre la nota conti-
nuava a sonare, e solo cessò il suono quando fummo nel corridoio
già quasi affacciati in sala, dove il pianoforte era aperto e nessun so-
natore si trovava nascosto. La sala non aveva altre uscite, da cui il
burlone avesse potuto fuggire. Nella più lontana stanza airestremità
del corridoio buio, i bimbi dormivano uno a capo l'altro a piedi dello
stes.so lettino. Dormivano sa|)(>ritamente.
Quella sera si chiusero i conti con un errore di pochi centesimi,
e ce ne rimanemmo svegli un pezzo a parlare del suono misterioso.
Mia moglie era sicura che fosse un segnale... segnale di che"? di qualche
cosa. Come accade in simili casi, ricordava essa altri segnali dati a
un'ava sua o a una proava. Poi il sonno ci prese.
Da pochi giorni avevamo ospite al parco desinare un mio buon
zio, fratello di mio padre, l'avvocato Ignazio Farina. Non avendo po-
tuto alloggiarlo in casa perchè al nostro appartamento troppo fornito
5t)(i SULLA SOfiLlA DEL J[ISTERO
di corridoio mancava una camera per i forestieri, zio Ignazio occupava
una stan/jna al piano superiore, e appunto la corrisiìondcntc alla no-
stra cassa.
Alle cinque pomeridiane del giorno successivo zio ij^nazlo verme
a desinare; mi ])arve turbato: mentre io dettava al mio stenografo
l'avevo visto nel terrazzo come immerso in gravi pensieri, .\ppena fu
seduto al mio tìaaco ed ebbe assaggiato il manzo lessato, si l'ovesciò
sulla seggiola; non si mosse più.
Fra me, Cristina e la fantesca, tornata la mattina, trasportammo
l'infermo sul letto. Io corsi alla prossima farmacia percliè un medico
accorresse, e il medico venne; ma senza pur visitare il nostro infermo
ci annunziò da lontano : è morto !
Allora ci parve di comprendere il suono notturno della vigilia.
Ogni p;w()la della bre\e narrazione die vi ho fatto, nulla dice,
assolutameide nulla che non sia la verità.
Or questo fenomeno spiritico che ad altri sembrei'à di ]ioco («nto,
perchè le cose udite si credono male potendosi prestale al dubbio, a
me e alla mia povera compagna parve sempre una jiarola di cielo. E
se già a quel tempo e da un pezzo gli occhi miei non si fossero aperti
alla mia fede, sarebbe bastato quel fatto sti-aoi'dinario a levarmi la
benda che nasconde agli uomini la vera luce.
Invece altre manifestazioni più meravigliose avute di |i<)i, coi medi
e per via dei tavolini, mi lasciarono di gelo.
Non sarò io a combattere le sedute spiritidie come ])er lo più oggi
si fanno; non sarò io perchè ogni indagine onesta, se anche non mi
dà la prova provata che le anime dei trapassati comunicano con l'a-
nime nostre, non esclude che per questo mezzo altre forze psichiche
misteriose possano essere guadagnate al patrimonio dell'umanità.
Alla mia ragione lo spiritico vero, la comunicazione dei vivi con
i morti si sarebbe imposta ])er sola forza di logica quando anche non
mi fosse apparsa più alla buona... m'intenilo i>er la semplice via dei
sogni. I quali, se il più delle volte altro non sono, per quel che mi
j)are, se non pensieri del cervello mal desto (d'onde le contraddizioni,
le anormalità e le enormità dell'organo che compie male il suo lavoro
quando il criterio è quasi inerte, e solo la fantasia è libera da ogni
freno), possono i sogni essere talvolta contatti mistei'iosi con le morte
anime care.
E mi tocca esprimere un'idea che mi ha dato molta battaglia e
me ne darà ancora. La formulo con jiochi punti inteirogativi. La co-
gnizione perfetta che andiamo cercando con le |)raticlie spiritiche, e
vogliamo tale da non ammettere ombra di dubbio, è proprio neces-
saria al nostro perfezionamento'? Quando noi potremo accertare bene
bene che la vita si continua nella morte, che il premio e il castigo
sono sicuri, la virtù non diventerà troppo facile all' uomo vivo? E a
che avrà servito la vita nostra, il breve momento di prova, durante
il quale dovevamo farci degni d'altre vite che ci aspettano?
Senza attendere risposta a tali ilomande, dirò cosa che a molti
credenti sembrerà un'eresia. Dirò che la fede non significa la certezza
assoluta, dirò che il miglioramento dell' uomo sarà sempre il buon
frutto d'una fede contenta, si>osa a un dubt)i() implacato.
St'LLA .SOOf.IA DEL MISTERO Ó(ji
Odiando solo i bugiardi io compiango i pigri d'intelletto, i quali
si adagiano in una inerte sicurezza del pro]irio nulla o del proprio
dogma. E mi fanno pena gli orientali contemplativi, e più quegli oc-
cidentali ghiotti solo del piacere, se nulla contemplano. Amo invece
10 scettico che soffre e ancora combatte: amo chi non aff'erma o af-
ferma raramente, e a simiglianza di Montaigne mette nel proprio lin-
guaggio molti se e molti forse: amo il credente quando cerca ancora
11 suo Dio. Ed amo pure il dubbio, fermento vivo che ha svegliato
ogni grande idea. Perchè se l'amore fu il più industrioso operaio del-
l'umanità, il più audace fu il dubbio.
Ricerchiamo dunque la verità, e teniamoci caro il compagno as-
siduo delle nostre tedi: se anche non ci lasci chiudere mai entrambi
gli occhi, ma uno voglia sempre aperto a interrogare, esso è sempre
lo stesso dubbio tormentoso ed alto che diede infinita pena a Galileo,
e in ultimo sublimemente gli sorrise.
Io penso che quando il grande disse morendo: « Eppur si muove! »
con questo atto di fede gettasse le fondamenta della religione avvenire.
Sai,v.\tore Farina.
LE NAZIONALITÀ IN AUSTRIA-UNGHERIA
Un bilancio.
J^uigi Palma, scrivendo attorno al ls7(i sui manchevoli risultati
dei censimenti etnografici tino allora compiuti in Austria-Unglieria,
conchiudeva : « L'na l'icerca importante sarebbe ancora di vedere pro-
gressivamente razione che eserciteianno sulla fusione di tante stirpi
e lingue, almeno delle più scarse ed incolte e delle sporadiche, l'opera
del tempo, le lingue pili colte, Taulonomia amministrativa, la libertà
politica. Quale sarà la forma della germanizzazione nella Boemia, della
magiarizzazione nell'Ungheria, quale la forza di resistenza e di espan-
sione degli czechi, dei polacchi, dei ruteni, dei sassoni, dei rumente
così via dicendo".' Questioni bellissime, le quali non possono essere ri-
solute con teorie astratte, con criteii snbbiettivi e preconcetti politici.
ma col severo linguaggio dei numeri statistici. Bisogna augurarsi che
nei futuri censimenti si curerà come si deve una sì importante inve-
stigazione » (1).
Codesto bilancio nazionale della monarchia austro-ungarica, del
quale l'insigne scrittore vedeva, or fa un quarto di secolo, tutto l'in-
teresse scientifico e pratico, può tirarsi oggi, poi che sono resi pub-
blici definitivamente i risultati del censimento demografico del 31 de-
cembre HKRI. Non è certo questo il luogo di rinnovare le dispute che
hanno ormai un'intera letteratura e occuparono tante volte i congressi
di statistica e i consessi parlamentari, per fissare le norme di questa
investigazione, per stabilire quale segno esteriore della vita de" singoli
cittadini sia più atto a dare la immagine più f«lele delle condizioni
nazionali del territorio e de' suoi abitanti (^2). Concordi nel reputar
utile questa inchiesta anche per i paesi nei quali singoli gruppi di par-
lanti lingua diversa nulla detraggono alla omogeneità nazionale dello
Stato, - scienza e piatica ritennero invece indispensabile la inda-
gine, diremo così, nazionale. nell'Austria-Ungheria, per la stessa con-
figurazione etnica delle singole sue parti, per lo stesso fondamento che
il suo diritto pubblico, almeno in teoria, attribuisce alla nazionalità,
per la stessa tutela che, troppo spesso ingenuamente, le singole stirpi
della monarchia ravvisano nella constatazione ufficiale delle loro pro-
porzioni numeriche. Ond'è che l'Italia, la quale fece nel IStJl la indagine
circa la « lingua parlata ». la rinno\ò nell'ultimo censimento con uti-
(1) L. Palma. // censimento etnografico della moiianliia onstm-iingiiricd. in
Arcìiiiio di Statistica I. 1876-"i7. fase. 2. pag. 40.
(2) Vedi un riassunto delle varie opinioni in BizEK, Sationalitaten (Die
Staaten Europas. di Brai hblli-Juraschek. pagg. 120-122 della V edizione che
si sta pubblicando in dispense).
LE NAZIONALITÀ IN AUSTRIA-UNGHERIA 5()9
lità (li risultati (1). Così, ad esempio, la Germania e la Svizzera chie-
dono nei censimenti la « lingua materna », il Belgio le « lingue na-
zionali parlate », l'Irlanda semplicemente « la lingua ». L'Austiia per
la legge '29 marzo 18t>9 mette fra le notizie individuali richieste nei
censimenti decennali la lingua usuale {Umgaugs.ipradte). mentre 1" Un-
gheria chiede non solo quale sia la « lingua materna ». ma anche quale
altra lingua, usata nel paese, parli il singolo cittadino.
Da questa enumerazione risultano chiari i concetti informativi
delle inchieste demografiche dei vari Stati per ciò che riflette la na-
zionalità. Della quale e nell' Austria e nelF Ungheria non si tiene
conto se non per quella sua estrinsecazione esteriore che contribuendo
più fortemente e più direttamente a plasmare il carattere di un paese,
può risultare più praticamente utile alla pubblica amministrazione. Che
se tuttavia, nelle cbndizioni peculiari della lotta, la dichiarazione di par-
lare una lingua come lingua usuale si può considerare come una vera e
propria dichiarazione di nazionalità, resta ]iur vero che direttamente
ciò avviene soltanto nelF Ungheria, dove si prende norma dalla lingua
materna, e solo indirettamente, se anche con molta probabilità, nell" Au-
stria, dove il segno della lingua usuale è, più che lo stigma nazionale
del singolo individuo, la risultante della influenza che sul singolo cit-
tadino esercita l'ambiente, del cui complesso si dà per tal modo la
figura linguistica, evolventesi, oltre ad ogni personale affermazione,
sotto la imperiosa influenza delle incoercibili necessità della vita di
ogni determinato paese (^1.
Certo, gli organi governativi, ai quali è affidata la esecuzione più
o meno immediata del censimento, non iiitVequenti e lievi violenze
coiinnettono contro la fedele raiipresentazione di codesti quadri lingui-
stici. Ad ogni censimento, italiani nel Trentino e nelle regioni adria-
tiche, tedeschi nella Boemia, ruteni e rumeni nella Polonia e nella
Galizia, tutte le stirpi non magiare nell'Ungheria, documentano effi-
cacemente le menomazioni del loro possesso nazionale, perpetrate nelle
statistiche ufficiali. Ed è quindi solo tenendo conto di questo fatto che
si potrà attribuire più esatto valore alle cifre, si [ìotranno spiegare
certi fenomeni altrimenti misteriosi nella storia dolorosa delle nazio-
nalità di alcune province della monarch a.
Il bilancio che segue riflette principalmente l'Austria e comprende
gli ultimi tre censimenti decennali, - periodo di tempo sufficiente a
mettere in evidenza l'azione esercitata dai vari fattori cui accennava
Luigi Palma. Di risalire oltre il ISSO manca ogni ragione. Le inchie-
ste precedenti non meritano neanche la relativa attendibilità che si
attribuisce ai censimenti ufficiali del ISSO, del 1890 e del 19flO (3): le
elaborazioni di quelle più vecchie indagini, pretesamente fondate su
lilievi etnografici o linguistici, sono, senza escludere neanche l'opera
(1 I Raseri E., Persone di cittadinanza italiana che parlano abitnalwente idioma
straniero. Romii, 19 t2. - Fracassetti L., La .statistica etnografica del Frinlie l'ul-
timo censimento. Udine, 1902. - F. Musoni, Te teschi e Slavi in Friuli secondo l'ul-
timo censimento (Bollettino della Società, Geop-afica Italiana marzo 1903).
(2) Cfr. H. C. R LiSBRA, Frojet de loi generale poiir la détermination de la
nationaliti' (Reme de droit international et de léfjislation comp:irée, 1903. u. 2l.
(3) Ecco le fonti ufficiali a cui hì attingono le cifre che seguono : Oestcrreichi-
sche Statisti/i heransgeyeben von der !,: k. Statistischen Centralcommission in Wien:
voi. I, II e IV per il censimento del 1880, voi. XXXIl per il censimento del
1890 e voi. LXIII per quello del 1900.
570
LE N'AZIONAI. ITA IN Al STKIA-i:.\(iHERIA
notissima dello Czornig, più ciie tutto la espressione ilella partigia-
neria (ìeisonale degli autori. Deve esseie avvertito ancora die l" Austria
come alleile l'Ungheria rileva la lingua usuale o la lingua materna
non di tutta la popolazione presente, ma soltanto dei cittadini dello
Stato presenti, e che non tutte le lingue possono indicarsi nei censi-
menti austriaci per lingua usuale, ma soltanto le nove lingue seguenti :
tedesca, lioemo-moravo-slovacca (czeca), polacca, slovena, rutena, ser-
bocroata, italiano-ladina, rumena, magiara, quest'ultima soltanto nella
Bucovina. Onde, a cagion d'esempio, i greci abitanti nelle varie città
commerciali dell'Impero, se anche ne abbiano conseguita la cittadi-
nanza, non possono affermare la loro nazionalità, ma devono dichia-
rare come lingua usuale una delle altre lingue del paese.
Ed ora il quadro delle lingue a traverso i tre decenni delle più
accese lotte nazionali jiuò essere tracciato col rispondere sommaria-
mente a queste domande:
La figura linguistica che oggi pi'esenta l'Austria, è molto diversa
da quella di vent'anni or sono?
Quali sono le lingue che vanno perdendo terreno e quali se ne
avvantaggiano"?
Come e percliè sono avvenuti ([uesti mutamenti nei singoli «regni
e paesi rappresentati al Consiglio dell'Impero in ^'ienna'?>»
I risultati dei censimenti.
Poiché troppo spesso corrono su i)er i giornali e le riviste d'Italia
cifre inesatte, sarà utile premettere qui le cifre assolute delle lingue
parlate nell'Austria come risultano dai tre ultimi censimenti:
Dichiararono
Ifel censimento del
di avM- usuale la lingua
1880
1890
1900
Tedesca
Perstir
8,008,864
5,180,908
3,238,531
2,792,067
i.l40,:-;oi
{•.68,6'-3
563,615
19!>,T<.i9
9,887
e pertinenti allo
8,461,580
5,472,871
3,719,232
3,105,221
1,176,672
675,305
644,926
209,110
8,139
23.473.056
stato
9,170,939
5.955,397
4,259,1.52
3,375.576
1.192.780
Italiana
727,102
711,380
Rumena
Magiara
2,50,963
9,516
Somma. . .
21,791,231
25,63?,805
Il quadro nazionale dell'Austria è còlto con maggiore evidenza se
dalle ii|)roduzioni fotogratìche momentanee, a cui si sogliono parago-
LK .NAZ10X.\1.1T.\ I.\ .\L'STRL\-U.\GHERIA
571
•Ilare i censiiuenti, si calcolano le cifre relative della partecipazione
(Ielle sìngole lingue al complessivo numero degli abitanti indigeni
presenti :
Diohiarai'ono
di aver usuale la lingua
!Xel censimento del
1880
1890
1900
Su ogni 100
3C.. 75
23 77
14.86
12.80
5. 23
3.07
2.. 5»
0.88
0 05
abitanti indigei
3;. 115
23. 32
15 84
13. 22
5 (U
2.88
2 75
0.89
0 04
i presenti
35. 78
Czeca
23.23
Hi. «2
13.17
4. 08
Italiana
Serbocroata
2.81
2 77
0. i)()
0 (14
Somma. . .
100.00
100. 00
100. 0 )
Leggendo fugacemente queste talielle. raffrontando le cifre relative
•del ISSO con quelle del 191K). risulterebbe alla prima delle tre domande
poste poc'anzi una rispo.sta facile: l'Austria presenta oggi un quadro
linguistico che è press'a i)oco eguale a quello d'un ventennio fa: gli
spostamenti sono minimi sì che nessuna delle lingue ha perduto il pu.sto
che teneva veni' anni or sono, nell' ordine degli idiomi parlati nello
Stato. Le furie delle lotte nazionali cosi aspre sarebbero passate sul
capo dei popoli contendenti senza toccarne quasi l'entità numerica: gli
urli reciproci si sarebbero equilibrati eil elisi il).
(1) Non sarà discaro alla pratica questo specchio dello stato delle lingue
parlate nelle singole provincia al 31 dicembre 1900:
.\iisiria iufer
Id. .sup.
Salisburgo. .
Stii-ia
C'arinzia . . .
Camicia . . .
Littorale. . .
Tiroloe Vorarl
berg ....
Boemia. . . .
Moravia . . ,
Slesia
Galizia. . . .
Biicovina . .
Dalmazia . .
Somma. .
2,713,923
795.355
185,951
902,348
269,960
28,177
19,151
573,156
2,337,013
676,192
296,571
211,752
159,186
9,170,939
132,9681
3,535
56ll
733i
196
390,
25
3
671;
191
10
1,945'
98
3
3,930,093
1,915
1,313
1,727,270,
15,560
387
146,265,
220,172
9,0143 988.702 3,071 119
596'
26,857 1
297,798
1157
96
25
37n.'i7fi
1,651
339
1,549
508
34
661
153
18
153
109,531
129
462
90195
16
89
175302
1751
259
212,978
113,602;
334,152
163
67!
373,905
280
12.)
264
107
1,566
41
88
*
47
127
28
123
108
6
119
683
565,276
15 279
1,192,780
711,380,
727,102
1,313
508
229,018
230,963
2,836.701
800,253
186 848
1.313,325
360,800
501.332
712,377
919,610
6271,012
2,120,717
663,710
7,281,703
723,501
584,823
9 5161 25632,803
572 LE NAZIONALITÀ IN AUSTRIA-UNGHERIA
Queste constatazioni peccherebbero di superficialità. Anzitutto
giova considerare la relazione che passa tra l'aumento delle lingue
nel ventennio e raumento complessivo della popolazione ^pertinente
nello stesso periodo di tempo e ciò tanto nel complesso dello [Stato
quanto nelle singole provincie.
Lingue in progresso e lingue in regresso.
L'aumento percentuale della po])olazione indigena nella monarchia
(che è dato dall'eccedenza dei nati sui inoi'ti, degli immigrati sugli
emigrati) fu nel decennio 1881-1890 del 7.70 per cento, nel decen-
nio 1891-19(KI del 9.'2() per cento. Ora ebbero complessivamente un au-
mento superiore a codeste medie in entrambi i decenni le lingue polacca
(14.84 e 14.52 per cento), serbocroata (14.42 e 10.30 ])er cento) e rumena
(9.59 e 10.45 per cento) : aumentarono più della media geneiale nel
primo decennio e meno della media nel secondo i ruteni (11. 19 per cento
e 8.71 per cento); ebbero aumento minore della media nel primo de-
cennio e maggiore nel secondo i magiari ( — 17. (i8 e Iti. 92 per cento):
ebbero infine aumento minore della media in entrambi i decenni i
tedeschi (5.65 e 8.38 per cento), gli czechi (5.63 e 8.82 per cento) ; gli
sloveni (3.19 e 1.37 percento) egli italiani (0.99 e 7.67 per cento).
Da queste cifre si ricava ancora che, a parlare solo delle lingue
più importanti, la tendenza ascendente oltre la media generale nei
polacchi e serbocroati va diminuendo di intensità, mentre ted(!schi,
czechi e italiani tendono nel secondo decennio a riact[uistare il tei-
reno perduto nel decennio primo: continua invece, anzi con intensità
maggiore, la tendenza decrescente degli sloveni.
Risposto così alla seconda domanda, chiediamoci : A quali fiittori
vanno attribuiti questi fenomeni".' Sono essi dipendenti, e in quanta
parte, dal cozzo delle singole nazionalità o non anche da fatti demo-
grafici intrinseci propri ad ogni nazionalità o paese"? Insomma quanta
parte degli aumenti presentati dopo questi vent'anni dalle singole
lingue, è costituita da conquiste o assimilazioni di territori o di giuppi
di persone d'altra lingua e (pianta iiaite delle diminuzioni delle altre
lingue sono invece conseguenze della minore natalità o della mag-
giore mortalità, della minore immigrazione o ilella maggiore emigrazione
del singoli paesi o gruppi"?
Per rispondere a queste domande, che sono poi tutt'una cosa con
la terza domanda messa in testa a questi cenni, bisognerà esaminare
partitamente lo sviluppo delle singole lingue, tanto nelle province che
più propriamente possono dirsi territori chiusi del loro possesso, quanto
in quelle in cui esse sono rappresentate soltanto s|)oradicamente.
E per seguire l'ordine ufficiale veniamo anzi tutto ai tedeschi.
Abbiamo detto che l'aumento ilei parlanti tedesco come lingua
usuale non è stato, nel ventennio, coriispondenfe all'aumento medio
degli abitanti indigeni. Infatti su KlOO abitanti indigeni presenti polla-
vano tedesco:
nel 1880 367
nel 1890 360
nel 1900 358
Se poi si ripartisce il numero dei tedeschi tra le varie provincie,
si vede come il loro numero sia cresciuto notevolmente ]iiù nei paesi
in cui essi non costituiscono che una esigua minoranza sporadica.
LE XAZIOXAI.ITÀ IX AlSTRIA-rXGHERIA 573
mentre ne risulta perciò anclie maggiore ladiininiizione. sempre relativa,
nella maggior parte delle provincie loi'o proprie. Per esempio, - e sono
cifre sintomatiche - a Trieste e suo territorio i parlanti tedesco sono
aumentati dal 181K) al 191)0 del 24.9 per cento, mentre l'aumento medio
della popolazione indigena vi è stato di solo 11..') per cento. Dicasi altret-
tanto della provincia di Gorizia-Gradisca. dove i tedeschi crebbero del
60.7 per cento di fronte ad un aumento medio della popolazione indigena
del .0.4 per cento: dell" Tsti'ia dove il loro aumento fu del 19.8 per cento
(li fronte all'aumento medio degli indigeni dell" 8.3 per cento, della
Bucovina (19.4 ])er cento di fronte a H.G per cento) e della Dalmazia
(13.8 per cento di fronte a [-2.-2-2 per cento). E sebbene in queste Pro-
vincie il numero dei parlanti tedesco resti tuttavia piccolo, la inten-
sità del loro aumento è indice dell'intìltrazione continua di tedeschi,
■che specie a mezzo degli uftici dello Stato si constata in particolare
nelle provincie adriatiche.
Nelle Provincie dove i tedeschi hanno più larga rappresentanza,
l'aumento loro nel decennio 1890-1900 fu più intenso dell'aumento
medio della popolazione indigena nella rispettiva provincia, nella
■Stiria (6.42 per cento di fronte a 5.07 per cento); la città di Cilli, in
onta al famoso ginnasio sloveno, vide diminuire gli sloveni dal 26 al
-2-2 per cento: nella (Jarinzia (6.02 per cento di fronte a 1.37 per cento;
Klagenfurt e Villacco seguono Cilli): nel Tirolo e Vorarlberg (5.62 per
«ento di fronte a 4.74 percento), nella Boemia (8.24 per cento di fronte
a 8.05 per cento;, quantunque continuino la czechi zzazione di Praga
« l'infiltrazione czeca a Reichenberg e Briix, le purissime; mentre fu
meno intenso nell'Austria inferiore (14.7 per cento di fronte a 16.0 per
■cento), nell'Austria superiore (2.97 per cento di fronte a 3.04 per cento),
nel Salisburghese (10.3 di fronte a 10.6 per cento), nella Carniola (0.51
per cento di fronte a 1.75 per cento), nella Moravia (1.70 per cento di
fronte a 7.(t5 per cento), nella Slesia (5.33 per cento di fronte a 12.5
per cento). La Galizia è l'unica provincia nella quale i tedeschi hanno
avuto una diminuzione anche assoluta: del 6.96 per cento di fronte ad
un aumento complessivo della popolazione indigena del 10.7 per cento.
Come si vede, i tedeschi guadagnarono terreno nella Stiria e nella
Carinzia a spese degli sloveni, nel Tirolo e \'orarlberg a spese degli
italiani e nella Boemia tolsero alcunché, però neanche l'uno per mille,
agli czechi (1), in quella vece nelle due Austrie e specialmente nell'in-
feriore, essi cedettero all'intiltrazione czeca (a Menna stessa gli czechi
crebbero dal 5.2 al 6.8 per cento), nella Carniola alla continua diifu-
-sione slovena, mentre nella .Moravia e nella Slesia continuò la deca-
denza dei tedeschi di fronte agli czechi nella prima provincia (Briinn
ha ormai il 35.7 per cento di czechi), di fronte ai polacchi nella seconda,
specie nelle campagne. Danni codesti i quali, perchè recati in terre
più vicine ai paesi e.sclusivamente tedeschi, mal sono compensati dai
vantaggi per lo più artificiali nelle provincie italiane.
Gli czechi ebbero pure nel complesso una diminuzione, onde par-
lavano questa lingua su ogni UXX) abitanti della monarchia:
nel 1880 237
nel 1890 233
nel \mO 232
(\) Rauchiìbrg H., I>«s Zahlenverhaltniss der Deutscheit nnd der T-icbechen
in Bohinen [Deatsche Arbeit, II, fase. 1°, 1903). - A. Lefèvre, Germains et Slares.
Paris, 1903.
574 LE NAZIONALITÀ L\ AUSTRL\-UX(:H£RL\
Delle piccole colonie czeche nella Carniola, nell" Istria (dove gli
czechi sono quasi tutti addetti alla marina da guerra in Pota), nel Sa-
lisburghese, nella Stiria, nel Tirolo e nella Bucovina, dovunque meno
che nell'ultima provincia cresciute oltre la media generale, non giova
tener conto. Nell'Austria inferiore, come fu già accennato, gli czechi
vanno progredendo a danno dei tedeschi e nel decennio 18i)0-1900 sono-
cresciuti del 42 per cento di fronte ad un aumento medio della popola-
zione indigena del IC) per cento: così nella Galizia (54.6 per cento di fronte
a 1.07 per cento). Nelle provincie invece dove gli czechi hanno più aperta
e fervida lotta, nella Boemia, cioè, e nella Slesia, nella prima gli czechi
ebbero un accrescimento minore, per quanto di poco, dell'accrescimento
medio della i)opoIazione indigena della provincia (7.85 per cento di fronte
a 8.05 per cento), nella seconda un accrescimento un po' maggiore
(12.67 per cento di fronte a l!2..59 per cento), mentre nel precedente
decennio era stato minore. Più notevole è l'avvantaggio riportato dagli
czechi nella Moravia (8.(50 per cento di fronte a 7.05 per cento) contro
i tedeschi, oltre che nella capitale della provincia, Briinn. anche in
parecchi distretti.
I polacchi, che hanno avuto aumento assoluto, erano rap|)resentanti:
nel 1880 da 14«
nel 18U0 da 158
nel ItXlO da 166
parlanti per KXK) abitanti indigeni. Si accrebl)ero molto intensamente-
le colonie polacche della Boemia. dell'Austria inferiore e della Moravia.
Nella Bucovina i polacchi restarono quasi stazionari (1:5.8 per cento di
fronte a 1*2.6 per cento), menti'e nella Galizia e nella Slesia ebbero nel
decennio ultimo un aumento ben maggiore del normale : nella prima del
13.66 per cento di fronte al 10.73, nella seconda a dirittura del :23.78
per cento di fronte al li2.50. Nella Galizia l'aumento dei polacchi dan-
neggiò i tedeschi e più i ruteni, nella Slesia i tedeschi soltanto, non
però nelle città. Cosi a Leopoli, capitale della Cìalizia. i tedeschi sono
arrivati al 13 per cento della popolazione ed a Bielitz e a Friedek, nella
Slesia, assimilano ancor sempre gruppi polacchi e czechi.
I ruteni, che erano in aumento nel decennio 1880-1890. tendono
a decrescere nel decennio successivo: dichiararono di ])arlaie il i-ufeno:
nel 1880 128
nel 1890 132
nel 19(K) 131
per mille della popolazione complessiva dello Stato. Neil" .\ustria in-
feriore, dove sono sporadicamente rappresentati, essi crebbero di molto
(262.7 per cento di fronte a 16 per cento della popolazione della pro-
vincia intera): nella Galizia e nella Bucovina invece il loio aumento
fu minore dell'aumento medio della provincia. Onde s'ebbero in en-
trambe le province dei notevoli spostamenti a danno dei ruteni, nella
Galizia a favore dei i)olacchi. nella Bucovina a favore dei tedeschi.
Gli sloveni, che hanno, come s'è detto, una spiccata tendenza a
diminuire, avevano per ogni HMK) abitanti indigeni:
nel 1880 52
nel 1890 .50
nel l'.KK) 4(5
parlanti la loro lingua. Delle sette province nelle quali gli sloveni
sono rappresentati da almeno 300 parlanti quella lingua, in cinque il
LE NAZIONALITÀ IN AlSTRIA-CNGHERIA O/O
loro aumento è stato minore delfaumento medio normale della ri-
spettiva provincia. Cosi nella Stiria (t2J() per cento di fronte a 5.07
per cento), nella città-provincia di Trieste (10.99 per cento di fronte
a 11.52 per cento), nella provincia di Cìorizia-Gradisca (4.li2 percento
di fronte a 5.40 per cento) e nell'Istria (7.48 per cento di fronte a 8.37
per cento). Nella Carinzia poi gli sloveni diminuirono anche in cifra
assoluta (— Kt.43 per cento di fronte a + 137). Senza neanche accennare
airaumento delle colonie slovene nell'Austria inferiore, gli sloveni
ebbero un aumento proporzionale soltanto nella Carniola (1.94 per
cento di fronte a 1.75 per cento), ma anche qui, per ragioni demogra-
fiche peculiari al paese, ben poco considerevole.
11 ventennio fu meno infausto |ierquelli che -il gergo burocratico
accomuna sotto il nome di serbo-croati. 1 parlanti questa lingua nel
complesso della Monarchia erano:
nel 1880 25.9
nel 1890 '27.5
nel 1900 27.7
per 1000 abitanti indigeni. Le colonie seibo-croate dell'Austria infe-
riore, della Carniola, della Moravia e di Trieste ebbero un accresci-
mento maggiore della media normale in quei rispettivi paesi. In Istria
i croati |)erdettero terreno, notevolmente, di fronte agli italiani, come
sarà detto subito (1.B7 per cento di fronte a 8.37 per cento), ma nel
complesso se ne compensarono, oltre che con l'aumento delle colonie,
con l'assorbimento degli italiani nella Dalmazia e col rapido aumenlo
intiinseco della popolazione croata di quella provincia, dove ebbero
un aumento del 12.70 per cento, superiore dunque alla già alta per-
centuale complessiva della provincia che fu di 12.22 per cento.
Ed ora mi sia lecito di soffermarmi più lungamente su gli italiani (1).
fissi hanno avuto in ambedue i decenni una relativa diminuzione,
maggiore nel primo decennio, minore nel secondo. Onde il numero
dei jwirlanti italiani era, secondo le statistiche ufficiali :
nel 1880 30.7
nel 1890 28.8
nel 19(K) 28.4
per ogni UMK) abitanti indigeni pie^enti.
A quali ragioni possa attribuirsi rauinento degli italiani, relati-
vamente minore di quello avveratosi in quasi tutte le altre naziona-
lità, - se desso sia un fatto reale o solo un frutto artificiale dei me-
todi di censimento, oppure dove l'una cosa si veritìchi e dove l'altra -
non vogliamo decidere. qui. Che le constatazioni sfavorevoli agli ita-
liani, fornite dalle tabelle statistiche, siano troppo spesso indice di
intendimenti non tavorevoli al nostro idioma, sarà mostrato con le cifre
degli italiani della Dalmazia e dei rumeni dell'Istria e fu anche trojipe
voite stimmatizzato dai deputati italiani alle Diete e al Parlamento.
(Codesti spiriti avversi non si fecero per nessun conto sentire in
quelle provincie nelle quali gli italiani non sono a casa loro, e nessun
interesse pohtico consigliava di sminuirne l'importanza: anzi l'italia-
nità sporadica. - come si chiama -cioè gli italiani diffusi in piccole co-
li) Delle vicende dell' italianità a traverso gli ultimi decenni mi occuperò
più diffusamente nel primo volume, di prossima publicazione. di un mio più
ampio studio, intitolato : La Regione Ginlia negli ultimi censimenti.
1084
1549
59
BtìO
71
153
413
464
96
89
319
459
113
464
3085
5884
4^2
41
3tì
47
58
143
IS
119
576 LE NAZIONALITÀ IN AUSTRIA-UNGHERLA.
ionie nelle province tedesche o slave dell'Impero, hanno subito un
aumento quale non |>otrel)hesi immaginare maggiore.
Di fatti gli italiani cittadini dello Stato - esclusi quelli delle tre
Provincie della Regione Giulia, del Trentino e della Dalmazia - eiauo
distribuiti come segue:
Nel 1SH(P Xi.l 1S1H> Xi.| liMII)
Austria inferiore 899
» superiore 97
Salisburgo 146
Stiria 443
Carinzia 119
Carniola 317
Boemia 141
Vorarlberg 1447
Moravia 70
Slesia 36
Galizia 91
Bucovina 44
Come si vede, eccezion fatta per la (larinzia. la Carniola e la Mo-
ravia, la diffusione degli italiani pertinenti allo Stato, in tutte le altre
Provincie deirinterno è cresciuta con un'intensità di gran lunga mag-
giore dell'aumento ordinario della popolazione nelle rispettive provincie.
Nel \'orarlberg. a rao" d'esempio, dove nell" ultimo decennio la popola-
zione indigena è cresciuta in generale del 9.47 lev cento, gli italiani
hanno avuto un aumento delVK».73 per cento: nell'Austria inferiore, di
fronte ad un aumento medio generale del 16 per cento, si ebbe un
aumento di italiani in ragione del 44. Wt per cento. Il che dimostra
come vada crescendo la emigrazione italiana per le provincie austriache,
specie tedesche, oltre che da parte degli italiani del Regno, anche da
parte di quelli delle piovincie adriatiche e del Trentino.
Nella Venezia Giulia, com'è oggi amministrativamente costituita
nel così detto Litorale, mentre il decennio 1880-1890 aveva segnato una
diminuzione dei presenti di cittadinanza austriaca parlanti italiano
(dal 45.4 per cento al 44.6 per cento), il decennio 18'.KJ-19(lO segnò non
solo la riconquista del terreno perduto, ma anche un miglioramento
nelle condizioni della lingua italiana: dessa invece che dal 44.6 per
cento del 181X) e dal 45.4 per cento del 1880 era parlata al 31 dicembre
UKìOdal 4().9 per cento dei cittadini austriaci presenti. Perocché, mentre
l'aumento generale della popolazione indigena presente nel Litorale
fu dal 1890 al 19(X» dell' 8.05 per cento, gli italiani nello stesso periodo
di tempo crebbero del 13.43 per cento. Nel precedente decennio essi
avevano avuto un aumento del ().5 per cento di fronte al 7.34 per
cento dell'aumento medio generale della regione.
Di questo confortante aumento ebbe la parte maggiore Trieste (1).
Nel decennio 1880-1890 il numero dei cittadini austriaci presenti par-
(1) Le condizioni demografiche di Trieste, per altri rispetti ancora molto
interessanti, saranno esposte ampiamente dal dottor FRuHB.A.rER, direttore dell'Uf-
ficio municipale di Statistica, che ha pubblicato per ora i Cenni sommari sul
censimento della popolazione a Trirste al 31 dicembre 1900 (Trieste, 1903). Tra le
cifre ufficiali e quelle pubblicate dall'LTfficio municipale c'è qualche piccola diffe-
renza in danno degli italiani. Per iscrupolo, le cifre qui usate sono le ufficiali.
LE NAZIONALITÀ I.\ ArSTRL\-UNGHERIA 577
lauti italiano era rimasto quasi stazionario, non essendo cresciuto clie
dal 73.6 per cento al 73.8 per cento. Nel 1900 gli italiani indigeni pre-
senti costituivano il 77.3 per cento, essendo cresciuti da 1(K),039 a
116,8^5, con un aumento assoluto di 1(5.786 e con un aumento relativo
del 16.78 per cento di fronte all' 11.52 per cento della popolazione ge-
nerale della città-provincia. 11 dominio assoluto dell'italianità a Trieste
risulta più evidente ancora, quando si divida il territorio della città-
provincia fra la città, il suburbio e l'altipiano. Nella città propria-
mente detta gli italiani costituiscono 1' 88.38 per cento della popola-
zione indigena (95. 94 e d'i per cento nei rioni ])opolari di Città veccbia.
Barriera vecchia e San Giacomo: 84. 81 e 75 per cento nei distretti
di Barriera nuova. San Vito e (liltà nuova, dove abitano in massima
parte gli impiegati forestieri).
11 rimanente -liJ pei' cento della popolazione indigena presente
nella città-provincia di Trieste era costituito da tedeschi e sloveni, i
primi, come fu già rilevato, in aumento, i secondi in diminuzione. Ci
sono poi piccole colonie di czechi, di polacchi, di ruteni, di serbo-
croati, di rumeni che, risultando dal cosmopolitismo commerciale del-
l'emporio, nulla detraggono al quadro cosi luminosamente italiano
della città.
Se volessimo ora Iiraitai-e il nostro esame alle città delVIstria e
alle borgate maggiori, noi potremmo ripetere la constatazione rassi-
curante che esse hanno serbato tutte, in onta ad ogni tentativo di av-
versari, netta e piena la loro figura demografica italiana. Ma anche
comprendendo le campagne sulle quali in tempi più o meno vicini
furono trasportate dall'Austria e da Venezia colonie di varia stirpe
e di vario paese, non ci sarà negato il conforto di constatare che
anche nell'Istria presa insieme la lingua italiana ha fatto nell'ultimo
decennio tali progressi che la statistica ufficiale non ha potuto igno-
rare. Nel decennio pi-ecedente 1880-1890 gli italiani nell'Istria avevano
subito non indifferenti perdite, nel decennio 1890-1900 i-iacquistarono
il perduto: onde la proiiorzione dei parlanti italiano, che era stata del
40.2 per cento nel 1880 ed era discesa al 38.0 per cento nel 1890. ri-
salì al 40.5 per cento nel 19(K». Da 114,291, quanti erano nel 1880. gli
italiani erano cresciuti solo a 118.027 nel 1890 e a ben 136,191 nel 19tHl,
con un aumento di gran lunga inferiore al normale della popolazione
nel primo decennio (3.27 per cento di fronte a 9.10 percento), con un
aumento di molto superiore al normale nel secondo decennio (15.39
per cento di fronte a 8.37 per cento).
11 miglioramento delle condizioni nazionali nell'Istria non è stato
eguale in ogni sua parte.
Rovigno. unica città italiana con proprio statuto, deve, evidente-
mente, all'accresciuto numero d" impiegati tluttuanti l'aumento dei
tedeschi dall' 1.3 al 2 per cento, mentre gli italiani risultano natural-
mente ancor sempre la quasi totalità della popolazione (97.3 per cento).
Di tutti i distretti giudiziari della provincia, quello in cui l'italianità
se andata sviluppando con maggiore intensità è il distretto di Lus-
sino (isola del Quarnero). dove gli italiani, che erano nel 1890 1142.4
per cento, sono saliti al 67.9 per cento - ascensione consolante con
cui fa contrasto doloroso la diminuzione che almeno le cifre ufficiali
vogliono avvenuta negli italiani dei distretti pure insulari di Cherso
(da 26.4 a 25.6 per cento) e di V^eglia (da 7.6 a 7.2 per cento). Con-
solantissimo è pure l'aumento degli italiani nel distretto politico di
3Y Voi. evi. Serie FV . 16 .-jgosto 1903.
Ó78 LE NAZIONALITÀ I.\ Al'STRIA-UNCiHERIA
Pareiizo, (love il {iiudizio di Baie li mostra accresciuti dal IMi.'JaMtS.I
per cento, quello di Montona dal 57.7 ai ().'$.:} per cento e quello di
Parenzo dal (i2.0 al 71.3 per cento.
A Pola e nei suo distretto giudiziario, con lutto lo svilu|)po delle
istituzioni militari, si vede diminuito il numero dei tedesclii (dal li2.(i
alni. 3 per cento), dinìiniiito pure il numero dei serJìo-croati (dal !28.'2
al !25.3 per cento) e cresciuto invece ((uello defili italiani (dal .")3.() al
58.6 per cento). Anche le colonie di altre stirpi domiciliate a Pola sono
in diminuzione (sloveni dal '2.8 al ^.5 per cento e le altre diverse da
1.1 a 0.9 per cento) - esempio luminoso della forza assimilatrice della
nostra stirpe. A Capodistria e Pirano e meno forti a Dignano, l'ita-
lianità ebbe dovunque aumenti, come pure a Pinguente, dove lo stesso
Comune croato dovette segnarli col !2 per cento in più. Non così a
Pisino (la città cui fu imposto il Ginnasio croato), (love gli italiani
liescirouo falcidiati del .5 per cento. La diminuzione degli italiani nel
distretto giudiziario di Albona (dal 3i2.4 al ^4.1 iicr cento) non è fa-
cilmente spiegabile. Ed è del pari in diminuzione relativa l'italianità
del distretto giudiziario di Rovigo che comprende la campagna di Can-
fanaro e Valle (dal 37.3 al 35.3 per cento). Sono invece sintomatiche
le cifre degli italiani nel distretto giudiziario di Volosca, - la rocca
del croafismo - dove dal :2.6 per cento sono saliti al 4.3 per cento.
Non eguale rigoglio ebbe l'italianità nella terza provincia ammi-
nistrativa della Regione Giulia che la lingua ufticiale chiama contea
principesca di Gorisia-Gradisca: i ))arlanti italiani crebbero si, con la
stessa intensità, nei due decenni, ma senza alcuno slancio gran che
maggiore dell'aumento medio della popolazione nella piovincia. In
numero di 73,425 nel 1880, erano 76,514 nel ISitO, con un aumento
del 4.21 per cento di fronte all'aumento medio della provincia del 3.80
per cento; nel 1900 erano aumentati in cifra assoluta a 81,136. con
una percjentuale del 6.04, di fronte al 5.4<) per cento dell'aumento
medio della provincia. Questa stazionarietà si manifesta evidente in
queste cifre: gli italiani costituivano nel 1880 il 35.6. nel 1890 il 35.7,
nel 1900 il 35.9 della popolazione coinplessi\'a della provincia. Gli slo-
veni essendo relativamente dimirmili (d.'ì.o pei- cento nel 1880, t)3.1
l>er cento nel 1890 e (^2.3 per cento nel 19(10), della stazicmarietà degli
italiani e della diminuzione slovena s'avvantaggiarono i tedeschi che,
diminuiti nel primo decennio dal 12.9 per cento al 10.3 per cento,
salirono nel decennio ultimo al 15.5 per cento.
Se ne risente più che tutti la città di Gorizia, che vide crescere il
numero degli italiani dal 70.6 per cento al 74.2 per cento nel decen-
nio 1880-1890 e diminuire invece al 67.8 nel 1900: mentre i tedeschi,
che nei primi dieci anni erano scesi dall' 11. 2 al 7.4 per cento, sono
risaliti all' 11.6 e gli sloveni hanno continuato in amliedue i decenni
la loro intìltrazione che li ha portati dal 7.8 che essi davano alla popo-
lazione della città del 1880, al 20.0 per cento nel 190(1: m(inito grave
alla patria di Graziadio Ascoli. Nel resto del distretto politico di Go-
rizia, che oltre alla città e al circondario comprende i giudizi distret-
tuali di Canale e Aidussina, l'italianità si può dire stazionaria ; in
diminuzione sono gli italiani nel distretto politico di desiano (da 0.8
a 0.(5 per cento) e a quantità trascurabile ridotti nel distretto politico
di Tolmino (0.07 per cento).
In quanto al distretto politico di Gradisca - il vero Friuli - puc)
rilevarsi, .senza alcuna j)reoccuiiazione. un lieve infiltrarsi di sloveni
LE NAZIONALITÀ IN AUSTRL\-UNGHERIA 579
nei distretti giudiziari di Cervignano (da ().C)9 a 0 J4 per cento), di Gra-
disca (da i*.") a 3.5 per cento) e di Monfalcone (da 9.1 a lO.l per cento),
dovunque a danno degli italiani che diminuirono nel decennio : nel
distretto giudiziario di Cervignano da 99.(3 per cento a 99.^. di Gra-
disca da 9(5.7 a 95.5 per cento, di ilonilalcone da 90.4 a 89.4 per cento.
Invece si pi-esentano in aumento non solo assoluto, ma anche rela-
tivo, gli italiani nel distretto giudiziario di Cormons. dove da 7:2.9
sono saliti a 7(i.O per cento, mentre gli sloveni decrebbero da 26.0 a i23.5
ed i tedeschi da 0.96 a 0.47 jter cento.
Dai cenni che precedono sulla Regione Giulia, risulterebbero ad
evidenza due fatti : che. specie a Trieste e nell'Istria, la italianità è
in progresso, lo slavismo nell'essenza nazionale della lingua è in re-
gresso, le colonie tedesche .sono in aumento: che gli italiani, anche
computando i soli « indigeni ». cioè pertinenti allo Stato, costituiscono
vieppiù la maggioranza anche numerica, anche ufficiale del paese, di
fronte a tutte le altre singole nazionalità.
Ghe se poi si considera che dei 44. 169 cittadini esteri residenti
nella Venezia Giulia e specialmente a Trieste e non compresi - come
fu detto in principio - nei calcoli nazionali del censimento, la mas-
sima parte, forse nove decimi, sono italiani, connaturati per nascita,
interessi ed affetti col paese in cui vivono, ne risidta cosi chiaramente
documentato il carattere Jiazionale, che ogni affermazione ed ogni sogno
di avversari dovrebbero infrangersi contro a tanta evidenza di cifre.
Xel Trentino la italianità resiste vittoriosamente ad ogni infiltra-
zione tedesca nel suo territorio così nettamente chiuso. Nella provincia
intera del Tirolo. alla quale oggi ancora è incorporato il Trentino, gli
italiani non avevano avuto nel decennio lSS0-18^t(ì un accrescimento
corrispondente all' aumento medio generale della popolazione, onde
dal 45.4 erano discesi al 45.0 per cento degli abitanti: discesero ulte-
rioimente anche nel susseguente decennio sino a costituire nel 1900
il 44.i2 per cento della popolazione della provincia amministrativa. Ma
(|uesta diminuzione non è dovuta ad un peggioramento delle condi-
zioni linguistiche nel Trentino. Si riconnette invece al fatto democra-
tico per cui, mentre l'aumento della popolazione del Tirolo propria-
mente detto - escluso cioè il Trentino - non fu molto al disotto
dell'aumento medio generale dell'Austria, l'aumento della iiopolazione
nel Trentino fu tenuissima, inferiore non solo a quello medio dell'Au-
stria, ma anche di tutte le singole province eccettuate la Carinzia e
la Carniola, - paesi questi che hanno con alcuni distretti del Trentino
comuni le condizioni economiche sfavorevoli ad un accrescimento della
popolazione (1).
E che la italianità del Trentino non abbia subito nel ventennio che
rsigue menomazioni, siasi anzi affermata qua e là assimilatrice di
gruppi tedeschi, sarà fugacemente mostrato subito. La città di Trento,
anche oggi, come vent'anni or sono, ha italiana 189.3 per cento
della popolazione, mentre il resto è costituito da impiegati ed ospiti
forestieri. Roveredo, che nel decennio 188()-18JH_) aveva veduto accre-
scersi (li alcunché la colonia tedesca, con.servò eguale nel IWK) il nu-
(1) Cesare Battisti, La j)Opolaswiw del Trentino secondo l'anagrafe del 1900
1 iiuH'ottima rivista mensile Tridentnm, anno V, 1902, fase. 4). Il Battisti non tocca
però la questione linguistica, non essendo stati pulibiicati, quand'egli scriveva, i
risultati relativi.
580 LE NAZIONALITÀ LV AUSTRI A-l'XGHERL\
mero relativo degli italiani del 1890, anzi lo accrebbe dell'uno per mille
(94.8 per cento). 1 distretti politici di Ampezzo, Borgo, Cavalese, Pri-
miero. Riva e Trento el)bero qualche lieve aumento dei pai'lanti altra
lingua cbe l'italiana, non però sempre dei tedeschi, che anzi diminui-
rono, relativamente, nei di-stietti di Borgo. Cavalese e Trento a bene-
fìcio di parlanti altre lingue estranee, venuti d'oltre monte o per
ragioni d'ufficio o per ragioni di cura temporanea nei vari luoghi eli-
matici della regione. Gli italiani costituiscono tuttavia la quasi totalità
degli abitanti (98.2 per cento nel distretto di Ampezzo, 97.6 per cento
in quello di Borgo, 94.1 per cento in quello di Cavalese, 99.8 per cento
iu quello di Primiero, 9.'). 7 per cento in quello di Riva e 97.4 pei' cento
nel distretto di Trento). Giova rilevare qui che, nel distretto politico
di Cavalese, il distretto giudiziario di Fassa, da cui ])aili anni sono
il grido d'allarme contro l'annessione di quel territorio a un disfretto
tedesco, i tedeschi costituiscono appena il 2.4 per mille della popola-
zione, mentre gli italiani nel decennio ultimo sono cresciuti di alquanto.
dal 99.5 per cento al 99.7 per cento.
E cresciuti sono gli italiani nei distretti politici fin qui non no-
minati di Cles (96.7 per cento), Roveredo (99.8 ])er cento) e Tione
(99.8 per cento), ovunque a danno dei tedeschi che si assimilano alla
popolazione del paese. La forza assimilatrice tlella lingua italiana o
meglio la diffusione sempre più larga dei parlanti italiano si speri-
mentò anche fuori del Trentino. Il distretto giudiziario di Merano
ebbe accresciuto dal 4.1 al 4.6 per cento il numero degli italiani,
mentre a Bolzano ci fu un aumento di italiani tra il 1880 (11.1 per
cento) e il UKX) (11.4 per cento), ma una lieve diminuzione tra il 1890
(12.0 per cento) e il 19(X).
Alle sorti favorevoli che arrisero alla lotta di conservazione degli
italiani nella Regione Adriatica e nel Tientino, fa doloroso riscontro
la eliminazione degli italiani della Daliuazia dalle statistiche ufficiali.
La penna si ribella allo stile freddo dell'esposizione statistica al leg-
gere le cifre a cui la manipolazione del censimento da parte delle
amministrazioni croate ha ridotto i parlanti italiano nella provincia
di Niccolò Tommaseo. I (JO.OOO italiani di quarant'anni fa erano, nel
censimento del UKX), appena 15,279! Già nel 1880 apparivano costi-
tuire appena il 5.7 per cento della popolazione, ma poi nel decennio
1880-1890, mentre la popolazione della Dalmazia intera s'accresceva
del 10.45 per cento, gli italiani diminuivano a dirittura del 41 per
cento e nel decennio successivo 1890-19(J0, mentre la popolazione com-
plessiva aumentava del 12.22 per cento, gli italiani continuavano a
diminuire del 4.51 per cento. La diminnzione del decennio ultimo fn
minore che nel precedente, non perchè fossero diminuiti gli spiriti
avversi a cui queste falcidiazioni si devono a.scrivere, ma perchè una
soppressione maggiore di italiani sarebbe stata troppo visibile prova
della frode commessa.
Per consentire alle proteste dei fratelli dalmati contro siffatte mi-
stificazioni partigiane che le autorità del Governo non hanno voluto
impedire, non occorre mettere innanzi le cifre a luostrare clie la emi-
grazione dalla Dalmazia, tutta quasi di croati, e la mortalità non
esigua nei distretti rurali controbilanciano la natalità abliondante dei
croati stessi, e che la parte meglio alloggiata e meglio nutrita della
popolazione dalmata, cioè gli italiani, avrebbe dovuto essa sola subire
il flagello di vere pestilenze per ridursi a tale vera distruzione. Basta
LE .NAZIONALITÀ I.V AUSTRIA-l'NGHERIA 581
percorrere per poche ore le città e le casiella della costa dalmata per
avere la prova irrefutabile che l'italiana è Ihigna usuale di un numero
di abitanti ben maggiore di quello segnato nelle statistiche ufficiali.
In alcuni luoghi il numero ufficiale dei parlanti italiano è quasi supe-
rato dal numero degli ascritti alla Lega Nazionale !
Zara, unico Comune che nella Dalmazia resti nelle mani degli
italiani, resiste intlessibile. Su 13.165 abitanti della città e del su-
burbio 11.448 sono italiani, senza contare i 5()1 regnicoli che vi abitano.
Ma Spalato, Sebenico; Cattaro ed altre cittadette si videro falcidiato
il numero dei parlanti italiano in modo tale che è offesa alla ra-
gione. Lesina, dove dopo Zara ed Arbe è notoriamente più diffusa la
lingua italiana, avrebbe meno italiani che Imoschi al confine turco.
Perchè, dove non fanno ombra allo spirito settario, gritaliani si la-
sciano vivere ed anche crescere pur sulle statistiche ufficiali, come
oltre che ad Imoschi avviene a Knin, a Dernis. a Sign. Altrettanto suc-
cede dove le amministrazioni croate furono da personale rettitudine
dei loro capi trattenute dalle frodi. Così nei distretti di Curzola e Ra-
gusa gli italiani sono in aumento, - tutte schiaccianti dimostiazioni
coleste che le risultanze dei censimenti, lungi dal rispecchiare lo stato
vero delle cose nella infelice provincia, sono frutto di mistificazioni
impudenti e persino imprudenti.
Altra dimostrazione del come la partigianeria politica faccia vio-
lenza alla verità offrono i rumeni che vivono ancora nell'Istria, - poveri
rimasugli ili più esteso ceppo romanico, - altra pietruzza di quel mul-
ticolore musaico etnico a cui la sponda orientale dell'Adriatico può
paragonarsi. Nel 1851 lo Czoernig. non certo sospetto, registrava in
Isti'ia '28(H) rumeni, mentre l'inchiesta ufficiale del 1846 ne conosceva
soli l.')51. Il |)rimo censimento compiuto iielTSO coi nuovi criteri della
lingua d'uso, li sopprime tutti! Nel 1890 ricompariscono in numero di
470 e. come per miracolo, nel HMK) salgono a 1311. con un aumento
del 178 per cento! Queste cifre ben giustificano dunque l'opinione che
i rumeni dell'Istria sono molto più numerosi e danno appoggio alla
iniziativa presa dalla Giunta provinciale istriana di salvare a mezzo
di una scuola rumena queste colonie di fratelli altrimenti sacrificate
allo slavismo che le attornia insidioso.
Riniieni in Austria vivono ancora nella Bucovina. dove perdono,
se anche non molto sensibilmente, teneno di fronte ai tedeschi. Onde
sono oggi il 31 6 per cento della popolazione di quella piovincia.
mentre erano il 3:2.4 nel 1S9() e il 33.4 nel 1S8().
E veniamo finalmente ai magiari che nellWustria abitano soltanto
nella Bucovina. Nel decennio 1880-1890 essi ebbero una considerevole
diminuzione che solo in piccole parti compensarono nel decennio suc-
cessivo: onde erano nel 1880 il 17.4, nel 18ÌM) il 1^.7, nel HMHl il 13.1
per cento della popolazione di quella provincia.
E poiché siamo ai magiari, non sarà oggi privo d'interesse uno
sguardo fuggevole oltre i confini della Cisleilania.
Nell'Ungheria, secondo i risultati del censimento del 31 dicem-
bre l'.KK) (1|. la popolazione civile di lingua materna ungheiese era
cresciuta dal 41.1 per cento del 1880 al 45.4 per cento, la popolazione
(1) Poiché le fonti ufficiali unijlieresi sono meno accessibili, rimando il let-
tore a JuRASCHEK. Ergebnissg der Volkssàh/unf/ voi» 31. December 1900 in den
Ldnderii der iingarischen Erone (Slatistische Monaisclirift di Vienna, 1902).
58i2 LE NAZIONALITÀ IN AUSTRIA-UNCrHERIA
con lingua materna tedesca era diiuinuita dal hi.') per cento airil.O
per cento; gli slovacchi erano del pari diminuiti dall'H.i» al 10.5 per
cento, egualmente i rumeni dal 15.4 al 14.(i per cento. La diminu-
zione dei croati fu del 0.7 per cento, dei serbi del 0.(5 per cento. Nella
Croazia-Slavonia la proporzione delle singole nazionalità era la se-
guente: Bi.t) ])er cento croati, ^5.4 per cento serbi. .').() per cento un-
gheresi, 0.7 sloveni. 0.:2 ruteni, ^.7 altre nazionalità. (ìli italiani, che
nel 1900 erano in tutto lo Stato ungarico 27,483, mentre nel 1890 erano
stati 21,885, formano ancor sempre la stragrande maggioranza degli
abitanti di Fiume (1). Particolare interessante, le statistiche uftìciali
ungheresi tengono conto speciale degli zingari che sono in diminu-
zione: ascendevano nel 1880 a 8!3,!25tì, e nel 1890 a 01,(558.
Da altre fonti, non ufficiali, si mette però in luce diversa lo svol-
gimento nazionale dell'Ungheria. Cosi uno dei più noti pubblicisti
ungheresi. Paolo Baiogh. in un'opera di recente pubblicata (2|, dimo-
stra, ad esemi)io; che i rumeni, specie nella Transilvania, hanno con-
quistalo nell'ultimo mezzo secolo 3()i2 Comuni, perdendone soli ()4:
che gli slovacchi tolsero ai ruteni, che nell' Ungheria vanno scompa-
rendo, 147 Comuni, perdendone invece 8(3 a benefìcio degli ungheresi.
I tedeschi conquistarono KiSClomuni e ne perdettero 11(), sicché il bi-
lancio semisecolare si chiude per essi con un guadagno netto di 52
Comuni. Neil' Ungheiia superiore e nella Transilvania i tedeschi sono
in regresso, in progresso invece al di qua del Danu])io e nell'Ungheria
inferiore, specie nel territorio di Cinquechiese. che iniù dirsi germaniz-
zato del tutto (3). ]jo stesso autore mostra anche le i>eidite subite dagli
ungheresi che si videro sottratti negli ultimi cinquant'anni 309 Comuni
dai rumeni, dai tedeschi e dagli slovacchi.
Queste notizie non paiono senza interesse oggi che la questione
delle nazionalità agita, tra il fragore di una vera rivoluzione, i paesi
della corona di Santo Stefano.
Le conclusioni
alle quali è ormai tempo che giunga questa nostra rivista, uè completa
ne perfetta, non saranno audaci né peregrine. Abbiamo veduto i tede-
schi nella Boemia tener fronte alla invasione czeca e respingere vitto-
riosamente la invasione slovena nella Stiria e nella Carinlia, cedere
invece a ruteni e czechi nella Moravia e nella Slesia : - abbiamo veduto
gli italiani controbilanciare l'azione della politica germanofila nel Tren-
tino e mostrare energica forza assimilatrice a Trieste e nell" Istria; - i
polacchi della Galizia assorbire sempre più ruteni e tedeschi ; - i croati
sovrapporsi violentemente agli italiani nella Dalmazia; - gli sloveni
diminuire quasi dovunque; - i magiari, infine, perdere piuttosto che
guadagnare, uell'idtimo mezzo secolo, i titoli al dominio politico che
tengono nei paesi della corona ungarica.
(1) Cfr. anche Cus-iKi-CoNrALONiBRi, Reiasione snir Uiii/lìfrìd . patto I. in Bol-
lettino del Ministero deijli affari esteri, 1002, fa.se. 241.
i2) A nepfajok Magijarorssiigon (Le stirpi in Ungheria). Vrdi un ampio sunto
deiropera nella rivista viennese Die Zeit. 1903. nn. 433 e 134.
t3) S. Rado, Dus Dentschìhnm in l'ngarn. Beilin, 1903.
LE NAZIONALITÀ IN' AUSTRIA-L'N(iHERIA 583
Ma basterà riandare nella memoria i cenni particolari che furono
dati per ogni lingua, per constatare che l'assimilazione di parlanti
altre lingue, la conquista, cioè, di gruppi di persone o di territori
altrui, non ha avuto la parte massima nello sviluppo che certe lingue
(loterono mostrare. Se polacchi, serbocroati, rumeni e magiari hanno
avuto un aumento di molto superiore alla media di tutte le naziona-
lità dell'Austria prese insieme, se questa media non fu raggiiuita da
tedeschi e czecbi, da ruteni e sloveni e infine dagli italiani, se ne deve
ricercare la causa precipua nell'aumento più o meno intenso della
popolazione nei paesi ne" quali le varie nazionalità hanno le loro sedi
più ampie, nella piii o meno anticipata età dei matrimoni, nella mag-
giore o minore fecondità delie donne, nella emigrazione. Cosi si vede
che l'eccedenza dei nati sui morti è molto maggiore della media nella
Galizia, nella Bucovina, nella Dalmazia e nella Slesia, appunto nelle
Provincie in cui abitano in maggior numero polacchi e serbocroati,
rumeni e magiari: - l'eccedenza è minore di molto nella Boemia, in
tutte le Provincie prei)onderantemeide tedesche, nella Carinzia, a Trieste
e nel Trentino, donde il minore accrescimento di tedeschi, di czeclii.
di sloveni, di italiani. Che questo fatto demogratìco non possa riguar-
darsi per tutte le provincie siccome una conferma della teoria socio-
logica cbe la civiltà piìi diffusa tende a limitare il numero delle nascite
(come altri interpreto - troppo genericamente per l' Austria-Ungheria -
l'atìer inazione più prudente di scrittore italiano) (1) è dimostrato dal
solo accenno che si faccia agli sloveni incolti eppure in diminuzione
nelle stesse loro sedi tranquille, e agli italiani del Trentino in mag-
giore diminuzione nei distretti rurali e però meno colti.
Questo fenomeno demografico dà però risalto speciale ai risultati
dei censimenti che siamo andati esaminando, e agli spostamenti lin-
guistici cbe vi abbiamo accertati e che di primo acchito parrebbero
tanto esigui da dimostrare la vanità pratica della lotta nazionale me-
desima. Senonchè di fronte a così generoso aumento naturale delle
nazionalità meno progredite in paesi piuttosto poveri onde sono tratte
alla emigrazione, chi non vede la grande forza di resistenza e di as-
similazione che fu necessaria alle popolazioni più colte obbligate a
integrare il loro crescimento naturale, insufficiente ai bisogni della
loro civiltà più evoluta, con immigranti d'altra nazionalità, attratti
dal facile guadagno, sospinti loro contro anche dalle ineluttabili ten-
denze della politica"? Chi non vede quali risultati disastrosi non si
sarebltero dovuti constatare oggi per le stirpi più colte se questa du-
plice forza fosse loro mancata.'
Un esempio solo basti e venga da Trieste, con la suggestione del-
l'affetto sollecito verso la città cara a quanti sono italiani. Trieste nel
progressivo suo sviluppo ha dovuto aprire le porte non pure ai fra-
telli dell'Istria, del Friuli, del Regno, ma anche a tutte le nazionalità
che l'attorniano, più o meno vicine. Cresciuta la sua popolazione nel
decennio 18t)l)-liK);) da 157,4B5 abitanti a 178,.'J91», dell'aumento per-
centuale risultante del 13.43 solo il ^2.71 per cento fu dato dal movimento
naturale della sua popolazione, il 10.74 per cento fu costituito dal
movimento migratorio. Certo, il maggior numero di immigrati fu dato
da distretti preponderantemente italiani della Regione, ma numerosi
furono anche i tedeschi e gli slavi calati nella città.
(1) A. NiCBFORO. Profili statistici delle nazionalità in Austria - Ungheria, ia
Giornale degli Economisti, giugno 18911, pag. 548 e 550.
584 LE NAZIONALITÀ IX AUSTRIA-UNGHERIA
Prendiamo, per esempio, quelli tra i ])reseiiti a Trieste il 31 de-
cenibi'e 1900 che erano nati nella Carniola, provincia questa che non
ha gruppi di popolazione italiana. Ebbene, dei caruiolici domiciliati
a Trieste ben 6153 si dichiararono italiani, appena "Hil'l sloveni e
1047 tedeschi ! La dimostrazione si potrebbe ripetere per la Carinzia,
la Stii'ia, la Dalmazia, i cui provenienti tedesclii o slavi sono sollecita-
mente assimilati dagli italiani. Non avvieneegualmente invece coi prove-
nienti slavi del Litorale, che sentendo la solidarietà nella lotta contro
ritalianità. sono piti restii ali" assimilazione. Donde l'interesse che per
la difesa del maggiore centro italiano dell'Austria hanno le condizioni
nazionali d'ogni singola parte della Regione, dalla quale devesi cer-
care che vengano e possano venire immigranti italiani, affinchè la
forza innata dell'ambiente triestino possa volgersi rinfrancata non solo
a resistere alla iniiltrazione delle province d'oltre monte. — ciò che non
è difficile - ma a livellare anche sempre più le diseguaglianze tra i
nuovi venuti e le condizioni di vita preesistenti nella loro |iatria
novella.
Nessuna coazione in quest'opeia che è naturale frutto della più
alta civiltà. È il Graecia capta f'erum cepif victorem che si ripete a
Trieste e a Vienna, a Praga e a Cracovia (1). dovunque condizioni
civili ed economiche superiori traggono a sé ed in sé fondono, anche
inconsapevoli, elementi sorvenuti di civiltà inferiori, togliendo così
cause di attriti funesti e ostacoli a più rapido progresso comune. Queste
constatazioni della statistica segnano agli italiani di queste terre
anche la via dell'avvenire: soccorrere l'italianità nella sua naturale
duplice tendenza di diffusione dalle città e dalle borgate della re-
gione verso le campagne - e di assimilazione dei gruppi immigrati
nei centri maggiori. L' una e l'altra tendenza possono e debbono avere
oggi efficacia sol quando abbiano l'ausilio concorde della coltiira, della
forza economica, della preveggenza sociale, sì che l'italianità si an-
nunzi a tutti veramente e dovunque largitrice di completa elevazione
morale e materiale. Così l'opera della difesa nazionale si ricongiunge
qui alle urgenze del problema sociale, che è il tormento e sarà la
gloria dell'epoca nostra.
F. S.\LATA.
(1 1 F. v. Meinzinges. Die biiincnlàiidisciic Wanderung and ilirc EUckirirkuny
niif die Unuiaiigssprache nach der letgten Volkszàhlnng (Statisliehe Monatschrift,
lft02, fase. 11 e 12).
LASSARLE
Dramma storico in quattro atti
dedicato ii Domenico Oliva.
PERSONAGGI.
Elena Donniges Donniges
Sua madre Luigi Rossi
Madame D'Alembert Porlitz
La contessa di Hatzfeldt Wolf
La sorella di Lassalle Oltoff
Ferdinando Lassalle II capitano Liebler
.Ianko Eakowitz
Direttore di giornale
LTn liberale
Primo redattore
Secondo redattore
Primo socialista
Secondo socialista
Dottore
Servi.
ATTO PRIMO.
Sul monto Bigi. L'azione si svo]f;e nel salotto di un albergo ricco, di ca-
rattere svizzero. Un angolo della sala, che sarebbe altrimenti quadra, è smus-
sato ; ivi la parete si apre per un'ampia vetrata, attraverso la quale si vede al-
tissimo il « Pilatus >. La sala ha porte laterali, è adorna semplicemente; vi sono
seggiole e poltrone : in mezzo, una larga tavola con sopra molti fiori e rami d'al-
beri montanini.
SCENA I.
Wolf e un cameriere che va e cieìte secondo la necessità del suo
lavoro.
Wolf — (al cameriere). Di chi sono tutti questi fiori?...
Cameriere. — Son di quei della gita, come quasi tutto ciò che ve-
dete fuor dell'ordine solito.
WoLP. — Hill ! Allora è roba da caricarsi sulla vettura. Benissimo.
{Prende nota sa un taccuino). Ho paura che non basti una vet-
tura a portar tutto... Cameriere!
Cameriere. — Comandi !
AVoLF. — Sapete l'ora precisa della partenza"?
Cameriere. — Ho avuto ordine di preparar subito.
Wolf. — E a me quelle signore lianno dato incarico di trovare una
vettura per tutti i ricordi che portano via dal Rigi.
Cameriere. — Sempre gentile con le signore... (Esce).
5S() LASSAI, I.E
SCENA 11.
WoLP e PoRLiTz (nonio attempato, dalla bella presema e rhil jiroplo
sennf/ico) .
WoLF — (a Pori itz die è entrato). Riverisco, signore! Ella è uno della
brigata?...
PoRLiTZ. — Sì! Anche lei mi pare die salisse in ciiiia al monte, in-
sieme con noi, ieri.
VVoLK. —Si! Feci questa giuccheria. Stamani mi dolgono le gambe,
le spalle... La mia gola, poi, è peggiorata ancora... Fo una bella
cura, sì !...
PoRiiiTZ. — Ella è quassù per curarsi la gola...?
WoLF. — Già !
PoRLiTZ. — È. un buon albergo questo? adatto alla cura della gola?...
WoLF. — Adattissimo, il miglioie della Svi/.zeia : ottimi medici, latte
buono, aria fine e non tro|)pe correnti... E un albergo di gran
credito e poi... c'è anche Ferdinando Lassalle, una celebrità, come
ella capisce.
PoRUTZ. — Ah, anche lui è qui per curaisi...?
WoLF. — Sì, per curarsi Quel grand" uomo! Non le pare?
PoRLiTZ. — Mi pare...
Wor,F. — lo gli debbo questo reumatismo che mi sono preso {si tocca
comicamente le braccia r le spalle]. Ma che vuole, non posso ab-
bandonarlo. E poi rimaner solo, qua!.. Non c"è una persona... pos-
sibile!.. E, giacché vennero, ella e i suoi amici, per vedere il sole
levai'si dall'alto del Rigi e Lassalle veniva con loro, venni anch'io...
PoRLiTZ. — A quanto pare, voi siete molto affezionato al democratico.
WoLF — (con lieta fraHcìiezsa). Gli \oglio bene e lo ammiro.
PoRLiTZ — (malignamente). Mi dicono che sia un po' donnajolo...
WoLF — {guardandolo stupefatto). A quanto pare, voi non volete in-
cominciare la sua apologia.
PouLiTZ. — Eh. chi sa !
WoiiF. — Allora incominciate male, ve l'assicuro io...
PoRLiTZ. — Se voi foste una beila donna vi crederei senz'altro...
WoLF — (seccato). Insomma, io non mi sono mai accorto che in Las-
salle l'ammirazione per le belle signore costituisse un difetto per
esagerazione... di un sentimento normale...
PoRiJTZ. — Oh. sarebbe un difetto... di razza.
WoLF. — Perchè Lassalle è ebreo?...
PoRMTZ. — Appunto. Voi avete, del lesto, una prova della verità di
quel die dico nella fretta che lo ha spinto a seguire in cima al
Rigi le belle signore che erano insieme con noi appena si pre-
sentarono... a rischio di perdere addirittura la voce.
WoLF. — Sarebbe un peccato.
PoRLiTz. — Secondo per chi!...
WoLF. — Certo, per i suoi nemici sarebbe una fortuna : la sua gola
è pili efficace di quella di un cannone per certa gente.
PoRLiTZ. — Dunque voi siete un suo ammiratore... I suoi colpi vi
piacciono.
WoLF. — V'ho detto che è mio amico e che lo stimo!
PORLiTZ. — Oh, questo non vuol diie! {Al cameriere che passa in
quell'istante) Fate sellare i cavalli : si partirà fra poco.
LASSAI. LK 587
Cameribrk. — Va bene! {Esce).
PoRLTTZ — {continuando con aria fra ctrgatu e maligna). I suoi coli>i
dunque vi piacciono.
VV^OLF — {seccato e impicciato). Insomma, clie volete dire..."?
PoRLiTZ. — Oli, sicuro. Infatti è un uomo ammirevole.
WoLF. — Certo.
PoRi.iTZ — {come parlando fra sf-) Ebreo, parla duinanità. Bel-
l'uomo, vive fra le sottane aristocratiche e il popolo lo elegge al-
runanimità. Ha cause ])er qualche secolo di galera e sta in pri-
gione un mese all'anno solamente. Oratore del popolo, viene al
Rigi a curarsi la gola come un cantante da sala...
WoLF. — Ma queste sono malignità die intine le sue idee giustissime
riusciranno sempre a schiacciare.
PoRLiTZ. — No, no. le sue idee non contano nulla... rimane l'uomo.
E quest'uomo io l'ammiro più di voi. Ve l'ho detto dianzi. Egli
non ha che poche lire di rendita. Tanto basta! Griderà abbasso
al caiiitale degli altri, e il suo, troppo esiguo, per fruttargli de-
naro, gli frutterà la fama.
WoLF. — Ma codesto modo di criticare un grand'uomo è troppo ri-
stretto, scusate. E che Lassalle sia un grand'uomo è tuoi- di (lubbio.
Vi sono degli uomini più importanti di noi due, se permettete,
che lo ricono.scono.
PoRLiTZ. — Questo non vuol dire : siamo grandi per tante ragioni...
al mondo! Volete il parere allora di un uomo importante'? .\rrigo
Heine...
WoLF. — Si, Arrigo Heine.
PoRLiTz. — Ebbene, egli dice che Lassalle è un vero tiglio del suo
tempo. E sapete qual'è l'aspirazione dell'epoca presente secondo
il grande poeta? Farsi una base solida. E a ciò. aggiungo io,
nulla di jiiù adatto del socialismo.
WoLF. — Arrigo Heine è un ebreo e gli ebrei mancano di ogni idea-
lità {irritato), sono materialisti e pessimisti.
PoRLiTz. — Avete ragione. Conoscete voi un uomo che adorasse il
dolore e il male, più di Giobbe? Ebbene, egli era un ebreo.
WoLF. — Questo vuoi dire che Lassalle è pochissimo ebreo...
PoRLiTZ — {interrompendo). Non lo credo...
WoLF — {continuando} ...e che gli ebrei non lo possono giudicare.
PoRi.iTZ. — Eccovi allora il parere di un cristiano e per di piii ammi-
ratore di Lassalle liencliè suo nemico, del Bisinarek. Egli ha detto:
Lassalle è un ambizioso alla grande, tutto l'opposto lii qualsiasi
dei soliti repubblicani. Egli tende all'impero, quasi non sa dar
per certo se l'impero sarà sotto la dinastia degli Hohenzollern o
sotto la dinastia Lassalle...
WoLP. — No, no, voi lo giudicate in un modo troppo ristretto!
PoRLiTZ. — Non sono io che giudico cosi. Per mia parte, anzi penso
tutt'altro! Ammiro Lassalle più di voi e sapete perchè? Perchè
sono elireo come lui !
VVoLF. — Eh ! {Fa un atto di stupore).
PoRLiTZ. — Voi siete socialista. La sua parola vi ha conquistato. Gli
volete bene. Io sono della sua razza, ed anch'io gli voglio bene
e batto calorosamente le mani ai suoi discorsi: ma non gli credo.
Mi parlano delle sue avventure amorose, ed io gli fo sempre un
588 LASSALLE
augurio: che non rimanga mai invischiato nella pania, o. se ca-
scherà, caschi bene e in piedi, almeno !
WoLF. — Ma questo è ripugnante !
PoRLiTZ. — No, rammentatevi di quel che deve avervi detto egli stesso:
la libertà di pensiero è sacra! - Lasciatemi la mia libertà e voi
credete a lui. Fin die il socialismo sarà in mano di gente della
mia razza, farete sempre buoni affari. Se ne avessi bisogno, verrei
con voi.
WoLF — {fa gesti di sdegno).
PoRLiTZ. — Non mi fate il viso dell'armi. Se Lassalle volesse parlarvi
con modi semplici e i-udi vi pallerebbe cosi. Però, giacché vedo e
so che gli siete molto amico, dovreste avvertirlo voi per me. La
donna che ora vuol conquistare e che forse ha già conquistata,
mi paie lui po' troppo giovane, un po' troppo bella, im po' troppo
leggera, per lui. Eccovi una prova di stima ! lo vi prego di avvi-
sarlo a tempo.
WoLF. — Scusatemi, perchè vi dispiace che egli corteggi quella signo-
rina ?
PoRLiTZ. — Oh, ecco! lo sapevo! Vi giuro che non mi dispiace aflàtto.
o, per esser più chiaro, che non sono affatto geloso. Se Lassalle
accettasse, metterei a sua disposizione metà del mio capitale, tanto
10 ammiro. Ma egli è superiore a questo e gli torna conto... Ed
io metto a sua disposizione il mio giudizio.
WoLF. — Ma qual'è la ragione di questo "?
PoRLiTZ. — Una simpatia! E percliè non l'avrei io che s(mo suo con-
sanguineo, quasi direi, se l'hanno per lui tanti amici politici"? se
Bismarck gli vuol liv-ne e l'ammira"? lo non ho un partito politico.
Mi piace di proteggere la gente che discende dalla mia specie: sono
un... ultraconservatore.
WoLF. — Se ciò che mi dite è a fin di Ijene io vi credo, troppo l)ene
voglio a Lassalle.
PoRLiTz. — La signorina che egli corteggia è fidanzata ad ini uflìciale
di ottima famiglia. Ella stessa è figlia di un diplomatico notissimo.
Lassalle deve aver due pensieri nell'amarla : o vuole una vittoria
col far sua una bella e ricca giovinetta che è molto imparentata,
molto legata, capite, con la Società che è nemica a lui, e alle sue
idee...
WoLF. — Non lo credo possibile!
PoBLiTZ. — Tanto peggio! Vuol dire che è innamorato ed allora corre
un grave pericolo...
WoLF. — Certo !
PoRLTTz. — Tocca a voi. che gli siete amico, a salvarlo... se lo potrete...
WoLF — (rimane iw po' turbato e poi:) Ma voi siete molto strano!
Cameriere. — Signor Wolf, molti di quei signori son già ritornati.
PoRLrrz — (a Wolf). A più fardi! .. (Esce).
Wolf. — Oh, mi dimenticava della vettura! (Esce).
SCENA 111.
11 Capitano Liebler in borghese e la Signora D'Alembert.
Signora D'Alembert — (dalla porta di messo - a Wolf che avrà in-
contrato). Mi raccomando per i miei fiori e per la mia cerbiatta !
(Al capitano) Continuate, capitano, le vostre malignità !
LASSALLE 589
Capitano. — TuU'altro, può darsi anzi clie abbiate ragione, può darsi
che quell'uomo abbia la sventura d' incontrare così di frequente
delle belle donnine che gli fanno perdei' la testa ! ma io mi adatto
più volentieri a credere che egli non sia se non un femminiero
galante, che fa professione di democratico per aver così voce in
capitolo, che insomma egli non sia molto diverso da noi ufficiali,
che, come voi dite, anche in tempo di pace ci atteggiamo ad uo-
mini spaventosamente terribili clie si danno l'aria di guerrieri,
perchè altrimenti nessuno baderebbe loro.
Signora 1)"Ale.mbert. — Ed anche se fosse così, io credo che egli so-
stenga assai meglio la parte di democratico in mala fede, che molti
ufficiali quella di gueri-ieri in teuipo di pace.
Capitano. — E chi vi dice di no? Intanto ])erò, se volete con questo
alludere a me. vi dirò che io non son di quelli, perchè da quando
vi ho conosciuta, non ho più saputo die cosa fosse la pace...
SuiNORA D'Alembert — {interrompendolo). Occupato sempre a rilu-
strare le armi dei complimenti... Benissimo... Il mio capitano, tra
voi e quell'uomo v'è una differenza che proba])ilmente consiste in
questo: che egli è miglior soldato di voi.
CAPITANO. — Non oso... cont?.*tarvelo. seriamente mi permetto di ag-
giungere: meno leale.
Signora D'Alembert. — Perchè .'... Quale ragione avete di dubitare che
egli non ami il popolo per il quale combatte, per il quale si fa
mettere in |)rigione...
Capitano. — Oh! la prigione!...
Signora D'Alembert. — ...Forse perchè questa sua lotta gli serve
per la celebrità"? Ma sarebbe lo stesso che io dubitassi allora del-
l'amor di patria di coloro che difendono eroicamente la propria
nazion^•. percliè in tal modo diventano anche gloriosi.
C.'Vpitano. — C'è la differenza che amar la patria e combattere per
essa può voler dire morire eroicamente...: difendere il popolo...
come fa Lassalle, può condurre...
Signora D'Alembert. — ...alla prigione!
<^APiTAN0. — ...o all'ammirazione di una bella donnina come voi.
Signora D'Alembert. — Oh, come siete ingiusto verso voi stesso ed
i vostri !
Capitano. — No, sempre sincero. È la forza del paragone che mi fa
parlar così. Pensate! Io fo professione d'uomo d'armi e di genti-
luomo galante e, per avere, non dico un vostro sorriso, ma la
vostra pietà, vi seguo fino su questa rigida montagna, sorreggen-
domi come posso, per non cadere in uno dei mille precipizi, che
sono intorno, al filo della speranza che possiate avere compassione
di me. Ed arrivo quassù, estenuato nella lotta, io vecchio filibu-
stiere dell'amore!... e vedo il democratico Lassalle assaporare con
l'amica vostra, una delle più belle fanciulle che abbia la mi-
glior società berlinese, il più dolce degli amori...
Signora D'Alembert. — Ma Elena lo ama ed egli ama lei profonda-
mente... Si sposeranno.
Capitano. — Ma io non sposerei voi. forse? Ed il mio povero amico
Yanko Racowitz non avi-ebbe sposato la vostra signorina Elena
se il democratico Lassalle non gliel'avesse rubata?
Sui NORA D'Alembert. — Zitto!...
55K) LASSALLE
Capitano. — E che c'è di male"? È un'altra sconfitta ilei nostii. Ra-
kowitz è anch'esso utticiale di nobile faniitj:lia... E voi volete che
io non rimpianga la sorte che ha così improvvisamente mutato
il gusto alle nostre donne"? che concede ad un partigiano del po-
polo, in una deliziosa mattina come questa, una così bella, gen-
tile e nobile fanciulla, per... compagna"? Ed a me. a me, che
dell'amore fo quasi lo scopo della mia vita...
Signora D'Alembert. — Avete da lamentarvi"? In tal caso...
Capitano. — Non avrei da lamentarmi, se voi lo voleste... ma invidio
la sorte di quell'uomo... la invidio! {Guardando attraverso la ve-
trata di sinistra) Guardatelo: egli ritorna con lei pieno di felicità.
Signora D'Alembert. — O di dolore... forse. Essi si amano molto,
sapete"? Bastò che una sera si vedessero in una festa a Berlino,
perchè si amassero. Io so tutto. 1 suoi genitori l'hanno aftidata a
me. Ella dovrà partire fra pochi momenti per Ginevra, e Lassalle
rimarrà qui. Non pensate che se si amancj tanto avranno molto
a soffrire, perchè i parenti di lei .si opporranno di certo al loro
matrimonio?!.. Oh, non avete molto da invidiare!
Capitano. — Voi dimenticate allora un altro vantaggio dei socialisti.
In nome della morale e dell'amor libero, essi possono sempre,
secondo le proprie idee, fuggire con una fanciulla onesta!...
Signora D'Alembert. — E voi non lo fareste?
Capitano. — Ci vorrebbe una forte ragione !
Signora D'Alembert. — Egli ne avreblie una fortissima allora! Ma
Elena non acconsentirà.
Capitano. — Che ne sapete voi?
Signora D'Alembert. — Ne son certa!
SCENA IV.
WoLF. // Capitano Liebler e hi Signora D'Alkmbert.
WoLF — {rientrando). Finalmente ho trovato una vettura a nolo che
porterà tutte le vostre conquiste della montagna.
SicìNORA D'Alembert. — Oh, grazie, grazie!
Capitano. — Scusate, di quali conquiste parlate"?
WoLF. — Non ne avete fatte, voi"?
Capitano — {guardando la signora). Non trop])eI
WoLF. — Vergogna alla vostra età.
Capitano. — Ah, si vede che il socialismo di Lassalle vi ha giovato!
Finirò cól diventare democratico anch'io. Che ne dite, signora?
WoLF. — Voi scherzate e ([uesto mi fa piacere: ma vi assicuro che
io non ho nulla da rimpiangere !
Skì.nora D'Alembert. — Dunque voi siete un discepolo di Ferdinando
Lassalle "?
VVoLF. — Sì, alla mia età son discepolo di un uomo che ha poco più
di trentacinque anni. Da quando venni quassù e lo trovai in
questo stabilimento, ed ebbi parlato e discusso qualche poco con
lui, mi sono convertito, dirò così. Scusatemi, è la prima volta
che fo la mia confessione di fede, ma ne son contento.
Signora D'Alembert. — Com'è strano! In verità quel Lassalle ha una
straordinaria potenza di persuadere.
I.ASSALLE Ó91
( "apitano — (ironico). Permettete, signora"? Vado a dare ordini, perchè
le vostre conquiste siano caricate sulla vettura... [Esce).
WoLF. — Sì, mia signora, non è facile resistere alla sua parola e alla
sua logica. Ve ne sarete accorta. Ieri, durante la nostra gita, egli
ebbe a parlare delle sue idee...
Signora D'Alejibert. — Sì, è vero...
WoLF. — E poi ora io l'amo come un figlio e come un padre insieme.
Signora D'Alembert. — Vi capisco!...
WoLF. — Voi conoscete la signorina Donniges. è vero ''
Signora D'Alembert. — Si. è affidata a me!
WoLF — {con curiosità r premura). Ah, ella conosceva Ferdinando
anche prima d'incontrarlo quassìif
Signora D'Alembert. — Si, perchè"?
WoLF — [si volge attorno dubitoso, come per vedere se qualcuno
l'ascolta; ma ode improvvisamente le voci di Lassalle e di Elena
die arrivano). Eccoli!
SCENA V.
Lassalle, Ei.ena. D'Alembert. Wolf.
Lassalle. — Buon giorno, signora. (Al Wolf) Amico mio!
Elena — (alla sif/nora D'Alembert), .\bbiamo fatto una passeggiata
splendida... Per l'ultima volta... Quanto mi dispiace di dover la-
sciare questo luogo incantevole!
l^ASSALLE — (alla signora d' Alembert). Perchè non lestate ancora"^ Ve
ne sarei grato. Ci sarebbe più luce con voi quassù! i
Signora D'Ale:»bert. — Ho promesso di ricondurla a Ginevra entro
domani ! . . .
Cameriere — (prendendo i fasci di fiori). Sono questi i fiori da por-
tarsi via"?
Signora D'Alimbert. — Sì. (Agli altri) Scusatemi, voglio assistere
ai preparativi della partenza. Anche tu. Elena, affrettati. (Esce).
Wolf. — Vi aiiderò se permettete. {Esce, guardando i due che riman-
gono).
Elena. — Dunque, Ferdinando... tu rimarrai solo, pei- poco... e poi
potremo finalmente...
Lassalle — (interrompendola, con improvvisa passione). Fino a
quando"?... fino a telando"?... Intendi tu la necessità che stringe chi
ama come me, come noi"?...
F.LENA. — Se la intendo!... Ma, ti ripeto, io non vivo più che di te...
Come vedi, ho perfino osato, io, venirti a cercare c[uassù ! Credevo
che tu volessi vincere il tuo afietto. cancellarmi dalla tua mente.
Lassalle. — Oh, tu lo sapevi che era impossibile, clic io eio sottomesso
a te come fanciullo.
Fj.ena. — Ma tu hai il tuo sogno di redenzione ! lo ne sono a volte gelosa !
Lassalle. — Invano! 11 mio cuore mi sospinge ad un punto, il mio
cervello mi distrae verso un altro, lo penso ora a dar vita a ciò
che ho alimentato in me fino dall'adolescenza. Mi sono messo, per
questo, in contatto col ]>opolo, che acclama clii gli vuol bene e
gl'insegna una via per risorgere, come un re : ho vegliato molte
notti per dare sciitta alle genti la mia dottrina democratica : mi
sento tutto pieno di letizia nel sapermi vicino alla verità come
592 LASSALLE
avessi toccato ciò che vi è di più alto per ruoino, liberato da!
pregiudizio, ansioso di guidare al vero i miei compagni di lavoro,
desideroso di concretare in un'opera eterna, come un novello van-
gelo, questa legge di giustizia e di amore... eppure sento che il
mio cervello, il mio pensiero alato e fecondo, non hanno ragioni
])er domare 1" impulso dell'anima. Due mani piccole e nervose
(prende le mani di Elena), questa piccola volpe astuta, m' inca-
tenano e mi turbano, e il pensiero è vano e il dubbio eterno.
Elena. — Dubbio!...
Lassarle. — No! Quando mi sei vicina, tu sei la vincitrice, tu hai la
più eloquente parola nei tuoi begli occhi, nella tua anima com-
plessa. Ma un pensiero terribile mi pesa, tu lo conosci e non lo
comprendi. Io non posso abbandonare la mia lotta e tu sei nel
campo opposto. Vincere? Impossibile! Venire a patti? No! Tu devi
avvicinarti a me di un passo e ti offro la mia gloria e il mio nome.
Ma tu devi mostrarmi di esserne degna, venendo con me libera, per
il mio amore inestinguibile, per la mia ferma volontà.
Elena. — Ancora ti dico, non posso, non posso! Lo sento, sì, v'è qual-
cosa in me del mondo che tu vuoi combattere, che l'orse è neces-
sario distruggere: io sono vittima di quei pregiudizii: si. è la mia
vita quella vanità, quella forma istessa. lo sono legata a tanti
affetti, a tante piccole cose che ti sono estranee... Ne avrei paura !!...
Io sono una pazzerella che non può comprendere ninna cosa pro-
fonda; ma sono profonda nella leggerezza...
Lassalt.e. — Tu vuoi far di te una povera cieca, di te, che vedi chiaro
in tutte le cose. Perchè \uoi tu umiliarmi, espormi ad una repulsa,
per avei- quello che tutti hanno diritto di avere quando amano?
Dillo al tuo mondo: io amo chi voi odiate, per questo vado
con lui e non ha nessun'eco in me la vostra voce. Vieni, vieni.
Non v' è nulla di vero nelle loro abitudini, nelle lor preghiere.
Anche il lusso e la gioia son falsi. Un abito bianco e un abito
nero e molta gente che ti compiange. Io so la vera gioia, perchè
l'ho in me stesso e tu la berrai come un liquore eternamente
dolce.
Elena. — No, non posso, ti direi di sì: t'intendo; ma non posso.
Lassalle. — Bambina, tu hai troppo rispetto per quel mondo che non
ne ha affatto per tutta l'umanità intera.
Elena. — Sì, è vero !
Lass.allb. — Oh! com'è triste! Potessi io infonderti tutta la mia vo-
lontà, farti vincitrice sopra tanti pregiudizii che ti stringon la
mente, piìi del cuore! {Sorridendo come ad un ricordo) Potessi
farti gustare la gioia di colui, che può dire in tìn della sua vita :
Non ho mai portato l'asino!
Elena. — Che vuol dire ?
Lassalle. — È una storia che s'insegna ai ragazzi, perchè la dimen-
tichino presto! È la storia di quel vecchio che andò al mercato
con un suo nipotino e con un asino e che, per contentare lutti i
passanti, invece di farsi portare, finì col portare egli stesso l'asino
sulle spalle...
Elena. — Ah, ah! (Bidè).
Lassalle. — Ridi, ridi: sfogati a rider della favola, non è facile aver
tanta libertà con tutti i portatori di asini che s' incontrano nella
vita.
LASSALLE 593
Elena. — È un bene.
Lassalle. — Sì, perchè si riderebbe troppo.
Elena. — E tu non portasti mai fasino"?
Lassalle. — Mai! Quando da fanciullo lessi quella tavola, oiurai a
me stesso che non avrei mai portato 1" asino.
Elena. — Nemmeno per il socialismo ?
Lassalle. — Non vedo il caso possibile: non l'ho mai portato, ne lo
porterei. Adoro anzi il Bismarck perchè in questo mi somiglia.
Anch'egli è un uomo di ferro.
Elena. — Nemmeno per l'amore '?
Lassalle. — Meno che mai, perchè (|uanlo più l'amore è forte, più
libero vuol essere.
E lena. — Allora io non ti amo perchè non fuggo con te ? !
Lassalle. — Tu sei una bambina viziata che io devo correggere, che
io devo plasmare ad immagine mia. Ora tu sei ancora un po' ma-
lata del male del mondo in cui vivi. In questa figurina di ninfa
amorosa al posto del cuore c'è un po'- di pregiudizio. Non forse
egli si riempie più di ammirazione che di amore"?...
Elena — {con ardore). No, no, tu t'inganni ingiustamente.
Lassalle. — Oh, allora io regolerò quel meccanismo soave e com-
plesso.
Elena. — Non c'è bisogno, egli batte per te !
Lassalle. — Ma non vedi, mia cara, che tu vuoi essere una volpe e
non sei che una inesperta vol|)e"? Non vedi che siamo fatti l'uno
per l'altro, che il nostro destino è- indivisibile: perchè vuoi libe-
rarti, se sei così tanto legata'...
Elena — (posa la testa sitila spalla di lui).
Lass.\lle. — A che pensi f Dimmi ! Voglio saper questo da te: - Che
cosa faresti se mi condannassero a morte e tu mi vedessi salire
il patibolo ?
Elena — {riflettendo prima, poi romanticamente). Aspetterei tinche
avessero troncata la superba testa, perchè gli occhi potessero ve-
dere spengendosi qualche cosa di caro e poi prenderei veleno, un
veleno che avessimo scelto insieme, come il più sicuro.
Lassalle. — La tua risposta mi fa pensare. Oh ! che insieme di misteri
sei tu! Come la donna della volontà è divensa da quella del pen-
siero in te ! Non vedi tu che, dopo quel che hai detto, piccola cosa
sarebbe far quello che ti chiedo"? Tanta cura vorresti avere di me
morto, e. vivo, tu vuoi farmi arrossire !
Elena. — No, io voglio esserne superba ! Esser tua moglie, affron-
tando ogni pericolo, è doppia gloria jier me: quella della mia vit-
toria e quella dell'esser tua !
L.ASSALLE. — Ma come puoi contentarti di me. se non apprezzi, ne
compi'endi le mie idee "?
Elena. — Oh, vanaglorioso ! Tu vuoi forzarmi a dire che tu sei un
uomo grande !
Lassalle. — No, no ! Voglio molto meno e molto più, voglio che tu
sii mia !
Elena. — Lo sai, sono tutta tua, io ti amo. Così con te sola io penso
come tu vuoi, mi par d'essere un'eroina d'amore.
Lass.alle. — Adunque vieni, lascia ogni regola che ti darebbe tanti
dolori. Andremo dove tu vorrai, purché tu venga con me, libera;
ma lascia per questo amore infinito tutto ciò che ti lega ancora al
38 Voi. evi, Serie IV . IB agosto 1903.
594 LASSALLE
tuo mondo: che nulla di ciò che è contro le mie idee abbia a con-
taminare il più puro dei miei sentimenti : dà questa gioia a chi
ha combattuto tanto!...
Elena. — No, Ferdinando, dinanzi a te io direi di sì. ]ier impulso mio
ti seguirei dovunque, ma tu mi ricorderesti poi sempre ciò che mi
lega altrove.
Lassalle. — Saprò farli dimenticare lutto, rimani... Non partire con
loro, tu sei mia, rimani, andremo lontano!
Elena. — No, lasciami il diritto di lottare contro il mio mondo. Lascia
ch'io persuada i miei. Se mi ami, concedimi di divenire tua sposa,
che tu sia riconosciuto ed apprezzato dalla mia famiglia come il
più degno.
Lassalle — (rasseynamlosi). Giacche vuoi cosi... Non posso più tratte-
nerti: s'affretta il termine. Ma io i-imarrò. solo, su questa mon-
tagna... e tu !..
Elena. — Mi basterà di giungere a casa ! Tu volerai a Ginevra dai
miei, lo li preparerò. 11 tuo nome è grande per la Germania, per
il mondo... essi intenderanno... ti apprezzeranno, come io ti amo.
Tu avrai fatto questo sacrifizio per amor mio!...
SCENA VL
Entra la Suìnoua I)"Alemhri!t. /«'•»/*•? Elena c ^jp*- ?rtsc('rtre Lassalle.
SioNORA D'Aj.embert. — Elcua... ti aspettano...
Elena. — Si, si. {A Lassalle) Addio!
Lassalle — (alla signora I)' Alemherf). Signora, voi sapete ormai quanto
io ami questa fanciulla. Ora io l'affido a voi. Lasciate che nella
discesa., essa limanga un po' sola... Ha grandi cose a cui
pensare !
Skìnoha D'Alembert. — Sì, sì, ho capito. Arrivederci a presto...
adunque...
Lassalle. — Signora... aiutatemi! {La saluta. Ad Elena) Stiingi forte
queste mani .. Forse liuscirò ad inipiimcie in te... un po' del mio
gigantesco volere.
Elena. — Voglio !
Lassalle. — Addio! {Si lasciano).
SCENA VII.
{Appena uscite, L.^SSALLE apre il balcone ed appo(j(jia le braccia
sul limite dell'imposta, cercando di vedere senza essere veduto. Sal-
gono rumori dalla via. Si sente la comitiva che accoglie con un
grido di meraviglia e di soddisfazione le signore che giungono. Qualche
grido piii alto di partewsa).
Una voce. — Intoniamo la canzoncina: « Che bel gicnrio d'aprile! »
LTna seconda voce. — No. no ! Silenzio !
Lassalle — {pensieroso e triste osserva la camitira che si allontana:
le voci si perdono).
WoLF — [entra, scorge Lassalle. lo fissa un po' in<[uieto e poi gli batte
sulla spalla). È dunque vero! Tu ami... Non volevo crederlo.
Lassalle. — Che ne sai tu'.'
LAS.SALI.E 595
WoLF. — Me ne hanno parlato. Già se ne fliscorre...
Lassa LLE. —Sì?!...
WoLF. — ...e dai tuoi nemici: tu vuoi perderti. Quella fanciulla non
appartiene alla classe per cui tu combatti, né alla tua.
Lassalle. — Vedi, amico mio. lo penso che forse gioverò più ai miei
principi, con quella conquista, che con mille discorsi.
VVoLF. — Se ami davvero non ])uoi esser sicuro, né confidare in india:
se non lo fai per amore, l'impresa è ancor più anlua.
Lassalle. — No. l'amore mi guida: ma anche la necessità di vincere
uno dei più tristi pregiudizi dell "umanità.
WoLF. — Troppe cose ti guidano, perchè tu possa andar diritto. Io
da amico e da vecchio non ti ci consiglio. In amore lascia fare
esperimonti agli altri. È meglio. Non si sa mai come si finisce.
Lassalle. — Ma tu credi allora che io non sia abbastanza innamo-
rato di lei...
WoLF. — Allora io ti dico che lo sei troppo e che per un uomo come
te è un errore, una debolezza che può esser fatale. La donna non
deve trascinare un pensatole, un combattente come te alla rovina.
Lassalle. — È inutile...
WoLF. — E tu vai incontro alla rovina. Tu credi di poter conquistare
la tua donna fra i tuoi nemici e non sei che per inginocchiarti
dinanzi a loro...
Lassalle. — Lo so... Ho cercalo anciie di evitarlo... Ma ora è impos-
sibile per me fare altrimenti.
WoLF. — Son certo che ti scherniranno.
Lassallk. — Lo so. Oh, mio vecchio amico, tu mi vedi torse diverso
da quello che sono : per il poco tempo che tu mi conosci, tu mi
ami già troppo. Tu mi attribuisci forze superiori... lo stesso anche
mi sento a molti superiore in alcune virtù. Ma la natura ha vo-
luto essere severa. Essa poteva far di me un conquistatore di idee
e di uomini, inalterabile, invincibile... e, forse per un suo ca-
priccio, non avrà fatto di me che uno schiavo. L'infimo uomo
della folla morde meno di me la catena della servitù che natura
mi ha imposto. Che cosa è in me slesso"? Carattere d'origine, spi-
rito estetico, bisogno di riposo, sete, ardoref... Basta che una donna
strana e sa])iente mi s'avvicini, perchè... io sia uno schiavo.
( VVolf fa atti dì stupore). Tu inorridisci 1 Ecco, a te già così
fiducioso in me, ora io sembro ridicolo... Hai voluto uno sfogo ed
io ne avevo bisogno. Quella donna ora mi trascinerà. Sai tu dove'?...
Oh, mio caro, io sono come un fiume che non si conosce, che è
ricco d'acque e d'umoii che alimentano e fecondano... ma che
bisogna percorrere fino in fondo al suo corso, per vedere se il
trionfo del mare lo pone tra' pi-imi. o la fortuna di un fiume mag-
giore non lo assoggetta alla piena delle sue acque...
VVoLF. — Oh. quasi, mi fai pena... Ma non oso compiangerti... perchè
ho troppa fede nella tua vittoria. . Ma temo...
Lassalle. — Basta, vedremo... Quando non si crede in Dio, si può
credere nel tVito... {Al mmeriprc clic passa) Ehi. domani partirò:
preparate!
CALA LA TELA.
òm
ATTO SECONDO.
Albergo in Ginevra. Porte a destra, a sinistra e in fondo: scrivania, lit)ri,
valìgie, ecc.
SCENA T.
Lassaij.e. Oi.toff. Rossi. Primo e secondo democratico.
Lassalle — {ad un tavolino scrive una lettera, gli sono prossimi due
signori - democvaUeì - ad aspettare. In disparte sono Oltoff e Rossi.
Dopo avere scritto la lettera la consegna a quelli e dice:) A voi,
eccovi questa lettera. Leggetela al Comitato. Terrà luogo della
mia parola.
Primo democratico. — È dunque proprio impossibile.'
Lassalle. — Assolutamente. Riconosco 1" importanza dell'avvenimento
che si prepara da voi; non nego che la mia intluenza gioverebbe...
Secondo democratico. — Oh, moltissimo! L" idea ha molti oppositori :
c'è bisogno d'uomini forti ed eloquenti come voi.
Lassalle. — Oh. io spero che tutto si compirà certamente. Nella Sviz-
zera c'è troppo buon senso e troppa onestà perchè si debba impe-
dire quello per cui voi combattete : anche la Svizzera certamente
abbattei'à la pena di morte: da troppo si lavora per questo.
Primo be.mocratico. — Voi ci date libertà di pubblicare questa vostra
lettera ?
Lassalle — (un po' turbato). Sì, ma non subito: fra giorni. Non vo-
glio si sappia da troppi che io sono a Ginevra...
Primo democratico. — Come volete...
Secondo de.mocr.\tico. — Allora noi porteremo solamente il vostro sa-
luto ai compagni di fede.
Lassalle. — Non posso far di più in questo momento...
Primo democratico. — Ma voi dovreste anche fra noi giovare con la
vostra opera ordinatrice: anche il nostro popolo aspetta qualche
cosa di più risoluto, di più fermo che non il liberalismo.
Lassalle. — Amici miei, voi sapete quali lotte io combatta in Ger-
mania per i miei principi. Lotta contro gli oppositori del jiensieio
socialista, e discussione con i miei compagni. Io reputo ciie il
mio popolo non potrà migliorarsi, se non riuscendo a strappare
allo Stato stesso le forze che gli sono necessarie. Intanto però i
miei nemici mi accusano di internazionalismo per mettermi contro
tutti quegli operai tedeschi che amano la pati-ia. la quale altra ver.sa.
e voi lo sapete, in questo tempo, un periodo assai triste. V'è bi-
sogno, nel paese, di fermezza contro quelli di fuori, e di criterio
fra quelli di dentro. Su di me pesa una responsabità immensa. Io
per primo ho gridato ai lavoratori, con voce che è stata larga-
mente udita (perchè la cruda verità ormai fatalmente s'impone),
io ho gridato ai lavoratori : È l'ora che voi riconosciate la vostra
forza ed il vostro diritto: che vi sciogliale dalla catena arrugginita
LASSALLE 597
delle consuetudini, dei pregiudizi; è l'ora che i vostri occhi siano
aperti dinanzi al male ed al bene, perchè possiate leggere nel pro-
fondo dell'anima agli uomini che dicono di fare il vostro interesse
e intendere quali principi vi hanno, fino ad oggi, fatti schiavi del
vostro stesso lavoro; perchè la dominazione di una classe qual-
siasi è un attentato all'umanità. U socialismo, che abolirà ogni pri-
vilegio di classe, è un tributo che si deve rendere all'umanità.
Primo democratico. — Oh, è giusto, e voi dite cosi bene ciò che è
giusto! Ma, anche il nostro popolo ha bisogno di codesti principi:
la vostra parola gli sart'bbe di grande conforto ed incitamento.
Lassalle. — E vero, quei principi sono per tutti i popoli.
Secondo democratico. — E perchè allora li volete solamente per il
vostro popolo tedesco'
Lassalle. — Perchè presentemente io debbo lottare contro tedeschi,
e devo, contro loro, esser tedesco anch'io. Perchè io non sono un
teorico 1 To non voglio ingannare il popolo ; e le utopie e le teorie
lo ingannano. Io voglio che intanto, il mio, tragga, da questi prin-
cipii, quanto più può a suo vantaggio, lottando contro lo Stato
che non deve essere altro che il popolo stesso. La Germania deve
badai'e presentemente a fortificarsi, ed io non voglio apparire un
nemico di lei, seminando altrove i miei consigli. Abbastanza mi
accusano di essere un traditore! Io vi ripeto, non posso, con un
mio errore, far soffrire per nulla la gente che lavora onestamente
e mi segue fiduciosa.
Primo democratico. — Ma per la pena di morte ci avete dato una vo-
stra lettera...
Lassai.i.e. — Quello è un dovere che va oltre gì" interessi di classe.
Del resto altri vi parlano di queste idee. E voi non avete che ad
ascoltare la loro voce ed i loro scritti. L^n giorno forse anch'io
assurgerò ad una più estesa visione di riforma. Presentemente,
miei cari amici, io non posso che ricordarvi in privato quello che
nel mio paese ho detto in pubblico, ed ho scritto. Io vi dico di
riunire tutte le forze operaie in una vasta istituzione produttiva.
Essa fa là degli opeiai i veri capi-fabbrica, e toglierà agli intra-
prenditoi'i estranei la possibilità di godere ingiustamente di quei
benefizi, che soltanto al lavoro sono dovuti. Obbligate! - ed ecco
la forza del grande edificio - obbligate i goveini ad aiutare questa
istituzione col dare agli operai i diritti politici, ed avrete un me-
todo chiaro e semplice anche per voi. L'opera mia, la mia parola
potrebbe adornare la verità: ma voi saprete farlo per me: la ve-
rità non Ila bisogno di esser troppo adornata per essere bella e
per innamorare chi ne sente anche troppo la necessità.
I' Secondo democratico. — Sia come volete! Ma prima di partire mi
I auguro che vorrete dare uno sguardo al nostro lavoro.
■ Lassalle. — Non ve lo prometto. Vi dico però che lo farò, potendolo;
ì perchè sono desideroso di vedere il cammino che si è compiuto
da voi. 11 mio pensiero vi segue.
Primo democratico. — Rammentatevi di noi e... basta!... {Esce col
suo comparilo).
Oltofk. — Ora che hai finito, permettimi che ti presenti questo amico,
il signor Rossi. Abbiamo saputo che tu eri a Ginevra. Egli ha vo-
hito fidare sulla amicizia che tu hai per me, per salutarti.
598 LASSALI, K
Lassalle. — Troppo buono! Infatti io non avrei voluto parlare a nes-
suno. A te solo, die sei un intimo amico, non ho potuto dir di no.
RossL — Sono stato adunque fortunato.
Oltoff. — Egli è un italiano!
Lassalle. — Allora un figlio della rivoluzione.'
Rossi. — Sì!
Lassalle. — Una sacra ribellione perchè unificatrice. Essa ha creato
uno Slato, una forza viva che può rendere grande un popolo che
rinasce.
Rossi. — Poteva accadere; ma non è accaduto: ne accadrà per ora
da noi. È appena finita l'èra dei grandi entusiasmi e già comincia
fatalmente quella degli interessi.
L.\ssalle. — Ma in uno Stato è necessario. Voi siete demografico !
Oltoff. — Egli è un tuo ammiratore!
Rossi. — Sono vostro ammiratore: ma internazionalista, quindi non
vostro seguace.
Lassalle. — Io sono ora necessariamente attaccato al mio Stato per-
chè amo positivamente e seriamente il mio popolo.
Rossi. — Ed io appunto per questo non sono ! Ormai i sistemi di go-
verno si formano indipendentemente dalle sorti del popolo. Egli
dovrà formarne uno piii vasto senza pregiudizi, universale. Amo
rifalla mia e per Lei ho combattuto: ma sento che avrò da ver-
.sare molte lacrime sulla sorte dei suoi figli !
Lassalle. — Anche codesto è necessario. Ma contro la legge ferrea
delle mercedi necessarie, v' è una legge fatale dalla quale non è
estraneo lo Sfato. Per mezzo di una nazione forte, con l'aiuto di
uno Stato dalle forti ed unite basi, deve sorgere finalmente quella
ch'io credo la salvezza unica dei lavoratori, la produzione coope-
rativa. Aiutando la classe operaia lo Stato aiuta se stesso, perchè
essa lo rappresenta.
Rossi. — Qualcuno che formò l'unità della mia nazione è ora dimen-
ticato perdiè adorò il popolo e concepì alte idee i»er lui.
Lassalle. — Oh, io vorrei per la Prussia la sorte ilei vostro Pie-
monte.
Rossi. — Ormai io sono convinto che il movimento sociale deve es-
sere, e lo impone la sua natura, cosmopolita.
Lassalle. — Sarà forse un giorno e Mar.\ pensa così con i comunisti
di Parigi. 11 suffragio universale però darà ragione, io credo, a chi
saprà agire lentamente e profondamente. Io non .sono un segreto
visionario. Amo l'umanità come Rousseau. Non mi fido degli
uomini. Che im|)oita a me individualmente di loro? Togli via
l'uomo dalla moltitudine: la sua natura non è che un i)o' di irra-
zionalità. Lascialo là nella moltitudine al suo posto: egli sarà
parte integrale di un tutto, cieco a dir vero, spesso, ma sempre
infallibile. L'umanità cammina sempre sulla sua strada, tende ad
uno scopo fìsso, ma inconsapevole, nel buio come un viaggiatore
nella notte. Il suono rumoroso delle parole col quale si aiuta nel-
l'oscurità, e tenta rintracciar la strada e la meta, poco vale. -La
più parte delle parole si perde, esse sono lanciate là piive di senso
e di ragione, prodotte solamente per eccitare, come l'abbaiar del
cane fra le ruote del caiTo. Chi incita sono i regolatori e reggi-
tori, quelli che fanno la carreggiata : gli antichi eroi, i filantropi,
i semidei, gli umanifari.
LASSALI.E 599
Rossi. — Voi duuque non solo credete che le nazioni delibano ancora
essere degli enti opposti e diversi; ma forse credete anctie che il
popolo si possa democraticamente guidare da un solo uomo"?
Lassalle. — 1^ perchè no? Come non bisogna confondere la politica
con l'economia, così non si deve sopprimere l'individuo in nome
dell'umanità: ciò sarebbe non far tutto l'interesse dell'umanità
stessa: vi sono degli uomini che vanno guidati, e sono la maggio-
ranza, ve ne sono altri che creano e compiono da soli quanto un
popolo desidera ed un'idea comanda.
Rossi. — Non lo nego, poiché son dinanzi ad un esempio die mi da-
rebbe torto altrimenti.
Oltoff. — Un uomo che veramente ha agito e sofferto per la sua
idea...
Lassalle. — Non ho fatto nessun sacrifizio; ma ho seguito il mio
istinto naturale. Quando per la prima volta entrai in lotta aperta,
e fu nel famoso processo che tutti conoscono, sentivo una gioia
in me, che m'accendeva come un eroe antico.
Oi.TOFF. — Ma non potendoti fare altro ti accusarono anche di ladro.
Lassalle. — Che giovò a loro ? che male mi fecero i Tanto meglio.
Ed ora non mi accusano essi di tutto, e non accuseranno tutti i
miei seguaci ?
Rossi. — È vero !
L.\SSALLE. — Ma che mi fanno? lo ho sempre l'ardore di quando avevo
vent'anni.. Essi ])ossono chiudermi ogni strada, non faranno che
aprirmene delle nuove, ignote a tutti. Anche nel mio affetto, nei miei
più riposti e puri desideri oseranno offendermi, lo so, me l'aspetto;
ma io li sfido. Sono sempre il medesimo che affrontò l'accordo di
molti per il trionfo della giustizia. Quando si hanno idee come la
mia non si può vivere comodamente.
Rossi. — Quando voi difendeste la contessa di Hatzfeldt dovete averne
sofferte molte.
L.\ssALLE. — Molte !
Rossi. — Ma l'amore vi guidava e a vent'anni l'amore è una grande
spinta.
L.\ss.\LLE — (in-ifafo). Ecco subito. Quanto siamo ancora indietro! Un
uomo non può tutelare pubblicamente gl'interessi di una donna
senza che si dica: è il suo amante ; anche se la causa di questa
donna è nobile e sacra per un uomo d'azione e di fede. Non vuol
dire: chi la difende è il suo amante.
Rossi. — Scusatemi, se ho preso troppo sul serio una voce che corre...
Lassalle. — A me non importa degli altri. Io so che- difendendo
quella donna mi parve di muovere una causa contro l'aiistocra-
zia, contro gli intrighi della sconfinata ricchezza, contro il Go-
verno, contro ogni sorta di pregiudizi. La ragione delie sventure
della povera contessa consisteva unicamente nel fatto che il suo
animo nobile ed elevato non aveva mai voluto abbassarsi e sotto-
porsi alla volontà tirannica del marito, uè lusingaine gli ignobili
capricci che lo facevano rifuggire da tutto ciò che è bello, vero e
sublime. Quella donna che aveva languito per venti anni nel dolore,
colpita nella sua dignità di donna, nel suo affetto di madre, aveva
riposto nelle mie giovani e forti mani la sua sorte. Ella per me
rappresentava tutte le ingiustizie passate ormai nelle coscienze di
ognuno, tutti i soprusi del potere, della forza, della ricchezza,
600 LASSARLE
diretti contro il debole, e tutte le violazioni dei nostri diritti ci-
vili. {Con ardore) Perseguitato ed accusato io stesso, dinanzi ai
tribunali condussi da solo il dibattimento che durò sette giorni e
smascherai i vergognosi testimoni. In un discorso che diu'ò sei
ore. rifeci la storia di quell'esistenza, di quel matrimonio, sconfìssi
indirettamente il conte con tutti i suoi complici. Tutta la città, la
popolazione intera piangeva dall'entusiasmo!...
Rossi. — Che vittoria !
Lassalle. — Vittoria della giustizia e dell" idea, percliè il popolo mi
comprese. Da quel giorno si sparse la fama della mia eloquenza e
del mio carattere. Tutti mi pioclamarono cai)ace di far fronte al
HKmdo intero, in nome dei miei principii democratici. Né mi rat-
tenni. Xè mi fermai un momento nella lotta, non ostante ogni
soila di calunnie, nonostante che io abbia spesso dovuto ricono-
scere la mia suprema gioia nel vedere alcuno che mi ammirava
solo perchè mi temeva, non ostante che a noi costi caro il più
naturale affetto e che i nostri nemici abbiano sempre pronto un
pugno del loro fango.
SCENA 11.
Lassali.e, Rossi, Oltoff e lx cameriere.
Cameriere — - (dice alcune paiole piano a Lassalle).
Lassalle — {turbato alquanto). Fa passare di là {accenna a sinistra.
Agli altri) Amici, perdonatemi...
Rossi. — Oh, fate pure ! \'o via col desiderio di stare ancora con voi:
ma ci rivedremo !
Lassalle. — Spero !
Oltoff. — Addio, Ferdinando. {Escono).
Lassalle — {salutandolo). Addio ! (Si dirioe ferso la porta di sinistra
ed entra Elena).
SCENA 111.
Elena e Lassalle.
Lassalle — {vedendola). Sola !
Elena. — Son dovuta fuggire per te. Fuggirli tutti. Essi ti odiano !
Al nome tuo hanno inveito contro di me come se fossi stata rea
del più grande delitto. Ma io sono fuggita. Eccomi tua I Por-
tami via !
Lassalle. — *0h, ero certo che non ti avrebbero ascoltato, che avreb-
bero creduto di sacrificarti dandoti a me. Tu hai confidato in
loro, ma in questo momento, vedi a che cosa ti sei esposta? hai
dovuto fuggire!
Elena. — Si, è vero, perdonami. Io fidavo in loro; credevo di poter
parlare di te come ti amo e ti rispetto. Ma ora son fuggita pei" te.
Essi ti odiano, oh, come! non capiscono che io possa essere tua.
per sempre...
Lassalle. — Tutto si riraedierà... Ma ora che accadrà di te"?!
Elena. — Di me? Ma questo è il momento di fuggire al più presto.
Ora sì, è necessario...
Lassalle. — Sì ? Appunto ora no !
Elexa. — Come! Perchè? perchè?
LASSALLK 601
Lassalle. — Non fuggo io! (Pausa). Chi sono io, che mi si respinge
c<jsi? (Pausa). Perchè dovrei prenderti ora. che vieni a me costretta
da chi non ti ama, mentre non hai voluto seguirmi quand' eri
libera"?...
Elexa. — Oh, Ferdinando !
Lassali-e. — Debbo difenderti, ora. Dalle loro mani ti voglio oramai.
Ora tu sei proprietà di loro, anche nell'anima tua, perchè la tua
coscienza è impegnata. Ed io... che mi sono rimesso a quello che
bai voluto... debbo avere la forza di vincere!...
Elena. — Ma è una pazzia codesta ! Tu rovini il nostro amore. Fug-
giamo, portami via : forse mia madre ha già indovinato dove sono,
forse è vicina.
[jAss.ai.le. — Ma è bene, cosi deve essere: ella mi conoscerà, tanto
meglio !
Ele.va. — Essi non ti ascolteranno... essi non ti credono... sono egoisti
e calpesteranno anche me se io tornerò da loro...
Lassalle. — Se tu non vorrai tornare, farò venire presto la contessa...
tu vivrai con lei!
Elexa. — La contessa! E tu vuoi che io resti con lei'! Ah ! come t "illudi !
M'hanno detto che è la tua amante...
(Pausa).
L.ASSALLE. — Verrà mia sorella: su lei non avranno nulla da diie.
Ele.va. — Oh. impossibile. Ferdinando! lo non t'intendo più!... Tu
spezzi ogni mia fede, ogni mio entusiasmo.
Lass.alle. —Forse tu mi hai creduto leggero (piando ti proposi di amarmi
liberamente, hai creduto che io temessi di affrontare le avversità
inevitabili... ed ora che tu mi vedi in tutta la mia forza, quale
son sempre stato... tu tremi. (Pausa). Vedi come sono diverso io
da loro-?! Essi non vogliono che tu sia mia moglie, tu vieni a me
ed io non ti prendo... per questo aspetto. Ora nessuno deve pen-
sare a nulla d" impuro nel mio amore per te. È giusto che io faccia
vedere ai tuoi ed a te come io intenda la libertà...
Elena. — No! (Dolorosamente) Rassegnati alle sorti della vita!...
Lassalle. — Fanciulla che sei!... non vedi ormai che, se lo facessi,
domani mi vergognerei di me stesso... {Prenrletifìole le matii).
E tu"?
Ei.ex.a — (sin<jhiozza. colpila).
L.\ssALLE. — Non teuiere: ti pare clic io sia un uomo debole"? Ti pare
che io non abbia la forza di sfidare un pericolo, avendo fra le
braccia la mia sposa"? Ti sembro lui vile io. che tu debba pian-
gere?...
Ele.xa. — No, no. (Con ardente dolore) Io sono debole: io ho disfatto
l'incanto dei nostro amore, io che ho paura, ora. ho paura...
io che sento il rimorso di essere stata leggei'a !
La-ssalle. — Il rimedio è facile! Segui da qui innanzi la mia volontà,
ora che conosci i miei consigli...
Elexa. — Si, sì, purché tu mi salvi: purché divenga tua per sempre
e non più di loro...
Lassalle. — Tu sei, già. mia!
Elexa. — Ma che bisogna fare ora"? Che vuoi che io faccia?
Lassalle. — Torna da loro... torna da loro! Non bisogna inasprire
la loro ferita... io poi...
60^ I.ASSALI.E
Elena. — No! Ah! [Improvvisamente e con impeto) Tu non mi ami!
Lassalle. — Taci, taci! Ma... non è pei' te. ch'io intraprendo una
lotta terribile contro quelli che ti strappano a me. ed hanno in
loro soccorso una casta intera e la legge...
Ej.ena. — Tu non vincerai!
Lassai. LE. — È necessario e voglio! Se non ti amassi, t'uggirei con te ora!
[Si odono delle voci lievi, ma concitate).
Elena. — Senti^i?... Ascolta! La voce di mia madre... Oh. perchè non
siamo fuggiti!
Lassalle. — Tua madre"' Ah. ce la manda la sorte!
SCENA IV.
Elena, L.\ssalle e la madre di Elena.
La jl\di«e — [entra improvvisamente rivolrjendosi verso saa fii/lia :
ma scorf/e Lassalle). Elena, qui in presenza del signor Lassalle
non voglio parlarti. Vieni.
Lass.Alle ^— (interrompendo, con nobile dolcezza). Si assicuri, signora,
che io non cercherei di meglio die provarle ora e sempre il mio
rispetto e la mia venerazione, lo non dimenticherò mai che ella
è la madre di quella che sarà mia.
Madre. — Oh. non mi rammentate nemmeno come tale! Voi avete
reso mia figlia pazza di voi e delle vostre idee disoneste. Avete
tentato disfare la pace della mia famiglia, perchè mio marito è
un vostro nemico. [Ad Elena) Elena, egli vuole ingannarti e rovinare
tuo padre. Tu sei un partito per lui, e niente altro. Egli ha tra-
dito tuo j)adre!
Elena — [rimane fredda, ma un po' colpita).
Lassalle — [serenamente). Voi siete tioppo commossa, e con ragione,
perchè possiate intendere quali nobili principii hanno sempre gui-
dato il mio purissimo affetto ]ier vostra figlia. Ma ricorrerò a
vostro marito.
Madre. — Si, sì, o piuttosto ad altri che ha anche |)iìi forti diritti.
Ma vi faranno cacciare dai servi.
Lassalle — [sempre nobilmente). Ah, non sono uomo che si tratti
così! In tal caso avrò piena libertà: voi mi avrete costretto...
Madre. — Già ne avete avuta di liberlà, che avete costretto mia figlia
a tal pinito di lasciar la casa e fuggir da voi...
Elena. — Non è vero! Io stessa fuggii per la vostra crudeltà!...
Lassalle. — Taci, taci. [L'acquieta).
Elena — [si stringe al suo petto).
Lassalle — [alla madre). Non possiamo continuare, signora, in pa-
role cosi tristi per me, cosi amare per voi. C è bisogno che vi
provi chi sono e vi faccia conoscere perchè vostra figlia mi ama !
Voi pensate davvero che io abbia rapita a voi vostra figlia? Avete
torto. [Ad Elena) Elena, juioi tu far tutto per me f
Elena. — Sì, ma non potrò tornar da loro!
Lassalle. — È api>unto questo che voglio! È un gran saciifìcio che
tu farai per me e lo farai. Rammentati.
Elena — [quasi lamentandosi). Tornar da loro... e puoi chiedermelo"?...
Lassalle. — Sì, te lo chiedo. Tu lo farai per me! [Alla madre) Ecco,
LASSALLE 603
io vi reiulo vostra figlia; io die potrei fame ciò che vorrei, la
rendo a voi perchè voglio che non dimentichiate questa mia azione.
Provocando uno scandalo si potreblie credere che abbia voluto for-
zarvi a darmela, per salvarla dal disonore: non voglio esercitare
sopra di voi nessuna violenza di partito. Oramai ella vi ha chiesto
il vostro consenso; glielo avete negato, ed ella ostinandosi si
metterebbe fuori della legge, che riconosceva chiedendolo! Fug-
gendo, liberamente, con me non avrebbe riconosciuta altra legge
che quella dell'amore, la mia...
Madre — (s'avvia verso la porta, dove rimauf ad aspettare).
Lassalle — (ad Elena). Ed ora addio. Quello die tu fai ora rimarrà
eterno: ti nobiliterà anciie presso tua madre {addita la madre,
che china la festa). Piegati alla sua volontà... tanto la mia è...
più forte! Essi mi chiederanno fonore di sposarti: e tu. mia Elena,
liberata da ogni pregiudizio, ti persuaderai che accettando la tua
mano non intenderò di fare un onore a te... no, tu sarai l'onor
mio... Monda da pregiudizi, tu sarai la più pura ed affettuosa
ricompensa che io abbia mai desiderata nella mia vita fortunosa ;
e non mi avrai dato il rammarico d"un atto di debolezza... Io sarò
tuo... A presto...
CALA LA TELA.
Se.vi Bexelli.
!^Il terso e il quarto atto al prossimo fascicolo^
L'EVASO DA SAKHALIN
X () V E 1, 1. A
II.
Dopo aver rasentato un j)roinoiitorio dal ripido [x-ndio. il iiattello
entrò nella baia.
I prijiionieri aggruppati presso i boccaporti guardavano, con ima
curiosità inquieta, i limiti montagnosi dell'isola che si mostravano
sempre più.
Tia notte era già oscura, (juando il battello entrò nel i)orto. I con-
torni dei dirupi si staccavano nettamente, come masse oscure e mi-
nacciose. Infine il naviglio si fermò: i soldati si allinearono e i pri-
gionieri cominciarono a uscite dalla cala e a sfilare in ordine sul ponte.
Sulla riva, qua e là nell'oscurità, brillavano dei fuochi: le onde, fran-
gendosi, saltavano sull'arena della spiaggia ; delle nuvole nei'e rima-
nevano sos])ese nel cielo: e un'angoscia pure cupa, tenebrosa quanto
quelle nuvole, si era impadronita di tutti i cuori.
— Questo porto - disse dolcemente Buran - si chiama Duai. È t|ui
elle soggiorneremo, provvisoriamente, nelle caserme.
Si fece l'appello in pi'esenza dei capi e delle autorità locali, poscia
i prigionieri furono condotti sulla riva, dove per la prima volta, do]) >
molti mesi, sentirono la terra ferma sotto i piedi. Il battello, in cui
avevano vissuto così a lungo, si dondolava dolcemente, col suo grosso
respiro che inviava nella notte turbini di bianco fumo.
Dei lumi, qua e là, cominciarono ad apparire.
— Questo è il convoglio, eh"?
— Si, questo è il convoglio.
— Avanzate ; di qui, caserma n" 7.
I prigionieri si avanzarono verso la luce, senz'ordine, sbandati, e
tutti si stupivano che nessun colpo di calcio di fucile fosse stato dato
e ricevuto.
— Camerati, - fecero con stupore alcuni fra loro -nessuna guardia
ci accompagna.
— Tacete, - rispose Buran, borbottando. - Che volete che facciala
guardia qui? Non vi è pericolo che si possa fuggile... L'isola è grande
e selvaggia. Dovunque si andrà si creperà di fame. E il mare da tutti
i lati... Non lo sentite, eh"'
Infatti, il vento fischiava in quella notte umida: la luce delle
lanterne vacillava inegualmente sotto le raff-che, mentre dalla riva
l'evaso uà sakhalin 605
giungeva il sordo rumore del mare, simile al ruggito di una fiera che
si .«veglia.
— Senti tu, come rugge?- disse Buran a Vassily.-lo te lo aveva
ben detto: tutto all'intorno il mare e in mezzo l'inferno. E bisognerà
traversarlo, questo mare, non potremo fare altrimenti : ma prima di
arrivarvi qual cammino sull'isola stessa ! E le roccie e la taiga e i
cordoni di vigilanza?... Ma io ho il cuore grosso di presentimenti: non
mi dice niente di buono, il mare, niente di favorevole. È che sarà poco
facile che io esca da quest'isola... non potrò... sono troppo vecchio. Due
volte già sono ev'aso: la prima volta fu a Blagoviestchensk che mi
si riprese, la seconda in Russia... Ed eccomi qui di nuovo!... Era
.scritto, senza dubbio. Bisogna credere che il mio destino sia di morire
su quest'i.sola.
— Tu non vi morrai forse, - disse Vassily per incoraggiarlo.
— Tu, no, perchè tu sei giovane... mentre io... io sono vecchio e
molto consumato ! Senti tu questo mai'e v Con qual voce lamentevole,
con qual'aria indignata muggisce sempre!
Tutti i forzati, che avevano occupato fin allora la caserma n° 7, ne
uscii'ono per cedere il posto ai nuovi venuti. Un servizio speciale fu
adibito, per i primi giorni, alla guardia degli uomini che liberati dai
ceppi della prigione, e sentendo lo spazio libero intorno a loro, non
avrebbero mancato di disperdersi nell'isola, come montoni fuori del-
l'ovile. 11 pericolo non è per quelli che hanno soggiornato lungo tempo
nell'isola: non li si chiude piìi. E questo è perchè gli esiliati, dopo
maturo esame, comprendono che fuggire è lo stesso che andare in-
conti'o a una morte certa.
Così, non vi sono che poche evasioni, sempre tentate da nature
eccezionali, e ancora, non si arrischia che dopo minuziosi e lunghi
preparativi. Ma quali che siano gli ostacoli, alcuni uomini fuggirono
sempre, sia dalla loro prigione, sia dai lavori forzati; il bisogno della
libertà è così forte che non sanno resistere.
— Ebbene. Buran, consigliaci ora -diceva Vassily con una certa
impazienza tre giorni dopo l'arrivo nell'isola. - Tu sei il nostro anziano;
dunque tu devi andare innanzi e dare degli ordini. Bisogna fare altre
provvisioni, non è vero?
— Che vuoi che ti consigli"? - rispose il vecchio con indolenza. -
La cosa è diffìcile ed io non sono più giovane... Vedi, è necessario
attendere qualche giorno: si toglierà la guardia, poi ci si condurrà a
gruppi, in luoghi differenti, ai lavori: allora sarà generalmente permesso
di uscire dalla caserma, ma mai con un sacco sulle spalle... Ecco quel
<lie dà a pensare.
- Ebbene, rifletti, cerca, mio vecchio Buran; tu devi sapere meglio
di noi.
Buran camminava in lungo e in largo, curvo, pensieroso e sco-
raggiato, non ])arlava ad alcuno, ma borbottava fra ì denti parole
incomprensibili.
11 fatto di trovarsi in quell'isola per la terza volta sembrava pe-
sare moltissimo sulla testa del vecchio galeotto; le sue forze lo abban-
<lonavano.
Nel frattempo, Vassil>' riuscì a trovare ancora dieci volontaiùi, tutti
forti, audaci, risoluti. Nello stesso tempo, non cessava di stimolare
Buran e di risvegliare la sua attività con la speranza di una libertà
vicina. Questo riusciva qualche volta; ma in quei momenti di sovrec-
(Mi l'evaso da sakhalin
citazione, così diffìcili a provocare, il vecchio finiva sempre per ripar-
lare delle difficoltà della strada e dei neri presentimenti da cui non
riusciva a liberarsi.
— Io non potrò mai fuggire dall' isola !
Questa era Finvariabile frase nella quale si rinchiudeva (pie! disgra-
ziato Brodiaga.
Tuttavia aveva momenti più allegri e questo era quando evocava
i suoi ricordi d'un tempo, i suoi tentativi di evasione... Allora si
rianin)ava, e coiicato sul suo letto di tavole. \ icino a Vassily, raccon-
tava ciò che sapeva dell' isola e dei cammini che dovevano essi per-
correre.
Il porto Duai è situato sul lato ovest dell' i.sola che guarda la
riviera asiatica. Lo stretto Tartaro misura, in quel luogo, 3(X» verste
circa di larghezza: traversarlo in ini piccolo canotto è. per conseguenza,
impossibile: cosa che spiega perchè i fuggiaschi, di buona o di cattiva
voglia, si dirigano verso altre parti dell'isola.
— Tu sei libero di andare dove meglio ti piacerà - diceva Buran
a Vassily: - se tu hai desider o di morire. 1" isola è vasta: non si incon-
trano che roccie ripidissime o la taiga. Gli indigeni stessi, i Guilaki.
.non possono abitare che dati luoghi. Se prendiamo la via dell'est,
coniamo il risciiio di smarrirci fra le l'occie e di perire sotto il becco
e gli artigli di (pialche grande uccello affamato.... o essere forzati a
ritornare qui per l'inverno. Se ci dirigiamo verso il mezzogiorno, una
volta arrivati all'estremo dell'isola avremo a noi dinanzi l'Oceano infi-
nito, a meno che non lo si possa attraversare in battello... No, non
abbiamo che una via: quella del nord, seguendo sempre la riva:
allora sarà il mare stesso che si incaricherà di guidarci. Dunque noi
faremo così 3()(( verste cii'ca e arriveremt) a un piccolo stretto. Ah ! là.
per esempio, potremo passare in canotto sull'altra riva, nella provincia
di Amur.
Poscia, riprendendo il suo abituale e triste ritornello, il vcchio
Buran continuò:
— Solamente, giovanotto, quel che bisogna che tu sappia, è
che non è cosa facile neppure la via del nord, perchè dobbiamo attra-
versare i cordoni di vi»-ilanza scaglionati di distanza in distanza. Il
primo porto si chiama Warky. il penultimo Panghy e l'ultimo Po-
ghiba (1). E sai tu perchè questo nome Pogiiiba.' Perchè là si nasconde
il più grande pei-icolo per noialtii evasi. Va là. sono bene astuti quelli
che dispongono i co7-doni : dovunque si trova uno svolto, un'uscita
qualunque, vi è un posto di guardia. Voi camminate ritto innanzi a
voi, senza pensare a nulla : ebbene, ecco che a un tiatto inciampate
proprio in un cordone. Che il buon Dio vi protegga !
— Sì, ma tutto questo tu lo conosci, poiché hai Liià latta la \ ia
due volte.
— Sì, l'ho fatta, l'ho faita. ragazzo mio! -egli occhi spenti del
vecchio si misero a brillare di nuovo. - Ebbene, ascollatemi dunque
e fate quel che vi dirò. Fra breve si farà l'appello di i-oloro che vo-
gliono andare alle costruzioni del molino: siate fra quelli che si pro-
porranno: vi si faranno delle provviste: ebbene, mettete le vostre
gallette e i vostri biscotti sul carretto. Al molino troverete Pietro, un
forzato come noi: è da lui. vale a dire dal molino, che dovete fuggire.
( 1 1 Poghiha. da Pogìiibtili jjeiire.
l/ EVASO DA SAKHALIN 6()7
Qui, lo sapete, non si accorgeranno della vostra assenza che dopo tre
giorni: in questo lasso di tempo, avete il dritto di non presentarvi
all'appello. Questa volta, è il medico che ci viene in aiuto; egli sa
che l'ospedale non vai nulla e che un povero diavolo rotto dalla fatica,
esaurito per la febbre, guarisce meglio all'aria libera, in qualche buco
della foresta. Ma se non si rientra il (juarto giorno allora si è con-
siderato come fuggiasco. E dopo ciò. che tu sia ricondotto dai soldati
o che vi torni da te, è la stessa cosa: tu non hai che a coricarti sul
cavalletto, e senza fare troppe smorfie.
— Perchè parlare del cavalletto? - rispose Vassily. -Se a Dio pia-
cerà, una volta partiti, non ritorneremo più.
— Ebbene, se non ritorniamo più, - borbottò Buran con aria scura
e gli occhi spenti di nuovo - allora vuol dire che saremo divenuti preda
dei corvi che beccheranno la nostra carne in una vallata qualunque,
vicino a un cordone. Credi tu che nei posti di vigilanza si occupino di
noi? Inviarci a un centinaio di verste sarebbe troppo lungo : essi ci
scorgono, ci uccidono: un colpo di fucile, ed è finito!
— Vuoi finire di gracchiare, vecchio corvo ! Domani ci mettiamo
in viaggio: preparati. Di' a Bobroff quel che dobbiamo portare, la Co-
munità fornirà tutto.
Il vecchio non rispose che con un grugnito e si allontanò, la testa
bassa, mentre Vassily andava a prevenire gli altri camerati che si
tenessero pronti. Quanto alla sua funzione di aiutante starosta, egli
se ne era liberato già da qualche tempo, e un altro era stato nomi-
nato al suo posto. I fuggiaschi fecero i loro pacchetti, presero delle
calzature e degli abiti nuovi in cambio dei loro usati e l'indomani
((uando si richiesero degli operai di buona volontà per andare al mo-
lino essi si offrirono tutti. Quel giorno stesso entrarono nella foresta.
Buran solo non era là.
Quella piccola compagnia formava un insieme molto riuscito. Vi-
cino a Vassily camminava il suo amico che si chiamava Wolodka Ma-
karoff, testa ardente, bravo e forte, flue volte evaso da Kara: jioi, due
Circassi, gente decisa e di una fedeltà a tutta prova: infine, un Tai-
taro. ladro e intrigante, ma di uno spirito inventivo e straordinaria-
mente abile. 11 rimanente si componeva di Brodiaghi esperimentati che
non facevano allora la prima escursione in Siberia.
Gli evasi avevano già passato ^4oie nei cespugli, il secondo giorno
cominciava a declinare e Buian non era ancora venuto. Si mandò il
Tartaro alla caserma. Egli vi scivolò destiamente e prese a parte Bo-
broff. il forzato, die era amico di Vassily ed esercitava su i prigio-
nieri una grande influenza. 11 risultato della conversazione fu che. l'in-
domani, di buon'ora. Bobroff venne a trovare i fuggiaschi.
— Ebbene, che c"è. camerati? In che potrò io esservi utile?
— Fa il possibile, a ogni costo, di mandarci Buran: senza di lui
non possiamo metterci in viaggio. Che gli si dia tutto quel che chie-
derà in fatto di provvisioni. Noi non aspettiamo che lui.
Bobroff tornò alla caserma, e trovò Buran che non aveva l'aria
disposta pel viaggio. Egli andava e veniva nella camera, secondo la
sua abitudine, discutendo con sé stesso e agitando violentemente le
l>raccia.
— Ebbene, Buran. a che pensi tu dunque? - disse Bobroff interpel-
landolo.
— Forse (;he questo ti riguarda?
608 l'evaso da sakhalin
— Come avviene? Perchè non te ne vaif
— Non è che nella tomba che posso andarmene, soltanto là.
Bobroff si te' scuro in viso.
— Vediamo un po', che cosa canti làf E i compagni che ti aspet-
tano nella foresta da quattro giorni ! Noi non possiamo permettere die
vengano martoiiati sul cavalletto! E sei un vecchio Brodiaga. tu?
Sentendo questi rimproveri, il vecchio si mise a piangere.
— lo ho fatto il mio tempo... Non potrò fuggire da quest'isola...
sono consumato...
— Consumato o no, questo riguarda te. Tu non arriverai, morrai
per via, sia: nessuno ti farà rimprovero. Ma dopo avere esposto un-
dici persone alla minaccia dello knut, non devi abbandonarli, mi sem-
bra. D'altronde tu sai bene che io non ho che una sola parola da dire
alla Comunità... allora che cosa ti aspetta, eh"'
— Lo so bene, - rispose Buran con aria scura- il coverchio!... e io
lo merito. Ebbene, no, un vecchio Brodiaga non deve morire di una
morte simile. Via, bisogna che parta! Soltanto non ho nulla preparafo.
— Tutto sarà pronto fra un istante. Che ti bisogna?
— Ecco : dapprima una dozzina di khalate nuove.
— Ma tutti iianiio le loro.
— Fa dunque quel ti dico - riprese Buran con collera ; - lo so bene
che ognuno di essi ha una khalala, ma è neces.sario che ne abbia
due. Non bisogna forse, per pagare il canotto, che ciascuno di noi
dia una khalata ai Guilaki? Mi bisognano pure dodici buoni coltelli
di tre quarti di arcina di lungliezza (1): poi, due ascie e tre caldaie.
Bobroff raccolse la Comunità e spiegò l'atìare. Tutti quelli che
avevano una khalata in più la diedero, perchè ogni prigioniero prova
una simpatia istintiva |)er quei tentativi audaci il cui fine è la libertà!
Le caldaie, i coltelli furono forniti da vecchi esiliati, metà gratuita-
mente, metà con danaro. In due giorni tutto fu pronto.
L'indomani mattina, BobrotT conduceva Buran ai cespugli, dove
l'aspettavano i suoi compagni. Allora i fuggiaschi, in attitudine di
preghiera, intonarono il Te Deiim della circostanza che i prigionieri
conoscevano così bene e dopo aver preso congedo da Bobroff si misero
in viaggio.
— Ed è stato col cuore leggiero ed allegro che vi siete messi in
viaggio, non è vero? - domandai al narratore, la cui voce era diveniita
più ferma, e la fìsonomia più animata.
— 11 cuore allegro... Lo credo bene !
Appena avevamo noi lasciato i cespugli, appena eravamo entrati
nella taiga, la nostra cara protettrice, che un benessere inesprimibile
si fece sentire. Mi crederete? Quel mormorio di foresta al di sopra
delle nostre teste, l'aiia libera intorno a noi. tutto questo ci fece pro-
vare una sensazione di rinascimento, una freschezza di anima tale,
che ci sembrava di venire al mondo per la seconda volta. I nostri
cuori erano gonfi di gioia. Buran camminava solo innanzi, la testa
china, borbottando sempre fra i denti parole incomprensibili. Non era
stato certo di buona volontà che il vecchio si era messo in viaggio.
(1) Due palmi.
l'evaso da SAKHALIX tj()9
e probabiluieiite il suo istinto 1" avvertiva clie non sarebbe andato
lontano.
Non ci bisognò lungo tempo per accorgerci che non dovevamo
molto contare sul nostro comandante. Certamente egli.era un Brodiaga
esperimentato clie, due volte già, era evaso da Sakhalin ed egli sem-
brava conoscere esattamente la strada. Per convincersene non vi era
bisogno che guardarlo camminare innanzi, dondolandosi senza alcuna
esitazione come un cane che segue un'orma da lungo tempo cono-
sciuta. Malgrado ciò io e il mio amico Wolodka cominciavamo ad essere
inquieti.
— Io temo molto - disse Wolodka - che questo Buran ci sarà causa
di sventura ! Tu vedi bene che egli non sembra molto sicuro.
— Che c"è dunque "? - chiesi io.
— Ma è chiaro che il buon uomo perde la bussola. Continua-
mente parla da solo a solo, scuotendo la testa ; e poi non gli vedo
dare nessun ordine. Sarebbe già tempo di comandare un istante di
riposo ; ma pare che non vi pensi neppure. In fede mia, questo non
è ne chiaro né logico.
Io pure vedevo che la cosa non andava peit'ettamente. Noi ci af-
frettammo per avvicinarci a Buran, e lo chiamammo.
— Eh ! padre, di' dunque! Che cosa hai a camminare sempre cosi"^
Non credi che sarebbe tempo di fare jdto, di coricarci, di riposarci
un poco "?
Egli si voltò, ci guardò, e si rimise in cammino.
— Aspettate un poco - disse egli infine. - Perchè avete tanta fretta
di coricarvi "? Pazientate un poco : a Wai'ky o a Poghiba, le palle vi
coricheranno, e avrete tutto il tempo di riposarvi...
La bella prospettiva che ci presentava ! Tuttavia non volemmo
contraddirlo, perchè era un Brodiaga espertissimo ; di più, compren-
demmo noi stessi che quel che domandavamo non era affatto ragio-
nevole, perchè non era quello che il primo giorno di viaggio, e con-
veniva di allontanarci il più che fosse possibile : non dovevamo dunque
riposarci.
Dopo aver fatto ancora alcune verste, il mio amico Wolodka mi
spinse di nuovo :
— Ebbene, Vassily, ti assicuro che la cosa non va affatto.
— Che ce ancora?
— Ma, vediamo, ci si diceva che dovevamo fare venti verste tino
a Warky: ebbene, ne abbiamo fatte già diciolto. sicuramente. Io temo
di cadere su un cordone di vigilauza.
— Buran! ohe! padre Buran! -gridammo noi.
— Che cosa volete'.'
— Sembra che Warky sia vicino.
— È ancora lontano - rispose egli e continuò a camminare.
Ci sarebbe accaduto certo disgrazia, se non avessimo scorto un
canotto ormeggiato presso la riva. A quella vista, ci fermammo di
botto, eccetto Buran che continuava a camminare innanzi. Makaroff
fu obbligato a trattenerlo per forza. Noi facemmo da parte nostra
questo ragionamento : dal momento che vi è qui un canotto, il suo
proprietario non può essere lontano. Dunque, alto là. camerati, nei
cespugli !
E rientrammo nella foresta.
39 Voi. evi. Serie IV . Ili agosto 1903.
(ilo l'evaso da SAKHALl.N"
Un piccolo tiiime scorre in fondo alla vallata profonda : noi ne
seguimmo il corso. Da ogni parte si innalzavano alte montagne co-
perte di alberi secolari.
Appena Alene la ])rimavera, delle tiepide nebbie, elevandosi dalla
terra, avvolgono l'isola di Sakhalin. Noi eravamo appunto in que-
st'epoca deli' anno e in quel giorno, secondo il solito, camminavamo
a traverso uno spazio di bruma. Salivamo penosamente un piccolo
monte allorché, al momento di toccarne la cima, un vento violento si
mise a urlare nella valle, e. in un istante, scacciò la nebbia del mare.
.\lIora, r orizzonte scoprendosi, distinguemmo chiaramente, dietro
una collina, tutto il cordone di \ igilanza ; i soldati die andavano e
venivano nel cortile, i cani clic, coricati, sonnecchiavano tranquilla-
mente. Noi emettemmo un grido di stupore e di spavento : poco era
dunque mancato clie non ci fossimo gettati nella gola del lupo !
— Come avviene ciò. padre Buran? Non è forse quello un cor-
done di vigilanza"?
— Sì. - rispose egli - è proprio Warky.
— EbJiene. Buran. sebbene tu sia nostro anziano, bisogna che ora
l)adiamo da noi ai nostri affari, pei'cliè. con te. corriamo rischio di
attirarci molte miserie.
E il veccliio si mise a piangere.
— Fanciulli miei, - diceva egli - perdonatemi, per lauiore di Cristo !
Io sono troppo vecchio. Ecco già quaranta anni che sono in viaggio,
niente da stupirsi se sono consumato. Ho (cominciato a perdere la
memoria. l\o oliliato più cose di quelle che me ne restino nello spi-
rito. Non bisogna volermi male. Ora. si tratta di fuggire di qui al più
presto, perchè (cosa che a Dio non piaccia) se qualche soldato pen-
sasse di venire qui. o se i cani ci fiutassero, saremmo jierduti !
Ci rimettemmo in cammino, intrattenendoci di queste cose, e ben
risoluti a soivegliare Buran.
1 compagni mi elessero loro guida e loro capo. Ero io che, d'ora
innanzi, avrei comandato gli alto e avrei dato gli ordini, ma Bu-
ran rimase incaricato di camminare innanzi, perchè egli non sbagliava
la via. Tutto sembrava morto in quell'uomo, eccetto le gambe: ah!
come erano ben fatte per la marcia, quelle gambe ! Egli camminava
sempre, sempre, dondolandosi, senza aver l'aria di pensarvi, come se
non fosse al mondo che per questo. E infatti camminò così, fino al-
l'ultimo momento. Quamlo la morte lo fermò.
Pei' rendere più sicura la nostra corsa avventurosa, sceglievamo,
di preferenza, il cammino delle montagne: questo era un po' più penoso
ma pure meno pericoloso. Là. non ascoltavamo che il mormorio della
taiga e il fruscio dei ruscelli che scorrevano, scheizando, nei loro
letti sassosi. Nuppur l' ombra di un nomo. 1 Guilaki non si stabili-
scono che vicino al mare o ai fiumi, perchè vivono sopratutto di pesci.
E quanti ve ne sono di pesci! È cosa incredibile se non la si vede
con gli occhi : talvolta li prendevamo con le mani.
Così, camminavamo scandagliando l'aria.
Qualche volta, allorché la sicurezza di cui godevamo ci ispirava
piena confidenza, discendevamo verso il mare, o verso un piccolo
fiume : ma se. là. qualche dubbio, qualche timore ci pi-endeva, risa-
livamo presto, per raggiungere la nostra cara taiga.
Erano sopratutto i cordoni di vigilanza che ci bisognava costeg-
giare a ogni costo, e vi impiegavamo precauzioni infinite : perchè è
l'evaso da SAKHALIN 611
tanto più diftk'ile evitare quei posti, perchè non collocati a eguale di-
stanza gli uni dagli altri : ora !20 verste, ora 50 li separano. Dunque
impossi hi lità assoluta di prevederli. Malgrado tutto, e quali che siano
le ragioni. Dio ci ha preservati e siamo sfuggiti a tutti i cordoni di
vigilanza, dal primo airultiino.
Qui, il mio interlocutore aggrottò le sopracciglia e tacque. Poi,
dopo alcuni istanti si alzò.
— E il seguito"? - chiesi io.
— Bisogna che mi occupi del mio cavallo... Esso deve essere ora
secco e asciutto e credo sia tem]io di scioglierlo.
Uscimmo nel cortile. Il freddo diminuiva, la nehhia si era dissi-
pata. 11 Brodiaga guardò il cielo.
— La grande Orsa è già alta nel firmamento, - disse egli - deve
essere più di mezzanotte.
Ora la nehhia non impediva più di vedere distintamente le ahi-
tazioni del villaggio. Delle fasce di fumo bianco turbinavano nell'aria,
pigre e indolenti, o rose di scintille, scappando da qualche fuiiuiiuolo,
sembravano abbandonarsi a una danza pazza in quel fieddo intenso.
I Yakuti hanno l'abitudine di tenere acceso il fuoco tutta la notte;
il calore passa presto, a traverso il fumaiuolo aperto e corto. È per
(juesto che la prima persona che il freddo sveglia si affietta di ag-
giungere al focolare qualche ceppo nuovo.
11 Brodiaga rimase qualche minuto senza dir nulla, guardando il
villaggio, poi con un sospiro:
— Ecco (|ualche cosa che mi ricorda il mio villaggio! 1 Yakuti
vivono tutti nelle loro naslegbe, come fiere nella foresta, isolatamente,
ciascuno da sé. Se almeno potessi trasportare i miei |)enaii qui! Forse
allora riuscirei a raggiungere i miei due scopi.
— E nella vostra naslega le cose non vanno dunque come voi
desiderate'/ Poco fa non mi dicevate che non eravate scontento della
vostra situazione.'
U Brodiaga mi lasciò qualche istante senza risposta, poi :
— Io non ne posso più, ecco quel che è! Mi disgusta questo
jmese. non |)osso più soffrirlo!
E si avvicinò al suo cavallo, h» palpò sotto la criniera, gli carezzò
dolcemente il collo. L'intelligente bestia volse la testa verso di lui e .si
mise a nitiire.
— Sta bene, sta bene! -disse \'assily con voce carezzante. - Ora ti
scioglierò. Badiamo a noi! tieni fermo domani!... Bisogna dirvi che
io io faccio correre con i Tartari. È un buon cavallo, l'ho ben domato:
ora può dare dei punti a qualunque puro sangue. Corre come il vento.
Ed egli tolse la pastoia al cavallo che trottò allegramente verso il
fieno. Noi rientrammo nell'isbà. Il viso di Vassily era sempre o.scuro;
semhrava aver dimenticato, o non volesse più continuare il suo rac-
conto, (ili ricordai che aspettavo il seguito.
— .V che prò laccontare .' - disse egli con aria scura. - Perchè'?...
Ah, non è finito, vedete! Dopo tutto, tanto peggio! poiché ho comin-
ciato, bisogna bene che vada fino in fondo...
Camminavamo gicì da dodici giorni e non eravamo ancora usciti
dall'isola di Sakhalin, benché regolarmente non avessimo dovuto im-
piegare che otto giorni per arrivare alla provincia di Amur. Questo
612 l'evaso da SAKHALr.X
ritardo proveniva dal fatto che avevamo paura e cbe non accordavamo
che poca fiducia al nostro conduttore. Invece di entrare nel piano o
di costeggiare il fiume, correvamo senza posa per monti e per valli,
scalando rocce, scivolando nei burroni e il più spessi) nascondendoci
nella taiga. Oh. non si va molto lontano così! Tuttavia le nostre
provvisioni cominciavano a finire, perchè non ne avevamo preparato
che per dodici giorni. Diveniva necessario far le razioni: non si di-
stribuì più che una leggiera porzione di biscotto, lasciando a ciascuno
la cura di completare il magro pasto come potesse- d'altronde le bacche
non mancavano nella taiga.
Arrivammo così sulla spiaggia di un piccolo golfo [)aludo.so, la
cui acqua è ordinariamente salata, a meno che una piena del fiume
Amur non la renda dolce. Ora, si trattava di procuiarsi un canotto per
passare nella provincia di Amur.
Ma come trovarne^ Ed eccoci tutti a logorarci il cervello e inu-
tilmente. Noi incalzavamo Buran di domande : - Consigliaci ! - Ma il
nostro vecchio Buran. all'estremo di forze, gli occhi appannai , com-
pletamente esaurito, non era in istato di darci un consiglio effu-ace.
Alla fine ci disse: - È presso i Giiilaki che bisogna cercare i canotti. -
Ma dove erano questi Guilaki? Come regolarsi per ottenere i canotti f
Questo, Buran non lo spiegava.
Infine Wolodka ed io dicemmo ai compagni: - .^spettate qui,
mentre noi andremo ad esplorare la l'iviera ; può accadere che incon-
treremo dei Guilaki, e allora, sicuramente, ci procureremo uno o due
canotti. Quanto a voi. compagni, siate prudenti, perchè è probabile
che un cordone di vigilanza sia qui vicino.
Tutti e tre, Buran, Wolodka ed io, conlinciammo a camminare
lungo la riva, osservando ogni cosa con circospezione. Avevamo già
fatto un discreto cammino, allorché dall'alto di una [ticcola roccia
scorgemmo in basso, sulla riva di un ruscello, un Guilako occupato
a riaccomodare i suoi attrezzi da nave. Era il buon Dio che ci inviava
queU'Orkun 1
— Che cosa è un Orkunf È forse un nome".' Che? - cliiesi a
Wassily.
Non so. Un nome, forse; tuttavia, questa parola significa piut-
tosto, nel loro linguaggio, amiano di comune, io credo, perchè,
subito che ci avvicinammo a lui e che lo circondammo per impedirgli
di fuggire, si die a battersi sul petto, ripetendo : « Orkun. Orkun ».
Ma che voleva dire questa parola non lo sapevamo. Tuttavia entrammo
in conversazione. Wolodka piese un bastone e si mise a disegnare
sulla terra un canotto che significava : « Ecco la cosa che desideriamo
da te ». 11 Guilako comprende subito, ed eccolo che scuote la testa in
segno di consenso, e che ci mostra le sue dita: ora due, ora cinque
e anche tutte e dieci. Perdemmo abbastanza tempo senza com|)rendere
che cosa volesse dire : infine Makaroff indovinò :
— Ma, amici miei, egli vuole semplicissimamente sapere per
quante persone deve preparare il canotto.
— Ah, questo è? - e noi mostrammo al Guilako che eravamo
dodici. Egli scosse la testa con un'aria d'intelligenza e chiese di ve-
dere gli altri compagni. Noi esitavamo dapprima : ma infine, che fare?
non potevamo attraversare il mare a piedi asciutti ! Lo menammo
dunque verso i nostri, che non approvarono quel che avevamo fatto.
l'evaso da sakhalin 613
— Perchè far venire qui questo Guilako'? È stato forse per farci
.edere da lui come una mostra di oggetti curiosi"?
— Tacete, - rispondemmo - ora tratteremo con Jui l'affare che
|iiù ci preme.
Quanto al Guilako, egli passeggiava impassibile, tranquillo, in
mezzo a noi. non temendo niente, completamente assorbito dall'esame
'Ielle nostre khalate. Gli demmo quelle che avevamo di riserva; egli le
li'gò con una correggia, se le gittò sulla spalla e discese prestamente
un sentiero che conduceva al basso della montagna; è inutile dire che
III seguimmo; allora scoprimmo una specie di vallata, dove erano sparse
'Ielle piccole yurte guilake, qualche cosa come un casale.
— El)l)ene, che avverrà di noi"? - dissero i compagni inquieti,
«liiando tornammo verso di loro. - Eccolo nel villaggio, dove raccoglierà
intorno a sé tutti gli abitanti.
— E quand'anche lo facesse, die cosa dobbiamo temere"? - rispon-
demmo noi. - Vi sono là quattro yurte, per conseguenza pochi abitanti,
e noi, noi siamo dodici, armati di buoni coltelli di tre quarti di arcina di
lunghezza. E come un Guilako potrebbe misurarsi con un Russo"? Noi
siamo nudriti di pane che dà la forza, essi non lo sono che di pesci!...
Il pesce dà 1 muscoli"? Quale paragone!... Esso non è possibile!...
A diie il vero, io i)ure non ero privo di inquietudine, e sentivo il
cuore stringersi, come all'avvicinarsi di qualche disgrazia. Noi eravamo
riusciti a traversare l'isola senza accidenti, scorgevamo quella pro-
vincia di Araur, oggetto dei nostri più cari desiderii: ma vi saremmo
noi arrivati"? All'orizzonte, dall'altra parte dello stretto, si disegnavano
le sue montagne, graziosamente staccate sotto un cielo azzurro :
avremmo voluto avere le ali per volare verso quella terra promessa!
.\vremmo noi abbordato"? Dio solo lo sapeva! Tuttavia eravamo così
vicini! Sì, ma, vedete, il gomito ha un bel trovarsi vicino alla bocca;
non lo si può moi'dere lo stesso!...
Qualche tempo dopo la partenza del nostro Guilako. vedemmo,
con stupore, tutti gli abitanti del villaggio che si avanzavano verso
di noi, in massa, la lancia in mano. Orkun alla testa.
— Vedete, ora - dicevano i nostri compagni - essi vengono per
combatterci.
— Ebbene, dunque, avvenga quel che può! Alle armi, compagni,
e che non uno di noi si arrenda vivo; se ci uccidono, non v'è nulla
da fare: tòrse era scritto! Ma se uno di noi respirerà ancora bisogna
difendei'lo valorosamente fino alla morte. Salvarsi o perire, ma tutti
insieme. Tenete fermo, miei bravi!
Ma avevamo ben torto di darci tanta pena! 1 Guilaki venivano a
noi con le intenzioni le più pacifiche, e come Orkun ebbe compresa
la nostra diffidenza si affrettò a disarmare i suoi, togliendo loro le
lance, che consegnò tutte ad un solo. Cosi, inermi, si presentarono a
noi...
Allora, giudicando che le intenzioni dei Guilaki erano affatto
oneste, li seguimmo verso il luogo dove erano conservati i loro canotti.
Essi ce ne diedero due: nel più grande Orkun fece salire otto dei
nostri: gli ultimi quattro presero posto in un'imbarcazione più piccola.
Noi li possedevamo infine, quei benedetti canotti ! Per disgrazia, un
vento violento, venuto da Amui', si mise a sollevale cavalloni enormi,
e la traversata ci divenne impossibile in sì piccoli canotti. Fummo
obbligati a rimanere ancora due giorni sulla riva. Nel frattempo, le
(514 l'evaso da sakhalin
nostre provvigioni ei-ano conipletamente finite e bisognava contentarci
di baeclie che trovavamo qua e là, e questo ci gonfiava senza nudrirci.
Per fortuna, Orkun ci procurò quattro Jukole (pesci di quei pai-aggi)
che ci sostennero un poco. Noi fummo riconoscenti al nostro Guilako
della sua gentilezza: era un brav'uomo, molto scrupoloso sul punto
dell'onore e quindi pieno di umanità. Che Dio lo ricompensi! Io non
dimenticherò mai quel Guilako!
Un giorno inteio passò cosi, durante il quale continuammo a
perdere tempo sulla riva. Era un morire d'impazienza. Il giorno e la
notte seguente il vento non cessò affatto. Un'angoscia insopportabile
s'impadroniva di noi. E sempre, come per farci dis[)elto, quella pro-
vincia di Amur, più distinta, ora che il vento aveva scacciato la nebbia
dal mare. Quanto a Buran. seduto su una piccola roccia, gli occhi fissi,
guardava dall'altro lato, iiiuiiobilizzato in tiuella posizione costante,
come pietrificalo. Egli non parlava, non mangiava. Se uno di noi. pieso
da pietà, gli portava qualche frutta, la mangiava indifferente; ma da
lui stesso non avrebbe fatt(j uno sforzo per procacciarsene. Era forse
perchè il suo cuore era ti()]ipo gonfio di dolore"? Era forse la morte
che si avvicinava al vecchio Brodiaga '.'... Forse. Infine, la posizione
divenne insopportabile! - Avvenga quel che può. dissero i compagni,
e mett amoci in viaggio questa notte stessa. Nella giornata non dob-
biamo passare, i soldati ci vedrebbero; ma la notte possiamo eludere
la loro sorveglianza, e quanto a Dio, Egli avrà forse pietà di noi!
Tuttavia il vento continuava a soffiare con rabbia; sulla cresta
delle onde adirate correva, simile a piccoli coingli bianchi, una schiu-
ma argentea. Dei « vecchi » (specie di gabbiani) volavano al di sopra
delle onde, lanciando grida indiavolate. Il maie si spezzava con furore
contro le rive sassose che esso scalava, e la riva sembi'ava esalare
infiniti gemiti.
— Andiamo, compagni, corichiamoci - dissi io. - \'erso mezzanotte
la luna si sarà levata; allora, in viaggio, e con l'aiuto di Dio! Siccome
non avremo più tempo di dormire, cerchiamo di fare un |>iccolo sonno
riparatt)i'e.
Si seguì il mio consiglio e scegliennuo, per questo riposo, un'an-
frattuosità della roccia, al di sopra del mare. Dal basso, non ci si
poteva vedere, nascosti come eravamo dagli arbusti. Soltanto Buran
non si coricava; egli rimaneva con lo sguardo ostinatamente volto
verso l'ovest.
Il sole cominciava appena a discendere verso l'occidente, e[)però
ci rimaneva molto tempo fino alla notte. Mi feci il segno della croce,
ascoltai, per alcuni istanti, i lamenti della terra e il rumore confuso
della taiga che si jìiegava sotto gli sforzi del vento, poscia mi addor-
mentai. Non so per quanto tempo dormimmo così, tranquilli, senza
il presentimento di alcuna disgrazia. A un tratto sento la voce di
Buran che mi chiama. Mi sveglio, guardo; il sole è per tramontare, il
mare è ritornato calmo, già sulle sue rive cadeva la notte. Buran. vicino
a me, mi guai'da con occhi smarriti :
— Levati. - dice egli acccennando ai ces|)ugli - eccoli che arri-
vano, essi vengono a prendere le nosti-e armi.
Mi alzo in gran fretta; vedo i soldati che escono dai l»oschi cedui;
uno di essi, il più vicino, mi getta a terra, mentre che tre altri, scen-
dendo dalla montagna, si apprestano a far fuoco su noi. In un istante,
ritorno in me. mi alzo, con voce tonante mando il grido d'allarme ;
l'evaso da sakhalin 615
in un baleno, tutti i nostri sono in piedi come un sol uomo, e il primo
soldato non aveva avuto il tem])o di ricaricare il suo fucile, che già
noi ci scagliavamo su loro. Qui, una sorda e pungente emozione sof-
focò la voce del narratore; egli lasciò tristamente cadere la testa sul
suo petto. Una semi-oscurità regnava ora nella yurta perché il Bro-
diaga non pensava più a gettare dei ceppi nel focolare.
— Io ho torto di raccontare tutto questo - disse egli con un tono
in cui si faceva sentire una preghiera.
— No, no, continuate malgrado tutto! Ebbene, che avvenne dopof
— Poscia... .Ma imaginate voi stesso: essi non erano che cinque
e noi dodici... E poi. essi contavano attaccarci mentre dormivamo,
come dei tertri (1), ed eravamo stati noi, al contrario, che non avevamo
dato loro il tempo di n;ettersi in guardia... 1 nostri coltelli erano lunghi. .
Essi iu)n poterono far fuoco che una sola volta dall'alto del piccolo
monte e non ci colpirono. Allora discesero al passo di corsa, e noi,
dal basso, li ricevemmo su i nostri coltelli!... Mi credereste'?- continuò
il Brodiaga con un tono pieno di compassione, alzando su me gli occhi
in cui si dipingevano l'angoscia e l'orrore. -Quei .soldati non hanno sa-
puto difendersi niente affatto; agitavano le loi'o liaionette, come per
respingere dei cani, mentre noi... ah! noi ci scagliavamo su loro, li strin-
gevamo, li soffocavamo come lupi feroci. Uno dei soldati mi ferì leg-
geimente alla gamba; non era che una scalfittura, ma io caddi... ne-
cessariamente egli si gettò su me; ma allora Makarotf si lasciò cadere
con tutto il peso del suo corpo sul mio nemico... sentii il sangue colare
sulle mie mani... Makaroff ed io ci siamo rialzati, ma il povero sol-
dato... è rimasto là, lui!
In questo momento vidi apparire due altri scddati sulla collina
(questi furono gli ultimi). L'uno di essi che correva innanzi era Sal-
tanoff, il comandante del cordone di vigilanza, la bravura in persona,
la cui fama era sparsa dovunque. 1 Guilaki stessi lo temevano come
il diavolo, e quanto a noi, sapevamo che iiiù di uno dei nostri era
perito per sua mano. Ma questa v(jlta la cosa fu differente ed egli
pure trovò fra noi la morte. Vi erano fra noi due Circassi, agili come
gatti e straordinariamente bravi. Uno di essi incontrò Saltanoff' in
mezzo alla collina e si gettò su lui. Il comandante rispose con un
colpo di rivoltella che il Circasso evitò abbassandosi; durante questa
terribile lotta i due nemici caddero. Allora l'altro Circasso, credendo
il suo compatriota morto, non fece che ini salto sul vincitore e in
meno tempo di quello che avesse potuto impiegare nel dirlo, gli tagliò
la testa... poi lo vedemmo saltai'e di gioia, mostrando i denti... con
quella festa fra le mani.
Lo guardavamo agghiacciati di spavento.
Un grido selvaggio e sordo sfuggì dalla sua gola ; egli scosse quella
testa, la brandi eia lanciò a traverso lo spazio... E la testa volò dal-
l'alto della spiaggia rocciosa al di sopra degli alberi. Noi eravamo tutti
silenziosi, più morti che vivi. Ad un tratto un tonfo si fece sentire in
basso della collina: era la testa che cadeva nel mare...
Quanto all'ultimo soldato che seguiva il suo capo a distanza, non
andò più avanti, e avendo gettato il suo fucile, fuggi come preso da
spavento, coprendosi il viso con le mani. Noi non lo inseguimmo. « Sàl-
{ 1 ) Grosso uccello che il cacciatore, la maggior parte delle volte, sorprende
e uccide durante il sonno.
()1() l'evaso da sakhalin
vati e che Iddio ti conservi ! » Il povero giovane era per trovarsi affatto
solo al cordone di vigilanza, perchè su venti uomini, tredici erano
andati nella provincia di Amur e non erano ancora ritornati, a causa
del vento, e i sei altri... li avevamo uccisi!... Infine, tutto era finito, il
pericolo era scongiurato, e tuttavia avevamo paura... non giungevamo
a ripiendere possesso di noi stessi; ci guardavamo l'un l'altro con
stupore, come se ci domandassimo: « (Ihe è adunque avvenuto': È questo
un sogno o è una realtà"? »
Ma, a un tratto, intendemmo vicino al luogo dove eravamo cori-
cati la voce di Buran che gemeva. Il povero vecchio era stato ferito
dal primo colpo di fucile tirato. Quella ])alla non lo aveva lu^ciso su-
bito; il vecchio dovè soffrire ancora per alcune ore. Tuttavia la morte
venne e il sole non era ancora sparito al disotto dell'orizzonte che il
disgraziato Buran spirava. Io non saprei dirvi quanto i suoi ultimi
momenti ci inteneriroao. Egli era semicoiicato sotto un cedro, la mano
poggiata sul petto, gli occhi pieni di lagrime. Poco dopo mi fé' segno
di avvicinarmi a lui:
— Vuoi tu comandare ai ragazzi di scavare una tomba? Voi non
potete in ogni caso imbarcarvi subito ; bisogna che aspettiate la notte,
perchè non dovete arrischiare un incontro con i soldati nello stietto.
Ebbene, seppellitemi, per amor di Dio!
— Ma che dici tu dunque, padre Buran"? Forse che si scava la
tomba per un essere vivo"? Ti condurremo invece nella provincia di
Amur, e là ti porteremo sulle nostre braccia, che Dio ti conservi!
— No. ragazzo mio- fece il vecchio; - non si può sfuggire al
])roprio destino e questo è evidentemente il mio destino, di morire su
quest'isola. Tanto peggio! 11 mio cuore lo presentiva... Tutta la mia
vita, rho passata a struggermi dal desiderio di fuggire dalla Siberia,
di ritornare in Russia... Ora sarei felice se potessi, almeno, morire sul
suolo siberiano, e non su quest'isola dannata!
Alloi-a, guardai Buran con stupore: non era più lo stesso; par-
lava ragionevolmente in piena lucidità, gli occhi chiari, solo la voce
un po' debole. Egli ci raccolse tutti intorno a lui e cominciò a darci dei
consigli :
— Fanciulli miei, ascoltate (piello che vi dirò e rammentatevelo
bene : Ora, percorrerete la Siberia. soM, perchè io rimarrò qui. La vostra
è una posizione pericolosa, sopratutto a causa della morte di Saltanoff.
La notizia di questa morte si spanderà dovunque, non solo a Ir'kutsk,
ma pure in Russia. Vi si tenderà un agguato a Nii^olaiewsk. Dunque,
badate a voi, fanciuUi, siate prudenti, soffrite la fame e il freddo, se
è necessario, ma evitate i villaggi il più che è possibile e sopratutto
le città. Dai Guilaki e dai Guidi non avete nulla da temere ; essi non
sono pericolosi. E ora, ricordate bene quel die vi dico, perchè è del
vostro viaggio a traverso l'Amiu' che vi parlerò. Prima di arrivare alla
città di Nikolaiewsk troverete una masseria. L'uomo che Tabita, uno
dei commessi del negoziante Tarkhanoff, ci è assolutamente devoto, ed
ecco perchè: egli era in relazione commerciale con i Guilaki di Saklialin,
ma avvenne che una volta, traversando le montagne, perde la strada e si
smarrì. Accadde che proprio in quel momento egli fosse in quistione con
i Guilaki; questi ne approfittarono pei' vendicarsi, e avendolo sorpreso
in un burrone, volevano ucciderlo. Per- fortuna in quel momento stesso,
noi, evasi da Sakhalin, arrivavamo a quel burrone (era quella la mia
prima evasione dall' isola). Accorriamo... dei lamenH colpiscono le
l'evaso da SAKHALIN 617
nostre orecchie: in quella voce crediamo riconoscere quella di un com-
patriota, ci slanciamo e strappiamo il disgraziato dalle mani dei Guilaki...
.Mai il commesso del negoziante Tarkhanoff ha dimenticato questo bene-
fìcio: « Fino alla tomba, proteggerò i bravi tigli di Sakhalin che mi
hanno salvato la vita ! » E infatti, da quell'epoca i nostri trovano sempre
in lui aiuto e protezione. Se avete la fortuna di incontrarlo, sarete soc-
corsi in tutti i modi.
Allora il vecchio ci indicò le vie. ci diede le sue ultime istruzioni
e terminò così:
— E ora. fanciulli miei, non vi è tempo da perdere. Comanda.
Vassily. che si scavi qui la mia ultima dimora, perchè il luogo mi piace;
almeno sentirò i venti che vengono dall' Amur e il rumore delle onde
cullerà il mio eterno sonno. Non tardate dunque, non esitate più e
mettetevi al lavoro!
Obbedimmo.
Il vecchio era là, seduto sotto il cedro. Noi a lui vicino scava-
vamo la tomba... la scavammo con i nostri coltelli. Terminato il triste
lavoro, facemmo la preghiera. Buran non parlava più, solo piangeva
a calde lagrime, scuotendo la sua vecchia testa. Al tramonto del sole,
il povero Buran spirò. Quando l'oscura notte scese sulla terra, l'ul-
tima volontà del nostro compagno era stata eseguita : tutto era finito
e il suolo spianato non lasciava nemmeno vedere il luogo dove ripo-
sava il vecchio Brodiaga.
Quando ritornammo ài nostri canotti, la notte era completamente
venuta e la luna saliva nel cielo. Allora, tutti in piedi, ci scoprimmo
in segno di rispetto. Lasciavamo dietro di noi l'isola di Sakhalin, le
cui montagne apparivano come ombre gigantesche : presso la riva, là
in alto, su una roccia si innalzava il cedro sotto il quale Buran dor-
miva il suo idtinio sonno.
Infine, abbordammo all'altra parte, nella provincia di Amui'.
Fummo però sgradevolmente sorpresi, costatando che l'affare di
Saltanoff era già su tutte le bocche. I Guilaki sopratutto, che sono
avidi di notizie, ne ciarlavano più degli altri. Ne trovammo alcuni che
pescavano in riva al mare: e passando vicino ad essi, afferrammo
dei brani di frasi: « La testa di Saltanoff »... « L'acqua »... e come
essi stessi non rimpiangevano il comandante, ridevano e si diverti-
vano di tutti questi dettagli.
Sì. ridete razza di diavoli ! che cosa vi fa questo"? A voi non av-
verrà nulla. iMa ciò non fa ridere noialtri, perchè quella testa può
far cadere tutte le nostre...
Quei Guilaki. intanto, ci diedero dei pesci, e dopo che ci ebbero
informati sul nosti'o itinerario, riprendemmo la nostra strada.
Ci sembrava di camminare su i carboni ardenti, tanto ogni ru-
more ci faceva paura. Evitavamo qualunque abitazione e appena ve-
devamo un Russo ci nascondevamo nella taiga e facevamo sparire
le nostre tracce. Come si sarebbe fatto altrimenti"? Durante il giorno,
ci ripo.savamo nella foresta, ma si camminava la notte intera.
Un mattino, prima dell'alba, capitanmio, in mezzo alla foresta,
vicino ad una masseria ì cui fabbricati erano nuovi, circondati da un
nuuo di cinta, con un portone chiuso solidamente. Dalle nostre infor-
618 l'evaso da sakhali.v
mazioni doveva essere la masseria di cui ci aveva parlato Buran. (li
avvicinammo e ci mettemmo a bussare timidamente.
Subito, una luce brillò nella masseria :
— Chi è là "' - ci si domandò. - Chi siete?
— Brodia»hi I Da parte di Buran, portiamo un saluto a Stakhe\ .
Mitritch.
Quello Stakliey Mitritch, il primo commesso di Tarkhanoff, era
assente in quel momento : ma e^ìi aveva lasciato là il suo impiegato
a cui aveva dato ordine, nel caso in cui dei fuggitivi da Sakhalin pas-
sassero, di distribuire a ciascuno cinque rubli, un paio di .scarpe, una
mezza pelliccia e delle provvigioni a discrezione. «Tu devi soddisfarli
tutti qualunque sia il loro numero; raccogli allora gli operai che at-
tcsteranno il pagamento fatto da te. Questo sarà tutto il tuo controllo>'.
Alla masseria si sapeva già la storia di Salfanoff, in modo che il
commesso non sembrava molto rassicuiato.
— Ah! miei bravi, - disse egli - non siete stati voi che avete uc-
ciso Saltanoff ? Brutto affare quello là !
— Che siamo stati noi o altri, poco v'importa ! Ma quel che in-
teressa è che otteniamo da voi qualche .soccorso. Vogliamo dare il
buongiorno a Stakhey Mitritch, da parte di Buran.
— E Burau, è forse prigioniero nell'isola?
— Sì, egli vi è prigioniero e ri augura una lunga cita! (1).
— Allora che Dio abbia la sua anima!... Era un buon Brodiaga,
dai principii onesti, sebbene strani ! Stakhey Mitritch se ne ricorda an-
cora, e senza dubbio, porrà il suo nome nella sua preghiera per i morti.
Ma quale era dunque il suo nome? Non lo sapete voi, ragazzi?
— No, Buran, sempre Buran, cosi lo chiamavamo. Credo che
lui stesso avesse dimenticato il suo nome vero. E infatti a che cosa
sarebbe servito a un Brodiaga ?
— Giustamente. Eh! miei bravi, die cosa è dunque la \ostra
vita?... Se un prete cercasse di voi, non saprebbe neppure il vostro
nome ! Quel veccliio là, lui pure, ha dovuto avere nel suo paese qualche
parente, dei fratelli, delle sorelle, forse pure dei figli...
— Certo. Benché egli fosse Brodiaga e avesse abbandonato il suo
nome di cristiano, pure era nato da una donna, come tutti.
— Oh ! come la vostra vita è amara !
^ Sì, niente di più amaro! Vivere di elemosine, vestirsi di stracci,
morire senza tomba ! È cosi ! Un Brodiaga non ha sempie un angolo
di terra per' riposarsi ! Spes.so si muore in mezzo al deseito. Allora,
una fiera vi divora o un uccello da preda strappa la vostra carne a
brani. Le ossa stesse sono disperse e rose dai lupi. Non è questo
orribile ?
Tali parole ci attristarono tutti. Sebbene queste tirate p;itetiche
fossero pronunziate sopratutto per intenerire il commesso (è ben noto
che più uno si lamenta innanzi a un Siberiano, più ottiene), pure sen-
tivamo che tutto era precisamente vero. Qual differenza fra quell'uomo
e noi! - pensavamo. - Il sonno fra poco lo vincerà, sbadiglierà, si farà il
segno della croce e si coricherà tranquillamente: egli non ha né freddo, né
fame e non teme nessuno... mentre che noi erreremo in questa notte
oscura a traverso la taiga selvaggia, nascondendoci al primo canto del
gallo, come spiriti cattivi innanzi ad ogni buon cristiano.
(1) Modo di anmmziai-e la miii'te di qualcuno.
i/evaso da SAKHALIN' (J19
— Ebbene, ragazzi, è tempo, tuttavia, clie mi coriclii. Per parte mia
do a ciascuno di voi venti Icopelvi ; riceverete in più tutto ciò che la casa
ila l'abitudine di dare. Dopo di ciò in viaggio, miei bravi, e con l'aiuto
di Dio ! Non voglio svegliare tutti gli operai, ne ho tre che sono si-
curi e la loro testimonianza basterà pel controllo. Temerei una disgrazia
agendo di\ersamente. Astenetevi in ogni caso dal passare per la città
di Nikolaiewsk. Io vi sono andato l'altro gioriu). Il loro « ispravnik » (1)
attuale è un tipo di una energia e di una attività rara. Egli ha dato
formalmente ordine di arrestare ogni straniero, chiuncjue sia : « Arre-
steiò anche le pietre nel loro volo, le lei)ri nel loro salto, le fiere
nelle loro corse, ma finirò per mettere le mani su i fuggitivi di Sak-
halin » Ecco che cosa dice quell'uomo. Cosi sarete fortunati se riusci-
rete a girare nelle vicinanze della città, ma cpianto a entrarvi, non
lo fate per nulla al mondo.
Egli ci diede dunque quel che aveva promesso e aggiunse alcuni
pesci, più, come suo dono pers<male, venti kopeki per ciascuno; poi,
gli occhi alzati verso il cielo, si fece il segno della croce e rientrò
nella masseria, di cui chiuse accuratamente la porta. I Siberiani spen-
sero il loro fuoco e si riaddormentaiono. 11 giorno era ancora lontano:
noi riprendemmo la nostra marcia nella notte, avendo nel cuore
un' angoscia bizzarra e inespiimibile. Ah ! si, essa è inesprimibile,
ma terribile, l'angoscia del Brodiaga : la notte è oscura, la taiga è
morta... la pioggia vi trapassa tino alle ossa, il vento vi secca... e
nel mondo intero non vi è un asilo dove si possa riposare un istante.
Senza posa si aspira di rivedere il paese natio, ma non vi siete
ancora arrivato che pure i cani riconoscono in voi, da lontano,
un Brodiaga... Quanto alle autorità, non mancano e lo fanno ben
vedere. Appena si è goduto un poco di libertà nel proprio paese che
di nuovo vi prendono e vi ricacciano in prigione.
E veramente avviene talvolta ciie vicino a questa vita errante, a
questa vita da paria, la prigione aiìpiiia come una specie di oasi, di
paradiso di cui si sogna. Quella notte là, giustamente, mentie anda-
vamo per quelle vie così lunghe e cosi diffìcili, Wolodka esclamò a
un tratto :
— Dite dunque, compagni, die cosa faranno i nostri in questo
momento "'
— Chi, i nostri ?
— Ma quelli di Sakhalin, caserma n° 7. Senza dubbio, in quest'ora,
dormono tranquillamente, mentre noialtri ci fraseiniamo qui... \'era-
mente, sarebbe stato meglio per noi non fuggire...
Rimproverai quell'uomo :
— Tregua a queste querimonie da doufia I Tu a\ resti fatto meglio
a rimanere laggiìi, poiché hai il respiro sì corto... Senza contare die
le tue lamentazioni scoraggiano gli altri I...
A dire il vero, quelle parole immergevano anche me in rifiessioni
troppo amare. Eravamo stanchissimi e la nostra fatica era tale che
sonnecchiavamo camminando ! Questo avviene spesso ai Brodiaghi.
Appena mi fui addormentato sognai subito la caserma!
Rivedevo, illuminato dalla luna, il muro bianco della prigione e
dietro le finesti'e grigliate, dei letti di tavole su cui erano stesi i
disgraziati prigionieri: mi vedevo io pure coiicato che stiravo le mie
(1) Commissario di polizia del distretto.
ati) i/evaso da sakhai.in
membra indolenzite; ma bastava questo movimento, ciie tacevo real-
mente, per svegliarmi, e addio mio sonno! Ma i sogni più penosi erano
quelli in cui rivedevo i miei pai'cnti. AUoi'a. non la ])rigiont', non
Sakhalin, niente cordoni di vigilanza; tutto questo non esisteva af-
fatto. Io sono là nella casetta paterna, mia madre è vicino a me. essa
pettina e carezza i miei capelli. Una candela è posata snlla tavola vi-
cino a cui mio padre è seduto, con i suoi occhiali sul naso, e legge
gi'a veniente un vecchio libro... Egli è il lettore della chiesa... Dolcis-
simamente, mia madre canterella ima canzone... Ah! che un coltello
nel cuore non mi avrebbe fatto così male quanto il risveglio dopo un
simile sogno! Invece della casa paterna, un sentiero perduto nella taiga.
Makaroft' cammina innanzi e noi lo seguiamo tutti in fila. Di quando
in quando un leggiero ventosi leva, agita i rami e poi si calma. Laggiii.
a traverso gli alberi, si scorge la linea azzurra del mare; e al di sopi-a
di essa un angolo di cielo si illumina; è l'aurora che sta per sorgere.
Essa ci avverte che il giorno è vicino e che dobbiamo pensare a na-
sconderci in qualche burrone. E quel mare, cosa strana, che mai si
tace! Voi l'avete notato senza dubbio; esso ha l'aria di raccontare qualche
storia, o di cantai-e qualche canzone, o di mormorare... non so che
d'incomprensibile, che tuttavia si ascolta. È per questo forse che pen-
savo senza posa a delle canzoni intese una volta... Il nuire ci rende
tristi, noialtri Brodiaghi, perchè non siamo abituati al suo linguaggio
strano.
Ci avvicinavamo a Nikolaiewsk; le fattorie si facevano \nn rare
per noi, il pericolo più grande; avanzavamo, nondimeno, bene o male,
ma sempre lentissimamente. Le notti camminavamo, ma appena spun-
tava il giorno ci andavamo a nascondei'e in qualche buco ignorato,
dove non solo alcun essere umano, ma nessun uccello, nessuna be-
stia feroce era penetrata. Sarebbe stato molto prudente girare a grande
distanza intorno alla città di Nicolaiewsk, ma eravamo scoraggiati della
solitudine, ne avevamo abbastanza dei deserti. Di più. le nostie prov-
vigioni erano finite. Ciò fece clic una sera ci avvicinassimo a un fiume,
sulla cui riva alcuni uomini si divertivano a prendere dei pesci all'amo.
Riconoscemmo subito in quegli uomini dei forzati liberi (I), così ci
avvicinammo a loro senza timore.
— Buongiorno, signori liberati! - dicemmo noi.
— Buongiorno, - risposero essi. - Venite da molto lontano?
E la conversazione s'ingaggiò. A un tratto il loro staiosta si die
a guardarci fissamente, poscia prendendomi in disparte :
— Non siete voi, per caso, dell'isola di Sakhalin. signori viag-
giatori"? Non siete forse voi che avete fatto la festa al famoso Saltanoff?
lo non osai dirgli la verità, ve lo confesso, sebbene egli fosse dei
nostri, ma in simile caso si diffida di tutti. E bisogna dire pure che
il forzato libero non è come quello della comunità; i suoi interessi
non sono più gli stessi. Per guadagnare le buone grazie delle autorità,
può, senza timore, denunziarci; egli è libero! In prigione, ove tutti
gli spioni ci sono noti, non oserebbe farlo, perchè noi sapremmo su-
bito scoprirlo e punirlo.
(1) I forzati liberi sono detenuti che hanno terminato la loro pena. Bencliè
in libertà, rimangono .sottomessi al controllo dell'amministrazione e ad un rego-
lamento speciale.
l'evaso da sakhalix 621
Lo starosta si accorse della mia esitazione e continuò:
^ Non abbiate alcun timore: io non lio mai denunziato alcuno
dei nostri, non è nelle mie abitudini. D'altronde ammettiamo che non
siate stati voi, e tutto è detto. Soltanto, comprendete, il rumore corre
in città che vi è stata una evasione a Sakhalin e ora vi vedo innanzi
a me tutti e undici. Allora, necessariamente, ho dei sospetti!... Ah,
miei cari, che brutto affare avete voi sulle spalle! Una vera disgrazia,
in fede mia ! perchè la cosa è grave in sé, e il nostro « ispravnik » è
una volpe fine. Del resto, ciò riguarda voi... Se riuscirete a passare
senza essere riconosciuti, tanto meglio per voi : intanto possiamo of-
frirvi tutto quel che ci resta di provvigioni nella comunità, visto che
torniamo a casa nostra, questa sera stessa ; prendete, eccovi del pane:
e più, vi daremo dei pesci. Non avete bisogno di una caldaia?
— Sia, - dissi io - una caldaia di più non sarà inutile.
— Ebbene, prendetela. Inoltre, al cader della notte, tenterò di
|)ortarvi ancora qualche cosa dalla città. Bisogna bene aiutarvi, siete
(lei nostri !
Queste buone parole ci fecero bene, ne sentimmo molto sollievo,
lo tolsi il mio cappello e salutai il brav'uomo. in segno di ringra-
ziamento e di gratitudine; i miei compagni fecero lo stesso. Era già
molto l'averci dato dei pesci, ma erano sopratutto le sue parole affa-
bili che ci consolavano. Cosi, noi, abituati a nasconderci, a fuggire
innanzi agli uomini, ne trovavamo uno che aveva pietà di noi. Gli
uni ci cercavano per darci la morte, questi ci aiutava a vivere. Ma
quella soddisfazione era per costarci molto cara.
Dopo la partenza dei liberati, i nostri risentirono una gioia inso-
lita. Wolodka stesso danzava, saltava di piacere. Tutti, infine, obliammo
per un momento i timori che ci assediavano senza posa. Allora an-
dammo presso il fiume in una vallata chiamata Dickmann, dal Te-
desco che vi fece costruire i suoi battelli. ]jà, accendemmo un buon
fuoco su cui furono poste le due caldaie l'una per il tè, l'altra per
la zuppa di pesce.
Il giorno, che cominciava a tramontale, divenne atfatto oscuro e
una pioggia fine si mise a cadere. Ma, come eravamo intorno a un
buon fuoco, sul punto di prendere 11 tè, ci inquietavamo poco della
pioggia. Rivedo ancora quel quadro: tutti, seduti intorno al foco-
lare, conversavamo tranquilli, assolutamente come piccoli santi nella
manica del buon Dio !
E, cosa incredibile, che prova a qual punto noialtri forzati spin-
giamo talvolta la noncuranza, non pensavamo che dalla città vedes-
sero il fuoco.
Nelle nostre marcie a traverso la taiga o le montagne, avevamo
paura del minimo rumore, e ora, ecco che accendevamo il fuoco, pro-
prio l'impetto alla città, e ci riscaldavamo pacificamente, come se
tutto andasse pel meglio nel migliore dei mondi. Fortunatamente per
noi, abitava là, in quell'epoca, un vecchio funzionario, antico sorve-
gliante della prigione di N... Tutti i detenuti di cui quella prigione
era piena hanno conservato di quel vecchio un buon ricordo, e que-
sti sono molti, essendo la prigione grandissima. Egli si chiamava
Samaroff ed era conosciuto in tutta la Siberia. E io stesso, vedete,
avendo appreso poco tempo fa che era morto da due anni, sono andato
espressamente a cercare il pope e gli lio dati 50 kopeki perchè di-
cesse una messa pel riposo di quell'anima. Avea un cuore eccellente.
ii"2'i i/EVASO da SAKHALIN
quel vecchio! Che Dio gli dia pace! Solamente aveva il vizio di bor-
bottare e di bestemmiare... K cosa inaudita come ci rimproverava ! Gri-
dava, si adirava, pestava il piede, stringeva i pugni e tuttavia nessuno
aveva paura di lui... Non gli si serbava mai rancore, perchè era un
uomo giusto. Non perseguitava mai i ]ìrigionieri. non li tormentava,
non cercava di appropriarsi del loro danaro, eccetto quello che la
Comunità gli dava di buona volontà, in ricompensa dei suoi buoni
servigi. Risogna dire pure che. individualmente, i prigionieri non di-
menticavano il vecchio carico di numerosa famiglia Egli ammassò
così una discreta fortuna, e all'epoca di cui parliamo questo ex-sor-
vegliante aveva preso il suo ritiro e viveva tranquillamente a Niko-
laiewsk. nella sua piccola casetta. Clome per il passato, era sempre
in buone relazioni con 1 nostri, i liberati.
11 Cìiso fece che al momento in cui ci riposavamo così dolcemente
nella valle, intorno al nostro fuoco. Samarolf fos.se seduto sulla scala
della sua casa e fumasse. A un tratto, vede quelle fiamme che si
innalzano nella valle di Dickmann: « Chi duncpie. .si dice egli, ha po-
tuto accendere quel fuoco? »
Egli chiama allora due forzati liberi ehe passavano innanzi a lui
e domanda loro :
— Dove pescano dunque i vostri comjtagni ' Sarebbe for.se nella
valle di Dickmann"'
— No. - rispondono - deve essere un pò" più in là. D'altronde a que-
st'ora essi devono essere già rientrati in città.
— E proprio quel che pensava io. E vedete quel fuoco, la giù,
al di là del fiume?
— Sì, lo vediamo.
— Ebbene, chi ha potuto accenderlo? Che ne pensate?
— Non ne sappiamo nulla. Stepan Savelievitch: dei viaggiatori,
probabilmente.
— Dei viaggiatori, dite voi... È che non vi date la mencmia pena
di pensare ai vostri compagni, vili che siete!... Debbo sempre io pen-
sare a tutti? E voi avete tuttavia inteso ciò che F « ispravnik » ha
detto, ieri l'altro, a proposito di quelli di Sakhalin... Li si è visti
nelle vicinanze... Se fossero stati cpiegli imbecilli ad accendere quel
fuoco?... Se fossero essi?...
— È possibile. Stepan Savelievitch, sono essi forse che 1" hanno
acceso ?
— Ebbene, in questo caso, il loro affare è chiaro, e non vale
un guscio di uovo. Eccoli là i miei imbecilli!... Io non sono sicuro
che r « ispravnik » sia in città!... In tutti i casi, se non c'è, vi sarà
fra breve. Scoprirà subito questo fuoco e un distaccamento .sarà co-
mandato per andare ad arrestarli. Quale partito piendeie?.. Essi mi
fanno tuttavia pena!... Ora s<mo lutti per peidersi a causa di Salta-
nott! Su, ragazzi miei, preparatemi un canotto...
Durante quel tempo eravamo seduti presso il nostro fuoco aspet-
tando la zuppa di pesce che si cuoceva : da molto tempo non avevamo
mangiato nulla di caldo. La notte era nera: dall'Oceano si avanza-
vano nuvole dense, la pioggia sottile che cadeva sempre crepitava in
fondo al biuTone e nella profondità della taiga; ma tidto questo ci
dava una specie di sensazione di piacere: pei' noialtii paiia la notte
oscura è come una madre protettrice: più il cielo è nero, piii si ral-
legra il nostro cuore.
Il
l'evaso da sakhai,in 6!23
A un tratto, ecco che il nostro Tartaro tende le orecchie; hanno
riulito fine come i gatti questi Tartari! Ascolto, io pure, ed effettiva-
mente credo sentire agitarsi tutto dolcemente. Mi avvicino alla riva....
non mi inganno, sì. è un piccolo canotto che scivola lungo la riva.
Si distinguono perfettamente i rematori e il timoniere con la sua coc-
carda che gli brilla sul berretto.
— Noi siamo perduti. - dico io ai compagni. - Questi è 1' « is-
pravnik ».
Di un salto tutti sono in piedi: si rovesciano le caldaie, si fugge
verso la taiga.
10 li fermo, dò lordine di non sperdersi, perchè, mi dicevo, biso-
gna vedere di che si tratta, e, tutti insieme, riuniti, possiamo ancora
(lifenderci. sopratutto se essi non sono numerosi. Intanto ci nascon-
diamo dietro gli alberi.
11 canotto abborda. Cinque uomini ne scendono. Uno fra loro si
mette a ridere.
— Che cosa avete a fuggire cosi, razza di imbecilli "i? Voi non
tarderete a mostrarvi tutti adesso; io ho un mezzo magico per farvi
uscire dai vostri nascondigli. Ecco dei valoi'osi che scappano come
lepri.
Vicino a me, dietro un cedro, stava Daryne.
— Di' dunque, Vassily. - dice egli - mi sembra riconoscere la voce
dell" « ispravnik».
— Taci, - dico io. - Ora vedremo come la cosa finirà : non sono molti
di numero.
.\llora, uno dei rematori si fé" innanzi e chiese:
— Ehi! laggiù! Non abbiale paura!... Vi è -egli alcuno, che co-
nosca un detenuto della nostra |)rigione'
Nessuna risposta. Noi respiravamo appena.
— Ma che avete dunque, specie di demonii! - gridò egli di nuovo. -
Dite dunque alla fine se conoscete qualcuno della prigione: forse al-
lora ci riconoscerete.
10 risposi :
— Che noi ne conosciamo o no, poco importa. In tutti i casi
sarebbe stato meglio per noi, e forse per voi. mai incontrarci, perchè
non ci renderemo vivi !
Con queste parole, io avvertiva i compagni di tenersi pronti. Essi
non erano che cinque, noi eravamo dunque i più forti. Quel che mi
secca, dicevo fra me. è ciie essi spareranno dei colpi di rivoltella che
saranno intesi dalla città. Ma infine, poi che in tutte le maniere noi
siamo perduti, non ci arrenderemo senza combattere!
11 vecchio riprese la parola.
— Via, fanciulli, è possibile che nessuno di voi conosca Saniaroff?
Daryne ancora una volta mi spinse col gomito.
— Davvero, - dice egli - questi deve essere il soivegliante di N. - E
alzando la voce chiese : - Vostra Nobiltà, si ricorda essa di un uomo
chiamato Daryne f
— Lo credo bene che mene ricordo! Egli era uno dei miei staresti
a N. e si chiamava Teodato, io credo.
— Sono io stesso, Vostra Nobiltà! Uscite, compagni, è un nostro
padre.
Allora, ci mostrammo tutti.
624 l'evaso da sakhalin
— Ebbene, Vostra Nobiltà, voi siete dunque venuto qui ])er arie-
starci? Speriamo bene di no, tuttavia.
— Ah! come slete bestie! Io ho avuto semplicemente pietà di voi
imbecilli! Ma che cosa vi prende, triplici idioti, di accendere il vostro
fuoco proprio in faccia alla città'?
— Noi eravamo bagnati fino alle ossa. Vostra Nolìiltà. pioveva...
— Pioveva! E voi siete dei Brodiaghi"? Forse che la pioggia vi
avrebbe liquefatti? Avete fortuna però, anzi due fortune; quella cioè
che mi è venuta fantasia di fumare Sa pipa sulla mia scalinata, e che
« rispravnik » non sia ancora ritornato in città. Altrimenti egli avrebbe
scorto il vostro fuoco e vi avrebbe trovato subito un posto per farvi
asciugare, lui. Eh! fanciulli miei, voi non siete ancor molto al)ili, a
quel che vedo, sebtjene abbiate fatta la festa a Saltanoff, canaglia che
siete ! Su, spegnete il vostro fuoco, fuggite al più presto, e sperdetevi
nella vallata, lontano, lontano ! Là accenderete quanto fuoco vorrete,
imbecilli che siete !
E il buon uomo continuava a borbottare, lanciando la sua prov-
visione di grosse parole ; noi, intorno a lui. ridevamo sotto i baffi. In-
fine, più calmo, disse :
— Ebbene, sapete ? laggiù, nel canotto vi è del pane e del tè
che vi ho portato. Non conservate dunque un cattivo ricordo del vec-
chio Samaroff ! E se piace a Dio che uscirete salvi dal cattivo passo
in cui siete, se uno di voi si trovi per caso in Tolhosk... che vada
alla cattedrale e vi bruci un cero in onore del mio santo patrono.
Quanto a me, lo vedo bene è scritto che morrò in questo paese. La
fortuna di mia moglie, la casa che essa mi ha portata in dote e che
noi abitiamo, tutto questo mi ha creato degli obblighi... E poi io sono
già vecchio! Ma questo non impedisce che mi ricordi spesso del paese
dove sono nato !... E ora addio ! Ah ! ancora un consiglio per tiniie:
Dividetevi in piccoli gruppi. Quanti siete ora ?
— Noi siamo undici.
Undici ! undici !... Come dopo ciò non dire che siete stupidi !
Ma si deve già conoscervi a Irkutsk ! E voi continuate ad andare cosi,
indifferentemente, in massa !
Dopo quest'ultima ammonizione, il vecchio Samaroff risali sul suo
canotto e partì. Noi coi-remmo in fondo alla vallata. Là. facemmo bol-
lire il tè, della zuppa, poi, avendo diviso le nostre provvigioni, ci se-
parammo, conforme al consiglio che ci aveva dato il vecchio. 11 mio
compagno fu Daryne; Makaroff se ne andò con i Circassi ; il Tartaro
si unì a due altri Brodiaghi e i tre ultimi formarono il quai'to grujipo.
Dopo, non ci siamo [ìiù rivisti. Io non so se essi sono morti o vivi.
Ho inteso solo diie che il Tartaro era stato ripreso e rinviato a Sak-
halin, ma non ne sono sicuro.
Quella stessa notte, prima che fosse apparso il giorno. Daryne ed
io passammo rapidamente innanzi alla città Nikolaiewsk. Non incon-
trammo nessuno. LTn cane soltanto in una fattoria cominciò ad abbaiare.
Quando il sole si levò, avevamo già fatto una diecina di verste a
traverso la taiga e di nuovo costeggiavamo la strada maestra allorché,
ad im tratto, sentimmo il tintinnìo di un campanello che si avvici-
nava. Ci nascondenuno dietro un cespuglio e guardammo: vedemmo
passare allora una carrozza postale a tre cavalli, e nel fondo di quella
carrozza, «l'ispravnik» che vi sonnecchiava, dolcemente avvolto nel
suo mantello.
l" EVASO DA SAKHALIN 6'25
Io e Dai yiie ci facemmo il segno della croce. - Dio sia lodato ! e^li
iioa era in città ieri sera; ci cercava, ci inseguiva e la sua assenza
ci ha salvati.
11 mio fuoco si spegneva: faceva caldo nella yurta, come in un
forno. Alle finestre, i ghiaccinoli cominciavano a sciogliersi, cosa che
provava che la temperatura era meno bassa, perchè, durante i gran-
dissimi freddi, non si liquefanno mai, né airesterno, ne airinterno.
malgrado il calore considerevole della camera. Noi cessammo dunque
di aggiungere legna nella stufa ed io uscii per chiudere il fumaiolo.
Infatti, la nebbia era completamente sparita : l'aria era divenuta
più trasparente e più dolce. Al nord, dietro la massa nera delle fo-
reste che coronano le colline, nuvole biancastre proiettavano una
debole luce, correvano rapidamente nel cielo : e nella notte profonda
e fredda quei turbini di vapore sembravano uscire da qualche petto
enorme: si sarebbero detti immensi sospiri che senza rumore passassero
da una estremità alfaltra deirorizzonte per andarsi a spegnere nell'az-
zurro carico del cielo. Era un'aurora boreale, le cui deboli luci scher-
zavano nel firmamento.
Cedendo a una specie d'incanto particolare e triste, io stavo in
piedi, sul tetto, seguendo con aria pensosa quei riflessi d'oro pallidissimi
che rischiaravano l'orizzonte. La notte regnava ora sovrana in tutta
la sua bellezza fredda e malinconica. Là, in alto, nella volta celeste,
scintillavano le stelle: in basso, un piano di neve, vasto panno bianco
e ininterrotto, si stendeva in lontananza : e su quel bianco, la taiga
staccava la sua cresta nera, mentre all'orizzonte si innalzava il profilo
acuto delle montagne bluastre. E tutto quel quadro di freddo e di
silenzio empiva l'anima di una tristezza tenera. Mi sembrava che una
voce singhiozzante percoiresse lo spazio ripetendo queste parole terri-
bili ; «Lontano! lontano da tutto ciò che hai amato! »
Quando rientrai nella yurta, il Brodiaga dormiva : si sentiva di-
.stintamente la sua respirazione uguale.
Mi coricai, io pure: ma ancora sotto l'impressione del racconto
che avevo inteso, per molto tempo non potei doi'mire. Qualche volta,
il sonno sembrava scendere sulla mia testa in fiamme, ma allora,
come espressamente, il Brodiaga si agitava, si voltava sul banco, mor-
morava parole incomprensibili. Quei suoni inquieti e confusi che usci-
vano dal suo petto sonoro scacciavano ben presto il leggero sonno
che si era impadronito di me. Mi rizzavo a sedere sul letto e la mia
imaginazione tornava alle scene dell'odissea die avevo ascoltato. In-
fine, mi assopii. Credevo sentire al disopra di me il brusio dei larici
e dei cedri: mi vedevo sull'alto di una roccia, guardando, in fondo a
un burrone, le casette bianche dei cordoni di vigilanza, mentre che
fra i muri bianchi e i miei occhi un'aquila dalle ali possenti svolaz-
zava dolcemente nel vuoto.
E il mio sogno mi traspoitava sempre più lontano da quella yurta,
dove regnava un'oscurità disperante. Io mi sentiva avvolto dal soffio
di un vento che aspiravo in tutta libertà : nelle mie orecchie risuo-
nava il rumore confuso e sordo dell" oceano : il sole tramontava, le
luci azzurre del crepuscolo scendevano sulla terra, e il mio canotto
si dondolava dolcemente sulle onde.
^ Voi. evi. Serie rV - Itì agosto 1903.
626 l'evaso da sakh.vll\
Vj che quel giovane Brodiaga, col suo racconto, mi aveva infe-
ramente sconvolto ! Mi imaginavo l'effetto che doveva produrre (luel-
Tepopea raccontata ai forzati, in una caserma soffocante, fra le quattro
mura di una prigione ben chiusa. E mi cliiedevo percliè il racconto
si incidesse così profondamente nel mio spirito. Non era punto a
causa delle difficoltà delle vie che essi avevano percorso, né di quel
che avevano dovuto soffrire, e nemmeno a causa dell'angoscia costante
ed indicibilmente crudele che alberga neiranima di un Brodiaga. no,
no : era a causa di quella poesia strana che si compenetra in questa pa-
rola « libertà »: e fu questa forza attraente, questo soffio possente, que-
sta aspirazione verso il mare, verso la taiga, verso le steppe, che
fecero così violentemente battere il mio cuore : e se me. che non nu-
drivo più speranze, quella libertà poteva ancora lusingare, quale in-
canto non doveva avere essa pel Brodiaga. che già aveva gustato la
coppa avvelenata del desiderio insaziabile I
11 Brodiaga dormiva sempre, ma a me i pensieri non davano riposo,
dimenticavo completamente le circostanze che avevano condotto \'as-
sily alla prigione e all'esilio, quel che egli aveva sofferto e i falli che
aveva commessi quando cessò di obbedire ai suoi genitori. Non ve-
devo in lui che un giovane pieno di vita, di forza e di energia la
cui passione era la libertà, e che cercava la sua via per slanciarsi...
Dove ?
— Si. dove.'...
Nelle parole confuse che borbottava il Brodiaga. sentivo non so
quali lamenti, vaghi, indefiniti, lo mi assopiva sotto Timpressione di
quell'enigma indecifrabile, e dei sogni oscuri continuarono ad asse-
diarmi. Il sole era già tramontato. Vedevo la terra enorme, infinita,
malinconica e triste, tutta immersa in un'atmosfera di pensieri dolo-
rosi. Una nuvola silenziosa e pesante era sospesa nel cielo... Solo,
l'orizzonte si illuminava ancora dei deboli raggi dell'aurora vesperale.
In qualche parte, laggiù, a piedi delle montagne azzurrastre e fan-
tasiose, scintillava un piccolo fuoco... Che cosa è? È forse la fiamma
del focolare paterno, da così lungo tempo abbandonalo ? o è un fuoco
fatuo al disopra della tomba che mi aspetta ?
Era già tardissimo, allorché mi addormentai.
Quando mi risvegliai, i raggi obliqui del sole, penetrando a tra-
verso i ghiacciuoli. scherzavano sul pavimento della yurta. Erano circa
le undici. Il Brodiaga non era più là.
Dovevo andare alla sloboda per i miei affari, .attaccai il mio ca-
vallo a un piccolo carretto, e uscii dalla casa prendendo la lunga
via del villaggio. Il tempo era chiaro e relativamente dolce : avevamo
'■lo gradi Réamur. circa ma... tutto è relativo in questo mondo, e ciò
che si chiama ovunque il punto culminante dell'inverno era conside-
rato, qui, come il primo soffio della primavera che si avvicinava.
1 tiu'bini di fumo che sfuggivano a un tempo da tutti i fumaiuoli
della sloboda non salivano più verso il cielo in colonne rigide, dritte
e immobili, come avviene durante i grandi freddi ; essi si curvavano
verso l'ovest. Dall' Oceano Pacifico soffiava un vento di Est che por-
tava il calore.
Quasi metà della sloboda è abitata da Tartari esiliati ; e come
quel giorno era la loro festa, la via presentava un aspetto abbastanza
l'evaso da sakhaun 627
animato. Ad ogni istante un portone cigolava su i cardini e si vedeva
uscire da esso un carretto o dei cavalli da sella su cui stavano dei
cavalieri vacillanti, dei cavalieri leggermente ebbri. Il fatto è che quei
discepoli di Maometto si curano mediocremente delle proibizioni del
Corano. K questo spiega i zig-zag fantastici che descrivevano cavalieri
e pedoni nella via della sloboda.
Talvolta, qualche cavallo ombroso si gettava di lato un po' bru-
scamente, il carretto si rovesciava, il cavallo fuggiva a tutte gambe,
mentre il suo proprietario, tenendo sempre le redini, si dibatteva a
terra, il viso nella neve, sollevando intorno a lui una vera nuvola di
polvere bianca.
Non essere in stato di mantenere fermo il cavallo, essere gettato
fuori del carretto questo può avvenire ad ognuno che sia brillo, ma
sarebbe vergogna per un Tartaro lasciare le redini, per quanto im-
barazzanti siano le circostanze.
Ma ecco che la via. dritta come un I. comincia ad animarsi ed
agitarsi in maniera tutta particolare. 1 cavalieri si dirigono verso le
siepi, i pedoni si allineano, le donne tartare, con i loro « tchedras »
rossi, tutti adorni e variopinti, rimandano i fanciulli nelle case ri-
spettive.
I curiosi escono da tutte le \ urte e tutti gli occhi si volgono
verso un sol punto.
All'estremità della lunga strada appare un gruppetto di cavalieri.
Sono le corse, le corse che appassionano così i Yakuti come i Tar-
tari. Erano cinque cavalieri che volavano come il vento. Quando la
cavalcata passò vicino a me. riconobbi, innanzi, il piccolo cavallo grigio
sul (piale Haghylai era venuto la vigilia in casa mia. Ogni salto gli
taceva guadagnare terreno e lo spazio aumentava .sempre fra lui e gli
altri cavalli che esso silasciava sempre indietro.
Passavano tutti come un uragano, facendo tremare il suolo sotto
i loro zoccoli.
(Ili ocelli dei, Tartari brillavano, eccitati, quasi cattivi. Tutti quei
gevUemen-riders agitavano braccia e gambe, gridavano a squarcia-
gola, il torso completamente rovesciato, (piasi sul donso delle bestie.
Solo. Vassily moritava « alla russa ». chino sul collo dell'animale,
mandando, talvolta, piccoli gridi stridenti, secchi e laceranti come colpi
di frusta : il suo cavallo, ventre a terra, fendeva l'aria come un uccello.
Le simpatie della folla erano, come avviene in simili casi, pel
vincitore.
— Eh ! che bravo giovane! -gridavano gli spettatori estasiati, mentre
i vecchi ladri di cavalli, amatori appassionati di ogni sjmrt. accocco-
lati su i talloni, imitavano l'andatuia del cavallo, si battevano sulle
ginocchia, segnando la misura cadenzata di ogni colpo di zoccolo.
In mezzo alla strada, X'assily, che ritornava sul suo cavallo co-
perto di schiuma, mi raggiunse.
I suoi rivali si trascinavano lontano. lentame»te, coperti di onta.
II viso del Brodiaga era pallido: i suoi occhi accesi brillavano.
Notai che era leggermente ubbiiaco.
— Si fa la festa. - mi gridò egli, chinandosi sul suo cavallo e agi-
tando il suo berretto.
— Questo è fatto vostro - risposi.
— Non ti adirare!... Non vi è pericolo, io posso fare la festa, ma
annegare la mia ragione nel vino, mai! E. sia detto fra noi. non dare
628 l'evaso da sakhalin
il mio sacco da viaggio a nessuno, sotto alcun [netesto ; non lo dare
nemmeno a me stesso se te lo domandassi.
— Inteso! -risposi freddamente. - Soltanto, vi pregodi non venirmi
a trovare se siete ubbriaco.
— Bene, sta tranquillo - rispose il Brodiaga, allungando un coIjìo di
briglia sul suo cavallo. La bestia si scosse, si impennò e si slanciò in
avanti, ma dopo alcuni salti, Vassily la fermò e ritornando di nuovoame:
— Che cavallo! Vale dell'oio ! Pure io avevo scommesso. Avete
visto come corre"? Ora lo venderò ai Tartari j)el prezzo che vorrò.
Perchè, vedi, i Tartari si appassionano per un buon cavallo.
— Ma perchè volete venderlo "? Quale cavallo montereste alloi-a 1
— Lo vendo... si, è cosi... il concorso delle circostanze.
Egli frustò di nuovo, ma non si allontanò.
— La verità è die ora ho incontrato qui uno dei miei compagni...
Ora, abbandono tutto. Ohe ! Cherr I Guarda, quel Taitaro là, quegli
che è montato su uno stallone grigio pomellato... Olà! tu! - gridò egli
chiamando il Tartaro che stava dietro di lui. - Akhnietka! Vieni dun-
que qui!
11 cavallo grigio-pomellato si avanzò verso il mio (carretto, agi-
tando la testa, il passo fermo. Il Tartaro che lo montava tolse il
cappello e mi salutò, il viso furbo illuminato da mi allegro sorriso.
Io r osservai con curiosità. 1 suoi piccoli occhi brillavano gaia-
mente fissandosi sul suo interlocutore, con un'aria di familiarità ca-
nagliesca che sembrava dire a tutti : « Noi ci comprendiamo 1' un
l'altro, lo sono un poco di buono, è vero; ma che importa'? sono una
birba abile, non è vero? »
E se si guardava con attenzione il suo viso dai pomelli sporgenti,
quelle rughe gioviali intorno agli occhi, quelle grandi e fini orecchie
che sembravano guardare in modocosì strano dalle due parti della testa,
si finiva per sorridere involontariamente. Allora, Akiimetka, convinto
che lo si aveva compreso, si teneva per soddisfatto, scuotendo la testa
con bonomia, in segno di solidarietà di opinioni.
— È un compagno - aggiunse egli indicando Vassily con un
cenno. - Abbiamo fatto il viaggio insieme come Biodiaghi.
— E ora, dove abiti dunque '? Io non mi ricordo di averti visto
finora, nella sloboda.
— lo vi sono venuto a cercare le mie carte. Vado nelle miniere
di oro, dove fo il commercio dell'acquavite.
lo guai'dai Vassily. Egli abbassò dapprima la testa, ma subito,
raccogliendo le briglie del suo cavallo, la rialzò arditamente, con aria
provocatrice, gli occhi ardenti. La sua bocca linianeva fortemente ser-
rata, ma il suo labbro inferiore tremava visibilmente.
— lo ritorno nella taiga con lui. Che stai a guardarmi cosi? Io
sono un Brodiaga ! Sì, un Brodiaga !
Egli pronunziò queste ultime parole al momento in cui il suo ca-
vallo partiva, al galoppo.
Un istante dopò, non si sentiva più che uno scalpitio vigoroso di
zoccoli, <'lie si allontanava sempre più, in una nuvola di polvere gelata.
Un anno dopo, Akhmetka riapparve nella sloboda |)er prendervi
le sue « carte », ma non vi ritornò più Vassily.
fFineJ.
WlADIMIRO KOROl.ENKO.
Tradttsione di Nino Db Sanctis.
L'ATMOSFERA DEL DRAMMA MUSICALE
Riccardo Wagner, in un passo della sua maggiore opera critica, ap'
plica nel campo dell" arte la legge generale della dipendenza di ogni
attività umana da altra attività precedente, siccome effetto legato alla
propria causa (1). Se la forma nella qnale egli adombra questo con-
cetto è contorta e farraginosa, non meno chiaro apparisce il suo pen-
siero : « Il seme fecondatore portato dal poeta ha in sé concentrati
tutti i .succhi più delicati della vita che il passato vi ha raccolti, per
trasmetterli all'avvenire come un germe necessario e fecondo : impe-
rocché questo avvenire non è altrimenti pensabile se non determinato
dal passato » {"D. Con queste parole il maestro di Lipsia accenna al-
l'opera d'arte dell'avvenire, la quale - egli aggiunge - è creata dall'ar-
tista odierno. « che presente la vita dell'avvenire e aspira ad esservi
compreso ».
Questa legge vale, secondo il Wagner, solo per il futuro, o non
è anclie applicabile alla storia dell'arte musicale presente e passata "?
Ed egli stesso, il grande musicista, immaginò di essere sfuggito al-
l'impero di questa legge e di aver tratto ogni concepimento estetico
ed ogni inspirazione solo dalle profondità della propria psiche, nulla
dovendo alle età trascorse"?
Trattando dell'opera, egli dice che questo genere artistico si è
sempre aggirato nelle spire di un errore, perché in essa di un
mezzo dell'espressione (la musica) si è fatto lo scopo, e dello scopo del-
l'espressione (ildrannna) si è fatto il mezzo. La storia dell'o/jerri, dal-
l' epoca del Gluck a quella del Meyerbeer, è la storia di questo
errore, al quale ninno sfugge: non il Gluck. che primo si ribellò al-
l'arbitrio del cantante (tino allora dominatore incontrastato della scena)
nella esecuzione dell'aria, conferendo alla melodia ima espressione
analoga al senso delle parole che le erano sottoposte ; non i successori
immediati del Gluck : Cherubini. Méhul e Spontini, anch'essi atfac-
cendati, come il loro maestro, ad invadere il dominio proprio del
drammaturgo. Non sfugge a questo errore il divino Mozart, e mag-
giormente vi sono soggetti Rossini e Meyerbeer : Rossini, il quale creò
la melodia semplice e gradevole, assolutamente melodica, la melodia
che scivola negli orecchi e si licanta, la melodia che niun rapporto
lega al libretto al quale deve andai'e congiunta : Meyerbeer, il grande
eclettico, il mancipio dei gusti variabili dei pubblici europei, il ban-
chiere ebraico fatto musicista. E in questo errore cade anche un altro
(1) Vedi Gnylielmiiia Scìiroeder-Detrient e Gaspare Spoìitini, nella Xttoia An-
tologia, 16 luglio 1903.
(2i Opera e dramma, traduzione di LriGl Topcm, voi. II. pag. 251-52.
();{U I," ATMOSFERA DEL DRAMMA MirSlCAI.E
compositore tedesco che pure ha titoli immortali alla ;iiiiuiiiazi(jiie dei
posteri : Carlo Maria von Wel)er, il musicista del jii'iipi'o letterario
romantico di Berlino, quello stesso che. discendendo nel piato e nel
bosco, attrattovi dal profumo che emanava il fiore del canto popolare,
non S'^ppe resistere al desiderio di offrirlo air umanità costretta nel-
l'errore tradizionale, si che lo divelse dalla terra ove era liberamente
germogliato, e lo presentò trasfigurato nelle sue opere, non riuscendo
che a dimostrare ancora una volta la immanenza necessaria, nella
forma di arte tradizionale, di quell'errore ch'egli voleva combattere :
a dimostrare cioè che non v'ha fra le possibilità delia musica, fosse
essa la più bella e pura melodia popolare, quella di trasformare sé
medesima nel dramma.
Riccardo Wagner non vuole adunque riconoscere alcun l'appoito
fra la propria concezione dell'opera d'arte e la concezione di quelli
che prima di lui furono eccellenti nell'opera musicale. Ma noi sa])-
piamo che il grande maestro ha più volte accennato a un nesso ideale
fra la propria gloria e quella della cantante tragica Guglielmina
Schroeder-Devrient. Lasciamo adunque da banda i particolari intimi
della vita di lei. ed ammiriamola nel periodo della massima eftlore-
rescenza del suo genio, su quel palcoscenico che fu centro della sua
gloria. Cerchiamo di scoprile ciò che nella grande arte della Schroeder
è dovuto alle personali facoltà ed attitudini dell'artista, e ciò che
essa raccolse dal mondo ambiente tedesco. E per poter fare special-
mente quest'ultima importantissima indagine (importantissima nei ri-
guardi della storia del teatro tedesco), occorre Ci^aminare un poco le
condizioni intellettuali della Germania contemporanea all'artista, l'i-
volgendo la nostra attenzione alla letteratura, alla critica estetica e
a quella che fu la educazione degli artisti della scena di jìrosa e del-
l'opeia in (iermauia, nell'epoca della maturità artistica della Schroeder.
Al termine di questa indagine ci sarà agevole scoprire alcuni dei nu-
merosi legami che avvincono il genio di Riccardo \Vagner al passato.
Il dramma, e più preci.samente l'essenza del dramma greco antico,
era sfato in cima al {pensiero dei gruppi intellettuali dei tedeschi, dal
giorno che Lessing, dopo avere acerbamente criticata nella sua Dram-
maturgia amburghese la tragedia classica francese tlel secolo diciasset-
tesimo coi suoi versi alessandrini e con la regola delle tre luiità,
aveva colpito in Gottsched e nella sua scuola gli ammiratori ed imi-
tatori tedeschi dei tragici francesi. 11 dramma nella tJrecia antica era
rivelato allo spettatore soltanto dalla jiarola. Pochi erano i movimenti
esteriori, e le azioni importanti non avvenivano sulla scena, si che
allo spettatore erano generalmente comunicate da messaggeri. L'eroe
sulla scena effondeva i propri sentimenti e il coi'o es]>rimeva l'impres-
sione prodotta dai tatti raccontati nell'animo di quelli che erano in-
torno. Il dramma greco fu, come osserva il Wagnei', innestato nel
nostro sviluppo storico, e ricostruito dal Racine e dagli altii tragici
francesi del secolo diciasettesimo, secondo le nuil comprese regole di
.Aristotele. Nella tragedia del Racine e dei suoi confemiìoranei, la scena
è dominata dalla figura stereotipa dell'eroe greco adattata ai tempi
moderni: figura riffessa, quindi fredda, senza sangue, e come inanimata.
Intanto la più importante delle tre unità aristoteliche, l'unità del
fenqjo. la quale esige che l'azione si svolga e si compia nel breve
l'atmosfera dei, dramma musicale 631
giro di ventiquattr'ore, non permetteva ai tragici francesi di conse-
gnare alla scena un carattere, ma solo una peripezia, una catastrofe.
La mancanza presso "i francesi di erudizione e di quella penetrazione
delfanima greca che fu, come constatai innanzi e meglio sarà mo-
strato nel seguito, la costante aspirazione dei tedeschi dopo Lessing,
fece applicare in Francia i costumi e i sentimenti moderni alle azioni
antiche. La forma del verso alessandrino col suo accento convenuto,
con i legami che impone al pensiero, recitato in modo pomposo e ma-
nierato (lalFattore francese, la cui arte consisteva tutta nella decla-
mazione del verso, togiie\a ogni originalità e naturalezza alla tragedia.
Lessing volle bandita dalla Germania la imitazione di questo ge-
nere di letteratura, ed affermando resistenza di un più diretto rap-
porto fra il teatro inglese e il genio nazionale tedesco che non fra
questo e la tragedia francese, iniziò nella sua patria lo studio e la
imitazione del dramma shakespeariano, che, introdottovi da comme-
dianti inglesi ed illustrato da Herder, fu accolto dal popolo.
Ma alcune menti geniali, dopo avere esordito con la imitazione
del grande drammaturgo inglese, si diedero ad un lavoro tormentoso,
diretto a penetrare Tanima greca non più i)el tramite della tragedia
del Racine e dei suoi contemporanei, ma direttamente, nella essenza
stessa delle opere antiche. Fu questo un beneficio indiretto dell'opera
critica del Lessing. il quale aveva ricercato ben altra cosa: l'origina-
lità, e per ottenerla aveva rivolte le menti dei compatriotti a qualche
cosa di più vicino al genio tedesco, all'opera di Guglielmo Shakespeare.
Era questa per la Germania l'epoca del cosmopolitismo nella let-
teratura, e il |)ensiero tedesco si fermò lungamente nella contempla-
zione di quella antica civiltà, presso la quale la bellezza era comparsa
un giorno fuggevolmente, per non più riapparire, si radio.sa e perfetta,
fra gli uomini. Winckelmann, coi suoi scritti che ebl)ero infliLsso su
tutta l'Europa contemporanea, volge\a le menti degli artisti alla am-
mirazione dei monumenti antichi. E se Lessing nel Laocoonte o Trat-
tato dei limiti della pittura e della poesia aveva assegnato al dramma
letterario, al dramma considerato come ramo della letteratura (non al
dramma scenico) (1) confini e barriere, Winckelmann mostrava i nessi
delle varie arti, e gettava sprazzi luminosi su ciascuna di esse me-
diante l'esame delle altre.
I nuovi criteri estetico-ciitici avevano avuto immediata ripercus-
sione nel campo della letteratura, si che la attività letteraria del Goethe
e dello Schiller è la storia della oscillazione del jiensiero tedesco fra
il dramma moderno di Shakespeare e l'antica tragedia greca, e in
quest'ultima fase della oscillazione è la ricerca dell'essenza dell'anima
greca, attraverso l'esame di tutte le arti, secondo l'indirizzo del Winckel-
mann. La maggior parie dei drammi storici di Federico Schiller è
satura del pensiero greco: esso si rivela specialmente nella Sposa di
Messina, ove il poeta tedesco riuscì ad una completa intuizione di ciò
che fu l'elemento del fato per gli antichi tragici, mentre in altre opei-e
adombrò i concetti ellenici della tragicità del destino, della Nemesi,
dell" individuo agente quale strumento della divinità. E Wolfango Goethe,
mentre nella Ifigenia, che è, secondo un moderno sci'ittore. mìa conce-
sione animata dal (jenio della statuaria atìtica. imita le forme esteriori
(1) Cfr. Wagner, Opera e dramma, voL I, seconda parte: // dramma e ìa
essenza della poesia drammatica.
6M l" ATMOSFERA DEL DRAMMA MUSICALE
della tragedia greca, nel secondo Faust esprime l'aspirazione alla bellezza .
simboleggiando l'unione del genio moderno con la beltà greca.
L'esame di alcune speciali manifestazioni dell'arte tedesca di
questo periodo prova che non si tardò a fare un passo innanzi ai
VVinckelmann: dall'analisi di tutte le arti, per la migliore comprensione
di ciascuna, si passò al concorso di varie arti, specialmente (juando si
poneva la mira all'attuazione di una situazione drammatica. La stessa
danza in Germania intese alla produzione di un effetto drammatico,
sì che la Stael, in quel .suo libro che è un'ottima guida alla cono-
scenza della Germania intellettuale del diciottesimo secolo e degli
albori del diciannovesimo (1). ne indusse che presso quel popolo me-
glio sarebbe riuscita la danza ])antomiinica. che quella consistente,
come in Francia, nella grazia e nella agilità del corpo. La comparsa
di Fanny Ellsler, intorno al 1830. confermò questo giudizio; la dan-
zatrice tedesca è chiamata da R. Genée « il più gi'ande genio dram-
matico della danza e della pantomima ». Fanny Ellsler però aveva
avuto una precorritrice in Ida Brun, della quale la signora Stael potè
dire: « Essa ha ricevuto dalla natura e da sua madre una capacità
incredibile per rappresentare, mediante semplici atteggiamenti, i quadri
più commoventi o le più belle statue ; la sua danza non è che un
seguito di capolavori passeggeri, ciascuno dei ([uali si vorrebbe fissare
per sempre ; è vero che la madre di Ida ha concepito, nella sua im-
maginazione, tutto ciò che sua figlia sa dipingere agli, sguardi. Le
poesie della signora Brun faimo scoprire nell'arte e nella natura mille
ricchezze nuove che gli sguardi distratti non avevano osservate. Io ho
vistola giovane Ida, ancora fanciulla, rappresentare Altea pronta a bru-
ciare il tizzone al quale è attaccata la vita di suo figlio Meleagro: essa
esprimeva senza parole il dolore, i contlitti e la terribile risoluzione
di una madre ; i suoi sguardi animati servivano senza dubbio a far
comprendere le agitazioni del suo cuor.^ : ma l'arte di variare i suoi
gesti e dì drappeggiare il mantello dì poi'poia del quale era coperta,
produceva almeno altrettanto effetto che la sua fìsonomia ; spesso si
fermava lungamente nello stesso atteggiamento, ed ogni volta un pit-
tore non avrebbe potuto inventare niente di meglio del quadro che
ella improvvisava ». La danza e la poesìa alleate per attuare una si-
tuazione drammatica, la danza comprendente la mimica, anzi espli-
cantesi principalmente in cfuesta : sono due delle arti dì puro ordine
umano che gli antichi tacevano concorrere alla pioduzione dei dramma.
La letteratura romantica (la quale ebbe il merito dì accennare
vagamente, prima del Wagner, al nesso fra la poesìa e la nuisica) (2)
non aveva potuto distruggere in Germania il grande movimento este-
tico del secolo decìmottavo, sicché quando, come reazione a questa
letteratura nella sua ultima trasformazione nel senso della legittimità
e della tradizione feudale, nacque la scuola della Giovane Germania,
si ritrovano, specialmente negli scritti critici di questa, tutti gli ele-
menti della estetica cosmopolita del secolo precedente, la considera-
zione dell'antico dramma greco come la forma più perfetta di questo
genere di arte, e la importanza attribuita alla verità della espressione
drammatica da parte dei personaggi della scena.
(1) Be lAllemagne. Paris, 1818.
(2) Cfr. L. Torchi, Riccardo Wagner (Studio critico).
l/ ATMOSFERA DEL DRAMMA MUSICALE 633
La critica estetica ebbe in ooni tempo in Germania grande im-
portanza. Si ricordino le parole della signora de Stael, quando ac-
cenna all'azione preponderante di Efraimo Lessing nello svolgimento
della letteratura in Germania: « La letteratura tedesca è forse la sola
che sia incominciata con la critica ; in tutti gli altri luoghi la critica
è venuta dopo i capolavori : ma in Germania essa li ha prodotti ».
E chi ponga mente alla complessa attività artistica e letteraria di
Riccardo Wagner, alle sue grandi opere critiche ove son jiosti i canoni
estetici dell'arte futura, scritte da lui nell'esilio di Zurigo, prima della
elaborazione dei drammi musicali della seconda maniera, vi vedrà
ima chiara conferma delle parole della scrittrice francese.
Riccardo Wagner, l'inesorabile tlagellatore dei musicisti del pas-
sato, fu a sua volta, come è noto, assalito aspramente dalla critica
tedesca; ma egli, con la sicurezza del genio che s')vrasta agli altri
mortali, non si scompose mala quegli attacchi, e si contentò di trarre
un'allegra e geniale vendetta dei suoi nemici, creando nei Maestri
cantori la comica figura del Merker, il critico designato a notare in
un quadro, secondo le regole fìsse della tabnlatiira, gli errori del can-
tante-poeta che aspirava ad essere ammesso nella corporazione dei
maestri nuremberghesi, in opposizione a quella del cantante-poeta
Walther von Stolzing, l'ardente cavaliere di Franconia: e simboleg-
giando nelle due figure il contrasto fra il pedantismo della scuola
stazionaria e il libero genio creatore.
Tra Lessing e W^agner si ebbe in Germania un altro notevole pe-
riodo di attività estetico-critica, e fu l'epoca susseguente alla guerra
di liberazione del 1813 e alla restaurazione del 1815. Quel movimento,
^ sorto da prima come reazione alla politica antiliberale della Prussia,
non tardò a confondersi con la letteratura della Gioraìie Germania,
fiorita (lo])o il 18.'5(). ch'ebbe come antesignani Heine e Bcirne. e per
gregari uomini di alta intelligenza, come Laube, Mundi, Gutzkovv e
Kiihn. Questa critica, nel campo dell'arte musicale, diresse special-
mente i suoi strali contro Gaspare Spontini, direttore generale della
musica del re di Prussia (1). Gaspare Spontini non ebbe la calma che
mostrò più tardi Riccardo Wagner; egli ruppe presto la misura e iniziò
quelle lotte che, se condussero un giorno il critico antispontiniano
Luigi Rellstab in carcere, non tardarono a volgersi ai danni del mae-
stro stesso, il quale, imputato di lesa maestà, fu condannato alla
reclusione in fortezza, e fu salvo solo per l'intervento della grazia
sovrana.
La critica estetica tedesca del periodo berlinese dello Spontini,
che è pure il periodo della efflorescenza del genio artistico di Gugliel-
mina Schroeder-Devrient, poilò nei propri scritti un ricco bagaglio di
odi politici, di conflitti etnici e religiosi, di rivalità e contrasti let-
terari. Ed ecco, nelle varie e multicolori gazzette del tempo, la lunga
teoria dei critici, taluni improvvisati, altri professionisti, taluni an-
tichi soldati della guerra di liberazione, come Luigi Rellstab, il più
audace e il più intelligente degli avversari dello Spontiu', altri se-
guaci delia scuola romantica o iniziatori del movimento della Giovane
(li De\e eccettuarsi Ludwig Borne, del quale esiste una analisi elogiativa
della Vfftale (1S29), inserita nei Fogli drammaturgici (Drammaturgiuhe Blatter.
Gesammclte Schriften von Lndiiig Borite. Vollstandige Aasgnbe, Drifter Band.
Wien. Tendler e Comp. 1868, pag. ■34-.95J.
iì'M I," ATMOSFERA DEI, DRAMMA MUSICALE
Germania. Invettive e attacchi virulenti si incrociano con la esposi-
zione dei più svariati canoni estetici. Ma in mezzo a questo caos, chi
un poco vi addentri lo sguardo, scopre come un punto di attrazione
che tutti riunisce, spontiniani e antispontiniani, tedeschi e italiani,
classici e romantici, in una visione comune di uno stesso canone
estetico: l'alta importanza che doveva essere conferita alla verità della
espressione drammatica non solo nel teatro di prosa ma anche nel
campo dell'opera musicale, nella quale, bandita ogni ammirazione per
la virtuosità dell'artista del canto, si pose ogni cura a valutare l'azione
drammatica ch'egli attuava nella scena.
« Il teatro rivela l'uomo all'uomo e gli inspira un santo terrore
degli uragani dell'anima. In verità, quali parole potrebbero dipingerli
come un accento, un gesto, uno sguardo ! Le jiarole esprimono meno
dell'accento, l'accento meno della fisonomia, e l'inesprimibile è preci-
samente ciò che un sublime attore ci fa conoscere ». Casi la Stael, nei
primi anni del secolo diciannovesimo, nel conspetto degli attori te-
deschi (1). Essa poi esamina la loro azione scenica, paragonandola a
quella degli attori francesi ed inglesi contemporanei. Mentre l'attore
francese non si occupa che della recitazione enfatica del verso ales-
sandrino, sol riguardando all'effetto nei singoli momenti della recitazione
e meritando l'applauso quasi ad ogni verso; mentre l'attore inglese si
fa ammirare per una maggiore maestà nella recitazione, l'attore te-
desco non ha che l'affettazione della semplicità e non aspira che ad
imitare la natura. Egli non ha riguardo all'effetto nei singoli momenti
della recitazione, ma ha di mira l' insieme del personaggio, non ricer-
cando l'applauso che alla fine, per la interpretazione del complesso.
All'arte principale della declamazione, che era tutta l'aite dell'attore
francese, il tedesco aggiungeva nelle sue interpretazioni un gian numero
di accessort. Per esso la parola era assai spesso ap|)ena necessaria per
commuovere, come provava l'interpretazione di re Lear, data dall'at-
tore Schroeder. « Quando Schroeder, eseguendo il Re Lear, tradotto in
tedesco, era condotto addormentato sulla scena, si dice che questo
sonno della sventura e della vecchiaia strappasse le lacrime prima
ch'egli si fosse risvegliato, prima ancora che i suoi lamenti avessero
appreso i suoi dolori ; e quand'egli portava fra le braccia il corpo della
giovane Cordelia, uccisa perchè non lo aveva voluto abbandonare,
ninna cosa era cosi bella come la forza che gli dava la disperazione.
Un ultimo dubbio lo sosteneva, egli cercava se Cordelia respirasse
ancora; egli, cosi vecchio, non poteva persuadersi che un es.sere cosi
giovane avesse potuto morire. Un dolore a{)passionato, in un vecchio
a metà distrutto, ])roduceva l'emozione piìi stiaziante ».
Schroeder, attore dotato di mezzi eccezionali, faceva conoscere agii
spettatori ciò liie non è esprimibile con la parola, senza usare del
giuoco della tìsononda e della [)otenza dello sguardo, quando compa-
riva sulla scena con gli occhi chiusi, a rappresentare il sonno della
sventura. Qui abbiamo l'azione muta in tutta la sua efficacia. Un passo
ancora, e ci al)batteremo nelle teoriche di Riccardo Wagner, il quale,
riconosciuta la grande importanza di questa azione muta, trascurando
il fatto transitorio e accidentale di un attore di genio che può con
(1) De /'At/einai/nr - Lii ih'claiiiatioii. voi. III. pag. 111-137.
1,'ataiosfera dei, dramma musicale 635
essa far conoscere 1" inesprimibile, modificando le nozioni che si addi-
cono comunemente alla parola azione, dirà che accanto alla azione che
si manifesta a noi mediante i movimenti della intelligenza (parola), o
mediante i movimenti del corpo (mimica), vi ha una terza azione, la quale
ha il potere di rendere sensibile per la nostra anima i movimenti del-
l'anima dei personaggi scenici. Per essa il dramma è riportato all'in-
terno, nell'anima stessa dei personaggi ; l'azione drammatica è ciò che
esiste in fondo all'anima dell'attore die sta sulla scena, ciò che il poeta
descrive o fa indo\inare. ciò che la musica rivela, mettendo in comu-
nicazione diretta lo spettatore con l'anima dei personaggi.
Perchè il Wagner potesse fare questo passo innanzi, perchè egli
potesse enunciare il canone estetico che conferisce alla musica la fun-
zione da rappresentare in modo sensibile l' inesprimibile, era neces-
sario che prima di lui si svolgesse quel movimento letterario cui accen-
navo innanzi, che gli attori e i cantanti tedeschi subissero l'influsso
di quella letteratura, che in confronto di questi la critica estetica te-
desca assumesse uno speciale atteggiamento.
l cantanti tedeschi, dal tempo di Cristoforo Gluck, avevano con-
ferito grande importanza alla verità e alla naturalezza delia espressione
drammatica, e tino da allora nelle opere in musica la esecuzione di parti
considerate impoitanti nei riguardi dell'azione drammatica erano facil-
mente affidate ad attori. Quando nel 1791) furono eseguite in Berlino
Le nozze di Figaro e il Don Giovanni di Mozart, le parti di Figaro e
di Leporello fui-ono affidate ad Unselmann, il quale riuniva in sé le
qualità di cantante e di attore, e l'attore Lippert eseguì la parte del
conte nella prima di queste opere (1). Filippo Edoardo Devrient, nepote
del grande attore Ludwig, fu a sua volta buon attore e buon cantante.
Guglielraina Schroeder-Deviient. figlia dell'attrice tedesca Sofìa Schroe-
der. era sfata anch'essa, nella |)rima giovinezza, attrice tragica, ed
aveva riportato in Vienna grande successo nella interpietazione delle
tragedie del Racine e dei drammi dello Schiller. E questi esempì di
intiere famiglie di artisti tedesciii presso le quali il fondo della edu-
cazione artistica era costituita dallo studio della tragedia, mentre ecce-
zionalmente taluno, dotato di privilegiato organo vocale, si dedicava
allo studio del canto, potrebbero moltiplicarsi all'infinito.
Che cosa avveniva in quegli stessi anni sulla scena lirica italiana?
1 nostri cantanti si abbandonavano a tutti i lenocinT dello stile fiorito,
e soggiogavano i pubblici col prestigio della vocalizzazione, con le
gamme cromatiche e con la esecuzione delle più svariate difficoltà, si
die un liei giorno Gioacchino Rossini, per mettere fine agli arliitrì dei
cantanti, i quali non si curavano di altro che di mettere in mostra le
loro qualità di virtuosi, fu costretto a scrivere egli stes.so i vocalizzi
delle proprie opere. L'educazione dei cantanti tedeschi di questo periodo
apparisce dunque infinitamente piii seria, perchè fondamento della loro
arte era lo studio della tragedia, e la ricerca della verità nella espres-
sione drammatica.
Quando Gaspare Spontini giunse, nel 18!2(), a Berlino, trovò per
la esecuzione dei suoi drammi musicali i degni interpreti in questa
pleiade di artisti tragici. \'ero è che egli non si ]>otè abituare a tutta
])rima a questa confusione nella stessa persona della qualità di attore
e di cantante, si che in una lettera del 22 dicembre 1823, diretta al
(1) R. Genke, op. cìt.. pag. i9.
tì36 l'atmosfera del dramma musicale
conte voii Briihl. intendente degli spettacoli reali, egli scriveva di non
poter troppo applaudire « au système d'employer les chanteurs et les
clianteuses dans la comedie et dans la tragedie, et ainsi viceversa, vu
tous les inconveniens, qui en resultent pour le chant » ( 1 ) : ma è certo
che la educazione drammatica di questi artisti fu il principale coeffi-
ciente della perfetta esecuzione che ebbero le sue stesse opere sulle
scene del Teatro Reale di Berlino, e tutti i rapporti del musicista ita-
liano con gli artisti di questo teatro mostrano l'importanza ch'egli
dava, nelle prove, alla espressione drammatica. Ricordando la prima
esecuzione berlinese, sotto la direzione dell'autt re, del Fernando Cortes,
il La Mara dice : « Al caso egli si serviva tin anche della mimica vi-
vace e dei gesti passionali della tragedia francese, per rendere in special
modo plastico un ([ualclie momento dell'azione » (2).
Lasciamo stare i gesti passionali di una tragedia che non lia avuto
che gesti convenzionali. Si dovrebbe qui forse parlare di una mimica
personale del musicista dagli elevati concepimenti artistici, dell'ultimo
e maggiore rappresentante del melismo italo-francese. Ad ogni modo
a questo punto possiamo constatare una rispondenza perfetta e come
un unisono fra l'autore e gli esecutori.
Il Teatro Reale di Berlino, nel periodo spontiniano, aveva un per-
sonale fisso di [)rim'ordine. Heinrich Blume cantò per quarant'anni
su quelle scene, eccellendo nella parte di Don Giovanni, nell'opera
omonima del Mozart, e Waner per ventisette anni, come dice il Genée.
era stato il suo fedel Leporello. Il tenore Bader ])rimeggiava nelle ]iarti
eroiche. Nel personale femminile, accanto alla Eunicke e alla Schulze,
grandeggiavano la Seidler-Wranizki e soprattutto la Milder-Hauptmann.
Anna Milder aveva creata la parte di Leonora nel Fideìio, nel 1804.
sulle scene del Teatro imperiale di Vienna. Nel 181B, scritturata da
poco al Teatro Reale di Berlino, vi aveva preso parte alla prima rap-
presentazione dell'opera del Beethoven, riportando un grande trionfo (3).
Nel 18i29, alla vigilia di abbandonare quelle scene, vi creava ancora
la parte di Irmengard nella Afpies con Hohenstaufen dello Spontini,
e il critico Rellstab, occupandosi di quella rappresentazione, scriveva:
« Non si comprende come si supponga questa cantante già perduta
tutt'affatto per il teatro. Con la sua scomparsa, spariranno da queste
scene anche le opere classiche di Gluck » (4). Essa era stata invero
una grande cantante tragica. Nel 1821 aveva preso parte alle celebri
rappresentazioni berlinesi della Olimpia dello Spontini, rappresenta-
zioni che furono contemporanee a quelle del Freyschntz di C. M. von
Weber, e per le quali il pubblico della capitale prussiana si era diviso
in due partiti accanitamente ostili. La Milder vi eseguiva la parte di
Statira. vedova di Alessandro il Grande. Un critico del tempo, innanzi
alla grande creazione di quella artista, cosi si esprime: « Come attrice
specialmente, essa ha sorpassato l'attesa dei suoi più ardenti ammi-
ratori, ed ha nuovamente delineato innanzi alla nostra immaginazione,
per la maestà della sua espressione, per la nobiltà dei suoi movimenti,
i più perfetti capolavoii della scultura antica. Quando Cassandre è
\1) Lettere inedite di Gaspare Spoittini al conte ron Bruiti, conservate nel
l'archivio comunale di Iesi.
(2) La Mara. Mnsiealische Stndienkopfe. Lei pzic;. 1897, zweiter Banil.
(3) R. Genée, op. cit, pag. 116
(4) Foglio di opposizione generale, n. 3.ÓS, .5 liitrli" 1S29.
l'atmosfera del dramma musicale 637
atterrato ai suoi piedi, è una Nemesi ; quando sfoga la sua nobile col-
lera e il suo straziante dolore, è Niobe circondata dai tìgli estinti che
accusa gli Dei ; quando alfine trionfa del destino, è la Giunone Ludo-
visi. Tutte le arti riunite sono degnamente rappresentate nella esecu-
zione di questa bella parte, e la creazione di Statira resterà nei fasti
di questa grande attrice come una stella brillante ».
Il critico berlinese del 18i21 non segue adunque la interpretazione
comune della estetica del Lessing, interpretazione che atì'erma la severa
separazione delle singole arti. Uno scrittore tedesco dice questa inter-
pi'etazione comune essere errata. I limiti e le barriere frapposte dal
Lessing alla poesia, non possono riferirsi - egli dice - che al dramma
letterario, al dramma cioè fatto ()er essere letto, e non già al vero
dramma, e cioè a queir opera d'arte che ha adunate in se tutte le pro-
prietà e tutti i momenti delVarte figurativa nella loro pienezza, la quale
non è possibile che sulla scena. Questo scrittore è Riccardo Wagner. Il
critico berlinese che dinanzi all'opera spontiniana e alla grande ese-
cuzione tragica della Milder ripensa ai capolavori della scultura antica,
e vede in questa esecuzione degnamente adunate tutte le arti, dà la
giusta interpretazione dei canoni del Lessing, e precorre di un tren-
tennio le teoriche estetiche di Riccardo Wagner, e l'applicazione che
egli ne fece ai propri drammi musicali.
Gli artisti del Teatro Reale che ho nominati innanzi, nel primo
decennio della permanenza dello Spontini in Berlino, cioè fra il 1820
e il 1830, erano ancora nella pienezza dei loro mezzi. Agii inizi del
secondo decennio le cose mutarono, come prova questo frammento
inedito del maestro italiano |t):
« Messieurs (2)
« Quand Mad. Milder a achevé, au grand regrei universel, sa car-
riere dramatique depuis deux ans. après 30 ans de service; quand
Mad. Schulze est atteinte chaque annee pendant six mois environs
de maladies et de convalescences ; lorsque Mad. Seidler, si elle ne
voyage pas, se traine dans une perplexité constante de service, lorsque
Rader, enterré dans un interieur de famille qui lui sert de tombeau
pendant sa vie, soccombe à chaqu'instant à des maladies violentes et
longues, qui me font craindre sa non lointaine ina|)titude de service;
tandis que Blum et Waner ne peuvent plus appartenir à l'Opera, que
Devrient est malade ipocondriaque, et aftaibli dans ses moyens, que
nous ne possedons pas une seule baise-taille. que Mad.' Valentini est
nulle, que ies Choriphées dans la plus grand partie ne sont d'aucune
utilité au théatre, que Ies choristes sont dans la majeure partie devenus
vieux, malades, infìrmes, usés, et en prole à la misere et au besoins
urgens par l'excès du travati, des fatigues, et par l'insuffìcence de leur
salaire ; quand Ies souschefs, Ies inspecteurs et aulres sout routiniers,
paresseux, insussians. (sic) negligens ; quand 1" Intendant general des
.spectacles conspire contre la prosperile de l'opera Royal (dont vous, et
(1) Conservato fra le carte spontiaiaae dell'arcliivio comunale di Iesi. Questo
fiammento deve essere riferito all'anno 1831, avendo Anna Milder cessato dalle
sue funzioni nel Teatro Reale di Berlino nel 1829.
(2) È forse una comunicazione ai membri della Direzione generale di musica
del Teatro Reale, ai quali sono diretti altri documenti dello Spontini, conservati
nell'archivio di Iesi. La pubblichiamo nella sua ortografìa originale.
638 1." ATMOSFERA DEL DRAMMA MUSICALE
raiitol'ité vous en avez mille ])reuves iiTecusables).qiianil le Cuiatoriuni.
plutót que siigeier des mesures saliitaires s'occupa à letrancher quelques
écus sur les appointemens ou gratifications oii aumones pour des ad-
ministrés pauvres qui luttent par quelques... croehes avec leur exis-
tence. pendant qu'il voit impassiblement prodiguer l'argent en protu-
sion à des étrangers inutiles et nuisibles à l'etablissement; loisqu'enfln
l'autorité superieiire elle nième ne protège pas assez ni l'aiitorité dii
Curatorium. ni celle du Directeur ^renerai de niusique. et qu'aii con-
traire Tun et Tautre se trouvent livrés... ->
Qui Unisce lo strano e notevole frammento autografo dello Spon-
tini, la cui ultima frase pare evidentemente rivolta allo stesso re di
Prussia, e che nell" insieme del contesto rivela iielTautore. già consu-
mato dalla lunga lotta sostenuta contro l'intendente von Bnihl. quel-
Tumore ipocondi'iaco ch"egli attribuisce al buon Filippo Efloardo
Devrient.
Giorni di passeggero splendore allietarono ancora le scene del
Teatro Reale di Berlino: ed uno di questi periodi fu appunto quello
della comparsa di Guglielmina Scbroeder-Deviient. nella primavera
del 1834.
Qiuuido la Schroeder si |)resentò sulle scene del Teatro Reale
della capitale prussiana, se aveva un nemico temibile nel ricordo
ancora vivo e fascinatore delle grandi interpretazioni della Milder-
Hauptmann, contava nel proprio attivo, presso il pubblico e presso
la critica berlinese, le rappresentazioni di sei anni innanzi al teatro
della Kihiidsfatlf. il prestigio di un'arte che aveva raggiunta la sua
piena maturità, e l'aureola di una gloria riconosciutale, oltreché dalla
Germania intiera, pur dal puliblico difficile della capitale francese.
Tra i giornali bei-linesi del tempo, io ho avuto sott'occhio un nu-
mero della Gazzetta di Stato ed uno della Vossische ZeihitKj. i quali
trattano della interpretazione della parte di (iiulia della Teste/e spon-
tiniana data dalla Schioeder-Devrient. L'aiticolo della (lassetta di Yoss
è dovuto alla penna di Luigi Rellstab. Cn altro numero della Gaz-
zetta di Stato (1) contiene una notevole critica AeW OVuìipia e della
interpretazione, per la stessa artista, della parte di Statira. Finalmente
nel numero i^lS) del ti giugno della Gazzetta di Voss è inserito un cu-
rioso scritto del Rellstab. relativo al Roiiieo e Giulietta del Bellini, la
(piale opera era stata scelta dalla Schroeder- Devrient, che vi compa-
liva sotto le spoglie di Romeo, per la propria serata. Io sarei tentato
di riprodurre qui per intiero quest'ultimo caratteristico scritto, che
contiene il severo giudizio di un critico tedesco in confronto della
musica belliniana. giudizio che concorda con quello espresso, come
vedemmo, da Riccardo Wagner nello stesso anno, dopo avere assistito
alla rappresentazione della stessa opera ]iur eseguita dalla Schroeder
nel teatro di Lipsia, e con le aspre critiche di tie anni innanzi, dovute
alla penna di Ettore Berlioz. Ma se la ri])roduzione dell' intiero arti-
colo del Rellstab uscirebbe dai limiti di questo lavoro, non posso
astenermi dal riportare alcune frasi che si riferiscono alla comparsa
sulla scena della Schroeder-Devrient sotto abiti maschili, e che rive-
1) N. 141 tl.l 23 maggio iaS4.
l'atmosfkra dei. dramma musicale 639
lano uno strano indirizzo etico nella r-ritica estetica tedesca dei primi
decenni del diciannovesimo secolo:
« Solamente nel primo atto i mezzi di una voce femminile non
sono sufficienti per conferire al giovine Romeo la dignità dell'eroe.
Nelle scene seguenti ci riconciliamo a poco a poco con l'adolescente
femmina (la predilezione per un tale essere è del resto ancora un segno
dello snervamento perverso del nostro secolo), e nelle tenere .scene con
Giulietta il sesso femminile dell'amante ha invero dei vantaggi, perctiè
autorizza un calore di azione che altrimenti sorpasserebbe i limiti
esteriomente permessi, senza tuttavia trasgi-edire in essa i limiti arti-
sticamente belli ».
Che cosa avrebbe scritto Luigi Rellstab se avesse potuto assistere
agli amori di qualche eroe wagneriano .'
Il critico Berlinese ci assicura che. dopo un mese di permanenza
in Berlino, la Schroeder-Devrient non aveva ancora eseguito su quelle
scene alcuno dei capolavori del (Huck. nella interpretazione dei quali
eccelleva. Essa aveva dato il solito Fidriio. il Don Gioramii, la Vestale
e la Olimpia. A noi importa principalmente seguire la cantante tragica
nelle esecuzioni delle opere spontiniane ed esaminare il contegno della
critica berlinese dopo queste rappresentazioni.
La grave Gazsetta di Stato, riferendosi alla rappresentazione della
Vestale, così si esprime :
« V'ha nella Schroeder-Devrient (jualche cosa di originale e di
raro; essa è una cantante drammatica: per essa il canto e l'asione ap-
paiono tutf affatto in se par abili: V ano porta l'altra, e l'entusiasmo del-
l'artista si comunica agli uditori, ch'essa trascina con se ».
Occupandosi della stessa interpretazione, Luigi Rellstalb scriveva
nella Vossisciie Zeifaiig:
« Guglielmina Schroeder-Devrient ha eseguita la sua parte come
noi la abbiamo ammirata altre \olte, come un monumento dell'arte,
documento di pensiero profondo e di esecuzione magistrale.
« Noi avremmo a fare qualche salutare ammonimento alla grande
aitista, per ciò che ha riguardo alla mimica, e ci sembra che nelle sue
rappresentazioni di altri tempi la sua espressione fosse più felice. I
fratti del suo volto resero dal primo affo il dolore di Giulia con una
rudezza e una nera melanconia esagerate: si scorge nella sua azione
una amarezza, una irritazione dolorosa contro il destino, delle quali,
a nostro avviso, non v'ha traccia nel poema e neppure nella musica.
Noi preferiremmo qui l'espressione di un languore, di una tristezza
profonda, ma. invero, più dolce e tranquilla, e desidereremmo, per esem-
jiio. che nelle preghiere e nelle sui)plicazioni gli occhi fossero più
spesso elevati verso il cielo, che fissati lugubremente sidla terra: tutta
la testa seguendo la maggior parte del tempo il movimento dell'oc-
chio, anche la bocca vi guadagnerebbe un'espressione più dolce e più
tenera... La parte, eseguita dal jtrincipio alla fine in un senso grande,
nobile e bello, si eleva naturalmente con le proporzioni del dramma.
Fino ad oggi noi non abbiamo conosciuto un'altra artista che sapesse
tar risaltai'e con tanta sicurezza e con un colpo d'occhio di una tale
acutezza i punti nei quali, nei suoi vari sensi, può concentrarsi la
potenza del carattere ».
L'educazione degli artisti tedeschi, e il pungolo di una critica sif-
fatta, avevano ristabilito sulle scene berlinesi del periodo spontiniano
i giusti rapporti che debbono intercedere fra il cantante, il musicista
640 l'atmosfera del dramma musicale
e l'opera d'arte. Questa critica ricliiede al cantante lo stile della decla-
mazione degli antichi, cioè la stessa cosa che, nei primordi dell'opera,
avevano cercato di attuare i nostri vecchi compositori italiani. K noto
come da questo nol)ile tentativo dei maestri italiani del secolo decimo-
settimo nascesse il recitativo, il quale nel suo svolgimento ulteriore
aveva dato nascimento all'aria dell'ojìera. Nella esecuzione di questa
l'arte del canto era andata via via perfezionandosi, e a poco a poco
l'esecutore dell'aria aveva assorbita completamente l'essenza dell'opera;
l'attenzione del pubblico si era concentrata sull'unico punto luminoso
rimasto sulla scena: il cantante, e il compositore era divenuto nuU'altro
che l'intermediario fra il cantante e il pubblico, svolgendo ogni sua cura
a far si che l'abilità di questo artista avesse il massimo rilievo (1).
Contro questa innaturale prevalenza del cantante avevano reagito
in ogni tempo le menti più illuminate, e la grande riforma del Gluck
altro non aveva avuto di mira che l'abolizione della preminenza di
quello. Gaspare Spontini aveva seguito il (ìluck nella sua riforma, e
al tempo stesso aveva- ristabiliti nei giusti termini anche i rapporti
intercedenti fra il poeta e il musicista.
Che cosa era, in sostanza, il cantante nelle esecuzioni berlinesi
delle opere dello Spontini "? La critica del tempo - occupandosi della
Schroeder-Devrient la quale, se portò indubbiamente nelle sue grandi
esecuzioni l'elemento personale di una altissima intelligenza dramma-
tica, potè mettere in valore tutte le sue attitudini artistiche solo per
le peculiari condizioni del teatro e del mondo intellettuale tedesco -
lo dice chiaramente: egli era il perfetto esecutore di quel dramma che
il musicista aveva attuato col mezzo della musica. 11 dramma wagne-
riano si delinea da lungi; il glorioso periodo berlinese dello Spontini
crea l'atmosfera nella quale doveva germogliare e vivificarsi la grande
riforma wagneriana.
Certo, quando Riccardo Wagner scrisse Opera e dramma, le con-
dizioni artistiche berlinesi avevano subito un profondo mutamento.
Egli, riferendosi alle sorti delle scene di Berlino, presenta alla nostra
immaginazione, con pochi tratti scultori, il cantante tedesco quafera
intorno alla metà del secolo scorso ; e non è necessario uno sforzo di
fantasia, nel frequentatore di buon gusto dell'opera italiana contem-
poranea, per applicare le parole del maestro tedesco a piaghe eterna-
mente sanguinanti della nostra scena lirica: « Ora i nostri buoni
cantanti, (juando non sono occupati ad inchinarsi al pubblico per rin-
graziarlo degli applausi ricevuti, impiegano il tempo che loro accordano
gli intermezzi, seguendo certe regole della convenienza teatrale: pas-
.sano dall' una all'altra parte del proscenio o vanno verso lo sfondo
della scena, come per vedere se venga qualcuno, ritornano sull'avanti-
scena ed alzano gii occhi al cielo II cantante stima meno conveniente
ma tuttavia permesso, perchè giustificato dall'imbarazzo, il volgersi,
durante tali pause, verso i colleghi attori e di intrattenersi piacevol-
mente con loro: altra volta egli si metterà in ordine le pieghe dell'a-
bito, o, in fine, non farà nulla di nulla, tollerando pazientemente che
l'orchestra termini la parte che le è destinata. Quando poi eseguisce
l'aria, il cantante non sa accompagnarla che con un gesto convenzio-
nale, balordo e grottesco » ("2).
(1) Off. I. JIarcillac, Histoire de la nmsiqae moderne, pag. 268-69.
(2) Opera e dramma, voi. II, pag. 238-39.
i^
LATMOSFERA DEL DRAMMA MLSICALE 641
Era questo il periodo nel quale, caduto lo Spontini, il Teatro
Reale di Beriino era venuto nelle mani del Meyerbeer e del Mendels-
sohn. L'epoca delle grandi interpretazioni della Milder e della Schroe-
der-Devrient era oramai nulla più che un ricordo. Gaspaie Spontini
aveva visto con l'animo profondamente addolorato il rapido precipitare
del grande istituto al quale aveva dedicati venti anni di cure ininter-
rotte e preziose. Airigo Heine or potrà adunare i suoi strali più velenosi e
scagliarli contro il vecchio maestro italiano; potrà rappresentarlo nelle
gallerie del Louvre, innanzi alla mummia del re egizio Amenofès
(sotto il cui regno gli Israeliti, avevano abbandonato l'Egitto), nel-
l'atto di pronunciare la strana apostrofe contro l'ebreo Meyerbeer :
«Infelice Faraone! tu sei la causa della mia sorte disgraziata. Se tu
non avessi lasciato partire dalla terra d'Egitto i figli d'Israele, o se
tu li avessi fatti annegare tutti nelle acque del Nilo, annegamento di
cui avevi tatto un buon principio, io non sarei stato espulso da Ber-
lino dal Meyerbeer e dal Mendelssohn, e vi dirigerei sempre la grande
Opera e i concerti di corte del tuo confratello sua maestà reale di
Prussia Disgraziato Faraone, debole re dei coccodrilli, in grazia delle
tue mezze misure io sono un uomo rovinato! » (1).
Il male deplorato dallo Spontini era vero e reale; e il Wagner,
dopo averlo messo a nudo nelle pagine di Opera e dramma, ne
additò i rimedi in una lettera a Franz Listz del 1851: « Avant tout
abituez aussi les chanteurs à se dire que dans tous les détails de
leurs ròles ils ont d'abord un problème dramaUque à résoudre, et ils
ariiveront tout naturellement à résoudre le problème hjrique. Aussi
ce qu' il y a de plus pratique, ce soni des tmArages de l'aneienne
école fran(,'aise. parce que là on peut le mieux saisir ime intention
dramatique naturelle. Comment veut-on qu' un personnel incapable
de bien jouer le Portear (ì'eaii de Cherubini, le Joseph de Méhul, etc.
soit à mème de surmonter les difficultés énormes que présente, par
exemple, un opera compose par moif » l'i)
Cherubini e Méhul furono, insieme con Gaspare Spontini, i com-
positori più illustri di quella scuola melica fran(«-italiana che aveva
tratta sua origine dalla riforma del Gkick. e che ebbe i costanti suf-
fragi di Riccardo Wagner. Di Gaspare Spontini non è qui parola;
ma il Wagner stesso ha detto altrove che il maestro di Majolati fu.
dei musicisti franco-italiani, quello che aveva data la più ampia at-
tuazione alla intrapresa del Gluck : la drammafiszasioìie della cantata
d'opera. In questa lettera al Liszt si accenna ad un intento dramma-
tico naturale dei compositori franco-italiani. Un intento drammatico
R. Wagner (in Opera e dramma) aveva già riconosciuto in questi
musicisti, aggiungendo però che esso era rimasto senza attuazione.
Ma in questa lettera scritta con la mente libera da ogni preoccupa-
zione di sistema e di tesi, che è espressione fedele di intimi convin-
cimenti, che è di due anni posteriore a L'opera d'arte dell'avve-
nire e di qualche mese alla pubblicazione di Opera e dramma, il
maestro di Lipsia confessa liberamente all'amico le sue predilezioni,
ed afferma l'esistenza, nelle opere dei maestri italo-francesi, di un
(1) Heikb, Lntf'ce - Leltres sur la rie politiqne. arlistique et sociale de la France.
Paris, Michel Lévy frères, pag. 82-04.
(2) Correspondancc de Wagner et de Liszt. traduction frangaise par L. Schmitt.
Leipzig, Breitkopf et Haertel, 190O, I, pag. 137.
^1 Voi. evi, Serie IV . 16 agosto 1903.
64'2 1. ATMOSFERA DEL DRAMMA MUSICALE
intento (ìrammatico naturale, che è qualche cosa, forse molto più dì
queir intendimento in potenza di cui è parola in Opera e dramma:
un intento, insomma, che ha avuto la sua felice attuazione, perchè
le opere di questa scuola sono nominate come modelli che debhono
sottoporsi allo studio dei cantanti, a ciò che questi si abituino a ri-
solvere, nella esecuzione delle loro parti, un problema drammatico,
risoluzione che porta con sé anche ({nella del problema lirico.
Queste idee esprimeva Riccardo ^Vagner neiresilio di Zurigo, in
quel periodo islesso della sua maturità, nel quale, dopo aver dati
alla luce i suoi scritti fondamentali, aveva consacrata la propria at-
tività alla elaborazione dei grandi drammi del secondo periodo. Idee
ch'egli conservò costantemente, fino agli estremi giorni di sua vita.
11 M aprile 188^2. in una lettera al duca di Bagnara, presidente del
Collegio di musica in Napoli (lettera che è testamento pi'ezioso della
sua gloriosa esistenza di artista), consigliava a quei giovani allievi:
« Quanto alla tragedia io raccomanderei, per cominciare, le due Ifì-
genie di Gluck, e per finire, la Vestale di Spontini ».
Ora apparrà chiara l'importanza, nella storia del dramma musi-
cale, della direzione del Teatro Reale di Berlino, da parte dello Spon-
tini. Questi vi diede, in perfette esecuzioni, i grandi drammi musicali
di Cristoforo (ìluck ed i propri, introducendo in tal modo in Germania
i capolavori della scuola melica franco-italiana. Un nostro scrittore
italiano, parlando di questo periodo della attività dello Spontini, ha
detto: « Egli ebbe la gloria di formare dei cantanti, là dove non vi
erano che attori » (1). Ma non deve da questo indulsi che egli, col
mezzo delia istituzione di una scuola con un nuovo metodo di canto.
che fu una delle prime riforme che favorì, insieme con l'accrescimento
dell'orchestra, appena giunto in Germania, abbia voluto distruggere
o eliminare, per favorire il canto, le qualità drammatiche insite in
quegli artisti tedeschi. « Egli prese altri provvedimenti - dice lo
Spitta ii) - al fine di ottenere una maggior perfezione specialmente
nel riguardo drammatico ». E questi provvedimenti fuiono facilmente
attuati, per la presenza di artisti educati, come la Milder-Hauptmann
e la Schroeder-Devrient. allo studio dell'azione drammatica.
Si ebbe dunque in quest'epoca come un'azione di flusso e riflusso
fra Germania e Francia: Cristofoio Gluck, tedesco di origine, aveva,
creato in Francia i suoi capolavori, e nella capitale francese aveva
avuto il battesimo della gloria: Gaspare Spontini, seguace ed imita-
tore di quello, introduce in Germania le opere della scuola franco-
italiana, che vi hanno una perfetta esecuzione per la educazione
specifica degli artisti tedeschi. Riccardo Wagner inizia la sua carriera
artistica imitando i capolavori della scuola franco-italiana, che aveva
veduto eseguire a Berlino da artisti tedeschi, sotto la direzione dello
Spontini; riconosce più tardi l'intento drammatico dei maestri di
quella scuola, e vuole che gli artisti tedeschi, per eseguire i suoi
drammi musicali, si iniziino allo studio delle opere di quelli. L'in-
tlusso del periodo berlinese dello Spontini su tutta l'opera wagneriana
è dunque evidente, si che ognun che voglia esaminare l'attività arti-
stica del maestro di Lipsia, dovrà priina studiare a fondo quel
periodo della storia teatrale.
1^
(1) O. Chilesotti, I nostri maestri del passato - Spontiiii. Milano. Riooi-di. p.339. -,
1. "atmosfera dei, dramma :MrsiCALE 643
Kilouanl Schuré l'acconta che iie^li ultimi giorni di sua vitaGugliel-
mina Sclu'oedei-Devrient era di quando in quando assalita da una strana
'lisi : « Da un momento all'altro la sua fisonomia mutava completa-
mente di espressione, e diveniva bianca come il marmo. Intieramente
irriconoscibile, essa prendeva l'aspetto di una maschera antica, quasi
di una maschera di morte. Levandosi allora passeggiava per la camera,
e, con la testa inclinata in avanti, cantava, con voce alterata, l'aria
del cigno del Lohengrin, ripetendo con insistenza quelle tre note eteree
e incisive, nelle quali par che si insinui il brivido di un altro mondo.
Allora essa rimaneva immobile, in una specie di estasi, gli occhi fissi
al soffitto, come al tempo in cui componeva le sue parti ».
Sembrami che lo scrittore francese non abbia tratto, da questo
estremo episodio della vita della cantante tragica, tutte le conseguenze
di ordine trascendente che trar se ne potevano. Come non ha egli im-
maginato die quel canto e quell'estasi della morente inspiratrice del
Wagner altro non fossero se non come una divinazione del futuro, una
lucida percezione della grandezza del genio wagneriano tuttavia disco-
nosciuto, una vaga aspirazione, piena di un amaro rimpianto, a rite-
nere i fuggenti spiriti vitali, per eseguir le parti immaginale dal nuovo
genio della Germania, quelle parti alla cui creazione essa aveva tanto
contribuito, e che essa sola avrebbe potuto perfettamente interpretare?
Ma io non sono che un modesto collettore e analizzatore di docu-
menti storici, e non debbo ingolfarmi in queste sintesi di una psico-
logia trascendentale. Solo amo ripensare alla stranezza del fato che
riuniva nel 1S44 in Dresda Gaspare Spontini, Guglielmina Schroeder-
Devrient e Riccardo AVagner, il piecursore, 1" inspiratrice e 1' autore
della grande riforma del teatro moderno : questi tre geni diversi, cia-
scuno dei quali portava in se, in (juell'anno. un dramma doloroso: il
maestro italiano, che assisteva, impotente e dolorante, alla decadenza
delle proprie opere e allo sfacelo dell' istituto berlinese ; la cantante
tedesca caduta da poco nelle reti del Doering, e iniziante nella propria
esistenza un pei-iodo di errori e di ineparabile rovina morale : il gio-
vine Wagner, oramai al lipai'o dai più pressanti bisogni materiali, ma
afferrato dal tragico contrasto fra la necessaria e completa dedizione
di sé e del proprio genio a una forma d'arte in pieno decadimento e
la visione prepotente e irresistibile dei liberi campi luminosi della re-
denzione artistica. Da questi geni fu a noi tramandata la eredità glo-
l'iosa del dramma musicale ; ma chi più ricorda oggi le intime soffe-
renze e le tragiche crisi che ])resiedettero a quella creazione? Chi mai
potrà misurare le impenetrabili profondità dolorose di quei grandi
cuori di artisti ?
Gif LI ANO BoNACCI.
TEDESCHI IN ROMA
(Studii e schizzi del secolo XI. ni G. Von Gu kvexitz)
« Si potrebbe immaginare la storia di Parigi scritta da un Tede-
sco, o quella di Berlino scritta da un Italiano ? !» - esclama in fondo al
ricco e diligente volume illustrato. Deutsche in Roiii. l'autore (J. von
Grwvenitz ( 1 ) . E invece, basta rammentare il nome di un Mouimsen,
o d'un Gregorovius per intendere che un Tedesco non solo può scri-
vere la storia di Roma, ma anzi può costruir di essa un monumento
aere perennius. Ciò avviene, prima di tutto, per il carattere interna-
zionale che la sua storia stessa conferisce alla Città Kterna. carattere
consistente non già in un cosmopolitismo di costumi, di genti, d'edi-
ficii, che può trovarsi anche più svilujipato altrove, bensì nell'al-
tezza etica ed estetica a culla spinta dei secoli ha fatto giungere l'Urbe,
e dalla quale altezza essa si rende visibile ai più lontani. La torre
d'Eiffel si lancia su più del doppio della cupola di San Pietro : il circuito
di Londra si spande otto o dieci volte più del recinto aureliano : ma
solo qui v'è abbastanza limpidezza d"aria perchè si scorga da lungi,
assai lungi, un segno della città, solo qui la storia lia potuto adden-
sare tanta luce. E pare che attorno la Campagna Romana allarghi le
sue desolate pianure perchè nulla ingombri la vista del pellegrino,
nulla turbi il silenzio meutr'egli. come Carlo Magno o come Martin
Lutero, come il Winckelmann o come il Goethe, s'avvicina alla meta
del viaggio.
Ma vi son poi altre ragioni per cui si spiega la storia tedesca di
Roma; e cioè, in primo luogo, l'attitudine alla ricerca, particolarmente
propria dell'indole germanica, e in secondo luogo la dovizia secolare di
rapporti interceduti fra quel popolo eia città nostra. ra]ìporti non sempre
pacifici, ma almeno non sempre tinti di sangue.
E questi rapporti, che. senza tener conto delle guerre e delle con-
quiste dell'epoca ])agana. hanno già circa dodici secoli, sono nutriti
da tre potentissimi e alti sentimenti : quello del dominio, quello della
religione, quello dell'arte. In sostanza, l'attrazione di Roma per i Te-
deschi si è sempre fondata nel sentire essi nell'Urbe la sede dell'im-
pero, dell'impero politico, sacro, artistico (serbo l'ordine suggerito
dallo svolgimento storico), sì che. salvo alcuni intervalli di cui in
seguito si darà ragione, il pellegrinaggio tedesco in Roma non è
mai mancato dall' viii secolo in poi, dalla prima visita di Carlo Ma-
gno, nel 774.
(1) Deutsche in Rom - Studien und Skizzen aus elf Jahrhunderten. von
G. V. Gr^vbnitz. Leipzig, E. A. Seemaiin. 1002.
TEDESCHI IN ROMA
645
Come aveva fatto quattrocentosessant'anni prima Costantino, così
il sovrano dei Franchi, appena giunto là dove permaneva l'omlira della
potenza mondiale suprema, volle adornare la Basilica di San Pietro.
Egli vi tornò sette anni dopo, e una terza volta, per più breve tempo,
nel 787. tincliè neU'SOC), il ^li novembre, entrò nell'Urbe col proposito di
non uscirne se non coronato imperatore. Il modello costantiniano si
-^--J"'
Card, .\lbani.
andava sempre più attuando. R allora il pontefice s'era mosso ad
incontrarlo lino a Mentana, l'antica Nomentura. E Carlo, il quale non
aveva mai avuto l'imprudenza d'indugiarsi a lungo nella città che do-
veva rimaner sede pontificia, alloggiò forse nei Prati, vicino la Mole
Adriana, o nello stesso palazzo vaticano, da semplice ospite, nel pa-
lazzo ben diverso da quello che fu poi, ma già eretto per ordine di
Simmaco fin dai primi anni del sesto secolo. Probabilmente il nome
di Borgo, dato al quartiere tra il Tevere e San Pietro, deriva da quel-
ralloggio regale, Burg, come il nome dell'ospedale di Santo Spirito in
Sassia è un ricordo di quei Sassoni. Cominciarono allora le istituzioni
germaniche, la chiesa dell'Arcangelo Michele, edificata dai Frisi sul
(540 TEDESCHI I\ ROMA
pendio del Gianicolo, e Santa Maria in Campo Sauto, cliiaiiiata la Sciiola
Lombarda in memoria dei primitivi fondatori Long-obardi. Mala testi-
monianza più tipica di quel gruppo d'avvenimenti die culminano nel-
l'esaltazione del nuovo Cesare, e per cui questo nome romano è pas-
sato nelle lingue sassoni e slave per significare re dei re. la vediamo
nella trilnma del Triclinio di Leone IH, la cui aliside. ranunodernata
con pomposo squallore da Benedetto XIV, sorge tuttavia in piazza
San Giovanni in Laterano. Attraverso i restauri, il musaico della ca-
lotta presenta Cristo tra gli apostoli, e nell'arco trionfale, a sinistra di
chi guarda, vedesi il Redentore in atto di porger le chiavi a San Pietro,
il labaro a Costantino. - a destra. San Pietro che consegna la stola al
pontefice Leone 111. il vessillo a Carlo Magno. Notiamo di passaggio
che il nimbo quadrato cinge qui noii solo la testa del papa e delFim-
peratore allora viventi, ma anche cjuella di Costantino; si che devesi
pensare un tal segno invece d'essere rigorosamente l'indicazione che
il personaggio era ancora vivo, com'è notizia comune, qualche volta si-
gnificò un grado d'inferiorità, diremmo un' aureola di second'ordine.
Sotto il gru])i)o del princijte degli Apostoli seduto in trono fra il pon-
tefice e l'imperatore genuflessi, leggesi l'esortazione al santo di dar vita
a Leone e vittoria a Carlo, e sembra la perpetuazione della solenne
frase proferita dal capo della Chiesa nell'atto d'incoronare il capo dello
Stato : « A Carlo Augusto, coronato da Dio. grande e pacifico impe-
ratore dei Romani, vita e vittoria ! »
Verso la metà del nono secolo si schiude un primo intervallo
nelle relazioni fra le due genti, per le incursioni saracene rainaccianti
tutta l'Italia Meridionale, e solo stornate da Roma in sèguito alla scon-
fitta degli Arabi presso Ostia. neirS49.
Ma il nuovo periodo, quello degli Ottoni, è cosi naturalmente la
continuazione dell'altro iniziato da Carlo Magno, che. quantunque di-
versissimo di carattere, non lo si può considerare a parte. Invero, alla
fine del x secolo l'imiieratore germanico fu in Roma non piìi l'ospite
del papa, bensì il condominatore, e vi soggiornò e vi esercitò il potere
delle armi e quello degli intrighi. Ma la ragione della venuta sua e
de' suoi era ancor quella per cui il suo grande predecessore, Carlo
Magno, s'era mosso da Aquisgrana, il divenire imperatore piuttosto
che re, il volere sul proprio paludamento un litlesso di quella porpora
che in quel tempo ancora non rosseggiava se non nell'Urbe, la porpora
cesarea, la porpora augusta.
Qual meraviglia infine se nel rosso di tanta porpora ci fosse del
sangue, e anche del sangue sparso a tradimento? E qui forse il Gra?-
venitz pare che, come aborrendo dal tema, scivoli con qualche legge-
rezza sulla morte di Crescenzio. Egli non crede che il patrizio romano,
assediato in Castel Sant'Angelo, sia stato attratto fuori a parlamento con
promessa giurata di salvezza, e poi nefandamente ucciso : ma])ureammette
che il cadavere di Crescenzio fu appeso co' piedi in aria nel campo del-
l'imperatore, e che questi visse angosciato da perenne tristezza fino
alla morte immatura. Ora, il turpe dileggio alla salma non fa pensare
alla rabbia di un nemico ingeneroso, piuttosto che all'impeto d'un leal
vincitore? e la tetraggine letale non fa sospettare il rimoi-so? L'autore
dice, del resto, che nella tradizione, la quale vuole Ottone ucciso da
Stefania, vedova di Crescenzio, per vendicar la morte del tradito, v'è
una profonda ve) ita; ma non una figlia di Roma, bensì Roma stessa
€on le sue indimenticabili grazie incatenò, tradì, spense il giovane
adorno della corona imperiale, narra lo storiografo Giebsebrecht. E sia
pure; ma non parmi si debba discorrer di grazie pro]irio perla Roma
del Mille, anche agli occhi d'un principe di terre tuttavia aspre di
barbarie, tanto piìi che a ventidue anni è ben più probabile la morte si
faccia aima (fun cu]w amore, d'una insaziata voluttà qual ])oteva es-
sere iniettata da Stefania, anziché d"uu"alta ambizione qual poteva
essere ispirala da ironia.
In verità, nulla di più scuro del periodo degli Ottoni, quando
quella Roma del Mille che, ripeto, non sappiamo immaginare se non
come la città della penitenza, piena più di ruderi che di edificii, più
di rimpianto che di bellezza, doveva dissomigliare stranamente da quel
che era stata prima di Costantino, e da quel che sarà dopo ini Ni-
colò ^' e un Sisto IV. Né cessò per allora la decadenza della Città ;
poiché sempre peggio inselvatichita, straziata da lotte donde emergono
alti spiriti menu)ri della Roma veramente gloriosa, come Crescenzio e,
tre secoli più tardi. Cola Rienzi, essa fu abbandonata pure dai papi,
ridottisi in Avignone dal 1305 al 1377. E così, quantunque già fossero
stati assunti al soglio di San Pietro sei tedesch i ,- Gregorio V, Cle-
mente II, Damaso II, Leone IX, Vittore II, e Stefano X - il nuovo pe-
riodo delle fertili relazioni tra Germani e Romani non comincia se
non nel Quattrocento, quando, fra i varii mutamenti più o meno pro-
fondi, sarà esaui'ita la serie dei papi francesi, (piasi direi dei papi
avignonesi.
Invece, nei secoli .\i, xii e xui, Roma, anzi gran parte dell" Ita-
lia, pei Tedeschi non fu che un campo di battaglia. Se Enrico III,
deposti nel sinodo di Sutri del 10445 tre papi avversi e, imitando
Ottone III, esaltatone uno suo compaesano, il vescovo Suidger di
Bamberg (Clemente II), mantenne l'incoronazione nella notte di Na-
tale, come Carlo Magno, e ristabilì l'attribuzione della dignità di
patrizio romano airimperatore. - più tardi Eniico IV fu umiliato a Ca-
nossa, e sette anni dopo, perdié egli ottenesse il sacro diadema, bi-
sognò che Tedeschi e Lombardi prendessero d'assalto la città Leonina
e San Pietro, e occupassero il Campidoglio, l'altura rimasta a rappre-
sentar h romanità da che l'Aventino, ove sorgeva il palazzo dei Ce-
sari stranieri, rappresentava l'invasione d'oltralpi.
11 lungo accordo tra pontefice e imperatore, quell'accordo artifi-
ciale che fu una delle idee dominanti del medioevo, si era sciolto, e
il regno di Federico I d' Hohenstaufen, che ebbe il soprannome ita-
liano di Barbarossa anche in Germania, fu una continua lotta contro
il capo della Chiesa. Infine, se nel l'S^IS. al tempo del Rienzi e della
sede avignonese, Ludovico di Baviera ottenne la corona imperiale, non
il papa gliela cinse nella basilica di San Pietro, non il papa Gio-
vanni XXII, francese, bensì il popolo di Roma, che, ])rimo tra gl'im-
peratori tedeschi, egli chiamò suo popolo e scaturigine dell' impero.
La più antica delle corporazioni tedesche iu Roma, quella dei
calzolai, sin dalla fine del secolo xv ha una lista di 1120 socii che si
raddoppia e giunge a 24(X) verso il 1-331. La sua sede fu la cappella di
San Crispino e Crispiniano, ove leggevasi l'ùscrizione : « Schola Suto-
rum vere Germanorum ad Tnrrim Cossebade de Cosslin », all'angolo
648 TEDESCHI l.\ ROMA
(li via Saul" Anna e Monte della Farina. Al principio del secolo xvi
la confraternita de' tornai riunisce socii tedeschi e italiani, con due
consoli, naturalmente uno tedesco e l'altro italiano. Basti ([uesto cenno
sull'intricato soggetto. Le corporazioni si accrescono ; la chiesa di
Santa Elisabetta, presso Sant'Andrea della Valle, recentemente demolita,
appartenne a' fornai germanici, riuniti non più in Schola. secondo il
venerando uso di Roma antica riprodotto in Venezia, bensì in Z7«i-
versitas ; e dopo queste due gilde primogenite si formaron qiielle dei
mercanti, specialmente droghieri, scambisti, ferrai, mugnai, sellai,
pellicciai, barbieri. Ma l'operosità maggiore dei Tedeschi fu nel me-
stiere dell'oste, com'ebbe a notare Enea Silvio Piccoiomini. quegli che
divenne poi il pontefice Pio II. Jlercè ai Tedeschi si trovava da per
tutto una discreta osteria in Italia, e dove non c'eran Tedeschi, non
c'eran neppure alberghi, dice il grande Senese. Infatti, al tempo di
Eugenio IV, in Borgo si contavano sessanta osterie e bettole ; e fin
nel Camposanto germanico, accanto alla basilica vaticana, v'era una
trattoria « cum signo aquila? cum duobus capitibus ». Del resto, si
ricordi che il verbo trincare, da trinken, è passato nella nostra lingua
verso quel tempo, e invece di bere, vuol dire strabere.
Ma per vero l'operosità tedesca, come lo fa intravedere la molti-
tudine delle corporazioni, sconfina dalle osterie per esercitarsi più spe-
cialmente nelle chiese, in quel tempo in cui Roma si ricostruiva e in
cui la scissura, che non molto dopo doveva sprofondarsi separando dal
cattolicismo tanta parte della nazione germanica, non era ancora nem-
men prevedibile. Mentre in Toscana e in Umbria - dice il Grwvenitz -
fioriva il nobil fiore del primitivo Rinascimento al principio del se-
colo XV. Ronìa era tuttavia inerte. Ed è così falso che il Rinasci-
mento sia un ritorno allantico, che non Roma, bensì Firenze ne è il
centro.
A questa osservazione non si può rispondere in due parole; accet-
tiamola quindi senz'altro, solo per stabilire che l'opera degli stranieri
potè trovare un campo abbastanza largo a quell'epoca, in una città
che, in confronto di qualsiasi altra grande città italiana, era la
meno produttrice e la più aperta alla produzione. Perciò un organo
in San Pietro, un orologio sulla facciata di Santa Maria in Ara Coeli,
son lavori tedeschi ; e Nicola V pagava tpianto Benozzo Gozzoli un
Lucas, pittore tedesco, e Pio II si servì d'un Paolino, architetto te-
desco ; e financo nella musica emersero in Roma cantori e maestri
di cappella sti'anieri, propriamente olandesi, i remoti discendenti di
coloro che avevano appreso l'arte dei suoni dai musicisti condotti di
là dalle Alpi da Carlo Magno, e anche gì' immediati precursori di
quella scuola olandese che stupì tanto per la maestria quanto per la
stravaganza delle artificiatissime composizioni.
Or è il momento in cui la parte di collaborazione tedesca nel la-
voro italiano, e potremmo anche dire nel lavoro mondiale, assume
un'importanza straordinaria, e imprime perciò un'indelebile orma sulla
fisonomia della vita nazionale: il momento dell'invenzione della stampa.
Federico duca d'Urbino potè sclamare un giorno che avrebbe avuto
vergogna di possedere un libro stampato, come quattro secoli dopo
un esteta quasi altrettanto aristocratico. .lohn Ruslvin, predicava contro
la locomotiva, pur usandone, e come in genere tutti coloro che hanno
l'intelligenza egoistica e il gusto ultrasensibile, qualità spesso d'ac-
cordo, lanciano la parola dello sprezzo, o almeno del fastidio, contro
TEDESCHI IN ROMA 649
ciò che tende a rendere altri partecipe d'un esercizio della loro intel-
ligenza o del gusto loro. A ogni modo, da quando uno della falange
tedesca, non si sa se Conrad Schweinheim, Arnold Pannartz o Ulric
Aahn, recò la stampa in Subiaco, il nuovo motivo dell'immigrazione
germanica in Roma è fondato, culmina il nuovo periodo dell'esosmosi-
endosraosi tra le due genti.
Verso la metà del secolo xv una moltitudine di benedettini te-
deschi trovavasi nel chiostro sublancense di Santa Scolastica, retto
allora dallo spagnolo Juan de Torquemada (da non confondersi col
celeberrimo inquisitore suo contemporaneo, Thomas de Torquemada).
Ora, i primi libri stampati in Italia, le opere di Donatus romano, il
Lattanzio, De oratore, di Cicerone, Civitas Dei. dì Sant'Agostino, videro la
luce in Subiac'o, nel 146.Ó ; e due anni dopo lo Schweinheim e il Pannartz
sono in Roma, ove fondano un' impresa editoriale nel palazzo Massimo,
non ancora ricostruito dal Peruzzi. L' impresa dura fino al lil'ì, nel
qual anno sono stampate le Epistolae ciceroniane con questa scritta:
« Conradus suueynheytn Arnoldus pannartzque magistri ».
Nel 1475 Roma aveva già più di venti stamperie tedesche, e le
opere apparse sino alla fine del secolo giungono a 9"2b. Intanto, sempre
con preponderanza di elementi germanici, s' impiantavano altre stam-
perie in Venezia, Siena, Firejize, Foligno, Modena, Ascoli, Urbino,
Napoli. Palermo.
Il diligentissimo lavoro del Gra?venitz abbonda di notizie intorno
alla prima fioritura del libro stampato; ma qui basti aggiungerne qual-
cuna, scelta fra le più interessanti. Morto il Pannartz, forse nel 147(5, lo
Schweinheim da solo cominciò a stampare le carte geografiche di To-
lomeo, le quali, morto anche lui, furono compiute da Arnold Buckingk,
un altro dei molti stampatori tedeschi di Roma. Ulrich Hahn, ]ier lo più
chiamato Gallus, per una di quelle latinizzazioni di nome che allora
furoreggiavano, rimase col cardinal Torquemada, del quale stampò le
« Considerazioni » su un ciclo d'alfreschi, ed è questo il primo libro
con incisioni in legno. Correttore nella sua stamperia fu il vescovo
Giannantonio Campano. Recatosi questi in Germania nel 1470, gli
successe Giovanni da Lignamine, medico ordinario di Sisto I\'. Morto
il cardinal Torquemada, il cardinal Carafa impiegò a sua volta il Gallus,
mentre in Sant'Eusebio, chiesetta prossima alla moderna piazza Vittorio
Emanuele, lavorava lo stampatore wurzburghese Georg Lauer, coi due
famosi correttori, Pomponio Leto e il Platina.
In quel momento, all' impulso della salutare reazione seguita al-
l'esilio avignonese. sotto il dominio d'una schiera di papi ricchissimi
o d'idee o di dottrina, Roma è veramente il centro della vita intellet-
tuale europea, che infatti si esprime con la lingua di Roma : poiché
dai nidi della stampa il primo sciame die volò per il mondo fu di
libri latini.
Interminabile è la serie dei Tedeschi che ebbero alfe cariche presso
il Vaticano durante quel secolo fecondo; basti spigolare qualche no-
tizia, come l'istituzione del corpo dei « Sergents d'armes » sotto Eu-
genio IV, che diviene la Guardia Svizzera sotto il suo successore
Nicola V, modellata sulla Legione germanica dei Cesari e simile ai
Lanzknechts di Cosimo I dei Medici, il nome dei quali si conserva
05() TEDESCHI IX ROMA
nel nome della Loggia dei Lanzi; e veniamo all'uomo che può dirsi
riassumere in sé tutta la colonia tedesca d'allora in Roma: il Cusano.
Alla morte di Nicola V. per la prima volta nel collegio dei cardinali
vi furon due tedeschi : Peter von Schaumhurg, vescovo d'Augsburg, e
Nicolaus von (Ines, ossia Cusa. epperò detto il Cusano, una delle menti
più elevate e più eulte di quell'epoca, che. secondo scrive l'umanista
Trithemius, « appare in Germania come angelo di luce e di pace in
mezzo alle tenebre e alla confusione ». Quasi cento anni prima del
Copernico, nella sua opera filosofica Be cloda ignorctìitia, egli ac-
cenna alla rotazione e alla rivoluzione della terra: e nel concilio di
Basilea presenta una memoria sull'emendamento del Calendario Giu-
liano. Conoscitore profondo delle lingue ebraica, greca e latina, Nicola
da Cusa portò e allargò, specialmente fra i Tedeschi, le nozioni di Pla-
tone e d'Aristotele: e se la sua spedizione a Costantinopoli per 1' avvi-
cinamento della Chiesa greca alla pontificia riuscì vana, come lagnar-
sene, quando tal viaggio fruttò un tesoro di manoscritti greci V
Nominato cardinale a quarantasette anni da Pio 11. poi vicario del
papa, spirò in Todi, dopo rapida malattia, nelle braccia del suo segre-
tario Peter von Erckeleus, l'il agosto 1464, tre giorni avanti la morte
del suo amico e protettore Pio II. Fu sepolto in San Pietro in V'incoli.
sua chiesa titolare: volle però che il cuore fosse mandato alla nativa
Cusa, ove infatti riposa nel coro dell'ospedale da lui medesimo eretto.
La tomba in San Pietro in Vincoli è opera di Andrea Bregno, note-
volissima per la miscela di caratteri artistici che l'autore vi profuse.
Invero la centrale etlige di San Pietro è classicheggiante, così da parere
scolpita da un greculo o da un romano del terzo secolo : mentre l'an-
gelo, a sinistra, è una figura qual poteva ciarla l'artista lombardo, un
po' tondo e magnifico, alquanto ingentilito dall' influsso toscano ; e
infine, il ritratto del cardinale, a destra, è una delle più schiette mani-
festazioni del verismo plastico d'allora, ed ha nel gesto delle mani, nella
modellatura del viso, in tutto l'atteggiamento, qualcosa che certo il
Canova ripensò quand'ebbe a scolpire la statua di pai)a Rezzonico.
Accanto al Cusano van ricordati Dietrich von Nieheim, e .lohannes
Burchard. Il primo nacque a Nieheim, in V'esfalia, nel i;?4<), fu in
Avignone con Gregorio XI, papa francese (Roger), e con lui venne
in Roma, dove lavorò con altri sette pontefici, fino a Giovanni XX 111
(napolitano, Cossa). Per la colonia tedesca il raaggioi' merito di
quest' insigne prelato, storiografo e politico-ecclestastico, è la fondazione
dell'istituto nazionale dell'Anima, tuttora vivo e il più importante
che i Tedeschi abbiano avuto in Roma sino al giorno in cui sorse la
scuola archeologica, di cui parleremo in sèguito. Dietrich mori nel 1418,
canonico a Maastricht, dove fu sepolto nella chiesa di San Servazio.
L'altro grande patrocinatore dei tedeschi in Roma, il Burchard,
nacque in Haslach, presso Strasburgo, nel 1483, scrisse un Diarium
sul papato di Innocenzo Vili, di Alessandro VI e di Giulio li, dal di-
cembre 14S3 al ^7 aprile I.jUB (proseguito dal secretano di lui, Mi-
chael Sander) e. morto in Roma, venne sepolto in Santa Maria del
Popolo.
Abbiamo accennato all'istituzione ecclesiastica in via dell'Anima:
bisogna ricordare però che essa era stata preceduta da quella d'un
ordine teutonico in Italia, del quale si ha una prima traccia nel 1^297,
quando ne era procuratore il cavaliere Henning Hostinianus: a lui
successe Konrad von Briihl. nel 1314. e a questi, nel 137(», Heinrich
TEDESCHI IX ROMA 651
Briinner, e cosi via. La dimora dell'ordine era nella Città Leonina,
finché nel 1431 fu acquistata per essa una casa a- Vicolo dei Venti,
ove, fra altri insigni pellegrini della jiolitica. della sapienza, della reli-
gione, abitò il conte Eberliard von Wdrttemlterg. In quell'epoca la resi-
denza dell'ordine contava undici persone di servizio. Quando Stefano
Porcari, nel 1447, sollevò i Romani a libertà in Campidoglio, la difesa
del quartiere ove appunto era la casa germanica fu affidata dal papa al
procuratore. E procuratori dell'ordii: e fui'ono Raspar Wandafen, che fece
eseguire il quadro dell'aitar maggiore della chiesa in via dell'Anima,
e il prussiano Laurentius von Blumenau. che sotto Nicola V divenne
lo storiografo dell'ordine stesso.
Ora, poiché tra le varie istituzioni tedesche, ospitali, ecclesiastiche,
di banca e di mestiere, era entrata la nuova e prodigiosa attività della
stampa, il carattere dello studio predomina su gli altri in questo se-
condo ])eriodo, come nel primo eccelleva quello delle armi; e l'uma-
nesimo che, dopo le grandi figure di Dante, del Petrarca, del Boccaccio,
fiorisce nell' intelligenza italiana, comunicandosi all' intelligenza degli
ospiti, da questi vien trasmesso ai compassani di là dalle Alpi.
Georg von Peurbach, nato in Vienna nel IM'ò, a diciassette anni
viene a compiere i suoi studii nell'università di Padova, poi, chiamato
dal Cusano, visita Roma, donde torna in patria nel 14.ó(l, e lì muore
undici anni dopo, mentre si preparava a tornare in Italia. Egli è, per
cosi dire, il gradino intermedio fra Nicola da Cusa e il Copernico, per
la correzione al sistema tolemaico intraveduta lìelle sue opere. 11 più
celebre de' suoi discepoli, -lohannes Miiller da Kònigsberg (Regiomon-
tanus. 1436-1476), venne in Italia col cardinal legato amico del Cusano,
il greco Bessarione, di cui vediamo la figura lunga e barbuta, alla
Bembo, sulla tomba in Santi Apostoli. 11 Miiller dimorò in Roma
quattro anni, studiando, oltre le scienze naturali, lingua e letteratura
greca e latina ; e tornatovi poi nel 1475, chiamato da Sisto IV per la
riforma del calendario, morì l'anno appresso, il 6 luglio, per febbre
estiva. Questa immatura morte impressionò talmente, che la si volle
connettere con l'apparizione d'una cometa, e anche attribuirla a vendetta
del tiglio del bizantino Giorgio di Trapezunfe o Trebisonda, uno dei
più celebri professori di greco del tempo, - il qual figlio, dicesi falsa-
mente, avvelenò il MùUer. perchè questi aveva notati molti errori in
una dotta opera del |)adre grecista.
Ed eccoci a Nicola Copernico. Egli giunge in Roma, da Bologna,
col fratello maggiore, Andrea, nel giubileo del lólMl. In occasione del
quarto centenario della sua nascita (1873) fu posta una lapide comme-
morativa nel loggiato della Sapienza, perchè, come vuole il suo discepolo
Rheticus, Nicolò Copernico, il professor mathematum. insegnò nell'uni-
versità romana « dinanzi a una gran corona di scolari, notevoli uomini ed
anche maestri di dottrine », fra i quali al Gnevenitz piace immaginare
Bramante e Michelangelo.
Altri e famosi umanisti mandò in Roma la Germania verso la fine
del XV secolo e il principio del xvi, come Rudolf von Langen e Roelef
Huismann detto l'Agricola. .Johann Reuchlin che studiò l'ebraico a
fondo con Abadja Sforno da Cesena, e Konrad Celtes che nella sua
Germania illustrata pare imiti l'Italia illustrata, di Flavio Biondo, e
che per primo fu curonato poeta nel suo paese, quando nel 1487
l'imperatore Federico III, in Norimberga, gli cinse il lauro, come più
d'un .secolo prima era toccato al Petrarca in Campidoglio.
652 TEDESCHI IN ROMA
Lo stesso Federico III venne a prendere il diadema cesareo in
Roma, e ci era venuto prima di lui Sigismondo il 31 maggio 1433. con
seicento cavalieri e ottocento pedoni d'accompagnamento, i quali allog-
giarono in Santo Spirito e in Borgo, mentre Timperatore era albergalo
dal papa Eugenio IV in Vaticano. La storia di molle nobili famiglie
tedesche comincia appunto dalla coltala (Ritterschlag) conferita agli avi
da Sigismondo sul ponte Sani' Angelo, dopo la solenne cerimonia,
dalla quale pure principiò l'uso dell'aquila doppia come sigillo impe-
riale in contraposto dell'aquila semplice per il sigillo regale. Non meno
splendida fu la coronazione di Federico III nel 145!2, la festa essendo
duplicata per le di lui nozze con Eleonora infanta di Portogallo. Xel
sèguito dell'imperatore trova vasi Enea Silvio Piccolomini, al quale il
sovrano, giungendo pei' via Flaminia in vista di Roma, profetò la tiara.
Romèi.
Causa dell'affluire dei Tedeschi in Roma, non meno costante delle
coronazioni, delle ambascerie, dello studio, furono i pellegrinaggi.
Appunto la storia delle due grandi istituzioni teutoniche nell'Urbe, il
Campo Santo e la chiesa deirAnima. è legata a quelle incursioni di
Giubileo. Matteo Milani descrive l'accorrere della moltitudine alemanna
per il giubileo del 1350; in quello del [400 s'ebbe a deplorare un tram-
busto con rapimento di donne; eppure dieci anni prima era venuto
un altro gran pellegrinaggio, a parie, dalla Prussia, e nel 1450 dalla
sola Danzica giunsero più di duemila romei. Fu questa forse la più
straordinaria accorrenza; v'eran jiedoni e cavalieri, poveri e ricchi, e
linanco principi, come il langravio Ludwig von Hessen, il duca All)rechl
von Oestcìieich. .lohann von Cleve. la maigravia Katharina von Haden.
Con tanto formicolio di pellegrini, in quei tempi nei quali non era
TEDESCHI IN ROMA 653
j)assato ancora del lutto Torrore d" un" epidemia e già arri\avau le
minacce d" un' altra, urgeva l'istituzione di case di soccorso. Invero,
il malo influsso della peste scoppiata nel 1480 durava ancora, quando
la rovina del ponte Sant'Angelo, in sèguito a una benedizione publica
di Nicola V, trascinava a morte dugento pellegrini: diciotto carri di
cadaveri furon sepolti nel Campo Santo tedesco.
Il primo ospedale teutonico in Roma fu fondato dall'olandese
Johannes Petri. nel 138(). in Parione: ed esso, accresciuto specialmente
per donazioni del gran Dietrich von Nieheim, tra il 1390 e il \U)0 soc-
corre da dieci a ventimila pellegrini. Nikolaus Henrici da Culm fondò
un altro ospedale, che presto però decadde e nel 1431 venne assorbito
dall'istituzione di via dell'Anima, di cui dovendosi restaurare quasi
a f linda mentis la chiesa, inaugurò solennemente i lavori il vescovo
Matthias Scheidt von Seekau. il 12 aprile, nel giubileo del 1500. Undici
anni dopo, il 23 novembre, la chiesa era consacrata. Non tardò a
sopravvenire il « sacco di Roma ». e la orribil data, 1527, lascia
tracce indelebili nell'archivio della chiesa stessa, ove è segnata con
parole poco meno funeste una sola altra data, quella dell'invasione
francese nel 1798.
II nome della chiesa è un'abbreviazione di Beatae Mariae animarmn,
frase derivata dal gruppo donato da .Johannes Petri e posto nel tim-
pano della porta centrale: la ^'e^gine, fra due anime purganti genu-
flesse.
tlosì come oggi si presenta l'edificio, dopo l'opera del Bramante,
del Peruzzi e forse del Sangallo, poco o punto vi si scorge il carattere
tedesco, che certo dominò nella costruzione primitiva. A tal proposito
il von Grajvenifz svolge la storia delle relazioni artistiche fra le terre
teutoniche e l'Italia: ma invero questo è tale argomento da non po-
tersi qui nemmeno accennare, tanto più che l'autore stesso è costretto
-a una corsa vertiginosa. Ci basti notare sui dati da lui medesimo rac-
colti, che l'affluenza degli artisti settentrionali in Roma è minore nella
prima metà del Cinquecento di quel che non sia prima, dal riforno
della sede pontifìcia da Avignone, e di quel che non sia dopo, fino
al Seicento inoltrato. E ciò avveniva, se non m'inganno, perchè all'e-
poca di Bramante, di Michelangelo e di Raffaello, di Leonardo, del
Tiziano e del Correggio, la vita italiana era troppo tempestosamente
piena perchè vi avessero larga parte operosa gli stranieri, i quali, prima
e dopo, molto impararono ed insegnarono molto.
Alle frettolose pagine di storia delfarfe seguono nel magnifico
volume quelle affatto sijeciali sui sepolcri di Santa Maria dell'Anima. Al
solilo, nel cumulo di notizie, scegliamo quelle che possono interes-
sare più generalmente. In primo luogo dunque, ecco la cappella Fugger,
ove riposano le ceneri di coloro che furono i maggiori banchieri te-
deschi in Italia, tra gli altri quel .lacob Fugger. di cui abbiamo un
ritratto dipinto dal Diirer. .Jacob Fugger che potè scrivere a Carlo V
esser noto e patente che Sua Maestà imperiale non avrebbe cinto la
corona romana senza l'a.juto di lui.
Rammentiamo la tomba di Adriano VI, l'ultimo papa tedesco,
morto di febbre in Villa Mellini su Monte Mario. Questa tomba del
pontefice odiato e spregiato dai Romani, sfarzosa e greve imitazione
dei due monumenti sepolcrali che Andrea Sansovino eresse in Santa
Maria del Popolo al cardinale Sforza e al cardinal Basso, fu eseguita
nel 1529. Di migliore arte sono la toinixi del duca Karl Friedrich von
(i'vl- TEnESC.Hl IN lìO.MA
Cleve. e quella del Xan der Eynden. semplice, squisita opera di Frauz
Du Quesnoy detto il Fianiiningo. che può chiamarsi il Bernini del
Nord. Per ultimo ricoidianio la cappella Brandeburgo, ov'è il quadro
di Francesco Rossi detto il Salviati. del tpial lavoio parla li Vasari,
dicendolo ordinato da un mecenate tedesco. E usciamo di mezzo alle
sepolture.
Fra le altre opere d'aite deirinsigne chiesa iKjtiaiiio prima la fine-
stra di Guglielmo di ilarsiglia. frantumata nella rivoluzione del 1848
e rifatta da una vetreria d" Innsbruck. a spese dell" imperatore d'Au-
stria, su bozzetto di Ludovico Seitz. pittore vivente tedesco-romano. Due
simili bellissime finestre sono nel coro di Santa Maria del Popolo;
ma, fortunatamente, originali del celebre Guglielmo, quantunque
scosse alcuni anni sono per lo scoppio della polveriera. Per ultimo
ricordiamo la pala dell'aitar maggiore, fastosa composizione di (ìiulio
Romano.
Delle grandi personalità tedesche che ci son passate dinanzi come
in una lanterna magica, da Carlo Magno a .lacob Fugger, e (|uelle
che vedremo ancora, tra cui un Winckelinann, un ilengs, un Goethe,
nessuna intUii tanto sui destini di Roma quanto l'umile monacello
agostiniano che, verso la fine del 1511. giungeva nell'Urbe salutan-
dola come santa: «Sei mir gegriist, rlu ìieilicies Rum!».
Martin Luther, entrato in Roma quasi certamente dalla Porta
Flaminia, abitò nel monastero di Santa Maria del Popolo. Quel primo
aspetto della città eterna, oggi splendido per i lavori eseguiti dal
Valadier sotto Pio VII, guasto di nuovo ina promettente per la co-
struzione del ponte e le altre opere in corso, aveva allora una sin-
goiar tristezza. Il Pincio tuttavia selvaggio, e, di fronte, un rudero.
« torre dove siete gran tempo il spirito di Nerone ». com'è scritto
nella pianta di Roma del ir);i4. Nulla ancora dell'altra grande e son-
tuosa piazza circolare, la piazza di San Pietro: anzi quando la vide
Lutero essa doveva essere particolarmente sconvolta, poiché il Bra-
mante aveva buttato giìi mezza basilica, nel 15(H). e solo l'altra mezza
continuava il servizio divino. Sul Campidoglio non era passata la
mano di Michelangelo, e non vi si vedeva neppure la stupenda statua
equestre di Marco Aurelio, alloi'a nella piazza Lalerana. ove si cre-
deva rappresentasse Costantino, il fondatore dello Stato ecclesiastico.
Strana, irridente piega della storia: l'effige dell'imperatore scettico
e santo esser creduta lettige dell'imperatore devoto e falso, e a questo
sbaglio, simile a uno scherno, andar debitrice della sua iierfetta con-
servazione !
A tali e cento altri caratteri che diversificano la Roma di Lutero
da quella che fu poco tempo dopo, e che la rendevano non so se
meno bella, certo assai triste, bisogna aggiungere il ricordo di quel
che allora fosse la coscienza dell'Urbe e come si manifestasse. Dopo
Alessandro VI. Giulio li, terribili nomi entrambi per un monaco fer-
vente il quale non può scernere l'abisso che li separa. E del resto,
Lutero vedeva in Santa Maria del Popolo la tomba di Vannozza de'Cat-
tanei, l'amante di Papa Borgia: in Sant Ago.«tino. altra chiesa del suo
ordine, vedeva la cappella di Fiammetta, l'amante del figlio di papa
Borgia: da per tutto udiva parlare dello straordinario prestigio d'Im-
peria, l'amante dei cardinali... Eppure il giovane monaco viveva
TEDESCHI I.\ ROMA 655
sotto il fascino di Roma, quasi trasognato, lacrimando al pensiero
che la misera madre non potesse trovarsi accanto a lui in ginocchio
nella chiesa delle chiese, nella prima delle sette basiliche, in San Gio-
vanni in Laterano.
L"anno appresso, 15l!2, Martin Lutero tornava in Germania, e li,
dopo un quinquennio di lavorìo toinient< so, il trentuno ottobie 1517,
lanciava il primissimo razzo dell"incendio della Riforma, il Comento
sulVeffìcacia dell' Indulgenza (Zur Erkldrnng der Kraft des Ahlasscs).
Nell'anno stesso in cui partì Lutero, giunse in Italia il cavalleresco
e bizzarro poeta Ulrich Hutten, l'epigrammista al tempo degli epi-
grammi, quando cioè questo componimentino classico riviveva in Roma
a' ])iedi di due rappresentazioni marmoree, erudito, spesso cerimoniale,
sotto il gruppo di Andrea Sansovino, popolare, nuovo, abbandonato
a sé medesimo come un bastardello jiericoloso, sotto il frammento
che .si chiama tuttora Pasquino e che, fin dal 1501, trovavasi collo-
cato ov'è anche oggi dal cardinal Carata. Il gruppo: Sant' .\nna. la
\'ergin(i e il Bambino, delicata opera dello scultt)re toscano, fu posto
nella propria cappella in Sant'Agostino da .Johann Goritz, « l'uomo dal
cuor pui'o » (Mann reinen Herzens). e gli fiorì intorno una specie di
pre-Arcadia, di cui un saggio è nel i>riino almanacco romano, la Co-
ryciana. Ulrich Hutten parla nell'almanacco e nelle pasquinate a un
tempo; e inline, dopo essersi trattenuto in Venezia, in Pavia, in Bo-
logna, torna in Roma e lancia al papato il guanto di sfida pubblicando
Io scritto del precursore di Lutero, l'umanista Lorenzo Valla, «Sulla
finta donazione di Costantino ». Per chiudere (|uesto capitoletto dei
riformatori, non potendo presentar qui il monumento edificato da
Martin Luther, ecco il gingillo cesellato da Ulrich Hutten, un dialogo
del 15"2():
« ...Tre cose mantengono la riputazione di Roma: la potenza del
papa, le reliquie e le indulgenze.
« Tre cose si portan via da Roma: mala coscienza, stomaco guasto
e borsa vuota.
« Tre cose uccide Roma: buona coscienza, leligione e giuramento.
« Di tre cose si ridono i Romani: l'esempio degli antichi, il pa-
pato di San Pietro e il Giudizio iniiversale.
« Di tre cose trafficano i Romani : Cristo, prebende e donne.
« Tre cose si sentono assai mal volentieri in Roma: concilio ge-
nerale, riforma del clero e che i Tedeschi comincino ad aprir gli occhi ».
Per tutto il Seicento le lelazioiii fra Germania e Roma son così
languide, da iwfersi considerar questo periodo come un'interruzione
simile a quella dell'esilio avignonese, più lunga però e più assoluta.
In quell'epoca appunto la città si trasformava profondamente, assu-
mendo in gran parte l'aspetto che conservò fino alla Breccia di Porta
Pia, l'aspetto in cui, tra i caratfeii impressi da' vaiì secoli, signoreg-
giava quello che su palazzi, chiese e fontane vi suggellò il Bernini.
Altro dunque che, come scrive il von Gr*venitz. sono sparite le
orme del Sacco e non è più il tempo di riforme e controriforme,
quando giunge in Roma .Johaini .Ioachim Winckelmann, e la trova
ridivenuta capitale delle arti!
Come il Goethe, dice l'accurato autore, il Winci<elmann fu sin-
golarmente favorito nella sua visita air« alta mondiale scuola di Roma ».
656 TEDESCHI IN ROMA
Da per tutto, e qui e in Germania, biblioteche, pinacoteche, musei,
gabinetti d'antichità, pare non avessero porte per lui: e a Dresden.
fra amici e protettori, trova un Bianconi che fu ])oi il suo biografo,
e un Archinto, nunzio pontificio, che più tardi, in Roma, diviene il
suo introduttore.
Pur troppo, come sede degli studii archeologici 1" Urbe non ha
più la straordinaria importanza d'allora : il centro degli scavi è pas-
sato in Atene e s'è irradiato verso 1" Oriente, e i saggi dell'arte antica
di cui Roma era quasi l'unico, enorme, impareggiabile museo, sono
sparsi ora nelle collezioni d'oltr' Alpi, a Berlino, a Dresda e a Mo-
naco, a Vienna, a Parigi, a Londra, a Pietroburgo, ovunque una
Corte o un popolo han voluto e saputo adunarne.
Qui il von (ircevenitz tira giù una sfuiiata di biasimo contro la
Roma odieina. la Roma dai Lungotevere stringati, la Roma ciie s'è
privata di \illa Ludovisi e che ha veduto fungheggiare tanti brutti
editìcii sul .'^acro suo terreno : sfuiiata che non può lasciare indifferente
il lettore italiano, primo, perchè l'autore non parmi abbia proprio
torto; secondo, perchè in tutto il libro egli si mostra imparziale, scevro
di qualunque preconcetto maligno o anche semplicemente ingiusto.
Or bene, il von Gr*venitz. come in genere tutti gli stranieri meglio
intenzionati, e in ispecial modo i Tedeschi, vorrebbero Roma non
fosse altro che albergo e museo. È troppo, senza dubbio; ma è pure certo
che se si è provveduto bene alla Roma-albergo, e di questo non me ne in-
tendo, non parmi ci si sia riusciti per la Roma-museo, in quanto che
molto si è distrutto e molto si è costruito, ma il giusto compenso, dal lato
della bellezza, non si ottiene ancora. Speriamo di meglio, per l'avve-
nire. Del resto, il von Grtevenitz medesimo si affretta a concludere
che, dopo tutto, non si deve già credere Roma divenuta una città
come le altre : essa è ancora la città delle città, e chi vi giunge con
la sete di bellezza d'un Winckelmann. trova non avari, non esausti i
suoi tesori.
11 discorso ci ha ricondotti al Winckelmann ; feimiamoci.
Egli venne in Roma nell' autunno del 1755. in età di trentotto
anni. Abitò prima presso Trinità dei Monti. « Dalla mia finestra lo
sguardo donrina Roma tutta e si spinge sino al mare » - egli scrive,
entusiasta di quella dimora, come fu poi delle seguenti nei tredici anni
passati neir Urbe tra amici tedeschi e protettori italiani, in compa-
gnia del Mengs. « il sassone Apelle », e della leggiadia e candida
moglie di lui. Ecco quel che dice del fortunato archeologo esteta lo
svizzero Hans Heinrich Fussli : « Il Winckelmann ha fissato nella mia
giovane anima le vacillanti idee del bello e del buono, del gusto e
della virtù. Poiché la nuiniera con cui insegna è ima doviziosa fonte
di molte cognizioni. Risalendo sempre dalle opere d'arte agli uomini
e da questi a quelle, egli sviluppa il carattere delle varie nazioni, spe-
cialmente di Roma e Grecia, nelle loro epoche diverse ; donde i priu-
cipii politici e morali derivano ».
Ben presto l'ex-nunzio Alberigo Archinto diede al Winckelmann
un posto di bibliotecario, per cui questi passò ad abitare nel palazzo
della Cancelleria, « cinque camere oltre la cucina e un balcone ».
Non vi soggiornò a lungo; ]>erchè. morto l' Archinto nel 1758, gli
toccò in sorte un nuovo protettore ben più largo, ben più affezionato,
il cardinale Alessandro Alljani. che lo alloggiò nel proprio palazzo.
La gratitudine del Winckelmaiui per questo magnifico porporato non
TEDESCHI IN ROMA 657
ha confini: e dalla splendida sede in Roma e dalle gioconde villeg-
giature nei Castelli Romani, ov'egli gode e studia senza interruzione,
la parola d'entusiasmo si effonde come un canto, sino all'esultante
delirio di Anzio: « Questo è il luogo della mia felicità... »
Nel 176.0 il Winckelmann si reca a Firenze per catalogarvi la col-
lezione di gemme di Philipp von Stosch, acquistata da Federico il
Grande e ora inclusa nelle raccolte di Berlino. Ma torna presto a Roma,
■centro unico del suo mondo antico che si estendeva solo nella Cam-
pagna Romana, spingendosi da un lato fino a Napoli con Ercolano e
Pompei ; torna a Roma, ove tutte le collezioni di rarità gli sono affi-
date, cosi quella di Villa Albani, come quelle del Campidoglio e del
Vaticano. E venne l'ora dell'acme, il baleno che Faust vorrebbe fer-
mare ; e fu quando presso Santa Balbina, sull'Aventino, si trovò il
bronzo dell' Apollo Sauroctono, in presenza di lui, e il cardinale Al-
bani trasse la statua nel proprio cocchio con le proprie mani, e se
la portò nella gentilissima villa che i nuovi quartieri assediano oggi.
Ira via Porta Salaria e via Nomentana.
1 tredici anni della residenza del Winckelmann in Roma furono
anni beati e fecondi. Eppure, nota il filosofo Herder, egli rimase es-
senzialmente tedesco, tanto da non lasciar mai di scrivere nella patria
lingua, pur trattando di materie classiche, nel paese classico, e da
mostrar quasi di non poter morire .se non tornato nella sua nazione
che, in fondo, s'era data ben poco pensiero di lui. E questo suo tede-
schismo inalterabile, il quale per altro si rivela a ogni pagina della
opera sua di ricostruzione e d' interpretazione, si riafferma nell'an-
tipatia di tutto ciò ch'era francese, antipatia non mai smentita in
un'epoca in cui la Fi-ancia irradiava il maggior lume sul mondo delle
intelligenze.
La persona del AVinckelmann in Roma è in certo modo indissolu-
bile da quella di Anton Rafael Mengs, pittore figliuolo del pittore
Ismael, il quale lo battezzò coi nomi del Correggio e dell' Urbinate.
Nato il 12 marzo 17!2S, a tredici anni egli è condotto in Roma dal
padre mandatovi da Augusto III di Sassonia, e vi rimane fino al 1744.
Tornato a Dresda, è già pittore : e l'anno appresso, dopo avere ese-
guito il ritratto del sovrano, vien nominato pittore della Corte ed è
fornito d'una pensione che gli permette di rivalicar le Alpi. Gli par
di vivere in un racconto di fate. Nell'aprile del 174(3 eccolo a Venezia, a
Parma, a Bologna e finalmente a Roma, ove rimane tre anni con le
sorelle Giulia e Teresa Concordia, col padre, dispotico e bisbetico, e
con la governante del padre.
Ben presto, a comj)letar la brigata, il giovanotto artista prende
moglie. Dovendo dipingere una Sacra Famiglia in stile raffaellesco,
cerca e trova il modello che gli ci vuole per la Vergine in una ra-
gazza del popolo, Margareta Guazzi, bella, buona, dolcissima creatura,
la quale, dopo aver fatto da madonna nel quadro, passò ad esserlo
nella vita del pittore. Senza perder tempo, i Mengs erano israeliti ?
"bene, tutti cattolici, tutti, meno la governante; e Margareta o Marghe-
rita è sposa.
Poco dopo natagli una bambina. Maria Anna, il Mengs, che s'era do-
vuto recare a Dresda, torna in Roma, e vi si ferma nove anni, dal 1742
al 1761 : questo è il più felice periodo della sua vita. Le molte qua-
42 Voi. evi, Serie IV - 16 agosto 1903.
658 TKDEStHI IN ROMA
lità eccellenti e i pochi tlitetti imperdonabili dell'arte sua, anzi meglio
l'aurea mediocrità del suo inuegno che comprende, sa, giudica, ac-
quista, modera molto più di quel che non crei, tutto valse a porre in
auge il Mengs, al quale tu attribuita in Roma e fuori tale autorità,
da bastar l'essere un suo discepolo per aver la direzione nelle scuole
accadenùche. G. B. Casanova, Iratello del celebre avventuriere, coUa-
A. R. Mengs.
boro col Winckelmann e divenne direttore dell'accademia in Dresda;
Giuseppe Ratti fu chiamato a dirigere l'accademia di Genova ; Nicola
Guibal, francese, l'accademia di Stuttgart, e un suo alunno, Heinrich
Fiiger, quella di Vienna. Nessun posto simile toccò ai fratelli Chri-
stopf e Ignaz Unferberger ; ma, in compenso, Anton Maron, l'autore
del ritratto del Winckelmann, sposata la sorella del Mengs, Teresa Con-
cordia, fu nominato pittore primario e direttore dei pensionati germa-
nici in Roma.
TEDESCHI IN" KOJIA 659
Che lusso di titoli 1 Oh, era il tempo delle paiiucehe !... Ma in ve-
rità Raffaello .Meiigs fu in tutto un uomo ammirevole, tanto che
l'unico artista che gli si collocava di tronte come rivale, il gentile e
lieve Pompeo Battoni. non ebbe per lui un moto d'invidia, anzi, come
(pianti avvicinavano il buono e dotto sassone, gli divenne amico.
Dotto davvero, poiché oltre a una cultura archeologica eccezionale
per quel tempo, ed oltre all'esercizio letterario, egl' volle prendere
lezioni di cembalo, non già per suonare, bensì per acquistar la giusta
idea degli accordi e discuterne.
Non aveva ancora termirato di dipiogere il Parnaso in una sala
di Villa Albani, dov'era passato ad abitare con la famiglia, quando
Maria .\malia, figlia d'Angusto IH e moglie di Carlo IV re di Napoli,
desiderando conoscere Y Hofmaler del padi'e, gli chiese una « Presen-
tazione di Maria al tempio » per il palazzo di Caserta. 11 Mengs si
recò a Napoli nel 175S. giusto quando, morto il re di Spagna. Carlo IV
era in procinto di partire per occupare il trono a Madrid. In tale oc-
casione il monarca offerse una splendida retribuzione all'artista, se
voleva seguirlo in Spagna; e il Mengs, compiuto l'affresco di Villa
.\lbani. nell'autuno del 1761 sbarcava in Alicante.
Ed ecco iniziarsi per lui il periodo sontuoso, il periodo insieme
della decadenza. 11 tempo felice è passato per sempre; nuvole e nuvole,
anche dorate dal sole che tramonta, ma nuvole: cielo sereno, mai piìi.
In Madrid, lavorando febbrilmente, s'ammalò. Compensi e onori
fioccano. Eseguito il ritratto dell'infanta, gli si conferisce il titolo di
direttore dell'accademia madrilena. Intanto però anche sua moglie è
soflerente: talché, due anni dopo il suo arrivo, il Mengs è costretto a
rimandarla in Italia, ov'egli, già minacciato d" idropisia, ottiene li-
cenza di recaj'si nel 1769. E io penso : poco prima di lui un altro'
pittore venuto dall'Italia aveva lavorato a Madrid, il Tiepolo: chi sa
come dovette parer frivolo e scomposto al dotto Sassone il genialis-
simo \'eneziano ' !
A Roma il Mengs ebbe commissione d'affrescare il soffitto della
sala dei Papiri, in Vaticano. Presto la sua casa ridiventò il centro
d'una eulta società internazionale; ma il tempo correva, ed egli fu
astretto a riedere in Madrid, ove il re lo colmò di nuovi doni. Tre
anni dopo, nel 1777, tornava in Roma, e forse si sarebbe potuto gua-
rire ancora, se nell'aprile seguente non lo avesse colpito la morte
della moglie. Dipinge allora l'ultimo quadro, il suo « canto del cigno »,.
V Annunciasione, per il re di Spagna, e che oia è nella Galleria di
Vienna; abbozza pure un altro quadro, che resta nel cartone. Pascolale
mie pecore, per San Pietro, e il ^9 giugno 1779 si spegne, a cinquan-
t' un'anno. Fu sepolto nella chiesetta di San ilichele e Magno, presso
il Vaticano. Giungeva allora in Re ma un umile giovanetto di Pos-
sagno. che doveva poi diventare il primo scultore del suo tempo. An-
tonio Canova, e già da quattr'anni lavorava in Roma il pittore che
doveva eredare il freddo primato del Mengs, e a cui morendo il Bat-
toni aveva lasciato la propria tavolozza, Louis David.
Ci avviciniamo ai nostri giorni, all'epoca nella quale la nuova
istituzione tedesca, sul monte Tarpeo, vince per importanza mondiale la
vecchia, quella di via dell'Anima, in segno che ormai, svanito il primo
fascino, la corona, anzi il sogno della corona veramente cesarea, il-
GtìÙ
TEDESCHI IN ROMA
secondo cede già al terzo, il sentimento religioso è superato dal sen-
timento dello studio, e precisamente dello studio deli" arte e delie
anlicliità. Quest'ultimo periodo s'impersona in Wolfgang Goethe; e
giacché dopo di lui il secolare romeaggio tedesco, al paragone, sbia-
disce, non passerò più oltre ; tanto più che le vicende dell'Istituto archeo-
logico germanico non saprei riassumere c(^n sufficiente varietà e senza
pondo.
La fine del secolo xviii nella nostra corsa storica appartiene al
Goethe e alla sua plejade, e di questa va mentovato primo il pittore
Johann Heinrich Wilhelm Tischbein. che è quasi per il grande poeta
quel che poco prima era stato il Mengs per il Winckelmann. l'intel-
ligente, tecnico e amico cicerone. Gol Tischbein. e poi col Goethe,
nella casa al Corso numero 18, abitavano due altri pittori. Friednch
Bury, di Hanau, detto il « pastorello », e Georg Schiitz. di Frankfurt,
detto il « barone » o il « conte ». Del resto, i pittori dei quali l'olim-
pico poeta si circondò in Roma formano una legione. Lo svizzero
Heinrich Meyer, per esempio, cui il Goethe scrisse da Weimar che
avrebbe tanto desiderato rivederlo, va infatti a Weimar nel 1791, quando
quel duca lo nomina professore nella sua scuola di disegno. Ricordiamo
poi Johann Friedrich Reiffenstein (o Reifstein), già amico del Win-
TEDESCHI IX ROMA ' 661
ckelmann e del Meiigs, anello di confriunzione tra le due supreme
rappresentanze della niente ti^erinanica succedentlsi in Roma: e infine
la pittrice Angelica Kauft'mann, dallo stesso Heitìenstein presentata al
Goethe.
Angelica, nata nel 1741 in Chur, nella Svizzera tedesca, venne
la prima volta nell'Urbe a venlidue anni, e dopo alcuni viaggi e non
breve dimora in Inghilterra. \i tornò e vi mori nel 1807. É sepolta
nella chiesa di Sant'Andrea delle Fratte.
Ma la plejade non era tutta composta di pittori; v'eran pure i
letterati: Di Cari Philipp Moritz il Goethe scrive alla signora von
Stein: « Egli è per me come un fratello minore »: e in altra lettera:
« Il Moritz è per me come uno specchio innanzi agli occhi »... E in-
vero il gran poeta asserisce che non avrebbe mai tradotto in giambi
l'Ifigenia, scritta in prosa prima ch'ei venisse in Roma, se non gli
fosse brillata a guida la stella della prosodia del Moritz. (Juesti, nato
nel 1757 in Hameln, a trentun'anno è in Italia, e parte da Roma poco
dopo del suo nume, nel 1788. In relazione col viaggio in Italia del
Goethe, è notevole il libro del Moritz. Dir Reisen eincs TìcHtschen in
Italie.ìi in ilcn Jfiìireii 17Stì-17SS.
I tre anni vissuti da! poeta di Faust in Roma, prima e dopo il
suo giro in Sicilia, segnano pei- lui quel vertice della vita, quel
periodo di relativa felicità che notanmio per il Winckelmann e per il
Mengs, e che per il primo durò tredici anni, nove per il secondo.
Non bastandogli la poesia e lo studio delle antichità, in quel tempo di
fertile gaudio il Goethe volle anche essere un poco pittore, e nel 1787,
da marzo a maggio, ebbe qualche lezione dal paesista Philipp Hacker!
(nato nel 1737 in Prenzlau), da lui incontrato in Napoli. Ma oltre
che poeta, oltre che artista, oltre che erudito, Wolfgang in Roma
voU'essere amante, come se nella sua gagliarda e serena natura la
Musa non potesse trarre miglior nutrimento di quel che le porge
Tamoie, e che è spesso ambrosia, quasi sempre veleno. Chiudo dunque
volentieri queste nòte riassumenti il bel libro del von Gnevenitz, col
nome di Maddalena Riggi, la « bella Milanese », che il Goethe co-
nobbe nell'ottobre del 1787 in Castel Gandolfo. e che poi sposò Giu-
seppe Volpato, il figlio del celebre incisore Giovanni, l'amico del Ca-
nova. Com'ebbe ragione il poeta sclamando:
Tu sei davvero un mondo, o Roma: pur. senza l'amore,
non saria momlo il momlo. Ruma non saria Roma !
L". Fl.ERES.
PAOLO GIACOMETTI
11 giro trionfale che il sommo tragico Tommaso Salvini ha com-
piuto per congedarsi dall" arte in cui ha raccolto, nella sua lunga e
fortimata caniera. tanti gloriosi allori, ha richiamato nuovamente Tat-
tenzione degli amanti del teatro italiano sopra un pt)eta troppo ingra-
tamente, se non dimenticato, almeno trascurato: l'autoie di quella
Morte Cirile, che il Salvini ha fatto applaudire su tutti i teatri del
mondo.
in realtà Paolo Giacometti. che fra tanti lavori dati alla scena
nella furia della sua proiluzione. raramente ha raggiunto la perfezione,
meritava minor oltraggio d"oblio. solo per l'opera altamente civile che
egli ha compiuto, rivolgendo il teatro ad un intento educativo.
E forse a questo intendimento stesso che le ha originate, e che
fu allora il maggior loro pregio, molte delle opere sue devono la ca-
gione dell'abbandono in cui sono cadute. Percliè l'opera d'arte, quando
deve piegarsi ad una condizione speciale di tempi e di cose, e servire
ad un fine limitato ed occasionale, nasce già di per se stessa col germe
che dovrà trascinarla a perire, o almeno a perdere della sua impor-
tanza, col cessare della causa che l'ha prodotta.
Senonchè Paolo Giacometti. piìi che fama di letterato e di poeta,
quella di buon cittadino si riprometteva dalle sue opere, onde pi'elu-
diando ad una edizione delle sue commedie, ha scritto: « Se dopo un
esame riposato e severo, non credete che sia opera di letterato la mia.
dite: è opera di Inion cittadino, e mi basta ».
Tale mi piace presentarlo ai lettori della Xiiova Antologia e
dire le lotte di quell'anima gentile e grande, che pur nelle angustie,
nelle avversità, nella miseria che iianno in ogni modo torturato la sua
esistenza laboriosa, non si stancò mai, non si lasciò abbattere, non si
lasciò deviare: e proseguendo la sua strada coraggioso e fidente, quando
il disinganno lo tentava, quando la sciagura più davvicino gli dila-
niava le carni, si ribellava e gridava: « No, no; vi è della gioia, vi è
dell'orgoglio in questa miseria pura e non meritata, in questa sublime
maledizione del genio! »
1
La città di Novi considera come suo Paolo Giacometti, e sebbene
non siasi gran fatto occupata di lui vivo, come è nell'uso dei tempi,
si è affrettata ad onorarlo morto, erigendogli sotto l'atrio del jialazzo
municipale un medaglione, opera del genovese \'arni.
Tardo ravvedimento! Tuttavia il medaglione del .Municipio novese
fu un meritato atto di omaggio alla memoria dell'illustre poeta, che
scegliendo per ultima sua dimora, giunto alla fine della sua fortunosa
PAOLO (IIACOMETTI 663
carriera, la piccola ed industre città ligure, aveva voluto in certo modo
darle il diritto di considerarlo figlio suo.
Poiché in realtà Paolo Giacouietti. sebbene fosse", nato a Novi il
19 marzo 1816 - in una modesta casa di Via del Collegio S. Giorgio, nella
cui facciata fu murata, or sono ])oclii anni, una lapide a ricordarne ai
•j^osteri la fortuna - da Novi fn portato via nell'età di pochi mesi.
Suo padre Francesco Maria era geno\ ese. e discende\a da un'antica
famiglia assai stimata e opulentissima, venuta di Corsica ad esercitare
a Genova la mercatura, dopo che alcuni disastri le avevano fatto
prendere in uggia la rude isola nativa. Egli erasi già reso noto per
molte sue pubblicazioni, quando nel 1797 si addottorò in legge in
quella università, onde datosi alla carriera della Magistratura, e distin-
«^"X— ve
losi per importanti servigi i-esi al Governo come ambasciatore e diplo-
matico presso varie Corti di quel tempo, veniva eletto Primo Presidente
della Imperiai Corte di Genova, sotto l'impero del primo Napoleone, da
cui era tenuto in altissimo conto per un suo libro sul £//oco della guerra.
Fu pure autore di una commedia senza commediaiìti. che fu poi, oltreché
il primo lavoro teatrale in cui esercitò i suoi primi passi di attor dram-
matico il nostro Paolo, come la vigna del Signore per molti aidori che
la .saccheggiarono im])unemente.
« Studiò anche la gueiia - scrive Giacometti parlando di suo padre
nelle sue memorie autobiografiche - trascinato dallo spirito battagliero
dell'epoca najioleonica. in cui un uomo di gran genio, ma anche il più
grande egoista che sia mai esistito, poneva a ferro e fuoco l'Europa,
per arrivare al Trono sopra una ecatombe di popoli, e non importa
se dentro un manto di gloi'ia ».
Caduto Napoleone, restaurato, dopo il Congresso di Vienna, Vit-
torio Emanuele I, Francesco Maiia Giacometti, da Primo Presidente
della Corte Impeliate di Genova, fu relegato a Lerici, sul golfo di Spezia,
604 PAOLO GIACOMETTI
come Giudice di Mandamento. Tuttavia non si accorò : sfogò in satire
spiritose il dispetto die gli rodeva l'anima, e. lasciate sbollire le prime
ire, si rivolse con un ricorso calmo e dignitoso direttamente a Vittorio
Emanuele esponendogli il caso suo, e il trattamento ricevuto: e Xìi-
torio Emanuele gli rese giustizia. Un giorno, sui primi di giugno
del 1815, gli veniva recapitato un plico proveniente dal gabinetto par-
ticolare del Re. Apertolo, vide che conteneva il suo brevetto di Sena-
tore Reggente il Reale Consiglio di Giustizia allora istituito nella Pro-
vincia di Novi, secondo il sistema del nuovo ordinamento giudiziario.
Ed egli si mise in cammino per la lunga e faticosa via. condu-
cendo seco i suoi tìgli e la moglie, la quale portava ancora nel suo
seno quello che doveva essere il grande drammaturgo.
Così fu che Novi ebbe la fortuna di dare i natali a Paolo Giacometti.
Ma non a torto egli nelle sue Memorie (1). dà alla città che lo vide
nascere repiteto di fatalissima. La sventura ben tosto ha visitato la
casa del Senatore Reggente.
Dopo soli 18 mesi che egli era a .Novi, stimato e corteggiato
dalla cittadinanza come un piccolo vice-re. pei suoi modi veramente
regali, e dopo soli sedici mesi dalla nascita di quelfultimo suo figlio
che doveva rendere così illustre il suo nome. Francesco Maria Giaco-
metti, visitando, per ragion d'uttìcio e per carità di onesfuomo, le
carceri ove infieriva il tifo, fu colpito egli stesso dal morbo fatale e,
in pochi giorni, il '■21 giugno 1817, mori, lasciando alla sua desolata
famiglia una eredità più larga di affetto e d'onore che di censo.
La vedova coi tigli lasciò allora la città fatale, e ritirossi in una
villa che possedevano a Stuiia. presso Genova. Quivi in pochi anni
esaurite le poche risorse della fortuna, venduta la villa, derubata da un
canonico, suo famigliare, il quale ei'a depositario delle miseie sostanze
che avevano, la famiglia del fiero Senatore si trovò a combattere colla
miseria: onde Paolo, che già era avviato agli studi legali in quella Uni-
versità, dovè rinunciare al dottorato, e allogar.si presso un causidico
per aiutale coi suoi guailagni la mathe e i fratelli.
(1) lie memorie autobio^raliehe di Paolo Giacometti esistono manoscritti^
nella Biblioteca Soriana di Genova, ma non arrivìino che alla fanciullezza. Egli
aveva incominciato a dettarle a sua moglie, di cui mano è scritto il volume della
Beriana : poi, colto dalla malattia che lo trasse alla morte, sospese il suo pre-
gevole lavoro.
È da desiderarsi che il Municipio di Genova, come io ne avevo fatto voti
chiudendo una mia conferenza allaSocietà di Letture Scientifiche, faccia pubblicare
tali memorie, e le molte commedie ancora inedite, delle quali la Beriana stessa
possiede i manoscritti, affidandone la cura a persona che aì dedichi diligenza,
amore e studio. A proposito delle quali, e a titolo di curiosità mi piace riferire
qui una nota che la vedova Giacometti, Luisa Saglio, scrisse di suo pu^no in-
nanzi al manoscritto di un dramma medievale del Giacometti. non mai rappre-
sentato, né pubblicato. 11 dramma è Intitolato CamioUi Taringa : la nota è questa :
« Giacometti scrisse per la Tessero Camiola Taringa. Finiti i primi tre atti,
venne a Genova e li lesse alla « Letture Scientifiche >. Xel maggio 1K75 lo spedì
finito alla Tessero che recitava come prima donixi con Bellotti-Bon Ma poiché,
per contratto, ogni dramma mosso in scena dalla compagnia rimaneva compro-
prietà, la Tessero, che di li a poco doveva lasciare il Bellotti, trattenne il Ca-
miola e non lo rappresentò subito.
« In quel tempo Giacosa sci-isse la Partita a scacciti, che ha una scena iden-
tica al Camiola : così questo, dopo il trionfo della prima, rimase nel cassetto del-
l'autore ».
PAOLO (UACOMETTl 665-
II.
Ma più ohe a studiar cause legali e disbrigare faccende curiale-
sche, Paolo Giacometti sentivasi dalla natura trascinato alle lettere
e al teatro. Già aveva, a poco più di 19 anni, tentato le scene con un
dramma in versi, Rosilde, che rappresentato in Genova il 31 ago-
sto 183(5 aveva ottenuto lusinghiero successo: quando al disastro della-
fortuna domestica, essendosi venuto ad aggiungere un pili grave lutto,
si dedicò all'arte prediletta, cercando in essa un conforto allo strazio
della sua anima.
Eragli già morto l'unico fratello, le sorelle erano collocate a ma-
rito, ed ora gli moriva tra le braccia la madre adorata!
Era dunque solo!
Quale schianto abbia prodotto al suo cuore la perdita della madre,^
non è facile dirlo. Egli si trovò solo, abbandonato da tutti, senza più
un conforto nella vita. E nella solitudine, nel deserto che gli si era
fatto intorno egli si racchiuse, dedicandosi ad uno studio e ad un
lavoro febbrile.
Dal 1836 al 1839 egli scrisse e fece rappresentare, e con fortuna,
quattro tragedie: Lìiisa Strozzi, Paolo T)e Foniari. Godeìierto Ne dei
IjOHf/ohanli e JjCi Famiglia Lercari.
Ma egli vagava incerto sulle orme altrui: il suo carattere di poeta
civile non si manifestava ancora, e quantunque per 1' ultima di tali
produzioni. G. B. Niccolini gli scrivesse una lettera assai lusinghiera,
tuttavia nulla in esse manifestava di quel che sarebbe in avvenire.
Anche il dramma!/ Pomenichino e il Pellegrino Piota, scritti subito
dopo, che ottennero un vero trionfo affermando il nome del giovane
autore, non rivestono ancora carattere di assoluta originalità. In essi
rivelasi, è vero, un'anima fortemente appassionata e audace, in cui
fremono fieri e caldi sentimenti di libertà e di amor patrio, ma non
vi è ancora un indirizzo preciso educatore: in.somma in questi drammi
egli lavora ancora sul vecchio.
Tuttavia quei sentimenti troppo liberali non hanno mancato di
dare ai nervi a S. E. l'odiatissimo Governatore Paolucci, specialmente
]ierchè la gioventù andava a teatro e applaudendo a quei versi caldi
e appassi(jnati, abituava troppo l'orecchio alle parole libertà e indi-
pendenza. Onde, approtittando della miseria in cui il giovane poeta si
trovava dòpo liquidati gli avanzi della eredità materna, pensò di met-
tergli un freno, offrendogli il posto di suo segretario particolare.
Ma Paolo era anima troj)po fiera per non comprendere il significato
dell'offerta e per poterla accettare. La lifiutò e si impegnò invece di
seguire, come autore drammatico ai suoi stipendi, la compagnia dram-
matica Giardini Voller e Belatti, con l'obbligo di fornirle ogni anno
cinque lavori nuovi.
Così, dato un addio per sempre alle carte curiali, lasciò Genova,
incominciando la sua vita di pellegrino dell'arte.
III.
Non vorrei che l'aver io accennato ai trionfi riportati sulle scene
da Paolo Giacometti. inducesse alcuno nell'opinione eh" io reputassi
assni felice la con:lizione del teatro drammatico itahano in cpiel tempo.
()()() • PAOLO GIACOMETTI
(leitamente la prima metà del secolo scorso al teatro drammatico
aveva portato il contributo di vivaci ingegni e forse avrebbei-o essi
potuto darci quel teatro nazionale intorno a cui ora si affannano in-
vano disputando critici e letterati, se la condizione speciale politica
dell' Italia non ne fosse stata insupej-abile impedimento. Ogni città
im|)ortante aveva governo, leggi, costumi, enoii e pre<iiudizi propri:
quindi una socjetà separata, individuale, con gusti, tendenze e per-
fino rapporti di famiglia particolari a ciascuna.
Impossibile adunque un teatro nazionale, mentre mancava appunto
il meglio: la nazione.
Infine il jiubblico stesso non secimdava che freddamente gli sfoi/.i
degli autori. Al teatro drammatico si applaudiva, è vero: ma 1 mag-
giori entusiasmi, l'interessamento piìi appassionato della società ele-
gante, della gente alla moda, erano per il teatro lirico, pei cantanti e
per le ballerine; giustificati pel primo, giacche i maghi incantatori si
chiamavano Bellini, Rossini e Donizetti: non spiegabile pei secondi
che colla depravazione del gusto e la mollezza dei costumi.
Per due danzatrici, la Taglioni e la Genito, l'entusiasmo aveva
assunto le proporzioni del delirio: per esse si accendevano gli animi,
come oggi appena può succedere per la discussione di un avveni-
mento politico di prim" ordine. Una di esse, la Cerrito, venuta a
Genova. nell'anno innanzi alla partenza di Paolo Giacomelli, aveva
fatto commettere ai suoi ammiratori delle vere pazzie. Ciò aveva solle-
vato un senso di ripugnanza nell'animo austero del giovane dramma-
turgo,, e gli parve che l'abbiezione di quegli uomini che si sostitui-
vano ai cavalli per trascinare il cocchio della affascinante danzatrice,
fosse l'ultima espressione della viltà, fosse indizio e prova di una
corruzione degradante e pericolosa.
Allora nell'animo suo sorse il primo pensiero di servirsi dell'arma
potente che a\eva nelle mani, per castigare, per flagellare quella viltà!
« Già avevo pensato - scrive egli - alla necessità di rampognare
il secolo; ed allora mi parve che la scena, dove la inumana ingiu-
stizia ed il vizio trionfavano, fosse il luogo più acconcio alla pugna».
Cosi scrisse la sua prima vera commedia, quella che segna l'indirizzo
che egli seguirà d'ora innanzi, mettendo sempre a fine ultimo e neces-
sario d'ogni suo nuoxo lavoro un intento educatore.
Il Poeta e la ballerina fu scritta in Roma nell'autunno del 1841
e nel novembre dello stesso anno raj^preseiifata in quel teatro Meta-
stasio. 11 successo che ottenne fu enorme: la satira aveva colpito giusto;
il vizio era stato ferito in pieno petto.
Dapprima meravigliò l'ardimento di questo giovanotto di '^'2 anni,
che osava affrontare così arditamente la pubblica opinione, e cam-
minare contro un sentimento che allora era generale. Poi, pa.ssata la
sorpresa, mentre da una parte gli applausi contiiuiavano, onde la
felice commedia faceva il giro di tutti i teatri sempre i)iii festeggiata,
lo sdegno di quelli che si videro con essa ])iù evidentemente bollati.
si ribellò e si sfogò in critiche insulse e maligne, le quali non fecero
che accrescere la gloria del coraggioso autore.
Paolo Giacometti. conquistato il suo posto di lottatore, non lo
abbandonò più. Anzi, sulla .breccia, fu lasciato solo.
Dice Vittorio Bersezio: « 11 Nota aveva finito, e le sue connnedie
si cominciava a trovarle pesanti, poco ricche di brio e di comicità e
sovraccariche di chiacchierate: il veronese conte Giulio Pullè, sotto
PAOLO GIACOMETTI ' 6f)/
.nome di Riccardo Castelveccliio, aveva già esoi'dito fin dal 1839, con
due commedie, una applaudita, l'altra fischiata: ma incerto ancora
della sua via. stava tentando orala tragedia alfieriana, ora il dramma
romantico, senza essersi accorto, come pur troppo né anco ."nel se-
guito della sua carriera non parve persuadersene mai, clie jl suo ta-
lento era fatto per la commedia piana e domestica: Giuseppe -Re vere,
con vena di poeta e passione di patriota, scriveva drammi storici
(Lorenziììo de' Medici, Sainpiero da Bastelica, Il Marchese di Bedniar)
che alla lettura piacevano |)er le eminenti qualità di stile e di lingua.
j)er la storica fedeltà, pel calore poetico, ma che alla rappresentazione,
d'altronde contrastata dalla censura poliziesca, tornavano meno dilet-
tevoli per le lungaggini, per la diffusione, il poco vigore e la lentezza
dell'azione: Paolo Giacometti, quasi da solo'a sostenere le ìiattaglie
della scena, moltiplicava commedie, diammi, tragedie, in una pro-
duzione affrettata, soverchia, die sciupava il suo felicissimo ingegno
comico, per dare frutti che avevano la vita di una sera » (1).
Giudizio troppo severo questo, che è smentito dalla freschezza
■che alcune delle produzioni del Giacometti conservano tuttora.
Ma intanto si i)reparava per lui un avvenimento 'che doveva
avere nella sua vita conseguenze fatali, e che doveva far prendere
alla sua opera un atteggiamento nuovo, pur conservandone fermo l'in-
dirizzo morale, che egli si è sempre proposto.
Recitava nella Compagnia drammatica di Augusto Bon l'attore
Mozzidolfi. il quale aveva una figlia - Teresina - non ancora dicias-
settenne, che faceva pur essa parte della compagnia in qualità di
amorosa. Era bella stranamente, e la sua bellezza rendeva più provo-
cante colle grazie dello spirito colto e fine. Il Giacometti la conobbe
e se ne inv^aghì. La fanciulla non fu insensibile agli omaggi del gio-
vane poeta, il cui nome correva già celebre sulle bocche di tutti, onde
presto si stabili fra loro una corrispondenza d'atfetto che li condusse
al matrimonio.
La sera del ^3 maggio 1843. all'Argentina di Roma' si rappresen-
tava per la prima volta V Isabella del Fiesco, una tragedia che il Gia-
'Cometti aveva scritto per la Carolina Santoni, in fama allora di gran-
dissima atb'ice. Il nuovo lavoro riportò un vero successo e il suo
autore fu festeggiatissimo.
« Dopo una notte di applausi - scrive il De Gubernatis nei suoi
ricordi biografici - Paolo Giacometti alza vasi all'alba |>er muovere
all'ara nuziale: un bel mattino cui doveva quindi, per l'infedeltà della
donna, seguire un giorno tormentoso » ("2). '.
E il bel mattino fu assai l)reve. ma il giorno tormentoso fu lungo.
La donna alla quale egli aveva dato il suo nome e consacrato tutta la
piena d'affetto del suo cuore, non seppe comprenderlo, né apprezzarlo.
Leggiera, vana, non innamorata che per giovanile capriccio e più del
poeta applaudito e festeggiato che dell' uomo nobile e grande che
l'aveva fatta sua. non tardò a stancarsi. Seguendo la volubilità del
suo carattere, dimenticò tosto l'ardore che l'aveva accesa pel suo
poeta, e subentrò ad esso prima l'indifferenza, poi la noia. Quali giorni
abliia dovuto passare, quali angosce piovale il Giacometti al vedere
tutta la sua felicità distrutta da quella donna che egli adorava tut-
(1) Bersezio, // Beffilo di I'. E. II. Torino, Roux e Fnvale.
('2) De Gubernatis, Ricordi biografici. Firenze. 1.S7-2.
ISSO.
()()8 PAOLO GIACOMETTI
tavia, non è tacile descrivei-e. La sua casa, dove era balenato per iii;
momento tutto lo splendore di un ))aradiso, si converti in un inferno;
l'amante si era cambiala in tiranna e nessuno strazio risparmiava alla,
sua vittima.
Pure egli sperava che passato quel periodo tempestoso, il sereno
sarebbe tornato; sarebbe tornalo a splendere il soie della sua felicità,
quando la giovane sposa, ora madre di un caro angioletto, vinta la
ripugnanza che le cagionava la vita tranquilla della famiglia, avreblu
ripreso ad amarlo come prima. Ed egli si era rimesso paziente e tìdent<'
al lavoro, richiedendo ancora all'aite sua prediletta coraggio e contoito
alle torture della sua anima.
Scrisse in quegli anni: Un tesfameiìto. Fieschi e Freyosi. Per mia
madre cieca, rappresentato in Genova il 10 gennaio 1844 e dedicato
al suo amico Davifl Ghiossone. Terminato il contratto col Domeniconi
tornò ancora alla compagnia Woller. (iiardini e Belatti. coi tpiali
stette per un nuovo triennio, scrivendo dodici commedie. Tra esse fu-
rono maggiormente applaudite: Ije tre classi della Società, in cui
combatte i pregiudizi che tengono divisele tre classi sociali: Camilla
Faà di Casale, che fu ripetuta per quindici sere di seguito a Venezia :
Carlo II Stuart: Paolo da Novi; La Benefattrice: L'amico di tutti : l
misteri dei morti.
Passato quindi alla Compagnia Reale Sarda, chiamatovi a succe-
dere ad Alberto Nota, fissava la sua sede a Firenze, ove scrisse, con
intendimenti liberali e patriottici il Cola da Rienzo, che proibito dulln
polizia a Torino, fu invece permesso e nippresentato con lieto successo
a Firenze. Compose in seguito: Il patrimonio dell'orfana. La donna.
Il fisionomista e Siam tutti fratelli.
Da Firenze nel 185:2 recavasi a prender dimora a Torino, ove
scrisse e fece rappresentare: La donna in seconde nozze, Corilla Olim-
pia, Le metamorfosi politiche. Inclinazioni e voti. Gli educatori del
popolo. La moglie dell' esule.
Ma qui una brutta sorpresa fattendeva; anzi non sorpresa dovrei
dire, ma conferma. Egli, incapace pei'lino di concepire l'idea di un
tradimento, egli mite e buono tino al sacrifìcio, fino all'abnegazione:
egli che tutto aveva fatto per assecondare i desideri di sua moglie,
pei' accontentarla e riacquistarne l'affetto, era tradito.
Quando amici compiacenti lo avvertirono, non volle credere :
non gli pareva che potesse, sotto un volto ricco di tanto splendore di
bellezza, in cui gli occhi grandi e soavi davano un ritlesso di cielo,,
nascondersi la perfidia. Essa aveva un amante !
Ne fu atterrito. Volle sperare ancora che non si trattasse che di
una leggerezza di gioventù, cui bastasse a portar rimedio la lonta-
nanza. Risolse perciò di lasciar Torino, e ri])rendere la vita girovaga,,
seguendo le compagnie drainmatiche |)er cui componeva le sue produ-
zioni. Ma presto si accorse trattarsi ben di peggio ed essere inutile ogni
rimedio. La sei-a del 'ì maggio 1853, uscendo a Venezia dal teatro ove
erasi data la prima rappresentazione della Elisabetta d'Inghilterra, tra
gli amici e gli ammiratori che lo circondavano, rallegrantisi seco lui
pel nuovo successo riportato, gli fu additato un giovane torinese. Era
l'amante di sua moglie che l'aveva seguita fin là.
Egli non potè più trattenersi.
D" un tratto gli si palesò tutta l'onta di cui il suo nome era stato
coperto, e nell'impeto dell'ira che l'assalse. si scagliò addosso a quel
PAOLO GIACOMETTI bb9
J[adro dell'onor suo. Furono pronti gii amici a traUeneiio e a impedire
che accadesse uno scandalo maggiore e una maggior sventura.
Il Giacometti da quel momento non volle più rivedere sua mo-
glie, da cui si separò definitivamente.
La repentina catastrofe che chiuse il suo dramma intimo pesò
gravemente sul suo animo e ne fu abbattutissimo. Scrisse ancora nei
primi mesi dell'anno successivo La colpa vendica la colpa, grido stra-
ziante che fa rabbrividire; e che, quasi fosse stato l'ultimo sforzo di
un moribondo, lo lasciò fiaccato, ammalato di corpo e d'anima, senza
pace nel jnesente, senza fede nell'avvenire. E per mesi parecchi non
scrisse più nulla.
Ma in questo silenzio noi vedremo maturarsi in Giacometti, o com-
piersi, una rivoluzione che lo porterà ad una vita nuova : è un periodo
che possiam dire di transizione, che ha servito di preparazione e di
passaggio alla sua seconda vita, non certo la meno feconda e utile
nella sua produzione teatrale.
IV.
La sera del '■2S giugno 1854, quasi un anno dopo i dolorosi fatti che
ho narrato. Paolo Giacometti, che sebbene ammalato erasi impegnato
•colla Compagnia Leigheb, si portava da Treviso, ove aveva visto ap-
plaudire il dramma della sua vendetta : La colpa vendica la colpa, a
Mantova. Qui una strana ed impensata visita lo aspettava.
Nel vicino comunello di Gazzuolo erasi recata, in occasione d'una
iìera annuale, mia compagnia di comici, per darvi in quel minuscolo
teatrino un corso di rappresentazioni. Eran tutti artisti senza scrit-
tura, comici a spasso, che non avevano trovato ad allogarsi con alcuna
compagnia e che, cosi riuniti nella loro miseria, andavano profanando
l'arte nei comuni di campagna. Facevano parte di questa compagnia
alcuni parenti della disgraziata che aveva fatto al grande e infelice
Giacometti l'oltraggio maggiore.
Essi, visto come a Gazzuolo l'insufficienza degli incassi serali
era pari alla insufficienza della loro arte, con ardimento inconcepi-
bile pensarono, appena saputo l'arrivo di Giacometti a Mantova, di
sfruttare la bontà angelica dell'uomo che tanto era stato dalla loro
figlia offeso, e ricorsero a lui perchè venisse una sera a Gazzuolo,
sicuri che la sua presenza avrelibe rialzato le sorti della compagnia.
II Giacometti non seppe rifiutarsi. Egli non vide I' offesa, non vide
gli offensori: vide solo che c'era della gente che aveva bisogno, vide
l'occasione di far del bene, e andò.
Quella sera nel piccolo teatrino di Gazzuolo c'eran tidti i Gazzo-
lesi e quei dei dintorni. Non so precisamente se ci fosse anche il Par-
roco, il l'everendo don Pietro Saglio - uomo integerrimo e di santi
costumi - nascosto in qualche angolo: certamente c'era sua sorella la
signoia Teresa, e più certamente ancora sua nipote la signorina Lui-
gina Saglio, una gentile e colta giovinetta d'una bellezza mite e pen-
sosa, cultrice appassionata dell'arte.
AI comparire di Giacometti sulla scena fu un vero uragano di
applausi. Egli sosteneva la parte di Ariìoldo nella sua commedia :
Poema e cambiale.
tJiÓ PAOLO GIACOMETTI
È la signora Luigina Saglio che ci racconta il ricordo di quella
serata in una sua lettera scritta molti anni dopo, quando già essa era
diventata la vedova di Paolo Giaconietti : ma il ricordo è ancora cosi
vivo e palpitante, che ci rende, vero il quadro. Sentitela : è una let-
tera inedita, conservata nella Bihlioteca di Novi :
« Era inarrivabile in quella parte. Comparisce in scena ])allido,
colla disperazione in volto, e sta davanti alla donna che ama e clie
crede perduta per lui. Gli danno a leggere un brano di poesia, opera
sua, ma che egli ha venduta per salvare suo padre. Egli legge adagio
i primi versi, poi preso dalla ispirazione e dimenticando tutto, lascia
cadere il libro, e dice il resto del canto, cogli occhi rivolti al cielo,
quasi t'osse rapito in estasi » (l).
La conclusione fu questa: non solo la disgraziata compagnia fece
nuovo sangue per la venuta di Ciiacometti a Gazzuolo, ma egli stesso
risorse ad una nuova vita. Dalla mite e tranquilla bellezza della Lui-
gina Saglio, dalle doti squisite di mente e di cuore che l'adornavano,
quel sitibondo d'amore fu sorpreso, rapito.
Io voglio riportare un brano di lettera - tuttora inedita - colla
quale Paolo Giaconietti, dopo qualche giorno, da Cittadella Veneta
rivela al Parroco don Pietro Saglio lo stato dell'animo suo.
È una lettera che certamente non era destinata alla pubblicità, e
quindi rivela schietta e franca tutta l'ingenuità, tutto il candore di
quell'anima veramente grande e buona. Poiché è strano, ma è vero,
che gli uomini, in certi sentimenti delicati e sublimi, più son vicini
alla grandezza, e più conservano il candore giovanile. Sentitelo: si
direbbe un giovanetto studente liceale che confessa il suo amore per
una educanda :
« Reverendo Signore- e amico pregiatissimo,
« Quando io le scrissi mie nuove inviandole il mio meschino-
sonetto per l'ottima signora Teresa, io fui tentato di palesarle un
segreto chp mi gemeva nel cuore ; ma ho cercato invano il coraggio,,
e più che il coraggio le parole per esprimere in tutta la sua purezza
un sentimento nuovo, ditticile a spiegarsi come a comprendersi : ma
ora che apprendo dalla sua cortese e buona sorella esserle noto in,
parte l'arcano, ed affrancato dalla serena coscienza, e dalle loro atTet-
tuose espressioni verso di me, posso confessarlo con tutto il candore-
deli' uomo onesto; ma molto più sono in obbligo di giustificare la
mia condotta, e per farlo non potrò essere breve.
•K Sì, don Pietro, io amo; amo la sua Luigia. Come nascesse in
me quest'amore non lo so; è mistero o forse predestinazione. Coi.
disinganni del passato, col cuore solcato da una striscia di sangue,,
credevo di non poter più amare. Io non odiavo la donna, perchè non
ho mai compresa la infelice passione dell'odio, ma quando una me
ne passava innanzi, splendida di bellezza, piegavo il capo, quasi
facendo rimprovero a Dio, perchè si piacesse circondare di tanto sor-
riso le vanitose figlie di Eva. Due soli affetti componevano ancora la
mia vita stanca e sconfortata : il figlio e l'arte - qualche sera di esal-
tazione artistica e di trionfi sudati : l'alTetto dei buoni, i baci della
mia creaturina; ecco tutte le gioie - del resto memorie tristi, lacrime
incompiante, e solitudine desiderala. Forse un affetto puro poteva
(1) Biblioteca Civica di Xovi, Manoscritli di Paolo Oiacomctti, S. li, C, 2.
PAOLO (IIACOJIETTI 671
ancora rinverdirmi l'esistenza, farmi perdonare e sorridere, e amare
il mondo : ma si richiedeva una donna affatto eccezionale : qui non
bastavano le forme esterne e il cuore: ci voleva la mente. Bisognava
che quella donna soave e generosa, prima d'ogni altra cosa avesse
veduto in me il poeta, poi l'uomo infelice, e quasi orgogliosa si fosse
offerta ad ispirare il primo, a risanare il secondo ; e non col breve
fascino dei sensi, ma con la serenità e la purezza di affetto virginale
e duievole, ridonandomi alla fede dei giovani anni perduti. Questa
donna, o quest'angelo, che io non credeva possibile altro che nelle
mie poetiche aspirazioni, questa donna mi aspettava a Gazzuolo. Forse
era la ricompensa preparatami dal Signore, perchè io, fedele alle leggi
del perdono, me ne venivo in quella piccola terra colla speranza di
recare sollievo alla famiglia della traviata, che mi aveva squarciata
il cuore.
« Quando io vidi la prima volta la sua Luigina, in non provai
che stima e meraviglia, lo entravo in una casa sulle cui pareti vedeva
scritto il Vangelo ; tali e tante erano le gentilezze affettuose versate
su di me, che io dicevo: queste sono tre ottime creature, che cono-
scono la triste istoria della mia vita e mi circondano di sorrisi perchè
io dimentichi il dolore. A poco a poco mi persuasi che la sua Luigina,
pregiando più che noi meritassero le opere mie, provasse qualche
simpatia per l'autore; che ricca di molto e fervido ingegna, guardasse con
dolore bramoso alla mia fronte coronata di spine e dicesse : eppure quella
fronte è stata spregiata, quel suo cuore tradito; oh, se io potessi rac-
consolare la povera anima, ne sarei felice ! Mi pareva di udire queste
parole, e la sua Luigina potrà dirle se venivano sommessamente prof-
ferite. Poi seppi che essa pure aveva sostenuta la sua parte di affli-
zioni, e allora nacque la simpatia del dolore: io provavo vicino a lei
un affetto tranquillo, che non mi lasciava rimorsi. Davanti alla ca-
sta immagine sognata, e non creduta, io amavo e credevo.
« Al mio ritorno da Viadana; le nostre anime, senza saperlo, si
erano rivelate - noi ci amavamo...» (1).
Il cuore era adunque salvato, l'anima aveva riacquistato la sua
pace, la sua fede, e l'ardore è ritornato alla assopita fantasia.
Egli, il grande infelice, ha vinto ancora una volta. È vero, vi è
un ostacolo alla sua felicità: il vincolo che l'unisce, che lo incatena
a suo dispetto a quella che gli ha assassinato i suoi anni più belli
e che trascina nel fango quel nome che egli le ha dato immacolato
e glorioso.
« Ella ha ragione - scrive ancora il 29 ottobre 1854 allo stesso
Don Saglio - la morte di una peccatrice soltanto potrebbe legittimare
questo santissimo amore ; ed è ben duro a dirsi. Qui fa colpa è dei
teologi e del destino; dei teologi, i quali non ammettono la più logica
delle istituzioni dei riformati: il divorzio, facendosi usbergo del
quos Deus coniunxit, homo non separet, come se Dio fosse un sensale
di matrimoni, o veramente legasse le anime, legate molte volte dal
capriccio e dall'interesse; del destino, perchè talvolta fa incontrare
due essei'i che non avrebbero mai dovuto passare per la medesima
via; ed altri ne avvicina troppo tardi, quasi per far loro sentire la
felicità che avrebbero potuto gustare, e non gusteranno giammai ».
(1) Biblioteca Cìvica di Novi, Manoscritti di P. Giacometti, S. 1I,C, 2..
■672 PAOLO OIACOMETTI
Ed ecco che già balena alla sua mente un grande problema so-
ciale, la questione del divorzio, per cui egli combatterà la sua batta-
glia con un dramma forte e interessante, studiando sotto un altro
aspetto l'ingiustizia enorme della società, che rifiuta lo scioglimento
del matrimonio : io parlo della Morte Civile, da lui scritta appunto
poco appresso e nella quale ci ha dato la più evidente j)rova della
potenzialità drammatica del suo ingegno.
Ma intanto, se il nuovo affetto aveva rialzato il coraggio, egli eia tut-
tavia infermo, quantunque non cessasse di lavorare anche dal letto.
È di quei giorni, in cui era a Brescia, tenuto a letto dalla ma-
lattia che lo molestava, un idillio soave e grazioso - Lucrezia Maria
Davidson - nella cui protagonista ci ha dipinto per tanta parte la
gentile che fu poi sua seconda moglie. È tutto un inno di poesia e
di amore questo dramma, in cui la figura della sventurata poetessa
americana è tratteggiata con mano maestra.
L'estro poetico erasi potentemente risvegliato nel Giacometti. e
questo suo lavoro, e il Torquato Tasso, scritto appresso a Gazzuolo,
lo attestano. Egli aveva ripreso l'arpa, e si sdegnava e si meravigliava
di una cosa sola : come mai la sua Luigina, che gli aveva guarito il
cuore, non dovesse anche guarirgli l'infermità del corpo, e diceva:
Se l'alma disdegnosa e inorridita
confortasti alle nuove aure serene,
non puoi tu adesso rinverdir la vita
nelle mie vene?
Forse basta un sorriso, un bacio solo
a ristorarmi Falitante petto :
Spiega, o Luisa, l'amoroso volo ;
vieni, faspetto ! (1)
La lotta è vinta ancora una volta : la sua anima fu superiore
alla sventura. Egli riprende il suo lavoro e con prodigiosa fecondità
suscita le speranze della liberazione italiana, raffigurando nel popolo
ebreo della Giuditta, aspirante alla libertà, gli italiani; getta in faccia
ai tiranni e agli oppressori l'anatema del Sofocle, - sublime e pre-
zioso lavoro - e àeW Ultimo dei duchi di Mantova: scuote l'abbiezione
degli operai con L'Indomani delV ubbriaco : manda, un grido di strazio
con la Maria Antonietta, e col Michelangelo Buonarroti un inno
all'amor della patria.
Frattanto era già avvenuta la morte di quella che fu la sua prima
moglie, ed egli, dopo alquanti mesi, il 7 maggio 1861. poteva com-
piere i voti del suo cuore, passando a seconde nozze colla sua ado-
rata Luisa Saglio.
I tre grandi liliri che Paolo Giacometti studiò, sono la storia, la
società e il cuore umano; e tutti i lavori suoi sono improntati alle
evoluzioni dei tempi, alle evoluzioni degli uomini, e sopra tutto allo
stato suo cormentale.
La fecondità della sua immaginazione fu prodigiosa, e nel corso
di appena sette lustri produsse tanti lavori scenici, quanti appena po-
trebbero darne, in eguale spazio di tempo, parecchi autori insieme.
(1) È un'ode all'Arpa, che ritengo inedita. Io l'ho tolta dai manoscritti di
Giacometti esistenti nella Cìvica di Novi. (V. B').
PAOLO GIACOMETTI 673
Il numero delle sue produzioni si avvicina a quelle che lasciò Eu-
genio Scribe, di cui se ne hanno quattrocento: pareggia quelle di Gol-
doni, che ne lasciò centocinquanta. Rimangono infatti di lui ti-a edite
e inedile centoventi produzioni teatrali, oltre molti altri scritti in
prosa e in versi, pubblicati su riviste letterarie, e su giornali teatrali.
Era sua bandiera :
studia il vero, e col vero ardimentoso
sorgi nel campo e pugna:
e della penna si fece staffile per fustigare la servilità, il procolismo,
la plutocrazia e tutte le ipocrisie, tutte le vigliaccherie, tutte le falsità.
Molti dei suoi lavori certamente non saranno più ricordati che dagli
studiosi, avendo perduto la loro ragione d'essere e il fascino che li
rendeva preziosi. Di molti altri invece è ingiustificato l'oblio in cui
sono così presto caduti. Certo rimarranno sempre come monumento
non solo del suo fecondo ingegno, ma della magnanimità dei suoi
sentimenti, del suo ardente patriottismo, per cui Garibaldi lo aveva
salutato lìoefa della libertà-, liraarranno come opere d'arte di pregio
non comune.
L'anno 1878, nel mese di settembre. Paolo Giacometti, invecchiato
anzi tempo, e consumato dal soverchio lavoro, dalle sofferenze fìsiche
e morali, tornava ancora a chiedere alle aure della sua Novi nativa
ristoro alla salute. Venne, festevolmente accolto dai concittadini, colla
dolce compagna e con una giovinetta, che era stata il frutto del suo
nuovo amore.
Qua si raccolse, in una vita placida e tranquilla. Per un momento
ancora gli parve di risentire l'antica fantasia risorgere, risvegliarsi le
forze dell' ingegno, e, ripresa la penna, scrisse La lettera anonima.
Era l'ultimo sprazzo di luce che mandava la grande anima presso
a morire: ritirandosi dal campo, dove aveva combattute e vinte tante
battaglie, aveva voluto lanciare l'ultima freccia contro una viltà del
secolo.
Ma il suo tempo era passato. Altre idee, altri i)rincìpii. cui egli
stesso aveva, con l'opera sua, preparata la via, avevano ormai il pre-
dominio sulla scena, che Paolo Ferrari signoreggiava, principe incon-
trastato. La lettera anonima, rappresentata a Torino, parve una voce
d'oltre tomba. FI teatro di Giacometti era finito.
Ad un tratto la debolezza si accrebl)e. Un giorno volle partire per
recarsi ancora una volta a rivedere Gazzuolo, il dolce paese dove aveva
avTito principio la sua felicità. Partì colla sua piccola famiglia, e... non
tornò più : la morte lo sorprese, dopo pochi giorni di malattia, in Gaz-
zuolo, nei primi di settembre del 18852.
Così chiuse la sua vita, mentre già gran parte del suo lavoro era
ingiustamente dimenticato dalle nuove generazioni immemori, non il
più grande poeta, ma uno dei più coscenziosi, dei più onesti lavoratori
del secolo, che avendo inteso nel giusto suo senso la missione del
genio su questa terra, ha validamente cooperato al risorgimento poli-
tico e morale della sua patria.
Vita affaticata e triste fu la sua. ma forse quella vita nomade di
avversità, di battaglie, di sofferenze, ne acuì la fantasia, gli fornì più
ampia conoscenza del mondo, ne assodò il carattere, poiché la virtù,
è tale pianta che rampolla dal dolore e nel dolore si corrobora e cresce.
Vittorio Bozzola.
43 Voi. evi, Serie IV - 16 agosto 1903.
I DUE LESSICOliRAFl ITALIANI
POLICARPO PETUOCCHI E GIUSEPPE BIGUTINI
Policarpo Petrocchi.
Ai 25 di agosto compiva un anno daccliè è morto l^olicarpo Pe-
trocciii, e noi ne parliamo ora come ne avremmo parlato allora, vale
a (lire con lo stesso affetto alla sua memoria, e con lo stesso dolore
l)er la sua perdita. 11 Petrocchi fu un uomo che merita d'essere ricor-
dato così per l'ingegno ch'egli ebbe non comune, come per l'animo
schietto, forte, che ispirava affetto e incuteva rispetto. Egli avrebbe
davvero meritato un posto tra coloro che furono dati ad esempio ai
giovani nei due lil)ri omai famosi dello Smiles e del Lessona, di quegli
eroi cioè, che non fecero piangere nessuno, che non martoriarono la
gente, che non vinsero saugidnose battaglie, ma che combatterono
tutta la vita contro dure avversità, che non usarono altra frrza che
la propria volontà, e non cercarono e non ebbero altro compen.so che
la serenità della propria coscienza ; uomini insomma che si fecero da
loro stessi quello che furono, che fra la folla non si fecero mai largo
a forza di gomiti, ma andarono innanzi sempre dritti, sicuri, vei'so
una meta lontana, alla quale guardavano senza vanità, e che rag-
giungevano senza oigoglio.
11 Petrocchi nacque nel castello di Cireglio sulla montagna pistoiese,
dove crescono abbondanti i castagni, la gente è forte e laboriosa, la
lingua ora pura e .sonante come le casca felle della sua acqua, ora foi-te
e terribile come i venti e le procelle che ne scotono la cima, la lingua
insomma con la quale Dante descrisse le orribilità dell' Inferno e le
gioie pure e luminose del I^aradiso. 1 genitori del Petrocchi furono
gente lavoiatrice e alla buona per quanto avessero qualche terra del
loro : il padre lavorò persino nelle ferriere di Tivoli, e fece pure il
carbonaio nelle maremme toscane e nel romano e tirò pure al bischetto
lo spago per supplire ai bisogni della famiglia, ai quali non bastavano
le jwche castagne che potevano raccogliere sul proprio. Ebbero essi
tre figliuoli, Policarpo, Francesco ed Énrichetta, e quando fu tempo
i due maschi, seguendo l'uso della famiglia, furono messi a studio in
Pistoia presso un loro zio canonico, un uomo di robusto ingegno e di
vasta coltura. F^olicarpo mosti'ò subito buona intelligenza e buona vo-
lontà, ma Fiancesco pare che non fosse proprio fatto per gli studi,
così che presto li abbandonò, riconducendosi presso il ])adi'e a lavorare.
Aveva Policarpo soli diciassette anni, quando il loro padre moiì,
ed egli si trovò a capo della famiglia e bisognò che. prima ancoi-a di
I DUE LKSSICOGRAFI ITALIANI. ECC. 675
aver compito gii studi del Liceo, pensasse a' casi suoi, a guadagnare
cioè la vita .per sé e per i suoi. Andò maeslro in un collegio di Mar-
linengo. in quel di Trevigiio, e dojio quakiie tempo a Torino in casa
della contessa ili (;olobl)iano in qualità di precettore: più tardi si con-
dusse a Milano, dove, protetto ed incoraggiato da Luigi Sailer, co-
minciò a scrivere qualclie cosa per i giornali e le riviste, in specie
per Le prime Letture del Sailer stesso, dove pubblicò la prima volta
quei cari racconti, che nel 187(i raccolse in un volumetto sotto il titolo
di Fiori di campo e che gii procurò ben tosto fama di l)uon letterato
Policarpo Petrocchi.
tanto che potè ottenere ilposto di professore di lingua italiana nel col-
legio Talchi-Taeggi : e quasi subito dopo Bava-Beccaris. comandante
del Collegio militare, lo nominò nel Collegio medesimo professore .straor-
dinario di lingua italiana, e dopo due anni ordinario. 11 Petrocchi non
aveva da mostrare nessun diploma, ma aveva fatto conoscere il suo
ingegno e la sua volontà, e gli sonava in bocca quella lingua che. im-
parata dalla madre sua e nella sua montagna, aveva saputo egli man-
tenere pura e ricca e farne sentire tutta la forza e la bellezza, facen-
dosene maestro. Così egli ogni giorno più andava crescendo di fama
e i;on gli onesti guadagni si pose in grado di farsi una propria famiglia,
e di chiamare presso sé anche il fratello Francesco, il quale datosi al
commercio del vino fece buoni affari ed anche oggi se ne gode il
frutto nel suo paese natale, e la sorella e la madre.
Egli insegnava al Collegio, dava lezioni particolari, e intanto stu-
diava e scriveva; compose e stampò in quel tempo coi tipi dei Fratelli
'l'reves. grandi editori di Milano, le novellette per ragazzi, sotto il titolo
Nei hosclii iiuanfdti. che fuiono bellamente illustrate dallo Ximenes
()76 I DUE LESSICOGRAFI ITALIANI
e dall' Amato, e che vennero più volte stampate tlauli stessi Tieves. e
ultimamente dal Bemporad di Firenze, in quel tem])(> era uscito in
Francia Y Assummoir dello Zola, del quale si faceva un gran par-
lare, anche perchè lo Zola introduceva nella letteratura una lingua che
non c'era mai entrata, fì un libio. questo dello Zola, pare che di-
cesse, non so se il Bonghi o il Marlini, che di libri e di lingua tutti
e due s'intendevano, che non si può tradurre in italiano : e tutti ripete-
rono che non si poteva tradurre. Il Petrocchi si provò a tradurlo e riuscì:
la lingua per tradurlo anche in italiano c'era, e il Petrocchi la sapeva.
« Fu una sfida che accettai - disse egli mettendo fuori il libro. -Can-
« tavan su tutti i toni che in Italia non si sarebbe potuto tradurre
«questo romanzo dello Zola. La colpa era dei traduttori":" No. della
« lingua.
« Non entrerò a parlare dell'accusa ch'è vecchia, né delle circo-
« stanze, che potrebbero scusarla : dirò che questo romanzo io 1' ho
« tradotto senza un vocabolario letterario, senza una parola che non
« sia popolare in Toscana e anche senza nessuna perifrasi... dirò di
« più. La lingua che ho adoprato qui dentro è tutta nei vocabolari
«dell'uso della Nazione, e sparsa in tutti i testi di lingua e in tutti
« i libri di testo che ha la nostra ricchissima letteratura e le nostre
« scuole: è la lingua studiata con gran fatica da quelli che per la
« forma come per la bellezza hanno ancora un briciolo di simpatia».
Era insomma una questione di lingua che il Petrocchi aveva risoluta
col fatto, ma non mancò chi, facendone invece una morale, gli rimpro-
verava di aver dato all'llalia un libro come quello dello Zola. Lasciando
però da parte questo, bisogna convenire che il Petrocchi era l'iuscito con
quella traduzione a dar corso in Italia a molte parole del parlar toscano,
che fino allora non avevano risonato che in Toscana e in specie tra
i suoi montanari del Pistoiese, e così sempre si faceva riconoscere
maestro e artista di quella lingua che il Manzoni voleva fosse lingua
italiana, cioè estesa a tutta la nazione. Intanto i Treves gli affidarono un
grande lavoro di lingua, un Vocabolario, siculi che egh avrebbe fatta
opera degna se non di star sopra, certo di stare alla pari di quella del
Fanfani e del Rigutini. il cui dizionario già andava per le mani di
tutti. Quello del Petrocchi ha ciò di particolare, che mentre da una
parte serve a chi vuole impratichirsi soltanto della lingua dell'uso,
cioè della lingua che .solo è parlata dai toscani, dall'altra [ìuò servire
benissimo a chi studiando ha pure bisogno di conoscere e d'intendere
la lingua degli scrittori e in special modo degli scrittori antichi, anche
quella che si può dire addirittura vieta, e che nessuno si attenterebbe
di adoperare oggi, né scrivendo né parlando, ma che pure é patrimonio
della nazione, precisamente come le opere degli scrittori antichi fanno
pur sempre parte della letteratura nazionale. E v'ha di [)iù : egli col
suo Vocaholario ha inteso di renderne generale anche la buona pio-
nunzia, ponendo con gian cura ad ogni parola gii accenti che ne mo-
llificano il suono. Opera tuff insieme di grande studio e di grande
latica, tanto che il Petrocchi, nei dieci anni che vi spese attorno, s'al-
zava la mattina tra le due e le tre, lavorava fino al mezzodì, quindi
riprendeva il suo lavoro verso le tre pomeridiane e non lo lasciava
fino alle otto di sera, non inlerrompendolo che per la breve e frugale
colazione, e per la lezione al Collegio militare, che per nulla al mondo
egli avrebbe mancato a quello che era suo stretto dovere. Piìi tardi,
cioè nel 1894, sempre in Milano ma con i tipi di Antonio Vallardi,
POLICARPO PETROCCHI E GIUSEPPE RIGUTINI 677
pubblicò il Piccolo dizionario della lingua italiana, al quale mandava
unito un dizionarietto enciclopedico ed uno di locuzioni latine e stra-
niere, l'acendold a l)reve distanza segfuire ila un vocabolarietto di pro-
nunzia e orloo-ratia elle ha aviU<' parecchie edizioni. Nel 1S99 i Fra-
telli Treves puhlìlicavauo un altro dizionario di minor mole ma non
di minor pi'ei^io dello stesso Petrocchi, intitolato; Xòro dizionario sco-
lastico della liriiiuu ilaliaìict.
Ejìli doveva alle scuole il suo nome ed anche tutta la sua fortuna,
quindi dalle scuole si può dire non levasse mai la mente : fece per esse un
intiero corso di letture, e più d'una grammatica per le varie classi e
secondo le varie scuole: e mise insieme una ^«io/o.7(V( rf/^rpse e poesie
italiane per le scuole secondarie, ed una dì f rad azioni italiane dei clas-
sici greci e latini.
Si può benissimo mettere anche tra i libri fatti per le scuole il
Commento storico, estetico e filologico ai Promessi Sposi, confrontando le
due edizioni che Taidore ne fece, quella cioè del 1825 e l'altra del 1840,
dopo ch'ebbe, per usare le stesse jiarole del Manzoni, risciacquato
i suoi cenci in Arno. Non v'ha infatti aiti'o libro che si presti nelle
scuole secondarie ad uno studio di parole e d'idee, di lingua e d'arte,
meglio di questo immortale dei ProHìess/ .S'posi. comparando insieme le
due edizioni. Il sostituire una parola ad un'altra, .se non è in tutti i
casi mutare un" idea, è spesso presentare quella tale idea sotto altro
lume, darle maggiore chiarezza, renderla, direi, ad un tempo più intel-
ligibile e più sensibile, cioè farla intendere e sentire meglio qiuindo
un'idea vuol essere anche un sentimento, e in tutto questo consi.ste
quella che dicesi proprietà della lingua. Proprietà che al Manzoni non
era riuscito di raggiungere pienamente nella prima stesura dei Pro-
messi Sposi, nel 1825, perchè, come egli diceva, a quel tempo non sa-
peva la lingua, o, come meglio diremo noi, a quel tempo non la sa-
peva come la seppe dipoi, dopo che per anni ed anni ne ebbe fatto
suo studio, dopo che fu stato, fosse pure per poco, a Firenze, ed elil)e
conversato co' meglio parlanti de' fiorentini, co' quali pareva sempre
eh' ei parlasse per pescare nel loro discorso delle parole; delle idee si
sarchile detto che n(M) sapeva che farsi, aveva le sue e gli bastavano.
Il Manzoni stuzzicava i fiorentini a parlare e stava con tanto d'orec
chi per cogliere del linguaggio vivo ogni espressione, e ne faceva te-
soro per correggere il suo romanzo o, come egli lo chiamava, la sua
cantafavola ; sapeva che esso sarebbe andato all'immortalità, e lo limò,
lo lisciò, lo accarezzò quanto più e quanto meglio potè, anche dopo
di avere scritto il suo celebre discorso contro il romanzo storico e
altri componimenti misti di storia e d'inunaginazione. E il Petrocchi
fece cosa molto utile col suo commento, e fece ottimamente a farlo
intero, o, come si dice, perpetuo, perchè i Promessi Sposi nella scuola
non si leggono che a brani, qua e là, secondo la intelligenza degli
scolari, secondo il gusto del maestro, e quando si legga anche ad
apeitura di libro il soccorso di quel commento può giovare assaissimo.
Dante e Manzoni furono i suoi maestri e i suoi autori; di quest'ul-
timo si ])reparò anche, dopo il discorso storico Dell'opera di Alessandro
Manzoni letterato e pafriotta, a dettare la vita, della quale dette un
saggio col volumetto intitolato: Jai prima giovinessa di Alessandro
Manzoni (1785-Ì80()), valendosi di notizie e di documenti che gli vennero
l'ornili dal senatore Pietro Brambilla o che aveva laccolti nel conversare
in casaManzoni; e dell'altro, cioè di Dante, meditava un commento nuovo
678 I DUE LESSICOGHAFI ITALIANI
in questi ultimi anni della sua vita, ma non dette alle stampe che un
articolo, nella nostra Antologia : Del numero nel poema dantesco.
Nel 1895, abolito il Collegio militare di Milano, il Petrocchi venne
trasferito nella stessa qualità di professore di lingua italiana in quello
di Roma, dove appena giunto riprese il suo modo di vivere di Milano,
vale a dire tutt" il giorno insegnare, studiare, lavorare. 1 suoi figliuoli
intanto crescevano, andavano avanti negli studi, andavano in certo
modo dietro all'esempio paterno; così che in mezzo alla famiglia egli
aveva sempre modo di rifarsi di forze, di rasserenare lo spirito, di
mantenere l'animo lieto e operoso. Scrisse allora il libro intitolato :
Le Guerre, col quale vinse il premio nel concorso bandito dal Siccardi,
inteso a propagare le idee conti'o la guerra: è un libro denso di pen-
sieri, e che si legge come un romanzo, e che un giorno, quando cioè
certe idee avranno fatto maggior cammino, avrà anche maggior fama e
sarà più ricercato. .lUoia forse, ne rifiorirà anche la fama del Petrocchi;
certi libri per fare il loro effetto lianno bisogno di trovai'e lettori me-
glio preparati ail intenderli, a penetrarvi più addentro, a sviscerarne
tutto il contenuto. E un libro press'a poco simile, almeno per la im-
portanza dell'argomento e per la serietà del pensiero, è l'altro intito-
lato: La Religione nelle scuole. E qui faccio punto, nonostante che a
questo non si sia fermata rattivifà del Petrocchi, che non gli venne
mai meno fino all'ultimo, perchè non aveva finito un' opera, che già
aveva messo mano ad un'altra, e ne stava pensando una terza. Si
preparava a fare una seconda edizione del Grande dizionario, e già
aveva in corso di stampa il Tesati ras: Enciclopedia man naie illustrata,
della quale però non giunse oltre la lettera d e che se monca com'essa è
non soddisfa al desiderio e al bisogno dello studioso, basta a mostrare il
sapere e la diligenza del Petrocchi in si fatti lavori, che esigono sommo
studio e instancabile pazienza. Aveva già pubblicato il libro suo storico:
Garibaldi a Gavinana; e immaginava su più ampia tela un romanzo
storico in cui narrare le eroiche gesta che ci condussero all'indipen-
denza d'Italia ; e pensava nello stesso tempo di scrivere le sue memorie,
dove narrava la storia avventurosa dei suoi amori con quella signora
pistoiese, che fu la madre diletta dei suoi figliuoli, e la fedele compa-
gna sua, la quale gli mancò in Roma nel dicembre del IIMM).
Il Petrocchi era solito tutti gli anni passare un po' di tempo nel-
l'estate ai suoi monti, tra i suoi castagni, in mezzo alla gente tra la
quale era nato e che lo aveva visto crescere in fama e se ne faceva
sua gloria. Laggiù sentiva come rifiorire in sé stesso la perduta giovi-
nezza, e amava come sempre e come dappertutto far del bene a quanti
più potesse, così che con la pace e la tranquillità che gli rasserena-
vano l'animo, prova\a anche la gioia di sentirsi da tutti amato e sti-
mato come il padre di tutti i giovani, come il fratello maggiore di tutti
i vecchi.
Lassù a Cireglio fondò una società operaia di mutuo soccoi'so,
fece aprire, concorrendovi anche del proprio, scuole che prima man-
cavano ; fece aprire delle strade dove non erano die scoscesi sentieri:
egli insomma fu, come si suol dire, la provvidenza del diruto castello,
e l'opera che vi spese fu sempre opera di civiltà.
Anche l'anno passato neiragosto trovavasi a Cireglio con i suoi
figliuoli, meno il maggiore, avvocato Ckulo, trattenuto a Roma dal suo
ufficio. La sera del dì ^5 aveva luogo per sua iniziativa una festicciola
popolare della Società Onore e Lavoro, della quale egli era presidente.
Il I'etroc«lii era circondato dai suoi quattro figliuoli e gli facevano co-
rona i giovani e le giovani del castello che saltavano e ballavano ;
tutto era allegria in i[uel luogo e a quell'ora. Clirca alle flue di notte,
il Petrocclii prese in mano un bicchiere, lo alzò per propinare forse a
tutta quella forte e brava gente, che gli si serrava attorno, quando
cadde fulminato per un ebolo che gli airestò d'improvviso il corso del
sangue. La scena che ne seguì si può appena immaginare: basti pensare
che era quella una festa popolare, che gli erano attoino quattro figliuoli,
che egli si mostrava nel pieno vigore delle sue forze, e in tutta l'alle-
gria del suo animo lassù sempre lieto ! Come si sparse per l'Italia la
notizia della sua morte improvvisa, fu unanime tra gli uomini di let-
tere il dolore e unanime la lode di lui tra quanti lo avvicinarono, gli
furono colleghi, o ebbero a giovarsi dell'opera sua ; i giornali sco-
lastici e letterari ne misero in rilievo l'ingegno, la dottrina, l'animo,
e anche oggi se ne parla sempre.
Giuseppe Rigutini.
Nelle prime ore della mattina del 23 di maggio ultimo scorso, si
spaise per Firenze la notizia che il Rigutini era morto: fu, come si
suol dire, un colpo fli fulmine. Alcuni stretti suoi amici lo avevano,
la sera innanzi, accompagnato a casa conversando piacevolmente con
lui di cose letterarie, di studi, ed egli s'era mostrato al suo solito
jironto, pieno di spirito: i suoi colleghi alla Crusca lo avevano veduto
in quello stesso giorno attendere con l'abituale alacrità al suo lavoro;
la moglie sua dilettissima non aveva avuta ragione di pensare a guai:
eppine il caro amico nostro, il Rigutini. era morto! La morte aveva
spezzato d'un colpo il cuore suo, quel cuore che aveva sempre pal-
pitato per le cose alte, e per le cose buone, e così lo aveva strappato
improvvisamente alla famiglia che egli adorava, agli amici, ai col-
leghi che lo amavano e lo stimavano, a quanti studio.'^i ne conosce-
vano l'ingegno forte e la maestria. E quando la infausta notizia, per
mezzo del telegrafo, si divulgò da Firenze per il resto d' Italia, daji-
|)ertutto fu accolta con un grande sentimento di dolore, perchè dap-
pei'tutto era stimato maestro in fatto di lingua, e si conosceva la no-
liiltà del suo animo, e per le mani degli scolari e dei maestri andavano
i molti libri suoi, e in specie i suoi vocabolari.
Giuseppe Rigutini nacque in Lucignano, sopra un ameno colle
della Valdichiana. in prossimità d'Arezzo, il 31 d'agosto del 1820, da
poveri genitori; il padre, Lorenzo Rigutini, era un semplice fabbro-fer-
raio, la madre. Assunta Marsigli. nulla più che una donna da casa e
alla buona. Pare che fino da bandiino mostrasse più inclinazione agli
studi, che non a tirare il mantice al babbo.
I suoi genitori pensai'ono di farne un prete, ed egli si guadagnò
dai suoi compaesani un posto gratuito nel Seminario d'Arezzo: ma udia-
molo da lui, che racconta così bene il suo primo passo per la via, nella
([uale trovò grandi spine, ma raccolse poi di belle rose. « La mat
« tina - egli dice (li- di uno dei primi giorni di novembre del 1843
(1) Il pi imo Passo. Noto autobiografielio di A. iVAncona - Bartoli - Ber.se-
ZIO - Carducci - Chiarini - Costetti, ecc.. 2^ edizione. Roma, Casa Editrice Som-
mai'uga. 1883, pag. 170.
680 I DUE LESSICOGRAFI ITALIANI
« montavo a Lucignano di \'aldiehiaiia nel calesse del |>ostiiio d' A-
« rezzo, che doveva shaicainii alla jforta del Seminario. Kro un aba-
« tino fra i tiedici e 1 <|(iatt()i-dici anni: un bel niccliio nuovo in capo
« e indosso un ferraiolo di panno zeftifo clie mi dava sino alle cal-
« cagna. 1 miei poveri geniloii mi avevano fatto, per ri.sparmio, le
« vesti a crescenza. La sera di quello stesso giorno ero uno dei con-
« vittori del Seminario aietino, dove la carità antica del mio paese
« mi mandava, conferendomi un posto gratuito guadagnato per esame.
^< L'esame fu sempre per me l'unica chiave che dischiuse le porte prin-
Giuseppe Rigutìni.
« cipali della mia vita di scolare e di maestro: e di ciò ho ringraziato
« più volte la provvidenza ». Raccontava più tardi come usando allora
che i canonici in coro avessero ciascuno, seduto a" loro piedi, un
chierichetto, a lui toccò di sedere nello sgabello dinanzi allo stallo
del canonico lìiuseppe Borghi, l'autore allora famoso degli Inni sacri
e più tardi magniloquente scrittore di un Discorso per la storia d 1-
falia che lasciò incompiuto. « Un giorno - racconta di lui un suo
« amico (1)- sorse una contesa per certa frase latina tra il giovinetto
« e il suo maestro, dottissimo sacerdote. Rimesso al Borghi il decidere
« la questione, egli si pronunziò in favore dello scolaro, che doveva
« esser poi il compilatore dello splendido Vocabolario della Unyiia
« classica latina, che ha già avuto sei edizioni ».
(1) Vedi Nasione, 24 maggio 1893.
POLICARPO PETROCCHI E GIUSEPPE RIGUTINI 681
Qui bisogna dire che il Rigiitini entrò in seminario senza punta
vocazione pel sacerdozio, e per quanto facessero ijue' bravi suoi maestri
non gliela seppero inspirare; gì" inspirarono però un gran gusto pei-
gli studi classici e un grandissimo amore a Dante. « Gli studi reto-
« rici - egli racconta (l), a proposito del suo maestro, che era un ot-
« timo sacerdote - nella sua scuola non erano certamente vasti ; anzi,
« secondo i tempi, pativano di angustia: ma erano in compenso assai
« ordinati, e le lezioni fatte con istraordinaria coscienza. Di un amore
« però, che allora in me si accese potentissimo e che con gli anni è
« andato sempre aumentando, io debbo gratitudine a quel mio maestro:
« l'amore a Dante. Nei tre anni di rettorica, che tanti vi spesi, stu-
« diai sotto di lui ed imparai a memoria la Divina Commedia, una
«Cantica all'anno, tanto che alla iine del triennio mi trovavo nella
« mente e nel cuore tutto il poema, salvo i luoghi più infestati dalla
« scolastica; ed ancora non ero giunto a possedere di mio una delle
« più grame edizioni di Dante, ma costretto ad adoperare esemplari
« sempre imprestatimi! Mi ricordo che tra le poclie cose al mondo che
« mi facevano gola, c'era l'edizione di Dante di Le Monniei-, venuta
« in luce nel 1S44 con le note di Paolo Costa e di Brunone Bianchi.
« Quel bel volume, quelle copertine color carnicino mi destavano l'in-
« vidia verso i fortunati possessori fra' miei compagni ».
Così il Rigutini usciva, dopo altri tre anni, dal Seminario di Arezzo,
sajtendo molto di latino, qualcosa di greco, e avendo nella mente e
nel cuore tutta la Divina Commedia, sufficiente viatico per il cammino
lungo e difficile che gli si apriva dinanzi, e per il quale avrebbe rag-
giunto luminose sommità nelle lettere, e ne usciva pure pieno del .sacro
amore d'Italia: « Intanto venivano - egli dice - tempi per la patria da
« far girare il capo anche a' seminaristi : pensiamo a me che non re-
« spiravo altro, che Italia ! Sarà stata, anzi era di certo, un" Italia
« retorica; ma in fondo era Italia ». Era insomma, comunque si
tosse, l'Italia del suo Dante, l'Italia del Pellico, del Didier, del Ros-
setti, del Berchet, che egli andava leggendo tra una lezione e l'altra.
Ira Mrgilio e Orazio e Tacito e Terenzio. « Le Prigioni del Pellico -
« egli ricorda già (|uando era sul primo limitare della vecchiezza (2) -
« mi facevan piangere, e a dispetto del suo autore, anche fremere ;
« la Roma sotterranea del Didier, mi accendeva il sangue ; mi esal-
« favo nel polimetro il Veggente in solitudine del Rossetti, e per
« tacere di altri autori, mi facevano sbalzare gl'incalzanti e concitati
« decasillabi del Berchet». Qui viene un giudizio letterario ciie è bello
riportare, e che mostra in lui finezza di critico. « Soltanto - egli pro-
« segue - debbo aggiungere che la lettura del Guerrazzi non mi com-
« moveva, e che i Promessi Sposi, letti qualche anno avanti, m'ave-
« vano fatto dormire, mentre ero andato in visibilio col Marco Visconti
« e con la Disfida di Barletta. Di questa cosa dimandai a me più tardi
« la ragione, e rimasi alquanto meravigliato quando mi parve di co-
« noscere che due effetti eguali provenivano da due contrarie cagioni:
« la gran falsità del sentire e del significare dell'uno, la gran verità
« del sentire e del significare dell'altro; la prima inconsapevolmente
« da me avvertita tra mezzo ai Soloni, ai Focioni, ai Catoni e a tutta
« l'affettata aulicità delle forme guerrazziane : la seconda da me non
(1) Il primo Passo, ecc.. p;ig. 171.
(■2) Op. cit., pag. 173.
682 [ DUE F,KS8lC0aRAF[ ITALIANI
« ancoi'ii intesa, né iiossibile ad intendere da chi non abhia anc-oni
« studiato nel gran volume della vita, degli effetti, dei costumi e delle
« malizie umane, di cui il libro manzoniano è una mirabile rap|)re-
« sentazione ».
I*assò le vacanze autunnali del 1847 a Siena, mentre gli affetti
riscaldati dairamoi- di pallia foi'temente ribollivano, e il popolo an-
dava gridando dappertutto: viva Pio IX, viva Leopoklo 11, viva Fltalia,
ed era un continuo cardare, gridare e predicai'e nelle strade, nelle |)iazze,
per le chiese. E anche il Rigulini, che pure era sempre un abatino
del Seminario, montato sopra un trespolo di tavolino, sulla piazza delle
Logge dette del Papa, fece la sua brava conclone al popolo, che parve
allora andai'e in visibilio, ma che se nericordò più tardi, nel 1841), quando
pr-esso alla Costarella lo prese bravamente a sassate, urlandogli dietr-o:
Eccolo il predicatore! iiiglialo! dagli al predicatore!
In quel tVattempo tutto er"a andato a rovescio in Italia; ai gridi di
evviva erano succedirti i gridi di morte : i r-esli delle patrie battaglie
venivano bersagliati da coloro che sen'er'ano rimasti a casa e sene
gloriavano. Allor'a mori al Kigutini il j)adre, che andato volontario
a combattere, era rimasto prigioniero a Montanara, ed era tor'nato
da Tiieresienstadt, accascialo, sfinito, cosi che egli frr preso da una
grande malinconia e scrisse versi tinti di quella disperazione che
trovasi nell'Iacono Ilortis del Foscolo e nei Canti del Leopardi, che
erano divenirti i suoi prediletti autori. Gli passò affatto anche quella
poca voglia che aveva sempre avuto di farsi prete, e in questo fu fa-
vorito dagli stessi sirperiori del Seminario, i quali desiderosi, come
essi dicevano, di sbacare il (/iovane clero, lo messero con bel garbo
alla porta. « La patria - esclama a questo punto il Rigirtini - non ebbe
« un utile cittadino di più : ma la chiesa ebbe un cattivo prete di meno ».
Però ciò non è vero, perchè egli stesso trovò da sé la maniera di es-
sere utile alla patria sua, con l'ingegno che aveva avuto da Dio, con
lo studio che seppe aiutare per la sua forte volontà, e col cuore aper-to
ad ogni nobile sentimento. Sjìinto sempr-e più agli studi, si preparò
agli esami di ammissione e di baccellierato, come si diceva allora,
all'Università, e non avendo di che pagai-e le tasse, dette delle ripe-
tizioni e cosi se li procur'ò. «Se non ha quattrini, s'affoghi », gli aveva
detto uno degli scrivani della cancelleria. ^< Invece però d'affogarmi ■
« egli dice - trovai chi pagò per me, a patto che dovessi limettei'e la
« somma in tante lezioni da darsi ai suoi figliuoli, il che feci pun-
« tualmente. Ecco adunque dischiusa un'altra porta alla mia carriera ».
L'anno dopo però, quando si fu a pagar-e le tasse, egli si tr'ovava nella
stessa miserala, e non sapeva, poveretto! che pesci si pigliare, ma la for-
tuna l'aiutò in altra guisa e gli aprì un'altra porla e che metteva sulla via
la quale era più fatta per lui. Ma anche questo io lo vo" dire con le sue
()arole : « Una ser'a - narra - del novembre del 1850 entro nel Caffè degli
« Svizzeri pr-esso Piazza Tolomei per- prendere un poncino: e intanto che
« aspetto, mi vien jjreso così macchinalmente il Monitore 'foscfu/o. L'apro,
« e dopo un minuto i miei occhi si posano sopra un avviso di concorso
« a due posti gratuiti di convittore nella /. e R. Scuola Normale di
« Pisa. I fatali, come si dice oggi, scadevano di lì a cinque gioi-ni.
« Parve che mi si apr-isse il cieli), per-chè ini torr-errte di luce piovve
« srrlla mia pover-a testa cinta di Iciiclirc più di qirella <lel Marcello
>< \ ii-giliarro. Lo leggo e lo rileggo, e sebbene le prove d'esame fosser-o
y< alquanto serie non ne presi sgomento. Ingozzai il poncino, e subito
POLICARPO PETROCCHI E GIUSEPPE RIGATINI 683
« a casa a stendere la dimanda e impostarla, promettendo che il giorno
« appresso avrei mandato i documenti richiiesti ».
« Mi presentai all'esame, e vinsi il posto. Addio dunque Heineccio,
« addio Heimberger. addio Machelday ! Io ritorno ai miei Latini ed ai
« miei Greci : e per tre anni almeno, addio litigi tra il desinare e la
« cena! Ho la coscienza di non aver mangiato a ufo il pan del Go-
« verno per quei tre anni ».
Fu questa davvero una gran fortuna per il nostro Kigutini ; se
continuava la vita universitaria, chi sa come gli sarebbe andata. Basti
dire che nei due anni che stette a Siena, egli, non sapendo come
sfogare la sua avversità all'Austria, che aveva occupata anche la To-
scana e teneva guarnigione pure in Siena, si dette a favorire la di-
serzione degli Ungheresi, i quali facevano parte dell'armata austriaca,
ma che in cuor loro odiavano l'Austria e l'Imperatore, quasi quanto
li odiavano i più liberali fra gl'Italiani. Questo però era un giuoco
che a lui poteva costare la vita, perchè con quella gente allora non
c'era da scherzale.
Nel mese di maggio del t85;3, quando il Higufini era presso che
al termine del triennio, un giorno il Rettore Sbragia lo chiamò a sé
e Io persuase a concorrere a un posto di maestro di rettorica nel Col-
legio Fortiguerri di Pistoia, per il quale erano indetti gli esami. Egli
non se lo fece dire due volte, si ])resentò al concorso e Io vinse. 11
Municipio di Pistoia fece la nomina, ma ci volle del buono e del bello
perchè il Granduca lo confermasse, puzzando l'elètto di liberale. Per
le premure dell'illustre professore Federigo del Rosso e per quelle dello
stesso Ministro della pubblica istruzione, Buonarroti, finalmente parve
il Granduca piegarsi. Ma il Del Rosso volle che il Rigutini chiedesse
un'udienza: Parlagli, sai, - gli disse - con tutto il rispetto, ma anche
con tutta la dignità dell'uomo. II Rigutini fece anche questa; il Gran-
duca lo ricevè : •■< il colloquio - racconta egli stesso - fu molto breve
« e da parte del principe molto aspro, il quale mi licenziò bruscamente
« dicendomi che all'insegnamento li voleva fior di farina ».
11 Granduca, si vede, aveva un po' dell' accademico della (Jrusca.
Però dopo molto tergiversare il decreto della sua nomina fu fir-
mato o per dir meglio scarabocchiato con la tirziia del Gianduca fatta
contro stomaco ; e così bene o male il Rigutini si trovò ad essere maestro
di rettorica con cinque paoli al giorno, pari a lire !2.8(). Al suo posto
nella scuola normale andò Giosuè Carducci.
II primo passo era fatto. D'allora in poi prosegui sempre per la stessa
via, imprimendovi oiine che non tutte si cancelleranno. Era una via,
se si vuole, piena ili triboli e di spine, ma andava sempre all'insù, e
a mano a mano che saliva trovava un cielo più aperto e una luce
sempre piìi viva e più calda. Dal (lollegio Forteguerri passò nel 186t)
al Liceo d' Arezzo, come professore di greco, e l'anno dopo da Arezzo
venne trasferito a Firenze. II suo nome si faceva sempre più noto e
andava prendendo un posto, un posto nobile, tra gli uomini di lettere.
.4veva già scritti e pubblicati dei versi che se non rivelavano al-
l' Italia un nuovo poeta, iiios4ravano in lui bella fantasia e già una
padronanza di lingua non comune. Intanto insegnando il latino ed il
greco se n'era fatto più dotto egli stesso ed aveva sempre meglio ap-
|)reso l'arie diHicile della parola, nella (juale poi fu davvero maestro.
I tempi erano mutati. 1" Italia non era più un'espressione geografica,
ma era la patria degl' Italiani, i quali non axevano più a nascondere
()84 I nUE LESSICOGRAFI ITALIANI
né pensieri, né sentimenti, e coniinciaiono ad occuparsi del governo e
(Iella nazione, conie di cose loro. Anclie il Higutini scrisse ne" gioitiali
clic allora pullulavano per ogni |)atte, e fu scrittore tacile, arguto,
lahdiia auclic acic, ma sempre sincero, .\ppena fu in Firenze, jicr
poco ca|)italc (\v.\ luiovo Regno, il Kigulini fu meglio conosciuto, se
ne apprezzò di più l'ingegno e il sa[)ere. e si [jotè iiusurarne il valore in
specie in fatto di lingua, tanto che ai 3 maggio del lS(i() esso venne
nominalo accademico residente della Clrusca e uno dei quattro compi-
latori del grande Vocabolario Nazionale: fu questo, puossi dire, 1" ul-
timo passo clic egli fece per la sua via. Aveva 97 anni, poteva ancora
salire e salì in fama, ma aveva raggiunta la sua meta, perchè allora
il nuovo ufficio gli permetteva di continuare nell' insegnamento del
Liceo, che non lasciò prima del 1875, quando cresciuto di stipendio
potè vivere anclie senza quello con la sua famiglinola, avendo già tino
dal 18r)6 preso moglie (la signora Rebecca), e avutine tlue figliuoletti.
Silvio, che è ora professore di nuisica nel Conservatorio di Francoforte,
e l'Elisa, oggi moglie degna del dottore Oskai- Bulle, attualmente di-
morante a Monaco come redattore della parte scientitica nelì'Aìegmeiiie
Zeitwfig.
L'opera ponderosa del Vocabolario, e rinsegnamenlo al Liceo, al
quale continuò a dare la mente e il cuore, non erano a quello clic
pare sufticiente occupazione al suo ingegno robusto, uè stancavano la
sua ferrea volontà, di maniera che anche in quegli anni attese a molti
lavori letterari che andava a mano a mano pubblicando. Sareljbe, però,
un andare ti'oppo per le lunghe a volere tutti ricordare tali lavori, ne
io sapi'ci di tutti recare un giudizio sicuro : quindi mi contenterò di
accennare almeno al titolo, o poco più, dei principali e basterà che io
dica che non mise mai nulla alla luce che non gli accrescesse la fanui
di buon conoscitore delle lingue classiche e di padrone della lingua
materna. Tutte le sue opere si possono distinguere in traduzioni, o in
prosa o in versi, e in specie dal latino, e in originali. Tradusse il Lilno
decimo delle Istituzioni oratorie di Oi'intiliano, alcune Oraziofii di C'i-
cerone, Dei doveri di Cicerone, il ((uale ultimo libro usci in giorni per
lui dolorosissimi, quando cioè, nel 187(1, moriva la sua diletta consorte
e lo lasciava solo al governo della casa e alla custodia dei suoi figliuo-
letti ; tradusse poi, nel 1882, le Vite di dodici Cesari di C. Svetonio
Tranquillo e in versi le Favole di Fedro e l'intraducibile canne La chiomit
di Berenice, per venire al paragone di Costantino Nigra che pure s'era
provato alla difficile impresa; accennerò in ultimo alle Commedie di
Plauto che egli mise fuori peri tipi Le Moiuiier fino dari870, e a quc-
st'opei'a si fece compagno l'amico .suo Temistocle Gradi, col quale, egli
dice, ebbe in comune e la gioventù e gli studi e molti casi della vita.
Tali couunedie furono con gli stessi tipi ristampate in-8° e col testo a
fronte nel 189i>. quando già il Gradi era stato da morte prematuia
iai>ito agli sludi e alla patria.
.Mlora più che nuii ferveva in Italia la questione della lingua, ri-
sollevata dal Manzoni con quella autorità che nessuno gli contrastava
e con intendimenti affatto nuovi di nazionalità.
Il Rigutini rifuggì, si può dire, dalla disputa, ma ne volle porre
i suoi principii in quel discorso che egli lesse al Circolo filologico di
Firenze nel 187."), domandandosi Si dice o non si dice? discorso die pifi
lardi jjose a capo del suo libretto / Neologismi Imotii e cattivi più fre-
quenti nell'uso odierno, stampato dal Barbèra nel 1891, e nello stesso
POLICARPO PETROCCHI E CUDSEPPE RIGUTINI 685
tempo la soccorse col fatto in specie della traduzione di Plauto, intesa
principalmente, com'egli disse nelV a re e rtev sa che la precede, a pro-
muovere con un mezzo etTicacissinio lo studio del jiarlar toscano nelle
altre provincie d'Italia.
E a cpiesto fine si può dire che mirasse con gli altri suoi lavori
originali, quali, ad esempio, il Vocabolario della lingua italiana, che
egli fece insieme a Pietro Fanfani, quello che poi compi da solo della
lingua parlata, e gli altri vocabolari della lingua classica latina, della
lingua greca e della lingua tedesca e italiana, fatto quest'ultimo in
compagnia del suo genero Oskar Bulle, tedesco di origine, adoperando
in tutti questi quella lingua che lo stesso Manzoni vorrebbe per la
intiera nazione, e che dava agli scritti suoi una facilità, una chiarezza
non punto comune. Così quando tradusse dall'inglese il Lorenzo Benoni
di Giovanni Ruffini. e negli altri libri dedicati alle scuole, tra' quali
è sempre raccomandabile quello degli Elementi di rettorica. stampato
la prima volta nel 1S78 da R. Bemporad e figlio, noti e stimati librai-
editori in Firenze, i quali lo hanno poi stampato e ristampato, segno
sicuro del buon viso che gli avevano fatto egualmente maestri e sco-
lari. Ed a ragione, perchè in esso il Rigutini dà il precetto e l'esempio
di quella rettorica. discreta, fina, di buon gusto, alla quale accenna
lo stesso Manzoni nella introduzione al suo libro immortale. E il
vecchio e bravo maestro di rettorica ne chiudeva Y avvertimento con
(|ues1e parole, che vorremmo impresse nella mente di tutti i maestri:
« A ritornare adunque in onore lo studio e l'osservanza delle buone
« regole, possono e debbono in gran parte provvedere le scuole, for-
« mando nei giovani coi precetti e con gli esempi, e soprattutto con
« gli esercizi molti e pazienti, il sentimento del buono e il criterio
« letterario. Correggere, correggere e correggere gli scritti degli scolari,
« io credo che sia, se non il tutto, almeno la massima parte dell' uf-
« fido del maestro: il quale ha da inculcare a' suoi discepoli princi-
« palmente queste due cose: che la semplicità, ancorché sembri povera,
« è la più bella dote degli scritti: e che semplicità non vi può essere
« fuori della verità ».
Questo criterio gli ssrvì sempre di lume nel giudicare gli scritti
allrui, e cosi nel comporre V .antologia (ia//aMa per le scuole tecniche,
nello scegliere e annotare le Lettere di Giuseppe Giusti, nel mettere
insieme il Fiore di lettere e liriche di donne italiane.
Passavano intanto gli anni e il Rigutini s'avvicinava al limitare
della vecchiezza, ma non si perdeva d'animo, e il suo ingegno restava
folle di tutto il suo vigore e la fantasia non gli si scoloriva. In questo
lempo, nel 1884, si era riammogliato prendendo la signora Giulia, dalla
(piale ebbe un figliuolo, Enrico, che ha ora diciotto anni, e che era
la consolazione del nostro Giuseppe, nella lontananza degli altri suoi
figliuoli. Attendeva con la solita alacrità sua al Vocabolario della
Ci'usca, e non passava si può dire anno che non desse alla luce
qualche nuovo suo libro: le scuole, i giovanetti italiani, il popolo gli
stavano sempie innanzi alla mente. Alla flrusca aveva letto nell'adu-
nanza solenne del 189:5 l'elogio del suo collega ed amico Giacinto Ca-
sella, morto nel 1880, e in quella del 1W)1 lesse del canonico Bininone
Biduchi, stato per tanti anni segretario dell'Accademia, alla quale era
mancato, dopo lunga e i)enosa malattia, il 17 gennaio del 1869: l'uno
commemorato dal segretario Cesare Guasti, secondo l'obbligo che gliene
facevano le costituzioni accademiche, l'altro ^a Marco Tabarrini; ma
(j8() I DUE LESSICOGRAFI ITALIANI, ECC.
Fiino p laltio immeritevoli di quel silenzio che nell'Acfadomia tenne
(li<!li(( alle lirevi commemoiazioni. e al quale de}i:nameiile lipaiò il
Kigulini jiarlando di amlM'duc con calor-e d'alTetto e con sinccriià di
siima, come si corncniva di collejilii clic avp\ ano d(>li"o|K'ra loro lanlo
ainlalo e s|>iido innanzi il lardo knoro ileirxlccadcnda. e laido del
loro nome e della loro vita l'avevano onorata. In ultimo attendeva
per l'editore Vallardi di Milano ad un Dizionur ietto dei sinonimi, tratti
dal Tommaseo, e lavorava da un pezzo ad un Vocattolario petrarchesco
e ad una Nuovo, grammatica italiana. Era proprio anche nella laida età.
clie omai contava settantatre anni, instancahile e l'animo conservava
sereno, e anche la immaginazione viva : per roccasione clie doveva,
nella prima metà dell'anno che non è compito, giungere a Firenze
(iuglielmo Marconi, compose pochi versi che avrebbero dovuto ornare
un numero niiico che si contava di pubblicare a t'irenze pei' ono-
rarlo, ma che fuiono stam])ati |)oclii giorni dopo la sua morte, quasi
lìore posto sulla sua bara:
Il TELEIIRAI'O SENZA FILI.
Aiata disse Omero la parola:
Per te, italo Genio, ora lia tanfali,
Che per l'ampio Oceàii libera vola.
Libera vola, e sfida i lioreali
Fremiti, e passa i monti indistnvljata.
Senza guida di fili artificiali,
Che sol i-ier sé si muove e si dilata.
Ho detto che l'animo conservava sereno e la immaginazione viva,
ma i)urtrop]io tino dai primi dell'anno era del corpo assai deperito,
non ostante che egli mostrasse di non farsene caso e poco o punto
si curasse di medici e di medicine. Poi era parso ch'e' si riavesse,
e gli amici e i suoi di famiglia, tornato più in carne e del suo buonu-
more, non pensavano davvero d'averlo a perdere, quando, come ho
detto, si sparse per la casa, per la città, per l'Italia improvvisamente
la notizia della sua morte. Nei funerali che se ne fecero fu grande-
mente onorato : vi si fece rap]iresentaie il ministro della pul)l)lica
istiuzione, vi convennero tutte le autoiità in specie scolastiche di Fi-
renze, che si teneva d'averlo come cittadino e che a lui era tanto caro :
il più anziano degli accademici della Crusca, Giovanni Tortoli, a nome
suo e di tutti i colleghi, ne disse al feretro parole degne; la sua me-
moria durerà ancora quanto dureranno i suoi libri, e il suo nome
sarà tenuto in onore presso tutti gli studiosi della nostra lingua, dai
maestri e dai giovani studenti.
AriìEMO (loTTI.
LA SCENA DI PROSA
La casti del sonno di Carlo Bertolazzi - Irma Gramatica
Virgilio Talli — Oreste Calabresi.
La trama della Casa del sonno, commedia in quattro atti di Carlo
l^ertolazzi, è semplice. Semplice così che, a raccontarla per coloro che
voglion vedere quanto si svolge in uno scenico quadro, meschinamente,
dal solo punto di vista di « quello che vi accade ». del « fatto », - le stu-
pide parole alle stupide cose - si può riassumerla in poche righe.
Un giovinotto parte dal suo paesello e si avvia alla grande città.
Ivi si ahhandona alle speculazioni di Borsa. Il primo effimero sorriso
di fortuna si tramuta presto, per la vertigine che afferra, in pericolo,
in disastro. Egli si rovina, rovina la casa sua e quella del bal)l)o. - si
disonora. È un fuggiasco, perseguito dalla giustizia. La mamma muore
di dolore : pel babbo da quella catastrofe, di affetti e di decoro, co-
mincia una crudele lenta agonia che lo spegnerà; una moglie sconsolata
che deve vergognarsi del nome che porta, e più, sotì'rire nel suo santo
amore: una creatui'ina innocente condannata ad arrossire un giorno
del padre suo...
Ma è appunto questa semplicità di trama, dalla quale deriva una
forte commedia, l'indice della razza degna per un autore drammatico:
poiché appunto la levatura di un autore drammatico non risiede nella
combinazione, sia pur condotta, meglio, preparata, con le lustre dell'abi-
lità o della praticacela: sibbene in tutto quanto precisamente il Ber-
tolazzi ha saputo profondere nei suoi quattro atti : scelta di un brano
di esistenza, osservazione e riproduzione di ambiente e di anime :
tutte le ragioni cioè che consentono di ripetere, con la dimostrazione,
come qualmente questo scrittore, giovine per fortuna sua e della scena
paesana, si affermi ad ogni prova autore drammatico tra i notevoli
])articolar mente notevole.
Infatti egli. ]>er la scelta del brano di esistenza che voleva ri-
specchiare alla ribalta, non ha compiuto la gretta impresa dei cosid-
detti autor drammatici, cosiddetti per loro unica volontà, i quali si
avviano al palcoscenico, pescano nel repertorio una combinazione, cer-
cano nudarle i connotati, allargano, accorciano, rimpolpettano, e .ser-
vono poi caldo, tepido, freddo. Egli, sprezzando invece i soccorsi del
repertorio, e seguendo la fede del proprio cervello, ha cercato nella
vita, nella vita che s'agita, che tumultua, che freme d'intorno: e
mentre per quelli altri disgraziati, ritornano spesso bambineschi o fur-
beschi rifacimenti, egli ha voluto raccogliere qualche cosa che pai-
Itila, nella varia \ icenda. jiel contenuto del suo (piadro scctiìco.
688 LA SCENA DI PROSA
Ed allora i|iR'sla (]iialche cosa, la via buona battendo, ha trovato
che si svolgeva in un dato cantuccio di mondo e si rivelava in crea-
luie che rappieseatavano l'azione di quel dato cantuccio di mondo sul
loro spirito e sul loro organismo ; ed ha osservato. Ha osservato can-
tuccio di mondo e creature, e sinceramente, nulla alterando, ha tra-
sportato sul palcoscenico. 11 risultato felice, per il preciso punto di
partenza, per la via sana seguita, doveva essere immancabile : riprodu-
zione di ambiente e vita di creature nulla hanno, quello di scenografico,
tela e carta, queste di teatrale. « elenco di personaggi »; ma largo,
libero, saldo è il soffio di vita animatore delle persone e del mondo,
grosso o piccino che sia. che le circonda.
Sottile, ferma. limpidaè latiacoltà di osservazione del Bertolazzi. Dalle
cose alle anime. È vero, egli ha sortito da natura un non comune ingegno
adatto: ma con quanto rigore e conuMlluminataiiiente tale ingegno ha
saputo arrobustire nella coscienza! Ecco: quella è la casa paterna, la casa
dei Cavianì a Castellapiana, la casa che Luciano, travolto nel triste tur-
bine, definisce sprezzante la « casa del sonno ». È solenne, è severa nella
sua modesta schiettezza. V'è l'agio, ma l'agio che deriva da esistenze
consacrate al lavoro ; la vita vi trascorre uguale e limitata, ma in
quelle mura, tra quelle suppellettili e tra quelle consuetudini, è con-
cesso rilevare fin le sorprese della gente che vi è raccolta al racconto
di quanto si svolge nella grande città lontana: e ancora, e special-
mente, quali debbano essere di quella gente la natura degli affetti e le
leggi di dovere, di decoro che la sua esistenza t[uotidiana ha guidato,
ha formato. Ed è quella la follia, la leggerezza, l'assenza delle molte
nobili cose che elevano il grado della vita, la furiosa immemore scon-
sigliata vertigine che travolge, prorompente dal suo particolare an-
damento nella apparente organizzazione di macchina esatta : quello
l'altro ambiente, quella la ditta, quella la banca di Luciano, fantasti-
camente architettata sulla base di ebbra smania di godimento : quelle
le ruote che lo agganciano, lo trascinano, lo perdono.
La giusta visione del brano di esistenza, la precisione dell'osser-
vazione naturalmente hanno la loro espressione completa nella vita
ilelle anime. Ciascuna di esse ha la sua biografia esatta. Non sono « per-
sone di palcoscenico, la cui esistenza scoppi, come un fungo, appena si
alzi il sipario, chiudendosi di botto all' ultima calata del medesimo: mario-
nette che ritornano in cassone. C'è continuità nella loro esistenza; e
il quadro scenico rappresenta, come deve rappresentare, l'istante nel
quale quelle creature informatrici si trovano in una speciale vicenda
che interrompe la loro normalità quotidiana. E allora. - ed è questo
il dovere dello scrittore, e ne forma, quando è raggiunto come il Bei-
tolazzi sa raggiungerlo, con la lode il grado - allora, solo, è concesso
a chi ascolta, per quei dati, quasi prevedere che quelle creature, e
per l'ambiente e per quel che sono, in quello istante si manifesteranno
in tal modo, non altrimenti.
Luciano, che senza un'idea nella mente, senza un affetto nel cuore,
senza neppure una elementare norma di dovere nella vita, sì è ebbra-
mente abbandonato alle speculazioni, frenetico nella smania di pia-
ceri e di ricchezza che quei piaceri procura, poiché altro nella sua
follia non vede e da altro non è incitato, quando la catastrofe lo ab-
batte, deve restar così come resta: debole, piccino, vile e fuggire, sot-
traendosi come sfiorando la terra, dissolversi nell'ombra, senza un
qualsiasi proposito virile o almeno un impeto di commozione in-
LA SCENA DI PROSA 689
tensa. Il babbo, Giovanni, deve esser sorpreso, confuso, come è sorpreso,
come è confuso, degli appariscenti sfarzi del figliolo ; quando ha la
percezione di una sventura incombente, in quel modo insistere nella
smaniosa ricerca della verità. E lui, bonario, affettuoso, tinddo, al mo-
mento della catastrofe deve sentire, cosi come sente, offesa la sua anima
di galantuomo e prorompere in quella maledizione di schianto e di
fierezza. Ma ancora, ed è questa una pennellata magistrale del Berto-
lazzi nella composizione di quell" anima, ma ancora, precisamente
Gtoi'aMw/, qual'è, deve così rimanere sgomento all'arrivo dell'ispettore
in cerca del figliolo: provar quella ansia per la salvazione di Jy?fcmwo;
e lui, galantuomo, onorato, che ha già condannato lo sciagurato, ac-
correre così presso la derelitta Adele, la mamma derelitta piangente,
e esclamare cosi lietamente : - « Coraggio, Adele ! Coraggio ! Non
aver paura! È fuggito sai! È fuggito! Su... su... non piangere più!
È fuggito!... » E Adele non può a meno di mostrarsi quella che si
mostra. Ella sente orroi-e per quanto Luciano ha compiuto; ma con la
tenerezza di quelle lagrime, con quel tremito di braccia, che, elevate
nel biasimo, ricadono come amorosamente circondanti la creatura ado-
rata in pericolo. E l'odio di Camilla, la cugina, che porta nel cuore
lo strazio del suo segreto d'amore, l'odio per Ada, la moglie, che la
mina vedeva, ma sommessa non osava chiedere nell'amore infinito
che portava al marito, - l'odio di Camilla per Ada deve avere quella
risoluzione di tenerissimo abbraccio delle due creature accomunate
quasi in un uguale dolore, là dove giace composta sul letto di morte
Adele, il cui cuore di mamma s'è infranto nella percossa...
Con simile visione e con simile riproduzione di ambiente e di
anime, è facile intendere quali siano i mezzi che adopera per le forme
della sua commedia il Bertolazzi. 1 mezzi per le forme sono degni
del contenuto. Nulla che ricordi la goffaggine degli utensili della
teatrale fornitura ; tutto invece attinto alla spontaneità della vita : dia-
logo, azione, situazioni... Ed è inutile insistere. Dalle prime affer-
mazioni sulla scena dialettale milanese e veneta, alle ultime affer-
mazioni sulla scena italiana, il Bertolazzi. imboccata la via unica,
per essa procede sicuro, non se ne discosta d'un passo; è rigorosamente
logico quindi che i suoi quadri scenici per quel che li informa e pel
modo come sono rivelati debbano riuscire quali riescono : prove d'orte,
meritevoli di tutto l'interesse della critica e di tutto l'applauso degli
spettatori. Solo è da notare che la Casa del sonno ebbe una sola rap-
presentazione al Costami, senza la pietà d'una replica. Miserie, del
palcoscenico paesano ! Ma il pubblico erra restando indifferente ai
torti che si fanno a giovani scrittori quale si dimostra il Berlolazzi !
Non sfugge a chi segua le manifestazioni di Irma Cramatica alla
ribalta, non sfugga lo stato d'animo nel quale oi'a l'attrice si trova.
Ella è accompagnata dal successo, ella è accompagnata dalla lode
della critica, un po' eccessiva spesso, ma, come si fa, è 1' aria del
paese; e, quel che più importa, ella è certamente un'attrice clie, per
l'ingegno e per lo studio, va annoverata tra le rare giovani attrici
che hanno il diritto di aspirare alla personalità. Ora, da che deriva
l'ineguaglianza che pur si rileva tra le sue interpretazioni, spesso in una
stessa interpretazione ? Come avviene che Irma Gramatica sia pre-
44 Voi. evi, Serie IV - 16 agosto 1903.
69() I.A SCENA DI PHOSA
cisa, quasi impeccabile nella visione e nella espressione delle crea-
ture che è chiamata a impersonare sulla scena: e a volte appaia,
non inferiore, ma non assolutamente adatta alla interpretazione e
vita di altre creatuie "'
A leggermente osservare si [)otrebbe credere trattarsi di una me-
schinità di palcoscenico. Cioè a dire : le ineguaglianze seguono perchè
l'attrice (|uesto preferisce e queilo no. doliti cafiricci di giovani « prime
Irniii (ìi-amatioa.
attrici », chiamiamole cosi, offuscate nel giudizio dalle vanità. E
invece così non è. Non è, in ispecie per quanti, come me. ricordan
rattrice fin dai primi passi, e sanno tutta la virtù di tenacia, e di
propositi, e di fatica da Irma Gramatica adoperata per la conquista
del posto nel quale ora si trova. E neppure le ineguaglianze se-
guono per la lotta dell'attrice nel desiderio di liberarsi dall'ineso-
rabile prej)otenza di ricordi di maestra gloriosa. La (Iramatica fu
neirinizio della sua vita dell'arte prediletta da Kleonora Duse: ma ella
dail'eseni])lo lia tratto la >avia scuola : e cioè l'indicazione della buona
via. ma ugualmente la lil)ertà della ricerca per la formazione della
LA SCENA DI PROSA 691
propria personalità, quando, appunto come è il caso, si lia l'ingegno
ed il volere per raggiungere una meta.
La ragione va trovata altrove. Essa risiede in qualche cosa che
torna a lode delFattrice per la preoccupazione che la possiede ora,
ma che contemporaneamente dimostra un errore nel quale cadono
i giovani attori, quelli specialmente nati alle probabilità d'un av-
venire : errore che li fa soffrire nell'intimo, e che si rivela nelle con-
seguenze. Ed è appunto a questo che io voglio accennare per la
Gramatica, per il Talli, ed anche per il Calabresi : ciascuno per ra-
gioni diverse. Accennare : osservando che dai molti anni ormai, da
quando cominciai a dedicarmi negli studi alla scena di prosa, non ho
mancato mai di rilevare e ricordare ai giovani. Al ricordo, al rilievo
si aggiunge ora un'altra documentazione : documentazione partico-
larmente significante poiché riguarda attori, e giovani, che meritano
il successo e la fortuna che instancabili li accompagnano.
Qual'è l'errore"? Ecco: meglio sarebbe chiamarlo : oblio. Si tratta,
della coltura. Ma mi si intenda bene. Irma Gramatica. il Talli, in
ispecie, eil Calabresi sono attori tra i colti della nostra scena di prosa.
Essi non vanno confusi nel gregge, gregge con illustri e senza, barcol-
lanti nell'ignoranza. Sono colti attori; e lo provano dalle conversazioni
a proposito dell'arte nelle loro interpretazioni sulla scena: si può anche
dire che la coltura li abbia sorretti nelle ardue prove, e conferito ad
essi un grado di eletti sul palcoscenico italiano contemporaneo. Ma
non è di questa coltura generale che parlo : dico di quella dell'arte
loro, che se pure non acquistata a tempo, quando giunge successo e
fortuna gli attori dovrebbero affrettarsi a ricercare. La coltura dell'arte
loro; e cioè quali le vicende di (pieslo palcoscenico sul quale - com'è
il caso della Gramatica, del Talli, del Calabresi - vi sono pur persone che
richiamano l'attenzione, l'interesse e l'omaggio della gente raccolta
in una sala da teatro ; e con le vicende l'opera, universale, che gli
scrittori per i gradi dell' illustre gerarchia, su, in alto, a Molière a
Shakespeare sovrani, in tutti gli ideali, han mandato su questo pal-
coscenico. Conoscere, studiare, approfondire quell'opera, alimentarsene
lo spirito, ritornarvi come a securo conforto, a secura guida, a porto
securo.
Tralascio di insistere sul benefìcio che da quello studio, assiduo
e severo, deriva alle attitudini, nell' arrobustir dell' ingegno, nella for-
mazione del criterio dell'attore, norma per le audacie e per le prove:
ma rammento che anche per alcuni fatti che si danno nella spirituale
vita dell' arte, e dei quali l'attore non sa spiegarsi pure risentendone
i fenomeni, quello studio sarebbe fune di salvazione che trae a riva
tranquilla dai pericoli che posson svigorire l' ingegno, allontanare dal
fine che già s' intravvede, correggere errori minaccianti le belle am-
bizioni di vittorie.
Ed ecco perchè la Gramatica si trova in una penosa situazione dello
spirito, pur con 1' ingegno che ha. pur con le prove che novera. Quelle
che paiono ineguaglianze nelle sue manifestazioni alla ribalta, sono
appunto indizi e sintomi di quella penosa situazione dello spirito.
Né r attrice può sottrarvisi. Precisamente la forza che le deriva dal-
l'ingegno e dalle prove determina il particolare stato d'animo. Irma
Gramatica è alla ricerca della sua personalità. Potenzialmente sente
di potere elevarsi alla personalità; ma nella ricerca non ha la visione
sicura. Ella più di ogni altro capisce di trovarsi adatta in alcune Inter-
69i2 LA SCENA DI PROSA
prelazioni e in altre a disagio, ma confusamente; e dalla contusione
risullano le ineguaglianze che 1' attrice impacciano, atTaticauo.
Se alla Gramatica non facesse difetto (piella coltura speciale del-
l' arte sua, se nella ricerca fosse confortata dal ricordo delle letture,
avrebbe già trovato la individualità che vagheggia, - il suo destino.
Nella sua mente non sarebbero solo memorie frammentarie di re])ertoiì,
ma un chiaro quadro, vastissimo, di creature ; ed ella si sentiiebiie
chiamata da queste più che da quelle, anzi nei suoi studi già di molte
avrebbe vissuta la vita,
e sarebbero le buone com-
pagne che le dischiude-
rebbero la \ia della meta.
Poiché non è nei repertori
. delle attuali compagnie,
f; |( qualunque sia il grado,
che è concesso, tranne
per caso e per fuggevole
istante, trovare la pro-
pria individualità; occoiie
guaiolare })iù alto e più
lontano, ed è a traverso
cpielli studi che più alto e
più lontano si guarda.
Un altro esempio. Il
Talli. Il valore dell' attore
lo ha portato al successo;
ma anche al maggiore
|)remio che si possa desi-
derare sulla scena. Egli è
direttore. Ha cura d'ani-
me; e per parecchi dei do-
veri del direttore, il Talli
è meritevole della fortuna
incontestata che gli arri-
de. Per parecchi, ho detto.
Vii-'i-iiio Talli Quali sarebbero gli altri
che ancora non ha, e
dovrebbe invece ambire"?
Quelli appunto che egli certamente vedrebbe se anche al Talli non
facesse difetto la conoscenza che alla Gramatica contende, o rende
aspra, la ricerca della personalità. Caso uguale nel principio, diverso
nelle conseguenze per le condizioni diverse.
Virgilio Talli è giovane. Due volte è stato direttole di compagnie;
tutte le due volte, pure, per il grado e l'indole della compagine, de-
gnamente. Nella prima prova, anzi, pareva che egli volesse dare al
nucleo di attori da lui governato un tipo completo, che sarebbe stato
qualche cosa di più di una intenzione Ì)uona : un esempio fecondo di
benefici per il palcoscenico, nel genere e nel grado che il Talli mostrava
vagheggiare. Oi-a egli ugualmente riconferma certe ipialità egregie
di direzione che sono tra le principali ragioni del grado e della ven-
tura della ditta « Talli-Gramatica-Calabresi ». Ma... Ma, ecco: se il
I.A SCENA DI PROSA
«93
li possedesse ]a coltura dell'arte sua della quale discorro, quale
.;.>ria. e mi si permetta di dire, quale alloro non conquisterebbe
ili mai !
Quella coltuia gli farebbe governare non solo le attitudini degli
attori indirizzandoli, per quello cbe possono, specie i giovani alle sue
cure affidati, verso le sicure vie. come ora compie, e lodevolmente compie ;
gli farebbe, anche come ora compie e sempre lodevolmente, guidare non
;olo i quadri scenici
nella singolare inter-
pretazione e nella in-
terpretazione d'insie-
me: ma gli darebbe,
inoltre, la visione del
repertorio, che egli,
ora. secondo le con-
suetudini, certo con
decoro, forma o se
condo le tradizioni
della ribalta o con
l'attesa di quanto of-
fre la voga e il mer-
cato. Se avesse egli
quella coltura... Ap-
punto il l'icordo degli
studi lo aiuterebbe a
comporre i repertori,
non con lausilio del-
le consuetudini, della
voga e del mercato;
ma - fortuna maravi-
gliosa particolarmen
te per le giovinezze
che egli addeslia e
guida - spontanea-
mente cercando e tr<i
vando.
Da questa ven-
tura sul palcoscenico,
deriverebbe l'altra di
là dal palcoscenico :
e cioè tutta una edu-
cazione dello spirito.
necessai'ia. direi doverosa, a spettatori, a critici, ad autori drammatici.
Virgilio Talli potrebbe essere così l'aspettato, l'invocato per le sorti della
scena paesana: poiché, ora specialmente clie giovani scrittori si avan-
zano alle porte del teatro di prosa con serietà che richiama interesse e
rispetto, è da un direttore, precisamente e altamente inteso, che può
segnarsi una data di sorte avventurata per la scena di pro.sa italiana.
Qual nobile sogno! Quale ambizione magnifica! Quella coltura darebbe
al Talli il desiderio ardente di tanto sogno e di tanta ambizione : ma
anch'egli quella coltura ha dimenticato ; e gli è negata la meta che
avrebbe resa mirabile la sua vita dell'arte, e della quale sente nell'a-
nima il desio.
Oreste Calaliresi.
694 T-A SCENA DI PROSA
Ultima documentazione. II Calabresi. Oieste Calabresi ha anch'egli
bene meritato il successo. Ed egli giunge di lontano. Di lontano: dall(
sconsolate povere scene che spesso logorano i cervelli, fiaccano \r
volontà. La sua conquista è fatta di dolore e di tenacia. Ed è riuscito.
Certo ora va ascritto tra gli attori migliori della scena italiana .
nelle particolari espressioni che 1" ingegno gli largisce, e con giusta
larghezza. Egli è giunto anzi anche a un risultato che alla ribalta
rappresenta il più degno grado; e cioè, di aver così precisamente vis-
suto qualche tipo, che il tipo è rimasto patrimonio assoluto dell'attoi'c
Ma anche il Calabresi è una prova di un altro danno di quel difetto
di coltura speciale dell'arte sua. Quel difetto contende alla Grama-
tica di trovare ancora la sua personalità: quel difetto nega al Talli
di affermare l'idea d'una scena italiana altamente e solennemente detta:
e quel difetto mostra qual danno cagiona ad un attore, e un attore
quale il Calabresi, l'essere costretto in determinati confini: confini
ristretti, per la ricerca delle interpretazioni, in quel che capita o nel
repertorio tradizionale preparato in palcoscenico.
Il Calabresi non sa come per le manifestazioni del suo ingegno,
con la guida di quella coltura, per tutto quanto offre il vasto campo,
egli potrebbe tiovar modo di svolgere più ampiamente le adatte fa
colta sue: svolgere più ampiamente e acquistare in grado e in affer-
mazioni. E ancora: salvarsi da un pericolo che più che da altro deriva
dal determinato confine. Vale a dire: un attore ha ottenuto un grande
successo in una interpretazione: il fragore di quel successo gli resta
negli orecchi, il fulgore di quel successo gli resta negli occhi: e allora
l'attore non sa più staccarsi da quella visione, la porta nell'anima
<*ostante, e pur contro la volontà trasfonde le ragioni di quel successo
nelle altre, e diverse, interpretazioni. Se per la coltura speciale del-
l'arte sua, il Calabresi avesse provato l' ingegno in manifestazioni
molte e varie, e di ben altri gradi, un attore della sua levatura non
cadrebbe in questo errore da primo passo, e quali affei-mazioni non
darebbe di personalità! Appunto di personalità.
Perchè, sia detto per tutti, attori in cappamagna e attori in farsetto,
l'oblio della coltura speciale dell'arte loro compromette quella che
dovrebbe essere la sacra ambizione di chi si avvia alla scena: la per-
sonalità - per « personalità » dell'attore intendo solo l'elevarsi sul livello
comune pel dovere dell' interprete: - nella singola fortuna, e ne' vari
uffìcii nobilissimi che oltre la singola fortuna, per il fine, il dovere,
la gloria dell'arte, sul palcoscenico si è chiamati ad assumere.
EOOARDO BOUTET.
L'ELEZIONE DI PIO X
I.
A quanto pare. la fazione Rampolliana del Sacro Collegio ha ten-
tato di rifare ai suo Capo una virginità politica, spargendo e confer-
mando la voce che all'elezione dell'ex-Segretario di Stato era stato op-
posto il Veto dall' Austria. Poiché il dirlo candidato della Francia
non gli era bastato per riuscire, si è almeno voluto ottenere - in vista
di chi sa quali altri e diversi eventi futuri - una popolarità tutta nuova
per l'uomo che, in Italia ed in tanta altra parte della cattolicità, non
aveva lavorato che a crearsi antipatie.
L'Austria- diciamolo pure- non è, ad onta dell'alleanza, eccessi-
vamente amata in Italia: e, se anche all'atteggiamento psicologico
sentimentale di molti italiani verso di essa non contribuissero i ricordi
di un passato, cui la politica seguita nella Venezia Giulia dà il carattere
di una attualità permanente, il fatto della visita Reale a Menna non re-
stituita per amore del \'aticano. getterebbe sempre un'oml)ra sulle re-
lazioni fra ì due paesi, anche se i due Governi fossero d'accordo nel
ritenere chiusa quella partita.
11 Rampolla ed i Rampolliani. che si sono mostrati sin qui anti-
taliani. vellicavano dunque cosi la fibra nazionale in ciò che essa ha
di più sensibile ; e, sia pure contraddicendo alla propria indole, alla
propria condotta, dato che dovevano entrare nell'ombra, o nella pe-
nombra, hanno forse contato di prepararsi in tal modo i primi ele-
menti di una nuova, diversa incarnazione.
.Ma la voce del Veto è stata smentita, almeno nella forma dram-
matica in cui prima si disse che s'era prodotto: in una solenne dichia-
razione personale, cioè, del cardinal di Corona Gruscha. arcivescovo
di Vienna, pronunciante a tutte letteie il nome del Rampolla; e in una
non meno solenne protesta che il Rampolla avrebbe subito alla sua
volta declamato, con volto e con accento da primo attore. Ed ecco che
si cerca di fai- circolare una seconda versione, non più credibile della
prima.
Il Veto non sai ebbe, dunque, stato volontà ed atto dell'Austria, bensì
della Germania: la ijiiale però, non potendo quale Stato protestante
intervenire direttamente per mezzo del suo cardinale Kopp, si sarebbe
valsa dell'Austria, non già col mezzo del Gruscha, ma con la voce del
Pyzyna, arcivescovo di Cracovia. Bene scelto come si vede! Quasi che i
polacchi fossero nei migliori termini col Governo di Berlino, invece di
costituire una delle sue preoccupazioni, per quell'ostinata ostilità in cui
si accomunano contro la egemonia prussiana tutte le classi del popolo, e
contro la quale non sono bastate sin qui, ne la snazionalizzazione del
696 l'elej'.ione di pio x
suolo tentata da Bismarck, né quei dolorosi processi contro scolaretti
quasi ancora fanciulli, che hanno destato di recente un'eco cosi com-
passionevole in tutta Eurojia.
11 Veto adunque non vi è stato, seppure vi è stata da i)arte del
Gruscha, del Pyzyna o di altro cardinale austro-germanico - d'accordo
con molti altri stranieri e con alcuni italiani - una generica ed imper-
sonale raccomandazione per una scelta che significasse una preoccu-
pazione politica meno ac(^entuata di (|uella che aveva caratterizzato
il pontificato di Leone. E non vi è stato il Veto, non solo perchè erano
prevedibili le complicazioni che ne sarebbero derivate in (Jonclave, con
conseguenze spiacevoli anche per clii l'avrebbe proposto ; ma perchè
né l'Austria, né la Germania avevano alcun interesse a prendere cosi
apertamente partito contro una candidatura Rampolla, che, malgrado
tutto, avrebbe potuto ancora trionfare.
E invero, perchè la Germania si sarebbe mostrata sì avversa al-
l'ex-Segretario di Stato? Per la politica di costui, francotìla ad ogni
costo? Ma, anzitutto, la Germania, Guglielmo 11 tengono ora con
la Francia i migliori rapporti, e se anche sotto all'apparente cordia-
lità vi fosse un secondo fine, come il Governo germanico, come l'I m-
iwratore avrebbero potuto pretendere dal Vaticano che tenesse una
linea di condotta piuttosto che un'altra verso la Francia, a proposito
di questioni altrettanto leligiose che di politica interna? Che cosa
poteva importare alla Germania, all' Imperatore, che in Vaticano si
parteggiasse per Waldeck-Rousseau e magari per Combes, persecutori
delle Congregazioni ?
Poteva, doveva bensì loro importale clie dal \'aticano non si po-
nesse ostacolo alla politica interna ed internazionale del Governo im-
periale; non si aveva diritto di pretendere, ma si poteva desiderare,
che a quella politica si ]iiestasse aiuto. Ora, è questo che precisamente
si fece sempre dal Poideflce defunto col suo ultimo Segretario di
Stato non meno che coi precedenti. Gome con tutti gli altri Governi
esteri, coerentissima fu a tale proposito, ed in tale senso, la politica di
Leone XIll, dalla notificazione del suo avvento fatta a Guglielmo 1, sino
al concorso dato nelle recenti elezioni a Guglielmo II. 1 tj-e Imperatori,
i quattro fiancellieri, otteiniero dal Pontefice tutto ciò die ne deside-
ravano, dal primo all'ultimo giorno. Né il francofilismo di {{ampolla
menomò la germanofilia di quel Pontificato. E questo, nella jiolitica
internazionale, appunto, non meno che nella interna: tanto è vero che
nel suo viaggio in Terra Santa Guglielmo II parve un ra]>presentante del
Vescovo di Roma non meno che il successore di Lutero, ed in Oriente,
nell'Estremo Oriente, la questione del protettorato sui cristiani si è
svolta, da Bismarck ad oggi, e si è chiusa, per quanto si riferisce ai
tedeschi, come il Governo di Berlino aveva desiderato.
Che cosa avrebbe potuto attendeisi di meglio la Germania da un
Papa e da un Segretario di Stato francofobi ? Come adunque e perchè
avrebbe essa avuto interesse a tare escludere il RiimpoUa, col rischio
di provocare contro di sé l'opposizione, l'antijiatia di tutt'i cattolici, a
incominciare dai suoi, per quell'attentato alla indipendenza della Chiesa
e del suo supremo corpo etettoi'ale?
Quanto all' Austria, die cosa ha mai essa chiesto al Vaticano,
durante il governo del Rampolla, che non ne abbia ottenuto? Basta
citare la slavizzazione della Chiesa latina a Trieste, nell'Istria, in Dal-
mazia, a dimostrare che ebbero nel Rampolla un efficace coadiutore
"TD T f^ '^^ (Riproduzione interdetta).
Schizzo dal vero di B. CASCELLA. fatto all'Incoronazione.
G98 i/ei,ezio.ve di pio x
quei^li elementi politici prevalenti a Menna che credono ancora sia un
mezzo et'tìcace contro rirredentismo la violenza multi forme usata con-
tro gl'itiliani dell" Impero, quantunque questi abbiano portato sul
terreno costituzionale la ditesa della loro nazionalità.
Ma, poiché questi fatti sono altrettanto noti che eloquenti, vi è chi
considera la questione sotto un altro aspello, e mostra di credere che
il Veto non sia tanto venuto dall'Austria o dalla Germania singolar-
mente, quanto complessivamente dalla Triplice. Ora. è bensi vero che
in altro momento, nel 1895. Ausilia e Germania furono officiate dalla
Consulla, per mezzo del cardinale (THolienlohe. a studiare insieme la
opportunità di valersi del Veto nell'interesse comune, date certe even-
tualità nel futui-o Conclave. Ma è anche vero che quella iniziativa non
ebbe altro seguito, per la caduta di quel Ministero e per la solita incon-
seguenza della politica governativa italiana. È pure a notarsi che il
Gabinetto italiano non faceva una proposta esplicita, ma si limitava a
porre un quesito in modo puramente teoretico, essendo debito di ogni
Governo oculato presentarsi preparalo ad ogni evento anche meno pro-
babile, e con più corde al proprio arco.
Ed è inoltre da osservare tjuesto : che, mentre i trattati della Tri-
plice non fanno obbligo alla Germania ed all'Austria d'intervenire di-
rettamente nella questione vaticana, e si limitano alla reciproca ga-
ranzia territoriale, i due Governi di Berlino e di Menna, per quanto
leali verso di noi ed animati da sensi sinceramenti amichevoli, po-
trebbero - è cosa umana ! - non essere poi dolentissimi che l'attenzione
dell'Italia fosse in parte sempre costretta a rivolgersi verso il Vaticano,
poiché con un Vaticano amico l'Italia potrebbe forse con maggior si-
curezzi aprire i vanni a più alti e vasti voli internazionali.
Infine, dato anche che Germania ed Austria, con assoluto di-
sinteresse e con esemplare abnegazione, avessero acconsentito al rischio
di scottarsi al braciere \'alicano per puro amor nostro, forse che l'Italia
era davvero nella necessità di chiedere loro questa grande prova di
amicizia, proprio e solo per evitare l'elezione di Rampolla"/ Il Ram-
polla non ci era stato amico certamente ; certamente, egli, .seguendo
in ciò, del resto, il disegno primitivo di Leone, aveva cercato di coa-
lizzare contro 1" Italia il Vaticano con tutto il mondo, a incominciare
dalla Francia. Ma con quale risultato nella politica internazionale"?
(.)uelio di vedere, a incominciare dalla Francia, tutto il mondo amico
dell'Italia.
E. in fatto di politica interna, si sa come finì la coalizione clerico-
demagogica del 1898: nei fatti di Milano. Gli ebrei, dunque, non ave-
vano potuto compiacersi della maledizione del Profeta Balaam, [ìiù che
l'Italia non abbia avuto ragione di rallegrarsi dell'ostilità del Rampolla.
In queste condizioni, l' Italia non aveva alcun interesse a fare op-
porre il Veto alla di lui candidatura; anche astraendo da ciò: che la
miglior politica che le convenga di fronte al Vaticano è l'astensione:
e che qualunque ingerenza, diretta od indiretta, nella eiezione del
Papa sarebbe riuscita per essa compromettentissima.
Veto dunque non vi fu, perchè non poteva esservi; il cardinale
Rampolla non ebbe l'esclusiva dall'Austria, ne per conto dell'Austria,
né per conto della Germania, né per conto dell'Italia. Epperò. esli
non é stato la vittima della Triplice.
Come candidato della Triplice non é stato il cardinale Sarto: come
Papa della Triplice non è Pio X.
l'elezione di pio X 699
H.
L'elezione di Pio X è stata una contraddizione in termini. La sua
candidatura è sfata fatta trionfare nel Sacro Collegio, e dal Sacro Col-
legio, in odio a Rampolla; e, mentre il Rampolla avrebbe potuto e
dovuto essere, seppur non fu, il candidato del Governo di Francia, si
dolgono del di lui insuccesso, per quanto cercliino dissimularlo, quei
giornali francesi precisamente che si erano schierati contro la politica
del Conibes, quindi del Rampolla, che l'appoggiava. Proposta, soste-
nuta come una protesta dei cardinali stranieri e di alcuni italiani
non residenti a Roma contro la consorteria della Curia, è stata fatta
trionfare da alcuni cardinali di Curia, avversi al Rampolla. Descritta
agli elementi del Sacro Collegio meno esperti dell'ambiente italiano
come la candidatura che meglio rispondeva al desiderio internazio-
nale di un Papato piii religioso che politico, ha portato alla elezione
di un Papa che, come vescovo e come cardinale, ha fatto ancor più
religione politica che politica religiosa. E che Pio X non intenda
smentire i precedenti del cardinale Sarto si può presumere dal nome
voluto assumere : il quale non potrebbe avere un significato piìi espli-
cito, dato che un significato abbia avuto nella mente di clii lo ha scelto.
Per una di quelle antinomie che si verificano spesso nella storia
degli eventi e nella vita degli uomini, e che non sono così capricciose
come apparirebbe a prima vista, il nome di Pio recato sulla sedia di
Pietro è sfato quasi sempre per la Chiesa sinonimo di tendenze e di
fatti ben diversi da quelli che pareva indicare.
Nulla si sa, è vero, di Pio 1, appartenuto al ]teriodo leggendario; e
di Pio II si è potuta onorare la Cliiesa, non solo, ma l'umanità. Se
però vanto principale di Pio III fu l'essere nipote del suo predecessore,
incomincia poi subito la serie dei Pio essenzialmente politici e non
beneticamente religiosi, e si accentua il divorzio fra la Santa Sede e
la società del suo tempo. Col Medici di Marignano ha pratica sanzione
quel Concilio di Trento che fu la pietra sepolcrale per la intellettua-
lità della Chiesa, e ricondusse questa al fanatismo, di cui Papa Ghi-
slieri doveva essere poi si terribile rappresentante. Per essi, la dottrina
di Cristo più che mai si trasformava in un regime di oppressione e, oc-
correndo, di sangue.
Nei due secoli e più che corsero da Pio IV, da Pio V, a Pio VI,
erano bensì mutate le condizioni del mondo; ma, prima ancora che
scoppiasse, così brutale, cosi violenta, la bufera rivoluzionaria francese
contro la Chiesa, Papa Braschi - la cui figura è stata agli occhi di
tutti gli spiriti gentili idealizzata dal martirio - aveva trovato modo di
venire a conflitto col Tanucci e con Giuseppe 11; e la ragione non era
certo con lui. 11 Tanucci fu uno degli spiriti, non solo più illuminati,
ma più equilibrati del suo tempo, epperò previde bensì e volle pre-
parare il futuro, ma senza eccedere mai nella forma e nella sostanza;
ciò che egli chiedeva alla Santa Sede andava piuttosto a benefìcio
che a danno della Chiesa istessa, oltre che dello Stato: ma Pio VI non
lo comprese. Di Giuseppe li si disse bensì che
il ben lo fece male,
il mal lo fece bene,
700 l'elezione di pio x
ina sarebbe puerile il negare la scossa che, in senso razionalmente
progressista, egli diede, non solo all'Impero, ma a tutta l'Europa; e
se egli usò a Pio V'I pochi riguardi personali, quando, pellegrino apo-
stolico, il Papa si lecò a Vienna, troppo presumendo, piuttosto vanitoso
t'om'era, della sua iiitluenza personale, non era meno oiiportuna ed
utile e legittima la politica religiosa dell'Imperatore. Se poi nel contlitto
di Pio VI con la rivoluzione francese non mancarono a questa i più
gravi torti formali, se imperdonabili furono i modi usati verso un
vecchio, comunque, venerabile, certo la politica del Papa offrì assai più
ragioni che pretesti alla violenza di cui fu vittima.
Gregario Barnaba Chiaramonti - la cui elezione usci dopo tante vi-
cende e tante lotte da ipiel Conclave di Venezia, il cui ricordo do-
vrebbe pure non essere muto alla mente di Giuseppe Sarto - parve,
quando fu scelto, non soltanto una rivolta contro le imposizioni au-
striache, ma r uomo complessivamente più conforme a quello spirito
dei tempi che, ad onta di tutto, non aveva potuto a meno di penetrare
nel Sacro Collegio. Di lui si ricordava la Omelia rimasta celebre del 1798.
(piando, vescovo ad Imola, non aveva avuto riguardo di proclamare
dal pulpito dopo l'arresto di Pio VI, che « la forma democratica non
ripugna al Vangelo », concludendo : « Seguite il Vangelo e sarete
la gioia della Republica, siate buoni cristiani e sarete ottimi demo-
cratici ». Ma come Papa, Pio VII non ebbe poi riguardo di venire in
contraddizione con ciò che aveva detto come vescovo: e ad onta di
alcune innegabili benemei-enze - sue o del cardinale Consalvi - non
può dirsi che nel suo contlitto con Napoleone tutti i torti fossero dalla
parte di questi, né che, ad onta della sua vecchia professione di fede
democratica, egli non abbia voluto anzitutto regnare da sovrano as-
soluto.
Né il brevissimo pontificato impedì a Pio Vili di dar prova più
di fanatismo che di fede illuminata.
Di Pio IX non occorre dire: quel che sia stato il suo pontihcato.
verso lutto il mondo e verso jìiincipalmente quell' Italia, su cui egli
aveva, appena eletto, invocato le l)enedizioni di Dio, è troppo presente
alla memoria di tutti; e basterebbe, anche senza i precedenti, questo
ricordo, a dare alla scelta del nome voluto assumere da Giuseppe Sarta
un carattere non felicemente sintomatico.
Potrebbe pensarsi, è vero, alla mitezza dell'indole veneta come ad
un correttivo degli ammonimenti storici. Ma. a farlo apposta. Venezia,^
fra le cui glorie è pure un contegno così altamente civile e dignitosa-
mente civico verso il Vaticano, non è stata quasi mai ben lappresen-
tata sulla cattedra di San Pietro.
È permesso credere tutto il bene che si vuole di Pio 1. che usciva
da queir Aquileja d'onde alla sua volta usciva Venezia, sì poco sene
sa; e molto bene si può dire di Benedetto XI Boccasini, benché abbia
ad istanti parteggiato per Filippo il Bello. Ma, se poco significante riuscì
il pontificato di Gregorio Xll Correr, ad onta dello scisma del tempo,
non vi è apologista preconcetto che possa assolvere la memoria di
Eugenio \\. la migliore opera del cui pontificato rimane quel quadro
di Pio Joris, che si trova oia alla Galleria Nazionale d'Arte Mo-
derna, e che pur non è un capolavoro. L'artista lo colse nel momento
in cui fuggiva l'ira dei romani, che il suo presente successore e cor-
regionale non provocherà certo, e contro la quale sarebbe guardato,,
comunque, dal Governo usurpatole. Ma non è quella fuga l'episodio più
i/elezione di pio X 701
caratteristico della sua vita: bensì, è pel filosofo della storia oggetto
di interessante riflessione il conflitto in cui egli venne con la Casa di
Savoia per l'elezione a Pontefice di Amedeo Vili. Felice V è conside-
rato come un antipapa, e col tempo la sua Badia di Ripaglia si prestò
ad un modo di dire della lingua francese che. traviato dalle sue ori-
gini, diede alla fisonomia di Amedeo un sorriso rabelesiano. Ma certo
non erano tutti motivi terreni quelli che avevano indotto il Concilio
di Basilea a deporre il Condulmer, ed Enea Silvio Piccolomini a patro-
cinare la candidatura del monaco principe savoiardo. E chi confronta
la condotta dei due uomini, dei due pontefici, non può che preferire
Felice \', il quale si lascia prima eleggere, poi deporre pel bene della
Chiesa, ad Eugenio IV, il quale non ebbe mai in vista che il suo inte-
resse personale.
Con Paolo ti si afferma il nepotismo, che avea già fiorito con Eu-
genio IV, e che fiori vieppiù con Alessandro Vili : il quale, nel suo
pontificato brevissimo, riuscì così benefico alla propria famiglia.
E se Clemente XllI non avesse dato il soggetto alla più bell'opei'a
di Canova, ad una delle opere più significanti di tutta l'arte plastica,
di lui non si potrebbe ricordare se non che fu persecutore di Elvezio
e di Rousseau, e protettore dei gesuiti, per sostenere i quali venne in
conflitto coi Borboni di Spagna, come con Parma e con Francia per le
sue pretese sul tema della giurisdizione ecclesiastica.
Tutti sanno infine come di quel Gregorio XVI. il quale soleva
battezzare il vin d'Orvieto con lo champagne, il ricordo sia, ad onta di
quella gusto.sa trovata, tutt'altro che ameno.
Sicché può equamente concludersi che non ebbe quasi mai sul trono
pontificale un rappresentante degno della indole sua civile e politica
quella Venezia che sapeva a suo tempo, quando lo meritavano, buttare
i canonici dalla torre di San Marco, e trovare nel suo clero istesso le
ragioni ed i mezzi più intellettuali delle sue legittime lotte contro le
soprafl'azioni Vaticane. Fra Paolo informi.
Vediamo ora che cosa è stato sin qui Giuseppe Sarto, e che cosa
■quindi prometta di riuscire Pio X.
111.
Anatole Leroy-Beaulieu, in uno studio assai meglio scritto che
pensato, dice che Pio X non sarà certo il Papa del Sillabo, ma sarà
piuttosto il Papa della Democrazia. Ora, non è detto che invece egli
non possa essere l'uno e l'altro insieme, a condizione d'intendersi sul
significato da dare all' idea ed alla parola democrazia.
Ma anzi tutto conviene unirsi al coro di simpatiche lodi che da
tutta Venezia, da tutto il Veneto si è levato intorno al nome di Giu-
seppe Sarto, appena si seppe della sua elevazione al pontificato. Buono,
semplice, caritatevole egli si è sempre mostrato ed è certamente; e se
ciò basta per essere democratico, bisogna riconoscere che egli sarà
veramente il Papa della democrazia, nel senso più evangelico. Sarà,
anzi, il Papa dei contadini. Quella mirabile organizzazione della Chiesa,
che le consente di valersi di tutte le varie forme di Governo, di essere
insieme democratica, oligarchica, autocratica, ha avuto in lui ancora
una volta la più attraente applicazione; e non può non parlare alla mente
dell'universale il fatto che, in virtù del complesso eppur semplice reg-
702 1/ ELEZIONE ni PIO X
gimento, ruoiiio venuto dall' ultimo degli strati sociali abbia potuto
ascendere il più eccelso trono della terra. Ora, il nuovo Papa ama la
classe d'onde è uscito e che non ha mai rinnegato, ed opportunamente
è stata riprodotta in questi giorni una lettera di lui parroco al sindaco
di Mirano, in cui. a proposito di certe formalità burocratiche cui erano,
per l'anagrafe, costretti i parrocchiani di Salzano, raccomandava che si
risparmiassero noie ai 7J0 l'eri contadini, la classe più benemerita e che
merita fanti riguardi.
È animato da questo sentimento che, a tutta prima, egli lavori
il movimento della democrazia cristiana - così definita a bella prima,
conviene ricordarlo, da Leone Xlll - e che mostrò qualche simpatia
|)er don Romolo Murri, al punto che lo avrebbe sostenuto contro (|uello
stesso Paganuzzi. che era slato il suo braccio destro nelle lotte ammi-
nistrative di Venezia, se qualche intemperanza pubblica di linguaggio
polemico da parte di don Romolo non avesse obbligato il Patriarca a
separare la sua dalla responsabilità del focoso apostolo.
A questa virtù della carità cristiana va unita la bonarietà del carat-
tere ch'egli trae dal natio loco: bonarietà la quale, insieme alle descri-
zioni corse della virtuosa e semplice gente che costituisce la sua fa-
miglia, e servita a perfezione dalle grazie di un dialetto tutto dolcezza,
ha circonfuso in questi giorni, per la infinita serie di aneddoti e di
frasi riprodotte da tult' i giornali, di una luce così attraente la figura
del Vicario di Cristo.
Bisogna aggiungere inoltre che la esagerazione divenuta generale
intorno alla coltura, all'erudizione, alla genialità mentale di Papa Pecci,.
si è tradotta a torto in una esagerazione opposta nell'apprezzamento
intellettuale del suo successore. Benché non sia un poliglotta ne una
mente onnilatere, Giuseppe Sarto non è infatti né ignorante, né inintel-
ligente. Egli non ha soltanto l' ingegno della bontà, e se non sarà stato^
il più erudito dei Papi, nemmeno potrà essere definito come il più
incolto. Certo, non gli giova il non essere mai uscito dalle sue dio-
cesi e il non avere pratica alcuna del mondo internazionale; ma di
prontezza, di acume, di abilità ha dato pure piove non dubbie, benché
in un campo tanto più limitato ; e non è ancora provato che, con la
sfera dell'attività e della influenza, egli non sia capace di allargare
anche la portata dei suoi talenti.
Tutte le sue qualità positive non debbono però trarre in errore
intorno alla sua fìsonomia politica. La quale non é affatto cosi conci-
liante come ha potuto credere e dire chi ha badato al fatto soltanto
che il trionfo del Sarto ha significato l'insuccesso del Rampolla.
Opportunamente é stato a questo proposito ricordato il contegno-
da lui tenuto come Vescovo a Mantova e come Patriarca a Venezia.
La questione del Patronato Regio sulla chiesa patriarcale sì sarebbe
sollevata ugualmente, anche se la persona del Sarto non fosse stata
in causa, perchè sì trattava di una questione di principio, intorno alla
quale non era dubbio - come fu dimostrato anche da Antonio Rinaldi -
il diritto dello Stato. Il quale, se credette poi utile cedere, fu per una assai
più alta ragione polìtica, quando ottenne dal Vaticano la istituzione
della Prefettura Apostolica nella Eritrea, ove l'Italia era insidiata dai
Lazzarìstì francesi. Comunque, sia la pastorale da cui il Sarto si era
tatto precedere, sia ratteggiamento da lui assunto a Venezia - ad onta
delle dicliiarazioni fatte al sindaco d'allora, Riccardo Selvatico, libe-
lale perfetto non men che artista squisito - non tardarono a dimostrare
i/elezioxe di pio X 703
cbe la questione di principio e la questione personale si fondevano in
lui per farne un avversario dello Stato italiano.
La sua intransigenza formale andò, è vero, cedendo alquanto con
gli anni, ma assai più per ragione e volontà dell'ambiente, che per
sua spontanea inspirazione. I clericali di Venezia non avrebbero po-
tuto avere nelle mani il Municipio, se il loro capo si fosse mostrato
antldinastico ed antiunitario. Quindi il Patriarca, non soltanto fece
poi quanto non aveva fatto prima, visitando i Reali quando giunge-
vano a Venezia, ma assunse man mano modi meno assoluti anche
in altre espressioni della vita pubblica, sino a quella cerimonia per la
prima pietra del nuovo Campanile di San Marco, in cui udì senza
protestare le parole anticlericali dell'ou. Nasi, e toUen") la Marsighese e
la presenza del ministro francese Chaumié. per pronunciare poi alla
sua volta un discorso, bisogna pur dire, molto mediocre.
Ma quale fosse rimasto il pensiero del Sarto circa alla vita poli-
tico-amministrativa avevano dimostrato le elezioni pochi mesi prima,
quando egli non ebbe riguardo di apparire come il vero organizzatore
della vittoria clericale, e comparve al balcone per rispondere alle accla-
mazioni dei suoi seguaci. E ciò basterebbe a provare 1" inganno in cui
son caduti quelli dei cardinali che gli hanno dato il voto, ne hanno
proposta, patrocinata la candidatura, coli" idea di avere in lui un Pon-
tefice anti]iolitico. Si può anzi dire, e credere, che la sua sarà, sotto un
certo aspetto, una politica anche jiiù abile di quella di Leone, almeno
per ciò che si riferisce ali" Italia.
Egli, invero, sarà alieno dall'asjjrezza dei modi, e per ciò solo si
attirerà altre simpatie, sminuirà diffidenze, attenuerà vigilanze. Come
subito ha continuato da Papa nella sua abitudine di parroco, di vescovo,
di patriarca, di ricevere umanamente, benevolmente, quanti a lui si
sono volti, senza differenza di religione, di classe, di posizione sociale. -
scandalizzando i vigili custodi della etichetta vaticana - cosi si asterrà
certo, se saprà dirigere sino ad un certo ])unto l'ambiente, invece di
esserne posseduto, da tutte quelle violenze di linguaggio, di forme,
di atti, che già distinsero, dopo quello di Pio IX. il pontificato di
Leone. Se gli fosse dato, si metterebbe certo anche in comunicazione
diretta col popolo italiano, come il giorno della elezione avrebbe bene-
detto daUa loggia esterna invece che dalla interna di San Pietro, se non
ne fosse stato impedito da monsignor Merry del Val, il quale si fece
custode della sua perscma, e che è sempre RampoUiano nelPanima,
ad onta del suo recente dissidio col Rampolla. Jla la sostanza della
politica di Pio X non sarà diversa da quella del suo predecessore.
Toglierà ufficialmente il non expedif ? Quantunque egli siasi chia-
rito altre volte favorevole alla soppressione di quel divieto, si deve
ritenere che non lo toglierà ufficialmente, sia perchè ciò costituirebbe
un atto compromettente, sia perchè un tale atto non è punto necessario
per consentire, quando si creda opportuno, rintervento dei clericali alle
urne politiche. La lotta elettorale non avrà misteri per Pio X, come
non ne aveva pel cardinal Sarto: e possiamo attenderci che egli vi
partecipi sempre e dove veda la possibilità di una vittoria, o anche
soltanto di una battaglia significante. Non per nulla egli ha ricevuto,
fra i primi, quel conte Grosoli - successore del Pagamizzi alla Presi-
denza deirOpera dei Congressi cattolici - neiraliile tattica del quale
egli conveniva a preferenza dell'altra, più violenta ed esplicita.
704 l'elezione m pio x
Epperò, non è a credere neppure che Pio X sarà eccessivo nella
rivendicazione del potere temporale. Ma non per questo si deve apprez-
zare leggernientf^ l'indole dell'intluenza che egli vorrà e potrà eserci-
tare sulla vita italiana, anche all'intiiori della questione letteralmente
politica.
È stato asserito, ad esempio, che la sincera e prodiga cai-ità di
Giuseppe Sarto ha avuto sempre per confine le opinioni politiche e
religiose dei beneficati ; e )ion si è errato. A dimostrarlo i)asterebbe
ricordare l'incidente per cui, non solo negò i funerali religiosi a Gia-
cinto Gallina, il qmle, dopo tutto, non li aveva desiderati, mostrando
entrambi in ciò quella coerenza che non è, fra noi, uè di tutti i libe-
rali, uè di tutti i clericali ; ma, e ciò fu grave, intlui perchè l' Ammi-
nistrazione comunale, mentre deliberava onoranze formali per la me-
moria del rimpianto poeta, negasse un aiuto materiale alla compagna
della sua vita, perchè a lui noii era unita dal vincolo religioso. E
questo è peggio anche della campagna, sintomatica intellettualmente,
da lui condotta contro la prima Esposizione Internazionale di Belle
Arti nel 1895, perchè vi era stato accolto quel Supremo Convegno del
Grosso, il quale non aveva, dopo tutto, che il torto di essere un
quadro infelice.
E invero, se ciò fa credere che non sarà Pio X a svestire in San Pietro
le belle forme di Giulia Farnese, e basta a dare al suo pontificato
una impronta antiartistica, ad onta del buon gusto da cui in guidato
nel proteggere Lorenzo Perosi e nell" applicare a Venezia la riforma
della musica sacra, voluta anch'essa del resto, da Leone, e se l'eccessiva
umiltà dei suoi gusti, delle sue abitudini, della sua indole, non per-
mette di antivedere in lui un Pontefice mecenate, questo è poco in
confronto del sospetto, non ingiustificato dopo quell'incidente, che la
sua bonarietà sia piuttosto combattuta die guidata, in un'azione lumi-
nosamente cristiana, da una fede non abi)astanza altruista.
Comunque, non conviene e non è equo preci|>itare giudizii. Come
il vescovo, come il patriarca hanno smentito in parte il cappellano
ed il parroco, e come il successivo asc^endere della sua carriera, ponendo
in luce lati insospettati prima della sua vera indole, ha fatto del
perfetto cristiano dei primi giorni un uomo politico non sempre evan-
gelico; così, può darsi anche che la coscienza dell'altissima impareg-
giabile responsabilità lo guidi ad una sempre più alta e più nobile
considerazione del suo ministero.
Certo, sia pure scherzando con gli altri e con sé stesso, l'idea di
poter divenire Papa, pensando a ciò che era nascendo e a quel che
era man mano divenuto, gli balenava ogni qual tratto nella mente.
Ma altro è la meta lontana, altro è la meta raggiunta ; meta che può
bensì far venire le vertigini ai vanitosi, ma deve preoccupare terribil-
mente una persona assennata. Ora, vano è certamente Pio X, pur nella
sua sincera umiltà; vano, piuttosto che come Leone Xlll, come quel
Pio IX, col quale non indarno egli presenta una rassomiglianza fisica,
che potrebbe essere significante quanto è evidente. E a tale rassomi-
glianza si com[)rende che egli tiene, e ha forse anch'essa contribuito
a fargli scegliere quel nome pontificale invece dell'altro di Benedetto,
che sarebbe stato bene altrimenti es|)ressivo, pel ricordo, non solo
dell'undecimo, il veneziano, ma del decimoquaito. il Papa, cioè, spre-
giudicato e così intellettualmente liberale, da essere amico di V'oltaire,
]. KI.EZFdXK DI PIO X 705
il Pa|>a nemico dei gesuiti, la cui condanna aveva fissato prima del
(ranganelli.
Ma non basta una vanità, d" altronde scusabile e comprensibile
anche in indoli superiori, a fare ritenere che Pio X non sia pure una
|iersona assennata. Lo vedremo dunque all'opera, e certo egli non
avrà giudici più benevolmente imparziali degli italiani. I quali, non
solo sono facili a sedurre dal lato dei sentimento, ma possiedono piìi
d'ogni altra gente moderna quella equanimità che consente di apprez-
zare al loro giusto valore anche gli avversari.
IJisogna tanto più attendere il nuovo Papa al successivo svol-
gimento del suo contegno, in (juanto i suoi primissimi atti non deb-
l)ono esser presi come norma assoluta dei suoi intendimenti.
dome suole avvenire a chi ascende ai massimi, non dai medii,
ma dagli intimi giadini della >cala sociale, egli non si è mostrato
eccessivamente impressionato dalla magnificenza del Vaticano e del
suo cerimoniale ; ma. oltre all' intluenza dell' ambiente materiale, a
CUI può sfuggire anche per una scarsa considerazione di quegli splen-
dori, vi è quella specie di coazione morale che muove dalle persone
immediatamente vicine per ufficio e non per elezione. E per quanto
egli abbia aperto braccia, porte, cariche, subito, ai carissimi suoi veneti,
coi quali era famigliare, ha pur dovuto rispettare i diritti acquisiti da
persone dalle quali non potrà rendersi indipendente che col tempo e
coU'autorità che gli andrà derivando dal continuato esercizio della sua
augusta missione.
Intanto, l'offertadel Segretariato di Stato fatta all' Agliardi indiretta-
mente non basta a dar lume sulle tendenze definitive del Papa. L" Agliardi
fu appunto quello dei cardinali di Curia che escogitò la candidatura
del Sarto, per riuscire a far naufi'agare quella del Rampolla : e, per
quanto il Sarto lo pregasse di rinunciarvi, l'aver finito coll'accettare
poneva Pio X nell'obbligo morale di dimostrare con quell'otterta al-
l'Agliardi la sua riconoscenza. L' Agliardi ha rifiutato, e questo potrebbe
voler significare che egli non si sente sicuro delle tendenze di Pio X ;
che, per quanto desideroso di godersi tranquillamente il Vice-Cancel-
leriato di Santa Romana Chiesa, posto di lucrosa quiescenza, un uomo
della sua intelligenza e della sua attività doveva altrimenti essere lieto
di poter coprire l'alto ufficio politico, tanto più trattandosi di succe-
dere al Rampolla, infliggendogli così, dopo il primo, il secondo scacco.
L' Agliardi avrebbe avuto, del resto, un significato piuttosto libe-
rale e conciliante, creatura quale egli è di quel Galimberti, durante
la presenza del quale alla Segreteria di Stato come sostituito si trattò il
tentativo di conciliazione del Padre Tosti. E pari significato avrebbe
avuto la nomina di Vincenzo Vannutelli. amico dell" Agliardi, che
abifpva con lui la stessa casa in Via Giulia, avendo il Vannutelli
rinunciato all'appartamento di Santa Maria Maggiore, ove è succeduto
al non mai abbastanza rimpianto Hohenlohe. Coll'Agliardi. Vincenzo
Vannutelli, visto che la candidatura del ft-atello Serafino non attecchiva,
combinò là candidatura Sarto. Ma l'offerta al Vannutelli fu anche più
indiretta e più tepida, e non ebbe seguito. E intorno a quell'ufficio si
combatte sì aspra battaglia, che Pio X ancora non ha saputo o potuto
decidersi.
«K Voi. evi. Serie IV - IB agosto 1
706 l'elezione di pio x
Ma, coimirKiiie, non basterà la scelta del Segretario (ti Stato -clic
non sarà Ibise spontanea e piefi-rita - a dare addirittnia Innie snlli-
fientc sull" indirizzo ciie jiolrà avere detinitivatnenlt' la politica di
Pio X; perchè, se nelle ([ncslioni diplomaticlie e nella estensione dei
documenti |)ontitìei avrà molto bisogno di valersi del suo Mirdstro.
egli, con tutta la sua l)onarietà inorale, e la relativa inferiorità intel-
lettuale, è uomo da avere una volontà propiia e da farla pievalere,
se non sempi'e nella forma, nella sostanza delle cose. Ed è ciò che, fra
l'altro, deve far svanire i Umori espressi - mentre vorrelibe negaili -
nel Journal des Déhats. da Anatole Lei'oy-Beaulieu. che cioè Pio \
possa, a ditlerenza di Leone XIII, divenire uno strumento nelle mani
del Re d'Italia.
Quantunque, per le conlraddizioni illogiclie della cronaca concla-
vista, il cardinale Sarto sia slato annunciato come il candidato della
Triplice - lui. che s'era chiarito contrario alla politica austriaca mi-
rante a slavizzare la Chiesa nella Venezia Giulia, e che si mosti'ava
invece meno italiano a Venezia che a Trieste - Pio X non infeuderà
ceito il N'aticano al Quiiinale, non cadrà, da Papa, nella dipendenza
del He. Onesti timori - i (juali dimostrano che il vero male dell'indole
francese è ancora il pa|tismo, almeno per una parte di essa - sono
assolutamente infondati. E, ad evitale ogni timore, ogni malinteso.
Pio X coniinueià nella prigionia volontaria. Tanto più che il Papa è,
per l'indole della istituzione che rappresenta, in condizione di venire
tanto più sentito dall'universale, (pianto meno si fa federe, in (juesto,
gli conviene imitare oggi (pielle antiche teocrazie, dei cui usi sentiva
futilità il Figlio del Cielo jìrima dell'ultima decadenza cinese: di cui
sentono ancora l'utilità i custodi del Gran Lama.
Quell'infeudamento, quella (li|)end(mza, non gioverebbero, del resto,
all'Italia più che al Vaticano. Che se questo avrebbe più da perdere che
da guadagnare, cessando di essere universale per mosti'arsi ed essere
piuttosto italiano, neppure l' Italia moderna può desiderare un inter-
vento del Papa nella sua vita pubblica, sia pure in forma amiche-
vole, tale che il carattere di ipiella vita abbia a risentirsene, .\bbia o
no la Francia per figlia primogenita della Chiesa, come l'ebbero i suoi
predecessori, sia o meno un Pai)a leligiosamente irredentista, come
pretendono o s'augurano certi suoi ammiratori. Pio X non iiotrà a
meno di essere essenzialmente, esclusivamente Papa, pili o meno
accentuato che sia il suo atteggiamento di fronte all'Italia.
L'idea di fondere le due istituzioni è costata t,ropi)o ad entrambe
perchè, tramontata dopo l'infelice tentativo del 1848, possa ancoia sor-
ridere all'una od all'altra. Esse sono destinate ormai a procedere divise,
vadano o no d'accordo nel concetto di darsi la minor noia possibile.
Epperò, mentre l'Italia ha potuto assistere con piena serenità alla
riunione del Conclave, ap|)restandosi ad accogliere con serenità non
minore il suo risultato, i|ualunque fosse, dipende soltanto da Pio X
l'essere, o meno, un Papa moderno, di fronte all'Italia come al re.sto
del mondo. Moderno nel significato politico, sociale, intellettuale.
E se egli mostrerà di aveie per ciò volontà e capacità, l'Italia non
sarà l'idtima a compiacersene. Se non altro, perchè, ancora una volta,
essa avrà mostrato la virtù di produrre uomini .superiori, anche in
quella Chiesa, che accennava a cercale fra le genti nuove le sue più
significanti personalità.
XXX
TRA LIBRI E RIVISTE
Un busto a P. Emiliani -Giudici — Il Museo Mickiewicz — Jean Aicard — Una
lettera di Sabatier — In Libreria — « Liriche umane » di G. Bertacchi —
Varie.
Un busto a P. Emiliani-Giudici.
Nell'Università di Palermo fu inau-
gurato il 7 giugno un busto al primo
critico della letteratura italiana Paolo
p:miliani-Giudici. Un opuscolo testé
pervenutoci raccoglie i discorsi che
tennero all'inaugurazione i professori
G. A. Cesareo e Francesco Guar-
dione, la qual pubblicazione non deve
passar sotto silenzio.
Iniziatore delle onoranze fu il pro-
fessorGuardione, col concorso del Mu-
nicipio di Mussoraeli, luogo nativo del
commemorato, e di alcuni valentuo-
mini siciliani. Il busto, chequi ripro-
duciamo, è opera del giovane e forte
scultore Antonio Ugo.
Tracciò la biografìa di Paolo Emi-
liani-Giudici il Guardione, animandola
di opportuni tocchi d'ambiente storico,
brevi quadri della vita d'allora, agitata
da .sventure e da ideali, nella gentile
e ardente Sicilia, che dopo aver nu-
trito tanta fiamma di libertà si elabora
ora tenacemente ad un grande rinno-
vamento. Ne riportiamo alcuni brani.
Paolo Giudici fu in Palermo, dal
1830 al 1840, della schiera eletta dei
giovani che erano detti presi da isteria
italica. Dotato di tendenze artistiche,
disegnava, dipingeva ad olio, inci-
deva, studiava criticamente l'arte della
Sicilia: i smoì scritti d'arte apparivano
nelle Effemeridi scientifiche e letterarie
per la Sicilia e furono anche raccolti
in un volume inglese.
La .Sicilia, dopo i contrasti vigoro.si
e i terrori del 1820, sorgeva a novella
vita: fioriva una generazione di forti,
che non si ritenne mai dalle con-
giure contro la dinastia regnante, che
predilesse il carcere, l'esilio, la po-
vertà per non chinarsi alle carezze e
alle -seduzioni dell'oppressore. La .Si-
cilia, già amata nei canti del Meli e
nelle melodie del Bellini, inaugu-
rava l'italianità del pensiero.
«Ed allora apparivano, emuli di
Paolo Giudici, il Perez, il Ferrara,
Paolo Emiliani-(iin<lìi'i.
Michele ed Emerico Amari, il Lanza
di Scordia, il Castiglia, il Gemelli, il
La F"arina, il Cuppari, il Parlatore,
la Turrisi-Colonna, il Bisazza, il Mit-
chell, il Lo Forte, l'Aloysio Juvara,
il Conti, ed altri insigni; alcuni dei
quali, dopo la rivoluzione di Roma-
gna, viaggiando in Sicilia Alessandro
Dumas, si legarono alla fede politica
di Giuseppe Mazzini, che dal 1830,
nel carcere di Savona, aveva conce-
TRA LIBRI E RIVISTE
708
pito la unità della Patria, senza che
si frapponessero più barriere a' limiti
geografici.
« Il Giudici rimase in Sicilia fino
agli anni ventotto. Nato il di 3 giu-
gno 181 2, ne usciva nell'aprile del
J840. Non più tollerato dalla Polizia,
intiepiditi un po' gli affetti di famiglia
jierchè ribelle al ministero impostogli,
secondo che obbligavano le usanze
dei tempi, trovò aiuti liberali in un
esule, in Annibale Emiliani di Livorno,
] atrizio, ammiratore dell'ingegno del
giovine, e, per opera di lui, ottenne,
superati gli ostacoli gravi, di potersi
recare in Toscana.
«In Paolo Giùdici la mente si era
sprigionata da' pregiudizj vecchi della
scienza, dalle metafisiche e dal dom-
matismo della teologia, e si studiava
di possedere il libero pensiero. Leg-
geva il Voltaire e gli Enciclopedisti;
ma leggeva pure il Bruno, il Pompo-
nazzi, il Telesio, il Campanella, il
Sarpi, il Vico, il Giannone, il Roma-
gnosi, precursori del nuovo incivili-
mento: precursori i primi di quella
riforma, che, col grido di Wittem-
berg, il di 31 ottobre 1517, ridestò
nuove fiamme nella coscienza umana,
e la rifece balda di ent isiasmi gio -
vanili, meditabonda delle investiga-
zioni dell' ignoto. Non dico che il
Giudici per maturità di senno e di
anni avesse ritorti i passi: no, egli,
dall'età tenera, concepì con libero
giudizio la scienza e l'arte. Dante, lo
Shakespeare e il Goethe, il Cartesio,
il Galilei e il Bacone : dimostrando,
come apprendiamo dal Lessing, che
a intendere i grandi autori, la ma
niera più efficace è di trattarli e di
amarli come amici.
«Da Livorno, ove sbarcò il di 2\
aprile, si recò a Firenze, protetto
sempre dalla benevolenza di Annibale
Emiliani, che poi lo adottò. Lì G. B.
Xiccolmi. lì il Montanelli, il Vaniiucci
ed altri insigni lo accolsero e ne ma-
gnificarono l'ingegno e la dottrina.
«Negli anni che la critica italiana
non aveva ancora una norma, né si
fondava su leggi scientifiche, la So-
cietà Editrice Fiorentina mette fuori
il volume di Paolo Emiliani-Giudici,
che in questa prima edizione prende
il titolo modesto di Storia delle Belle
Lettere in Italia, preceduto da un
Discorso preliminare, che è un esame
rigoroso e violento dello stato della
critica presso noi e de' critici: discorso
soppresso dieci anni dopo, ripresen-
tata l'opera corretta da qualche in-
temperanza di giudizio e da acrità di
forma. Egli non è uno Schelling,
cacciato in Italia, come con parole
indeterminate si disse di Francesco
De Sanctis, ma il primo che tratta
la Storia della letteratura italiana con
critica filosofica, derivata da' fatti, e
dimostrò dovere l'Italia la sua gloria
lette-aria al concetto nazionale, che
il genio divinatore, il genio Italie >,
tradusse nelle varie forme d'arte. E
così le varie opere, che, per ironia,
correvano con la intitolazione di storia
della letteratura, misero accozzamento
di date, di curiosità aneddotiche e di
accenni biografici, e della gloria re-
cata al sapere dalla protezione prin-
cipesca, specialmente medicea, cade-
vano, rovesciate come le mura di
Gerico da' suoni di una fanfara. I
secol della vita italiana dovevano
risplendere, non più attraverso alla
bibliografia, ma a un concetto, che,
con sintesi, avesse indagate le ori-
gini. E Paolo Emiliani-Giudici nelle
prime due lezioni dell'opera, che co-
stituiscono, come tutto il periodo che
giunge fino alla caduta della Repu-
blica di Firenze, la parte originale,
segue con ardore e con nuovi intenti
le ricerche grandiose e le specula-
zioni filosofiche della Scienza Nuova
del \'ico, e del volume Dell' Indole
e de' Fattori dell' Incivilimento umano,
del Romagnosi, ignorato oggidì dai
critici, a' quali è dato compito assai
maggiore colle fatiche investigatrici
delle date di nascita, di sponsali, di
doni matrimoniali, di viaggi, di nozze.
di morti ; e nello stabilire se con-
venga una parola o piuttosto un'altra
di minore o maggior peso. E, intanto,
a' giovani d' Italia sono muti i mo-
numenti della nostra letteratura, e
nulla possono amare, perchè la cri-
tica si è circoscritta così miseramente,
ed esercita ogni arroganza!
«Egli colse dalla nostra letteratura
quello che è eterno ; notate le stelle
erranti e fisse, non le cadenti. Tutte
i|uelle foglie che caddero al vento
d'autunno e che morendo hanno rin-
vigorito la terra non sono soggetto
TRA LIBRI E RIVISTE
709
di storia. Una parola basta a' mille
echi dell'anima italiana; la storia è
per le granili voci che l'hanno espressa,
e, più che espressa, eccitata, solle-
vata o ingrandita. Il Tiraboschi e il
Ginguenée, l'uno dell' ordine bene-
dettino, l'altro divoio spietatamente
al \"oltaire, avevano diboscata lasciva
de' nomi, delle date, de' fatti, tutto
quanto è critica esterna; ma l'Emi-
liani salì al luogo luminoso ed alto,
ove con v'ersavano gli spiriti de' no-
stri grandi poeti e prosatori, e, a
gloria d'Italia, li rivelò. Lo comprese,
compiaciuto, G. B. Niccolini: ugual-
mente in Francia il Villemain, che
disse d'avere egli introdotto l'elo-
quenza nella critica e nella storia
della letteratura. Lo lodarono altri
sommi, tra cui Dionigi Strocchi, già
cadente per gli anni, e con parole
mirabili il Michelet e il Macaulay. I
gramatici, i filoioghi, gli academici
e i gesuiti gli mossero aspra guerra,
jierchè assai bistrattali. Aveva gri-
dato; Voi, con l'Austria, che c'inca-
tena e c'infossa, avete per tre secoli
congiurato contro quest' Italia, che non .
è morta, ma sepolta, e attende il di
della risurrezione ».
Dopo il '48 ominciò la traduzione
della Storia d' /nghilterra del Macau-
lay che fece molto rumore in Italia.
Tra il 1849 e il 1859 lo Em lani-
Giudici attese ad altri lavori critici
e compose anche un romanzo, Beppe
Arpia, che poi ripudiò: la mente e
l 'energia dello storico e del critico
rifulgono in ultimo nell'opera / Co-
muni e nella Storia del Teatro ben
accolta in Italia e in Inghilterra.
Nominato segretario dell'Accade-
mia di Belle Arti in Firenze, lavorò
intorno a riforme che la burocrazia
rese nulle.
;< La burocrazia- nota il Guardione-
da più che otto lustri congiura sempre
allo sterminio dell'ingegno italiano;
lo rende fiacco, lo calpesta, gli chiude
le porte ad ogni progresso, e giorno
per giorno uccide il cittadino, io scrit-
tore e l'uomo; perseguitando i mi-
gliori, jiremiando i più inetti! »
E r Emiliani-Giudici si dimise e
viaggiò libero per l'Europa.
« Nel 1867, pochi anni prima di
morire, rappresentò il collegio di Ser-
radifalco alla Camera nazionale, e si
tenne sempre col Rattazzi. Chiusa la
legislatura, dimessosi, ritornò a viag-
giare, e, fermandosi in Inghilterra,
studiava di c<mtinuo quel popolo e
quegli ordinamenti, che gli si erano
connaturati. La morte lo colse nel-
l'agosto del 1872. Fortunato che
vide le nostre armi trionfare nell'alma
Roma ! »
Il discorso termina con una nota
tristissima. Dov'è la salma di Paolo
Emiliani-Giudici? Secondo ricerche
del Guardione, il Giudici visse, in In-
ghilterra, a Tonbridge e mor'i ad Ore,
villaggio presso Hastings, e il Guar-
dione avverte a questo proposito :
« Ormai il dovere è di chi rappre-
senta questa funzione organica, che ha
nome di governo, e regge le sorti
della Nazione! »
Il prof. (i. A. Cesareo deli eò la
fisionomia dell' Emiliani-Giudici po-
nendola nei giusti rapporti col pen-
siero critico del tempo.
« Il secolo .wni - disse il Cesareo -
fu vituperato, a torto, secondo me,
come il secolo degli abati, degli ar-
cadi, dei cantanti e degli avventu-
rieri.
« Sotto codesta superficie si nascon-
deva ben altro; si nascondeva un
fremito d'idee, d'aspirazioni, di rin-
novamenti, che poi si manifesterà in
tutte le espressioni della vita e della
coscienza in Italia e fuori d" Italia;
espressioni non soltanto sociali, filo-
sofiche, religiose, economiche, ma
anche letterarie e critiche. .,
Il Che cosa avea fatto il secolo xviii
circa. il metodo critico e circa lo studio
della letteratura italiana?
« Si possedevano delle raccolte di
fatti, di notizie, di documenti; i vo-
lumi del Crescimbeni, del Gimma,
del Quadrio e la .Storia monumentale
del tenace abate di Modena, Giro-
lamo Tiraboschi ; ma ;utti costoro
non avevano fatto altro che accumu-
lare testimonianze, date, notizie, ma-
teriali d' archivio. Questo è ciò che
apparisce, ciò che fin qui gli storici
riconobbero e riconoscono del mo-
vimento letter irio e critico nel se-
colo xviii. Eppure c'era dell'altro.
Il secolo xviii aveva avuto un uomo
che, senza quasi alcuna azione al
tempo suo, .soleggiò poi improvvisa-
mente su tutto ciò che riguarda il
710
TRA LIBRI E RIVISTE
metodo storico e il concetto partico-
lare e generale dei tatti. Giambattista
Vico, una delle più grandi menti che
abbia avuto l'Europa nel Settecento,
lanciò per la prima volta, senza forse
né pur misurare tutta la lunghezza
del cammino che avrebbe percorso,
il dardo di luce della sua intuizione;
e ancora quel dardo sfavilla sul no-
stro secolo, e noi ci sentiamo illumi-
nati dal bagliore che se ne sprigiona,
e tutte le nostre ricerche, le nostre
costruzioni, i nostri metodi nuovi
continuano ad essere rischiarati dalla
fiamma inestinguibile del pensiero di
tiiambattista N'ico.
«Il Vico fondò lafilosofìadella storia
e la filosofia della letteratura. I tre
grandi principj del V'ico : quello dei
ricorsi storici, quello dell'attività in-
tellettuale e scientifica contrapposta
all'attività intuitiva ed estetica, quello
finalmente della legge di relazione
tra l'opera d'arte e l'atmosfera mo-
rale in cui ella fu prodotta, sono per
l'appunto le colonne basilari della
critica nuova, che, restituita in onore
appena da qualche anno tra noi,
spazia già da ogni lato su tutti gli
orizzonti delle idee e dei fatti. L'a-
zione del \'ico al tempo suo fu, come
ho detto, più tosto scarsa ; ma oggi
si comincia a discoprire tutta la lu-
cida profondità di quelfintelletto me-
raviglioso ».
Il Cesareo cita fra' critici anteriori
Francesco Torti, il Foscolo, il Ber-
chet. Dopo questi in buon punto
giunge il Giudici:
« Egli fu il primo che avesse l'ar-
dire, la perseveranza e la fortuna di
tentare una storia generale della let-
teratura italiana, la quale, non sol-
tanto un muto ed informe accumula-
mento di fatti, ma anche fosse una
costruzione ordinata, logica, intera,
circonfusa di verità e di bellezza; un
timpano, per cosi dire, che risonando
la varia, mutabile e complessa co-
scienza d'un popolo espressa in pa-
role di poesia, avesse l'unità ricca
e molteplice, la significazione coerente
e profonda, il carattere originale,
determinato e continuo, che sarà stato
proprio di quella co.scienza ne' gradi
successivi del suo svolgimento.
« Oltre a ciò egli fu il primo che
in una storia della letteratura italiana
scrutasse la legge rivelatrice dei fe-
nomeni letterarj : egli intuì che un
fenomeno letterario non si produce
per generazione spontanea, ma invece
è il risultato d'una lunga elabora-
zione della coscienza collettiva onde
nacque, e quindi è rivelato da leggi
che vanno ricercate e illustrate, e il
primo obbligo del critico è appunto
quello di ricercarle e illustrarle ».
Egli non applicò la teoria col me-
desimo acume con cui la concepì,
« ma fu pure un dei gagliardi e gene-
rosi lavoratori che apriron la via a
successori più fortunati, i quali po-
teron diboscare più sicuramente dietro
i primi tentativi e i primi sforzi. A
Paolo Emiliani-Giudici dobbiamo noi
saper grado dell'avere egli primo
tentato una storia della letteratura
con criterj razionali e moderni, filo-
sofici e estetici ; dobbiamo sapergli
grado dell'avere egli primo trovato
certe leggi ideali che pur oggi cia-
scun critico d'acuto intelletto può ac-
cettare e applicare ; dobbiamo infine
sapergli grado dell'avere egli primo
tenuto conto di certe tradizioni, di
certi intendimenti, di certi pensieri,
'di certe aspirazioni, che, nate nella
grande coscienza italiana, erano stati
fino a lui poco o punto tenuti a cal-
colo, e dell'essere stato tra quelli che
non soltanto ne dimostrarono l'im-
portanza, ma li praticarono con intel-
letto vigile e con cuore fedele ».
Il Museo Mickiewicz.
La K'iK'ue Rkue ci dà notizia dif-
fu.sa di questo Museo apertosi testé
a Parigi in onore del grande polacco,
sul Quai d'Orléans, sopra ai locali
della Biblioteca polacca. Il figlio del
poeta, che l'ha amorosamente prepa-
rato, avrebbe voluto .stabilirlo in Li-
tuania, nella casa natale di Adamo
Mickiewicz : ma la co.sa non era pos-
sibile, poiché ivi perfin la lingua
polacca è interdetta. Così, Parigi,
patria degli esiliati, accoglie ora le
memorie della vita del poeta nazio-
nale di Polonia, evocazione di tutta
un'epoca ammirabile e troppo obliala.
Ritratti, fotografie, litografie, mo-
strano il Mickiewicz in vari momenti
della sua vita avventurosa e nobile.
Altri ritratti ricordano gli amici di lui.
Chopin, George Sand,.Slovvacki, Kras-
TRA LIBRI E RIVISTE
711
mski, Ailain Czartoiyscki, Lamen-
iiais, Quinet e la sua prima moglie
Mme Dumesnil figlia di Michelet, e ar-
tisti e ufficiali e preti... Poi vi sono dei
manoscritti ; l'Ode sulla presa di Bo-
marsund, una pagina della terza parte
degli Avi. una lettera ornata d'una
aquila bianca, vestigio di quella le-
gione polacca d'Italia che Mickiewicz
fondò nel 1S48, frammenti di poesie...
L'ultima penna, il calamaio del poeta,
il foglietto d'una lezione di turco
ch'egli prese a Costantinopoli la vi-
gilia della sua morte. Degli autografi
di Thomas Moore, di Klopstock, di
Goethe; ciocche di capelli di Napo-
leone I, di Lammennais, di Mickie-
wicz stes.so e della donna da lui
amata, la tenera e poetica Carolina
Jcenisch.
Tre biblioteche racchiudono un
migliaio di volumi, tutte le edizioni
del poeta, e le opere di cui egli è
il soggetto: 150 cartelle contengono
opuscoli ed estratti di giornali e ri-
viste.
Jean Aicard.
Nunes, Réziers, Grange; ecco che
i Fiancesi diventano più latini di noi.
11 Midi, cosi simpaticamente burlato
da Alfonso fìaudet, esuberante, ner-
vo.'-o, pittoresco, dà ora degli spet-
tacoli degni degli antichi. A Nimes,
nella maravigliosa cornice delle Are-
ne, Mounet-Sully rievoca i dolori di
Edipo Ri' e può espandersi nell'am-
piezza di tutti i suoi mezzi assai più
che non abbia potuto l'inverno scorso
nel nostro minuscolo teatro Valle ; a
Grange la signora Gerville-Réache
canta i lamenti A' Orfeo nelle note
classiche di Gluck; a Reziers si svol-
gono i grandi quadri neo-.greci di
Saint-Saèns.
E noi che abbiamo tanti resti di
anfiteatri, che potremmo con poca
spesa crearci questo doppio spettacolo,
- di artisti liberi infine di raggiungere
il massimo della loro potenza, sia nel
campo tragico, sia nel dramma mu-
sicale, e di un popolo vario, esube-
rante, spontaneo, che applaude, in-
coraggia, stabi lisce una corrente nuova,
forma una vera unità coi suoi artisti -
noi non facciamo nulla.
Lo scor.so anno contemplavo la folla
nella piazza di Siena alla Valila Bor-
ghese. Nell'arena si movevano degli
artisti di circo e degli stalloni; spet-
tacolo interessante in modo assai limi-
tato. Ma il digradar della folla vario-
pinta di spettatori sotto l'immobilità
dei grandi pini e sotto il cielo romano
cos'i glorioso, cos'i mutevole ed in-
sieme improntato d'eternità, gli scoppi
d'applausi così fitti e fragorosi eppur
cosi in tono con la scena circostante,
perchè dispersi e fusi nella grande
atmosfera, mi davano un'emozione che
era accresciuta da evocazioni e da
vi.sioni, e mi facevano immaginare
quanto sarebbe facile infine gettar nel
nostro popolo qualcosa ch'egli desi-
dera e che lo scaldi; quanto sarebbe
facile crear quest'anima nazionale, o
meglio evocarla, poiché esiste da se-
coli, esiste da quando il popolo vive e
muore sulla terra d'Italia!
Manchiamo di poeti? Manchiamo
d'interpreti? Manchiamo di pubblico?
O manchiamo di Consigli comunali
intelligenti?
Poco dopo, alla venuta in Roma
di Re e Imperatori, si allestirono se-
rate di gala, ecc. ecc.
Non è la stessa cosa!
Al teatro d'Grange Sarah Bernhardt
ha rappresentato la tragedia in versi
di Jean Aicard ; La legende du coeiir,
tratta dalla vecchia favola provenzale
d'un sire geloso e ingannato che fece
mangiar alla sposa infedele il cuore
dell'amante. Il lavoro, in cinque atti,
ha avuto un successo grandissimo,
ed ha costituito un nuovo trionfo di
Sarah, travestita da trovatore.
Jean Aicard è conosciuto fra noi
solo quale autore di Papà Lehonnard ,
il cavallo di battaglia di Novelli. Di
lui cosi scrive la fine scritrice d'arte
ch'è Harlor nella Fronde:
« Le idee di bontà, di giustizia, gli
sembrano un elemento d'arte degno
di considerazione. Con un'insistenza
cavalleresca, eglihaintrodotto in pres-
soché tutti i suoi lavori delle proteste
contro le malvagie tirannie - e special-
mente quelle dell'egoismo. Egli ha
senza po.sa predicato la pietà, l' indul-
genza, il perdono, il sacrificio ; poemi,
romanzi, tutta la sua opera é avvolta
in un'atmosfera di clemenza, d'al-
truismo.
j\i
TUA 1.1 nRl E RIVISTE
« Egli appartiene a quella genera-
zione nata dal misticismo filantropico
liei '-i-S, dall'entusiasmo e. dalla nic-
l^'aloniania romantica. K vero che
r .Aicard .s'c dichiaralo contro quella
psicologia d'enfasi. « Le liéros sans
faiblesse n'est pas plus vrai que l'hom-
nie de genie sans défaillance », ha
scritto egli nel Pavé d'amour, uno
dei libri ove si scopre meglio il fondo
della sua sensibilità. Ma benché desi-
deroso degli individui « non troppo
Jean Alcard.
estranei alle nostre sciocchezze, ai
nostri vizii anche » egli ne fa dei mo-
delli di bellezza morale che si J ele-
vano facilmente al sublime. I quattro
atti di Smilis (rappresentati nel 1884
al Théàtre Francjais) sono una scuola
d'eroismo alla 1830. Tuttavia, molto
sinceramente, Jean Aicard non si ap-
plica a « continuer le romantisme ».
Egli ama le grandi azioni, ma senza
accompagnamento di effervescenza ver-
bale, senza gestico'azione sovrecci-
tata. Dei nobili sentimenti sono tra-
dotti in una lingua semplice da es.seri
di condizione media ».
Papà Lebonnard è il miglior esem-
pio di questo suo temperamento arti-
stico.
Me malgrado tutte le cure per
conser\'are ai suoi personaggi il tono
del loro ambiente, l'Aicard non è
affatto un realista. La sua dottrina è :
« t^tre vrai sàns basses.se, chercher le
beau dans le réel ». Questa estetica,
dice Harìor, e i suoi sentimenti uma-
nitari disponevano Jean Aicard a ren-
der omaggio al lavoro del popolo.
« Egli ne lodò specialmente ciò che
tocca più il cuore d'im poeta - e sopra-
tutto d'un poeta del Mezzogiorno: la
coltura della terra. Non aveva ven-
t'anni e già pen.sava al poema, che do-
veva efser accolto tanto entusiasti-
camente quando venne pubblicato
nel 1884, Miette et Noré, idillio pro-
venzale. Egli ha cercato di lasciar
spontaneamente parlare l'anima lo-
cale, il genio popolare ; e le passioni,
le situazioni, il linguaggio sono d'una
semplicità perfetta. Nullameno, l'idea-
lizzazione è costante. II poeta ha vo-
luto discendere sino ai contadini, e
li ha elevali a sé: egli li ha compresi,
ma essi, l'hanno uguagliato.
« ...Egli ci addita un paese di luce,
di dolcezza atmosferica, di grazia vege-
tale, delle foreste ospitali, delle pinete
odoranti, dei luoghi che « selon le
mode grec » non schiacciano l'uomo,
dei campagnoli allegri, non aventi
punto ricevuto dal suolo delle lezioni
di parsimonia, e, a causa del felice
clima, tratti- all'ottimismo. Pa.stori,
vendemmiatori, vignaiuoli, fanciulle,
vecchie, hanno fino nei loro errori
una specie di freschezza arcadica... E
sotto la mansuetudine cristiana passa
un soffio pagano, quella concezione
della vita ardente che caratterizza i 1
meridionale, quali si siano i suoi con-
tatti con le civiltà del Nord dallo spi-
ritualismo frigido. Panteismo e uma-
ni.smo.
« M. Jean Aicard spiega l'abitante
a traverso la descrizione del pae.se.
La Provenza fertile, affabile, produce
Miette et Noré : lo sterile, delta del
Rodano scusa i selvaggi amori d'un
mandriano e d'una bohémienne, di quel
re di Camargue (nel romanzo co.sì in-
titolato) che non sarebbe forse co.si
rude, primitivo, docile ai suoi istinti,
se avesse respirato un'aria meno sal-
mastra e brutale di quella del Vac-
carès.
« ...L'amore della natura appare
ancora nel suo gu.sto per tutto ciò che
ha carattere famigliare, e per l'in-
anzia, alla quale ha dedicato una dei
suoi libri più noti : I.a Chaii'^oii de
i Enfant » .
TRA T.IBRI E RIVISTE
713
Una lettera di Sabatier.
Nel Times dell" 8 conviUe trovo la
segufiile lettera. I giornali italiani, oc-
cupati attorno agli aneddotti sul papa
vecchio e sul papa nuovo, non l'hanno
notata. Essa è rivolta al direttore del
gran giornale di Londra:
« I viaggiatori che passano ad As-
si.si sono penosamente colpiti dal
numero dei fanciulli che mendicano
nelle strade e nelle chiese.
« La massima parte dì questa men-
dicità non è dovuta a poltroneria o
a mancanza di risparmio. Il popolo
d'Assisi è sempre poverissimo e una
cattiva annata come la presente, nella
quale i raccolti su cui essi si appog-
giano sono stati distrutti dalla gran-
dine, li riduce all'attuale miseria. Per
tali disastri non c'è alcun sollievo in
Italia da parte dello Stato.
« Finora non ci fu possibile trovar
rimedio a questa deplorevole condi-
zione di cose; ma ora posso, con
profonda sodisfazione, informare tutti
coloro che prendono interesse alla
Città serafica, o che hanno sentimento
di gratitudine verso di essa, che una
società per la Refezione scolastica è
stata fondata. Una volta al giorno
durante l' inverno, ogni ragazzo delle
scuole elementari d' Assisi riceverà
l'alimento di una nutriente minestra.
Co.si speriamo con un so'o sforzo di
ottenere doppio risultato I ragazzi
saranno nutriti e le scuole - di cui non
ho che a dir bene - verranno frequen-
tate da molti fanciulli che finora fre-
quentavano le strade ed erano costretti
a mendicare. Sono convinto che le
condizioni della popolazione di Assisi
possono venir convenientemente mi-
gliorate.
« Mi appello a tutti gli amici che
Assisi conta in Inghilterra per aver
aiuto in que.sta opera eccellente e
sarò felice di trasmettere ogni dono
che mi sarà commesso. Il bisogno è
più o meno costante, ma una somma
di almeno 500 sterline è necessaria
per il prossimo inverno. Se riceve-
remo di più, ciò costituirà un fondo
per l'avvenire. Le sottoscrizioni po.-;-
.sono mandarsi con chèque o vaglia
postale (pagabile ad Assisi) e saranno
da me riconosciute e accompagnate
con ricevLita del te.soriere Fiumi. Una
copia del resoconto della Società sarà
inviata a tutti gli amici che la desi-
der.ino.
« P.\OLO S,\RATIF.R «.
Connuenti diversissimi si possono
l'are a questa lettera. Non ne farò,
lo non sono talmente nazionalista da
offendermi se l'uomo aiuta l'uomo,
anche di patrie diverse. Ma vorrei
che la piccola punta di umiliazione
che ogni italiano non può non sen-
tirne, fosse efficace, destasse certe
attività sopite, specialmente in chi ha
il mandato di amministrare, gover-
nare, ecc. ecc.
La produzione del legno
in Svizzera.
Stupisce il fatto che la .Svizzera,
colla sua grande superficie boschiva,
sia tributaria agli altri paesi sia per
il legno da costruzione, sia per quello
combustibile. Eppure la Gazeftede Lau-
sanne ce lo afferma. Le foreste - essa
scrive - sono nella Svizzera ripartite
in maniera molto ineguale. Mentre
i cantoni del Giura e quelli dell' alti-
piano sono generalmente ben fitti d'al-
beri (Schafthouse 39 per cento della
superficie totale, Soleure 36, Argo-
via 31, Neuchàtel 28, Zurigo 27,
\'aud 23) il rimboschimento d' altri
cantoni è poco denso o insufficiente
(Ticino 21 per cento. Lucerna 20, Fri-
burgo e Schwytz 18, Valais e Gla-
ris 15, L'ri io. - Media di tutta la
Svizzera 20.6 per cento).
La produzione del legno varia tlun-
que considerevolmente da un cantone
all'altro. Si v'erificano compensazioni
tra una contrada e l'altra, è vero,
ma esse si produrrebbero su una scala
più vasta se le tariffe svizzere dei tra-
sporti indigeni le favorisse maggior-
mente. Invece, grazie alle tariffe d'in-
troduzione, il legno straniero, specie
quello d'Austria e della Germania
del Sud, è trasportato in Svizzera a
miglior mercato del legno locale che
si trasporta da un cantone all' altro.
Pertanto, anche se le compensazioni
fra le contrade più o meno boschi\e
potessero effettuarsi più facilmente, re-
sterebbe ugualmente un considere-
714
TRA I.IBIU K HIVISTE
vole deficit di protkizione. La stati-
stica doganale ne dà la cifra.
Nel 1902 l'eccedente dell'importa-
zione suir esportazione è stato di
fr. 11,035,803 contro fr. 10,160,115
nel 1901. Questo deficit k in progres-
sione lenta ma costante: la produzione
locale è sempre meno in grado di sod-
disfare alle esigenze crescenti della
richiesta.
La quantità del legno importato
(da costruzione e da fuoco) è stato
di 2,778,918 quintali, ossia circa
505,000 metri cubi, mentre la Sviz-
zera non Ija esportato che 163,150
quintali, ossia circa 309 metri cubi.
L' eccedente d' importazione è dun-
que di 500,000 metri cubi in cifra
rotonda.
Quale è ora la produzione nazio-
nale? I dati che si possiedono in
proposito sono, continua la Gazette
de Lausanne, assai incompleti. Si co-
nosce il prodotto delle foreste pub-
bliche, ma non si hanno statistiche
concernenti le foresi'- private. E su
una superficie boschiva di 854,467
ettari per tutta la Svizzera, le foreste
demaniali occupano 38,172 ettari e le
foreste comunali 572,181 ettari, ossia
in totale 610,353 ettari di foreste pub-
bliche. La produzione media di que-
ste foreste è attualmente di circa
2 milioni di metri cubi (nel 1902,
I '9571557 metri cubi, nel 1901,
2,189,063 metri cubi;, ossia metri
cubi 3 e un quarto per ettaro. Re-
stano i 244,114 ettari di foreste par-
ticolari sul reddito di cui non si hanno
dati. Un solo cantone, quello di Neu-
chàtel , esercita un controllo abbastanza
rigoroso su que.ste foreste perchè siamo
approssimativamente informati sul lo-
ro reddito in cubi ; nel 1901, 3.5 me-
tri cubi per ettaro. In massima si può
calcolare clie il reddito delle proprietà
])rivate sia un jjo' inferiore a quello
delle terre amministrate dal servizio
forestale. Fissando a circa 3 metri
cubi il reddito per ettaro dei 244,114
ettari di foreste particolari, arriviamo
ad una produzione annuale media di
metri cubi 750,000. Aggiungete a ciò
il prodotto delle foreste pubbliche per
2,000,000 nietri cubi e avremo un
totale di '2^750,000 metri cubi di pro-
duzione di legno svizzero.
L' eccedente li' importazione essen-
do di 500,000 metri cubi rotondi, il
consumo totale de! legno in Svizzti.i
sarebbe di 3,250,000 metri cubi.
Per raggiungere questa cifra, la pro-
duttività delle foreste dovrebbe esser
portata da 3.25 metri cubi per ettaro
a 3.80 metri cubi. Se ciò non fosse
possibile, bisognerebbe aumentare la
superficie boschiva di 155,000 ettari,
ossia circa del 18 percento. A quelli
che potrebbero temere che questo au-
mento delia superficie forestale tra-
sformasse tutta la Svizzera in una va-
sta foresta, si può assicurare che i
150,000 ettari non rappresentereb-
bero che un aumento di foresta del
3.7 per cento della superficie totale
della Svizzera.
Del resto, terminala Gazette de Lau-
sanne, « esistono nel nostro paese an-
cora delle grandi superficie di terreno
incolto o improprio alla coltura agri-
cola. Questi spazi oggi improduttivi
sono designati per esser trasformati
in foreste. Una volta rimboscati, que-
sti terreni sarebbero adatti non sol-
tanto a ricoprire il deficit di legno
di cui ci lamentiamo, ma anche a
proteggere il paese contro le meteore
nocive e ad abbellirlo col loro rigo-
glioso ornamento ».
In Libreria.
Gli editori non hanno chiuso de-
finitivamente la loro stagione poiché
parecchi libri ultimi venuti, e non
dei meno pregevoli, ci attraggono lo
sguardo colle copertine nuove o di-
pinte o con nomi già noti e simpa-
tici. Ci affrettiamo a darne annunzio
al nostri lettori.
L'n libro di stagione è questo
Alpinisti Ciabattoni di A. G. Cagna,
nuovamente apparso dopo molti anni
dalla prima edizione e dal primo suc-
cesso, presso L'irico Hoepli. A])-
punto questa edizione d'un libro for-
tunato mostra il progresso compiuto
dall'arte libraria in Italia. La diffe-
renza fra le prime edizioni di Alpi-
nisti, e questa del solerte editore lom-
bardo è poco più notevole di quella
che si riscontra fra questa stes.sa ap-
parsa testò e la terza edizione di Pro-
vinciali, un altro fortunato libro dello
stesso autore ajipar.so ora a Vercelli
alla Tip. Gallardi e Ugo. L'edizione
tlell'Hoepli è elegantemente illustrat
TRA LIBRI E RIVISTE
715
con acquerelli e disegni interessami
del pittore Grassis", e con fotografie
semplicemente meravigliose. In tal
modo il gaio novellatore vercellese
vien tratto fuori dalla sua regione che
ha già esilarato per parecchi anni col
suo humour sano e di buona vena
e vien divulgato nella penisola.
A proposito d'illustrazioni fotogra-
fiche dobbiamo segnalare qui un li-
bro : / fumi del haitello, scene val-
sassinesi di Piero Magistretti, con il-
lustrazioni dell'Autore. Il tentativo
d'introdurre la fotografia direttamente
ad illustrare novelle e romanzi ha
prodotto, all'estero, ben poche buone
cose e moltissime pessime. Quando
il fotografo ci mette innanzi un am-
biente o un paesaggio, ha probabi-
lità di riuscire, ma quando vuol se-
guire i personaggi d'un'azione mossa
da sentimenti, allora è facilissimo
ch'egli cada nel falso e nel grotte-
sco. Ma ia fotografia è ormai diven-
tata un'arte. Nelle grandi esposizioni
vediamo ch'essa compone e colori-
sce dei veri quadri. È venuto perciò
il tempo che s'introduca nel libro,
trasportandovi le nuove conquiste.
Questo libro, stampato dalla ditta
Clerc di Milano, non ci mostra an-
cora il sommo della fusione dell'im-
magine grafica col testo, ma è quanto
di meglio ricordo di aver veduto fin
qui in Italia.
Uno scrittore piemontese che da
parecchi anni coscienziosamente stu-
dia e riproduce l'ambiente e i per-
s~jnaggi della sua forte regione, Ber-
nardo Chiara, ha testé pubblicato coi
tipi del Lattes di Torino im nuovo
romanzo: Paolo Sylva.
Fra i libri d'arte notiamo una mo-
nografia di Carlo Romussi : /iiloriio
alla facciata del Duomo di Milano
(Sonzogno), in cui; rintracciate le vi-
cende di questa cosi discussa parte
di uno dei più illustri monumenti
mondiali, narrato del concorso inter-
nazionale per una nuova facciata il
cui vincitore mori lasciando in ta!
modo la questione riaperta, propone
che si pensi soltanto a completare
l'attuale, il cui coronamento richiede
un restauro.
// Trionjo della Morte e la Danza
Macabra è una o[)portuna illustra-
zione dei celebri atfreschi esistenti in
elusone di Bergamo e ci rivela l'ur-
genza di un restauro che mantenga
quel monumento, il quale è un dei
più notevoli del genere. Due grandi
tavole ornano il testo.
L'editore Pustet di Roma ha pub-
blicato una serie di lezioni tenute
dal Padre Alessandro Ghignoni a Ge-
no\a sul Pensiero cristiano ìieW Arte
(secoli i-iv).
La R. Deputazione veneta di Storia
Patria ha chiuso la pubblicazione dei
Diarii di Marino Sanuto con uno
studio-prefazione di Guglielmo Ber-
chet, uno dei volenterosi che con-
corsero alla lunga e faticosa impresa
cominciata or fa un quarto di secolo.
Tutta l'opera è una bella prova del
progresso degli studii storici in Italia.
* *
Fra i libri stranieri che attendono
sul nostro tavolo meritano partico-
lare menzione la Storia degli Stati
Uniti, un grosso volume edito dalla
Tipografia dell'Università di Cam-
bridge, appartenente alia vasta The
Cambridge Modem History ideata dal
compianto Lord Acton, e lo splen-
dido volume Britain and the British
Seas di H: J. Mackinder, splendida
pubblicazione corredata di numerose
carte e d'incisioni, dovuta all'editore
Heinemann.
La History of French Versification
del prof. Kastner (Clarendon Press,
Oxford) è da indicarsi all'attenzione
dei letterati e dei filologi.
*
* *
Il fecondo e valente romanzieri;
francese Paul Adam, che cominciò
con La Force (un fortissimo lavoro)
a illustrare la vita francese nella prima
metà del secolo scorso, prosegue ala-
cretnente nel suo intento e dopo
y Enfant d' Austeri itzcx dà ora, a breve
intervallo di tempo, due altri grossi
volumi, La Buse e Au Soleil de Juillet.
il quale ultimo viene fino al 1830.
Ches les Rois è una collana di vi-
vaci eil attraenti bozzetti storici di
Adolphe Aderer, editi dall'editore
Fontemoing, il quale ci manda pure
in una delle sue eleganti edizioni
una serio di intere.s.santi conferenze
sulle questioni sociali più dibattute
oggidì .sotto il titolo generale Idres
sociales et Faits sociaux.
711)
TRA LIBHI E RIVISTE
L'editore Felix Alran, di cui e
nota' univcrsalnieiitc la preziosa />'/-
hliothcqite de Pki/osophii' coiiìcinpo-
raine, col inagnific(j Traile de Biologie
tli Felix l.e Dantcc, pubblicato in una
tdizione illustrata, elegante, chiara e
austeramente signorile, ci dimostra
eh' è oramai tempo che si comprenda
da parte di autori e di editori non
essere necessario alla fatica dello stu-
dio e dell' esame ponderato nei libri
di scienza aggiungere 1" irritazione
degli occhi e 1' offesa del gusto.
Uno sguardo alle riviste. La Rivista
Musicale Hai lana, un periodico ele-
gante e solido in cui la storia e l'arte
e la scienza si uniscono con equi-
librio, continua a pubblicare le impor-
tanti ricerche di Angelo Solerti sulle
origini e la .storia del melodramma ;
G. Zambiasi analizza coi dati della
fisica e della fisiologia il fenomeno
musicale, e Luigi Torchi vi esamina
le opere moderne, fra cui V Oceana.
Nella Critica del luglio Benedetto
Croce delinea con una delle sue Xofe
la fisionomia artistica di Giovanni
Verga, e (jiovanni Gentile prosegue
il suo studio su La filosofia in Italia
dopo il /<S'5().
Interessante è il fascicolo d'agosto
Ae.\V Emporiìtm con un articolo di V.
Pica su Charles Cottet, il nostalgico
pittore della gente di Bretagna, e un
articolo di Matteo Pierotti sui Monu-
menti d'arte nella Toscana ignota.
\J' Empo riunì può gareggiare ora con
le più eleganti e vivaci riviste d'arte
estere e porta certamente fra gli stra-
nieri una buona opinione non sol-
tanto della nostra attività nelle arti
belle, ma anche dei nostri metodi
illustrativi. Annunziamo con piacere
due nuove serie illustrate emesse dal-
l'Istituto di Bergamo, una di geografia,
la quale s'inizierà con un viaggio di
.Scipione Borghese In Asia, e una
biografica che incomincerà col nome
ai Dante. Il primo fascicolo dell'. -//-fc
a Venezia del Pica è pure imminente.
Les Aris, la gran rivista d'arte pub-
blicata da Manzi Joyant e C", porta
nel suo numero di luglio un arti-
(^olo di André Michel su Le Cava-
lier Beritin, ornato di grandi ripro-
duzioni e la prima parte di uno stu-
dio di Marquet de Vasselot su la
Collezione della Marchesa Arconati-
l'isconti, una galleria di grande im-
portanza, contenente quadri del I.uini.
del Ghirlandaio, di A. de Predis, ecc.
La stessa casa pubblica pure Les
Modes, il cjual iieriodico mensile ha
poco di comune coi giornali di mode,
contenendo quadri di pittori antichi
e moderni, di Reynolds e di La Gan-
dara, di.segni di Helleu, di Johannot
e di Boldini, ritratti di donne illu-
stri, eseguiti da veri artisti, e scritti
di Hermant. ecc.
Le Tour du Monde è una rivista
.settimanale di viaggi, largamente il-
lustrata, che pubblica la casa Ha-
chette : in uno degli ultimi numeri
notiamo un articolo di M. Reymond
de Broutelles dal titolo Carrare: la
ci té du Marbré.
Buone riproduzioni d'arte ci mo-
stra pure l'ultimo numero della rivista
rumena Literatura si Arto Romana
che illustra una importante esposi-
zione di pittura e scoltura tenutasi
in Bucarest nella primavera scorsa.
Una nuova ed elegante, rivista spa-
gnuola è Helios, di cui riceviamo il
quarto numero, contenente un articolo
di Maria ÌVIonterrey su Matilde Serao.
Esce a Madrid ogni mese.
« Liriche umane » di G. Bertacchi.
E un libro di profonda poesia. Ca-
ratteristico nel Bertacchi è il senso della
natura, che compenetra le sue fanta-
sie storiche e le sue visioni di vita
odierna con un'impronta di costante
mutamento, di evoluzione eterna. Egli
è un dei poeti che serbano nel san-
gue un ricco elemento nativo, di
terroir. e formano la moderna poesia
italiana cosi varia di sapore e di ri-
sonanze. I^e sue Alpi Rezie splen-
dono, si colorano, cantano, in tutta
la sua poesia. Egli non ha un' im-
pronta personale che lo stacchi niti-
damente dai poeti morti e viventi :
rasente sopratutto dei romantici, nella
tecnica e nel sentimento; ma è sin-
cero e la sua assoluta sincerità forma
e distingue la personalità sua.
La pianura lombarda, il lago di
Como, i paesaggi indimenticabili dei
Projnessi Sposi ci riappaiono dinanzi
coi toni stessi che già servirono ai
maggiori e minori romantici lombardi,
segno che il suolo stesso li inspira.
Ma le cose d'oggi altresì danno ai
TUA l.llilU r: KiVISTK
canti di Giovanni Bertacchi un saldij
suono. Leggete Epica minima, l 'oci
storiche, Leone Xlfl.
Il poeta chiude il suo volumetto
con una lirica che presento ai lettori.
Questo libro è un passo decisivo ol-
tre quelli segnati dai precedenti di Gio-
vanni Bertacchi. Maggior sicurezza
nella tecnica, - il cui progresso gli
esperti noteranno anche in questa rac-
colta, appena superate le prime poe-
sie, in cui la semplicità e la sponta-
neità che formano il gran pregio della
maggior parte è ottenuta a spese del-
l'armonia e della nobiltà - maggior
novità e fusione d'immagini e di sen-
timenti. In conclusione, saluti;\mo un
])oeta adulto e attendiamo d'oggi in-
nanzi con simpatia ed ammirazione.
Ecco il canto :
Io MIGRANTE.
Io sono 11 figlio di un'età di miti
scortato da un'antica aura di numi ;
mossi pei monti, per gli espansi liti
e camminai co' fiumi.
Superai lontananze favolose
per arrivare ad affermar me stesso,
e salutar fra l'esultanti cose
l'ora ch'io sento adesso.
1 Io viaggiato secoli ; passai
cu' vecchi eroi lungo le grandi strade ;
partii co naviganti ed esplorai
le vergini contrade.
( )ra vu per quest'orbe affaccendato,
re delle voci e de le forme belle;
ora vo nelle notti, accompagnato
dai cieli e da le stelle.
l_)li, certo basta un cosi rude assenso
per che l'uom possa dire ; Io nacqui, io vivo ;
certo gli basta questo aprire il senso
al vasto aere nativo...
l'ure altre gioie io so; gli ampi reami
della vita presente, al pensier mio
invian frastuoni d'opere e richiami
d'anime umane ; ond'io
grande ne' cauti come un re pastore
guido lungo le valli e verso i niari
le novelle tribù per l'alte Hore,
pei campi aperti e chiari;
guido la torma delle mie canzoni
a córre il meglio delle terre apriche,
dove passan coi giorni e le stagioni
le placide fatiche.
.\nche talor, cedendo alle mie vaghe
fole, abbandono il suou presente e il molo,
e soletto miavvio verso le plaghe
dell'avvenir remoto.
Giungo stanco, di sera, in mezzo ai prati
dove sono i redenti a liete cene ;
quivi in un gaudio di bicchieri alzati
mille faccie serene
si rivolgono a me... — Fermati ! Siedi !
Dove è mensa di forti ivi è la meta...
Tu che vieni da lungi a queste sedi
canta, se sei poeta !
Cantaci quel che furono gli eroi
e le belle d'un dì; per quali immense
vie di speranza conseguimmo noi
queste fraterne mense... —
— Uomini del convito, - allor rispondo -
io fui poeta in un'età di prove;
vidi dal lavorio d'un vecchio mondo
uscir le forme nuove...
Ma d'una in altra forma io ravvisai
un patto muto, un vincolo indefesso,
un divenir che non riposa mai,
e fili poeta in esso.
Cantai la poesia dei veri umani
pur sapendo che passano: dall'oggi
vidi allungarsi il mistico domani
come dagli alti poggi
de le mie valli un ondular si vede
d'altre giogaie che il pastore addila.
Rccaiido in me questa migrante, fede
io non fissai la vita
per sa\)ali solenni e per vicende ;
non giudicai compiuto alcun destino;
poela errante fui sotto le tende
d'un popolo in camiiiinu.
Cosi per voi. Di là dai paesaggi
coronanti la vostra ampia dimora,
io veggo prepararsi altri viaggi,
veggo altri monti ancora...
Voi partirete; all'alba una fraterna
vostra avanguardia sellerà i cavalli;
e 1:1 diana della marcia eterna
rintronerà le valli.
Nk.mi.
U IBRI
PERVENUTI ALLA DIREZIONE DELLA NUOVA ANIOLOGIA
Lettere di Marco ilinf/hetti a Leopoldo Galeotti, pubblicate con
prelazione e note da Domenico Zanichelli. — Bologna, 19o;5, Nicola
Zanichelli, pagg. 73. L. "ì.
Ije imposte nello stato nu>ilrni(K per .\less.\ndro G.\relli. Voi. 1 :
Ij imposizione personale secondo il diritto finanziario positivo. — Mi-
lano, 190;5, Ulrico Hoepli, pagg. 4S(). L. S.
Le Api dai georgici latini, per il sac. Ijohenzo (jiulli. — Prato. UKKJ,
tip. Successori Vestri, pagg. 372. L. 3.
P. Ovidii Nasonis, Ex Metamorplioseon Lihris - Fabiilae selectae.
Libri l-V. Introduzione, note, appendice ciitica di Carlo Pasc.\l. —
Roma, l'.l()3. Ci. H. Paravia & C, pagg. 147. L. 1.50.
/ diritti dell'uomo, di Nicola Si'eualieri. Nuova edizione eseguita
a cura di Giuseppe (liMBALi. — Torino-Uoma, 1903, Roux & Marengo,
pagg. 170. Ij. 1.50.
l'otcrc e litjertà (l grandi prohleini della storia), per Leone ToL-
sToi. Traduzione di ( 1. Dr (Iaholis. — Torino, 1903, F."i Bocca, pagg. 80.
/ problemi dell' organizsasione del lavoro, di Riccardo Dalla
\'()LrA. Firenze, 1903, Francesco Lumachi, pagg. 173.
Sai/gio di uno .-:iudio ■■••uì sentimenti morali, del Dr. Guglielmo Salvadoki.
Firenze, 1903, Friineeaco Liiraachi, pagg. 140. L. 3.
Sono intelliqenti Ir bestie?, per Likìi Pabris. — Vicenza, 1903. tipografia
O. Rumos. pagg 12-2. L. 2.
Lo scojio e Ir fnmioni drlle Banclte di Emissionr. Studio di Ei'genio Am-
lìitox. — Fiicnzi'. 1903. Francesco Lumachi, pagg. 155. L. 3.
L'Alta Ilaliii industriale r il problemi/ di Napoli, per E. Zaniboni. — Na-
lioli. 1903, Luigi Pierro, pagg 121.
Pia de' Toìomei. Poema lirico di Enrico Cavacchioll — Livorno. 1903,
S. Belforte cv C, pagg. 41. L. 1
Nova melodia. Vei-si eli Settimio Manklli. — Teramo, 1903, Bezzi & Ap-
pignani, pagg. 54
// cauto di Rcgiu e il canto di Fafnir. Saggio di versione da la Snemiindar
h'dda. di Giacomo Brann. — Trieste, 1903, tipografia G. Caprin. pagg. 23.
PUBBLICAZIONI STRANIERE.
Marilisse. Roman Haitìen. par FiiKDràìic Marcelin. — Paris, 1903, Paul
Odondorff, pag. 349. ì\: 3..50.
Au soleil de Juillet (1829-1830), par Pacl Adam. ^ Paris, 1903, Paul Ollen-
dorff, pagg. 532. Pi- 3.50.
Chez ics Rois, par Adolphe Adbuer. — Paris, 190H, Albert Pontemoinu,
pagg. 300. Pi-. 3.50.
' "ldée.'< sociales et Faits sociaux. Conférenees de MM. G. Blondel, Aug.
SoucHON, Martin Saint-Leon, Ch. Combes, Dukourmantellb, Emm. Rivière,
avec une introduction de M. GboRGE.S Govau. — Paris, 1903, Albert Eonte-
moing. Fr. 3.50.
Soavenirs Entomulogiques. par J.-H. Fahre. Études sur l'instinct et les mceurs
de» insectes. — Paris. 1903,' Librairie Charles Dolagrave, pagg. 880. Fr. 3.50.
Traile de lìiologie, par Felix Le Dantec: (con 101 illustrazioni». — Paris, 1903,
Felix Alcan. L. Ì5.
Trente et unième rapport de la Direction et du Couscii d'Administration du
Chemin de Fer du Saint-Gothard, comprenant la pc'riodc du ler Janvier au 31 De-
cembre 1902. — Lucerne, 1903, Imprimerle J. Burkhardt, pagg. 130.
Direttore-Proprietario: MAGGIORINO FERRARIS.
Raffaello Mbssini, Responsabile.
Korna, Via della Missione, 3 - Carlo Colombo, tipografo della Camera dei Deputati
INDICE DEL VOLTT]\IE C\ I
ISRRIF. IV uhi;!)
Fascìcolo 757. — 1" Ln^rlio litOS.
tìli ammonitori - Romanzo - Parte I. — Giovanni Ckka P"!!- •»
In Finlandia con l'amico Cocchi feoii 6 Hlnsl razioni). — Paolci JIantegazza.
Senutorc ;$7
Maternitii - Dramma in (|iiatti- atti - Atto I e li. — Koiìeuto Bracco . 17
Viottoli di campagna - Tt^rsi. — Giovanni ChkìGiatii 77
Impressioni di Sicilia - Lettera alTon. M. Ferraris cnn ritrattn . - P. D.
PlSCHEU . . SI
Hleiiioui universitarie - Da docunn^iti inediti sullo Studio di Peiusjia. —
Annibale Gajìkiklli . . . . !)l'
Giuditta Pasta e Maria Malibran. — Gixo JIonaldi ." . . . UNI
(ili Istituti di credito in Italia. — Aukecs 107
11 professore Koerbitz - Bozzetto. — Amilc.\ue L/aiuìa US
Rassestna musicale. — "V".\lett.\ VM
Inghilterra ed Italia nella questione di Malta. — XXX . . . i. . . . . l:!!l
Tra libri e riviste — I Congressi di Roma - Un Dante barbuto - Lo spi-
rito scientifico - Zette - « Il Genio » di H. Bérenger - Marsiglia e i
porti franchi - In libreria - Varie f'con 4 illnstragioni . — Xbmù . . • 144
Xotizie, libri e recenti pubblicazioni — Italia - Francia - Inghilti-rra -
Stati Uniti - Varie - Italiani all'estero I<i7
Fascicolo 7ÓS. l(i Luirlio ltK»:{,
1 paesisti olandesi a Roma. — L. Dimieu Puf/. 177
Carpaccio (con li illnstragioni,. — Antonio Zardo-.- 18St
I cavatori di Ardesia - Versi. — Alfredo Baccelli, Deputato ..... 20(1
Suir ippica - Parte I (con 10 illitstrasioni). — Brincipe Baldas.sarre
(ìdb.scalchi, Senatore "... 201
Le più antiche civiltà dell'Italia. — Lnci Picorini . 21S
Maternità - Dramma in quattro atti - Atto III e IV. — Roberto Br.\cco. 227
La teoria dell'eroe in T. Carlyle e F. Nietzsche. — Giu.seppe Ravenna. . 24i)
La storia della finanza italiana. — Tito Canovai 2(31
(ili ammonitori - Romanzo - Parte II. — Giovakni Cena 274
Le acque del Polesine - Versi. — Marino Marin . i5()2
(ìugUelmina Schroedcr-Devrient e Gaspare Spontini con 2 ritratti). — Giu-
liano BoN.A(JCl "... 30G
La scena dì prosa. — Eduardo Boutet 320
« Nos amis les ennemis ». — XXX 327
Tra libii e riviste — La politica del Sempione - L' immigrazione italiana
agli Stati LTniti - Il mgvinjento pacifico internazionale - G. Rovetta -
La vita nei mari - >■ Le petit sou » - Varie. — I^em 332
Xotizie, libri e recenti pubblicazioni — Italia - Francia - Inghilterra - Stati
Uniti - Varie 348
Papa Leone XIII e il Conclave (con ritratto). — Raffaele. Db Ce.sake,
Deputato 35iJ
7i!0 iMiici; in;i, \oi.UMi-;
Fascicolo 750 - 1" Agosto li)03'
11 poiitificMto di Lfoiio XIII. - Ddmenho Zanic'hklli. t'rofcxsore nella
lì. rniverxità di Siemi Pa/i. ;-5(i!)
Liionf XIII e i Papi del secolo che fu suo. — PiLH'i'O Cri.si-olti .... 878
Sonetti. — Giu.sBPPE Deabate 392
Ib.seii poeta lirico (con ritratto <■ autografo). — Rosalia Jacobsen .... 394
L'Ariosto inglese. — Alice GaliìMberti 407
Suir ippica - Fine (con 9 illnstrazioni). — Principe Balua.s.sarre (_)uescal-
CHI. Senatore 41'.)
Crii ammonitori - Romanzo - Pine. — Giovanni Cena 436
L" istruzione popolare in Italia. — Angelo Sicchiuollo 4Ò4
Il libro canonico cinese sui bachi da seta. — G. I Armanui 471
Il nuovo disegno di leg.;e sulle derivazioni d'acque pubbliche — B. Dk Vito 475
La rovina economica della Grecia antica. — C Barbagallo 4S.'i
L'evaso da Sakhalin - Xovella - Parte I. — V. Korolbnko lOS
Una nuova alleanza. XXX .">] 1
Tra libri e riviste — Cronache d'attualità - Whistler - « Trionfi di donna
- Movimento antialcoolista - William E. Henley - Attraverso l'Australia
del Sud - Bagni e nuoto - Varie (von 14 illiislra;ioìiiJ. — Ne.mi . . . 'iVi
Notizie, libri e receati pubblicazioni — Italia - Francia - Inghilterra e Stati
Uniti - Austria e Germania - Varie - Xotizie nriuridiche -V!')
l'ascicolo im K; A),'os1o 1'J(»;{
1 ver.si dell'aiie. — .\i GisTo Ferrerò Pui/. .5).")
Sulla soglia del mistero. — SALVATORE Farina .VjK
Lo nazionalità in Austria Ungheria. — I". Sal.at.v .")(iK
Lassalle - Dramma in quattro atti - Atto I e II. — Sem Benklli ... 58.")
L'evaso da Sakhalin - Novella - Fine — W. Korolenko 604
L'atmosfera del dramma musicale. — Giuliano Bonacci (i2$)
Tedeschi a Roma - Scliizzi e appunti del secolo .\i (con 4 iltii.tlnigioiiij. —
Ugo Plerbs <)44
Paolo Giacometti (con ritratto). — Vittorio ■ Bozzola Ii(j:-'
I due lessicografi italiani. Policarpo Petrocchi e Giuseppe Rigatini (coi ri-
tratti). — Aurelio Gotti 074
La scena di prosa — < La casa del sonno • di Bertolazzi - Irma Grama! ica
- Virgilio Talli - Oreste Cìilabresi (con ritratti — E. Houtet . . . <iS7
L elezione di Pio X (con ritratto) — XXX (>!).")
Tra libri e riviste — Un busto a P. Emiliani-Giudici - Il museo ilickiew icz
- .lean Aicard - Una lettera di Sabatier - La produzione del legno in
Svizzei-a - In libreria < Liriche umane ?^jU^(!. Hortaeehi (con 2 itili-
xtraeioni). — Xemi vj J '""
16 73-^
I
Blinuiiwi . ^2«i*UM &\i I9WI.
AP Nuova antologia
N8
V.190
PLEASE DO NOT REMOVE
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